Zoe Strauss, street photography al femminile

 

 

 

Zoe Strauss è una fotografa americana ed un candidato membro di Magnum Photos. Utilizza Philadelphia come ambientazione primaria e soggetto del suo lavoro. Il curatore Peter Barberie la identifica come street photographer, come Walker Evans o Robert Frank e ha detto “la donna e l’uomo della strada, desiderosi di essere ascoltati, sono alla base della sua arte”.

Il suo libro America è stato pubblicato nel 2008 da Ammo Books.

Nel 2006 il suo lavoro è stato incluso nella biennale del Whitney e la sua personale Ramp Project: Zoe Strauss è stata in mostra all’Institute of Contemporary Art, Philadelphia Nel 2012 le è stata dedicata una retrospettiva di metà carriera, Zoe Strauss: 10 Years, in mostra al Philadelphia Museum of Art e a New York, accompagnata a Philadelphia da un’esposizione di 54 manifesti con le sue fotografie.

La Strauss ha ricevuto un  Seedling Award dalla Leeway Foundation nel 2002 e una Pew Fellowship nel 2005, nel 2007 è stata nominata USA Gund Fellow e ha ricevuto un grant da $50,000 dalla United States Artists ed infine nel 2017 le è statta assegnata una Guggenheim Fellowship.

La Strauss è nata nel 1970 a Philadelphia. Suo apdre morì quando lei aveva 5 anni. E’ stata il primo componente della sua famiglia a diplomarsi alla High School. Per il suo trentesimo compleanno le venne regalata una macchina fotografica e cominciò a fotografare i quartieri della periferia di Philadephia.

Zoe Strauss tipicamente fotografa dettagli trascurati (o intenzionalmente evitati) con una prospettiva umanista e occhio per la composizione.

Nel 1995 ha dato inizio al Philadelphia Public Art Project, un’organizzazione la cui missione è di fornire accesso all’arte ai cittadini di Philadeplhia nella loro vita quotidiana. Lei definisce il preogetto “una narrazione epica” del suo vicinato. “Quando ho iniziato a fotografare, è stato come se da qualche parte nascosto nella mia mente, io stessi aspettando proprio quello”, ha affermato.

Tra il 2000 e il 2011, il lavoro fotografico della Strauss è culminato nello show “Under I-95”, che si tenne sotto la Interstate a South Philadelphia. Esibì le sue fotografie  su pilastri di cemento sotto l’autostrada e le vendette a $5 l’una.

Frequentemente scatta fotografie vicino a quella che era la casa dei suoi nonni. Le sue fotografie includono edifici abbandonati, parcheggi vuoti e sale congressi inutilizzate a South Philadelplhia, La Strauss definisce il suo lavoro come “una narrazione  sulla bellezza e la difficoltà della vita di tutti i giorni”.

Nel Luglio 2012 è stata nominata candidata dall’agenzia Magnun Photos.

Fonte: libera traduzione da Wikipedia

Questo è il suo sito personal.

Qua trovate un articolo apparso sul New Yorker all’epoca della retrospettiva 10 Years all’International center of Photography a NY.

Zoe Strauss (born 1970) is an American photographer and a nominee member of Magnum Photos. She uses Philadelphia as a primary setting and subject for her work. Curator Peter Barberie identifies her as a street photographer, like Walker Evans or Robert Frank, and has said “the woman and man on the street, yearning to be heard, are the basis of her art.”

Her book America was published in 2008 by AMMO Books.

In 2006 her work was included in the Whitney Biennial and her solo exhibition, Ramp Project: Zoe Strauss, was shown at the Institute of Contemporary Art, Philadelphia. In 2012 a mid-career retrospective, Zoe Strauss: 10 Years, was shown at Philadelphia Museum of Art and in New York, accompanied in Philadelphia by a display of 54 billboards showing her photographs.

Strauss received a Seedling Award from the Leeway Foundation in 2002 and a Pew Fellowship in 2005, was named a 2007 USA Gund Fellow with a grant of $50,000 by United States Artists, and was awarded a Guggenheim Fellowship in 2017.

Strauss was born in 1970 in Philadelphia. Her father died when she was 5. She was the first member of her immediate family to graduate from high school. For her 30th birthday she was given a camera and started photographing in the city’s marginal neighborhoods. She is a photo-based installation artist who uses Philadelphia as a primary setting and subject for her work. Strauss typically photographs overlooked (or purposefully avoided) details with a humanist perspective and eye for composure.

