Gregor Sailer e le sue architetture evanescenti

Ciao, normalmente non vado matta per la fotografia di architettura, ma devo dire che questo autore austriaco mi ha davvero colpito. Che ne pensate?

Anna

Gregor Sailer (1980, Schwaz, Austria) vive e lavora in Tirolo, Austria.        Tra il 2002 e il 2007, Gregor Sailer ha studiato comunicazione e design, con un focus sulla fotografia e il cinema sperimentale, all’università di Dortmund di scienze applicate e arti. Nel 2015 ha ottenuto un master in studi fotografici dallo stesso istituto. Gregor ha ricevuto numerosi premi internazionali e ha avuto varie pubblicazioni e mostre a New York, Washington, Parigi, Berlino, Francoforte, Colonia, Monaco, Perth, Arles, Salisburgo, Krasnoyarsk, New Delhi, Barcellona, Vienna, Praga e Budapest. 

Il suo lavoro più conosciuto è The Potemkin Village. L’espressione “villaggi Potemkin” arriva da lontano. Secondo la leggenda, nel 1787, durante la visita dell’imperatrice russa Caterina II in Crimea, il governatore della Russia meridionale Grigory Aleksandrovich Potemkin fece costruire dei palazzi in cartapesta per nascondere le condizioni di degrado del paese. Da allora, “villaggi Potemkin” è usato per convincere qualcuno a pensare che una situazione sia migliore della realtà.

Gregor Sailer è andato alla ricerca di tutti i villaggi Potemkin esistenti oggi, viaggiando in Russia, Svezia, Germania, Francia, Stati Uniti e Cina alla ricerca di questi luoghi artificiali. Gregor Sailer fonda le sue immagini sul rapporto tra autenticità e illusione, costringendo chi osserva a interrogarsi sulla sua capacità di discernimento e conoscenza tra ciò che è vero e ciò che è falso.

Da questo progetto è nato un libro edito da Kehrer Verlag, che al momento ahimè risulta fuori catalogo. Se siete interessati, provate a cercarlo su Amazon o su altri siti. Qua sotto vi allego un video prodotto dall’editore.

Qua il suo sito personale, se volete dare un’occhiata a tutti i suoi lavori.

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Un altro grande fotografo americano, Gregory Halpern

Il fotografo che vi presento oggi, è uno dei fotografi recentemente selezionati tra i “nominees” dall’assemblea generale di Magnum Photos.

Io sono stata folgorata dal suo lavoro visitando una mostra, dove ho acquistato anche il suo libro Zzyzx, che è stato oggetto di numerosi riconoscimenti. Davvero bellissimo a mio parere.

Date un’occhiata a fatemi sapere che ne pensate.

Anna

Gregory Halpern (nato nel 1977) è un fotografo ed insegnante americano. Attualmente insegna al Rochester Institute of Technology ed è un “nominee member” di Magnum Photos.

Halpern ha pubblicato cinque libri dei suoi lavori. Omaha Sketchbook (2009) è il ritratto dell’artista dell’omonima città statunitense; Harvard Works Because We Do (2003) è un libro che unisce testo e fotografie, e ci presenta un ritratto dell’Università di Harvard attraverso gli occhi di alcuni lavoratori di servizio della scuola; A (2011) è una passeggiata fotografica lungo le strade dell’American Rust Belt (letteralmente “cintura della ruggine”, identifica un’area post-industriale nel Midwest statunitense ndt); East of the Sun, West of the Moon nasce da una collaborazione con sua moglie, la fotografa Ahndraya Parlato; ed infine Zzyzx (2016), con fotografie su Los Angeles e California.

Halpern ha ricevuto una Guggenheim Fellowship dalla fondazione Simon Guggenheim Memorial. Il suo libro Zzyzx si èa ggiudicato il premio come PhotoBook of the Year al Paris Photo–Aperture Foundation PhotoBook Awards nel 2016.

Halpern è cresciuto a Buffalo, nello stato di New York. Ha ottenuto un bachelor of Arts in storia e letteratura alla Harvard University e un Master of Fine Arts al California College of the Arts. Ha insegnato al California College of the Arts, alla Cornell University, alla School of the Museum of Fine Arts, Boston, alla Harvard University e alla Harvard Graduate School of Design. Attualmente insegna al Rochester Institute of Technology.

