Cosa si cerca quando si fotografa?

Non so bene cosa cerco quando fotografo. Certo è che qualcosa sto cercando, non mi spiegherei altrimenti perché lo faccio da anni, con costanza, lentezza e passione. Crescendo mi accorgo che la  fotografia che cerco riguarda il mio passato, qualcosa di lontano, qualche volta spaventoso.
Io scatto solo per strada o quasi. La strada e’ il mio mondo, da sempre. In strada trovo tutto quello che riconosco, tutto quello che mi serve.
Non fotografo di tutto, non tutto mi colpisce.
Non vorrei produrre immagini senza motivo (sicuramente mi e’ capitato, sicuramente mi ricapiterà). Mi serve che quella foto sia necessaria, almeno a me.image

Mi chiedo se sia davvero fondamentale che io mi muova tanto. Spesso fotografo paesi lontani ma sono certa che tutto quello con cui mi scontro, dall’altro lato del mondo sia qui, da qualche parte. Se uscite di casa e avete in mente di trovare una fotografia, la troverete.
La verità è che voglio vedere il mondo, mi piace, mi piace la gente, mi piace “il viaggiare”, lo zaino, la stanchezza, il cammino e più di tutto, il rientro.
Così, muovendomi nel mondo, porto a casa qualche fotografia e spero che qualcuna di queste riporti alla mente una storia, che vi evochi un ricordo.
Si, perché io scatto per voi, per mio nipote, per dire sono stata qui, una volta.
Sono felice di non spiegarmi bene, se questo avviene, nelle mie immagini. Sono felice che ciascuno interpreti come gli pare. Non ho la pretesa di documentare, non voglio questa responsabilità. Non voglio nemmeno essere certa di quello che sto dicendo, con la foto. Vorrei rimanere in equilibrio tra curiosità e stupore, fino alla stampa finale. Capita. Bellissimo.
Oggi ho finito un lavoro che durava da anni, per questo vi scrivo. Spero di avere occasione di mostrarvelo un giorno, magari in un libro, o no.
Ciao Buona giornata! Sara

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28 pensieri su “Cosa si cerca quando si fotografa?

  1. In questa tua confessione, mi ci rivedo molto (con ovvi risultati molto meno soddisfacenti dei tuoi 🙂 ). Ma quando sono in giro, preso dall’euforia della fotografia,a volte mi chiedo se sia il caso di lasciare una data fotografia dentro di sé, invece di scattarla. O ritieni che sia sempre giusto e opportuno fare click? Esiste una fotografia interiore, intima che rimane solo dentro di noi?
    Forse tutto dipende dal fine che una fotografia deve avere?
    Ps. Questo tuo ultimo post suona come una liberazione! E questo non fa altro che accrescere in me la curiosità in merito all’ultima “fatica”. Non è che è possibile dare un sbirciatina attraverso il buco della serratura? 🙂

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  2. Sarei felice di sbirciare anche io… per quello che riguarda lo scatto, penso che questo atteggiamento, quello di essere usciti senza aver mai fatto un click è l’approccio classico di chi ha iniziato con la pellicola, come me, e che l’ha praticata tanti anni. No, non era un problema di costi e basta. Si scattava soltanto quando ne valeva la pena. E’ per questo che suggerisco in ogni caso di praticare la pellicola, anche saltuariamente se lo si vuole, ma di praticarla. Un salutone

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  3. Mi piace l’ultimo passaggio di questo tuo ultimo pensiero, -SONO FELICE DI NON SPIEGARMI BENE ecc…- Da un po’ di tempo seguo le tue cose, mi si sono riaperti gli occhi; anche se per me è un po’ tardi. Non fa niente, mi hai ridato la voglia di rimettermi in gioco. Esagero, quasi la voglia di ricominciare un’altra vita fotografica. Grazie

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  4. Io credo che si fotografa in primis sempre per se stessi. Il cercare qualcosa, anche se non si sa bene cosa, è la risposta ad un bisogno personale. Io non sono cresciuto in città, ma tra boschi e montagne e sento spesso la necessità di cercare tra gli alberi e le rocce, probabilmente è solo il richiamo di esperienze già vissute come dici tu Sara. Non sò cosa cerco, ma continuo a fotografare… mal che vada avrò qualcosa che parlerà di me alle mie figlie. Un saluto e complimenti.