In 1995, Strauss started the Philadelphia Public Art Project, a one-woman organization whose mission is to give the citizens of Philadelphia access to art in their everyday lives. Strauss calls the Project an “epic narrative” of her own neighborhood. “When I started shooting, it was as if somewhere hidden in my head I had been waiting for this,” she has said.

Between 2000 and 2011, Strauss’s photographic work culminated in a yearly “Under I-95” show which took place beneath the Interstate in South Philadelphia. She displayed her photographs on concrete pillars under the highway and sold them for $5 each.

She frequently photographs near her grandparents’ former home at 16th and Susquehanna. Her photographs include shuttered buildings, empty parking lots and vacant meeting halls in South Philadelphia. Strauss says her work is “a narrative about the beauty and difficulty of everyday life.”

In July 2012 Strauss was elected into the Magnum Photos agency as a nominee.

Source: Wikipedia

Federico Arcangeli, un nuovo autore Mu.Sa.

L’autore che vi presentiamo oggi, ci porta a Rimini, dandoci un assaggio della trasgressiva vita mondana della riviera Romagnola.

Date un’occhiata!

PLEASURE ISLAND

Rimini è una piccola città sul mare Adriatico è una rinomata località turistica, da sempre considerata la capitale della vita notturna e delle discoteche. Nonostante i tempi siano cambiati e molti locali storici siano ormai irrimediabilmente chiusi, sa ancora incantare quel popolo della notte che tanto brama la trasgressione.
Federico, attraverso le sue immagini, ci trasporta in quei locali, in quell’atmosfera sognante che solo “la riviera” sa offrire. Qui rincontriamo i personaggi Felliniani, in situazioni grottesche e divertenti, coppie che ballano e si stringono, in rituali amorosi che durano il tempo di una notte, ed eterni giovani che non invecchiano mai.
Il quadro che viene dipinto della città è quello di un paese dei balocchi, sexy, seducente ed affascinante, dove lasciarsi tentare.

 

BIO

Nasce a Rimini nel 1983. Si avvicina alla fotografia all’età di 30anni, grazie ad una vecchia Pentax a pellicola del padre. Nasce in lui, sin da subito, una passione per la street photography. Riguardo alla sua fotografia dice: “amo la gente e la sua imprevedibilità, avvicinarmi al soggetto, studiarne i movimenti, rimanere nascosto oppure intervenire nella scena. Uscire a scattare è come andare a teatro, la gente interpreta se stessa e la strada è il palcoscenico”.

Fonda il blog People_Are_Strangers e diviene membro selezionato del sito World Street Photography e membro del collettivo Romagna Street Photography.

Finalista nel 2016 del “London Street Photography”, “San Francisco Street Photography” e “Miami Street Photography Festival”. Scatta solamente a pellicola.

 

Sito web: www.federicoarcangeli.com
Blog: www.pplarestrangers.com
Instagram: www.instagram.com/vicodin

 

 

Frank Horvat, moda ma non solo!

Ciao, oggi vi presentiamo questo fotografo italiano, famoso per le sue fotografie di moda, soprattutto tra gli anni 50 e 80. Non tutti conoscono però i suoi lavori di reportage e street photography, eccezionali!

Ciao

Anna

Photography is the art of not pushing the button

Frank Horvat (Abbazia, 28 aprile 1928) è un fotografo italiano. È conosciuto per le sue foto di moda, pubblicate tra la metà degli anni cinquanta e la fine degli anni ottanta. I suoi lavori fotografici includono anche fotogiornalismo, ritratti, paesaggi, natura e scultura. Nel 1988 ha realizzato un libro di interviste con alcuni tra i più importanti fotografi, come Don McCullin, Robert Doisneau, Sarah Moon, Helmut Newton, Marc Riboud. All’inizio degli anni novanta è stato uno dei primi fotografi a sperimentare con Photoshop.

Nato da una famiglia ebraica d’Europa Centrale (suo padre Karl era un medico ungherese, sua madre Adele una psichiatra di Vienna), Horvat ha vissuto in Svizzera, in Italia, nel Pakistan, in India, in Inghilterra e negli Stati uniti. Dal 1955 vive in Francia

La carriera fotografica di Frank Horvat è stata influenzata da Henri Cartier-Bresson. Dopo averlo incontrato nel 1950, seguì il suo consiglio di sostituire la sua Rollei con una Leica e partì per un viaggio di due anni in Asia, come fotogiornalista freelance. Le fotografie di questo viaggio sono state pubblicate da Life, Réalités, Match, Picture Post, Die Woche e Revue. Una di esse è stata inclusa nella famosa esposizione Family of Man al MOMA di New York.

