CAMILA FALQUEZ – Se dobbiamo parlare, parliamo profondamente.

“Si vamos a hablar, hablemos profundo” – (“se dobbiamo parlare, parliamo profondamente”)

CAMILA FALQUEZ – Se dobbiamo parlare, parliamo profondamente. Nata il 28 marzo 1989 a Città del Messico da genitori colombiani, è cresciuta a Barcellona; all’età di 21 anni  si è trasferita a New York, dove attualmente vive nel quartiere di Brooklyn. Camila ha avuto una solida formazione artistica frequentando fin da bambina l’atelier di sua madre: «Mi ospitava nel suo studio per aiutarla con i colori, i materiali e la scenografia. Mia madre è un essere umano affascinante e un’artista prolifica con una quantità infinita di creatività”. Al suo fianco ha visitato i più importanti musei europei, colpita in modo particolare dalle opere incontrate al Prado di Madrid e al Rijksmuseum di Amsterdam.

Fotografie di proprietà di CAMILA FALQUEZ – The Gods that walk among us.

Dotata di una profonda sensibilità nei confronti del mondo degli umili, ha rivolto il suo originale sguardo alle molteplici comunità di emarginati che ha incontrato nel suo cammino, con un’attenzione particolare alla popolazione BICOP (“Black, Indigenous, and People Of Color”) ed a persone di varie identità sessuali e di genere. La Falquez è famosa soprattutto per i ritratti in cui ha immortalato alcuni personaggi famosi, tra cui anche il presidente Joe Biden e la vice Kamala Harris; non limitandosi però al mondo dei vip, sceglie i suoi modelli anche tra persone provenienti dagli strati più emarginati della società, da lei definiti “gli dei che camminano tra noi”. Gli abiti dalle fogge sontuose e dai colori smaglianti esaltati da fiotti di luce calda senza ombre, ornano i suoi personaggi che emergono da sfondi caratterizzati da vivaci cromie. E così persone anziane, di colore, omosessuali, transessuali o persone obese, si mostrano di fronte a noi sopra piedistalli di varia altezza, mostrandosi in atteggiamenti, a loro modo solenni, che sfidano il buon senso e la morale comune, in nome di una inclusività a tutto tondo. Essendosi formata grazie ad una mescolanza di varie culture, Camila trova la sua cifra stilistica nella scelta di una tavolozza dai colori vividi, lucidi e vivaci, immortalando i vari modelli in posizioni forzate, fortemente espressive, riuscendo a penetrare nei tortuosi meandri delle personalità che fotografa. Fuori dai dettami dei ritratti realisti, realizza immagini oniriche dalle sfumature surreali a cui contribuiscono anche le originali trame dei tessuti e gli strani oggetti di scena. «Sono perdutamente innamorata delle persone che fotografo, e penso che nelle fotografie si veda che loro si sentono a proprio agio. Quando i miei soggetti arrivano nel mio studio, inizia la cerimonia: mangiamo benissimo con le mie amiche che cucinano, dopo si fanno fare i capelli e il trucco e si sentono bellissime. Avere il permesso di ritrarre queste storie difficili significa creare uno spazio di cura a tutti i livelli. Questo vale per molte cose che stanno accadendo nel mondo in questo momento e ne abbiamo bisogno: empatia e cura in modo genuino».

Fotografie di proprietà di CAMILA FALQUEZ – The Gods that walk among us.

Al suo arrivo negli Stati Uniti, Falquez ha scoperto il cinema, ritenendolo un mezzo adatto alla sua ricerca, ma dopo diverse sperimentazioni ha compreso che la sua passione vera è la fotografia. Affacciandosi al mondo della moda e del fashion ben presto si rende conto che in  questo campo non albergano solo affari e superficialità, trattandosi invece di un terreno che offre molteplici possibilità di sperimentazioni, svago e divertimento. “La moda ha una grande influenza sulla società. Gli intellettuali, la gente di città, le persone comuni, i miei zii e le mie zie colombiane, tutti hanno a cuore Vogue” .

Per quanto il suo interesse graviti per lo più nel campo  della fotografia, nel suo lavoro The Voice Does Go Up, Camila, affiancata dall’artista e accademico Luis Rincon Alba,  si è cimentata in una performance che indaga le potenzialità della voce umana, analizzando a fondo la musicalità delle canzoni tradizionali caraibiche.

