Maria Vittoria Backhaus, io sono il contrario della specializzazione.

«In fotografia ho fatto un po’ tutto perché io sono il contrario della specializzazione. Non mi interessava essere una fotografa di moda, di design. Ho fatto qualsiasi cosa fondamentalmente pensando di fare la mia foto». (M.V. B.)

Articolo di Giovanna Sparapani

Maria Vittoria Backhaus è una fotografa eclettica dotata di una sottile ironia che caratterizza la maggior parte dei suoi lavori che spaziano dalla moda al design, al reportage, alle tematiche sociali e politiche: «In fotografia ho fatto un po’ tutto perché io sono il contrario della specializzazione. Non mi interessava essere una fotografa di moda, di design. Ho fatto qualsiasi cosa fondamentalmente pensando di fare la mia foto». (M.V. B.). Dopo una lunga esperienza con i reportage, si è appassionata alle foto in studio con costruzioni scenografiche elaborate, usando sia la tecnica analogica che quella digitale secondo le esigenze dei soggetti, immortalati in modo ironico.

©Maria Vittoria Backhaus

Nata a Milano nel 1942 in una famiglia borghese, in controtendenza con i desideri dei suoi genitori, inizia il percorso di studio all’Accademia di Belle Arti di Brera dove, appassionata di arte e di teatro, frequenta la sezione di scenografia: “…Più che le lezioni, frequentavo il bar Jamaica, ritrovo di grandi fotografi, che poi sono diventati amici, come Uliano Lucas, Mario Dondero e Ugo Mulas. Io ero la più piccola della compagnia e osservavo questi maestri che lavoravano ai propri progetti senza alcuna consapevolezza di fare arte… Ognuno si preoccupava di documentare la realtà e di fare il fotografo. La parola artista non aveva alcuna attinenza…” (M.V. B.) Maria Vittoria a ventun anni si sposa con un giornalista e, durante i loro frequenti viaggi, scopre la passione per il reportage che si coniuga perfettamente con il suo interesse verso le questioni sociali e politiche del momento. Ma nel matrimonio non trovò quella libertà e indipendenza che aveva sognato fuggendo dalla sua severa famiglia borghese. Il suo primo lavoro fotografico – realizzato con una macchina fotografica prestata da un amico – è stato un reportage del 1964 sulla Sicilia per documentare la complessa realtà di quella terra, i suoi usi e i costumi ancora arretrati. Di notevole interesse sono la ricerca fotografica sul banditismo sardo, sulle grandi fabbriche per giornali di economia e l’approfondito lavoro sulla società milanese degli anni Sessanta, pubblicato sulla rivista Tempo Illustrato. L’interesse di Maria Vittoria si rivolge in modo particolare al mondo dei giovani nelle piazze della sua Milano – costellata di manifestazioni di diverso colore politico – e agli spettacoli di vario genere, numerosi in quegli anni nel capoluogo lombardo. Famose sono le foto scattate a Carla Fracci – in modo originale superando i luoghi comuni tipici delle immagini di danza – e a Caterina Caselli, ma anche ad eventi popolari come spettacoli del circo o manifestazioni canine. In una recente intervista, la fotografa milanese parla del suo divertito impegno nello scattare foto su foto per realizzare fotoromanzi, tanto in voga in quel periodo, oppure per conferire un taglio originale e ironico alle immagini di moda attorno alle quali Maria Vittoria crea storie e racconti tutti inventati.

©Maria Vittoria Backhaus

Le modelle vengono scelte dalla Backhaus non per la loro particolare avvenenza, ma per la loro espressività e le foto appaiono spiazzanti perché scattate in location per lo più improbabili, come ad esempio una toilette dove una signora mostra una pettinatura particolare o un ufficio dove un’impiegata pubblicizza una crema di bellezza. Nel 2023, Alessia Paladini Gallery a Milano ha ospitato la sua mostra – “Invidio quelli che ballano”– con 40 fotografie realizzate tra il 1997 e il 2013 che permettono di scoprire lo sguardo ironico e creativo con cui ha rivoluzionato ‘la fotografia di moda’, raccontando la società contemporanea attraverso una visione sperimentale e originale del fashion, della bellezza, del design e del lusso.

©Maria Vittoria Backhaus

Intervistata, si racconta: «Cosa avrei voluto fare? Ballare! Invidio quelli che ballano. Sono invidiosissima di quelli che sanno ballare! Ci sono tante altre cose che vorrei fare perché naturalmente io voglio fare tutto: voglio disegnare, ricamare, cucinare, qualsiasi cosa e mi disperdo in queste 500 cose da fare. Sono sempre convinta di portarle a termine quando converrebbe limitare la progettualità, ma non ci riesco. Un’altra cosa che ho sempre fatto è prendere delle case brutte e farle diventare belle».