Come molti fotografi della sua generazione, Horvat ha capito che un apparecchio 35mm gli permetteva di lavorare più rapidamente, e che le diverse focali disponibili gli consentivano di esplorare aspetti della realtà che l’occhio nudo non coglie. Nel 1955, per esempio, dopo essersi trasferito da Londra a Parigi, ha avuto l’impressione che l’atmosfera della città e gli atteggiamenti dei suoi abitanti erano assai diversi dal romanticismo messo in rilievo dai cosiddetti “fotografi umanisti”. Questo gli diede l’idea di servirsi di un teleobiettivo, che permetteva inquadrature e avvicinamenti che non erano possibili con un obiettivo «normale». Nel 1957, la rivista svizzera Camera dedicò un intero numero a questo lavoro.

Nel 1957, Horvat sposta il suo interesse verso un altro aspetto della fotografia, producendo fotografie di moda per Jardin des Modes. A questo fine si serve di una Leica, apparecchio raramente utilizzato per la moda. L’innovazione è bene accolta dagli stilisti del ready-to-wear, perché permette di presentare le loro creazioni in un contesto più quotidiano, cioè proprio quello per cui sono concepite. Negli anni seguenti, Horvat riceve incarichi simili da Elle a Parigi, Vogue a Londra, Harper’s Bazaar a New York e altre riviste del genere.

Tra il 1962 e il 1963, Horvat torna al fotogiornalismo, con un viaggio attorno al mondo per la rivista tedesca Revue. In seguito sperimenta con il cinema e la video. Nel 1976 decide di diventare “cliente di se stesso” producendo tre lavori personali: Portraits of Trees (1976–82), Very Similar (1982-86) e New York up and down (1982–87), che chiama «il suo trittico» benché queste imprese siano molto diverse tra loro. I tre lavori sono a colori.

Negli anni ’80, Horvat soffre di un disturbo ad un occhio e per qualche tempo deve sostituire la sua vista con l’udito. Questo handicap gli suggerisce un nuovo progetto: una serie di interviste con altri fotografi, come Edouard Boubat, Robert Doisneau, Mario Giacomelli, Josef Koudelka, Don McCullin, Sarah Moon, Helmut Newton, Marc Riboud, Jean-Loup Sieff e Joel-Peter Witkin. Il libro che le riunisce è pubblicato in Francia sotto il titolo Entre Vues.

Negli anni ’90, Horvat si decide ad un altro cambiamento radicale, adottando l’informatica. Per cominciare, con Yao the Cat (1993), poi con Bestiary (1994) e Ovid’s Metamorphoses (1995), in cui trasgredisce la regola bressoniana del “momento decisivo”, e combina immagini (o frammenti di immagini) realizzate a momenti ed in luoghi diversi. La novità non è tanto il fotomontaggio – già praticato nell’Ottocento – quanto l’ambiguità creata da queste composizioni che quasi non rivelano l’artificio, anche se Horvat riconosce che potrebbero essere considerate estranee alla fotografia.[3] È in parte per questo che Horvat non prosegue in questa direzione, che riprende solo 14 anni più tardi con il progetto A Trip to Carrara.

La complementarità tra fotografia tradizionale – prima analogica, poi digitale – e postproduzione informatica diventa evidente nel suo saggio Figures Romanes (pubblicato nel 2000, con un testo di Michel Pastoureau). Questa raccolta di immagini è il risultato di 2 anni di ricerca sulla scultura romanica in Francia (XI et XII secolo).

I tre progetti successivi di Frank Horvat sono forse il suo lavoro più personale. 1999 è un foto-diario dell’ultimo anno del millennio, fatto con un piccolo apparecchio analogico destinato ai dilettanti.

In seguito, con La Véronique (2002-2003), Horvat integra nel suo lavoro gli effetti di un problema cardiaco di cui soffre in quegli anni, limitandosi a fotografare, con la sua prima Nikon digitale, in un raggio di 30 metri nella sua casa in Provenza o nelle immediate vicinanze.

