“I wanted to make pictures that felt natural, that felt like seeing, that didn’t feel like taking something in the world and making a piece of art out of it.” Stephen Shore
What does it mean to explore the essence of things through pho Continua a leggere →
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Dal 19 Dicembre 2015 al 13 marzo 2016 Venezia, Palazzo Fortuny
Lo stile personalissimo e visionario di Sarah Moon, l’intensità del suo sguardo e la poesia dei suoi scatti non potevano trovare luogo più suggestivo ed empatico di Palazzo Fortuny. Le luci tenui dell’inverno lagunare che penetrano dalle ampie vetrate, le pieghe, le volute e i giochi di rifrazione creati dai tessuti e dai panneggi degli abiti ideati da Mariano Fortuny, sono fonte d’ispirazione per questo nuovo progetto espositivo, a cura di Alexandra de Léal e Adele Re Rebaudengo, che la grande fotografa ha costruito nel corso degli anni durante le frequentazioni della casa/laboratorio di Palazzo Pesaro degli Orfei. Le sue fotografie, realizzate per rendere omaggio a Mariano Fortuny, che ci accolgono nei luminosi spazi al secondo piano del palazzo, innescano un percorso nella memoria, dove i segni del tempo rendono manifesta l’evanescenza della bellezza e la permanente condizione d’incertezza su cui riposa l’umana esistenza. Le stampe a getto d’inchiostro e ai sali d’argento raccontano frammenti di una storia interiore, che prende corpo nelle ombre create dal movimento delle stoffe, che richiamano la morbidezza dei plissé del Delphos, l’abito-icona della produzione di Fortuny e nelle linee – sfocate dal ricordo – delle architetture del Palazzo. L’artista francese, tra le maggiori fotografe di moda contemporanee, prima donna nel 1972 a scattare le foto per il Calendario Pirelli, da molti anni ha ampliato gli orizzonti del suo sguardo soffermandosi in particolare su tre temi: l’evanescenza della bellezza, l’incerto e lo scorrere del tempo. Il suo percorso si è declinato anche attraverso i video ed è stato oggetto di numerosi riconoscimenti, come il Grand Prix National de la Photographie nel 1995 e il Prix Nadar nel 2008. Catalogo Fondazione Musei Civici di Venezia, a cura di Daniela Ferretti, con saggi di Alexandra de Léal, Federica Mazzarelli. Continua a leggere →
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Macula – Centro Internazionale di Cultura Fotografica presenta il secondo evento della stagione espositiva 2015: lo Scalone Vanvitelliano di Pesaro accoglierà dal 13 giugno, giorno di inaugurazione, le opere di Jacob Aue Sobol, celebre fotografo danese membro di Magnum Photos. L’evento è organizzato da Macula, con il sostegno del Comune di Pesaro, il patrocinio della Regione Marche e della Fondazione Pesaro Nuovo Cinema, in collaborazione con mc2gallery, Milano e Sistema Museo.
Jacob Aue Sobol (Copenhagen, 1976) si è formato all’’European Film College’ e, successivamente, al ‘Fatamorgana’, scuola danese di fotografia d’arte, sviluppando uno stile unico caratterizzato da un bianco e nero a contrasti violenti, d…iretto, e fortemente espressivo. Impossibile scindere il lavoro dall’esistenza dell’artista: la fotografia di Sobol si nutre di esperienze di vita, incontri e relazioni, mostrati senza filtri, con un coinvolgimento emotivo mai celato, inserendosi nella scia della scuola di fotografia nordica, rappresentata da nomi come Christer Strömholm e Aders Petersen.
La mostra presenta una panoramica dell’opera di Sobol, con fotografie dalle serie ‘Sabine’, ‘I, Tokyo’, ‘Bangkok Encounter’, ‘Home, Copenhagen’ e ‘Arrivals and Departures’.
JACOB AUE SOBOL – L’intima distanza
Dal 14 giugno al 12 luglio 2015
Inaugurazione sabato 13 giugno, ore 18.00
Scalone Vanvitelliano, Piazza del Monte, Pesaro
Organizzazione: MACULA – Centro Internazionale di Cultura Fotografica
In collaborazione con: mc2gallery Milano, Sistema Museo
Direzione artistica: Alessandro Giampaoli
A cura di: Claudio Composti
Intervento critico: Debora Ricciardi
Patrocini: Regione Marche, Comune di Pesaro, Fondazione Pesaro Nuovo Cinema
Partner: L’Aperitivo Illustrato Magazine, Greta Edizioni, BAG Photo Art Gallery
Orario di apertura
Da mercoledì a domenica, ore 17.00/20.00 – Ingresso libero
Info tel. 340 7519839 – info@spaziomacula.it www.spaziomacula.it
FROM THESE HANDS: A JOURNEY ALONG THE COFFEE TRAIL – Steve Mc Curry
FROM THESE HANDS: A JOURNEY ALONG THE COFFEE TRAIL è il titolo della mostra dedicata al fotografo Steve McCurry, organizzata da Lavazza e firmata dall’architetto Fabio Novembre, che sarà allestita a Milano, dal 5 giugno al 5 luglio 2015, nella Sala Colonne del Museo della Scienza e della Tecnologia. Al centro della mostra, 62 scatti realizzati da McCurry in 12 diversi Paesi: Brasile, Burma, Colombia, Etiopia, Honduras, India, Indonesia, Perù, Sri Lanka, Tanzania, Vietnam, Yemen.