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  5. Quando uno fotografa cerca …..cerca quello che desidera ed ha nel suo cervello una sua ricerca fotografica.
    Però, come dice la Munari, posso fotografare qualche cosa, personaggio …….oggetto……, che mi attira l’attenzione e che mi emoziona ….crea in me una situazione particolare che mi fa scattare una foto.
    In realtà è il mio cervello che elabora quello che gli ” arriva” dalla retina e non solo e lui , il cervello, vede ed elabora. Molte volte il nostro scatto è il risultato del vedere ed elaborare del nostro cervello.

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  6. Ciao Sara, condivido il tuo pensiero in toto…guarda, sono appena rientrato da un pomeriggio fatto di qualche chilometro a piedi e qualche scatto, uno dei miei piccoli viaggi alla ricerca di qualcosa che non so bene cosa sia, il caso vorrà che io trovi o meno la foto, o è come come dici tu e la troverò se lo vorrò ?. Oggi in particolare non ho scattato una certa foto, l’ho ancora in mente, ma non ero in animo di farla…. ero un po’ nero d’umore… ti capita ?
    A me a volte si, poi rimpiango di non averla fatta, grazie per i tuoi pensieri, a presto.

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    • Mi capita si, di non avere l’umore giusto. Mi capita anche che grazie a questo, io scatti con più attenzione. In qualche caso, come te, evito di fare foto e quello che vedo, me lo riporto a casa, ma solo nei pensieri! Ciao

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  7. Io credo che quando si va a cercare qualcosa non si trovi mai niente,quando si va ,invece,a trovare quello che già hai dentro si trova sempre.Per cui quando si esce a fotografare devi conoscere i tuoi pensieri,le tue emozioni e sentimenti che provi in quel tuo qui ed ora a fronte della situazione che stai vivendo.La realtà esiste solo come riflesso della mente,lo dice la neuroscienza oltre che 10000 anni lo affermavano le sapienze orientali.E allora la realtà non esiste se non nella nostra mente e allora fotografo il contenuto della mia mente,non lo stereotipo albero che comunque è presente in uno schema mentale del mio subconscio;vedo una cosa e bing la mia mente addestrata dalla cultura dice albero.Questo sistema serve ma solo per sopravvivere non per fotografare.
    Per altro Marcel Proust affermava che il vero viaggio di scoperta non è l’andare in paesi lontani ma vedere quello che è attorno a te magari nel tuo giardino.
    ciao luciano

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  8. Noi fotografiamo perchè l’ambiente ( l’immagine) viene trasmessa dalla retina e poi l’informazione arriva tramite vie e codifiche nervose ad aree corticali che codificano l’immagine come noi la vediamo.
    Lo scatto è l’attimo ultimo che noi fotografi facciamo come integrazione tra informazioni visive, aspetti cognitivi ed aspetti motori.
    Leopoldo Bon