Eye at the fingertips è un progetto che inizia nel 2006 e che è ancora in fase di realizzazione. Tutte fotografie sono fatte con una fotocamera digitale compatta, molto più leggera e introdotta appunto in quegli anni.

Nei tre progetti, Horvat esplora i piccoli miracoli della vita quotidiana, contro la tendenza di quella fotografia che tende a mettere in mostra quello che sembra eccezionale o estremo. Ma ciò che soprattutto lo interessa è che queste immagini, che potrebbero essere prese per dei “candid shoots” e che sono fatte con un apparecchio che ogni dilettante può acquistare, rappresentano invece la somma delle sue esperienze visuali ed emozionali, ridotte alla loro essenza da una rigorosa eliminazione di tutto ciò che lui – nei momenti in cui le scatta, le seleziona e le ritocca – giudica superfluo o distraente.

La sua più recente impresa è un’Applicazione per iPad, intitolata Horvatland, ‘’un viaggio attraverso un mente’’ che riunisce più di 2000 fotografie prodotte nel corso di 65 anni, 200.000 parole di testo e 20 ore di commenti.

Nel 2008, Frank Horvat ha ricevuto il premio della Fondazione del Centenario di Lugano (Svizzera) per il suo contributo alla cultura europea.

Fonte Wikipedia

Questo è il suo sito con la sua opera completa.

 

 

Essere fotografi in guerra.

SYRIA-CONFLICTDa febbraio sono stati  intensificati i bombardamenti in Siria. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, più di 550 civili sono morti, moltissimi bambini.

Il fotoreporter  Abdulmonam Eassa (AFP), ha raccontato attraverso il proprio diario, cosa accade in Siria, cosa accade in prima linea e come ci si sente da fotografi.

Vi faccio leggere il testo scritto da Abdulmonam Eassa, fotografo e uomo coinvolto nel massacro.

Lunedì 19 febbraio 2018

I bombardamenti sulla Ghouta orientale, oggi, hanno causato 127 morti. Oggi un razzo è caduto molto vicino a noi. Vado a dare un’occhiata. L’intera area sembra essere stata bruciata. Durante i primi secondi, pensi che nessuno sia morto, vedi solo cenere e distruzione. Questo perché le persone si nascondono non appena sentono il suono di un razzo o di un aereo. Ma dopo pochi secondi comici a vedere i primi segni di vita.

Vedo una donna che esce da un edificio distrutto con quattro bambini. Stanno urlando. Uno dei bambini porta un taccuino o un libro, forse un Corano, non ricordo.

I volontari della Protezione civile siriana noti come “elmetti bianchi” arrivano e iniziano a scavare tra le macerie. Vedo uno di loro che porta un bambino. Sono scioccato dal fatto che qualcuno così giovane sia stato ferito.

Dovrei aiutarlo o continuare a fotografare? È una domanda che mi pongo continuamente.

Continuo a scattare fotografie e guardo la mia macchina fotografica per vedere come sono uscite. All’improvviso vedo un mio cognato che mi fissa da una delle immagini. È in piedi vicino alla porta di un edificio, urlando per chiedere aiuto. È ferito, non mi ero nemmeno reso conto che fosse lui mentre scattavo la foto, solo dopo, quando ho controllato rapidamente lo scatto ci ho fatto caso. Cosa dovrei fare?

Sto per andarmene quando vedo un dei Caschi bianchi, candidati a premio Nobel per la Pace nel 2006, trasportare un bambino. Mi rendo conto che è il figlio di un amico. Mi sbrigo e lo porto, correndo all’ospedale. Il bambino sembra tenermi stretto, non vuole lasciarmi andare. Quando entriamo voglio scattargli una foto, ma lui non vuole lasciarmi la mano. Riesco a liberare la mia mano, ma lui continua a tendere la sua mano verso di me. Riesco a sentire me stesso piangere.

Dopo mezz’ora mi dirigo verso casa, a circa 700 metri di distanza. Dopo circa 200 metri, vedo che l’area in cui vivo è stata bombardata. Improvvisamente mi sale il panico. La mia famiglia vive lì! E se uno di loro fosse morto?

Mi sbrigo e vedo che l’edificio in cui vivono le mie sorelle e altri parenti è stato colpito. È coperto di polvere e non riesco a vedere nulla. Più mi avvicino, più la paura si impossessa del mio corpo. Lascio la moto in mezzo alla strada e corro dentro casa. Vedo uno dei miei fratelli. “Mamma sta bene?”, chiedo. “Sì”, risponde.