Fonte: traduzione da Wikipedia

Gregory Halpern (born 1977) is an American photographer and teacher. He currently teaches at the Rochester Institute of Technology and is a nominee member of Magnum Photos.

Halpern has published five books of his own work. Omaha Sketchbook (2009) is an artist’s book portrait of the titular city; Harvard Works Because We Do (2003) is a book of photographs and text, presenting a portrait of Harvard University through the eyes of the school’s service employees; A (2011) is a photographic ramble through the streets of the American Rust Belt; East of the Sun, West of the Moon is a collaboration with Halpern’s wife, the photographer Ahndraya Parlato; and Zzyzx (2016) is a book of photographs from Los Angeles.

Halpern is the recipient of a Guggenheim Fellowship from the John Simon Guggenheim Memorial Foundation. Zzyzx won PhotoBook of the Year at the 2016 Paris Photo–Aperture Foundation PhotoBook Awards.

Halpern grew up in Buffalo, New York. He holds a BA in history and literature from Harvard University and an MFA from California College of the Arts. He has taught at California College of the Arts, Cornell University, School of the Museum of Fine Arts, Boston, Harvard University and the Harvard Graduate School of Design. He currently teaches at the Rochester Institute of Technology.

Source: Wikipedia

Il lato oscuro della Russia svelatoci da Alexander Petrosyan

L’autore che vi proponiamo oggi è un fotografo di strada che vive e lavora in Russia da oltre 40 anni. E’ nato nel 1965 a S. Pietroburgo. Nella sua carriera, per la verità abbastanza recente, quanto meno come professionista, ha vinto numerosi premi a livello internazionale, ed è considerato il più grande fotografo contemporaneo russo.

Le sue immagini ci mostrano una Russia molto diversa da quella che siamo abituati a vedere nelle cartoline o in televisione, una Russia esplicita con i suoi lati oscuri, che vive per strada, che spesso è stata nascosta dal regime e che altrettanto spesso gli ha causato pesanti critiche.

Io lo trovo eccezionale. Voi che ne pensate?

Anna

Dopo aver iniziato a dedicarsi professionalmente alla fotografia nel 2000, Alexander Petrosyan si è reso conto che, per poter veramente comprendere il mondo che lo circondava, doveva prima cercare di catturarlo attraverso l’obiettivo della fotocamera, cosa in cui è perfettamente riuscito. Petrosyan prova una reale felicità nell’esplorare e ritrarre i suoi soggetti in maniera innovativa, non limitandosi a fotografare il bello, ma anche gli aspetti grotteschi della vita.

Dal 2003 al 2008 ha lavorato per la rivista My District, diventando così un vero professionista, capace di rappresentare accuratamente il tridimensionale con solo due dimensioni e descrivere gli infiniti livelli del suo ambiente in una singola fotografia.

Al momento, Petrosyan lavora come fotografo per “Kommersant” – http://www.kommersant.ru/ – (un quotidiano russo che si occupa prevalentemente di politica ed economia ndt), continuando a spingere i limiti che lo circondano e dimostrando che c’è qualcosa di straordinario persino negli aspetti apparentemente più normali della vita.

Pubblicazioni:

I lavori di Petrosyan sono stati presentati in numerose importanti pubblicazioni, tra cui ma non solo: : «Newsweek», «National Geographic», «GEO», «Russian Reporter”, “Spark”, “Money”, “Power“, “Kommersant”, “News”, “Arguments and Facts”, “Komsomolskaya Pravda”, e “Business Petersburg”.

Nel 2011, la casa editrice “The Bronze Horseman” ha pubblicato un libro con le fotografie di Petrosyan, “Peter”. Nel 2016 l’editore “Print Gallery” ha pubblicato il secondo libro, “Kunstkamera”.