Molti sono i suoi progetti confluiti in mostre personali, sempre con un occhio rivolto a problematiche sociali. Emblematica a questo proposito è l’installazione creata nel periodo pandemico: le strade del centro di New York sono state tappezzate con fotografie di grande formato che vedono assoluti  protagonisti dei soggetti al di fuori dei binari comuni, come trans, omosessuali, queer e persone di colore.

Le fotografie di Camila Falquez sono state pubblicate da importanti testate, come The New York Times, The Guardian, TIME Magazine, The Wall Street Journal, Vogue e El País.

 Bardelli-Nonino, Chiara (2020-07-07). “Being in History”. Vogue Italia . Retrieved 2023-12-07.

https://www.camilafalquez.com

https://www-theltc-com.translate.goog/artists/camila-falquez

https://www.artsy.net/artist/camila-falquez

Articolo di Giovanna Sparapani

Le fotografie inserite nel testo sono e rimangono di proprietà dell’autore, qui hanno solamente scopo didattico informativo.

RUTH LAUER MANENTI, ricerca continua della più profonda spiritualità

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

Della fotografa statunitense Ruth Lauer Manenti non abbiamo notizie precise riguardo alla data di nascita, sappiamo che Philadelphia è la città natale e che attualmente vive nei pressi dei Catskill Mountains nello stato di New York, con il marito e due gatti.  A proposito della sua abitazione, una specie di baita alla quale è particolarmente legata, l’artista racconta: “Vivo in una casa costruita nel 1940 ai piedi delle montagne Catskill… Quando abbiamo pensato di comprarla, anche l’agente immobiliare è rimasto sorpreso perché ha un bagno ed una sola camera da letto, non ha un garage, né un seminterrato o un vialetto lastricato; la casa ha piccole finestre su tutti e quattro i lati che di giorno lasciano entrare una luce delicata, per me rara e speciale…”. 

Fotografie di Ruth Lauer Manenti “Excerpts”

Figlia di una pittrice da cui ha ereditato una sensibilità particolare, Ruth ha conseguito nel 1994 un MFA presso la Yale School of Art in pittura e disegno; si è avvicinata alla fotografia dopo aver ricevuto in regalo una macchina fotografica di grande formato: grazie ad essa, da autodidatta e dopo varie fasi di sperimentazione, è riuscita a realizzare immagini poetiche e raffinate che le hanno valso numerosi premi e riconoscimenti.  La sua vita ha subito una decisa svolta dopo un grave incidente quando aveva 21 anni: dovendo fare i conti con un fisico debilitato, Ruth si è concentrata sugli aspetti più profondi e spirituali della sua personalità, realizzando foto rarefatte, in cui i soggetti rappresentati, siano essi nature morte, persone o paesaggi, diventano quasi impalpabili e immateriali nel loro bianconero tenue ed evanescente.

Una cifra stilistica intensamente poetica domina il lavoro “Excerpts” (Estratti) in cui Ruth focalizza l’attenzione sull’intimità della casa, fotografando la sua quotidianità scandita da ripetitivi rituali domestici: il vasto corpus di immagini in bianconero – poco contrastate, sgranate e oniriche – è stato concepito per onorare la madre, da poco deceduta, ma sempre presente al suo fianco. Sentendosi libera dal doversi focalizzare su soggetti usuali e graditi ai più, immortala aspetti della modesta casa e alcune delle sue azioni quotidiane più umili; “Amo spazzare e lavare i piatti, le palette e la semplice argenteria, quindi ho iniziato da lì”. (R.L.M.)

Dal lavoro intitolato “Excerpts” è scaturito un libro fotografico fatto a mano e autopubblicato, comprendente una selezione di 34 immagini dal titolo assai esplicativo “Imagined It Empty” (“Immaginate che sia vuoto”). Mentre lo creava, Ruth confessa di avere vissuto più volte la sensazione che tutte le persone della sua vita, ancora presenti o meno, vivessero in casa con lei.

“Since Seeing You” (“Da quando ti ho visto”) è un lavoro molto coraggioso realizzato da Ruth negli ultimi giorni di vita dell’amata madre. L’artista confessa che nell’arco della vita non era mai riuscita a fotografarla, ma negli ultimi istanti, superando il suo diniego, l’ha immortalata, abbandonata in completa serenità davanti al suo obiettivo.

