Ottime mostre di fotografia da non perdere a marzo.

Eccoci qua.
Vi preannuncio già che a marzo ci sono tantissime fantastiche mostre da non perdere! Avete davvero l’imbarazzo della scelta. 😉
Date un’occhiata e sbizzarritevi!

L’elenco sempre aggiornato di tutte le mostre in corso, lo trovate qua
Ciao

Anna

Alex Majoli – SKĒNĒ

“We wear masks that accommodate these fixed societal roles, and in that way we exist trapped in our own play. The only way to understand our complex reality, then, is to acknowledge and question the meaning of the theatrical elements that have constructed this play – our core societal narrative.” – Luigi Pirandello

NEW YORK – Alex Majoli documents the thin line between reality and theatre in a series of photographs, which will be on view from February 16 – April 1, 2017 at Howard Greenberg Gallery. The photographs, made in Congo, Egypt, Greece, Germany, India, China, and Brazil between 2010 and 2016, explore the human condition and call into question darker elements of society. The title of the exhibition, SKĒNĒ, refers to a structure forming the backdrop of an ancient Greek theatre. Majoli is a 2016 Guggenheim Fellowship recipient, and the show is his first gallery exhibition in New York City.

Majoli’s experiences photographing people in many kinds of circumstances in numerous countries have led him to explore the idea of his subjects being actors in their own lives. His scenes depict the drama and pathos inherent in human struggles. A mother and father carry their ill son as they arrive as refugees on the Greek Island of Lesbos in 2015. Police are on guard against a crowd of Brazilian supporters of a cause in Sao Paulo, Brazil, in 2014. Mourners attend the funeral of a 13 year-old girl in Pointe Noire, Congo, in 2013. Majoli also captures reflective moments: an evangelist standing on the street in Congo or a farmer working in a rice field in India. A detail of a house in Baden-Württemberg, Germany, shows that it has been charred by a fire. As it turns out, the home was to be given as housing to refugees before unknown assailants set fire to it.

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Harraga – Giulio Piscitelli

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Con questo lavoro Giulio Piscitelli ha vinto la 13esima edizione del Premio Amilcare G.Ponchielli, istituito dal GRIN (Gruppo Redattori Iconografici Nazionale).

Forma Meravigli è un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto.

Harraga è il termine con cui, in dialetto marocchino e algerino, si definisce il migrante che viaggia senza documenti, che “brucia le frontiere”.

Le fotografie in mostra a Forma Meravigli sono frutto di un lungo progetto, iniziato nel 2010, che si articola in tre momenti fondamentali che corrispondono alle diverse fasi del reportage: dalle rotte africane verso l’Europa, passando per l’Italia e la Francia, fino ad arrivare alla rotta balcanica.

Giulio Piscitelli ha vissuto e sperimentato in prima persone il viaggio dei migranti che tentano di raggiungere il suolo europeo, ha condiviso con loro lo sfinimento fisico e mentale. È salito lui stesso su uno di quei barconi, ormai tragicamente famosi, che portano i migranti dalla Tunisia alle coste italiane.

In mostra un racconto per fotografie crudo ed empatico che va dalla documentazione delle enclave spagnole di Melilla, ai viaggi verso Lampedusa e la tragica realtà di sfruttamento di Castel Volturno e Rosarno, dall’attraversamento del deserto dei profughi del Corno d’Africa, ai siriani, iracheni e afghani che approdano sulle isole greche nella speranza di raggiungere l’Europa.

Grazie alla vittoria del Premio Ponchielli, Giulio Piscitelli ha potuto completare il suo lavoro in Iraq fotografando, nel dicembre 2016, la guerra per la liberazione dall’Isis della città di Mosul; nelle sale di Forma Meravigli il pubblico potrà vedere per la prima volta una selezione di questi scatti inediti.

La mostra è accompagnata dal libro “Harraga. In viaggio bruciando le frontiere” edito da Contrasto.

Giulio Piscitelli (Napoli, 1981), dopo la laurea in Scienze della Comunicazione, si avvicina alla fotografia iniziando a collaborare con agenzie di news italiane e straniere. Dal 2010 lavora come freelance, realizzando reportage sull’attualità internazionale. I suoi lavori sono stati esposti al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, all’Angkor Photo Festival, al Visa pour l’Image, presso la War Photo Limited Gallery e la Hannemberg Gallery. A partire dal 2010 si è concentrato sulla crisi migratoria in Europa, producendo il lavoro da cui è tratto Harraga; contemporaneamente ha esteso il suo interesse fotogiornalistico alle crisi internazionali, documentando il colpo di stato in Egitto, la guerra in Siria, Iraq e Ucraina. I suoi lavori sono apparsi su quotidiani e riviste in Italia e all’estero, tra cui: Internazionale, New York Times, Espresso, Stern, Io donna, Newsweek, Vanity Fair, Time, La Stampa, Vrji. Attualmente Giulio Piscitelli vive a Napoli e il suo lavoro è rappresentato dall’agenzia Contrasto dal 2013.

Forma Meravigli – Milano -fino al 26 marzo 2017

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Wolfgang Tillmans

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15 February – 11 June 2017 – Tate Modern, London

From intimate still-lifes and portraits, to images that address vital political issues, explore the photographs of this groundbreaking artist

Since the early 1990s, Wolfgang Tillmans has earned recognition as one of the most exciting and innovative artists working today.

While he made his name as a photographer, he has achieved equal acclaim for his investigations of abstract photography, including works made without a camera, and prints that take on a three-dimensional, sculptural quality. Taking the year 2003 as the point of departure, this exhibition focuses on Tillmans’s work in the 14 years since his major exhibition at Tate Britain and showcases all its facets, including his ‘expanded practice’: digital slide projections, publications, and curatorial projects and recorded music.

In addition, Tillmans will take over Tate Modern’s south Tank for ten days with, amongst others, an installation featuring live events.

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Berenice Abbott – Topografie

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17.02  –  31.05.2017  – Museo Man Nuoro

Il Museo MAN è lieto di annunciare l’imminente apertura della prima mostra antologica in Italia dedicata a Berenice Abbott (USA, 1917-1991), una delle più originali e controverse protagoniste della storia fotografica del Novecento.

Terza di un grande ciclo dedicato alla Street Photography, la mostra al MAN di Nuoro, a cura di Anne Morin, presenta, per la prima volta in Italia, una selezione di ottantadue stampe originali realizzate tra la metà degli anni Venti e i primi anni Sessanta. Suddiviso in tre macrosezioni – Ritratti, New York e Fotografie scientifiche – il percorso espositivo fornisce un quadro generale del grande talento e della variegata attività di Berenice Abbott.

Nata a Springfield, in Ohio, nel 1898, Berenice Abbott si trasferisce a New York nel 1918 per studiare scultura. Qui entra in contatto con Marcel Duchamp e con Man Ray, esponenti di punta del movimento dada. Con Man Ray, in particolare, stringe un rapporto di amicizia che la spingerà a seguirlo a Parigi e a lavorare come sua assistente tra il 1923 e il 1926.

Sono di questo periodo i primi ritratti fotografici dedicati ai maggiori protagonisti dell’avanguardia artistica e letteraria europea, da Jean Cocteau, a James Joice, da Max Ernst ad André Gide. Ritratti che – secondo molti interpreti – costituiscono il canale espressivo attraverso il quale Berenice Abbott – lesbica dichiarata, in un’epoca ancora lontana dall’accettare l’omosessualità femminile – racconta la propria dimensione sessuale.

Allontanatasi dallo studio si Man Ray per aprire il proprio laboratorio di fotografia –frequentato da un circolo di intellettuali e artiste lesbiche come Jane Heap, Sylvia Beach, Eugene Murat, Janet Flanner, Djuna Barnes, Betty Parson – già nel 1926 Abbott espone i propri ritratti nella galleria “Le Sacre du Printemps”. È in questo momento che entra in contatto con il fotografo francese Eugène Atget, conosciuto per le sue immagini delle strade di Parigi, volte a catturare la scomparsa della città storica e le mutazioni nel paesaggio urbano.

Per Abbott è un punto di svolta. La fotografa decide di abbandonare la ricerca portata avanti fino a quel momento e di fare propria la poetica del negletto Atget – del quale, alla morte, acquisterà gran parte dell’archivio, facendolo conoscere in Europa e negli Stati Uniti – dedicandosi, da quel momento in poi, al racconto della metropoli di New York.

Tutti gli anni Trenta, dopo il rientro negli Stati Uniti, sono infatti dedicati alla realizzazione di un unico grande progetto, volto a registrare le trasformazioni della città in seguito alla grande depressione del 1929. La sua attenzione si concentra sulle architetture, sull’espansione urbana e sui grattacieli che progressivamente si sostituiscono ai vecchi edifici, oltre che sui negozi e le insegne. Il risultato è un volume, tra i più celebri della storia della fotografia del XX secolo, intitolato “Changing New York” (1939), che raccoglie una serie straordinaria di fotografie caratterizzate da forti contrasti di luci e ombre e da angolature dinamiche, ad esaltare la potenza delle forme e il ritmo interno alle immagini.

Nel 1940 Berenice Abbott diventa picture editor per la rivista “Science Illustrated”. L’esperienza maturata nelle strade di New York la porterà a guardare con occhi diversi le immagini scientifiche, che diventano per lei uno spazio privilegiato di osservazione della realtà oltre il paesaggio urbano. In linea con le coeve ricerche artistiche sull’astrazione, Berenice Abbott realizza allora una serie di fotografie di laboratorio, concentrandosi sul dinamismo e sugli equilibri delle forme, con esiti straordinari.

La mostra al Museo MAN, realizzata grazie al contributo della Regione Sardegna e della Fondazione di Sardegna, racconta le tre principali fasi della produzione fotografica di Berenice Abbott attraverso una ricca selezione di scatti, tra i più celebri della sua produzione, e materiale documentario proveniente dal suo archivio.

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Life – Magnum. Il fotogiornalismo che ha fatto la storia

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Dal 04 Marzo 2017 al 11 Giugno 2017 – Cremona – Museo del Violino

La mostra, per la prima volta in assoluto, intende analizzare il rapporto fra la celebre rivista americana Life e l’agenzia fotografica Magnum Photos, ed in particolare i reportage realizzati dai fotografi membri dell’agenzia che vennero pubblicati da Life, il fortunato settimanale creato nel 1936 Henry Luce, già editore di Time. Ad un anno dalla sua nascita Life tirava cinque milioni di copie conquistandosi un ruolo che solo la diffusione della televisione minò, portandola alla chiusura nel 1972.

Il nuovo medium, la tv, riusciva a proporre con più immediatezza ciò che era stato il patrimonio di Life: il racconto per immagini.
Life con i suoi contenuti editoriali, ma soprattutto grazie al suo contenuto iconografico, contribuì a creare una identità e una cultura nazionale americana, dagli anni della grande depressione alla guerra del Vietnam, identità che poi venne esportata a livello internazionale.

La dimensione del fenomeno delle grandi riviste illustrate richiese alla agenzie fotografiche nuovi modelli. Robert Capa, David Seymour, Henri Cartier-Bresson e George Rodger, tutti con una notevole esperienza “sul campo”, diedero vita a Magnum. Il progetto si basava sulla tutela del lavoro del fotografo. Attraverso la formula della cooperativa, i fotografi diventavano proprietari del loro lavoro, prendevano decisioni collettivamente, proponevano autonomamente alle testate i propri lavori e rimanevano proprietari dei negativi, garantendo così un pieno controllo sulla corretta diffusione delle proprie immagini.

Magnum mise assieme le migliori capacità ed esperienze del mondo della fotografia, ma senza sottostare alle richieste dei committenti.

La mostra si focalizza proprio sul rapporto fra queste due entità, per analizzare come importanti reportage riferiti ad eventi importanti del XX secolo, e realizzati da grandi maestri della fotografia membri di Magnum, vennero trasferiti all’interno delle pagine di Life.