“Tutti gli altri stanno bene?”, chiedo. “Sì”, mi risponde. Sto per tirare un sospiro di sollievo quando mi accorgo di una figura stesa a terra con la coda dell’occhio. È un mio amico. Ha una ferita alla testa. È morto. Ma dobbiamo lasciare il suo corpo lì perché ci sono bambini feriti che devono essere portati in ospedale. Non riesco a scattare foto di scene come questa.

Do un’occhiata dall’altra parte della strada. Vedo una donna che indossa un abito da preghiera. La sua faccia sta sanguinando. Improvvisamente mi rendo conto che è una delle mie sorelle. Altre due parenti sono in piedi accanto a lei, anch’esse ferite. Cerco di calmare mia sorella. Non indossa più le scarpe, quindi voglio portargliele, ma lei mi dice di non preoccuparmi, camminerà a piedi scalzi. Porto lei e gli altri all’ospedale, poi porto mia madre e altri fratelli a Daraya. Infine torno a dare un’occhiata alla nostra casa.

Le porte e le finestre sono completamente distrutte. Do un’occhiata in giro e mi rendo conto che non mi interessa più la morte. C’è di nuovo un aereo nel cielo, un bombardamento potrebbe arrivare da un momento all’altro ma non ho paura. Sono stato ferito al punto in cui non posso più provare dolore.

La mia famiglia trascorre la notte in un’altra casa. Nessuno dorme davvero. Mentre scrivo queste parole, riesco a sentire gli aerei nel cielo. L’edificio sta tremando. I pensieri continuano a scoppiarmi nella testa. Cosa accadrebbe se una persona che amo dovesse morire e io invece restassi vivo? Come sopporterò il dolore? Io mollo.

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Martedì 20 febbraio 2018

Gli attacchi alla Ghouta orientale uccidono 128 civili, tra cui 29 bambini. Un altro ospedale, Arbin, è stato messo fuori combattimento.

L’agenzia per l’infanzia delle Nazioni Unite UNICEF rilascia una dichiarazione: “Nessuna parola renderà giustizia ai bambini uccisi, alle loro madri, ai loro padri e ai loro cari”, dice.

Vado in ospedale perché so che la situazione è terribile. Nessuno ha mangiato per un giorno. Cammino in una stanza, è pieno di cadaveri. Alcuni sono morti ieri, alcuni anche prima ma non sono ancora stati seppelliti.

Riesco a dormire per alcune ore in ospedale. So che tra poche ore inizierà la solita routine: aerei, bombardamenti, bombe, civili feriti, orrore. Ma sono ancora forte. Posso ancora uscire e fare foto. Non so come … Ma posso.

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Mercoledì 21 febbraio 2018

Il capo delle Nazioni Unite Antonio Guterres descrive ciò che sta accadendo nella Ghouta orientale come “l’inferno sulla terra”.

Entriamo nel quartiere di Saqba dopo un bombardamento condotto con un barile-bomba. Una donna e i suoi figli stanno piangendo. Un uomo è bloccato tra le macerie di due muri di un edificio distrutto. Mentre siamo qui, a due strade di distanza, scoppia una seconda bomba. Non riesco a mettere a fuoco. Sembra che ci sia un’enorme nuvola sopra la mia testa …

Dopo un po’ torno nel mio quartiere. Un aereo russo l’ha colpito. Le persone stanno urlando. Non sanno come affrontare una situazione come questa. Me ne rendo conto perché per lavoro seguo la morte e la distruzione. Mi avvicino a un edificio. Un ragazzo e una ragazza sono bloccati tra due muri di un edificio crollato. Vedo le loro gambe penzolare. Controllo l’area per accertarmi che sia sicura. Tiro fuori prima il ragazzo e poi anche la ragazza.

Salgo sul tetto per avere una vista migliore. Tutto sta bruciando. Sembra che non ci siano zone non bombardate – Saqba, Misraba, Douma, Kafr Batna … sembra che l’intera area stia bruciando.

I miei vicini gridano che ci sono altri bambini sotto le macerie. Metto via la macchina fotografica e mi dirigo dove mi indicano. A volte fotografo e talvolta aiuto a tirare fuori le persone. Non ho una formula fissa per quando faccio cosa.