Fotografie di Ruth Lauer Manenti “Since Seeing You”

“Da quando ho perso mia madre, ho scattato molte fotografie nella natura, confortata dalla sua vitalità, dalla decadenza e dalla bellezza selvaggia. Sento il suo spirito lì, tra gli alberi inclinati o sotto una pioggia leggera. A volte, i ricordi di lei svaniscono dolcemente e si confondono… Non mi sarei mai aspettata di essere ancora così in contatto con mia madre. Questo lavoro è una contemplazione della mancanza di coloro che amiamo e di come essi esistano ancora nelle nostre vite” (R.L.M.).

L’ultimo lavoro dal titolo “Shard” (“Frammento”) è nato durante il periodo in cui Ruth è afflitta da una forte depressione: tutto il giorno chiusa nella sua casa, unico rifugio sicuro al suo malessere, osserva attraverso le finestre i cambiamenti della luce nel trascorrere dei giorni e delle stagioni. Si trova a sostare a lungo davanti ad oggetti di vetro dagli splendidi riflessi oppure a ceramiche con vistosi spacchi, riflettendo sulla fragilità delle cose del mondo: le foto di queste nature morte invitano l’osservatore a riflettere sulle perdite e sul tentativo di essere vicini anche a ciò che è strappato, danneggiato, rotto.

Fotografie di Ruth Lauer Manenti “Shard”

Nella ricerca continua di alimentare la sua più profonda spiritualità, si interessa allo yoga e alla meditazione, recandosi spesso in India per apprendere i dettami fondamentali di questa disciplina, di cui è diventata una maestra in senso proprio: con l’affettuoso soprannome di ‘Lady Ruth’ insegna con successo alla famosa Jivamukti Yoga School di New York.

www.ruthlauermanenti.com

VINCITORI—LensCulture Art Photography Awards 2022

Ruth Lauer Manenti – Il Premio Hopper (hopperprize.org)

Ruth Lauer-Manenti: Remnants | Exhibition (all-about-photo.com)

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”

Sulla fotografia contemporanea

La medusa, generata con AI

Articolo di Giovanna Sparapani

La fotografia contemporanea, dinamica e sfaccettata, è caratterizzata da una serie di elementi che riflettono l’evoluzione tecnologica e i cambiamenti socioculturali del mondo attuale. Mentre le tecnologie digitali continuano a evolversi, i fotografi cercano modi innovativi per utilizzare questi strumenti, esplorando territori visivi che implicano connessioni con la poesia, la letteratura il cinema, e altre forme multimediali come le installazioni, le performances o il design grafico.

 Questa interdisciplinarità espande i confini della fotografia tradizionale attraverso pratiche che vengono definite ‘postfotografiche’ prevedendo l’appropriazione di immagini di altri autori, il mixaggio, il riciclo, il recupero degli archivi, “mettendo in crisi le tradizionali nozioni di originalità, proprietà, verità, memoria legate alle immagini”.

La Medusa dal mito all’IA

Joan Fontcuberta intitola il suo fondamentale saggio “ La furia delle Immagini – Note sulla  postfotografia” (ed. Einaudi, Torino 2018), indicandoci con chiarezza come questa analisi si rivolga a tematiche di stretta attualità : “ La postfotografia fa riferimento alla fotografia che fluisce nello spazio ibrido della socialità digitale e che è conseguenza della sovrabbondanza visuale…” (J.F., pag.3). Lo scrittore spagnolo sottolinea, come in una società ipertecnologica dominata dagli smartphone e dalla condivisione compulsiva delle immagini sui socialnetwork, il senso tradizionale della fotografia come portatrice di verità e memoria si stia ampiamente modificando. Dal suo osservatorio privilegiato di docente, curatore e fotografo, a partire dal 2010, ha rivolto il suo sguardo alla pratica dei ‘selfies’ oggi accessibile a tutti, che permette a chiunque di raccontarsi visivamente, alla ricerca di una forma di espressione personale e identitaria che spesso inclina ad un narcisismo esasperato. Con una visione apocalittica, il filosofo coreano Byung-Chul Han, critico acuto e severo della società contemporanea, introduce il concetto del ‘phono sapiens’ che sta gradualmente sostituendo ‘l’homo faber’ in un crescente desiderio di catturare informazioni che diventano fini a se stesse, allontanandoci sempre più dalla realtà delle cose concrete. ( B.C.H., “ Le non cose, come abbiamo smesso di vivere il reale” Einaudi, 2022).