Appassionata nel raccontare storie con le immagini con un utilizzo particolare delle luci, si è dedicata con passione a sperimentare la ‘staged photography’ anche attraverso la costruzione di originali set in miniatura costruiti con estrema cura, ribaltando alcuni aspetti della realtà, al fine di creare sorpresa e stupore negli spettatori, con leggerezza senza prendersi troppo sul serio. Si vengono così a creare atmosfere surreali che i committenti non sempre apprezzavano in pieno, ma che oggi appaiono attualissime nel sovvertire i canoni estetici convenzionali frequenti nel mondo della moda e della bellezza. Di importanza fondamentale per il percorso artistico di Maria Vittoria è stata la sua lunga collaborazione con il settimanale Io Donna – il cui settore moda era diretto da Bruna Rossi con la quale la legava una profonda e reciproca stima –  e con la famosa rivista di moda Vogue Italia, l’Uomo Voguee Casa Vogue.

 Fondamentale per il suo percorso artistico è stata l’amicizia con Walter Albini con il quale ha collaborato a lungo: “Io facevo le foto mentre Walter era sul set e lui faceva le sfilate, mentre io nei camerini cucivo paillettes sui suoi vestiti. Walter mi ha insegnato che l’estetica non è una cosa superflua, ma una disciplina”.

Nel 2023, il Castello di Casale Monferrato ha ospitato una grande mostra antologica della fotografa milanese, “I miei racconti di fotografia oltre la moda“, che ripercorre la sua carriera dagli esordi fino alle opere più recenti.

Nel 2024 ha esposto nella collettiva, a cura di Angela Madesani, “Sguardi di Intesa” presso il Centro Saint-Bénin di Aosta.

SITOGRAFIA

www.mariavittoriabackhaus.com

www.salonemilano.it

www.doppiozero.it

www.quotidiano.net

http://www.harpersbazaar.com

blog.bridgemanimages.com

engo a sottolineare che:

  • Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità.
  • Gli articoli sono scritti con intenti didattici. L’obiettivo è quello di fornire spunti di riflessione e approfondimento sulla storia della fotografia e sulle diverse tecniche utilizzate dai grandi maestri.
  • Il mio impegno è verso la diffusione della cultura fotografica. Credo che l’analisi di opere significative sia fondamentale per la crescita e l’apprendimento di ogni fotografo.

Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.

Spero che questa dichiarazione possa chiarire il mio approccio e la mia passione per la fotografia. Sara Munari

Un difficile percorso di emancipazione

Copertina del libro 'Donne con obiettivi' di Susanne John e Giovanna Sparapani, con un'immagine stilizzata di una donna che fotografa su sfondo rosso e blu.

Per la Cultura Visuale la questione del  female gaze è dagli anni ’70 del Novecento un tema cruciale del dibattito sull’immagine. Da quando emerse con forza in Occidente nell’ambito dei gender e femmist studies americani in relazione al dominio del male gaze nella rappresentazione della donna nel cinema, nella moda e nella pubblicità, studiosi e artisti si sono confrontati con queste domande fondamentali:  esiste uno sguardo femminile? In che cosa si caratterizza, si differenzia e/o si contrappone rispetto a quello maschile, dominante nei differenti contesti  geografici , politici, sociali e culturali?

Dopo Messe a fuoco ( ed. goWare, Firenze 2022), che presentava prevalentemente le storie e le battaglie di 40 donne fotografe che fin dalle origini del mezzo hanno coraggiosamente  contribuito, con la loro vita e il loro lavoro, al difficile percorso di emancipazione dello sguardo femminile,  Donne con obiettivi, (ed. goWare, Firenze 2025) il nuovo libro di  Susanne John e Giovanna Sparapani,  rappresenta un altro contributo a questa importante riflessione in ambito fotografico.  Aggiornando e  allargando il repertorio,  la mappatura e il percorso storico-visuale, con la selezione,  la schedatura critica e i contributi iconografici di altre 40 fotografe contemporanee (nate fra gli anni ’40 e ’90 del Novecento),  le due ricercatrici ci offrono  una panoramica attuale e globale, geograficamente e culturalmente differenziata , offrendo a studiosi e appassionati un ricco e variegato materiale di studio e riflessione.

In continuità con il loro primo volume, il criterio di selezione  ha continuato  a privilegiare l’impegno etico-civile e politico-sociale di quelle professioniste che nelle loro produzioni, a partire dagli anni ’60-’70 del Novecento ad oggi  (dal reportage documentario alla fotografia artistica e di ricerca), si sono interessate a tematiche di notevole rilevanza e attualità, affrontando questioni di volta in volta legate ai temi dell’identità, della memoria e dei diritti civili, sviluppando contemporaneamente un’originale visione autoriale.

Accanto a fotografe occidentali (soprattutto europee e nordamericane), che operano in contesti democratici dominati dalle forme avanzate del capitalismo globale, abbiamo così fotografe sudamericane,  asiatiche, africane,  che spesso operano o sono originarie di paesi  guidati da regimi nei quali spesso sono negati  (soprattutto alle donne) i fondamentali diritti civili e dove il tradizionale dominio maschile si  intreccia, per motivi religiosi e culturali, con questioni di potere,  sapere, visibilità,  dovute alle conseguenze  dei  vecchi e nuovi colonialismi o ad un autoritarismo politico-religioso illiberale.

