L’autore che vi presentiamo oggi è John Free, un fotografo americano, che si occupa di reportage sociale e street photography, che con le sue immagini ci offre uno spaccato della vita Americana degli anni 70 e 80.
Che ne dite?
Anna
John Free è un fotografo di reportage sociale e street
photography che vive a Los Angeles. I suoi lavori variano dai vagabondi che
viaggiano sulle ferrovie in California alla vita di strada a Londra e Parigi.
Il suo progetto “End of the line” è ambientato allo scalo
merci di Los Angeles, dove si è recato ogni giorno per 10 anni per fotografare
i vagabondi delle ferrovie. “Ho fotografato queste persone problematiche e
uomini e donne che, a causa di una tragedia personale nelle loro vite, la
guerra, le donne, la bottiglia, sono state forzate ad uno stile di vita
pericoloso viaggiando su treni merci. Alla fine arrivano a Los Angeles, che è
il posto più ad ovest che si possa raggiungere.
John è stato per molti anni una fonte di ispirazione per
fotografi di ogni età e livello, attraverso i suoi insegnamenti in lezioni e
workshop di Street Photography a Los Angeles, New York, Parigi e Londra.
I lavoro di John sono apparsi su numerose pubblicazioni dal U.S.
News and World Report e Newsweek al Photographic Magazine e allo Smithsonian. E’
stato selezionato tra i fotografi internazionali per prendere parte al progetto
che è poi diventato il libro 24 hours in the life of Los Angeles. Le sue opere
sono state oggetto di diverse mostre, tra cui al California Museum of Science
and Industry, Los Angeles, Laguna Festival of Art, Armory Center for the Arts
in Pasadena e alla Bagier Gallery a Ojai, California.
Condividi l'articolo con gli amici, ci piace condividere!
Nata a Bergamo nel 1926, si iscrisse a Milano all’Accademia di Belle Arti di Brera per seguire i corsi di scultura, ma non riuscì a concludere gli studi perché si sposò nel 1947 a soli ventuno anni, e fu costretta ad intraprendere il mestiere di sarta per collaborare alla non brillante situazione economica della sua famiglia, rinunciando così per il momento ad ogni aspirazione artistica. Verso la fine degli anni Cinquanta, iniziò ad essere attratta dalla fotografia, passione che, dopo molti successi, sostituirà con quella per la letteratura, ottenendo ambiti premi. Nel 1960, presso il Teatro Manzoni di Milano, si trovò quasi per caso a realizzare alcuni scatti durante le prove dello spettacolo “Niente per amore” del regista Franco Enriquez che, colpito dalla forza e intensità delle sue immagini, le consigliò di venderle ad alcune testate giornalistiche. Il suo linguaggio fotografico venne subito apprezzato e importanti periodici dell’epoca – “L’Illustrazione Italiana”, “Vie Nuove”, l’”Espresso” ed altri – acquistarono le sue fotografie. Per una persona completamente autodidatta, che ignorava le nozioni di base per lo sviluppo dei rullini e la stampa delle foto, fu davvero un bel successo che la spinse ad andare avanti con coraggio.
Carla Cerati
Curiosa e dotata di uno spirito critico acuto e tagliente, cercò di esplorare il mondo che la circondava, ripreso da diverse angolature: fotografò la società-bene milanese durante lo sfavillio degli anni Sessanta, i giovani coinvolti in rumorose manifestazioni, i luoghi industriali durante il boom economico, fino ad arrivare anche a Firenze nei giorni della tragica alluvione del Sessantasei. Nel 1965, desiderosa di scoprire alcune zone arretrate del Sud Italia, si mise in viaggio in automobile e da questa spedizione riportò interessanti foto realizzate in Abruzzo e in Sicilia e una preziosa cartella dal titolo “Nove paesaggi italiani” a cura di Bruno Munari, con una presentazione di Renato Guttuso. Parallelamente continuò il suo lavoro in teatro, immortalando i backstages di spettacoli memorabili, diretti da Giorgio Strehler ed Eduardo de Filippo.
