Maria Vittoria Backhaus, io sono il contrario della specializzazione.

«In fotografia ho fatto un po’ tutto perché io sono il contrario della specializzazione. Non mi interessava essere una fotografa di moda, di design. Ho fatto qualsiasi cosa fondamentalmente pensando di fare la mia foto». (M.V. B.)

Articolo di Giovanna Sparapani

Maria Vittoria Backhaus è una fotografa eclettica dotata di una sottile ironia che caratterizza la maggior parte dei suoi lavori che spaziano dalla moda al design, al reportage, alle tematiche sociali e politiche: «In fotografia ho fatto un po’ tutto perché io sono il contrario della specializzazione. Non mi interessava essere una fotografa di moda, di design. Ho fatto qualsiasi cosa fondamentalmente pensando di fare la mia foto». (M.V. B.). Dopo una lunga esperienza con i reportage, si è appassionata alle foto in studio con costruzioni scenografiche elaborate, usando sia la tecnica analogica che quella digitale secondo le esigenze dei soggetti, immortalati in modo ironico.

©Maria Vittoria Backhaus

Nata a Milano nel 1942 in una famiglia borghese, in controtendenza con i desideri dei suoi genitori, inizia il percorso di studio all’Accademia di Belle Arti di Brera dove, appassionata di arte e di teatro, frequenta la sezione di scenografia: “…Più che le lezioni, frequentavo il bar Jamaica, ritrovo di grandi fotografi, che poi sono diventati amici, come Uliano Lucas, Mario Dondero e Ugo Mulas. Io ero la più piccola della compagnia e osservavo questi maestri che lavoravano ai propri progetti senza alcuna consapevolezza di fare arte… Ognuno si preoccupava di documentare la realtà e di fare il fotografo. La parola artista non aveva alcuna attinenza…” (M.V. B.) Maria Vittoria a ventun anni si sposa con un giornalista e, durante i loro frequenti viaggi, scopre la passione per il reportage che si coniuga perfettamente con il suo interesse verso le questioni sociali e politiche del momento. Ma nel matrimonio non trovò quella libertà e indipendenza che aveva sognato fuggendo dalla sua severa famiglia borghese. Il suo primo lavoro fotografico – realizzato con una macchina fotografica prestata da un amico – è stato un reportage del 1964 sulla Sicilia per documentare la complessa realtà di quella terra, i suoi usi e i costumi ancora arretrati. Di notevole interesse sono la ricerca fotografica sul banditismo sardo, sulle grandi fabbriche per giornali di economia e l’approfondito lavoro sulla società milanese degli anni Sessanta, pubblicato sulla rivista Tempo Illustrato. L’interesse di Maria Vittoria si rivolge in modo particolare al mondo dei giovani nelle piazze della sua Milano – costellata di manifestazioni di diverso colore politico – e agli spettacoli di vario genere, numerosi in quegli anni nel capoluogo lombardo. Famose sono le foto scattate a Carla Fracci – in modo originale superando i luoghi comuni tipici delle immagini di danza – e a Caterina Caselli, ma anche ad eventi popolari come spettacoli del circo o manifestazioni canine. In una recente intervista, la fotografa milanese parla del suo divertito impegno nello scattare foto su foto per realizzare fotoromanzi, tanto in voga in quel periodo, oppure per conferire un taglio originale e ironico alle immagini di moda attorno alle quali Maria Vittoria crea storie e racconti tutti inventati.

©Maria Vittoria Backhaus

Le modelle vengono scelte dalla Backhaus non per la loro particolare avvenenza, ma per la loro espressività e le foto appaiono spiazzanti perché scattate in location per lo più improbabili, come ad esempio una toilette dove una signora mostra una pettinatura particolare o un ufficio dove un’impiegata pubblicizza una crema di bellezza. Nel 2023, Alessia Paladini Gallery a Milano ha ospitato la sua mostra – “Invidio quelli che ballano”– con 40 fotografie realizzate tra il 1997 e il 2013 che permettono di scoprire lo sguardo ironico e creativo con cui ha rivoluzionato ‘la fotografia di moda’, raccontando la società contemporanea attraverso una visione sperimentale e originale del fashion, della bellezza, del design e del lusso.

©Maria Vittoria Backhaus

Intervistata, si racconta: «Cosa avrei voluto fare? Ballare! Invidio quelli che ballano. Sono invidiosissima di quelli che sanno ballare! Ci sono tante altre cose che vorrei fare perché naturalmente io voglio fare tutto: voglio disegnare, ricamare, cucinare, qualsiasi cosa e mi disperdo in queste 500 cose da fare. Sono sempre convinta di portarle a termine quando converrebbe limitare la progettualità, ma non ci riesco. Un’altra cosa che ho sempre fatto è prendere delle case brutte e farle diventare belle».