La maggior parte delle autrici presentate in questo libro sono impegnate quindi, in qualche modo, nella sensibilizzazione e promozione delle lotte per la giustizia, la libertà e l’emancipazione sociale e culturale delle donne nei differenti scenari  in cui vivono e operano, nel  difficile tentativo di liberare la loro e la nostra visione dagli stereotipi e dalle ideologie dei regimi visivi dominanti, con differenti  e coraggiose strategie di sottrazione, parodia, resistenza  e alternativa allo sguardo maschile teocratico e a quello postcoloniale o spettacolarizzato.

La faticosa costruzione di un female gaze si lega  per la maggior parte di queste artiste alle lotte politiche a e alle rivendicazioni di ruolo e identità delle donne, attraverso la ricerca di sguardi diversi, da un lato attenti alla tradizione ma dall’altro (soprattutto per le nuove generazioni) all’innovazione, all’ibridazione dei linguaggi  e alle aperture multimediali tipiche della nuova cultura visuale nata dopo la rivoluzione digitale. Visioni che, al di là delle questioni di genere e di differente sensibilità,  cercano di essere soprattutto  umane  e solidali, alternative o perlomeno distanti dai pregiudizi e dai clichè, ma anche dai narcisismi, dalle autocelebrazioni  e dalle competizioni social  tipiche del neoliberismo  mediatico.

Copertina del libro 'Donne con obiettivi' di Susanne John e Giovanna Sparapani, con una silhouette femminile sullo sfondo colorato e il titolo ben visibile.

L’impegno e gli obiettivi di queste 40 fotografe si concretizzano insomma nella messa a fuoco di politiche autoriali di rottura e di resistenza, sia rispetto  a quelle ufficiali imposte  dai regimi, sia nei confronti di  quelle mainstream del panorama infocratico. Sguardi coraggiosi e militanti, che cercano di opporsi da un lato alla disparità programmatica e censoria dei fondamentalismi religiosi e alla chiusura autoritaria dei sovranismi nazionali, dall’altro alla competitività logorante e all’individualismo sfrenato del capitalismo avanzato.

Sandro Bini

RUTH LAUER MANENTI, ricerca continua della più profonda spiritualità

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

Della fotografa statunitense Ruth Lauer Manenti non abbiamo notizie precise riguardo alla data di nascita, sappiamo che Philadelphia è la città natale e che attualmente vive nei pressi dei Catskill Mountains nello stato di New York, con il marito e due gatti.  A proposito della sua abitazione, una specie di baita alla quale è particolarmente legata, l’artista racconta: “Vivo in una casa costruita nel 1940 ai piedi delle montagne Catskill… Quando abbiamo pensato di comprarla, anche l’agente immobiliare è rimasto sorpreso perché ha un bagno ed una sola camera da letto, non ha un garage, né un seminterrato o un vialetto lastricato; la casa ha piccole finestre su tutti e quattro i lati che di giorno lasciano entrare una luce delicata, per me rara e speciale…”. 

Fotografie di Ruth Lauer Manenti “Excerpts”

Figlia di una pittrice da cui ha ereditato una sensibilità particolare, Ruth ha conseguito nel 1994 un MFA presso la Yale School of Art in pittura e disegno; si è avvicinata alla fotografia dopo aver ricevuto in regalo una macchina fotografica di grande formato: grazie ad essa, da autodidatta e dopo varie fasi di sperimentazione, è riuscita a realizzare immagini poetiche e raffinate che le hanno valso numerosi premi e riconoscimenti.  La sua vita ha subito una decisa svolta dopo un grave incidente quando aveva 21 anni: dovendo fare i conti con un fisico debilitato, Ruth si è concentrata sugli aspetti più profondi e spirituali della sua personalità, realizzando foto rarefatte, in cui i soggetti rappresentati, siano essi nature morte, persone o paesaggi, diventano quasi impalpabili e immateriali nel loro bianconero tenue ed evanescente.

Una cifra stilistica intensamente poetica domina il lavoro “Excerpts” (Estratti) in cui Ruth focalizza l’attenzione sull’intimità della casa, fotografando la sua quotidianità scandita da ripetitivi rituali domestici: il vasto corpus di immagini in bianconero – poco contrastate, sgranate e oniriche – è stato concepito per onorare la madre, da poco deceduta, ma sempre presente al suo fianco. Sentendosi libera dal doversi focalizzare su soggetti usuali e graditi ai più, immortala aspetti della modesta casa e alcune delle sue azioni quotidiane più umili; “Amo spazzare e lavare i piatti, le palette e la semplice argenteria, quindi ho iniziato da lì”. (R.L.M.)