Nel 1967, di fronte alle audaci e innovative rappresentazioni del Living Theatre creato da Julian Beck e Judith Malina, conobbe una vera e propria folgorazione, tanto da rimanere al seguito della compagnia per diversi anni, anche durante molteplici tournées all’estero. Verso la fine degli anni Sessanta, quando si cominciò ad avvertire in Italia una forte tensione sociale e politica, il suo occhio si rivolse a documentare i movimenti della cosiddetta ‘contestazione’ con importanti reportages. Attratta dal mondo degli ultimi, degli umili, dei negletti, nel 1969 pubblicò l’importante volume “Morire di classe” per la casa editrice Einaudi, a cura di Franco Basaglia e sua moglie: opera che costituisce una pietra miliare per un’indagine approfondita sulla situazione dei manicomi italiani di quegli anni. Accanto a lei ha lavorato il grande fotografo Gianni Berengo Gardin, girando in lungo e largo nella penisola per realizzare il loro fondamentale reportage: si tratta di immagini in bianconero coraggiose, intense, senza fronzoli o pietismi inutili che documentano situazioni tragiche, riuscendo nel contempo a mettere in rilievo e conferire dignità a persone recluse, scartate dalla società, umiliate, vittime talvolta di violenze fisiche e psichiche. L’impatto con questa dura realtà lasciò profondi solchi nell’animo dei due fotografi, che rimasero colpiti negativamente in modo particolare dalle pessime condizioni in cui trovarono l’Ospedale psichiatrico fiorentino.
Carla Cerati, ospedale psichiatrico.
Attratta dalle manifestazioni di piazza e dai duri scontri carichi di tensione, documentò il processo Calabresi – Lotta Continua, i funerali di Feltrinelli, le sfilate delle femministe urlanti attraverso le strade cittadine.
Contemporaneamente ai lavori di impegno sociale e politico, Carla rivolse la sua attenzione anche agli ambienti della Milano bene, con le sue vetrine sfavillanti, i grandi magazzini stracolmi di merce, i ritrovi mondani delle signore dell’alta-borghesia. Da questa sua acuta ed ironica analisi, uscirà un’ interessante opera dal titolo significativo “Mondo Cocktail”, pubblicato nel 1974, in cui sono immortalati “ squarci di vita mondana con belle donne”. Vengono ritratti artisti, intellettuali, modelle durante i famosi party sulla Terrazza Martini, luogo di gran moda che la Cerati si sforza di frequentare con spigliatezza e disinvoltura, anche se quel mondo falso ed effimero, “ della Milano da bere” non la convinceva affatto, finendo ben presto per stancarla.
Alla fine degli anni Ottanta, Carla abbandonerà gradualmente la sua professione di fotoreporter, nauseata dai falsi miti che campeggiano sui giornali e sui programmi televisivi, per dedicarsi alla letteratura, sua segreta passione da sempre: il suo primo romanzo “Un amore fraterno arrivò finalista al Premio Strega del 1973.
Per quanto riguarda la fotografia, non abbandonerà mai la sua ricerca personale con scatti intimi, a ricercare astratte forme geometriche oppure orme lasciate sul cemento e sulla sabbia da uomini ed animali, dalla serie Tracce del 1986.
Sam Contis (nata nel 1982 in Pittsburgh, PA) è una fotografa statunitense, vive e lavora in Oakland, CA.
“I think the darkness at the periphery of the work also comes from a desire to acknowledge a certain brutality inherent to the history of the western landscape, and to the struggle for survival within it.”
Sam Cortis
In questo lavoro, libro d’artista, dal nome “Deep Spring”, l’autrice lavora sull’identità della cultura americana, cultura costruita prevalentemente tramite le proiezioni cinematografiche e le fotografie di un tempo, trattando l’archetipo dei cowboy, dialogando con il concetto di mascolinità.
Ci troviamo nel Deep Springs College.
Il college prende il nome dalla valle in cui si trova, nell’alto deserto a est della Sierra, al confine tra California e Nevada, una valle isolata.
Il fondatore da lavoro a giovani uomini con un intento educativo oltre che la gestione effettiva del ranch che comprende 155 acri di terreno e la gestione di un allevamento di 200 bovini come progetto di lavoro comune.
Gli elementi che l’autrice ci presenta sono molteplici e sicuramente intrisi di questo dualismo tra la durezza e crudeltà del lavoro che svolgono mista a sensibilità e dolcezza dei ragazzi.
Sicuramente quello che colpisce maggiormente è la forza del legame che si crea fra questi giovani uomini in formazione, un legame di fratellanza e solidarietà che si oppone alla visione storica di uomini non curanti degli altri e di sé stessi, duri e rudi.