Due figure importanti che rivestirono un ruolo importante in questo rapporto furono Robert Capa e John Godfrey Morris. Il primo, ideatore e co-fondatore della Magnum nel 1947 e Morris, uno dei più grandi photo editor del Ventesimo secolo, responsabile dell’ufficio londinese di LIFE durante la Seconda guerra mondiale e dopo il conflitto, redattore esecutivo della storica agenzia Magnum.

La mostra, curata da Marco Minuz, è pertanto un viaggio all’interno di nove reportage fotografici realizzati da grandi maestri che vennero editati dalla rivista americana ed ebbero grande diffusione, ma al contempo grande impatto sull’opinione pubblica.

La mostra prende avvio dal lavoro di Philippe Halsman, che su Life pubblicò centinaia di fotografie e decine di copertine. Ritratti come quelli di Marylin Monroe, Salvator Dalì o Mohamed Ali.

Seguono due reportage storici di Werner Bischof, il primo dedicato alla grande carestia del Bihar in India nel 1951 e il successivo alla Corea realizzato nel 1952. In entrambi, impegno e sensibilità sociale vengono trasmessi con un senso estetico notevole.

Un altro reportage entrato nella storia è quello di Dennis Stock su James Dean. Sono fotografie di grande intimità che svelano la personalità del divo del cinema, poco prima della sua tragica scomparsa.

Per promuovere “Misfits” (“Gli spostati”), celebre pellicola di John Huston, sceneggiata da Arthur Miller e protagonisti come Marylin Monroe, Clark Gable e Montgomery Clift, a Magnum venne data l’esclusiva di seguire le fasi realizzative. Per questo Magnum schiera sul set nove suoi membri: Eve Arnold, Cornell Capa, Henri Cartier-Bresson, Bruce Davidson, Elliot Erwitt, Ernst Haas, Erich Hartmann, Inge Morath e Dennis Stock. Le loro immagini ci portano dentro la macchina del grande cinema americano degli anni ’60.

Duro e drammatico il racconto che Bruno Barbey offre della guerra del Vietnam e di ciò che vi accadde oltre e all’interno del fronte. Queste immagini furono tra le ultime ad essere pubblicate su Life, poco prima della sua chiusura.
Accanto a un persocorso cronologico, la mostra propone una serie di emozionanti “stanze” monografiche. A cominciare dalle immagini che Henri Cartier-Bresson nel 1954 trasse dal suo lungo viaggio dentro l’URSS.

Poi Robert Capa, di cui vengono proposti i tre storici reportage, quello sulla guerra civile spagnola, le cui immagini sono icone della storia della fotografia, così come lo sono le successive immagini dello sbarco in Normandia, unica testimonianza diretta di quella epica impresa; e infine la Guerra di Indocina dove egli trovò la morte.

Accanto alle immagini, la mostra espone le edizioni originali di LIFE e spezzoni video che permetteranno di contestualizzare i reportage.

“LIFE – MAGNUM, attraverso la forza comunicativa delle immagini che riunisce – afferma il curatore Marco Minuz – conduce a riflettere sulla fotografia e sulle sue implicazioni, sul rapporto con la carta stampata, sulle trasformazioni tecnologiche avvenute nel mondo della comunicazione e sulla forza che questi reportage ebbero nella nostra coscienza civile”.

Elliot Erwitt

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L’eccezionale carriera del fotografo Elliott Erwitt offre l’opportunità di ripercorrere buona parte del Novecento, grazie alle sue fotografie divenute vere e proprie icone: l’America degli anni Cinquanta, lo star system hollywoodiano degli anni Sessanta, le illustrazioni, la pubblicità e i film degli anni Settanta e Ottanta, sino ai più recenti progetti di fotografia di moda degli anni Duemila.

 Invitato da Robert Capa a far parte della Magnum Photos nel 1953, Erwitt è riconosciuto oggi come uno dei fotografi più importanti del Novecento: il suo sguardo da narratore ha saputo cogliere i lati più ironici e surreali della vita anche nelle circostanze più drammatiche.

 Per la mostra a Palazzo Ducale, inedita in Italia, Erwitt ha selezionato personalmente le immagini traendole da due suoi grandi progetti: Kolor, che attraversa tutta la sua produzione a colori, e The Art of André S. Solidor, in cui confluiscono immagini di esilarante e sottile presa in giro del mondo dell’arte contemporanea, con i suoi controsensi e assurdità.

11 febbraio – 16 luglio 2017 – Genova – Palazzo Ducale

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L’Italia di Magnum. Da Henri Cartier-Bresson a Paolo Pellegrin

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CAMERA inaugura, il prossimo 3 marzo, la mostra L’Italia di Magnum. Da Henri Cartier-Bresson a Paolo Pellegrin, un omaggio a Magnum Photos, la più storica e autorevole agenzia fotografica del mondo – e partner istituzionale di Camera – in occasione del 70° anniversario dalla sua fondazione.

La mostra si compone di oltre duecento immagini che raccontano, con un linguaggio tra fotogiornalismo e arte, gli eventi, i personaggi e i luoghi dell’Italia dal dopoguerra a oggi, in un affascinante intreccio di fotografie iconiche e di altre meno note. Attraverso lo sguardo di venti fra i più grandi maestri della fotografia internazionale, la mostra si articola in un percorso cronologico, organizzato per decenni.

A cura di Walter Guadagnini con Arianna Visani

3 marzo – 21 maggio 2017

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Lisette Model

14 Febbraio 2017 – 24 Marzo 2017 – MC2gallery – Milano

Non solo artista ma anche insegnante e fonte d’ispirazione per una vasta generazione di giovani fotografi, tra i quali Diane Arbus. Tra le sue serie di ritratti, la sorprendente “Promenade des Anglais”, ambientata nella strada che percorre il lungomare di Nizza, fu realizzata nel 1934 e si impone per lo stile unico e diretto, attento alla posizione del corpo e ai gesti rivelatori di un preciso status sociale. Si tratta spesso di ritratti della classe locale agiata, ritratti che caratterizzeranno lo stile inconfondibile di Lisette:primi piani spassionati,esposizioni di vanità,insicurezza e solitudine,ottenuti allargando e tagliando i negativi in camera oscura. Dopo il periodo francese, fu la Grande Mela a ispirarla.Qui realizzerà alcune delle sue serie più famose,in primis “Reflections”. Gli scatti catturano la multi-dimensionalità della città, riflessa nelle vetrine dei negozi, spesso lungo la Fifth-Avenue.Lisette passa molto del suo tempo anche nei semplici caffè della Lower East Side dove elabora la serie che potremmo definire più libera, “Running Legs”,nella quale fornisce una straordinaria visione della città,catturandone il ritmo freneticamente “malato”. Lavora con neri profondi, senza mai rinunciare ai dettagli e sviluppando un realismo intransigente, mai compiacente. Si sofferma sulle rughe di una donna truccata sotto il suo cappellino, su delle mani deformate e piene di anelli o sulla fragilità di un corpo che si rivela sotto l’apparenza del vestito. Lisette Model si è guadagnata un ruolo di spicco nella cosiddetta Street Photo della scena newyorchese degli anni ’40. Ha inaugurato uno stile fotografico immediato e spontaneo, volto a immortalare una realtà in perenne mutamento, realizzando una galleria di ritratti grotteschi ma carichi di umanità. << I just picked up a camera without any kind of ambition to be good or bad. And especially without any ambition to make a living… My whole freedom working in photography comes because I say to myself, “Let’s see what is going on in this world. Let’s find out. How do these people look?”>> L.Model

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FRANCESCO CITO E LA FOTOGRAFIA DI REPORTAGE

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Inaugura giovedì 23 febbraio 2017 una intensa mostra fotografica dedicata alla Fotografia di Reportage che ha come autore – ospite d’onore Francesco Cito. Torna la fotografia d’autore nella Casa Museo Spazio Tadini con una personale di Francesco Cito. La mostra è una selezione di scatti tratti dai suoi principali reportage di guerra – Palestina, Afghanistan, Arabia Saudita -. “La volontà di questo percorso – spiega la curatrice, Federicapaola Capecchi – è quella di provare ad avvicinarci, fotografia per fotografia, a quanto Francesco Cito ci ha regalato durante un’intervista/incontro pubblico a Spazio Tadini, e cioè il senso della vicinanza e della necessità di entrare dentro la storia per raccontarla. Che per Francesco Cito è anche una vicinanza fisica effettiva: quando scatti con un 18 mm sei fisicamente dentro a quanto sta accadendo. Così la nervatura del percorso delle fotografie esposte si muove attraverso la sua caratteristica di entrare dentro la storia percorrendo le tappe della fatica, della pazienza, dell’osservazione e attraverso la sua capacità di ascoltare, vedere e capire. Con il suo rigore visivo, la sua capacità di andare diretto nella profondità e nell’essenza del fatto, la sua maestria narrativa e di racconto”.

La mostra di Francesco Cito si accompagna alla selezione di 8 fotografi di reportage individuati per stile, impronta e ricerca. Hermes Mereghetti, Simone Margelli, Andrea Brera, Luca Monelli, Gianluca Micheletti, Massimo Allegro, Virginia Bettoja, Stefania Villani presentano 8 scatti del reportage per cui sono stati selezionati completando il percorso della fotografia di reportage proposto nella Casa Museo: dalla tematica di guerra di Cito si passa al reportage sociale, antropologico, documentaristico e alla street photography.

Hermes Mereghetti espone Bollate, un intenso viaggio nel ritratto psicologico all’interno del Carcere di Bollate; Simone Margelli presenta Take Refuge, reportage all’interno dei centri di accoglienza raccontando uomini in cerca di speranza; Andrea Brera porta Scampia dentro Le Vele, reportage fotografico nel cuore di Scampia, nelle viscere delle “vele”, un luogo surreale, regno di un’entità vorace che pare avere sorbito tutto da ogni cosa, lasciando solo ossa e brandelli; Luca Monelli è presente con due lavori, 4:03 9:00 racconto del disastro causato dal terremoto a San Felice sul Panaro e Street Light dove il “terreno di caccia” sono le grandi città, situazioni, sfondi, luce particolare e la “preda” che vi finisce dentro. Gianluca Micheletti con Sandland Sharm El-Sheikh, il racconto di cos’è Sharm El-Sheikh al di fuori dei percorsi turistici, dove regnano un mondo e paesaggi post apocalittici fatti di rifiuti, disordine e carcasse che sembrano attendere una seconda vita; Massimo Allegro espone Kumbh Mela, reportage sulla festa religiosa che si tiene ogni anno fra gennaio e febbraio a Allahabad, sulle rive del Gange; Virginia Bettoja propone Estetica del Garage, una bella indagine sui luoghi non importanti, trascurati, di transito e non espressamente considerati interessanti o possibilmente belli; Stefania Villani presenta In cerca di identità, singoli ritratti alla ricerca del sé, anche quando si è di spalle.

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Nan Goldin: The Ballad of Sexual Dependency

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Through April 16 – The Museum of Modern Art

Comprising almost 700 snapshot-like portraits sequenced against an evocative music soundtrack, Nan Goldin’s The Ballad of Sexual Dependency is a deeply personal narrative, formed out of the artist’s own experiences around Boston, New York, Berlin, and elsewhere in the late 1970s, 1980s, and beyond. Titled after a song in Bertolt Brecht and Kurt Weill’s The Threepenny Opera, Goldin’s Ballad is itself a kind of downtown opera; its protagonists—including the artist herself—are captured in intimate moments of love and loss. They experience ecstasy and pain through sex and drug use; they revel at dance clubs and bond with their children at home; and they suffer from domestic violence and the ravages of AIDS. “The Ballad of Sexual Dependency is the diary I let people read,” Goldin wrote. “The diary is my form of control over my life. It allows me to obsessively record every detail. It enables me to remember.” The Ballad developed through multiple improvised live performances, for which Goldin ran through the slides by hand and friends helped prepare the soundtrack—from Maria Callas to The Velvet Underground—for an audience not unlike the subjects of the pictures. The Ballad is presented in its original 35mm format, along with photographs from the Museum’s collection that also appear as images in the slide show. Introducing the installation is a selection of materials from the artist’s archive, including posters and flyers announcing early iterations of The Ballad. Live performances will periodically accompany The Ballad during the course of the Museum’s presentation; performance details will be announced during the course of the exhibition presentation.