Dal lavoro intitolato “Excerpts” è scaturito un libro fotografico fatto a mano e autopubblicato, comprendente una selezione di 34 immagini dal titolo assai esplicativo “Imagined It Empty” (“Immaginate che sia vuoto”). Mentre lo creava, Ruth confessa di avere vissuto più volte la sensazione che tutte le persone della sua vita, ancora presenti o meno, vivessero in casa con lei.

“Since Seeing You” (“Da quando ti ho visto”) è un lavoro molto coraggioso realizzato da Ruth negli ultimi giorni di vita dell’amata madre. L’artista confessa che nell’arco della vita non era mai riuscita a fotografarla, ma negli ultimi istanti, superando il suo diniego, l’ha immortalata, abbandonata in completa serenità davanti al suo obiettivo.

Fotografie di Ruth Lauer Manenti “Since Seeing You”

“Da quando ho perso mia madre, ho scattato molte fotografie nella natura, confortata dalla sua vitalità, dalla decadenza e dalla bellezza selvaggia. Sento il suo spirito lì, tra gli alberi inclinati o sotto una pioggia leggera. A volte, i ricordi di lei svaniscono dolcemente e si confondono… Non mi sarei mai aspettata di essere ancora così in contatto con mia madre. Questo lavoro è una contemplazione della mancanza di coloro che amiamo e di come essi esistano ancora nelle nostre vite” (R.L.M.).

L’ultimo lavoro dal titolo “Shard” (“Frammento”) è nato durante il periodo in cui Ruth è afflitta da una forte depressione: tutto il giorno chiusa nella sua casa, unico rifugio sicuro al suo malessere, osserva attraverso le finestre i cambiamenti della luce nel trascorrere dei giorni e delle stagioni. Si trova a sostare a lungo davanti ad oggetti di vetro dagli splendidi riflessi oppure a ceramiche con vistosi spacchi, riflettendo sulla fragilità delle cose del mondo: le foto di queste nature morte invitano l’osservatore a riflettere sulle perdite e sul tentativo di essere vicini anche a ciò che è strappato, danneggiato, rotto.

Fotografie di Ruth Lauer Manenti “Shard”

Nella ricerca continua di alimentare la sua più profonda spiritualità, si interessa allo yoga e alla meditazione, recandosi spesso in India per apprendere i dettami fondamentali di questa disciplina, di cui è diventata una maestra in senso proprio: con l’affettuoso soprannome di ‘Lady Ruth’ insegna con successo alla famosa Jivamukti Yoga School di New York.

www.ruthlauermanenti.com

VINCITORI—LensCulture Art Photography Awards 2022

Ruth Lauer Manenti – Il Premio Hopper (hopperprize.org)

Ruth Lauer-Manenti: Remnants | Exhibition (all-about-photo.com)

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”

“Se non hai nemici dentro di te, nessun nemico esterno può farti del male” Thandive Muriu

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

“Se non hai nemici dentro di te, nessun nemico esterno può farti del male”.              

  “Quando le radici sono profonde, non c’è ragione di temere il vento”. “Con un po’ di fantasia si può coltivare un campo di speranza”. ( Celebri proverbi africani).

La fotografa Keniota nata a Nairobi nel 1990, in un’intervista pubblicata sulla rivista “Il Fotografo”n° 346, sottolinea l’importanza nella cultura africana dei proverbi e delle storie cantate, fonti di saggezza e di memoria delle antiche radici.

 Nel suo libro “Camo”, diminutivo di camouflage, ne inserisce uno per ogni immagine – sia in lingua inglese che in swahili –  perché siano di monito alle giovani generazioni affinchè, in un’epoca dominata dalla cultura globalizzata come quella attuale, non dimentichino le tradizioni della propria terra. I ritratti femminili, cuore del progetto, immortalano splendide e vivaci modelle dalla pelle accentuatamente scura che si mostrano davanti all’obiettivo con orgoglio e fierezza, a dispetto delle usanze che le vorrebbero prigioniere del ruolo passivo fissato nei secoli per le donne. “…. È così: sono fiera di essere una donna. Camo è un viaggio verso la piena accettazione di sé, a dispetto del ruolo che la nostra cultura ci riserva. Le mie protagoniste non cercano l’approvazione altrui: hanno fiducia in ciò che sono”, afferma con orgoglio Thandive. La bellezza delle donne africane riprese frontalmente, molto diverse per intensità e fierezza dalle figure femminili che dominano il mondo della moda in ambito occidentale, è esaltata dal contrasto con le fantasie degli abiti indossati che si sposano alla perfezione con i colori che appaiono sullo sfondo, quasi a mimetizzarsi e confondersi con loro.