Appassionata nel raccontare storie con le immagini con un utilizzo particolare delle luci, si è dedicata con passione a sperimentare la ‘staged photography’ anche attraverso la costruzione di originali set in miniatura costruiti con estrema cura, ribaltando alcuni aspetti della realtà, al fine di creare sorpresa e stupore negli spettatori, con leggerezza senza prendersi troppo sul serio. Si vengono così a creare atmosfere surreali che i committenti non sempre apprezzavano in pieno, ma che oggi appaiono attualissime nel sovvertire i canoni estetici convenzionali frequenti nel mondo della moda e della bellezza. Di importanza fondamentale per il percorso artistico di Maria Vittoria è stata la sua lunga collaborazione con il settimanale Io Donna – il cui settore moda era diretto da Bruna Rossi con la quale la legava una profonda e reciproca stima –  e con la famosa rivista di moda Vogue Italia, l’Uomo Voguee Casa Vogue.

 Fondamentale per il suo percorso artistico è stata l’amicizia con Walter Albini con il quale ha collaborato a lungo: “Io facevo le foto mentre Walter era sul set e lui faceva le sfilate, mentre io nei camerini cucivo paillettes sui suoi vestiti. Walter mi ha insegnato che l’estetica non è una cosa superflua, ma una disciplina”.

Nel 2023, il Castello di Casale Monferrato ha ospitato una grande mostra antologica della fotografa milanese, “I miei racconti di fotografia oltre la moda“, che ripercorre la sua carriera dagli esordi fino alle opere più recenti.

Nel 2024 ha esposto nella collettiva, a cura di Angela Madesani, “Sguardi di Intesa” presso il Centro Saint-Bénin di Aosta.

SITOGRAFIA

www.mariavittoriabackhaus.com

www.salonemilano.it

www.doppiozero.it

www.quotidiano.net

http://www.harpersbazaar.com

blog.bridgemanimages.com

engo a sottolineare che:

  • Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità.
  • Gli articoli sono scritti con intenti didattici. L’obiettivo è quello di fornire spunti di riflessione e approfondimento sulla storia della fotografia e sulle diverse tecniche utilizzate dai grandi maestri.
  • Il mio impegno è verso la diffusione della cultura fotografica. Credo che l’analisi di opere significative sia fondamentale per la crescita e l’apprendimento di ogni fotografo.

Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.

Spero che questa dichiarazione possa chiarire il mio approccio e la mia passione per la fotografia. Sara Munari

Un difficile percorso di emancipazione

Copertina del libro 'Donne con obiettivi' di Susanne John e Giovanna Sparapani, con un'immagine stilizzata di una donna che fotografa su sfondo rosso e blu.

Per la Cultura Visuale la questione del  female gaze è dagli anni ’70 del Novecento un tema cruciale del dibattito sull’immagine. Da quando emerse con forza in Occidente nell’ambito dei gender e femmist studies americani in relazione al dominio del male gaze nella rappresentazione della donna nel cinema, nella moda e nella pubblicità, studiosi e artisti si sono confrontati con queste domande fondamentali:  esiste uno sguardo femminile? In che cosa si caratterizza, si differenzia e/o si contrappone rispetto a quello maschile, dominante nei differenti contesti  geografici , politici, sociali e culturali?

Dopo Messe a fuoco ( ed. goWare, Firenze 2022), che presentava prevalentemente le storie e le battaglie di 40 donne fotografe che fin dalle origini del mezzo hanno coraggiosamente  contribuito, con la loro vita e il loro lavoro, al difficile percorso di emancipazione dello sguardo femminile,  Donne con obiettivi, (ed. goWare, Firenze 2025) il nuovo libro di  Susanne John e Giovanna Sparapani,  rappresenta un altro contributo a questa importante riflessione in ambito fotografico.  Aggiornando e  allargando il repertorio,  la mappatura e il percorso storico-visuale, con la selezione,  la schedatura critica e i contributi iconografici di altre 40 fotografe contemporanee (nate fra gli anni ’40 e ’90 del Novecento),  le due ricercatrici ci offrono  una panoramica attuale e globale, geograficamente e culturalmente differenziata , offrendo a studiosi e appassionati un ricco e variegato materiale di studio e riflessione.

In continuità con il loro primo volume, il criterio di selezione  ha continuato  a privilegiare l’impegno etico-civile e politico-sociale di quelle professioniste che nelle loro produzioni, a partire dagli anni ’60-’70 del Novecento ad oggi  (dal reportage documentario alla fotografia artistica e di ricerca), si sono interessate a tematiche di notevole rilevanza e attualità, affrontando questioni di volta in volta legate ai temi dell’identità, della memoria e dei diritti civili, sviluppando contemporaneamente un’originale visione autoriale.

Accanto a fotografe occidentali (soprattutto europee e nordamericane), che operano in contesti democratici dominati dalle forme avanzate del capitalismo globale, abbiamo così fotografe sudamericane,  asiatiche, africane,  che spesso operano o sono originarie di paesi  guidati da regimi nei quali spesso sono negati  (soprattutto alle donne) i fondamentali diritti civili e dove il tradizionale dominio maschile si  intreccia, per motivi religiosi e culturali, con questioni di potere,  sapere, visibilità,  dovute alle conseguenze  dei  vecchi e nuovi colonialismi o ad un autoritarismo politico-religioso illiberale.