Fonte: libera traduzione dal sito dell’artista

Qua trovate un’intervista rilasciata un paio d’anni fa a The Italian Magazine

 

After taking up photography in the year 2000, Alexander Petrosyan realized that, in order to truly understand the world around him, he must first try to capture it through the camera lens, something at which he has continuously succeeded. Petrosyan finds true joy in exploring and portraying his subjects in innovative ways, photographing not only the beautiful but also the grotesque aspects of life.

Working for My District magazine from 2003 to 2008, Petrosyan became a true professional, able to accurately present the three-dimensional with only two dimensions, and to illuminate the infinite levels of his environment in a single photograph.

At present,  Petrosyan is a staff photographer for “Kommersant” (http://www.kommersant.ru/), where he continues to push the limits of his surroundings, proving that there is something extraordinary about even the most, seemingly, ordinary aspects of life.

Publications

Petrosyan’s work has been featured in a multitude of acclaimed publications, including, but not limited to: «Newsweek», «National Geographic», «GEO», «Russian Reporter”, “Spark”, “Money”, “Power“, “Kommersant”, “News”, “Arguments and Facts”, “Komsomolskaya Pravda”, and “Business Petersburg”.

In 2011, the trading house “The Bronze Horseman” published a book of Petrosyan’s photographs, “Peter”. In 2016, the publishing “Print Gallery” released second book, “Kunstkamera”.

Source: the artist’s website

Here is an interview published a couple of years ago on The Italian Magazine

 

 

Patrick Willocq, le sue fotografie mi lasciano a bocca aperta

Ciao a tutti!

Oggi vi presento questo fotografo francese di origini africane.

I suoi ritratti coloratissimi sono davvero molto belli e i suoi soggetti sempre affascinanti.

A prima vista si notano l’estetica perfetta ed il sapiente uso del colore, ma in realtà le sue opere veicolano importanti messaggi sociologici e umanistici.

Ho visto una sua mostra qualche anno fa al Photolux di Lucca, le sue stampe di grandi dimensioni catturano l’occhio del fruitore. Sarei rimasta ore a guardare ogni singolo particolare di quelle immagini magnetiche e di quegli allestimenti curatissimi e perfetti.

Che ne dite?

Anna Continua a leggere

Zoe Strauss, street photography al femminile

 

 

 

Zoe Strauss è una fotografa americana ed un candidato membro di Magnum Photos. Utilizza Philadelphia come ambientazione primaria e soggetto del suo lavoro. Il curatore Peter Barberie la identifica come street photographer, come Walker Evans o Robert Frank e ha detto “la donna e l’uomo della strada, desiderosi di essere ascoltati, sono alla base della sua arte”.

Il suo libro America è stato pubblicato nel 2008 da Ammo Books.

Nel 2006 il suo lavoro è stato incluso nella biennale del Whitney e la sua personale Ramp Project: Zoe Strauss è stata in mostra all’Institute of Contemporary Art, Philadelphia Nel 2012 le è stata dedicata una retrospettiva di metà carriera, Zoe Strauss: 10 Years, in mostra al Philadelphia Museum of Art e a New York, accompagnata a Philadelphia da un’esposizione di 54 manifesti con le sue fotografie.

La Strauss ha ricevuto un  Seedling Award dalla Leeway Foundation nel 2002 e una Pew Fellowship nel 2005, nel 2007 è stata nominata USA Gund Fellow e ha ricevuto un grant da $50,000 dalla United States Artists ed infine nel 2017 le è statta assegnata una Guggenheim Fellowship.

La Strauss è nata nel 1970 a Philadelphia. Suo apdre morì quando lei aveva 5 anni. E’ stata il primo componente della sua famiglia a diplomarsi alla High School. Per il suo trentesimo compleanno le venne regalata una macchina fotografica e cominciò a fotografare i quartieri della periferia di Philadephia.

Zoe Strauss tipicamente fotografa dettagli trascurati (o intenzionalmente evitati) con una prospettiva umanista e occhio per la composizione.

Nel 1995 ha dato inizio al Philadelphia Public Art Project, un’organizzazione la cui missione è di fornire accesso all’arte ai cittadini di Philadeplhia nella loro vita quotidiana. Lei definisce il preogetto “una narrazione epica” del suo vicinato. “Quando ho iniziato a fotografare, è stato come se da qualche parte nascosto nella mia mente, io stessi aspettando proprio quello”, ha affermato.