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Giovedì 22 febbraio 2018

La cancelliera tedesca Angela Merkel chiede la fine del “massacro” in Siria. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU non approva una risoluzione sul cessate il fuoco a causa delle obiezioni della Russia, alleata del presidente siriano Bashar al-Assad.

Sono passati quattro giorni da quando sono iniziati i bombardamenti. Tutti hanno paura.

Mi sveglio alle 6:00 del mattino. C’è tranquillità. Ovunque c’è distruzione. La gente inizia a uscire dai rifugi, a controllare i danni e a cercare di procurarsi del cibo. Mezz’ora dopo c’è quel suono che tutti temono: un aereo nel cielo. Inizia il bombardamento. Le persone tornano ai loro rifugi.

Ci sono così tante persone che mancano all’appello. Sembra che tutti stiano cercando i loro parenti. Alcuni sono morti, altri si nascondono, ma la comunicazione è difficile.

Non ho elettricità. Cerco di ricaricare le mie macchine fotografiche e il mio computer. Ho bisogno di loro, non posso lavorare senza.

Gli ospedali hanno perso il conto del numero di morti e feriti. Alcune persone sono ancora bloccate sotto le macerie. I volontari della Protezione civile stanno facendo del loro meglio, ma non riescono a raggiungere alcune zone a causa dei bombardamenti.

Il numero di martiri è salito a oltre 300. La situazione è così brutta. Dio ci aiuti.

Sono le 15:00. Mentre registro questo messaggio, gli aerei non hanno mai smesso di bombardare. Nessuna area è stata risparmiata. Gli elmetti bianchi sono davvero in difficoltà. Molti dei loro veicoli sono danneggiati. È molto difficile.

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Venerdì 23 febbraio 2018

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite posticipa un voto su una tregua nella Ghouta orientale.

Le persone si stanno rannicchiando nei rifugi. Tutti sono sotto shock. Non riusciamo più a capire nulla. Tutto è fuori servizio. Non posso credere al cambiamento che quattro giorni di bombardamento è riuscito a portare. L’intera area è differente, cancellata. Le strade non ci sono più. Sono pieni di polvere, macerie. Solo le ambulanze continua a percorrerle.

Forse piangere non aiuta, ma oggi piango. Non riesco a dire altro.

Per favore, qualcuno fermi la carneficina. Per favore, qualcuno deve fermare quello che sta succedendo qui!

Ma la vita va avanti. Oggi tiriamo fuori quattro bambini da sotto un edificio completamente distrutto. Non dimenticherò mai le cose a cui ho assistito qui. Se sopravvivo.

Sabato 24 febbraio, il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha approvato una risoluzione per il cessate il fuoco, che chiede “senza indugio” una tregua per consentire aiuti nell’area. Ma i raid aerei sono proseguiti e hanno provocato altre vittime. Lunedì (26 febbraio) la Russia ha annunciato una “pausa umanitaria” di cinque ore al giorno e corridoi per la partenza dei civili.

Testo del diario preseo da www.tpi.it/

 

 

 

Una nuova autrice Mu.Sa.: Alessandra Calò

Ciao a tutti,

la fotografa che vi presentiamo oggi si chiama Alessandra Calò. Le sue opere sono davvero particolari, al confine tra fotografia e arte contemporanea.

Date un’occhiata!

Kochan

Un corpo è un territorio da esplorare, ma non sempre disponiamo delle coordinate giuste e spesso vaghiamo in un percorso di prove ed errori, alla ricerca della nostra identità. Ogni luogo incontrato apre nuove possibilità di essere e diventare: superati i limiti, le strade già battute, l’essenza può emergere in tutta la propria forza, vergine come una terra di frontiera.
 A ciascuno di noi spetta il compito di vagare per riconoscerci negli scogli, negli angoli e nei sensi vietati, così da rientrare a casa trasfigurati e sconvolgenti per chi vorrebbe ritorni più familiari.
Fossimo come le piante incapaci di muoversi, smetteremmo di trasformarci ad ogni passo battuto sul selciato.

 

Bio

Alessandra Calò crea opere fra l’arte contemporanea e la fotografia. Nei suoi lavori, riporta alla luce antiche tecniche di stampa e reinterpreta materiali preesistenti quali ritratti di famiglia e documenti d’archivio.