La maggior parte delle autrici presentate in questo libro sono impegnate quindi, in qualche modo, nella sensibilizzazione e promozione delle lotte per la giustizia, la libertà e l’emancipazione sociale e culturale delle donne nei differenti scenari  in cui vivono e operano, nel  difficile tentativo di liberare la loro e la nostra visione dagli stereotipi e dalle ideologie dei regimi visivi dominanti, con differenti  e coraggiose strategie di sottrazione, parodia, resistenza  e alternativa allo sguardo maschile teocratico e a quello postcoloniale o spettacolarizzato.

La faticosa costruzione di un female gaze si lega  per la maggior parte di queste artiste alle lotte politiche a e alle rivendicazioni di ruolo e identità delle donne, attraverso la ricerca di sguardi diversi, da un lato attenti alla tradizione ma dall’altro (soprattutto per le nuove generazioni) all’innovazione, all’ibridazione dei linguaggi  e alle aperture multimediali tipiche della nuova cultura visuale nata dopo la rivoluzione digitale. Visioni che, al di là delle questioni di genere e di differente sensibilità,  cercano di essere soprattutto  umane  e solidali, alternative o perlomeno distanti dai pregiudizi e dai clichè, ma anche dai narcisismi, dalle autocelebrazioni  e dalle competizioni social  tipiche del neoliberismo  mediatico.

Copertina del libro 'Donne con obiettivi' di Susanne John e Giovanna Sparapani, con una silhouette femminile sullo sfondo colorato e il titolo ben visibile.

L’impegno e gli obiettivi di queste 40 fotografe si concretizzano insomma nella messa a fuoco di politiche autoriali di rottura e di resistenza, sia rispetto  a quelle ufficiali imposte  dai regimi, sia nei confronti di  quelle mainstream del panorama infocratico. Sguardi coraggiosi e militanti, che cercano di opporsi da un lato alla disparità programmatica e censoria dei fondamentalismi religiosi e alla chiusura autoritaria dei sovranismi nazionali, dall’altro alla competitività logorante e all’individualismo sfrenato del capitalismo avanzato.

Sandro Bini

Ludovica De Sanctis, tra astrazione e realtà

“Ho sempre avuto un grande senso di astrazione dalla realtà, per questo ho deciso di approfondire la dimensione onirica e i suoi meccanismi”(L.D.S)

Fotografia di Ludovica De Sanctis da”Untitled”

Ludovica De Sanctis, nata a Roma nel 1991 e cresciuta in una cittadina di provincia del Centro Italia per poi spostarsi nella capitale, ha mostrato un interesse precoce per il cinema e la fotografia; trasferitasi nel 2011 a Parigi dove è rimasta per circa sette anni per seguire alla Sorbona un corso di studi in Storia dell’Arte con specializzazione  sul cinema russo e sovietico, attualmente vive e lavora a Milano come fotografa e video editor.  Nota con lo pseudonimo di Kamisalak, esperta di critica cinematografica a tutto tondo, durante il periodo universitario ha lavorato come assistente in varie produzioni cinematografiche e studi fotografici. Interessata alla fotografia analogica e soprattutto al suo metodo di sviluppo e stampa in camera oscura, non si sottrae alla sperimentazione delle più svariate tecniche, spaziando dal documentario alla video art, alla fotografia digitale e artistica. Interessata fin da giovanissima ad esplorare i meandri della psiche umana, per distaccarsi dalla pura realtà si è lanciata nell’esplorazione del mondo dei sogni dominati da meccanismi, talvolta oscuri;  la profonda conoscenza del cinema e della letteratura russa (vedi Gogol’, Dostoevskij, Tarkovskij…) in cui abbondano atmosfere oniriche, le ha permesso di indagare la psiche umana attraverso il mondo del soprannaturale e delle visioni surreali. Tra i suoi progetti più noti ricordiamo “Untitled” in cui la De Sanctis si concentra ad evidenziare le condizioni sociali e psicologiche delle periferie, riflettendo su temi come la solitudine esistenziale a causa dei repentini mutamenti della società che creano inquietudine e si riflettono pesantemente sulla psiche degli uomini.