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  9. Rispondo a vari post precedenti e a Sara che dando ragione a tutti,condividendo tutte le tesi non attiva un vero dibattito di idee.In qualche post si diceva che noi fotografiamo perché l’immagine viene trasmessa dalla retina,poi l’informazione arriva nei piani superiori che elaborano l’immagine come noi la vediamo.Troppo semplice,il processo del vedere sembra facile ma è un po’ più complicato.
    Per tanto tempo e ancora oggi si crede che esista solo l’intelligenza elaborativa,razionale che genericamente chiamiamo cervello.Questa elaborazione porterebbe al riconoscimento e alla consapevolezza cioè quel decidere di cosa abbiamo davanti.Ma cosi proprio non è.Bisognerebbe dilungarsi,ma anche fare una sintesi ma questo non è il luogo,per conoscere che il Processo di visione non è questo.Se si facesse una analisi del vero Processo di visione attingendo alla neurobiologia e alla fisica quantica verremmo a conoscenza che: la realtà non esiste per sé ma è una proiezione del nostro subconscio(uno stato di coscienza diverso dal cervello razionale)e questo porta,anche se è difficile da accettare,che siamo noi gli artefici di quello che accade davanti a noi.La realtà e solo il riflesso del nostro subconscio.Se abbiamo coscienza in ogni istante di ciò che ci muove dal più profondo del nostro subconscio questo ci permette di determinare le cose e gli avvenimenti.La reatà fuori altro non è che lo specchio implacabile di ciò che siamo dentro per cui tutto ciò che emettiamo dal nostro profondo tende a manifestarsi nella nostra realtà fisica,cose e avvenimenti.Le cose del mondo sono fatte di materia,energia ed informazione e qui sarebbe necessario parlare tanto per aprire veramente gli occhi.Il subconscio è pieno di memorie,ologrammi,fatte di forme ed emozioni/energia e intervengono nella formazione della nostra immagine della realtà.Si chiamano schemi mentali,programmi,credenze,convinzioni che si hanno,cosi se davanti a noi c’è un tavolo,nel momento in cui ce ne accorgiamo e identifichiamo consapevolizzando(è il bing oh! un tavolo) non vediamo un tavolo ma il segno,indicatore tavolo depositato nella mente,un suo costrutto.E quello che vediamo è una etichetta,uno stereotipo(che poi fotografiamo,bella roba!) che non è l’esperienza di un vero contatto con la realtà che ha una componente fisica ed una emotiva la quale ci permette di riconoscere ciò che stiamo veramente vivendo.
    ciao luciano

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    • Ciao Luciano, non do ragione a tutti e non è vero che non alimento le discussioni. Partono da me. Il punto è che, come nel caso del tuo commento, per il quale ti ringrazio, non posso stare a disquisire sulla modalità scientifica con la quale si arriva a fotografare, preferisco concentrarmi sulla poetica e sull’umanità della fotografia. Si fotografa per curiosità, passione e necessità, che mi importa di come si comporta tecnicamente l’occhio o il cervello? Io fotografo perché amo fotografare e ringrazio occhio e cervello per l’aiuto. Ciao Sara

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      • Cara Sara, ho letto i vari commenti….è vero che si può’ fotografare senza conoscere le funzioni cerebrali e concordo con te.
        Mi permetto di suggerire a tutti Fotografi, Pittori e Scultori il seguente libro:
        L’ETÀ DELL’INCONSCIO
        ARTE, MENTE E CERVELLO DALLA GRANDE VIENNA AI NOSTRI GIORNI
        di ERIC R. KANDEL
        Raffaello Cortina Editore
        Kandel è premio Nobel per la Fisiologia ( Neurobiologo)
        Cordiali saluti
        Leopoldo Bon

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  10. Ok per il libro di E.Kandel.Cara Sara, curiosità,passione e necessità sono le motivazioni esterne del fotografare,ma qui non sono in discussione,è altro argomento.
    Quello che dici è una tua interpretazione,e va bene cosi.
    Ma se non conosco cosa sto vedendo,anzi conosco le cose solo come etichette,e di conseguenza non so perché fotografo-vado in giro con la fotocamera e vedo solo persone,auto,edifici,cielo,terra- dovrò pur sapere cosa ho io dentro,averlo ben chiaro,rendermene conto,per poter esprimere quella umanità con una poetica di cui parli.L’umanità ,i sentimenti che evoco,i pensieri indotti,le frequenze enrgetiche che mi accompagnano uscendo da casa sono cose che ho dentro io,e devo esserne cosciente,e non sono,non appartengono alle cose in sé.Le cose non parlano siamo noi che le facciamo parlare.ciao luciano

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