L’allestimento di Fabio Novembre è studiato per accompagnare il pubblico nelle atmosfere evocate dagli scatti. Le foto di McCurry sono sempre l’inizio di un viaggio in cui è meraviglioso addentrarsi. L’idea da cui è stato sviluppato l’allestimento, diventa quindi un labirinto che si integra perfettamente nelle geometrie della Sala Colonne del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia. Il visitatore potrà ammirare le opere di McCurry riprodotte su pannelli concepiti come pagine di un volume fuori scala. La bellezza e l’umanità che scaturiscono dalle immagini di McCurry è amplificata dall’allestimento di forte impatto scenico e immersivo studiato e realizzato dall’architetto Fabio Novembre.
Unico comune denominatore: il caffè. Si tratta infatti delle foto più belle ed evocative scattate da McCurry nel corso di un viaggio che copre un arco temporale di oltre trent’anni sulle strade del caffè, raccolte nell’omonimo volume edito in queste settimane da Phaidon, tra i maggiori editori di arti visive e fotografiche.
Exhibition Dates: May 2 – June 20, 2015
Opening Reception: Saturday, May 2, 2-5pm
André Kertész (1894–1985) is an undisputed master of photography, an icon who created much of the visual vocabulary of the medium that is still in use today. Kertész worked thematically throughout his life, repeatedly approaching the same subjects and ideas; refining and redefining his observations as he matured as an artist. Surveillance represents one such theme and technique that he continually visited.
This astonishing body of work—assembled together for the first time—reveals the dichotomy of a man who observes from afar, as an outsider, but at the same time creates deeply intimate images in response to what he witnesses. In playful, beautiful, and sometimes ominous photographs, Kertész displays a carefully calculated distance that evokes a sense of longing to belong, simultaneously acknowledging that it will never be. Whether watching his subjects from near or afar, Kertész remains the quintessential outsider.
As a young adult, Kertész saw himself as a failure at every occupation he tried. Amongst his earliest self portraits are a series of him in various guises such as an athlete, a bee keeper, and a banker, all of which vividly illustrate his bewilderment about what lay ahead. Although in a supportive family, his inability to hold a job and his interest in art soon set him apart as an outsider.
He even frustrated Elizabeth, his betrothed, who finally insisted that he leave Budapest to establish himself somewhere else. With this ultimatum, Kertész left for Paris to devote himself to becoming a working photographer and immerse himself in the city’s vibrant scene of the 1920’s. His already mature sense of form and balance combined with his humanist approach to life, Kertész began to produce an enchanting body of work reflecting his response to his new Parisian world. While successful, Kertész was far away from the nourishment and support his family provided and he suffered deeply. A sense of loneliness and isolation began to emerge in his photographs.
Arriving shortly before the outbreak of WWII, his relocation to New York isolated him further. Kertész found himself lost in a monolithic city without the support of the Parisian café society that fueled his art. During the war, Kertész was identified as an enemy alien and warned not to photograph on the streets. Years later, he took solace in an apartment high above Greenwich Village where he embraced new photographic technology, using zoom lenses and an adapted telescope that allowed him to hone in on the people down below and across the way. Observing intimate interaction from a safe distance, Kertész redefined the world he surrounded himself with. It is here that he developed his penchant for voyeurism into a true art form.
Since 2003, Stephen Bulger Gallery has been privileged to represent the Estate of André Kertész. Our previous exhibitions included: ‘New York State of Mind’; ‘1920’s – 1980’s’; ‘The Polaroids’; ‘On Reading’; ‘Self-portraits’; ‘Places and Things’. This exhibition is drawn from work made in two periods of Kertész’s photographic life: Paris from 1925-1936; and finally to New York, where he lived from 1936 until his death in 1985. Utilizing both vintage prints as well as ones printed later in Kertész’s life, we are celebrating the beauty, the genius, and the pathos of man who, time after time, captured in images what could not be articulated in words.
22 May 2015 – 31 January 2016 The National Photomuseum – Rotunden 01
The National Museum of Photography presents a comprehensive exhibition, Joakim Eskildsen: A world I can believe in, of internationally recognized Danish photographer Joakim Eskildsen, introducing his full artistic oeuvre for the first time in Denmark.
The exhibition is based upon the seven books, Eskildsen has been working on since 1989. A selection of images are presented in large format along with sketch books, contact sheets, pre-proofing sheets, video and other materials providing insights into the work process. Joakim Eskildsen is a dedicated photographer, who works meticulously with every step of the process from photographing, copying and printing to the final design of the photographic book. To him, not only the photographic works meant for display are important, but more than everything the book itself is the back bone of his projects.
In a book, the artist can present his images without compromising in a series that allows for a narrative to unfold. Moreover, a book lives for a long time and reaches a larger audience than a single work of photographic art. Joakim Eskildsen is rooted in the tradition of classical documentary. His main subject is people and their surroundings which he becomes familiar with during long stays abroad. His images in the books together with the texts depict the communities in question both soberly and with respect.
His evocative photographs represent reality as Eskildsen wishes to see it: infused with immense sensual beauty. Eskildsen’s unique sense of light and colour is evident already in his early works. So is the constant interest and commitment shown towards human beings and their relationship with nature and the surroundings, they live in:
“To me, it is essential to believe; in a better world, in mankind, and in that there is a sense with it all. There are so many problems in the world nowadays – poverty, illness, pollution, environmental disasters, war – that it requires discipline to be an optimist. I try to collect photographs of a world that I can believe in, which gives me hope, and moments of magic.”