Fotografia di Ludovica De Sanctis da”Untitled”

Nel suo lavoro più celebre – “Onironautica”- dalle parole greche sogno e marinaio– dopo approfonditi  studi sulle teorie del cosiddetto ‘sogno lucido’, utilizzando  vari metodi, come il Wake Back to Bed (WBTB) e il Mnemonic Induction of Lucid Dreams (MILD), la De Sanctis si rivolge all’analisi della sua prolifica attività onirica, particolarmente nei momenti dopo il risveglio quando i sogni rimangono impressi in modo più fulgido nella memoria: si viene così a  creare un  intricato mondo di immagini sovrapposte, strane e meravigliose che emergono dal proprio subconscio e possono rimanere vive anche durante le ore diurne: “La prossima volta che sognerò, mi ricorderò che sto sognando.” (L.D.S.)     Quando siamo immersi nel mondo onirico ci appaiono forme e figure verosimili che si accostano con meccanismi completamente diversi dai fenomeni reali : ed ecco serpenti acciambellati su un letto oppure un pesce che beve al rubinetto del bagno… , a richiamarci immagini create con l’AI. “Una sottile esplorazione delle interazioni tra intelligenza umana e artificiale nella creazione artistica”​. (www.lensculture.com)

Lavori recenti di Ludovica sono il photobook “Zagriz”, edito da Altana e la mostra personale intitolata “Le hasard fait bien les choses” allestita presso uno spazio d’arte contemporanea a Locarno in Svizzera.

I suoi lavori sono stati esposti a livello internazionale in città come Parigi, Berlino, Londra e Roma; sono inoltre numerosi i riconoscimenti ottenuti, tra cui il primo premio agli Art Photography Awards 2024 di LensCulture e il premio della Julia Margaret Cameron Foundation per le tecniche di manipolazione digitale.​ Il suo impegno nell’esplorazione dell’inconscio e della sua rappresentazione attraverso la fotografia, continua a renderla una figura significativa nell’arte contemporanea.

JRNL 20 – FotoFilmic

www.ludovicadesanctis.com

Ludovica De Santis racconta la psicogeografia | Collater.al

Ludovica De Santis | Portfolio | PhotoVogue

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”

Non è un crimine sostenere che l’arte può essere semplicemente bella!

Amo la moda e guardo molte cose.  Non è un crimine sostenere che l’arte può essere semplicemente bella” ALINA GROSS

Fotografia di ALINA GROSS

Nata nel 1980, Alina Gross, fotografa di origini ucraine, vive e lavora a Bochum in Germania. In un’interessante intervista riportata nel Neighbourhood Magazine, racconta con dovizia di particolari come la sua carriera sia iniziata a diciotto anni quando, giovane modella, fu scelta da un compagno di università per realizzare degli scatti quasi per gioco, scatti che inaspettatamente ebbero un certo successo anche nel sofisticato ambiente parigino. Questa divertente esperienza fu però breve perché Alina comprese ben presto come fosse molto più interessante fotografare e dunque diventare un soggetto attivo, invece di esporsi passivamente agli scatti di altri.

Fotografie di ALINA GROSS

Interessata ad esplorare con le sue fotografie il corpo femminile, alla ricerca dei dettagli più intimi e nascosti, sintetizza la sua visione in una frase: “Il nostro corpo è un paese delle meraviglie.… ho in me tutte le forme del mondo”.

Fotografia di ALINA GROSS

Alina con coraggio non arretra davanti ai difetti, alle imperfezioni, alla vecchiaia di alcune sue protagoniste oppure davanti a particolari intimi, incappando spesso nella censura di alcuni social media che non tollerano immagini troppo dirette. Attivista del movimento ‘Body positivy’ è sempre pronta a sfidare gli stereotipi riguardanti la bellezza al femminile, sfida che la spinge – sulla base delle sue esperienze personali come donna e artista – a ricercare immagini schiette ed autentiche con prospettive bizzarre e insolite al di là delle più ovvie convenzioni. Le sue fotografie vivaci e giocose attraversano con originalità il campo della moda, dai modelli casual all’haute couture: assistita da poche persone di fiducia, i suoi scatti avvengono all’interno di piccoli set, con una cura particolare rivolta alle luci anche naturali. Alina collabora con famose maison di moda e con numerose riviste internazionali, come Vogue e Harper’s Bazaar che apprezzano il suo stile originale molto glamour, talmente innovativo da includere anche il sapiente uso dell’Intelligenza Artificiale per creare spettacolari abiti floreali, pezzi unici nati dalla combinazione sofisticata tra fashion ed elementi naturali. Nei suoi lavori prettamente artistici, come il recente Calla /Lilly, la fotografa crea le sue seducenti immagini grazie ad uno stretto connubio tra fotografia tradizionale e gli algoritmi di AI, cercando una stretta relazione tra la figura femminile e il sensuale fiore della calla, quasi a voler sottolineare i confini sfumati tra il mondo reale e quello artificiale.