Tra il 2000 e il 2011, il lavoro fotografico della Strauss è culminato nello show “Under I-95”, che si tenne sotto la Interstate a South Philadelphia. Esibì le sue fotografie  su pilastri di cemento sotto l’autostrada e le vendette a $5 l’una.

Frequentemente scatta fotografie vicino a quella che era la casa dei suoi nonni. Le sue fotografie includono edifici abbandonati, parcheggi vuoti e sale congressi inutilizzate a South Philadelplhia, La Strauss definisce il suo lavoro come “una narrazione  sulla bellezza e la difficoltà della vita di tutti i giorni”.

Nel Luglio 2012 è stata nominata candidata dall’agenzia Magnun Photos.

Fonte: libera traduzione da Wikipedia

Questo è il suo sito personal.

Qua trovate un articolo apparso sul New Yorker all’epoca della retrospettiva 10 Years all’International center of Photography a NY.

Zoe Strauss (born 1970) is an American photographer and a nominee member of Magnum Photos. She uses Philadelphia as a primary setting and subject for her work. Curator Peter Barberie identifies her as a street photographer, like Walker Evans or Robert Frank, and has said “the woman and man on the street, yearning to be heard, are the basis of her art.”

Her book America was published in 2008 by AMMO Books.

In 2006 her work was included in the Whitney Biennial and her solo exhibition, Ramp Project: Zoe Strauss, was shown at the Institute of Contemporary Art, Philadelphia. In 2012 a mid-career retrospective, Zoe Strauss: 10 Years, was shown at Philadelphia Museum of Art and in New York, accompanied in Philadelphia by a display of 54 billboards showing her photographs.

Strauss received a Seedling Award from the Leeway Foundation in 2002 and a Pew Fellowship in 2005, was named a 2007 USA Gund Fellow with a grant of $50,000 by United States Artists, and was awarded a Guggenheim Fellowship in 2017.

Strauss was born in 1970 in Philadelphia. Her father died when she was 5. She was the first member of her immediate family to graduate from high school. For her 30th birthday she was given a camera and started photographing in the city’s marginal neighborhoods. She is a photo-based installation artist who uses Philadelphia as a primary setting and subject for her work. Strauss typically photographs overlooked (or purposefully avoided) details with a humanist perspective and eye for composure.

In 1995, Strauss started the Philadelphia Public Art Project, a one-woman organization whose mission is to give the citizens of Philadelphia access to art in their everyday lives. Strauss calls the Project an “epic narrative” of her own neighborhood. “When I started shooting, it was as if somewhere hidden in my head I had been waiting for this,” she has said.

Between 2000 and 2011, Strauss’s photographic work culminated in a yearly “Under I-95” show which took place beneath the Interstate in South Philadelphia. She displayed her photographs on concrete pillars under the highway and sold them for $5 each.

She frequently photographs near her grandparents’ former home at 16th and Susquehanna. Her photographs include shuttered buildings, empty parking lots and vacant meeting halls in South Philadelphia. Strauss says her work is “a narrative about the beauty and difficulty of everyday life.”

In July 2012 Strauss was elected into the Magnum Photos agency as a nominee.

Source: Wikipedia

Federico Arcangeli, un nuovo autore Mu.Sa.

L’autore che vi presentiamo oggi, ci porta a Rimini, dandoci un assaggio della trasgressiva vita mondana della riviera Romagnola.

Date un’occhiata!

PLEASURE ISLAND

Rimini è una piccola città sul mare Adriatico è una rinomata località turistica, da sempre considerata la capitale della vita notturna e delle discoteche. Nonostante i tempi siano cambiati e molti locali storici siano ormai irrimediabilmente chiusi, sa ancora incantare quel popolo della notte che tanto brama la trasgressione.
Federico, attraverso le sue immagini, ci trasporta in quei locali, in quell’atmosfera sognante che solo “la riviera” sa offrire. Qui rincontriamo i personaggi Felliniani, in situazioni grottesche e divertenti, coppie che ballano e si stringono, in rituali amorosi che durano il tempo di una notte, ed eterni giovani che non invecchiano mai.
Il quadro che viene dipinto della città è quello di un paese dei balocchi, sexy, seducente ed affascinante, dove lasciarsi tentare.