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Real American Places: Edward Weston and Leaves of Grass

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The Huntington Library – San Marino, CA – Oct 22, 2016 – Mar 20, 2017

A new exhibition opening this fall considers a rich dialogue between two iconic figures in American culture: the renowned photographer Edward Weston (1886–1958) and poet Walt Whitman (1819–1892). The 25 photographs included in the exhibition illuminate an understudied chapter of Weston’s career. In 1941, the Limited Editions Book Club approached Weston to collaborate on a deluxe edition of Whitman’s poetry collection, Leaves of Grass. The publisher’s ambitious plan was to capture “the real American faces and the real American places” that defined Whitman’s epic work. Weston eagerly accepted the assignment and set out with his wife, Charis Wilson, on a cross-country trip that yielded a group of images that mark the culmination of an extraordinarily creative period in his career. While Weston believed the photographs to be some of his best (he donated 90 pictures from the series to The Huntington in 1944, along with hundreds of other images), the resulting Limited Editions publication proved a failure on many fronts. As a result, the photographs from the Leaves of Grass project have been relegated to footnote status in Weston’s oeuvre. “Real American Places” seeks to give this unjustly overlooked body of work its due. In addition to selections from the series, the exhibition will include a number of original Whitman items from the Library’s holdings, allowing visitors to explore the creative response of one giant of American culture in conversation with another.

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Herbert List: The Magical in Passing

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In an exhibition comprising 120 works, new light is shed on the elusive oeuvre of German photographer Herbert List, and aims to explain why it is so hard to categorize his work. Over the course of his career, List would work in almost every genre that photography has to offer: architecture, still life, street-photography, portraiture, documentation and cataloguing. Yet he also blurred the demarcation between those fields: architectural shots seem like composed still lifes or surreal compositions. Documentation of Greek sculptures or African artefacts borders on portraiture; and when capturing the classical beauty of the male physique, one does not quite know if we look at painstakingly composed arrangements or a private photo-diary, shot spontaneously from the hip.

12.02. – 23.04.2017 – Kunst- und Kulturzentrum – Monschau (D)

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Più di 50 anni di magnifici fallimenti – Oliviero Toscani

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16 Feb / 28 Apr 2017 – Whitelight Art Gallery – Milano

Un’esposizione che mette in scena la potenza creativa e la carriera del fotografo, attraverso le sue immagini più note che hanno fatto discutere il mondo su temi come il razzismo, la pena di morte, l’AIDS e la guerra. Tra i lavori in mostra il famoso Bacio tra prete e suora del 1991, i Tre Cuori White/Black/Yellow del 1996, No-Anorexia del 2007 e decine di altri.

In mostra anche i lavori realizzati per il mondo della moda, che Oliviero Toscani ha contribuito a cambiare radicalmente, dalle celebri fotografie di Donna Jordan fino a quelle di Monica Bellucci, oltre ai ritratti di Mick Jagger, Lou Reed, Carmelo Bene, Federico Fellini e i più grandi protagonisti della cultura dagli anni ’70 in poi.

Un’altra opportunità arriva insieme all’esposizione: per un solo giorno e per un numero limitato di 40 persone, sarà possibile diventare i soggetti di una fotografia di Oliviero Toscani.
Il giorno 15 Febbraio dalle 14 alle 22 infatti, presso Whitelight Art Gallery, sarà possibile acquistare il proprio ritratto realizzato dall’artista. Verrà allestito negli spazi della galleria set fotografico, per uno speciale shooting firmato da Oliviero Toscani.
L’immagine, firmata ed autenticata , sarà consegnata sia in cartaceo, sia in digitale, e con essa verranno ceduti i diritti ad uso esclusivamente personale.

Questo set rientra nel progetto Razza Umana, che Oliviero Toscani da anni porta avanti realizzando ritratti nelle strade e nelle piazze del Mondo. «RAZZA UMANA è frutto di un soggetto collettivo – ha scritto il critico Achille Bonito Oliva – lo studio di Oliviero Toscani inviato speciale nella realtà della omologazione e della globalizzazione. Con la sua ottica frontale ci consegna una infinita galleria di ritratti che confermano il ruolo dell’arte e della fotografia: rappresentare un valore che è quello della coesistenza delle differenze».

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Wildlife Photographer of the Year

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Da sabato 4 febbraio 2017, in mostra le immagini premiate alla 52esima edizione della mostra Wildlife Photographer of the Year promossa dal Natural History Museum di Londra. L’anteprima esclusiva per l’Italia è solo al Forte di Bard e resterà aperta al pubblico sino al 4 giugno.

Il pubblico potrà ammirare un’emozionante gallery che ripercorre gli scatti più spettacolari realizzati nel 2016: 100 immagini che testimoniano il lato più affascinante del mondo animale e vegetale, spaziando da sorprendenti ritrattirubati ai più sublimi paesaggi del nostro pianeta.

Vincitore assoluto, il fotografo americano Tim Laman con lo scatto “Vite intrecciate”: la fotografia immortala un orangotango del Borneo che si arrampica sul tronco di un albero, come una fuga simbolica dalla distruzione della foresta pluviale indonesiana, suo habitat naturale. Ha invece 16 anni l’autore del miglior scatto per la categoria giovani: dalla Gran Bretagna, Gideon Knight ha catturato la silhouette di un corvo e del sicomoro su cui riposa, poetiche figure nere che si stagliano contro il profondo blu e la luna di un magico cielo notturno.

Molti nomi italiani tra gli autori degli scatti esposti, tra i quali i finalisti Walter Bassi, con “Verme ipnotico” (categoria Invertebrati), Hugo Wassermann con “Ritiro alpino” (Ambiente Urbano), Fortunato Gatto con “Dopo la tempesta” (categoria Terra), Stefano Baglioni con “Piccola Stella” (categoria Piante e funghi) e Nicola Di Sario con “Luce degli occhi” (categoria Bianco e nero). Vincitori invece, rispettivamente per le categorie Rettili, anfibi e pesci, Piante e funghi e Sul territorio i tre reporter naturalistici Marco Colombo, con “Piccolo Tesoro”, Valter Binotto con “La composizione del vento” e Stefano Unterhiner con “Spirito delle montagne”.

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Brescia Photo Festival

Il 7 marzo inaugurerà la prima edizione del Brescia Photo Festival.

Il festival prevede due sedi principali, il Museo di Santa Giulia e il MA.CO, dove saranno radunate le principali esposizioni.
Un ruolo importante avrà anche il “FUORI FESTIVAL” con un ricco programma – presto online – di mostre nelle gallerie e in altri spazi privati della città, mentre al Cinema Eden sarà proietto un ciclo di film documentari con le biografie dei grandi fotografi.

“People”, il tema di questa prima edizione, permetterà un focus sulla rappresentazione della comunità umana in ogni sua forma e in un momento di particolare complessità come quello che stiamo vivendo. Dato il tema, grande spazio sarà dedicato al fotogiornalismo.

Ma a connotare l’edizione 2017 sarà anche la concomitanza con un anniversario di rilievo nella storia della fotografia. Il riferimento è ai 70 anni della agenzia internazionale di fotogiornalismo Magnum Photo, che vede al suo interno alcuni tra i più grandi fotografi del mondo.  Brescia Photo Festival sarà uno dei luoghi ufficiali per la celebrazione dell’anniversario in Italia, un evento internazionale di forte valenza culturale che coinvolgerà, oltre al Museo di Santa Giulia a Brescia, Camera – Centro Italiano della Fotografia di Torino e il Museo del Violino di Cremona.
I 70 anni di Magnum saranno ricordati con tre diverse mostre, oltre che con incontri, proiezioni ed eventi.

La durata di questi tre grandi eventi Magnum traguarderà le date del Festival. Resteranno infatti aperti, in Santa Giulia e presso la sede della Camera di Commercio, sino al 3 settembre.
Si tratta di tre mostre che a pieno titolo meritano l’appellativo di evento.

“Magnum First”, al Santa Giulia e sino al 3 settembre, ripropone, per la prima in Italia, le 83 stampe vintage in bianco e nero di Henri Cartier-Bresson, Marc Riboud, Inge Morath, Jean Marquis, Werner Bischof, Ernst Haas, Robert Capa e Erich Lessing accompagnate da alcuni scritti degli autori. Questa mostra è stata fortunosamente ritrovata nel 2006, ancora chiusa nelle sue casse, dopo essere stata dimenticata in una cantina di Innsbruck nel lontano 1956. Ora quell’autentico tesoro, restaurato, riemerge a Brescia per la gioia del pubblico.

“Magnum. La première fois” – stessa sede e medesime date – presenta i servizi che hanno reso celebri 20 grandissimi fotografi Magnum, con proiezioni e stampe originali. Curata da François Hébel, è stata presentata una sola volta al Festival di Arles nel 2012 dove ha ottenuto un grande successo.

Infine, presso la sede della Camera di Commercio di Brescia, sarà possibile ammirare per la prima volte le proiezioni di Brescia Photos, i tre reportage proprio su Brescia ed il suo territorio realizzati nel 2003 da tre celeberrimi reporter Magnum: Harry Gruyaert, Alex Majoli e Chris Steele-Perkins.

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Trilogia del Silenzio
Capitolo I: Jason Shulman • Fast Forward

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28/01/2017 – 25/03/2017 – White Noise Gallery – Roma

Artista di fama internazionale, per la prima volta in Italia dopo diverse collaborazioni con artisti del calibro di Marc Quinn.

Shulman parte dal cinema, mezzo che più di tutti è in grado di simulare la vita. Ogni pellicola da 90 minuti è composta da circa 130mila frame, ciascuno di essi è un tassello del codice genetico della storia. Shulman li comprime in una sola immagine, attraverso lunghissime esposizioni fotografiche. Le scene quindi si sovrappongono le une alle altre, l’audio sparisce, il movimento viene condensato, la consequenzialità logica perde di significato in favore di un’impressione del tutto emotiva. La figura è a volte maggiormente riconoscibile, in altre si perde all’interno di macchie di colore effimere e senza nome. Esteticamente assimilabili ad una trasposizione fotografica delle opere di Gerhard Richter, si tratta di un processo di sintesi per addizione, in cui per comprendere il tutto bisogna rinunciare al dettaglio.

In mostra troverete la malinconia di Pasolini e le atmosfere di Dario Argento, l’America di Sergio Leone e l’Italia di Fellini, Visconti e Sorrentino.

• Trilogia del Silenzio

Ovunque ci sia materia esiste il suono, il silenzio è quindi un mero tentativo.
Esattamente come accade con il vuoto – altro fenomeno esistente solo in teoria – si trasforma nella rappresentazione più fedele del suo opposto.
Negare il suono è negare lo spazio che lo contiene, l’aria attraverso la quale si propaga, è rinunciare alla presenza umana.
E’ una bolla claustrofobica in cui niente accade, in nessun tempo.
Eppure, l’impossibilità fisica di creare l’assenza genera da sempre una fascinazione irrisolta.

Robert Rauschenberg lo ha reso visibile nei White paintings, opere monocromatiche nelle quali il bianco deflagra sulla superficie. La costruzione modulare di cui si serviva rendeva ciascuna tela il capitolo di una narrazione muta e densa, sconvolgendo il concetto stesso di cosa potesse dirsi vuoto o pieno, puro o contaminato, portando la massima astrazione filosofica nelle tre dimensioni spaziali.