Fotografia di ALINA GROSS

Nella serie Visions of Femininity realizzata in collaborazione con la pittrice Vanessa Hitzfeld, la Gross si concentra sul legame tra flora e femminilità, a sottolineare una connessione delicata e armoniosa tra natura e corpo umano dipinto al di là di ogni bellezza convenzionale, richiamando mondi onirici e surreali. Un altro interessante lavoro di Alina, The Wonderland of the Human Body, esplora in modo del tutto originale il tema della maternità, utilizzando temi botanici per simboleggiare la nascita e il processo di trasformazione nella vita delle donne, specialmente dopo il parto Nell’ introduzione al suo primo libro, “The Beauty of Imperfection“, Dorothee Achenbach che ne cura l’introduzione, scrive: “Disturbanti, seducenti, straordinariamente diverse, impossibili da ignorare, le fotografie di Alina Gross hanno un enorme potere suggestivo. La fotografa, rinomata a livello internazionale, ha sviluppato un linguaggio visivo e fotografico che affascina immediatamente lo spettatore; i suoi soggetti sono le donne e i loro corpi, le metafore e le ambivalenze della sessualità e del genere. Con invenzioni visive insolite, combina corpi e parti di esso con fiori, tessuti, gioielli e colori dai toni vivaci e brillanti per dipingere al meglio la grande forza, autostima e potenza delle donne”.

Fotografa freelance famosa su scala internazionale, oltre alla collaborazione  con importanti riviste di moda, espone in numerose mostre internazionali:  ha partecipato alla Riga Biennale of Photography nel 2021 e al Queer Archive Festival ad Atene nel 2022, al Vogue Photo Festival di Milano nel 2023 e alla mostra collettiva “New Femininity” a Lisbona.

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

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SITOGRAFIA

Alina Gross – Thursday’s Child (thursdayschild.global)

Alina Gross Photography | Fotografie Metropole Ruhr (alina-gross.com)

L’impatto dell’IA sulla fotografia di moda: la storia di Alina Gross | Artribune

https://www.youtube.com/watch?v=f4PWcSW9Bt0. Intervista ad Alina

 “Io immagino la fotografia come una tela vergine” Valerie Belin

VALERIE BELIN ( Boulogne-Billancourt, 1964 )

Valerie Belin Copyright (c) 2007 Philippe Lenepveu

 “Io immagino la fotografia come una tela vergine” ( V.B.)

Valérie Belin è una fotografa francese nata nel 1964 a Boulogne-Billancourt nei pressi di Parigi dove attualmente vive e lavora. Famosa per il suo approccio del tutto personale alla fotografia, oltrepassa le regole tradizionali del mezzo, interrogandosi sui confini tra il mondo reale e quello artificiale, smuovendosi tra realtà e illusione. Ha studiato all’École des Beaux-Arts di Bourges e in seguito alla Sorbona con studi rivolti al minimalismo americano e all’arte barocca italiana, per giungere ben presto alla fotografia che diviene il suo mezzo artistico preferito, procurandole fama internazionale.

Fotografia di Valerie Belin Copyright (c)

Particolarmente interessata alla resa degli effetti luministici, inizia a lavorare nel 1993 fotografando varie sorgenti luminose, con un’attenzione particolare ai riflessi prodotti da preziosi manufatti di cristallo. Durante questa prima fase della sua attività, preferisce scattare in bianconero e gli oggetti che più attraggono la sua attenzione – come ad esempio specchi, abiti, automobili, motori… – vengono immortalati con estrema definizione, secondo uno stile raffinato e decisamente minimalista. Curiosa sperimentatrice dotata di notevole fantasia, spazia in molteplici settori e, intorno alla fine degli anni Novanta, introduce nei suoi lavori la figura umana ripresa frontalmente e isolata sopra sfondi neutri bianchi o neri. In questo periodo Belin scatta in analogico e fino al 2006 predilige fotografie monocromatiche, per passare improvvisamente all’uso del colore in parallelo ad una sua incursione nel mondo del digitale che le consente, attraverso l’uso del fotoritocco, di manipolare le immagini: alla ricerca di una proliferazione e superfetazione di segni e dettagli che suggeriscono diversi livelli di lettura di un’opera, Valérie usa sovrapposizioni, doppie esposizioni, solarizzazioni assai spinte e, grazie alla sua esperienza nel campo dell’illuminazione artificiale, riesce  a creare immagini che sembrano iperreali e quasi pittoriche,  con chiari riferimenti alla fotografia commerciale o pubblicitaria.

Fotografie di Valerie Belin Copyright (c)

I suoi lavori, organizzati con estrema precisione in serie fotografiche, affrontano tematiche complesse da cui emerge con chiarezza la sua volontà di mettere in evidenza gli aspetti negativi del mondo attuale in cui diventa sempre più necessario trasformarsi e uscire da sé, grazie a trucchi, belletti o strani abbigliamenti per voler ‘apparire’ ed imporsi in modo non autentico all’interno di una sfrenata società consumistica.  Afferma Valérie: “Un cliché diventa un cliché perché è un oggetto del desiderio: il desiderio di bellezza, il desiderio di appartenere, il desiderio di riconoscimento sociale, il desiderio di essere qualcun altro. Gli stereotipi affascinano per la loro capacità di generare il desiderio di identificarsi con l’imitazione o la rivalità. Conformarsi è diventare un oggetto del desiderio.” (V.B.)  Sulla tematica della perdita di individualità in favore di un’identità modellata su un’icona globale, è particolarmente significativa la serie fotografica del 2014 dedicata ad un idolo delle folle come  Michael Jackson’s Doppelgängers, in cui la Belin immortala alcuni sosia del famoso cantante pop ripresi su fondi neutri, alla ricerca di un ‘artificioso realismo’ ricercato nella perfezione dei dettagli, dalla pelle ai costumi, fino alle espressioni facciali.