The monumental work The Roma Journeys (published by Steidl 2007) in which Eskildsen and the author Cia Rinne spent six years documenting life, conditions and history of the Romas in Hungary, Greece, India, Finland, France, Romania and Russia received international attention and won several prizes. The past years he has worked on the series American Realities, documenting people living below the poverty line in the US.
Eskildsen has worked on projects in Portugal, Cuba and South Africa as well but is currently working on Home Works, focusing on subjects closer to him: The homes and children of his own.
He often collaborates on projects with writer Cia Rinne, and his publications include Nordic Signs (1995), Bluetide (1997), iChickenMoon (1999), the portfolio al-Madina (2002, in collaboration with Kristoffer Albrecht and Pentti Sammallahti), and the book The Roma Journeys (Steidl 2007).
Currently he works on three books, American Realities, Cuban Evolution and Home Works. His work is represented in collection in i.a. Museum of Fine Arts in Houston, Fotomuseum Winterthur in Switzerland, Kiasma in Helsinki along with Danish collections, and he has exhibited in Amos Anderson Kunstmuseet in Helsinki and Kunsthalle Emden to name a few. Eskildsen currently lives and works in Berlin.
The exhibition is created in collaboration with Gallery Taik Persons, Berlin.
Joakim Eskildsen was born in Copenhagen in 1971 where he trained with Royal Court photographer, Mrs. Rigmor Mydtskov. In 1994, he moved to Finland to learn the craft of photographic book making with Jyrki Parantainen and Pentti Sammallahti at the University of Art and Design in Helsinki, where he published Nordtegn/Nordic Signs (1995) and graduated with an MA degree in photography in 1998.
Belgian Autumn può essere considerato come uno splendido saggio visivo che si addentra in uno dei più grandi misteri della storia belga, quello degli Assassini del Brebante. Tra il 1982 e il 1985 il gruppo di criminali mise a segno una serie di violente rapine a mano armata e altri crimini in cui rimasero uccise 28 persone. Una di queste era il padre di Jan Rosseel. Non si sa nulla circa il movente degli assassini e dopo anni di investigazioni, il caso rimane ancora irrisolto. C’è chi ha ipotizzato che il vero intento della banda fosse quello di creare un clima di instabilità sociale e che dietro di loro si nascondessero politici di alto calibro e altre autorità che ne hanno garantita la protezione.
Jan Rosseel è affascinato dal cervello umano, dai meccanismi della memoria e dalla fabbricazione di falsi ricordi per colmare le lacune della mente. Attraverso le sue opere, Rosseel ha riscostruito eventi accaduti oltre 30 anni fa, basandosi non solo su informazioni tratte da rapporti della polizia, reperti e ritagli di giornale, ma anche su testimonianze e racconti di persone che avevano assistito ai violenti crimini della banda. Attraverso la sua narrazione visiva, Rosseel tiene ancora in vita questo episodio della recente storia belga.
Jan Rosseel
Nato a Bruxelles, Belgio (1979)
L’opera di Jan Rossel può essere meglio descritta come visual storytelling, al confine tra narrazione e documentazione. Rossel lavora come un collezionista di memorie, accumulate sotto forma di fotografie, video e oggetti. Il punto di partenza dei suoi progetti, basati sulla ricerca, sono specifici eventi storici e il concetto di memoria. Le sue storie non solo riscostruiscono gli avvenimenti di riferimento, ma mettono in discussione l’attendibilità della memoria e della nostra mente. Rosseel si comporta come un investigatore che fa ricorso ai metodi della ricerca scientifica e del giornalismo per costruire una narrazione in cui fatti e finzione coesistono..
Atkins CIWEM Environmental Photographer of the Year
Atkins CIWEM Environmental Photographer of the Year Exhibition 2015
Royal Geographical Society, London
22 June – 10 July 2015
Address: 1 Kensington Gore, London SW7 2AR (main entrance on Exhibition Road)
Opening times: 10.00am – 5.00pm daily
Admission: Free
111 shortlisted works of outstanding photographic art will go on show at the Royal Geographical Society in London from 22 June to 10 July 2015. These are from a submission of over ten thousand images to the 2015 competition by photographers and filmmakers from across sixty countries internationally.
The works will then commence a tour of forest venues nationally, supported by the Forestry Commission England, beginning at Grizedale Forest Visitor Centre, Cumbria from18 July – 7 September 2015.
The competition:
The Atkins CIWEM Environmental Photographer of the Year competition is an international showcase for the very best in environmental photography and film. Honouring amateurs and professionals of all ages, it provides an opportunity for photographers to share images of environmental and social issues with international audiences, and to enhance our understanding of the causes, consequences and solutions to climate change and social inequality.
Atkins, one of the world’s leading design, engineering and project management consultancies, are once again sponsoring the competition, allowing for two significant improvements this year. 2014 saw the introduction of the Atkins Cityscape Prize of £1,000, and the competition became free to enter.
The competition tour is kindly supported by Forestry Comission England, they believe that woodlands and forests are vital places for contemporary artists to engage with, to make and present new work.