Fotografie di THANDIVE MURIU

Si tratta di stoffe dai motivi più vari e dalle tinte incredibilmente sature che  creano interessanti giochi geometrici vicini all’ optical art: si vengono così a creare fotografie con atmosfere surreali non ottenute tramite manipolazioni digitali, ma grazie alla fotografia diretta di tessuti, copricapi e pettinature, arricchiti  in chiave ironica da oggetti di uso quotidiano – come ad es bicchieri, posate, forcine per capelli, bobine anti zanzare in plastica colorata – trasformati in sofisticati accessori.  In linea con l’etica del riciclo e del riuso, Thandive afferma: “In Kenya un oggetto può avere molteplici usi al di là del suo scopo originale. Questo riciclo creativo è all’ordine del giorno per una popolazione spesso priva di mezzi: quando si ha poco, lo si trasforma e lo si riutilizza”.

Il progetto’ Camo’, confluito in una splendido libro edito nel 2015, è stato il primo lavoro della Muriu: dalla sua profonda riflessione sulla condizioni delle donne africane e sulla loro emancipazione grazie anche alle foto di moda, ha preso il volo la  carriera artistica della fotografa , con notevole successo  anche nel mercato dell’arte Quest’anno il suo libro’ Camo’ sarà esposto ad un evento collaterale della Biennale di Venezia .

Fotografie di THANDIVE MURIU

Nata e cresciuta a Nairobi in Kenya dove tuttora risiede, Thandiwe ha scoperto la passione per la fotografia grazie al padre che fin da giovanissima la lasciava sperimentare con la sua vecchia fotocamera Nikon. Autodidatta, si è formata attraverso tutorial e lezioni visionati sulla rete, dal momento che nel suo paese non esistevano scuole di fotografia ufficiali. Da sempre interessata al mondo della moda, era affascinata dalle immagini patinate della rivista Vogue nella versione francese, ma comprendendo ben presto che non poteva essere la sua strada quella di scimmiottare i modelli occidentali, si dedicò a scoprire e mettere in luce con i suoi scatti la peculiare bellezza delle donne di colore. Affascinata dai tessuti colorati, dalle strane fogge dei copricapi, dalle complicate pettinature e soprattutto dal colore scuro della pelle delle sue modelle, ha cercato attraverso fotografie di moda vivaci ed esuberanti il riscatto delle figure femminili africane, affiancando sarti e artigiani locali per studiare con loro i disegni e i colori delle stoffe  e per seguire da vicino tutto il progetto creativo delle immagini

Fotografie di THANDIVE MURIU

All’età 21 anni si è lanciata coraggiosamente nel mondo della pubblicità e da subito ha avuto successo, promuovendo interessanti campagne fotografiche per alcune delle più grandi aziende dell’Africa orientale. La sua determinazione l’ha premiata, facendo sì che si affermasse in un campo fino ad allora considerato di assoluto predominio maschile. Thandive dedica molta cura anche alle stampe finali, realizzate con carte speciali che rendono le sue foto simili a coloratissimi dipinti.

Attualmente Thandive Muriu è presente  in Italia aIla Biennale della fotografia femminile di Mantova, riscuotendo notevole successo di pubblico e critica.

“Il Fotografo”n° 346

thandiwemuriu.com

www.elle.com

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Verita Monselles, rivendicando sessualità, libertà e il diritto all’azione politica della donna

Articolo di Giovanna Sparapani

VERITA MONSELLES ( Buenos Aires 1929-Firenze 2004)

Le immagini che propongo sono l’oggettivazione della crisi esistenziale della donna, che vede posto in discussione il suo ruolo di fronte alla maternità, alla famiglia, alla religione, alla sessualità, nel contesto di una società repressiva…” (V.M.)

Ritratto femminile: nudo – Vaso – Fiori di Anthurium – Tenda – Collezione Mufoco –

Nata a Buenos Aires in Argentina nel1929, nei primi anni Settanta si trasferisce a Firenze dove inizia ad occuparsi di fotografia, prediligendo la messa in scena di ‘tableaux vivants’, al fine di realizzare immagini in cui mettere a fuoco il ruolo femminile all’interno della famiglia, con uno sguardo attento alle problematiche legate ad una società patriarcale e maschilista. La sua critica è indirizzata soprattutto nei confronti dei messaggi pubblicitari in voga nei paesi occidentali, a evidenziare figure di donne passive di fronte allo strapotere degli uomini che tendono a considerarle come oggetti e non come esseri pensanti, indipendenti e autonomi.  Non abbandonerà mai questa ricerca che arricchirà di spunti ed indagini nel corso di tutta la sua vita, affiancandola ad attività commerciali soprattutto nel campo della moda; famose sono le innumerevoli copertine realizzate per “Effe”, la prima rivista femminista nata in Italia nel 1973.  Affiancata da Romana Loda – vivace gallerista bresciana, critica d’arte contemporanea e curatrice di mostre innovative –  la Monselles è invitata a partecipare a esposizioni personali e collettive presso prestigiose gallerie, divenendo un’importante esponente della ‘fotografia al femminile’ anche in ambito europeo. Ricordiamo la sua presenza alle due collettive, “ Magma” al Castello Oldofredi a Iseo nel 1975 e “Altra Misura” alla Galleria ‘Il Falconiere’ di Ancona nel 1976.