Tra i suoi progetti ricordiamo: Gli oggetti ci parlano, commissionato dai Musei Civici di Reggio Emilia per l’installazione curata dall’architetto Italo Rota durante il festival Fotografia Europea (2013); Officine Meccaniche Reggiane, commissionato dal Comune di Reggio Emilia per l’inaugurazione del Tecnopolo e segnalato dalla Giuria Internazionale del Premio Celeste (2014); Inventario Equestre, commissionato dalla Fondazione Giovanni Lindo Ferretti in occasione dello spettacolo “Saga – Il canto dei canti”, ed esposto presso i Chiostri Benedettini di San Pietro di Reggio Emilia (2015); Diplopia, esposto per Les Rencontres d’Arles (2015); NDT No Destructive Testing esposto presso l’Università di Nimes (2016) e vincitore di Confini.
Nel 2014 viene invitata dall’artista tedesco Roman Kroke a collaborare per il progetto The Dance of Resistance – Adolf Reichwein, a biography in movement per la State Ballet School of Berlin;  vince la sezione OFF di Fotografia Europea con il progetto Secret Garden, successivamente esposto in gallerie, festival e fiere internazionali (Unseen, Amsterdam; Carrousel du Louvre, Parigi; OnPhotography, Locarno, Svizzera; Open House, Roma) e aggiudicandosi Premio O.R.A. (2015) e Combat Prize (2016).
Nel 2015 riceve l’incarico dal Comitato Scientifico di Fotografia Europea (Walter Guadagnini, Elio Grazioli, Diane Dufour) di produrre un’opera ispirata ai 50 anni dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia. Il progetto, denominato Fotoscopia, viene inserito nel circuito ufficiale del Festival ed esposto presso la Galleria Parmeggiani. Lo stesso, arriva tra le opere finaliste del Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee e successivamente esposto nella storica galleria svizzera ConsArc, grazie alla quale viene acquisito dalla Fondazione Artphilein di Lugano.
Nel 2017 viene invitata dall’Ambasciata Italiana in residenza d’artista a Madrid presso l’Istituto Italiano di Cultura; riceve la Menzione d’Onore all’ IPA – International Photographic Award – con l’opera Les Inconnues; viene invitata al Festival di fotografia contemporanea Circulations, presso la galleria Cetequatre di Parigi, vincendo il Premio Editoriale Tribew con il progetto Kochan.
Parallelamente alle sue ricerche artistiche, lavora come fotografa freelance nel campo commerciale o curando la fotografia per altri artisti. Alcune interviste e progetti sono stati pubblicati su importanti riviste di settore (Images, Private Magazine, Tableau, Rivista Segno, Artribune, Art Revenant, Exibart, Espoarte, Juliet) ed alcune Opere vengono scelte per servizi pubblicati su riviste di lifestyle e informazione (Marie Claire Maison, Abitare, Elle Decoration, Left, Vogue, L’Espresso, Tustyle, Schoener-Wohnen, D Repubblica).

National Geographic Photo Ark. Mi piace questo utilizzo della fotografia.

Ho letto di questo progetto di Joel Sartore, storico fotografo di National Geographic e, da amante degli animali quale sono, mi ha subito incuriosito e appassionato.

In pratica Sartore, in collaborazione con National Geographic,  sta utilizzando la fotografia per creare una banca dati mondiale sulla biodiversità, appunto un’Arca di Noè fotografica.

In 11 anni ha inserito nella più grande arca fotografica della biodiversità globale i primi piani di 7.407 specie animali. Lo scopo è di immortalare tutte quelle che vivono in cattività, prima che molte di esse si estinguano. Parliamo di circa 15.000 specie.

Come spiega Sartore, il progetto è nato nel 2005, quando la moglie si è ammalata di cancro. La sua carriera di fotografo di National Geographic ha subito un drastico stop, poichè Joel ha dovuto rimanere a casa per occuparsi dei figli.

Ora sono passati oltre 10 anni e la moglie è guarita, ma Sartore ammette che in quel periodo ha sviluppato una maggiore consapevolezza sulla fragilità e precarietà della vita.

Vita, non solo a livello di esseri umani, ma anche delle migliaia di specie animali che ci circondano e che stanno andando verso un’estinzione di massa.

Il suo scopo è innalzare il livello di consapevolezza e di attenzione dell’opinione pubblica nei confronti di quella che gli esperti deinifiscono la “sesta estinzione di massa” delle specie animali.

I suoi ritratti sono semplici, dei primi piani su sfondo bianco o nero, in cui gli animali sembrano gardarci negli occhi.