Sul piano della fotografia, le immagini digitali facilmente condivise e distribuite in rete, raramente vengono stampate e la loro vita diventa effimera in mezzo a milioni di altri scatti, a differenza delle foto cartacee che possono essere conservate e tramandate. Nell’epoca della ‘postfotografia’, software come Photoshop e Lightroom, permettono una manipolazione molto più facile delle fotografie, per non parlare dell’ IA (Intelligenza Artificiale) che consente di creare immagini del tutto inventate, senza alcun rapporto diretto con la realtà. In questo contesto, la fotografia concettuale sta guadagnando spazio, con artisti che esplorano idee e concetti astratti, enfatizzando l’interpretazione soggettiva piuttosto che la rappresentazione diretta della realtà. A partire dagli anni ’90 del Novecento, ‘la staged photography’ che si basa su sapienti e articolate messe in scena da parte dei fotografi, evidenzia in modo chiaro il contrasto tra realtà e finzione.

Piattaforme come FB, Instagram, TikTok e Pinterest sono diventate vetrine fondamentali per fotografi amatori e professionisti: la condivisione immediata e il feedback in tempo reale influenzano la produzione e il consumo di immagini. Di pari passo con l’avanzare della tecnica digitale, in un cerchio abbastanza ristretto di appassionati, c’è un crescente interesse per le tecniche fotografiche tradizionali, come la pellicola analogica e i processi di stampa in camera oscura: questo ritorno alle origini è spesso visto come una forma di resistenza alla velocità e all’effimero dell’universo digitale.

 Le immagini sono state create con l’Intelligenza Artificiale Generativa  da Giovanna Sparapani, autrice dell’articolo: La Medusa dal mito antico all’Ai (1 e 2).

 Bibliografia:

Joan Fontcuberta “ La furia delle Immagini – Note sulla  postfotografia” (ed. Einaudi, Torino 2018).

Byung-Chul Han, “ Le non cose, come abbiamo smesso di vivere il reale” Einaudi, 2022.

RIMA MAROUN, fotografa libanese da conoscere!

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

 “Il ruolo che può svolgere l´arte è essenziale perché attraverso di essa è possibile incontrare l´essere umano al di là delle appartenenze politiche, religiose e culturali” (R. M).

Fotografia di Rima Maroun dal lavoro “Murmures”

Rima Maroun (1983), fotografa libanese che vive e opera a Beirut, si è laureata nel 2006 presso l’Università dello Spirito Santo di Kaslik; interessata alle arti performative e all’organizzazione di eventi, ha co-fondato l’Associazione culturale Collectif Kahraba, con la quale ha partecipato a molteplici progetti teatrali fino al 2009. Oltre alla presenza attiva in festival internazionali di notevole rilevanza, nel 2017 Rima ha lavorato intensamente alla creazione di uno spazio artistico – Hammana Artist House – e di un collettivo – Collectif 1200 – volti a promuovere la collaborazione con fotografi locali alla ricerca di interessanti scambi culturali. Nel 2007, all’età di 25 anni, Rima si fece conoscere per un importante lavoro dall’esplicativo titolo “Murmures” (Mormorii) comprendente 14 immagini che rappresentano bambini e adolescenti di spalle davanti a tetri muri del martoriato sud del Libano: “…Volevo distogliere lo sguardo da questi bambini che sono dovuti diventare improvvisamente duri, adulti, tragicamente e penosamente consapevoli. Volevo evitare di giocare con facilità con le emozioni dello spettatore”, racconta la fotografa libanese.