In piena sintonia con il dibattito artistico culturale di quegli anni in cui si pone l’attenzione sulla funzione subordinata della donna all’interno della famiglia patriarcale (vedi ad es. l’episodio La Famiglia felicedi Marco Ferreri, in La marcia nuziale del 1965), Verita, in Amore I e Amore II del 1974, rovescia i ruoli tradizionali e scatta due immagini in cui la donna appare come un essere pensante protagonista della sua vita, mentre l’uomo viene rappresentato da un fantoccio e il bambino che tiene in braccio da un bambolotto.

Senza titolo 1976 di Verita Monselles

Al 1975 risalgono due splendide fotografie su questa tematica – Superstar e Bijoux – in cui il pargoletto ritratto nelle due scene rimanda all’immagine di Gesù Bambino; in una scena ricca di elementi barocchi con tendaggi e drappeggi arabescati, la giovane donna dai capelli scuri e ondulati è inginocchiata su un tappeto di chiara origine persiana, colta in un atteggiamento pensoso, con gli occhi che guardano lontano. Si tratta di esempi complessi e raffinati di ‘staged photography’, genere fotografico che nel corso degli anni Settanta vide un rigoglioso sviluppo con interessanti e provocatorie proposte. In tandem con l’artista Bianca Menna, in arte Tomaso Binga, in una serie di mostre in tour per l’Italia negli anni a cavallo tra il 1976 e il 1977, affronta una tematica scabrosa: nel lavoro dal titolo “Ecce Homo”, è già chiaro il messaggio politico che vede le due artiste prendere posizione contro la dimensione decisamente maschilista all’interno della chiesa cattolica.

Ecce Homo 1976 di Verita Monselles

Sul finire degli anni Settanta, Verita prosegue la sua ricerca sui temi legati all’affermazione dell’identità femminile: splendida e carica di ironia la sua immagine, realizzata nel 1977, dedicata alla statua marmorea di Paolina Borghese, scolpita nei primi anni dell’Ottocento da Antonio Canova e conservata alla Galleria Borghese di Roma. La giovane donna, sorella di Napoleone Bonaparte, rappresentata dallo scultore come una dea, viene trasformata in una Venere Contestatrice che con le dita fa il ‘gesto della vagina’ tipico dei cortei femministi dell’epoca, di cui diviene un’icona: “Materializzare la vagina, farle un doppio con le dita, fu anche un modo per esorcizzarne il problema, per liberarla e liberarci di lei in quanto schiavitù”. (V.M.)  

Paolina Borghese come venere contestatrice di Verita Monselles

A Firenze, sua città di adozione, dove in  quegli anni fiorivano interessanti stimoli culturali, diventa  la fotografa ufficiale della compagnia teatrale d’avanguardia  Magazzini Criminali, composta da Federico TiezziSandro Lombardi e Marion d’Amburgo.

Gli ultimi anni in cui subisce un drastico rallentamento la sua attività professionale nella moda e nella pubblicità, vedono Verita Monselles interessarsi al recupero dal suo archivio di vecchie immagini in bianconero che rielabora e trasforma, grazie a sapienti sperimentazioni in campo del digitale.

Da ricordare la sua partecipazione, soprattutto negli anni Ottanta, a importanti mostre a Parigi, Napoli, Milano, in Germania e in Francia.

Sitografia

Bibliografia

Deborah Turbeville, da modella a fotografa

Articolo di Giovanna Sparapani

“C’è un senso di autodistruzione nelle mie immagini” (D.T.)

DEBORAH TURBEVILLE Stigmata, scuola di belle arti 1977

Da ricercata modella a redattrice per Harper’s Bazaar  il passo è breve, ma fondamentale per la sua carriera nel mondo della moda. A partire dalla metà degli anni Sessanta, Deborah scopre la passione per la fotografia, grazie alla frequentazione con Richard Avedon e con il direttore artistico della sopracitata rivista.

© DEBORAH TURBEVILLE

Il primo servizio dal titolo Il bianco e blu di maglia molle, è ambientato in un’atmosfera nebbiosa, tra i pioppi e i ruderi di un’antica casa di campagna vicino a Mantova, la stessa in cui Bernardo Bertolucci nel 1976 ambientò il film Novecento. La sua poetica che si mostra da subito originale e anticonvenzionale – «…io non fotografo abiti tout court, ma sono sempre affascinata da come la gente si veste, da come si esprime attraverso ciò che indossa…» (intervista a Vogue Italia nel 2011) – la guida a produrre delle fotografie lontane dal conformismo che regna negli ambienti del fashion, alla ricerca di immagini dalle atmosfere misteriose e sognanti, popolate da figure diafane, enigmatiche, sospese nel tempo.

Le parole di Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia ed estimatrice dei lavori della Turbeville, ci suggeriscono in modo sintetico il metodo di lavoro della fotografa statunitense: «A volte un art director diceva che i suoi scatti erano fuori fuoco, ma quello era il suo modo di far sembrare il mondo ultraterreno» (intervista rilasciata al Guardian nel 2013, anno della morte della Turbeville ).