Immersi in paesaggi che si perdono a vista d’occhio per quanto sconfinati, la grandezza del deserto, danno loro modo di porre attenzione al proprio mondo interiore, portando sè stessi giorno dopo giorno a scoprire chi sono, i propri limiti e ad apprendere che esistono visioni diverse dalla proprie.
E’ interessante notare come la fotografa ci porta dentro alla storia tramite fotografie che riprendono pezzi di realtà molto ravvicinata, es. braccia, mezzi busti…
spesso i soggetti diventano non soggetti, grazie al fatto che viene celato il loro volto, quindi assumono un concetto più universale e come un quadro sguardo dopo sguardo intenti a capire il soggetto del nostro scatto, entriamo nell’intimità della situazione rappresentata e nello sguardo che la fotografa ci ha prestato con la sua presenza nella scena.
Grazie a queste fotografie di dettagli di corpi e non solo, paesaggio e soggetto si fondono sino a organizzare una nuova e unica forma, un nuovo senso, l’occidente spesso è rappresentato come un luogo dove poter sperimentare nuovi modi di essere, in questo caso corpi maschili vengono messi in dialogo a paesaggi che di solito erano associati a corpi femminili.
Durante la storia, scatto dopo scatto, ci imbattiamo inoltre in foto d’archivio, foto che nonostante siano state scattate in passato (intorno agli anni 1917) in quello stesso college, possiedono un linguaggio moderno e dialogano perfettamente con gli scatti dell’autrice, rinforzando il dialogo tra passato e presente.
La fotografa belga Martine Frank, sposatasi nel 1970 in seconde nozze con il fotografo francese Henri Cartier Bresson definito “l’occhio del secolo”, di trenta anni più vecchio di lei, ha rischiato di essere ricordata solo per la fama del marito, se non avesse messo grinta e energia per acquisire e imporre al pubblico una cifra stilistica e contenutistica del tutto personale. E’ significativo ricordare che la sua prima mostra personale organizzata nel 1970 a Londra dall’’Institute of Contemporary Arts, fu da lei annullata senza alcuna esitazione, quando si rese conto che gli inviti, oltre al suo nome, recavano anche quello del marito che sarebbe stato presente all’inaugurazione attirando numerosi visitatori.
FRANCE. Provence. Town of Le Brusc. Pool designed by Alain CAPEILLERES.
Nata ad Anversa nel 1938 da una madre inglese appassionata di arte e da un padre banchiere collezionista dilettante, ben presto si trasferì con i genitori a Londra; in seguito si recò a Madrid e a Parigi dove studiò materie artistiche. Nel 1963, durante un avventuroso viaggio in estremo Oriente, scoprì la passione per la fotografia grazie ad una fotocamera Leica prestata dal cugino. Tornata a Parigi iniziò a lavorare come fotografa freelance per riviste famose come Vogue, Life e Sports Illustrated, assumendo ben presto un incarico ufficiale presso il Théâtre du Soleil di cui immortalò spettacoli e back stages per quarantotto anni. Nel 1983 divenne membro effettivo dell’agenzia fotografica Magnum, incarico prestigioso e molto raro conferito ad una donna e nel 2005 fu insignita del titolo di cavaliere della Légion d’Honneur francese.
Timida, riservata e poco interessata alla vita mondana, le immagini documentarie e i suoi magnifici ritratti si rivolgevano con interesse al mondo degli umili, dei vecchi e delle donne: “ … la fotografia si adatta alla mia curiosità per le persone e le situazioni umane…”, affermava Martine in una intervista rilasciata al New York Time.
Cartier Bresson fotografato da Martine-Franck
Martine Franck
Dal punto di vista letterario, Mark Twain e Conan Doyle, conosciuti attraverso le letture che sua madre le faceva da bambina, rimarranno i suoi punti di riferimento, come il grande Hitchcock per il cinema; in campo fotografico durante numerose interviste citava spesso Julia Margaret Cameron, Dorothea Lange e Margaret Bourke-White. In sintonia con il Marito Henri Cartier Bresson, la Franck sintetizza così la sua passione per la fotografia: “. ..Ciò che soprattutto amo nella fotografia, è precisamente il momento che non si può anticipare, bisogna stare costantemente in allerta, pronti a captare ciò che è inatteso…”. Le sue immagini rigorosamente in bianconero sono potenti e suggeriscono l’emozione della fotografa e dei soggetti ritratti durante lo scatto: gli anziani ripresi nei luoghi protetti oppure i bambini spesso immortalati mentre giocano per strada anche in situazioni precarie o disagiate sprigionano tenerezza, comprensione e partecipazione alle loro difficoltà da parte di Martine che non si sottrae dall’entrare nel mondo della sofferenza e dell’emarginazione, sempre con passo lieve ed elegante. Un suo importante lavoro riguarda le immagini che immortalano i monaci tibetani Tulku da cui traspare la loro vita gioiosa fatta di ascesi e trascendenza, da trasmettere con generosità agli altri.