Una mostra dedicata alla Street Photography, con le fotografie dei grandi maestri come Elliott Erwitt, William Klein e Joel Meyerowitz, dei più affermati autori internazionali come Craig Semetko e Matt Stuart, e delle nuove leve della street photography italiana. 28 immagini legate dall’utilizzo dell’obiettivo 28mm, per raccontare visioni diverse nello spazio e nel tempo, ma accomunate dall’ironia, dalla poesia e dalla luce.
Leica Galerie & Store – Milano – Dal 10 giugno al 28 giugno
Event date > from 14-04-2015 to 29-05-2015 | Opening hours: Monday – Friday – 10.30am – 6pm, Saturday – Sunday Closed
The Wapping Project Bankside is pleased to announce Estonian photographer, Alexander Gronsky’s first exhibition with the gallery.
Gronsky’s Pastoral series of large format photographs of Moscow’s suburban areas are reminiscent of the arcadian images created by 19th century landscape painters and reconstructs them in a way that jars with the romantic representations of a bygone era. Once defining borders becomes blurred in these photographs – the divisions between urban and pastoral, utopian and dystopian and the actors within these spaces are rendered ambiguous. Gronsky’s arresting use of colour and intelligent compositions are alluring, but these layered works are a study of how people inhabit a territory and what becomes evident in these images is the effect human life has on the environment in this Apothocene age.
Included in the exhibition are three works from Gronsky’s Reconstruction series that documents reenactments of historic Russian battles whilst simultaneously rendering them anachronistic with the inclusion of onlookers into the frame, constructed as triptychs, these works are filmic in nature and alludes to a panoramic view of an important battle whilst titles such as “Siege of Leningrad” are reminiscent of a Hollywood film. Continuing Gronsky’s study of perspective, in these works it appears formal whilst the colouring offers a certain flatness to the photographs.
Sergey Ponomarev
From the 9th of April until 9th of June 2015, Sergey Ponomarev is exhibiting his work “Effondrement” for the first time, at the Galerie Iconoclaste – 20 rue Danielle Casanova – 75002 PARIS – Monday to sunday (11am/20pm). More info : galerieiconoclastes.com
Sergey Ponomarev was born in 1980 in Moscow. He graduated Moscow State University and Academy of Labor and Social Relations. Before becoming a freelance photographer in 2012, he worked for the Associated Press starting in 2003. He is best known for his photojournalism works depicting Russian daily life and culture.
Liu Xiaofang – Solo Show
mc2gallery è orgogliosa di ospitare la prima mostra italiana della fotografa cinese Liu Xiaofang (Datong City, China, 1980). Liu crea fotografie con un’estetica onirica che attinge dai suoi ricordi d’infanzia e di contemplazione poetica del mondo che la circonda. I suoi paesaggi, delicati e apparentemente utopici, confondono i confini tra il mondo reale e l’immaginazione, lasciando che lo spettatore si interroghi sul concetto di verità e realtà. La fotografia di Liu richiama la pittura tradizionale cinese, particolarmente nota per i suoi paesaggi, resi indefiniti dalla nebbia. Ponendosi dunque in un punto intermedio tra pittura e fotografia, questi lavori ricreano un mondo di fantasie fiabesche, in cui l’illusione sconfina nella realtà, seguendo il percorso dei vaghi ricordi d’infanzia. Attraverso queste visioni surreali Liu riesce così a evocare in modo dolce e naturale un senso di nostalgia verso il proprio passato. Liu Xiaofang si è laureata presso il Dipartimento di Fotografia, all’Accademia Centrale di Belle Arti di Pechino. Nel 2010 è stata tra i pochissimi artisti a essere nominata tra i più promettenti fotografi contemporanei dal Musée de l’ Elysée di Losanna, in Svizzera; Liu ha partecipato alla mostra “reGeneration2” e a diverse mostre internazionali come la mostra itinerante “Photographers Today”. Nello stesso anno ha mostrato la sua creatività e il proprio talento a Paris Photo. Una delle sue visioni circolari è stata scelta nel 2008 come immagine dei Giochi Olimpici di Pechino. Liu ha esposto in mostre collettive in tutto il mondo, tra cui Cina, Giappone e Svizzera.
Da martedì a venerdì
Sabato su appuntamento
Orari: 14-20
A DISQUIETING INTIMACY
Fotografie di Paolo Patrizi
a cura di Deanna Richardson
Inaugurazione, Mercoledì 22 Aprile, 2015 | 19.00 h
Esposizione dal 22 Aprile – al 5 Giugno, 2015
ILEX Gallery è lieta di presentare per la prima volta in Italia la mostra A disquieting intimacy, del fotografo Italiano Paolo Patrizi.
Le opere appartenenti a questa potente serie si distaccano dalla percezione stereotipata e spesso rigida del ritratto. Nell’atmosfera improvvisata e inquietante dei ‘campi del sesso’, Patrizi offre uno studio intimista sulla vita delle donne di Benin City che lavorano alla periferia di Roma.
In un mercato fortemente segmentato per sesso, età, titolo di studio e numeri esigui di stranieri, l’economia sommersa dell’Italia attira lavoratori immigrati con l’offerta di impieghi irregolari – offuscando così il confine tra imprese in regola e illegali.