© DEBORAH TURBEVILLE

Le ombre giocano un ruolo fondamentale nelle sue fotografie, in aperta controtendenza con le immagini traslucide e perfette delle giovani modelle che campeggiano felici nei loro abiti sfolgoranti sulle pagine delle riviste di moda del tempo. Per le ambientazioni predilige luoghi particolari, come boschi umidi, strade deserte, capannoni abbandonati, bordi di piscine e bagni pubblici: il tutto venato di mistero e melanconia. La forza e l’ originalità di Deborah Turbeville, consiste nel sua capacità di cogliere le ansie che travagliano la vita privata delle sue modelle, in fotografie che sembrano assimilarle a statici manichini, ma che invece pulsano di vita silenziosa. Per creare un deciso distacco da una visione diretta della realtà, oltre al “fuori fuoco”, la fotografa ama intervenire direttamente sui negativi ‘sporcandoli’ con tagli e graffi, inserendo talvolta sabbia e polvere, al fine di comunicare l’idea della fragilità delle immagini fotografiche, conferendo valore alle imperfezioni. Un’altra tecnica molto usata dalla Turbeville sono i collage composti da strappi effettuati sulle sue stampe: i ritagli vengono poi ricomposti in sequenze estranianti, a costituire un invito alla riflessione e spesso a suscitare scalpore anche tra i suoi estimatori. Proprio a questa parte della produzione è dedicata la mostra allestita da Photo Elysée, a Losanna, dal titolo ‘Photocollage’ (fino al 25 febbraio 2024).

© DEBORAH TURBEVILLE

Nella lunga carriera ha realizzato servizi per celebri riviste di moda, quali ‘Vogue”, “Harper’s Bazaar”, “Marie Claire” e “Mademoiselle”; le sue fotografie sono state pubblicate su testate importanti come il “New York Times”. Ricordiamo anche la sua collaborazione con famose maison tra cui Ralph Lauren, Bruno Magli, Valentino e Nike…

Nel 1979 Jackie Onassis le chiese di fotografare le stanze ed i luoghi più interessanti e meno conosciuti della reggia di Versailles: riunite in un magnifico libro, “Unseen Versailles”, pubblicato nel 1981, le preziose immagini realizzate con rara maestria ci fanno immergere nell’atmosfera sfarzosa della magnifica residenza regale.

© DEBORAH TURBEVILLE

Al 1988 risale il suo lavoro dedicato agli appartamenti privati di Coco Chanel, affascinata dalle atmosfere oscure e oniriche suggerite dalla fotografa statunitense.

 Dopo una lunga malattia, ‘ la fotografa del sogno’ è scomparsa nel 2013; il suo ultimo lavoro è un bellissimo fotolibro, Deborah Turbeville: The Fashion Pictures.

DEBORAH TURBEVILLE ( Boston,1932 –New York,2013 )

SITOGRAFIA:

Deborah Turbeville che rivoluzionò i canoni della fotografia di moda | Vogue Italia

https://donna.fanpage.it/

Chi era Deborah Turbeville, la rivoluzionaria fotografa di moda (lifeandpeople.it)

La storia di Deborah Tuberville, fotografa di moda dall’anima dark (elle.com)

Riassunto corpi di moda – CORPI DI MODA Deborah Tuberville e la fotografia di moda degli anni – Studocu   

© DEBORAH TURBEVILLE

Tutte le immagini presenti nell’articolo sono e rimangono di proprietà di Catherine Opie e qui hanno solo scopo didattico informativo.

Carla Cerati, impegno sociale e politico

Nata a Bergamo nel 1926, si iscrisse a Milano all’Accademia di Belle Arti di Brera per seguire i corsi di scultura, ma non riuscì a concludere gli studi perché si sposò nel 1947 a soli ventuno anni, e fu costretta ad intraprendere il mestiere di sarta per collaborare alla non brillante situazione economica della sua famiglia, rinunciando così per il momento ad ogni aspirazione artistica. Verso la fine degli anni Cinquanta, iniziò  ad essere attratta dalla fotografia, passione che, dopo molti successi, sostituirà con quella per la letteratura, ottenendo ambiti premi. Nel 1960, presso il Teatro Manzoni di Milano, si trovò quasi per caso a realizzare alcuni scatti durante le prove dello spettacolo “Niente per amore” del regista Franco Enriquez che, colpito dalla forza e intensità delle sue immagini, le consigliò di venderle ad alcune testate giornalistiche. Il suo linguaggio fotografico venne subito apprezzato e importanti periodici dell’epoca – “L’Illustrazione Italiana”, “Vie Nuove”, l’”Espresso” ed altri –  acquistarono le sue fotografie. Per una persona completamente autodidatta, che ignorava le nozioni di base per lo sviluppo dei rullini e la stampa delle foto, fu davvero un bel successo che la spinse ad andare avanti con coraggio.