Fotografie di Rima Maroun “While Standing My Ground”

La serie “Murmures” fu completata nel 2007, poco tempo dopo la fine del conflitto aperto tra Israele ed il movimento sciita Hezbollah, lavoro che oggi ci appare tragicamente attuale: i fanciulli che sembrano fondersi con le nude pareti che hanno di fronte, a significare una separazione dai loro coetanei, diventano emblemi universali dell’incomunicabilità a cui portano i dissennati conflitti. Nel 2012 Rima Maroun ha presentato a Montpellier la mostra fotografica “A Cielo Aperto” dedicata alla ‘nuova Beirut’, in corso di ricostruzione dopo la devastazione causata da quindici anni di guerra civile. In quel periodo l’urbanistica della città andava sensibilmente cambiando: girando per le strade ancora dissestate si poteva assistere a innumerevoli cantieri volti alla creazione di nuovi edifici. La fotografa percorre Beirut in lungo e in largo cercando di immortalare il fervore costruttivo che anima il tessuto urbano, rimanendo affascinata dalle colate di cemento e dai profondi scavi per le fondamenta dei moderni palazzi. “All’interno della mia terra si ritrovano la storia di diverse civilizzazioni, di guerre recenti e passate; oggi, una folla corsa ricostruttiva devasta la città, le strade sono in evoluzione, gli spazi aperti vengono rinchiusi sotto il peso massiccio del cemento, la terra è rimodellata, sviscerata, scavata” (R.M.)

Fotografie di Rima Maroun “A cielo aperto”

Il suo progetto più recente, “While Standing My Ground” ci presenta numerosi autoritratti ripresi dall’alto con l’aiuto di un drone, scattati a Beirut nel 2020 durante la pandemia da Covid19 che ha fatto precipitare la popolazione in un clima di incertezza e paura. Rima ci racconta che, dopo aver vissuto circa un mese chiusa in casa, ha compreso che per lei era necessario riprendere contatto con l’aria aperta: “L’unica cosa che mi sembrava sicura era la terra”. Da questo stato d’animo emergono interessanti e originali immagini in cui la fotografa si autoritrae sempre sdraiata a terra con braccia e gambe spalancate a percepire meglio il contatto con il suolo, alla ricerca di una sensazione di stabilità in un clima tanto precario. In ogni scatto, Rima si riprende sempre nella stessa posizione, indossando pantaloni e maglia rigorosamente neri, con la mascherina di protezione sul volto. Sdraiata sopra le fredde piastrelle di una squallida piscina vuota, oppure all’interno di luoghi abbandonati, Rima incarna l’unico elemento stabile, perché schiacciato al suolo, in un mondo che intorno a lei sembra cambiare sempre in peggio. Con la potente deflagrazione che ha flagellato il porto di Beirut nell’agosto del 2020, non lontano da dove si trovava la Maroun, aumentano gli scatti di luoghi non solo degradati, ma letteralmente devastati, ad accogliere in mezzo a cumuli di detriti e macerie la figurina nera di Rima aggrappata al terreno, unico elemento che rimane fermo a sostenerla e consolarla dopo la catastrofica esplosione.

Ritratto della fotografa

Esperta anche nell’ambito della fotografia di matrimoni, in cui mostra tutta la sua raffinata sensibilità e creatività, si è fatta conoscere al pubblico italiano soprattutto con la partecipazione al Festival internazionale di fotografia di Cortona nel 2022.

Le sue opere sono state esposte in diversi Paesi, tra cui Italia, Ungheria, Siria, Francia, Libano ed Emirati Arabi. Nel 2008 ha ricevuto il premio della Fondazione Anna Lindh per il dialogo attraverso l’arte e la cultura.

www.deapress.com

https://www.lensculture.com/articles/rima-maroun-while-standing-my-ground

https://www.instagram.com/rimamaroun

https://ilfotografo.it/news/cortona-on-the-move

https://www.theguardian.com/artanddesign/gallery/2022/sep/03/a-beirut-photographers-

https://www.deapress.com/culture/arte/14285-beirut-secondo-rima-maroun

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”

“Se non hai nemici dentro di te, nessun nemico esterno può farti del male” Thandive Muriu

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

“Se non hai nemici dentro di te, nessun nemico esterno può farti del male”.              

  “Quando le radici sono profonde, non c’è ragione di temere il vento”. “Con un po’ di fantasia si può coltivare un campo di speranza”. ( Celebri proverbi africani).

La fotografa Keniota nata a Nairobi nel 1990, in un’intervista pubblicata sulla rivista “Il Fotografo”n° 346, sottolinea l’importanza nella cultura africana dei proverbi e delle storie cantate, fonti di saggezza e di memoria delle antiche radici.