Hospice d’Ivry sur Seine, France Foto di Martine Frank
Dopo la morte dell’illustre marito, insieme alla figlia Mélanie, nel 2003 creò la Fondazione Henri Cartier Bresson per conservare e promuovere il prezioso materiale fotografico da lui lasciato in eredità.
IRELAND. Donegal. Tory Island. 1995. Foto di Martine Frank
Michel Foucault nella sua abitazione, Paris. Foto di Martine Frank
Colpita da leucemia, dopo due anni di strenua lotta contro la malattia affrontata con coraggio e determinazione, morì a Parigi nel 2012 all’età di 74 anni.
Bibliografia: Martine Franck, D’un jour, l’autre, Éditons du Seuil, Paris 1998
Il padre, Giorgio Agosti, magistrato e in seguito dirigente d’azienda, svolse la sua attività politica all’interno del Partito d’Azione piemontese di cui fu tra i fondatori nel 1942. Antifascista fin dai tempi dell’Università, aderì clandestinamente a Giustizia e Libertà, partecipando alla lotta partigiana. Il fratello Aldo, intellettuale di spessore, professore di Storia contemporanea all’Università di Torino, ha prodotto numerosi studi relativi alla storia dei movimenti socialisti e comunisti. In questa famiglia ricca di ideali e valori profondamente democratici, Paola Agosti nacque a Torino nel 1947; a ventuno anni, nel 1968, si trasferì a Roma iniziando con passione la sua attività di fotografa che la spinse a viaggiare in Italia, Europa, America del Sud, Africa, paesi che raccontò attraverso dettagliati reportages rigorosamente in bianconero. Particolarmente interessata a problematiche riguardanti il mondo femminile, alle donne ha dedicato importanti libri fotografici, quali “Riprendiamoci la vita” del 1977 e “La donna e la macchina” del 1983, con splendide immagini rivolte alle operaie nelle fabbriche del nord Italia. Nel 1984 pubblicò nel libro “Firmato donna”, con sessanta incisivi ritratti di scrittrici e poetesse italiane.
Fotografie di Paola Agosti
Particolarmente importante dal punto di vista sociale l’opera “Come eravamo, il movimento delle donne nelle immagini di Paola Agosti, 1974 – 1982”: con intensa partecipazione la fotografa documenta le battaglie condotte dalle donne per la loro emancipazione, anni di lotte, di manifestazioni e cortei per urlare al mondo la necessità di liberarsi dalle pastoie a loro imposte da secoli. Essere vive al di là della triade, religione, patria e famiglia!
Il suo modo semplice ed estremamente efficace di raccontare per immagini, colpisce per i toni asciutti e sobri che non indulgono a facili sentimentalismi anche quando si tratta di immortalare il mondo degli umili, come le figure femminili che popolano il libro “L’anello forte” di Nuto Revelli. Si tratta per lo più di donne piemontesi anziane ritratte nei campi o nelle loro cucine, con i capelli non curati, i volti solcati da reticolati di rughe profonde, riprese nella fatica del loro vivere quotidiano: pilastri della società contadina, condannate però ad essere dimenticate, relegate nel loro umile e ristretto mondo. “… Anelli forti e insieme deboli le donne ritratte da Paola Agosti e raccontate da Nuto Revelli… Tenaci custodi della memoria, capaci di far fruttare campi stentati e l’allevamento delle bestie in tempo di guerra e , ancora di salvare le trame incerte della comunità durante le periodiche emigrazioni che producevano tante fabbriche di vedove “ . (Antonella Tarpino, introduzione al libro di Paola Agosti “ Il destino era già lì “, Cuneo 2015 ).
Paola Agosti con uno dei suoi cani, fotografia dal sito Maledetti fotografi.