 

BIO

Nasce a Rimini nel 1983. Si avvicina alla fotografia all’età di 30anni, grazie ad una vecchia Pentax a pellicola del padre. Nasce in lui, sin da subito, una passione per la street photography. Riguardo alla sua fotografia dice: “amo la gente e la sua imprevedibilità, avvicinarmi al soggetto, studiarne i movimenti, rimanere nascosto oppure intervenire nella scena. Uscire a scattare è come andare a teatro, la gente interpreta se stessa e la strada è il palcoscenico”.

Fonda il blog People_Are_Strangers e diviene membro selezionato del sito World Street Photography e membro del collettivo Romagna Street Photography.

Finalista nel 2016 del “London Street Photography”, “San Francisco Street Photography” e “Miami Street Photography Festival”. Scatta solamente a pellicola.

 

Sito web: www.federicoarcangeli.com
Blog: www.pplarestrangers.com
Instagram: www.instagram.com/vicodin

 

 

Frank Horvat, moda ma non solo!

Ciao, oggi vi presentiamo questo fotografo italiano, famoso per le sue fotografie di moda, soprattutto tra gli anni 50 e 80. Non tutti conoscono però i suoi lavori di reportage e street photography, eccezionali!

Ciao

Anna

Photography is the art of not pushing the button

Frank Horvat (Abbazia, 28 aprile 1928) è un fotografo italiano. È conosciuto per le sue foto di moda, pubblicate tra la metà degli anni cinquanta e la fine degli anni ottanta. I suoi lavori fotografici includono anche fotogiornalismo, ritratti, paesaggi, natura e scultura. Nel 1988 ha realizzato un libro di interviste con alcuni tra i più importanti fotografi, come Don McCullin, Robert Doisneau, Sarah Moon, Helmut Newton, Marc Riboud. All’inizio degli anni novanta è stato uno dei primi fotografi a sperimentare con Photoshop.

Nato da una famiglia ebraica d’Europa Centrale (suo padre Karl era un medico ungherese, sua madre Adele una psichiatra di Vienna), Horvat ha vissuto in Svizzera, in Italia, nel Pakistan, in India, in Inghilterra e negli Stati uniti. Dal 1955 vive in Francia

La carriera fotografica di Frank Horvat è stata influenzata da Henri Cartier-Bresson. Dopo averlo incontrato nel 1950, seguì il suo consiglio di sostituire la sua Rollei con una Leica e partì per un viaggio di due anni in Asia, come fotogiornalista freelance. Le fotografie di questo viaggio sono state pubblicate da Life, Réalités, Match, Picture Post, Die Woche e Revue. Una di esse è stata inclusa nella famosa esposizione Family of Man al MOMA di New York.

Come molti fotografi della sua generazione, Horvat ha capito che un apparecchio 35mm gli permetteva di lavorare più rapidamente, e che le diverse focali disponibili gli consentivano di esplorare aspetti della realtà che l’occhio nudo non coglie. Nel 1955, per esempio, dopo essersi trasferito da Londra a Parigi, ha avuto l’impressione che l’atmosfera della città e gli atteggiamenti dei suoi abitanti erano assai diversi dal romanticismo messo in rilievo dai cosiddetti “fotografi umanisti”. Questo gli diede l’idea di servirsi di un teleobiettivo, che permetteva inquadrature e avvicinamenti che non erano possibili con un obiettivo «normale». Nel 1957, la rivista svizzera Camera dedicò un intero numero a questo lavoro.

Nel 1957, Horvat sposta il suo interesse verso un altro aspetto della fotografia, producendo fotografie di moda per Jardin des Modes. A questo fine si serve di una Leica, apparecchio raramente utilizzato per la moda. L’innovazione è bene accolta dagli stilisti del ready-to-wear, perché permette di presentare le loro creazioni in un contesto più quotidiano, cioè proprio quello per cui sono concepite. Negli anni seguenti, Horvat riceve incarichi simili da Elle a Parigi, Vogue a Londra, Harper’s Bazaar a New York e altre riviste del genere.