Fortemente influenzato dalla ricerca del pittore statunitense, il compositore John Cage ha reso il silenzio – corrispettivo sonoro del bianco – il suo principale territorio di indagine.
Trova il suo apice in 4’33’’, brano controverso al limite dell’atto performativo, privo di suoni ad eccezione dei rumori di fondo dell’uditorio variabili di volta in volta, come una manifestazione impercettibile e ostinata della vita.

Seguendo il medesimo solco, la Trilogia del Silenzio racconta l’umanità attraverso la sua assenza.
Tre artisti, tre mostre, tre linguaggi differenti in cui gli individui sono descritti solo grazie alle tracce reali o distopiche che hanno scelto di lasciare: ombre, architetture, interni, diventano l’espressione più cruda, reale e poetica di loro stessi.
Opere immerse in una forza gravitazionale che è solo interiore, in cui suono, tempo e spazio vengono destrutturati per essere ricordati o smentiti, talvolta riscritti.
Come fosse un videotape lungo una stagione, il progetto verrà scandito dai comandi Fast Forward, Stand-By e Rewind, estremamente significativi dei lavori proposti, ed uniche condizioni in cui il suono esiste ma non può essere percepito.

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USA28  – MICHELE ABRIOLA

 

[…] Si tratta di un reportage umanistico. Un intero percorso attraverso gli Stati Uniti d’America di oggi. […] Pellicola. In bianco e nero e a colori. Una macchina e un obbiettivo 28 mm, un grandangolo medio, non esasperato, per restituire a noi l’intero contesto spazio-temporale privo di deformazioni, affinché si sappia realmente, affinché si conosca la verità degli accadimenti. Anche Robert Frank, il primo ad aver dato profondo e ampio respiro editoriale alla fotografia di strada con il suo infinito viaggio per l’America, era mosso dagli stessi intenti. Povertà di strumenti e ricchezza culturale insieme. Ricchezza storica e ricchezza nostra, sostanziata dalla conoscenza di quei luoghi lontani. È una specie di viaggio dantesco attraverso la declinazione di tutte le umanità presenti. E assenti. Perché nelle fotografie di Robert Frank, così come in quelle di Michele Abriola, si percepisce sempre e comunque la presenza di uomini, bambini, donne, anche quando sono fisicamente assenti. La fotografia di Michele Abriola ci stupisce e ci inquieta anche per un altro motivo: l’uso del colore, da una parte, e quello del bianco e nero, dall’altra. Anche chi non ha mai scattato una foto capisce la differenza. Eppure, è come se l’autore si prendesse gioco di questa specie di “sapere comune”. Perché le foto in bianco e nero sembrano aprirsi sul colore, o meglio: attraverso i volti, gli atteggiamenti e le espressioni degli esseri colti nella foto, la nostra immaginazione è spinta a vedere del colore. […] il bianco e nero è la negazione del colore, non il colore edulcorato. Bene, in queste fotografie è come se il bianco e nero immaginasse il colore, come se il colore si umiliasse degradandosi a bianco e nero. Immaginazione, umiliazione, degrado non sarebbero, qui, caratteristiche negative, ma rappresentazioni fedeli della situazione dell’essere umano.
Michele Abriola è simile a un esploratore che sia finito tra esseri mai visti, alieni o mostri. Eppure il suo è uno sguardo d’amore, dell’amante che canta la bellezza dell’amato. L’esploratore si è innamorato dei suoi alieni, dei suoi mostri. (Mònstrum, dal latino: prodigio, cosa straordinaria, contro natura). Erano gli anni di Cartier-Bresson. Chiamiamolo pure “Maestro” (gli invidiosi accetterranno). Dunque, un notissimo fotografo, amico del Maestro, gli sottopose il suo ultimo lavoro. Bresson disse: “E le persone?”. Quelle immagini erano prive della gente e conseguentemente della vitalità umana. Non c’erano persone. Soltanto muri, strade, macchine, palazzi. Erano fotografie vuote. Per Henry Cartier-Bresson l’uomo era l’elemento dominante e significante di ogni immagine. Annullarne la presenza comportava l’annichilimento del senso fotografico. Se Michele Abriola avesse mostrato il suo reportage all’illuminato fotografo francese avrebbe senza alcun dubbio riscosso la sua approvazione. E il Maestro sarebbe stato felice, consapevole di aver insegnato davvero bene. […]

Orvieto – Palazzo Coelli dal 10 al 28 marzo

Rafael Y. Herman – The Night Illuminates The Night

Dal 25 gennaio al 26 marzo 2017 il MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma ospita la mostra personale di Rafael Y. Herman dal titolo The Night Illuminates The Night, curata da Giorgia Calò e Stefano Rabolli Pansera, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, e patrocinata da: Ambasciata d’Israele in Italia–Ufficio Culturale, IIFCA–Fondazione Italia-Israele per la Cultura e le Arti, AMATA–Amici del Tel Aviv Museum of Art e Cité Internationale des Arts de Paris.

La mostra, nella sede di MACRO Testaccio, si presenta come una grande installazione ambientale in cui dallo spazio buio emergono le opere che si rivelano come epifanie. Nella dialettica fra tenebre e luce, infatti, si sviluppa la poetica di Rafael Y. Herman il cui sguardo rivela un nuovo approccio alla realtà che nasce e si struttura nell’oscurità.

The Night Illuminates The Night si concentra sul lavoro cominciato nel 2010 e completato nel 2016. In questo periodo l’artista ha stabilito un dialogo con i grandi maestri della tradizione occidentale che hanno rappresentato nel corso dei secoli la Terra Santa, pur nonavendola mai visitata, ma ispirandosi alle fonti bibliche e letterarie. Rafael Y. Hermanripercorre questa tradizione con il proprio metodo: lo scatto notturno senza ausili elettronici e manipolazioni digitali, che svela ciò che non si vede a occhio nudo. Come i grandi maestri del passato, anche Herman si è voluto porre nella condizione di non poter vedere il paesaggio, pur trattandosi dei luoghi dove è nato e cresciuto, operando nell’oscurità della notte. In questa condizione di voluta cecità l’artista accede alla realtà in un modo nuovo, mediante lo scatto fotografico notturno e mediante lo sviluppo della pellicola nell’oscurità del laboratorio.

Rafael Y. Herman produce così una realtà “ricreata”, decontaminata da qualunque preconcetto soggettivo, offrendo allo spettatore paesaggi che esistono solo nelle opere stesse. L’artista sviluppa la propria ricerca notturna attraverso la scoperta di tre diversi ambienti: la Foresta della Galilea, i campi dei Monti della Giudea e il Mar Mediterraneo. Le sue immagini ci invitano a riflettere sull’invisibile o, come l’artista usa definirlo, il “non visto”;  sulla differenza che si dischiude fra ciò che è reale e ciò che invece è solo percepito. Il risultato è straordinario nella cromia innaturale, e nelle forme evanescenti che sembrano emergere da un luogo e un tempo altro dove i colori non sono reali, il tempo sembra essere dilatato e le immagini appaiono oscure. O forse abbaglianti.

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Pirelli in 100 immagini. La bellezza, l’innovazione, la produzione

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Dal 18 gennaio 2017 al primo maggio 2017, la Biblioteca Archimede di Settimo Torinese ospita la mostra “Pirelli in cento immagini. La bellezza, l’innovazione, la produzione”. L’esposizione – curata dalla Fondazione Pirelli – è promossa e organizzata dal Comune di Settimo Torinese con il contributo di Pirelli e della Fondazione ECM (Esperienze di Cultura Metropolitana) e ha ricevuto il patrocinio della Regione Piemonte, oltre che della Città Metropolitana di Torino.

Il  percorso allestitivo racconta anche attraverso i materiali dell’Archivio Storico conservati in Fondazione Pirelli, gli oltre 140 anni di storia dell’azienda attraverso i molti aspetti del suo mondo: dalle persone che vi lavorano alla fabbrica e alla tecnologia, dalla ricerca alla nascita dei prodotti, dal rapporto con l’arte alle forme più innovative di comunicazione, dal mondo delle corse al celebre Calendario. Fino alla presentazione al pubblico della prima delle immagini scattate all’interno del Polo industriale Pirelli di Settimo Torinese dal grande fotografo tedesco Peter Lindbergh, autore del Calendario Pirelli 2017, destinate alla realizzazione di un nuovo progetto.

La mostra si sviluppa attraverso 6 sezioni. “Una P lunga oltre 140 anni” percorre la storia aziendale con le immagini delle sue fabbriche e dei suoi prodotti: dal primo stabilimento alla periferia di Milano alle prime esposizioni internazionali, dai cataloghi illustrati alle copertine della rivista “Pirelli”; “La fabbrica degli artisti” presenta alcune delle innumerevoli occasioni in cui pittori e fotografi affermati hanno usato la propria arte per raccontare il mondo delle fabbriche e della produzione; “Si va che è un incanto” documenta le sfide che quotidianamente, fin dal 1907, Pirelli affronta nel mondo delle corse; “Una Musa tra le ruote”  ricostruisce il rapporto tra Pirelli e il mondo dell’arte, che risale fin agli inizi della sua storia, dalle prime campagne pubblicitarie d’artista alle illustrazioni; “Elogio della Bellezza” è un racconto delle icone femminili che accompagna il visitatore all’ultima sezione dedicata al mondo del Calendario Pirelli, dal 1964 a oggi affidato ai più grandi nomi del mondo della fotografia. Ultimo tra questi il grande maestro tedesco Peter Lindbergh, che proprio a Settimo, nell’ambito del progetto che ha portato alla creazione del Calendario Pirelli 2017, ha scattato una serie di scatti all’interno della fabbrica così suggestivi e potenti da essere stati destinati alla realizzazione di un progetto autonomo sul mondo della fabbrica di cui la mostra “Pirelli in cento immagini. La bellezza, l’innovazione, la produzione” presenta al pubblico la prima immagine in anteprima.

La mostra “Pirelli in cento immagini. La bellezza, l’innovazione, la produzione” testimonia ancora una volta il ruolo attribuito da Settimo Torinese alla cultura come motore di sviluppo, di coesione sociale, di integrazione, oltre a ribadire il legame esistente tra i luoghi della cultura e i luoghi del lavoro. Per Pirelli, in particolare, l’esposizione segue le iniziative già organizzate o sostenute sul territorio di Settimo dall’azienda e dalla Fondazione Pirelli.

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ARTICO. ULTIMA FRONTIERA

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15.01.2017>02.04.2017  – VENEZIA / TRE OCI

La difesa di uno degli ultimi ambienti naturali non ancora sfruttati dall’uomo, il pericolo imminente del riscaldamento globale, la sensibilizzazione verso i temi della sostenibilità ambientale e del cambiamento climatico, la dialettica tra natura e civiltà.
Sono questi gli argomenti attorno cui ruota la mostra Artico. Ultima frontiera in programma dal 15 gennaio al 2 aprile 2017 alla Casa dei Tre Oci di Venezia.
L’esposizione, curata da Denis Curti, presenta 120 immagini, rigorosamente in bianco e nero, di tre maestri della fotografia di reportage, quali Paolo Solari Bozzi (Roma, 1957), Ragnar Axelsson (Kopavogur, Islanda, 1958) e Carsten Egevang (Taastrup, Danimarca, 1969).
La rassegna è un’indagine approfondita, attraverso tre angolazioni diverse, di un’ampia regione del pianeta che comprende la Groenlandia, la Siberia, l’Alaska, l’Islanda, e della vita della popolazione Inuit, di soli 150.000 individui, costretti a gestire, nella loro esistenza quotidiana, la difficoltà di un ambiente ostile.
“In queste immagini – afferma Denis Curti, direttore artistico dei Tre Oci – l’imminenza del riscaldamento globale si fa urgenza, mentre si apre un confronto doloroso in cui l’uomo e le sue opere vengono inghiottiti dall’immensa potenza della natura. Bellezza e avversità sono i concetti su cui la Casa dei Tre Oci fonda questo progetto, con una mostra che intende riportare l’attenzione sui paesaggi naturali e le tematiche ambientali dei nostri giorni”.
La lotta con le difficoltà dell’ambiente, il passaggio, lento ma inesorabile, dallo stile di vita di una cultura millenaria a quella della civilizzazione contemporanea, cui si aggiunge il drammatico scenario del cambiamento climatico, figlio del surriscaldamento ambientale, sono i punti su cui s’incentrano le esplorazioni dei tre fotografi.
Per questo appuntamento alla Casa dei Tre Oci, Paolo Solari Bozzi presenta il progetto inedito, frutto del suo viaggio, tra febbraio e aprile di quest’anno, sulla costa orientale della Groenlandia, nel quale ha visitato numerosi villaggi, riportando la quotidianità di una popolazione che ha scelto di vivere in un ambiente difficile.
Il reportage di Paolo Solari Bozzi sarà pubblicato nel volume, in edizione inglese e italiana, Greenland Into White (Electa Mondadori).