Fotografie di Valerie Belin Copyright (c)

Nella serie Still Life  del 2014, occhieggiando ad un’estetica kitsch, vengono immortalati frutti di plastica lucente o manichini/avatar che si sporgono dalle vetrine, in un susseguirsi di atmosfere ambigue ricche di artifici che ci aiutano a riflettere sulla società attuale, in cui, ribadisce con forza la fotografa, le apparenze tendono a sopraffare la realtà.

Fotografia di Valerie Belin Copyright (c)

Importanti sono le molteplici serie dedicate alle figure femminili, come ad esempioBlack-Eyed Susan del 2010, in cui immagini di fiori si sovrappongono a ritratti di donne, creando preziosi effetti onirici di fusione indissolubile tra la sfera umana e la natura. Seguono altri lavori come Têtes couronnées (2009), Brides (2012), Super Models (2015), All Star (2016), Painted Ladie, (2017). In quest’ultimo lavoro, affiancata dalla truccatrice londinese Isamaya Ffrench, la Belin ha trasformato i volti delle modelle con fantasiose pennellate ed un sapiente fotoritocco, affermando in tutta sincerità: “Potrebbero essere creazioni digitali, ma gli occhi sono ancora molto umani quindi c’è di nuovo un paradosso, tra l’irrealtà e l’umanità degli occhi delle ragazze”.

I molteplici lavori di Valèrie scaturiti da una profonda e variegata sensibilità artistica, sono stati esposti in importanti mostre ospitate al MoMa di New York, al Centre Pompidou a Parigi, al Victoria and Albert Museum di Londra. Nel 2015 ha vinto il Prix Pictet (Disorder) ed è stata nominata ufficiale dell’Ordre des Arts et des Lettres in Francia nel 2017 e nello stesso anno, una mostra itinerante è stata co-prodotta dal Three Shadows Photography Art Center di Pechino, dal SCôP di Shanghai e dal Chengdu Museum.

 Fino ad ottobre 2024, nelle sale del Museo di Belle Arti di Bordeaux (MusBA), Valérie Belin propone Silent Visions, una mostra personale con circa 100 opere che ripercorrono la carriera dell’artista, dalla fine degli anni ’90 a serie più recenti. L’esposizione mette in luce la dimensione pittorica della sua opera dove appaiono numerosi riferimenti dell’artista alla storia dell’arte, attraverso nature morte, ritratti, nudi e body worship, creando un nuovo e stimolante dialogo con le importanti collezioni d’arte del Museo di Bordeaux. (24 aprile-28 ottobre 2024. MusBA, Galleria e Museo).

Bibliografia


Valérie Belin, Quentin Bajac, Jennifer Blessing “Valérie Belin” Steidl, 2007

 Adam Mazur, Lukasz Ronduda, “Contemporary Photography from Eastern Europe: History, Politics, and Everyday, Black Dog Publishing, 2013

Valérie Belin, Tobia Bezzola, “Valérie Belin: Still Life”, Hatje Cantz 2014


Valérie Belin“Valérie Belin: Super Models”, Xavier Barral, 2015

Articolo di Giovanna Sparapani

Sitografia


valeriebelin.com

www.centrepompidou.fr Valérie Belin – Les images intranquilles – Centre Pompidou

https://www.moma.org Valérie Belin | MoMA

www.vam.ac.uk/collections/valérie-belin


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Guia Besana: una foto costruita che parla di cose reali.

“ …Nel mio lavoro ho bisogno che sia subito chiaro che no, questa non è la realtà. E’ una foto costruita, ma parla di cose reali…” ( G.B.)

Guia Besana è una fotografa italiana che vive e lavora tra Parigi e Barcellona: nata nel 1972 a Moncalieri vicino Torino, ha studiato media e comunicazione prima di trasferirsi in Francia nel 1994 per intraprendere la sua carriera di fotografa.