Tra il 1962 e il 1963, Horvat torna al fotogiornalismo, con un viaggio attorno al mondo per la rivista tedesca Revue. In seguito sperimenta con il cinema e la video. Nel 1976 decide di diventare “cliente di se stesso” producendo tre lavori personali: Portraits of Trees (1976–82), Very Similar (1982-86) e New York up and down (1982–87), che chiama «il suo trittico» benché queste imprese siano molto diverse tra loro. I tre lavori sono a colori.

Negli anni ’80, Horvat soffre di un disturbo ad un occhio e per qualche tempo deve sostituire la sua vista con l’udito. Questo handicap gli suggerisce un nuovo progetto: una serie di interviste con altri fotografi, come Edouard Boubat, Robert Doisneau, Mario Giacomelli, Josef Koudelka, Don McCullin, Sarah Moon, Helmut Newton, Marc Riboud, Jean-Loup Sieff e Joel-Peter Witkin. Il libro che le riunisce è pubblicato in Francia sotto il titolo Entre Vues.

Negli anni ’90, Horvat si decide ad un altro cambiamento radicale, adottando l’informatica. Per cominciare, con Yao the Cat (1993), poi con Bestiary (1994) e Ovid’s Metamorphoses (1995), in cui trasgredisce la regola bressoniana del “momento decisivo”, e combina immagini (o frammenti di immagini) realizzate a momenti ed in luoghi diversi. La novità non è tanto il fotomontaggio – già praticato nell’Ottocento – quanto l’ambiguità creata da queste composizioni che quasi non rivelano l’artificio, anche se Horvat riconosce che potrebbero essere considerate estranee alla fotografia.[3] È in parte per questo che Horvat non prosegue in questa direzione, che riprende solo 14 anni più tardi con il progetto A Trip to Carrara.

La complementarità tra fotografia tradizionale – prima analogica, poi digitale – e postproduzione informatica diventa evidente nel suo saggio Figures Romanes (pubblicato nel 2000, con un testo di Michel Pastoureau). Questa raccolta di immagini è il risultato di 2 anni di ricerca sulla scultura romanica in Francia (XI et XII secolo).

I tre progetti successivi di Frank Horvat sono forse il suo lavoro più personale. 1999 è un foto-diario dell’ultimo anno del millennio, fatto con un piccolo apparecchio analogico destinato ai dilettanti.

In seguito, con La Véronique (2002-2003), Horvat integra nel suo lavoro gli effetti di un problema cardiaco di cui soffre in quegli anni, limitandosi a fotografare, con la sua prima Nikon digitale, in un raggio di 30 metri nella sua casa in Provenza o nelle immediate vicinanze.

Eye at the fingertips è un progetto che inizia nel 2006 e che è ancora in fase di realizzazione. Tutte fotografie sono fatte con una fotocamera digitale compatta, molto più leggera e introdotta appunto in quegli anni.

Nei tre progetti, Horvat esplora i piccoli miracoli della vita quotidiana, contro la tendenza di quella fotografia che tende a mettere in mostra quello che sembra eccezionale o estremo. Ma ciò che soprattutto lo interessa è che queste immagini, che potrebbero essere prese per dei “candid shoots” e che sono fatte con un apparecchio che ogni dilettante può acquistare, rappresentano invece la somma delle sue esperienze visuali ed emozionali, ridotte alla loro essenza da una rigorosa eliminazione di tutto ciò che lui – nei momenti in cui le scatta, le seleziona e le ritocca – giudica superfluo o distraente.

La sua più recente impresa è un’Applicazione per iPad, intitolata Horvatland, ‘’un viaggio attraverso un mente’’ che riunisce più di 2000 fotografie prodotte nel corso di 65 anni, 200.000 parole di testo e 20 ore di commenti.

Nel 2008, Frank Horvat ha ricevuto il premio della Fondazione del Centenario di Lugano (Svizzera) per il suo contributo alla cultura europea.

Fonte Wikipedia

Questo è il suo sito con la sua opera completa.