Proprio le popolazioni Inuit sono al centro della ricerca di Ragnar Axelsson che, fin dai primi anni ottanta, ha viaggiato nelle ultime propaggini del mondo abitato per documentare e condividere le vite dei cacciatori nell’estremo nord del Canada e della Groenlandia, degli agricoltori e dei pescatori della regione dell’Atlantico del nord e degli indigeni della Scandinavia del nord e della Siberia.
Ragnar Axelsson racconta di villaggi ormai scomparsi, di intere comunità ridotte a due soli anziani che resistono in una grande casa scaldando una sola stanza; racconta di mestieri che nessuno fa più e di uomini che lottano per la sopravvivenza quotidiana. Ma dalle stampe di Axelsson emerge soprattutto l’umanità che ha incontrato sulle lunghe piste delle regioni artiche.
Dal canto suo, Carsten Egevang, partendo da una formazione accademica in biologia, che lo ha portato dal 2002 al 2008 a vivere in Groenlandia e a studiare la fauna ovipara della regione artica, ha saputo documentare con la sua macchina fotografica la natura selvaggia e la tradizionale vita delle popolazioni Inuit.
Accanto alle potenti immagini di una natura infranta e al contempo affascinante, tre documentari arricchiscono la narrazione delle regioni del Nord: SILA and the Gatekeepers of the Arctic, realizzato dalla regista e fotografa svizzera Corina Gamma; Chasing Ice, diretto dal giovane film-maker americano, Jeff Orlowski; The Last Ice Hunters, un documentario dei registi della Repubblica Ceca Jure Breceljnik & Rožle Bregar.

Sono previsti eventi e attività collaterali. S’inizia domenica 15 gennaio, dalle 10 alle 17, con il workshop che vedrà protagonisti Paolo Solari Bozzi, Ragnar Axelsson, Carsten Egevang e Denis Curti, direttore artistico dei Tre Oci e curatore della mostra.
Al termine del workshop e della visita all’esposizione, si svolgerà la lettura portfolio dei partecipanti (è prevista una quota d’iscrizione; la prenotazione è obbligatoria, mandando un’email a info@treoci.org).
Nel corso dell’esposizione, inoltre, la Casa dei Tre Oci avvierà un ricco progetto di didattica in collaborazione con Pleiadi, realtà che si occupa di educational da diversi anni.

Chiuderà la rassegna un’asta delle fotografie in mostra.

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Sulla strada – Giorgio Cottini

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“Firenze, Milano, Barcellona, Livorno, Londra, Lisbona, Napoli, Arcore, Desio …In ognuno di questi luoghi ho lasciato un frammento di cuore ed in cambio ho trattenuto emozioni e brandelli della loro anima. Barcellona mi ha donato il venditore di poesie lungo la Rambla; Lisbona la coppia di innamorati durante la pausa pranzo alla Feira de Ladra; Londra la poesia del Regent’s canal; Napul’è … mille colori; Firenze le mie radici, la mia storia, il mio partire sapendo di poter tornare; Milano, Desio, Arcore il mio quotidiano, fatto di architetture moderne e frenesia emotiva. Qualcuno cantava “queste sono le mie canzoni”.Io dico molto più modestamente: “queste sono le mie fotografie, i “fermo immagine” di momenti fissati indelebilmente non solo in macchina e carta ma nell’anima appunto”.

Così Giorgio Cottini presenta la sua mostra.  La Street photography di Giorgio è un mondo incredibile e sconfinato in cui è facile perdersi. I suoi scatti racchiudono la voglia e la necessità di raccontare una storia, anche attraverso un singolo scatto. L’obiettivo davanti al volto è l’immagine che meglio lo ritrae. La sua anima acchiappa il cuore, passa rapida attraverso braccio ed occhio e…click. Fermo immagine. Blocca quello scatto aspettato magari per giorni ad un angolo di strada perché….. “prima o poi qui accadrà qualcosa, me lo sento” O solo perché vagando per strada con i tuoi pensieri, lo sguardo coglie la storia e desidera fermare per sempre quell’istantanea di vita. Un frammento di esistenza.

I suoi scatti, narrano di un uomo resiliente, un uomo che sa cogliere la purezza di bimbi che giocano per strada, volti di donna fra milioni di persone, riflessi che si duplicano all’infinito nella vetrina di un Bar o della Libreria più famosa di Milano.

Molte immagini ricordano i fotografi degli anni 50. Quasi Felliniane alcune. I suoi scatti sono spontanei ma non lasciati al caso. Si perché per lui la spontaneità dev’essere a doppio senso, non a senso unico. Questo significa che ci dev’essere prima di tutto la spontaneità del soggetto ripreso, che non può essere fotografato in posa e, per essere precisi, non deve nemmeno sapere di essere fotografato. Un soggetto che si muove libero in un ambiente aperto, che non sa dell’esistenza di un fotografo pronto a immortalarlo mentre compie una qualsiasi attività quotidiana, che può essere un lavoro o un semplice gesto spontaneo e non costruito. Ma non può prescindere dalla spontaneità e dalla sensibilità del fotografo capace di cogliere anche solo un gesto di donna che si accarezza la base del collo, stanca sul tram, o il passo scelto di una impeccabile donna in carriera avvolta nel trench che attraversa lo spazio dell’obiettivo su tacco 12 avendo sullo sfondo graffiti metropolitani. Le sue foto trasmettono la poesia sfumata ed ovattata del bianco e nero, ma anche la geometria pulita, grintosa, caotica e convulsiva del metropolitano vivere.

Le immagini sono capaci di raccontare uno stato d’animo o un particolare momento che le parole difficilmente potrebbero esprimere in maniera migliore, ed è proprio qui la bravura di Giorgio Cottini. La sua street photography dunque non è fotografie improvvisata ma, frutto di anni di studio, di passione, di scatti e scatti, di umiltà e strada ripercorsa passo dopo passo dove altri prima di lui han posato le scarpe. La sua fotografia è fatta di colpo d’occhio, cuore, cervello, anima e ……. “ho visto la storia” .

Gli scatti di Giorgio Cottini ci fanno ricordare i grandi maestri: due nomi su tutti Robert Doiesnau e Henri Cartier Bresson. Molto umilmente lui ammette di essere rimasto folgorato dal loro modo di concepire la fotografia. La sua ultima fonte d’ispirazione però, anche per ragioni campanilistiche, è un altro nome importante della fotografia italiana meno conosciuto: Piergiorgio Branzi, fiorentino, giornalista RAI degli anni ’70, grande fotografo di un’Italia che non c’è più … un poeta con la macchina fotografica.

La realtà , di Cottini, quella che cerca di raccontare nei suoi scatti è sì più frenetica di quella narrata dai grandi maestri, quella che neanche la tecnologia digitale riesce sempre ad immortalare, ma mantiene intrinseca, la poesia delle storie immaginate  oltre il fermo immagine.

Imperdibile dunque la mostra…..Sulla Strada di Girogio Cottini. Villa Brivio – Nova Milanese. Aperta fino al 11 marzo 2017 sarà possibile visitarla in orari di apertura del Centro di Cultura Villa Brivio. Da martedì a sabato dalle ore 9.00 alle ore 18.00.

 

Le “contraddizioni fotografiche” di Erwitt.

Per Elliott Erwitt “le contraddizioni fotografiche sono il sogno di ogni fotografo” e se lo afferma uno che ha fatto dell’ironia nello scatto, uno dei suoi marchi di fabbrica, con scatti davvero da sogno, possiamo anche crederci! In Dog Dogs gli scatti in questo senso si sprecano, così, sfogliando le pagine del volume, ci si imbatte nell’immagine surreale che vi presento oggi.

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Sicuramente non sarà la prima volta che vi imbattete in questa immagine; lo scatto è del 2000 ed è stato preso da Erwitt, mentre passeggiava con il collega Hiroji Kubota, nell’Upper West Side di Manhattan.

Erwitt vede la scena si accorge di non avere la fotocamera  che chiede all’amico.

Utilizzò l’intero rullo, come raccontato dallo stesso Erwitt e nell’ultimo fotogramma c’è la celeberrima immagine.

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Se si visualizza il provino a contatto del rullo esposto da Erwitt, si può notare come sia metodico e paziente il suo modo di lavorare, egli scatta quando tutti gli elementi trovano il sincronismo necessario affinché lo scatto raggiunga l’effetto migliore.

Ho scelto di raccontare come è stato raccolto questo scatto, per evidenziare che la street photography, non sia solo girare per strada e prendere immagini a caso, ma, come e forse più di altri generi fotografici, richiede concentrazione.

Ultimamente, girando i circoli fotografici della mia zona, mi chiedono pareri su immagini che vorrebbero far passare come Street photography, ma che semplicemente, si rivelano immagini prese per strada, non basta uscire per le vie per dire di fare Street Photography. Anche la street richiede impegno, dedizione, rispetto e…un buon paio di scarpe comode.

Qui altri articoli che parlano di Street che possono sicuramente essere utili.

Da chi imparare a scattare per strada

Cosa è la Street Photography

Street photography consigli

Consigli da grandi autori

Angelo

Non ti perdere le mostre di Luglio

Come di consueto, ecco una carrellata delle mostre più interessanti in Italia e all’estero. Ce ne sono veramente tante da non perdere!

Anna

La vera fotografia – Gianni Berengo Gardin

Vera fotografia, a cura di Alessandra Mammì e Alessandra Mauro, organizzata da Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con Contrasto e Fondazione Forma per la Fotografia, ripercorre la lunga carriera di Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930), il fotografo che forse più di ogni altro ha raccontato il nostro tempo e il nostro Paese in questi ultimi cinquant’anni. La sua vita e il suo lavoro costituiscono una scelta di campo, chiara e definita: fotografo di documentazione sempre, a tutto tondo e completamente. Continua a leggere

Mostre

Trovate sempre l’indicazione di tutte le mostre in corso sulla pagina dedicata

Elliot Erwitt ICONS

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Un progetto espositivo di Civita e SudEst57, a cura di Biba Giacchetti, promossa dal Comune di Terni in collaborazione con Indisciplinarte.

La mostra ripercorre la carriera e i temi principali della poetica del grande fotografo e artista americano Elliott Erwitt (1928), attraverso 42 scatti da lui stesso selezionati come i più rappresentativi della sua produzione artistica. Sarà esposta inoltre una serie di 9 autoritratti, esclusivi di questa mostra, che costituiscono un “evento nell’evento”.