E’ possibile, per chi lo desidera, sostenere questo progetto comprando libri, stampe, facendo donazioni, o anche sostenendo lo zoo che ci sta più vicino.

Se vi interessa approfondire, sul sito di Sartore, trovate tutte le informazioni su di lui e sul progetto Photo Ark, comprese le fotografie che finora ne fanno parte.

Ciao

Anna

Tutte le immagini contenute in questo articolo sono di proprietà di Joel Sartore.

Conoscete questa fotografa spagnola?

Ciao a tutti,

oggi vi voglio presentare questa fotografa spagnola, i cui lavori mi hanno colpito molto. Qua ne trovate solo una selezione, ma guardate il suo sito perché ce ne sono davvero molti e tutti interessanti.

Mi piace davvero molto questo suo modo di mischiare realtà e finzione, stando in bilico tra documentazione e storytelling. A voi?

Anna

 

Cristina de Middel (nata nel 1975 ad Alicante, Spagna) è una fotografa documentaria e artista che vive e lavora a Londra.

Nel suo primo libro, The Afronauts, la de Middel mescola miti e fatti, realtà e finzione. Nel 1964, dopo aver ottenuto l’indipendenza, lo Zambia diede inizio ad un programma spaziale per inviare il primo astronauta africano sulla luna. LA De Middel accompagna le sue belle fotografie a colori con documenti manipolati, disegni e riproduzioni di lettere, presentandole quasi come folclore mischiato ad illustrazioni di moda e disegni tecnici.

Cristina De Middela ha ottenuto un Master in Fotografia alla University of Oklahoma (2000), una laurea in Belle Arti all’Università di Valencia, Spagna (2001) e una laurea in fotogiornalismo alla Polytechnic University  di Barcellona, Spangna (2002). Oltre a svolgere i suoi progetti personali, la De Middel ha lavorato per riviste quali Esquire e Foam e per diverse NGO. Il suo lavoro le è valso il National Prize for Photojournalism Juan Cancelo (2009), il Fnac’s photographic talent (2009) and il Women in Photography Humble Arts Project Grant (2011). E’ stata finalista alla Open Call GuatePhoto, Guatemala (2012), vincitrice al PhotoPholio del festival Recontres de la Photographie, Arles, nel 2012, diove è poi tornata come artista partecipante l’anno successivo.

E’ stata anche finalista al premio Deutsche Börse Photography e ha vinto l’Infinity Award dell’International Center of Photography di New York per la migliore pubblicazine nel 2012. L’ultimo libro di Cristina De Middel, “Party” si è aggiudicato il premio come miglior libro di fotografia nella categoria International a PhotoEspaña 2014.

Fonte: libera traduzione da Spanish Contemporary Art Network

Questo è il suo sito, date un’occhiata a tutti i suoi lavori: http://www.lademiddel.com/

Qua trovate un’intervista rilasciata a Vogue nel 2013

 

Cristina de Middel (born in 1975 in Alicante, Spain) is a documentary photographer and artist who lives and works in London, UK

In her first book, The Afronauts, De Middel engages with myths and facts, reality and fiction. In 1964, after gaining independence, Zambia initiated a space program to send the first African astronaut to the moon. De Middel accompanies her beautiful color photographs with manipulated documents, drawings and reproductions of letters, presenting them as almost folkloric inlaid with fashion illustrations and technical drawings.

Cristina De Middel holds a Masters in Photography from the University of Oklahoma (2000), has a degree in Fine Arts from the University of Valencia, Spain (2001), and has a degree in Photojournalism at the Polytechnic University of Barcelona, Spain (2002). In addition to personal projects, De Middel has worked for publications such as Esquire and Foam and various NGOs. Her work has been recognized with the National Prize for Photojournalism Juan Cancelo (2009), Fnac’s photographic talent (2009) and Women in Photography Humble Arts Project Grant (2011). She was finalist in the Open Call GuatePhoto, Guatemala (2012), winner of PhotoPholio in Recontres de la Photographie, Arles, in 2012 and returned there as a participating artist the following year. She was also a finalist of Deutsche Börse Photography prize and got the Infinity Award from the International Center of Photography in New York for the best publication of 2012. The last book by Cristina De Middel, “Party” received the award for best photography book International category in PhotoEspaña 2014.

Source: Spanish Contemporary Art Network

Website: http://www.lademiddel.com/