Fotografie di Guia Besana ©Guia Besana POISON

Frequentando fin dalla giovane età il laboratorio del padre che operava e commerciava nel settore dei tessuti, ha lavorato per circa otto anni a fianco del fotografo – specializzato nell’uso del banco ottico – che aveva il compito di creare il campionario per le vendite. In mezzo a stoffe, tendaggi, trame e colori che resteranno una costante nelle sue immagini, Guia si rende utile andando in giro a cercare oggetti strani e curiosi che possano servire per la creazione di set in cui collocare la merce da fotografare. Anche più avanti nel tempo, già immersa totalmente nella sua professione di fotografa, Guia ama dedicarsi alla ricerca dei più vari elementi con cui costruire le scene per gli scatti: non vede ostacoli davanti a sé ed è capace di intercettare con ostinazione da un apicoltore centinaia di api morte o pezzi di aerei dismessi in una discarica, fino a trasportare sulla testa, con notevole sforzo fisico, una poltrona di tessuto verde abbandonata in Grecia sul ciglio di una strada, oppure ricercare uova di ragno da mettere in un barattolo per vedere come riescono a prolificare. “… Mia sorella mi chiama ‘falegname’ perché so riparare di tutto, oggetti, sedie, finestre…” (G.B.) Unica tra i suoi cinque fratelli animata da un forte desiderio di controllo, ama conservare con ordine le foto di famiglia, spesso accompagnate dalla registrazione delle voci dei vari componenti, a voler fissare sensazioni ed emozioni intime e private.

Fotografie di Guia Besana ©Guia Besana Under pressure

All’età di circa trenta anni decide di percorrere fino in fondo la strada che la porta a dedicarsi totalmente alla fotografia e, mostrando da subito un particolare interesse per l’universo femminile, viaggia in diversi paesi per esplorare e immortalare la condizione delle donne dal punto di vista dell’identità privata e personale per allargare la sua indagine anche a questioni sociali. Svolgendo il ruolo di ricercatrice per un fotografo dell’agenzia Magnum, si reca in Sudafrica per un reportage sulle gravi conseguenze dell’aids: fotografa spazi vuoti, case abbandonate, il tutto estremamente desolante. In Iran, dove si reca da sola superando la paura di volare, rivolge lo sguardo alle donne riprese senza velo in casa, mentre all’aperto sono obbligate a tenere la testa coperta che le rende figure femminili quasi anonime.

Abbandonati i reportage, scopre di essere attratta dalla ‘staged photography’ che si basa su intriganti ‘mise en scène’: “……Non amo fotografare quel che vedo, ma quel che penso. All’inizio immagino una scena, poi cammino per la città in cerca di oggetti….”, oggetti che le possano servire per dare corpo all’idea iniziale, anche banali come un pezzo di stoffa, un vestito abbandonato, un legno con una curvatura… In linea con i due artisti/fotografi Cindy Sherman e Gregory Crewdson, suoi punti di riferimento, ritiene che le fotografie vanno immaginate prima di essere scattate, pensate in ogni minimo particolare, dalla location, alle luci, agli abiti, ai capelli, ai colori dominanti nelle scene. In un’intervista, Guia racconta che il periodo della gravidanza in cui era costretta ad un riposo forzato, è stato fondamentale per aiutarla ad elaborare idee e pensieri da trasformare in set scenici per fissare fotograficamente problemi della realtà attuale – come la condizione della donna e i cambiamenti climatici – con immagini di finzione incisive e pregnanti di significato. Nel 2011 per il progetto “Baby Blues”, attraverso ritratti simbolici e intriganti messinscena, esplora le emozioni e le sensazioni profonde legate alla maternità, concentrando lo sguardo e il pensiero su aspetti del suo vissuto che si allarga a tutto il mondo femminile. Per la serie “Under Pressure” del 2013, sceglie come location la casa di campagna nei pressi di Biella della nonna materna, in cui le donne portano avanti per abitudine il loro ruolo di casalinghe a vita. In “Poison” del 2015, uno dei suoi lavori più significativi, affronta il tema dell’eccessivo consumismo e dello sfruttamento indiscriminato della natura, con uno sguardo particolare al mondo marino, come ben si intuisce dalla sua famosa immagine “La Sirena”.

Fotografie di Guia Besana ©Guia Besana “Carry on”

Realizzata nel 2022, la serie di 15 fotografie dal titolo “Carry on”, scaturita dalla paura di volare e concepita come spezzoni di un film che attraverso la finzione occhieggia alla realtà, vede come protagonista una giovane donna circondata da oggetti vari sparpagliati in modo caotico sui sedili e sulla moquette dell’aereo, a testimoniare l’inquietudine che l’accompagna durante il viaggio, alludendo anche al suo mondo interiore.

Ritratto di Guia Besana

Besana ha collaborato con diverse agenzie fotografiche e i suoi lavori sono stati pubblicati in numerosi giornali e riviste internazionali come The New York Times, Le Monde, Marie Claire e Vanity Fair; è rappresentata da varie gallerie e le sue opere sono state esposte in città come Los Angeles, New York, Buenos Aires, e molte altre in Europa e Asia.

 Concita De Gregorio, “ Chi sono io?”, ed. Contrasto, Roma 2017

Guia Besana. Carry on – Mostra – Milano – STILL Fotografia – Arte.it

INTERVIEW: Guia Besana – Cortona On The Move

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

L’articolo ha solo scopo didattico e informativo. Le immagini sono di proprietà dell’autore e non possono essere vendute o riprodotte.

Sarah Cooper e Nina Gorfer – opere composite, pittura e collage

Sarah Cooper, nata negli Stati Uniti nel 1974 e Nina Gorfer in Austria nel 1979, lavorano in stretto sodalizio fin dal 2006; attualmente vivono e lavorano a Göteborg, in Svezia.