Da oltre 20 anni, le donne di Benin City in Nigeria arrivano in Italia per lavorare nel mercato del sesso. Ogni anno, le donne di maggior successo reclutano ragazze più giovani, indirizzandole a seguire il loro stesso percorso. La maggior parte di queste donne, comprese quelle che finiscono sul mercato del sesso, hanno liberamente scelto di lasciare casa per cercare nuove opportunità all’estero. Sono donne volitive e ambiziose, che emigrano per sfuggire a conflitti, persecuzioni, degrado ambientale, calamità naturali e altre situazioni che affliggono il paese d’origine e compromettono le loro possibilità di sostentamento. Queste donne hanno individuato una serie di modi per trarre guadagno dal proprio corpo, dal mestiere di spogliarellista fino alle professioni di contatto vero e proprio, a diversi gradi di intimità.
La mostra si compone di 19 stampe fotografiche di grandi e medie dimensioni. Il debutto italiano presso 10b Photography Gallery fa seguito alle mostre di Londra, Basilea, Praga, New Delhi, del Chobi Mela Festival in Bangladesh e dell’Angkor Photo Festival in Cambogia.
La serie, realizzata tra il 2009 e il 2012 ha vinto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il World Press Photo, il Premio Taylor Wessing Ritratto e il POYi.
A DISQUIETING INTIMACY
ILEX Gallery @ 10b Photography Gallery, Roma, Italia
Via San Lorenzo da Brindisi 10b
Per maggiori informazioni:
Email: info@ilexphoto.com
Tel: 06 7030 6913
Fotografia e giornalismo: le immagini premiate nel 2015
Il Premio World Press Photo è uno dei più significativi riconoscimenti nell’ambito del Fotogiornalismo. Dal 1955 una giuria di esperti, scelti tra i personaggi più accreditati della fotografia internazionale, si riunisce per valutare le immagini inviate alla World Press Photo Foundation di Amsterdam: migliaia di scatti provenienti da ogni parte del mondo, proposti da fotogiornalisti, agenzie, quotidiani e riviste.
Le fotografie dei vincitori sono pubblicate nel caratteristico catalogo e vengono esposte in tutto il mondo in importanti gallerie e musei in un tour sempre più ampio, che quest’anno prevede mostre in circa 100 città, in 45 diversi Paesi. Si tratta di un’occasione unica per vedere raccolte le immagini più belle e rappresentative che hanno accompagnato, documentato e illustrato gli avvenimenti di questo ultimo anno sui giornali di tutto il mondo. Quest’anno sono state sottoposte alla giuria 97.912 fotografie scattate da 5.692 fotografi di 131 diversi paesi. Sono stati premiati 42 fotografi di 17 nazionalità: Australia, Bangladesh, Belgio, Cina, Danimarca, Eritrea, Francia, Germania, Gran Bretagna, Iran, Irlanda, Italia, Polonia, Russia, Svezia, Turchia, e USA selezionati nelle 8 categorie del concorso (spot news, notizie generali, storie d’attualità, vita quotidiana, ritratti, natura, sport e lavori a lungo termine. Dieci i fotografi italiani premiati quest’anno, tra cui Andy Rocchelli (categoria: ritratti, secondo premio), Paolo Verzone (categoria: ritratti, terzo premio) e Massimo Santini (categoria: News, secondo premio). Tutte le foto vincitrici sono presentate in un tour mondiale, con l’unico vincolo che tutte le immagini selezionate vengano esposte senza alcuna censura.
FOTO DELL’ANNO 2014
La giuria del 58° World Press ha scelto un’immagine del fotografo danese Mads Nissen, come “Foto dell’anno 2014”. Nissen è un fotografo del quotidiano svedese Politiken ed è rappresentato da Panos Pictures. La foto premiata mostra Jon e Alex, una coppia gay, in un momento di intimità a San Pietroburgo (Russia). Le condizioni di vita per lesbiche, gay bisessuali e transgender (LGBT) è diventata sensibilmente più difficile in Russia.
Le minoranze sessuali affrontano una profonda discriminazione sociale e legale, molestie e persino violenti attacchi di fanatici religiosi o nazionalisti. La foto vincitrice fa parte di un più ampio progetto di Nissen “L’omofobia in Russia” che è stato scattato per Scanpix. Questa foto ha vinto anche il primo premio per la categoria “vita contemporanea”.
Il presidente della giuria Michele McNally, direttore della fotografia e vicecaporedattore del The New York Times, ha dichiarato: “È un momento storico per la fotografia…l’immagine vincitrice deve avere un’estetica, essere di impatto e avere il potenziale per diventare un’icona. Questa foto è esteticamente potente e ha umanità.”