Tra gli autoritratti esposti anche quelli a colori in cui l’artista veste i panni di André S. Solidor, alter ego inventato per ironizzare sul mondo dell’arte contemporanea e sui suoi stereotipi. Andrè S. Solidor (si noti l’acronimo irriverente) ed Elliott Erwitt saranno anche protagonisti del film “I Bark At Dogs” che sarà proiettato in mostra. (Qua un articolo sull’ironia in fotografia pubblicato su Mu.Sa. che citava proprio Erwitt)

Grande autore Magnum, reclutato nel 1953 all’interno della celebre agenzia direttamente da Robert Capa, Elliott Erwitt ha firmato immagini diventate icone del Novecento.Tra queste, in mostra a Terni alcune delle più celebri: il bacio dei due innamorati nello specchietto retrovisore di un’automobile, una splendida Grace Kelly al ballo del suo fidanzamento, un’affranta Jacqueline Kennedy al funerale del marito, i ritratti di Che Guevara e Marilyn Monroe, alcune foto appartenenti alla serie di incontri tra i cani e i loro padroni, iniziata nel 1946. E ancora, gli scatti che Erwitt, reporter sempre in viaggio, ha raccolto per il mondo, a contatto con i grandi del Novecento ma anche con la gente comune. E i paesaggi, le metropoli. Gli scatti di denuncia, in cui al suo sguardo di grande narratore, si mescola sempre ironia e leggerezza, e la sua capacità di trovare i lati surreali e buffi anche nelle situazioni più drammatiche.

Dal 4 febbraio al 30 aprile – Terni

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Jacques Henri Lartigue – Life in colour

Foam presents the work of famed French photographer Jacques Henri Lartigue (1894 – 1986). Lartigue is above all renowned for his spectacular photos of car races, aeroplanes and people and animals in motion. But his breath-taking colour photography is less well known. Lartigue, Life in Colour reveals this seldom-seen aspect of his oeuvre.

Lartigue’s legacy encompasses a total of 117,577 black-and-white negatives and colour transparencies, and nearly 40 per cent of his work is in colour. His colour photography began with autochrome images in his youth, and in the 1950s he started using Ektachrome film. The impressive collection spans nearly the entire 20th century, from the first photo he took in 1902 as an eight-year-old boy, to the final image taken in 1986 at the age of 92. He could capture fleeting moments of happiness like no other. Lartigue’s oeuvre offers a light and cheerful perspective on life in France in the early 20th century.

Lartigue was one of those unique people who was able to hold on to his childlike freshness, curiosity and wonder throughout his entire life. Colour and innocence went hand-in-hand for him. Photography was a way to escape his own contemporary time, so that his images have a limitlessly modern character. Lartigue unintentionally created an oeuvre in both colour and black-and-white. Most of the photos on show at Foam come from his albums, where he collected photos telling the story of his life, like an encyclopaedia. For Lartigue, who viewed himself more as a painter than a photographer, colour was mainly a way to unite the two art forms. He was regularly heard to loudly proclaim, ‘I view everything through the eyes of an artist.’

Lartigue occasionally sold  photos to the press and exhibited work at a presentation in Paris alongside photos by major figures such as Man Ray and Brassaï (1955). Yet his reputation as photographer was not established until at the age of 69 his work appeared in a retrospective at MoMA, in New York. Worldwide fame followed three years later with the publication of his books The Family Album (1966) and Diary of a Century (1970), the last one compiled by Richard Avedon. In his final years Lartigue was much in demand as a photographer for fashion magazines.

On Saturday, March 19th Foam organizes a special afternoon in collaboration with Kriterion on how Lartigue’s colour photography inspired the work of director Wes Anderson. With film screenings, high tea and lecture by curator Zippora Elders.

The exhibition has been conceived and produced by the Association des Amis de Jacques Henri Lartigue, Ministère de la Culture, France, known as the Donation Jacques Henri Lartigue, in collaboration with diChroma photography, Madrid.

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Se desiderate sapere qualcosa di più su Lartigue, qua trovate un approfondimento pubblicato tempo fa su Mu.Sa.

Fashion. Moda e stile negli scatti di National Geographic

Una grande mostra fotografica ideata e prodotta da National Geographic Italia.

62 immagini di grande formato, realizzate da 36 maghi dell’obiettivo, offrono un’affascinante prospettiva globale sul significato storico e culturale dell’abbigliamento e dell’ornamento e su ciò che ruota intorno al concetto di stile.

Tra i fotografi in mostra: Clifton R. Adams, William Albert Allard, Stephen Alvarez, James L. Amos, Alexander Graham Bell, Horace Brodzky, John Chao, Jodi Cobb, Greg Dale, Mitch Feinberg, Georg Gerster, Robin Hammond, David Alan Harvey, Chris Johns, Beverly Joubert, Ed Kashi, Keenpress, Lehnert & Landrock, Mrs. Mary G. Lucas, Horst Luz, Luis Marden, Pete McBride, Charles O’Rear, Randy Olson, Steve Raymer, Roland W. Reed, Reza, J.Baylor Roberts, Joseph F. Rock, Eliza R. Scidmore, Stephanie Sinclair, Tino Soriano, Maggie Steber, Anthony B.Stewart, Amy Toensing, Maynard Owen Williams.

Torino – Palazzo Madama dal 4 febbraio 2016 al 2 maggio 2016

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Paolo Ventura – La città infinita

Morte-Anarchico

Lugano, Galleria Photographica FineArt – 10 marzo – 5 maggio 2016

Giovedì 10 marzo Photographica FineArt di Lugano inaugura una nuova esposizione dedicata al “mondo magico” di Paolo Ventura. La visione fantastica anima il lavoro di Paolo Ventura. Figlio di un famoso novellista per bambini, appena ha potuto emanciparsi a livello artistico, ha abituato la sua mente a volare tra fantasie irreali creando mondi virtuali, a lui paralleli, dove regnano enigmi, intrighi, sentimenti, tragedie e stravaganze. Luoghi gestiti da personaggi – fiabeschi come le sue scenografie – sempre plasmati nella fanciullesca visione di una persona che vuole mantenere uno stretto contatto con il mondo pre-adolescenziale, consapevole che questa è la porta della sua anima artistica. Il “mondo di Paolo” è sempre ripreso dalla sua fotocamera con angolature differenti da quelle razionali perché è un mondo illogico e inesistente nel quale l’artista stesso ne è addirittura protagonista.

Nel suo ultimo progetto artistico, La Città infinita, Paolo Ventura si evolve ancora una volta e crea la sua città realizzandola con pezzi di scenografie e di edifici che poi fotografa e monta come dei collages. Il progetto, che prende ispirazione dal cinema Neorealista degli anni ’50 e ‘60, presenta paesaggi urbani solitari e onirici punteggiati da figure umane, sempre impersonate da Ventura stesso. Sebbene le scene composte differiscano le une dalle altre, la linea dell’orizzonte rimane sempre la stessa, creando in questo modo un infinito paesaggio urbano, La Città Infinita.

Oltre a quest’ultimo lavoro di Ventura, in mostra verranno esposti alcuni lavori precedenti di War Souvenir (2006), Winter Stories (2008) dove i personaggi sono delle marionette vestitie secondo le tematiche del soggetto e le sue più recenti Short Stories, brevi racconti impersonati da Ventura stesso, sua moglie Kim e suo figlio Primo. Oltre alle opere esposte, una sala sarà dedicata alle sue scenografie costruite per la realizzazione delle opere esposte.

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Life Framer

Arriva a Officine Fotografiche il 19 febbraio alle ore 19 la mostra di LIFE FRAMER, il premio dedicato ai fotografi professionisti, emergenti e dilettanti in arrivo per la prima volta in Italia.

Nato nel cuore di Londra, nell’ottobre 2014 il progetto ha dato il via alla sua seconda edizione. Ogni mese LIFE FRAMER ha aperto un contest con un tema legato prima di tutto alla vita, chiamando a rapporto fotografi di ogni parte del mondo.

L’obiettivo è quello di dare libero spazio all’ispirazione e incoraggiare la creatività, per questo ogni tema è legato alla quotidianità, al mondo e alla visione che ognuno di noi ne ha. A giudicare i lavori, ogni mese interviene un ospite d’onore legato al mondo della fotografia, dalla fotografa Robin Schwartz a Katherine OktoberMatthews photoeditor della rivista Gup Magazine.

Il premio messo in palio: denaro, interviste e un’esposizione che gira il mondo al termine dei dodici mesi di contest.

La mostra presenterà gli scatti dei finalisti e degli ospiti che hanno partecipato al concorso, con l’intento di raccontare il panorama della fotografia contemporanea in questi anni di “spiccato fermento”.

Dal 19 al 26 febbraio 2016 –  Officine Fotografiche Roma

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Franco Fontana – Full color

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Quest’anno Seravezza Fotografia rende omaggio al maestro Franco Fontana con una retrospettiva intitolata “Full color” con sottotitolo “Polaroid e astrazioni architettoniche”, ospitata nelle sale di Palazzo Mediceo, Patrimonio Mondiale Unesco, che ripercorre gli oltre cinquant’anni dedicati alla fotografia. Fontana è stato un fotografo, tra i primi in Italia, a schierarsi con tanta convinzione e fermezza in favore del colore rendendolo protagonista, non come mezzo ma come messaggio, non come fatto accidentale, ma come attore. “Può sembrare che sia il paesaggio il protagonista della sua ricerca – spiega Denis Curti, direttore artistico della Casa dei Tre Oci e curatore della mostra “Full color” prodotta da Civita Tre Venezie -,  ma è il colore il vero soggetto della fotografia di Franco Fontana. Il colore trasforma il paesaggio, lo umanizza, lo rende vivo. È nella scelta dell’accostamento cromatico che Fontana dà significato alla sua fotografia e la vitalizza. Si avventura in un percorso creativo che rompe le regole, rendendo visibile l’invisibile di una realtà le cui soluzioni interpretative sono sempre variopinte, come le diverse situazioni e stati d’animo della vita”. La mostra e’ suddivisa in diverse sezioni tematiche: i paesaggi degli esordi (anni ‘60), i paesaggi urbani, indagati sotto diversi punti di vista, le piscine e il mare. Il percorso espositivo si conclude con la sala dedicata alle polaroid scattate nella fine degli anni ‘80 e quella dedicata ad una selezione di immagini realizzate per il progetto “Expo: vista d’autore”, il suo ultimo lavoro, commissionatogli da Canon. Franco Fontana ha realizzato una serie di fotografie sotto il titolo “astrazioni architettoniche”, in cui documenta, con il suo inconfondibile stile, l’architettura dell’esposizione milanese.

Dal 6 Febbraio 2016 al 10 Aprile 2016
Palazzo Mediceo Seravezza

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Emerging talents

Per la prima volta a Firenze, Emerging Talents è un progetto espositivo che promuove autori emergenti cui progetti fotografici hanno ricevuto importanti riconoscimenti a livello internazionale.
Le prime due edizioni si sono svolte durante le XIII e IV edizioni di FOTOGRAFIA, Festival Internazionale di Fotografia di Roma del 2014 e 2015.
In occasione di Emerging Talents sono state organizzate giornate di incontro e letture portfolio con Jim Casper (direttore ed editore di Lensculture) e Audrey Turpin (membro di Circulations, Festival de la jeune Photographie Européenne).
Emerging talents è ideato e curato da Sarah Carlet e Arianna Catania

In qs edizione sono presenti i lavori di:

Antoine Bruy. Scrublands

Salvi Danés. Black Ice, Moscow.

Jing Huang. Sight on surroundings.

Dina Oganova. My Place

Emerging Talents @ Leica Store Firenze
Dove: Leica Store, vicolo dell’Oro 12/14 Rosso, Firenze.
Quando: dal 10 febbraio al 6 aprile 2016.

Silvia Camporesi – Atlas Italiae

La Galleria del Cembalo, in collaborazione con z2o Sara Zanin Gallery, apre al pubblico dal 20 febbraio al 9 aprile una mostra dedicata al nuovo lavoro di Silvia Camporesi. Un viaggio nell’Italia abbandonata e in via di sparizione, fotografata come realtà fantasmatica.

Atlas Italiae rappresenta le tracce di un qualcosa di passato ma tuttora ancorato ai propri luoghi d’origine. Energie primordiali e impalpabili che diventano materiali tramite il mezzo fotografico.