Carla Cerati

Curiosa e dotata di uno spirito critico acuto e tagliente, cercò di esplorare  il mondo che la circondava, ripreso da diverse angolature: fotografò la società-bene milanese durante lo sfavillio degli anni Sessanta, i giovani coinvolti in rumorose manifestazioni, i luoghi industriali durante il boom economico, fino ad arrivare anche a Firenze nei giorni della tragica alluvione del Sessantasei. Nel 1965, desiderosa di scoprire alcune zone arretrate del Sud Italia, si mise in viaggio in automobile e da questa spedizione riportò interessanti foto realizzate in Abruzzo e in Sicilia e una preziosa cartella dal titolo “Nove paesaggi italiani” a cura di Bruno Munari, con una presentazione di Renato Guttuso. Parallelamente continuò  il suo lavoro in teatro, immortalando i backstages di spettacoli memorabili, diretti da Giorgio Strehler ed Eduardo de Filippo.

Nel 1967, di fronte alle audaci e innovative rappresentazioni del Living Theatre creato da Julian Beck e Judith Malina, conobbe una vera e propria folgorazione, tanto da rimanere al seguito della compagnia per diversi anni, anche durante molteplici  tournées all’estero. Verso la fine degli anni Sessanta, quando si cominciò ad avvertire in Italia una forte tensione sociale e politica, il suo occhio si rivolse a documentare i movimenti della cosiddetta ‘contestazione’ con importanti reportages. Attratta dal mondo  degli ultimi, degli umili, dei negletti, nel 1969 pubblicò l’importante volume “Morire di classe” per la casa editrice Einaudi, a cura di Franco Basaglia e sua moglie: opera che costituisce una pietra miliare per un’indagine approfondita sulla situazione dei manicomi italiani di quegli anni. Accanto a lei ha lavorato il grande fotografo Gianni Berengo Gardin, girando in lungo e largo nella penisola per  realizzare il loro fondamentale reportage: si tratta di immagini in bianconero coraggiose, intense, senza fronzoli o pietismi inutili che documentano  situazioni tragiche, riuscendo nel contempo a  mettere in rilievo e conferire dignità a persone recluse, scartate dalla società, umiliate, vittime talvolta di violenze fisiche e psichiche. L’impatto con questa dura realtà lasciò profondi solchi nell’animo dei due fotografi, che rimasero colpiti negativamente  in modo particolare dalle pessime condizioni in cui trovarono l’Ospedale psichiatrico fiorentino.

Carla Cerati, ospedale psichiatrico.

Attratta dalle manifestazioni di piazza e dai duri scontri carichi di tensione, documentò  il processo Calabresi – Lotta Continua, i funerali di Feltrinelli, le sfilate delle femministe urlanti attraverso le strade cittadine.

Contemporaneamente  ai lavori di impegno sociale e politico, Carla rivolse la sua attenzione anche agli ambienti della Milano bene, con le sue vetrine sfavillanti, i grandi magazzini stracolmi di merce, i ritrovi mondani delle signore dell’alta-borghesia. Da questa sua acuta ed ironica analisi, uscirà  un’ interessante opera dal titolo significativo “Mondo Cocktail”, pubblicato nel 1974, in cui sono immortalati “ squarci di vita mondana con belle donne”. Vengono ritratti artisti, intellettuali, modelle durante i famosi party sulla Terrazza Martini, luogo di gran moda che  la Cerati si sforza di frequentare con spigliatezza e disinvoltura, anche se quel mondo falso ed effimero, “ della Milano da bere” non la convinceva affatto, finendo ben presto per stancarla.

Alla fine degli anni Ottanta, Carla abbandonerà gradualmente la sua professione di fotoreporter, nauseata dai falsi miti che campeggiano sui giornali e sui programmi televisivi, per dedicarsi alla letteratura, sua segreta passione da sempre: il suo primo romanzo “Un amore fraterno arrivò finalista al Premio Strega del 1973.

Per quanto riguarda la fotografia, non abbandonerà mai la sua ricerca personale con scatti intimi, a ricercare astratte forme geometriche oppure  orme lasciate sul cemento e sulla sabbia da uomini ed animali, dalla serie Tracce del 1986.

 Carla Cerati è morta  a Milano nel 2016.

BIBLIOGRAFIA

Franco Basaglia e Franca Ongaro (a cura di), Morire di classe: la condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, Torino, Einaudi, 1969

Carla CeratiMondo cocktail, 61 fotografie a Milano, Nota di Maria Livia Serini (61 illustrazioni in bianco e nero), Milano, Pizzi, 1974.

Luciana MartiniCara Assuntina, Libro per ragazzi. Fotografie di Carla Cerati, Torino, Einaudi, 1976.

Carla CeratiForma di donna, 34 fotografie in bianco e nero di Carla Cerati, Milano, Mazzotta, 1978.

www.carlacerati.com

www.elle.com

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

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