 Nel suo libro “Camo”, diminutivo di camouflage, ne inserisce uno per ogni immagine – sia in lingua inglese che in swahili –  perché siano di monito alle giovani generazioni affinchè, in un’epoca dominata dalla cultura globalizzata come quella attuale, non dimentichino le tradizioni della propria terra. I ritratti femminili, cuore del progetto, immortalano splendide e vivaci modelle dalla pelle accentuatamente scura che si mostrano davanti all’obiettivo con orgoglio e fierezza, a dispetto delle usanze che le vorrebbero prigioniere del ruolo passivo fissato nei secoli per le donne. “…. È così: sono fiera di essere una donna. Camo è un viaggio verso la piena accettazione di sé, a dispetto del ruolo che la nostra cultura ci riserva. Le mie protagoniste non cercano l’approvazione altrui: hanno fiducia in ciò che sono”, afferma con orgoglio Thandive. La bellezza delle donne africane riprese frontalmente, molto diverse per intensità e fierezza dalle figure femminili che dominano il mondo della moda in ambito occidentale, è esaltata dal contrasto con le fantasie degli abiti indossati che si sposano alla perfezione con i colori che appaiono sullo sfondo, quasi a mimetizzarsi e confondersi con loro.

Fotografie di THANDIVE MURIU

Si tratta di stoffe dai motivi più vari e dalle tinte incredibilmente sature che  creano interessanti giochi geometrici vicini all’ optical art: si vengono così a creare fotografie con atmosfere surreali non ottenute tramite manipolazioni digitali, ma grazie alla fotografia diretta di tessuti, copricapi e pettinature, arricchiti  in chiave ironica da oggetti di uso quotidiano – come ad es bicchieri, posate, forcine per capelli, bobine anti zanzare in plastica colorata – trasformati in sofisticati accessori.  In linea con l’etica del riciclo e del riuso, Thandive afferma: “In Kenya un oggetto può avere molteplici usi al di là del suo scopo originale. Questo riciclo creativo è all’ordine del giorno per una popolazione spesso priva di mezzi: quando si ha poco, lo si trasforma e lo si riutilizza”.

Il progetto’ Camo’, confluito in una splendido libro edito nel 2015, è stato il primo lavoro della Muriu: dalla sua profonda riflessione sulla condizioni delle donne africane e sulla loro emancipazione grazie anche alle foto di moda, ha preso il volo la  carriera artistica della fotografa , con notevole successo  anche nel mercato dell’arte Quest’anno il suo libro’ Camo’ sarà esposto ad un evento collaterale della Biennale di Venezia .

Fotografie di THANDIVE MURIU

Nata e cresciuta a Nairobi in Kenya dove tuttora risiede, Thandiwe ha scoperto la passione per la fotografia grazie al padre che fin da giovanissima la lasciava sperimentare con la sua vecchia fotocamera Nikon. Autodidatta, si è formata attraverso tutorial e lezioni visionati sulla rete, dal momento che nel suo paese non esistevano scuole di fotografia ufficiali. Da sempre interessata al mondo della moda, era affascinata dalle immagini patinate della rivista Vogue nella versione francese, ma comprendendo ben presto che non poteva essere la sua strada quella di scimmiottare i modelli occidentali, si dedicò a scoprire e mettere in luce con i suoi scatti la peculiare bellezza delle donne di colore. Affascinata dai tessuti colorati, dalle strane fogge dei copricapi, dalle complicate pettinature e soprattutto dal colore scuro della pelle delle sue modelle, ha cercato attraverso fotografie di moda vivaci ed esuberanti il riscatto delle figure femminili africane, affiancando sarti e artigiani locali per studiare con loro i disegni e i colori delle stoffe  e per seguire da vicino tutto il progetto creativo delle immagini

Fotografie di THANDIVE MURIU

All’età 21 anni si è lanciata coraggiosamente nel mondo della pubblicità e da subito ha avuto successo, promuovendo interessanti campagne fotografiche per alcune delle più grandi aziende dell’Africa orientale. La sua determinazione l’ha premiata, facendo sì che si affermasse in un campo fino ad allora considerato di assoluto predominio maschile. Thandive dedica molta cura anche alle stampe finali, realizzate con carte speciali che rendono le sue foto simili a coloratissimi dipinti.