Silvia Camporesi ha esplorato nell’arco di un anno e mezzo tutte le venti regioni italiane alla ricerca di paesi ed edifici abbandonati. Atlas Italiae è il risultato di questa raccolta di immagini, una mappa ideale dell’Italia che sta svanendo, un atlante della dissolvenza.

La serie fotografica si presenta come una collezione poetica di luoghi, fondata sulla ricerca di frammenti di memoria. Borghi disabitati da decenni che sembrano non esistere nemmeno sulle cartine geografiche, architetture fatiscenti divorate dalla vegetazione selvaggia, archeologie industriali preda dell’oblio, ex-colonie balneari decadenti che paiono imbalsamate nel tempo del “non più”.

“Nelle immagini dell’artista il velo dell’anonimato e del silenzio visivo si apre svelando l’anima di luoghi congelati nelle nebbie dell’amnesia generale. Qui lo sguardo di Silvia Camporesi va oltre la pura registrazione di uno stato della realtà, è indirizzato sia a cogliere la tensione silenziosa di un’Italia degli estremi sia a rivelare per la prima volta qualità liminari, inespresse, portatrici di un mistero e di un incanto”. Questo scrive Marinella Paderni nel testo che apre il volume Atlas Italiae, edito da Peliti Associati. La mostra, che presenterà per la prima volta una selezione così ampia di immagini, sarà suddivisa tra stampe grande formato a colori e stampe più piccole in bianco e nero, colorate a mano con un procedimento – omaggio al passato della fotografia – attraverso il quale l’artista cerca di restituire simbolicamente ai luoghi l’identità persa.

Silvia Camporesi, nata a Forlì nel 1973, laureata in filosofia, vive e lavora a Forlì. Attraverso i linguaggi della fotografia e del video costruisce racconti che traggono spunto dal mito, dalla letteratura, dalle religioni e dalla vita reale. Negli ultimi anni la sua ricerca è dedicata al paesaggio italiano. Dal 2003 tiene personali in Italia e all’estero – Terrestrial clues all’Istituto italiano di cultura di Pechino nel 2006; Dance dance dance al MAR di Ravenna nel 2007; La Terza Venezia alla Galleria Photographica fine art di Lugano nel 2011; À perte de vue alla Chambre Blanche in Quebec (CAN) nel 2011; 2112, al Saint James Cavalier di Valletta (Malta) nel 2013; Souvenir Universo alla z2o Sara Zanin Gallery di Roma nel 2013; Planasia al Festival di Fotografia Europea di Reggio Emilia nel 2014; Atlas Italiae all’Abbaye de Neumünster in Lussemburgo nel 2015. Fra le collettive ha partecipato a: Italian camera, Isola di San Servolo, Venezia nel 2005; Confini al PAC di Ferrara nel 2007; Con gli occhi, con la testa, col cuore al Mart di Rovereto nel 2012, Italia inside out a Palazzo della Ragione, Milano nel 2015. Nel 2007 ha vinto il Premio Celeste per la fotografia; è fra i finalisti del Talent Prize nel 2008 e del Premio Terna nel 2010; ha vinto il premio Francesco Fabbri per la fotografia nel 2013 e il premio Rotary di Artefiera 2015. Atlas Italiae è il suo terzo libro fotografico.

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Jakob Tuggener: Fabrik 1933-1953 e Nuits del bal 1934-1950

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La Fondazione MAST presenta due mostre dedicate al fotografo svizzero Jakob Tuggener (1904-1988), per la prima volta in Italia.

 Con Jakob Tuggener si apre il ciclo di mostre fotografiche del 2016 proposte dalla Fondazione Mast che promuove speciali esposizioni sui temi dell’industria e del lavoro, sia con immagini della propria collezione di fotografia industriale, sia con opere di raccolte private o archivi spesso inediti.

“Jakob Tuggener è considerato uno dei dieci fotografi industriali di maggior spicco che siano mai esistiti -sottolinea Urs Stahel, direttore della PhotoGallery del MAST e co-curatore della mostra -.  Il suo libro FABRIK è una pietra miliare nella storia dell’editoria fotografica, paragonabile a Paris de nuit di Brassaïs del 1933 e a The English at Home di Bill Brandt del 1936”.

“Il tratto distintivo della sua opera – continua Stahel – è rappresentato da uno sguardo penetrante sulle persone e sugli oggetti del mondo così ravvicinato e attento come se volesse sorprenderli, unito a una grande padronanza del gioco di luci e ombre”.

La mostra FABRIK 1933–1953 presenta nella Photogallery del MAST oltre 150 stampe originali del lavoro di Tuggener, sia tratte dal suo importante libro fotografico FABRIK – saggio unico nel suo genere con un approccio critico di grande impatto visivo e umano sul tema del rapporto tra l’uomo e la macchina – sia da altri scatti dell’artista che affrontano momenti del lavoro nel suo paese.

“Tuggener è stato al tempo stesso fotografo, regista e pittore. Ma si considerava anzitutto un artista – afferma Martin Gasser, co-curatore della mostra -. Influenzato dal cinema espressionista tedesco degli anni Venti, sviluppò una cifra artistica estremamente poetica destinata a fare scuola nel secondo dopoguerra. FABRIK consolidò la fama di Tuggener quale eccezionale fotoartista, aprendogli le porte di prestigiose esposizioni collettive come ‘Postwar European Photography’ del 1953 e ‘The Family of Man’ del 1955 al Museum of Modern Art di New York, o la ‘Prima mostra internazionale biennale di fotografia di Venezia’ del 1957.” In FABRIK Tuggener, oltre a ripercorrere la storia dell’industrializzazione, aveva come finalità, non sempre svelata, di illustrare il potenziale distruttivo del progresso tecnico indiscriminato il cui esito, secondo l’autore, era la guerra in corso, per la quale l’industria bellica svizzera produceva indisturbata.

 Le proiezioni  NUITS DE BAL 1934–1950 al livello 0 del MAST presentano immagini di balli ed altre occasioni mondane. Tuggener affascinato dall’atmosfera spumeggiante delle feste dell’alta società aveva iniziato a fotografare a Berlino le dame eleganti e i loro abiti di seta, ma è a Zurigo e a St Moritz che con la sua Leica, indossando lo smoking, ha colto le misteriose sfaccettature delle NUITS DE BAL. Riprendeva con il suo obiettivo anche “il lavoro invisibile” dei musicisti, dei camerieri, dei cuochi, dei valletti, dei maître, che attraversavano  silenti il mondo festoso ed autoreferenziale degli incuranti ospiti. Questi ultimi osteggiarono la pubblicazione del materiale dedicato ai balli, in quanto preferivano rimanere anonimi e non essere visti in intrattenimenti  danzanti.

“È stato soprattutto il contrasto tra la luminosa sala da ballo e il buio capannone industriale a caratterizzare la percezione della sua opera artistica. Il fotografo stesso, affermando: ‘Seta e macchine, questo è Tuggener’, si collocava tra questi due estremi – spiega ancora Gasser – . Di fatto amava entrambi, il lusso sfrenato e le mani sporche dal lavoro, le donne seducenti e gli operai sudati. Li riteneva di egual valore artistico e rifiutava di essere classificato come un critico della società che contrapponeva due mondi antitetici. Al contrario, gli opposti rientravano appieno nella sua concezione della vita: amava vivere intensamente gli estremi, senza tralasciare le sfumature più tenui tra i due poli”.

Accanto alle 150 immagini delle fabbriche e allo slide show del lavoro sui balli, MAST propone una raccolta di “menabò” di libri fotografici, che lo stesso Tuggener impaginava manualmente.

 Inoltre per rappresentare l’eclettismo e l’eccezionalità di questo artista, il percorso è arricchito da filmati caratterizzati da una regia dinamica e una tecnica di montaggio che deve molto alle teorie di Ejzenštejn, con passaggi dal campo totale al primo piano.

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An ordinary day – Umberto Verdoliva

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La Città di Abano Terme presenta: “An ordinary day” una mostra fotografica di Umberto Verdoliva presso VILLA ROBERTO BASSI RATHGEB Via Appia Monterosso 52 Abano Terme (PD)

Apertura dal 27 febbraio al 13 marzo 2016

Nel panorama odierno, nel quale la Street Photography viene largamente apprezzata, ci sembra che l’approccio al genere stia mutando rapidamente, distanziandosi notevolmente dalle sue origini. Quando abbiamo cominciato ad occuparci di fotografia di strada, negli anni novanta, abbiamo dovuto trovare i nostri riferimenti nella storia della fotografia nazionale e soprattutto internazionale. E abbiamo scoperto che esiste una tradizione colta e, al disopra di tutto, che questa tradizione è caratterizzata da valori condivisi. La recente moda che sta avvicinando sempre più persone a questo genere, punta invece agli aspetti più “d’effetto”, superficiali e immediati. A volte non sembra che si basi su una vera e propria ricerca. L’esperienza di Umberto Verdoliva, invece, ci appare come un caso fuori dal comune, quasi inaspettatamente positivo considerato il panorama attuale, e ci fa ben sperare per il futuro della Street Photography. E’ per questo che il gruppo Mignon ha deciso di promuovere il suo lavoro, attingendo liberamente dal suo archivio e articolando il lavoro secondo uno schema che potremmo definire “emotivo”. Nella visione fotografica di Umberto ritroviamo quella curiosità propria di chi sente, nell’assecondare il proprio impulso creativo, di doversi comunque confrontare con chi lo ha preceduto, per individuarne la strada e coglierne l’ispirazione intuendo che, in quell’incontro, può trovare solo crescita. Nella sua magistrale lucidità visiva, fatta di molti piccoli lavori, spesso ancora in itinere, rivediamo alcuni aspetti della nostra stessa ricerca. Nel suo prolifico rapporto con la storia e gli autori del passato, cogliamo quell’indagine della luce, nel buio della produzione fotografica contemporanea, che fa ben sperare. Nel suo approccio di scambio e condivisione, che lo ha portato a fondare il collettivo SPONTANEA, rivediamo lo spirito di gruppo che ha caratterizzato e favorito, fin dalle origini, l’evoluzione del mezzo fotografico. Umberto ha intercettato in modo costruttivo quanto di meglio si può ricavare dai nuovi sistemi di scambio e comunicazione attraverso il web, e soprattutto risulta un esempio che attrae l’attenzione degli altri, proponendo una fotografia che è, genuinamente e positivamente, autorale.

Altre info qua e qua

Tempo fa avevamo pubblicato un’intervista ad Umberto: la trovate qui

Ryan McGinley – The four seasons

Dal 19 febbraio al 15 maggio 2016, la GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo e lieta di presentare l’ampia mostra di Ryan McGinley (Ramsey, New Jersey, 1977. Vive e lavora a New York), in assoluto la prima personale in un’istituzione italiana del celebre artista americano e la prima che la GAMeC dedica a un giovane fotografo del panorama internazionale.

McGinley è considerato uno dei più importanti e influenti artisti contemporanei, tanto che il Whitney Museum e il MoMA P.S.1 di New York gli hanno dedicato una personale rispettivamente nel 2003 e nel 2004. Nel 2007 è stato nominato Giovane fotografo dell’anno dal prestigioso International Center of Photography di New York.

 Cresciuto prima nel New Jersey e poi nell’East Village newyorkese all’interno di quella inarrestabile comunità underground di graffitari, skateboarders e artisti, ha immortalato questo gruppo di ragazzi, nei loro eccessi e nell’irrequietudine delle loro vite, facendolo diventare il primo soggetto del suo lavoro, concretizzato nella prima pubblicazione dal titolo The Kids Are Alright (1999).

L’opera di Ryan McGinley è testimone e portavoce della sottocultura degli anni Novanta, poi esplosa in modo definitivo nel nuovo millennio; le sue fotografie digitali ruotano attorno alle tematiche della giovinezza, della libertà, dell’edonismo, degli eccessi, dello spirito vitale e del rapporto tra uomo e natura. Sono opere ricche di forza, attrazione e fascinazione la cui carica energetica si diffonde nei luoghi in cui le figure sono immerse.