Inaugurazione venerdì 1° maggio 2015
dalle ore 15.00 alle ore 20.00
In mostra dal 2 al 31 maggio 2015
tutti i giorni. ore 10.30 – 19.30
mercoledì e giovedì, ore 10.30 – 21.00
Wildlands and Cityscapes, Luca Campigotto in mostra a Roma
La Galleria del Cembalo, in collaborazione con Bugno Art Gallery, apre al pubblico dal 28 marzo al 27 giugno 2015 una mostra dedicata alla fotografia di paesaggio di Luca Campigotto, proponendo un confronto tra spettacolari scenari naturali e contesti profondamente urbanizzati, spesso ripresi di notte. “Amo la dimensione eroica dei paesaggi. La forza spudorata delle atmosfere, la bellezza delle luci. Rimesto in un confuso immaginario mitico e fisso il mio stesso stupore. Determinato a inseguire la meraviglia”, scrive Luca Campigotto. Quelle di Campigotto sono fotografie di un viaggiatore che rivive le emozioni vissute nei racconti di altri grandi viaggiatori del passato, alternate, o sovrapposte, alle suggestioni immaginifiche del cinema e dei fumetti. Dallo Stretto di Magellano alle sconfinate pianure della Patagonia, dal Marocco alla Strada degli Eroi sul Monte Pasubio, dall’isola di Pasqua ai ghiacci della Lapponia – Campigotto presenta la quiete e la dimensione contemplativa di luoghi appartati e selvaggi. L’intensità delle luci proietta scenari scabri e severi in vedute eroiche, trasformando ogni prospettiva documentaria in lettura poetica. Le immagini evocano lo spirito dei luoghi e, con intensità quasi catartica, ci ricordano l’urgenza di un’autentica coscienza ecologica. Le fotografie di New York e Chicago, invece, si fondono in una Gotham City ricostruita dalla memoria, spesso intrisa di una luce vitrea e di un’atmosfera a volte smagliante di colori vivaci, altre volte avviluppata in sfumature tenui. Come in un viaggio sentimentale e visionario, dai ponti sull’East River all’Empire State Building, dalla metropolitana sopraelevata al teatro “Chicago”, ognuna di queste immagini scintillanti sembra lo scenario di un film. La mostra Wildlands and Cityscapes si inaugura in concomitanza con la presentazione in Campidoglio del libro Roma. Un impero alle radici dell’Europa (edito da FMR) e dell’esposizione, presso l’Istituto Nazionale della Grafica, di una selezione di fotografie di Luca Campigotto tratte dal volume.
ICONIC GEOGRAPHY – In mostra a Roma le immagini fotografiche di Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer
Ambiguo, derivazione dal latino ambigĕre: un doppio senso che può essere variamente interpretato, perciò non chiaro, equivoco, di significato incerto. D’altro canto però dubbio e incertezza ci stimolano ad attivare un comportamento critico su ciò che ci viene incontro e così, positivamente, ci aiutano a migliorare la nostra comprensione.
Per alcune analogie e motivi che svilupperemo in seguito, la mostra fotografica Iconic Geography degli autori Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer proposta presso lo spazio espositivo Anteprima D’Arte Contemporanea di Roma a cura di Camilla Boemio, ci sostiene nel percorrere delle riflessioni proprio sulla questione delle doppie identità.
Ed eccone una prima: entrando nella sede dello spazio espositivo ci accorgiamo di essere in uno studio di avvocati al cui interno sono dedicate due sale espositive alla mostra in questione. In tutto vi sono ospitate dieci immagini fotografiche, sei nella prima, quattro nella seconda, tutte di grande formato e attraverso le quali ci addentriamo nella ricerca degli autori. Aerei in rottamazione abbandonati in luoghi sperduti e desertici; impianti industriali che ridisegnano con le loro strutture i paesaggi in cui sono inseriti; grandi sale con pannelli di controllo di sofisticata tecnologia dove non c’è più posto per la presenza umana; uno scalo ferroviario illuminato da luci artificiali ha l’aspetto di un grafico intreccio di ferro e acciaio immerso nelle tenebre; una prospettiva su un incrocio stradale di una città asiatica dove auto e persone sono congelate nell’istante come i palazzi che li circondano.
La luce, naturale o artificiale, viene colta dai due autori con sapiente sensibilità per restituirci immagini algide, tecnicamente ineccepibili: osserviamo nel dettaglio particolari infinitesimali, pur trattandosi perlopiù di scorci di ampio respiro e di paesaggi. Nel testo che accompagna la mostra, ci imbattiamo in chiari segnali di come sussistano doppi aspetti legati alla lettura del lavoro di Scanderbeg e Sauer. Se da un lato queste fotografie esaltano l’operosità e il progresso umano, dall’altro ce ne consegnano una prospettiva decisamente dirompente sugli equilibri e gli spazi che si trovano ad occupare e a condividere. E non solo con le persone che vi abitano.
Un’altra questione ambivalente è posta sul come prendere in considerazione questo tipo di lavoro che, in questo caso, ha impegnato gli autori nell’ultimo decennio. Infatti viene evidenziato che le immagini esposte erano per lo più destinate a rappresentare e a descrivere le varie attività aziendali e commerciali delle società che ne facevano richiesta. Mentre ora possono essere considerate anche di ricerca e quindi poste sul mercato del collezionismo d’arte. E’ qui evidente la forte ambiguità dell’argomento in questione: sarà allora utile quel dubbio e quell’incertezza che aiuta ognuno di noi ad osservare in maniera critica ciò che ci viene incontro, proprio per cercare di migliorare la nostra comprensione. Possiamo pensare allora, oltre le nostre individuali valutazioni sulle opere, che è l’ambiguità (ma potremmo considerarla anche una coerenza) del mercato dell’arte, all’interno delle proprie aspettative, a sancirne una determinata collocazione.
Una riflessione è stimolata dall’accostamento che viene fatto, a proposito di queste immagini fotografiche, con il lavoro cinematografico di Michelangelo Antonioni e più precisamente con il film Deserto Rosso. Che vi sia in Scanderbeg e Sauer un parallelismo immaginativo che prende spunto dal potente sguardo di Antonioni è evidente, e questo dimostra di quanto è forte, a tutt’oggi, l’impatto visionario del regista italiano sui fotografi e i cineasti contemporanei.