Attualmente Thandive Muriu è presente  in Italia aIla Biennale della fotografia femminile di Mantova, riscuotendo notevole successo di pubblico e critica.

“Il Fotografo”n° 346

thandiwemuriu.com

www.elle.com

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”

Maia Fiore, la mia ispirazione si nutre attraverso ciò che sperimento.

ARTICOLO DI GIOVANNA  SPARAPANI

Maia Fiore

“La mia ispirazione si nutre attraverso ciò che sperimento. Vivo indirettamente attraverso le mie foto”(M.F.).

 Maia Fiore è una giovane fotografa francese nata a Parigi nel 1988; laureatasi presso l’Ecole des Gobelins, nel 2011 si è addentrata nel campo della fotografia d’autore quando, dopo una sua esposizione ai Rencontres d’Arles, fu notata dalla critica del settore. Nello stesso anno è entrata a far parte della prestigiosa Agenzia VU’ di rue Saint Lazare a Parigi, agenzia che dal 1986 promuove mostre, eventi e pubblicazioni fotografiche di alto livello. L’esplorazione del confine tra realtà e immaginazione costituisce il comune denominatore delle opere della Fiore, realizzate attraverso la fotografia digitale sapientemente manipolata da una ricercata postproduzione. I suoi racconti visivi sottilmente lirici influenzano la sfera emotiva dell’osservatore che si trova spaesato di fronte ad immagini di sogno in cui le figure campeggiano su paesaggi naturali spettacolari.

“Sleep Elevations” di Maia Fiore

Leggerezza e raffinatezza costituiscono la cifra stilistica alla base dei lavori di Maia, come possiamo ben comprendere dalla serie più famosa realizzata durante il suo soggiorno in Svezia, dal significativo titolo “Sleep Elevations”: giovani donne sospese in aria cavalcano nuvole, girandole, fiori e altri insoliti oggetti, in un’atmosfera del tutto straniante in cui i volti sono sempre nascosti dai lunghi capelli. Esplicative a questo riguardo le parole della giovane fotografa:“ Credo nella semplicità e nella giocosità per raccontare storie avvincenti al fine di elevare la nostra comunicazione…”, concezione di cui è uno splendido esempio il lavoro dall’intrigante titolo, ‘Situations’, in cui un’eterea figura femminile vestita di rosso viene sempre collocata al centro di paesaggi dai colori volutamente desaturati, a creare una sorta di relazione ambigua tra il mondo reale e quello immaginario, alla ricerca di una relazione tre sensazioni interiori ed  esteriori.

“Morning Sculptures” di Maia fiore

Nella serie “Morning Sculptures” Maia esplora la soglia che separa il sonno dalla veglia quando i sogni della notte sfumano gradualmente: grazie alle invenzioni della Fiore, supportate da sapienti manipolazioni digitali, il letto si trasforma in un battello/zattera in mezzo ad un mare di coperte, copriletti e lenzuola dalle più varie fantasie che rendono i corpi simili a morbide sculture di stoffa, lasciando ampio spazio all’immaginazione dell’osservatore.

“Morning Sculptures” di Maia fiore

U

n altro interessante lavoro di Maia Fiore, dal titolo “Images de France” ci conduce in 25 luoghi celebri, fotografati durante un viaggio dell’artista fra il luglio e il settembre 2013: musei, chiese, monumenti, castelli, architetture moderne ed anche luoghi naturali poco conosciuti –  parchi, grotte, boschi, acquedotti –  davanti ai quali la fotografa si riprende in pose sognanti, ci suggeriscono emozioni e sensazioni insolite.

“Images de France” di Maia Fiore

Oltre all’attività artistica, Maia dimostra di avere anche un notevole spirito pratico, come possiamo evincere dalle sue parole: ”Lavoro come narratore visivo indipendente che ama tradurre idee in scenari immobili e in movimento. Con una profonda esperienza nella direzione visiva, collaboro con marchi, agenzie creative e istituzioni culturali per creare contenuti audaci, belli e intelligenti per un’ampia gamma di esigenze”. (M.F.)

Maia Fiore – ritratto

www.mariafiore.com

www.elle.com

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”

Donata Wenders – Sì, così è la vita: nient’ altro che nebbia.