Le due fotografe hanno esposto in importanti musei europei e statunitensi, ricevendo anche il titolo di ambasciatrici Fuji; nel 2018 hanno ricevuto il German Photo Book Award per il libro “I Know Not These My Hands”, pubblicato da Kehrer Verlag.

fotografia di Sarah Cooper e Nina Gorfer

Operando principalmente nell’ambito della ritrattistica, supportate da una approfondita cultura visiva a partire dai dipinti del XVIII sec. per arrivare a Gustav Klimt fino ai Surrealisti, creano opere composite in cui si armonizzano tra di loro fotografia, pittura e collage. Le atmosfere stranianti che emanano dai loro lavori sono il frutto di un sapiente e minuzioso lavoro anche manuale, rivolto alla creazione di sofisticate messe in scena: le imponenti figure femminili emergono da fondi scuri attraverso i colori saturi e vibranti dei loro ricchi abiti dalle strane fogge totalmente inventate, lasciandosi alle spalle le loro angosce e il loro difficile passato.  L’attenzione dedicata ai volti e agli atteggiamenti delle protagoniste implica una conoscenza profonda degli stati d’animo delle donne ritratte, ma una parte rilevante del ‘modus operandi’ di Sarah e Nina non dipende da indagini esclusivamente introspettive, in quanto tematiche di tipo politico e sociale costituiscono la base del loro lavoro.

Fotografie di Sarah Cooper e Nina Gorfer

La memoria, l’identità, lo spaesamento procurato soprattutto dall’abbandono dei propri paesi di origine, fa sì che nei loro ritratti si creino stratificazioni di elementi decisamente complessi, molto al di là della ritrattistica tradizionale.

Il loro stile originale contempla l’uso di collage realizzati con materiali dipinti e ricamati, oltre a fotografie destrutturate, smontate e rimontate sovrapponendo in modo effimero i vari strati fino ad ottenere superfici frammentate, per lo più caratterizzate da linee spezzate. “Sarah Cooper e Nina Gorfer sono convinte che anche l’arte possa contribuire a salvare il mondo. Nei loro ritratti rielaborano la realtà attraverso un complesso filtro psicologico di ricordi, stati d’animo e ferite” ( Alice Politi in Vanity Fair). Importante è la loro indagine visiva sulla generazione di giovani donne emigrate in Svezia, forzatamente sradicate dai loro paesi di origine, come possiamo ammirare nella serie “Between These Folded Walls,Utopia” (2017 – 2020),  in cui si mette a fuoco la tentazione di sognare un nuovo mondo possibile: le immagini decisamente teatrali sono infarcite di scene surreali, con significativi rimandi alla realtà vissuta dalle donne rappresentate, in ”…una danza visiva tra astrazione e figurazione”.

Fotografia di Sarah Cooper e Nina Gorfer

Il libro “I Know Not These My Hands”, ricco di liricità e poesia, indaga i segni e le tracce che una vita difficile e travagliata ha lasciato nell’animo di donne originarie del nord-ovest dell’Argentina, emigrate in terre lontane. Il libro, composto da un insieme di fotografie e aneddoti, è scaturito da incontri casuali, lunghe conversazioni, interminabili sedute di posa, caratterizzate da empatia tra le fotografe e le donne ritratte che non mostrano alcuna remora nell’evidenziare il senso di disorientamento provocato dall’essere completamente sradicate dalla loro terra. ​

Fotografia di Sarah Cooper e Nina Gorfer

Nel libro “The Weather Diaries” – pubblicato nel 2014 dopo un soggiorno di due anni in paesi del nord Europa come l’Islanda e la Groenlandia –  Cooper e Gorfer esplorano in modo originale ed estremamente poetico le radici delle tradizioni, della moda e del design nordico. Le fotografe con i loro scatti che vanno al di là di una pura documentazione, interpretano in modo sublime il freddo isolamento di questi luoghi: abiti sofisticati, installazioni di giovani stilisti e anche vestiti tradizionali affiorano in mezzo ad una natura dura e selvaggia, creando un contrasto di struggente bellezza. Commissionato dalla Nordic Fashion Biennale, il progetto ha implicato la collaborazione con designer e artigiani locali, il cui lavoro è influenzato dalla cultura, dalle tradizioni e dal clima delle loro terre d’origine.

https://www.vanityfair.it/show/agenda/2020/08/27/vanity-art-view-cooper-gorfer-larte-ha-un-potere-innato-ispirare-la-trasformazione

https://www.materainternationalphotography.com/cooper_gorfer-s3072.

Between These Folded Walls, Utopia – Photographs by Cooper & Gorfer | Interview by Liz Sales | LensCulture

Articolo di Giovanna Sparapani

Le fotografie inserite nel testo sono e rimangono di proprietà dell’autore, qui hanno solamente scopo didattico informativo.