Ricordiamo infine l’amore della fotografa per gli animali, soprattutto i cani, suoi fedeli compagni di vita Nel libro “Caro cane” edito nel 1997 da La Tartaruga edizioni, magnifiche fotografie delle più varie razze canine immortalate in pose spontanee, vengono affiancate a riflessioni personali e ironiche dettate da un animo partecipe e attento a cogliere particolari sottili del rapporto degli animali con il genere umano: “In fin dei conti la maggior parte dei padroni arriva ben presto ad obbedire al proprio cane… Io non so se ci sia il Paradiso, ma mi piace credere che per quanto siano i nostri santi umani e degni di essere esaltati, sarebbe difficile trovare tra loro un santo più completo di un buon cane” ( P.A.)
Articolo di Giovanna Sparapani
Paola Agosti, Caro cane, La Tartaruga edizioni, Milano 1997
Paola Agosti, Il destino era già lì, Araba Fenice, Cuneo 2015
oggi vi presentiamo Susan Meiselas, una delle fotografe documentariste a mio parere più brave, membro di Magnum da oltre 40 anni, è famosa per i suoi reportage dal Nicaragua, dove ha trascorso più di 10 anni per documentare la rivoluzione sandinista e più in generale da vari paesi dove i diritti umani sono calpestati.
Probabilmente molti di voi la conosceranno già, per gli altri, ecco alcune delle sue immagini più rappresentative.
Anna
USA. Essex Junction, Vermont. 1973. Lena on the Bally Box.
IRAQ. Sulaimaniya. 1991. Trench graves are exhumed at the former Iraqi military headquarters of Sardaw on the outskirts of Sulaimaniya. A total of 18 Iranian soldiers were found exectued in violation of the Geneva Conventions. An additional 13 civilians were buried beside them.
USA. New York City. September 11, 2001. Rescue crews and police gather on the West Side Highway after the collapse of the World Trade Center’s Twin Towers.
MEXICO. Juarez. 1998. The family of Maria Sagrario Gonzales Flores inside their home in the Lomas de Poleo, on the outskirts of Ciudad Juarez. Maria is 17 years old and disappeared just over one week ago, on April 16, 1998. Twenty-one-year-old Guillermina, the eldest of five sisters, holds her mother, Paola, with 16-year-old Guadalupe (at left) and 19-year-old Juana (back, right) look on.
A beauty contest of the women inmates in the Mexican jail “Cereso” (Center for Social Rehabilitation), where accused serial killer Sharif Sharif was being held. Juarez, Mexico. 1998
Roxal, age 10, a student from the INIPA school for the blind at home. Abidjan, Ivory Coast.
Fatoumata a student from the INIPA school for the blind with her family. Abidjan, Ivory Coast.
Abidjan, Ivory Coast. First grade learning to read at INIPA, National Institute for the Promotion of the Blind, supported by Orange Foundation, Yopougon.
“The camera is an excuse to be someplace you otherwise don’t belong. It gives me both a point of connection and a point of separation”- Susan Meiselas
Susan Meiselas nasce a Baltimora, nel Maryland. Frequenta il Sarah Lawrence College a New York e successivamente studia Educazione Visiva ad Harvard. Tra il 1972 e il 1975 muove i primi passi nel mondo della fotografia seguendo le vite delle spogliarelliste presenti alle fiere di paese nella Nuova Inghilterra, Pennsylvania e Carolina del Sud. La fotografa documenta sia le performance delle ragazze, sia la loro vita privata. Le immagini prodotte in quel periodo vengono raccolte nel libro “Carnival Strippers”, pubblicato per la prima volta nel 1976. Nello stesso anno entra a far parte di Magnum Photos, dove lavora come fotografa freelance da allora.
Dal 1978 al 1979 documenta la Rivoluzione sandinista in Nicaragua dando vita ad alcune delle sue foto più iconiche, tra cui “Molotov Man”. La risultante è il libro “Nicaragua”, pubblicato nel 1981.
L’interesse per temi sociali e politici è il centro dei lavori di reportage della fotografa statunitense. Nel 1983 diventa editrice del libro “Chile from Within”, dove vengono pubblicate le foto di 30 fotografi che si trovavano in Cile durante il regime di Pinochet.
Nel 1991 completa un progetto lungo sei anni sulla storia fotografica del Kurdistan, pubblicando le foto nel libro “Kurdistan: in the Shadow of History”. Dal progetto nasce anche un sito che prende il nome di akaKurdistan, dove la fotografa inserisce foto e materiale d’archivio sulla storia curda, invitando la gente stessa a integrare informazioni aggiuntive.