Andreana Scanderbeg è nata nel 1969 a Los Angeles, ha conseguito un diploma in comunicazione oltre a quello in economia; Alexander Sauer è nato nel 1971 a Francoforte sul Meno e ha studiato fotografia a Monaco. Vivono a Zurigo, dal 2005 collaborano con aziende e industrie documentando le loro attività anche in luoghi impervi e sperduti del mondo. Tra le varie esposizioni citiamo la partecipazione a VOLTA, fiera d’arte, nel 2014 a Basilea.
INFORMAZIONI Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer – Iconic Geography / A cura di Camilla Boemio Dal 25 febbraio al 5 maggio 2015 Anteprima D’Arte Contemporanea / Piazza Mazzini 27 (Scala A, terzo piano), Roma / tel: +06.37500282 / info@anteprimadartecontemporanea.it Orario: martedì – venerdì / sabato su appuntamento
Che cosa significa raccontare la storia di un grande fotografo attraverso 136 scatti legati a oltre 60 anni di carriera? Ripercorrerne la vita, intercettare le sue passioni, percepire la sua filosofia esistenziale e comprenderne la grandezza attraverso la professionalità e l’originalità dei suoi scatti. Pur avendo avuto come mentori Robert Capa, Edward Steichen e Roy Stryker, la fotografia di Erwitt ha assunto uno stile proprio, al tempo stesso intimista, ironico, sorprendente, certe volte impertinente e dolcemente irriverente, ma sempre tecnicamente impeccabile. Anche gli scatti più evocativi, però, sono legati all’occasionalità del momento, al qui e ora di un luogo e di un tempo, al sorriso spontaneo di fronte a una scena atipica o a un ossimoro visivo. Tutti i suoi lavori sono stati filtrati dall’emisfero destro del cervello, tutte le sue immagini sono frutto di un’elaborazione cerebrale istantanea che, attraverso un generoso utilizzo di più scatti, bloccano un momento che colpisce la sua attenzione creativa. Tra tutti i negativi ce n’è sempre uno che corrisponde a un compiuto equilibrio tra struttura compositiva e visione. “Tutte le immagini dovrebbero essere – afferma Erwitt rispondendo a una domanda di Angela Madesani –, se non perfette, per lo meno bilanciate, graficamente e geograficamente corrette. La composizione è assolutamente fondamentale e basilare per qualsiasi fotografia”. Non deve sorprendere la sua dimestichezza con il mondo del cinema: a New York frequenta corsi di cinematografia alla New School for Social Research e, successivamente, si trasferisce a Hollywood dove starà sul set di molti film. Erwitt dichiarerà più volte di amare il cinema neorealista italiano, che considera tuttora il migliore, e di aver imparato molto dalle pellicole di Rossellini e Visconti, o quantomeno di aver cercato illuminazione dal bianco e nero e dal “realismo senza artificio”. “Un professionista per mestiere e un dilettante per vocazione” che ama la sottile ironia: il senso dell’umorismo è qualcosa di innato in un fotografo. È possibile affinare la tecnica, educare il senso estetico e compositivo, ma di certo non si può migliorare l’acutezza percettiva, la sagacia di spirito, la fantasia e l’estro intellettivo che determina la creazione di scatti unici. Erwitt, oltre ad avere una fervida immaginazione, possiede una grande capacità di osservare le persone, gli animali, le cose e la vita attraverso ironia e disincanto, perspicacia e intelligenza, spirito ludico e raffinatezza mentale. Potremmo parlare di ironia esistenziale che corrisponde al desiderio di prendere le distanze dal consueto e dal convenzionale per concepire un confine tra se stesso e tutte le cose che lo circondano.
Biglietto Intero: 9€ Biglietto Ridotto: 7€ Da martedi alle domenica dalle 10 alle 19 La biglietteria è aperta fino ad un’ora prima della chiusura Lunedì chiuso
Racconti privati. Interni 1967-1978. Mario Cresci a Cinisello Balsamo
FOTOGRAFIE DI MARIO CRESCI DALLE COLLEZIONI DEL MUSEO DI FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA a cura di Roberta Valtorta inaugurazione: sabato 14 marzo ore 17, fino al 6 settembre 2015 La mostra presenta una selezione di fotografie realizzate da Mario Cresci tra Tricarico e Barbarano Romano nel periodo 1967-1978, quando viveva in Basilicata. Nato a Chiavari nel 1942, Cresci si forma al Corso Superiore di Industrial Design di Venezia. Tra il 1966 e il 1967 con il gruppo di urbanistica Il Politecnico, nato a Venezia intorno al sociologo Aldo Musacchio, scende a Tricarico, un paese in provincia di Matera. Il progetto è la realizzazione del piano regolatore del paese e il compito di Cresci è quello di occuparsi della grafica degli elaborati e del rilevamento fotografico degli ambienti, degli oggetti e di tutti gli aspetti della vita sociale e produttiva della comunità. E’ il tempo in cui sociologi e intellettuali calano nel Mezzogiorno, riscoperto alla luce delle narrazioni di Carlo Levi e delle ricerche antropologiche di Ernesto De Martino. Dopo questo primo viaggio e dopo alcuni spostamenti, tra 1968 e 1969, fra Roma, Parigi, Milano, Cresci torna in Basilicata e stabilisce la sua casa a Matera, fino al 1988, quando si trasferisce a Milano, e successivamente a Bergamo. La lunga permanenza in Basilicata gli permette di lavorare sui concetti di territorio, memoria, archivio, temi che intreccia in modo “naturale” alle questioni del progetto, dei linguaggi