“Vivere con un uomo straordinario come Wim mi ha influenzato di certo. Come potrebbe essere diversamente? Tuttavia, il mio modo di guardare il mondo ha a che fare soprattutto con la fiducia in me stessa… Quando ero giovane, ero la peggiore critica di me stessa ed ero facilmente scoraggiabile. Wim mi ha insegnato a essere paziente e soprattutto grata ai miei occhi. Piano piano ho iniziato a capire che nessuno vede il mondo nel mio stesso modo e che ciò che dovevo fare era andare avanti e avere fede nella mia visione” (Donata Wenders nella  rivista ‘Amica’, 2015).

Fotografia di Donata Wenders – Kreuzberg

Donata Wenders, nata a Berlino nel 1965, ha studiato cinema e teatro a Stoccarda e nella sua città, iniziando la carriera come direttore della fotografia per lungometraggi e documentari, tra cui film di Wim Wenders che di lì a poco diventerà suo marito. Nel ruolo di fotografa di scena lavora instancabilmente sul set ed il suo apporto è sostanziale nell’ inquadrare alcune scene dal punto di vista emotivo e immaginifico e nell’ attenzione verso cose umili, particolari secondari e fragili figure.

Fotografie di Donata Wenders

Dal 1995 lavora come fotografa freelance, realizzando immagini in bianco e nero rivolte per lo più ad immortalare persone, tra cui personaggi famosi come Siri Hustvedt, Pina Bausch, Peter Handke, Yōji Yamamoto, Milla Jovovich, Andie MacDowell, Buena Vista Social Club, U2; con l’avvento del digitale si interessa anche alla costruzione di interessanti audiovisivi. Ha pubblicato diversi libri fotografici come Islands of Silence, PINA- The film and the Dancers dedicato alla grande Pina Bausch e tra gli altri  The Heart is a Sleeping Beauty, che raccoglie le immagini di luoghi e persone incontrati durante i viaggi con il marito.

Fotografia di Donata Wenders – Place of mind

Istintiva e sensibile nell’avvicinarsi ai soggetti da fotografare, reputa fondamentale instaurare con loro un autentico rapporto di condivisione e fiducia reciproca che le consente di non fermarsi alla superficie, ma penetrare nell’anima dei suoi protagonisti. Dotata di una sensibilità delicata e raffinata, predilige ritratti dai contorni sfocati o mossi che sembrano spuntare da paesaggi nebbiosi oppure coperti di candida neve, evidenziati da luci diffuse prive di ombre taglienti, a cogliere l’istantaneità del momento. Una visione della realtà in piena sintonia con ciò che scrive in modo estremamente sintetico il romanziere Spagnolo Miguel de Unamuno: “ Sì, così è la vita: nient’ altro che nebbia”.

Fotografia di Donata Wenders – Acumen

Nell’ultimo film di Wim Wenders, Perfect days – candidato all’Oscar 2024 nella rosa dei migliori film internazionali – le foto delle ombre hanno un ruolo fondamentale nel racconto della vita del protagonista Hirayama, un addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokyo che con la sua semplice macchina analogica fotografa ogni giorno, durante la pausa dal suo umile lavoro, la chioma di una quercia, cercando di catturare il fenomeno del komorebi ( la luce del sole che filtra tra le foglie ) in totale armonia con il mondo della natura: “ l’albero è simbolo di caduta e rinascita, esprime taglio e continuità, ed è al centro della simbologia zen”. A Donata vengono affidati gli scatti che ci illuminano sul mondo onirico del protagonista attraverso fotografie in bianconero di formato quadrato, su cui appaiono fragili immagini di ombre effimere e sfuggenti: le visioni notturne del protagonista appaiono così enigmatiche, instabili e fluttuanti, come i sogni al nostro risveglio.

Ritratto di Donata Wenders

Donata Wenders ha ricevuto vari premi e riconoscimenti, tra cui il World Press Photo Award e il German Photo Book Award, ed espone in famose gallerie internazionali. A Firenze il Museo Ferragamo e lo spazio C2Contemporanea hanno ospitato sue importanti opere.

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

Bibliografia

Donata Wenders “Vanishing point”, Ortisei 2015

https://www.noidonne.org/a

https://www.amica.it/dailytips/donata-wenders-

Donata Wenders – Solares delle Arti

https://www.doppiozero.com

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e hanno solo scopo didattico e informativo”