Il suo progetto più recente, “A Room of Their Own” (2015-2016) è un progetto su commissione incentrato sulla vita di alcune donne residenti in un campo per rifugiati in Inghilterra. La fotografa ha organizzato dei workshop con le donne stesse per integrare testimonianze e lavori creati durante le attività alle foto.
Susan Meiselas ha vinto la Robert Capa Gold Medal nel 1978, l’Hasselblad Award e il Premio Maria Moors Cabot nel 1994. Nel 2015 ha vinto il Guggenheim Fellowship. Dal 1976 è membro di Magnum Photos
Fonte: Wikipedia
Questo è il suo sito, e qua trovate il suo profilo sul sito della Magnum.
Ciao, oggi vi presentiamo questa nuova autrice che ci presenta un reportage molto suggestivo dal nome “Morris il cinemaio”. Lei è Fiorella Baldisserri.
Date un’occhiata!
Copyright Fiorella Baldisserri
Morris Il Cinemaio
Il cinema è da sempre il sogno di Morris Donini. Tutti lo conoscono e lo amano come Morris il “cinemaio”, un artigiano della pellicola. In questo anno di chiusura forzata a causa della pandemia lui ha deciso di continuare a proiettare film a sala vuota. Nel buio del suo cinema, Morris si accomoda in una poltrona o in fondo alla sala, seduto in terra, così come faceva in tempi normali, come assaporando luci ed atmosfere che solo le immagini sanno dare. Lascia le porte aperte per permettere agli abitanti del piccolo paese di sentire le voci le musiche delle storie proiettate mentre i bagliori di luce escono come riflessi, per non dimenticare che il cinema esiste, che lo spettacolo va avanti. La resilienza è anche e soprattutto questa. Un unico spettatore Morris, e a volte il suo cane, in un momento di forte difficoltà, con le sale chiuse, ma gli affitti da pagare, con forza e determinazione sperando che le luci non si spengano per sempre. Fin da bambino Morris disegnava sui quaderni di scuola le sale cinematografiche con i suoi flani per i manifesti e le sue rassegne cinematografiche. Casualmente conobbe il proprietario di un cinema in un piccolo paese in provincia di Bologna e da allora, ogni giorno, gli chiedeva di poter entrare a far parte di quel mondo per vivere l’atmosfera della sala, coi suoi tessuti di velluto rosso, le poltrone e il magico schermo. In cambio si offrì per piccoli lavori. Passarono gli anni e alla morte del proprietario gli venne chiesto di gestire quel cinema. Morris aveva 29 anni e senza pensarci un attimo accettò. Oggi, dopo circa 20 anni, gestisce 3 sale cinematografiche nella provincia di Bologna, dedicando particolare attenzione sia alla qualità dei film trasmessi ma soprattutto all’accoglienza, accompagnando le proiezioni con aperitivi e serate a tema. Il cinema come casa, luogo d’incontro e scambi d’opinione. Ad oggi in Italia l’attività cinematografica ha subito una drastica riduzione di più del 75% in termini di presenze ed incassi, causando una perdita stimabile in più di 25 milioni di spettatori: un crollo mai visto né ipotizzato dalla nascita di questo settore che oggi è un’ industria.
BIO
Fiorella Baldisserri, studi classici e interessi per l’arte in ogni sua forma, è una fotografa di Bologna amante dei viaggi sia per professione che per passione.
L’approccio professionale alla fotografia avviene nel 2016 frequentando alcuni corsi di studio dell’immagine e della storia della fotografia. Di seguito ha approfondito con la Masterclass di fotogiornalismo a Roma.
Attualmente Fiorella sente molto vicino il reportage come genere fotografico, che le permette di osservare le persone, entrare nelle storie e raccontarle attraverso le immagini, indagando se stessa.
Fiorella ha visto alcuni scatti pubblicati da testate giornalistiche internazionali sia cartacee che on line. Photovogue, Corriere. Nel Museo archeologico di Olbia, nell’ ambito del festival della fotografia popolare, viene esposto il progetto Drops in New York. Finalista al concorso Bologna Design Week 2017. Due scatti pubblicati nel libro Urban Life Photobook 2017. Erodoto108 pubblicato Hang in New York .
Un progetto sviluppato durante la Covid-19, intitolato “Coi loro occhi “ sul 118 Bologna Emergenza Sanitaria è stato scelto scelto e pubblicato da CortonaOn the Move The Covid-19.