espressivi, della visione, centrali nella sua opera. Nel 1967 realizza la serie Ritratti mossi (ripresa poi nel 1974), figure in interni i cui volti cancella attraverso il mosso fotografico. Mentre gli oggetti e i luoghi risultano a fuoco e quindi sono descrivibili, le persone si presentano illeggibili: Cresci, appena arrivato, tenta un racconto delle loro identità attraverso i dati fisici dell’ambiente. Tra il 1967 e il 1972 realizza la serie Ritratti reali, riprese di gruppi familiari che posano in interni tenendo in mano fotografie dei loro antenati. Il rapporto fra lo sguardo delle persone riprese e lo sguardo degli antenati rappresentati nelle fotografie crea un corto circuito tempo reale-memoria. Per Cresci Ritratti reali è un lavoro di “verifica” sul sociale e contemporaneamente su se stesso: infatti si autoritrae mentre tiene in mano le fotografie dei suoi antenati. Fra il 1978 e il 1979 realizza un’ampia serie di ritratti in interni a Barbarano Romano, sempre annullando la fisionomia delle persone attraverso il mosso, e sempre comprendendo anche se stesso fra queste persone. Si tratta di lavori nei quali l’identità dell’individuo e della comunità viene letta attraverso gli oggetti e gli arredi della casa. Scrive: “Mi ha sempre affascinato il rapporto degli oggetti con le persone, soprattutto quelli d’uso, appartenenti alla cultura materiale dell’uomo, quelli della sua storia: dagli utensili più semplici a quelli più complessi, sino ad arrivare alle forme più evolute del design contemporaneo”. Mario Cresci è un indiscusso maestro della fotografia e del graphic design contemporaneo. La sua vasta opera, caratterizzata da una grande libertà di sperimentazione, vede intrecciarsi molti elementi: l’analisi della percezione visiva, la fotografia,il graphic design, il disegno, l’indagine antropologica, lo studio del paesaggio e dei luoghi dell’arte, l’installazione e l’opera site specific. Grande indagatore dei codici del linguaggio visivo e dei materiali e concetti dell’arte, ha sempre mediato la sua attività artistica con l’impegno didattico (è stato direttore dell’Accademia Carrara di Bergamo, ha insegnato al Politecnico di Milano, all’ISIA di Urbino, all’Orientale di Napoli, all’Università di Parma, all’Ecole d’Arts Appliquées di Vevey, allo IED, alla NABA, all’Accademia di Brera di Milano), condotto nel rispetto e nell’approfondimento della cultura del progetto. Cresci ha pubblicato innumerevoli libri (tra gli altri: Matera. Immagini e documenti, Matera 1975; Misurazioni. Fotografia e territorio, Matera 1978; L’archivio della memoria. Fotografia nell’area meridionale 1967/1980, Torino 1980; La terra inquieta, Bari 1981; Martina Franca immaginaria, Milano 1981; Mario Cresci, Milano 1982; Lezioni di fotografia, Bari 1983 (con Lello Mazzacane); Uno sguardo tra gli altri, Roma 1984; Albe Steiner. Foto-grafia. Ricerca e progetto, Bari 1990 (con Lica Steiner); Matera. Luoghi d’affezione, Milano 1992; Variazioni impreviste, Verona 1995; Mario Cresci, Milano 2007;) ed esposto in importanti sedi pubbliche e private. Tra le mostre più recenti: Le case della Fotografia, 1966 – 2003, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino 2004; Sottotraccia. Bergamo. Immagini della città e del suo territorio, Elleni Gallerie d’arte, Bergamo 2009; Forse Fotografia alla Pinacoteca Nazionale di Bologna, l’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma e Palazzo Lanfranchi, Matera, 2010-2012; Ex/Post. Orizzonti Momentanei, MA*GA, Gallarate, 2014. Il Museo di Fotografia Contemporanea conserva 280 fotografie dell’autore, che datano dalla metà degli anni Sessanta. Una parte delle opere in mostra è tratta dal Fondo Lanfranco Colombo (Regione Lombardia), una parte è stata gentilmente prestata dall’autore per questa occasione espositiva. In collaborazione con Regione Lombardia
The Sony World Photography Awards are one of the world’s leading photography competitions, the exhibition showcases the winning and shortlisted photographers from submissions from across all disciplines, from fine art to photojournalism to lifestyle. Recognising and rewarding the world’s best contemporary photography from the last year, the 2015 competition received the highest number of entries in its eight year history – 173,444 images from 171 countries. Reflecting the very best international contemporary photography from the last year, the exhibition includes photographs to suit all tastes. Well-documented scenes are given a fresh look with ground-breaking photography styles and photographers of all abilities will be inspired to shoot their own view of the world. The winning and shortlisted images featured were selected by a panel of industry experts. The shortlisted photographers include names that are both new and familiar to the competition. Those recognised again by the awards include: Peter Franck (Germany); Donald Webber (Canada); Amit Madheshiya (India); Brent Stirton (South Africa); Simon Norfolk (UK), Fan Li (China) and Massimo Siragusa (Italy). New names include Julia Fullerton-Batten (UK) and Sebastian Gil Miranda (France). For further information visit the World Photography Organisation website.
Postato da Anna
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