Affermando a proposito della sua attività che “quello che facciamo è estremamente romantico”, McGinley crea un legame e un richiamo tra la sua opera e il mito romantico del Buon selvaggio che ha connessioni dirette con il Romanticismo e con la filosofia romantica e illuminista di Jean-Jacques Rousseau. Nei soggetti delle fotografie rappresentate pare proprio che l’uomo immerso, quasi incorporato, nella natura trovi in modo innato il giusto equilibrio con il mondo in cui vive, guardando il mondo con un’ingenuità benevola. E i soggetti delle fotografie di Ryan McGinley sembrano agire secondo il proprio istinto, un istinto che si armonizza naturalmente e necessariamente con la realtà che vivono. È quanto viene egualmente espresso, ma in modo ancor più influente sulla controcultura statunitense, dal libro Walden, resoconto dell’avventura dell’autore Henry David Thoreau, che dedicò due anni della propria vita nel cercare un rapporto intimo con la natura. In particolare, la Beat Generation ha visto nell’esperienza di Thoreau e nella sua forte volontà di un ritorno alla natura un contrasto con la crescente modernizzazione delle metropoli americane e questo pensiero si è riplasmato e diffuso largamente agli inizi del nuovo millennio.

La struttura espositiva, come spiega il curatore della mostra Stefano Raimondi, “procede con il ritmo musicale delle Quattro Stagioni di Vivaldi: in ciascuna sala si succedono orizzonti, colori, musicalità e atmosfere completamente diversi ma legati gli uni agli altri”.

La mostra si articola in quattro sale e presenta oltre quaranta lavori di medio e grande formato della produzione artistica più recente”. In particolare, le fotografie invernali e autunnali rappresentano un nuovo momento di ricerca e organizzazione del lavoro e sono concepite come un lavoro autonomo. Se dal 2004 e per una durata di dieci anni McGinley ha infatti viaggiato in tutto il continente alla ricerca delle location più diverse, realizzando gli scatti che idealmente compongono la quadrilogia delle stagioni, queste ultime due serie sono più circoscritte e in un certo modo più intime, legate a territori ben conosciuti ed esplorati.

L’inverno, che apre la mostra, è glorioso e maestoso, dominato dal colore del ghiaccio bianco-blu. Imponenti paesaggi innevati, stalattiti, grotte di ghiaccio e bufere di neve rendono epico il rapporto tra i corpi nudi e le condizioni climatiche estreme. Eppure non è ravvisabile alcuna sofferenza o rassegnazione; al contrario, si nota un totale adattamento, convivenza e compresenza, tempesta e impeto.

La primavera si sviluppa su toni delicati con una musicalità leggera, il suono del vento e il profumo dell’erba. L’uomo si fonde nella natura, disteso nei prati di un verde intenso o in fonti d’acqua, tra canneti e arbusti. Le fotografie della primavera, così come quelle dell’estate sono state scattate nel corso dei lunghi e già mitizzati viaggi fotografici realizzati dall’artista, che lo hanno portato alla scoperta di tutti gli Stati Uniti.

L’estate si apre con toni accesi e violenti, riflettendo la carica esplosiva della stagione. Una tempesta è prima annunciata dall’incupirsi del cielo e dai fulmini che si stagliano all’orizzonte, poi si scatena in tutta la sua potenza con l’uomo che la asseconda e la ascolta. Con la tempesta alle spalle, l’acqua rilasciata sul terreno diventa occasione per momenti di festa, passione e aggregazione.

Per l’autunno McGinley ha preso ispirazione da paesaggisti romantici americani ritratti da Frederic Edwin Church e da altri artisti appartenenti al movimento della Hudson River School, sviluppatosi nel XIX secolo. E proprio le zone nord di New York sono il punto di partenza di tutte le fotografie che compongono la serie. Le tonalità del colore diventano intensissime, i rossi e i gialli dominano la scena, le immagini trasmettono grande tranquillità ed empatia.

Le fotografie di Ryan McGinley presentate alla GAMeC sono di una bellezza sublime, spesso pervase da un tocco di nostalgia, sempre accompagnate da una musicalità ora soffice, ora impetuosa, ora silenziosa. La natura viene pensata sempre in termini di colori e forme; le fotografie vengono spesso realizzate alle luci dell’alba o di primo mattino oppure all’ora del tramonto o verso notte, quando l’atmosfera si fa più delicata ed emozionante. C’è qualcosa che accomuna la sua pratica fotografica alla ricerca pittorica: “Essendo un fotografo sei sempre in cerca di colori, e questo è ciò che accade quando sono in cerca dei luoghi in cui scattare. Nello stesso modo in cui un pittore deciderebbe un colore con cui dipingere, io cerco i colori nei luoghi”.

Ma se l’ambiente è una delle componenti centrali dell’opera di Ryan McGinley, altrettanto fondamentale è la presenza dell’uomo. Modelli maschili e femminili abitano questi paesaggi sconfinati come stessero vivendo o riconquistando un paradiso terrestre. Sono corpi innocenti e inevitabilmente nudi, in cui i colori e la forma del corpo, degli occhi e dei capelli viene messa in costante relazione con la natura circostante fino a diventare un tutt’uno, come dimostrano le opere Big Leaf Maple e Sugar (2015). Una natura che spesso è primordiale e completamente priva di ogni traccia di civilizzazione ma che in brevi frangenti, come si può vedere per esempio nelle fotografie I-Beam (Bolt) o Red Beetle (2015) reca i segni di una modernizzazione fuori luogo che vengono però resi innocui e riconvertiti a una dimensione innocente dall’utilizzo che ne viene fatto.

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Ryan McGinley è anche tra gli autori contemporanei che Mu.Sa vi propone. Qua trovate un approfondimento su di lui.

Daido Moriyama in Color

A distanza di sei anni dalla retrospettiva dedicata al suo lavoro in bianco e nero, Fondazione Fotografia Modena ha il piacere di presentare Daido Moriyama in Color, una nuova personale dedicata al maestro giapponese della street photography, e di mostrare i più recenti sviluppi della sua ricerca fotografica, segnata dalla riscoperta del colore.

Promossa da Fondazione Fotografia Modena e Fondazione Cassa di risparmio di Modena in collaborazione con la Galleria Carla Sozzani di Milano e in partnership con UniCredit, gruppo bancario da sempre impegnato in favore dell’arte e delle iniziative culturali nei territori dove è presente, Daido in Color sarà allestita al Foro Boario di Modena dal 6 marzo all’8 maggio 2016. Il percorso, a cura di Filippo Maggia, comprende una selezione di 130 fotografie, realizzate tra la fine degli anni sessanta e i primi anni ottanta.

Pur essendo noto prevalentemente per la sua produzione in bianco e nero, Daido Moriyama (Osaka, 1938) ha iniziato negli ultimi anni a rivalutare la fotografia a colori, rimettendo mano al suo vastissimo archivio e cominciando a pubblicare fotografie inedite, riferite soprattutto agli anni settanta. In quel periodo, Moriyama ha scattato in maniera quasi ossessiva, realizzando una quantità di fotografie a colori che non erano mai state pubblicate e che sono poi state raccolte nei recenti volumi fotografici Kagero and Colors (2008) e Mirage (2013). Fanno parte di questo filone a colori anche alcune rare fotografie bondage, commissionate all’artista dallo scrittore erotico giapponese Oniroku Dan, che Moriyama realizzò per pagarsi i viaggi in Europa, e altri scatti destinati all’edizione giapponese di Playboy.

Daido Moriyama in Color

Quando: 6 marzo – 8 maggio 2016

Dove: Foro Boario, via Bono da Nonantola 2, Modena

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Jacopo – Michele Brancati

Associazione Culturale WSP Photography presenta

“JACOPO”
Mostra fotografica di Michele Brancati
a cura di Teodora Malavenda

Dal 13 febbraio al 10 marzo

Ci sono situazioni in cui il mezzo fotografico può rappresentare un valido aiuto per meglio comprendere un evento straordinario, che irrompe improvvisamente nella nostra vita rendendola diversa da com’era prima. La nascita di un figlio, per esempio, è uno di questi. Un bel giorno ti svegli e prendi coscienza, con inedita consapevolezza, di un’inversione di ruoli e dello sconvolgimento delle tue categorie. Il breve tempo di una carezza si traduce in una corrispondenza d’amorevoli gesti e in una reciprocità di sguardi e intese. È il momento in cui instauri, con il nuovo “altro”, un rapporto intimo e privilegiato.

Jacopo è nato nel quartiere punk di Kreuzberg, a Berlino, l’1 febbraio 2013. Come la maggior parte dei suoi coetanei è un bambino vivace che ama giocare all’aria aperta, correre nei prati, saltellare sulla spiaggia, buttarsi a terra e rotolare tra le foglie. Lo incuriosiscono gli alberi e lo ipnotizzano i fiori. L’acqua del mare, se da un lato lo intimorisce, dall’altro lo incita a sfidare il pericolo obbligandolo a immergere goffamente le sue manine. A Jacopo piace ascoltare la musica, ha un debole per De Andrè. Il papà di Jacopo si chiama Michele, ed è profondamente innamorato del figlio. Trascorrono molto tempo assieme e, col passare dei mesi, sono diventati amici inseparabili. Subito dopo la nascita di Jacopo, senza alcuna premeditazione, Michele prende in mano la sua macchina fotografica e inizia a immortalare i primi passi di Jacopo verso il futuro. Con grande sensibilità e profondo amore racconta scene di vita quotidiana. Filtrate dall’obiettivo, esse restituiscono poetici frammenti evocativi di gioia e tenerezza. In questo progetto si dipanano poco più di tre anni di vita del piccolo Jacopo: un percorso appena iniziato ma già ampiamente vissuto e “documentato”. Dinanzi a questi scatti sarà facile immaginare quante saranno ancora, per Jacopo, le discese sullo scivolo e le corse a piedi scalzi. Con un sorriso sincero, gli auguriamo il miglior futuro tra tutti quelli possibili

Teodora Malavenda

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WAR IS OVER! L’Italia della Liberazione nelle immagini dei U.S. Signal Corps e dell’Istituto Luce, 1943-1946

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A cura di Gabriele D’Autilia ed Enrico Menduni, la mostra propone un confronto tra due diversi sguardi che raccontano la Liberazione in Italia: quello delle fotografie a colori dei Signal Corps dell’esercito americano e quello delle immagini in bianco e nero dei fotografi dell’Istituto Luce, molte delle quali inedite o precedentemente censurate. La mostra è promossa e organizzata da Istituto Luce-Cinecittà e da Forma Meravigli, un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto, con il patrocinio dell’Università degli Studi Roma Tre e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

10 febbraio – 10 aprile 2016 – Forma Meravigli – Milano

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Lasciti – Roberto Toja

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Fotografie di fotografie ritrovate all’interno di case rurali abbandonate in Valdossola, in cui era ancora possibile ritrovare fotografie, lettere e documenti cartacei di chi vi aveva abitato decenni prima. L’interesse partiva dall’induguare quanto una foto-ricordo di una persona, in quanto tale, sopravviveva ed era conservata fino al momento in cui era mezzo e media di una memoria, di un nome o volto da ricordare. L’abbandono di questi ‘cimeli’ corrispondeva ad una seconda morte, ad una sorta d’induista ‘dissoluzione dell’ego’ di coloro che erano raffigurati. Al fotografo (o meglio all’intruso) rimaneva soltanto il compito ‘archeologico’ del ritrovare, del ‘riordinare’ ricordi e presenze di un periodo (mi ero concentrato solo su immagini tra la fine dell’Otto e i primi trent’anni del Novecento) di un periodo storico svanito.

Barbara Falletta – Zerodue

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Fin dalla sua nascita, la fotografia ha avuto un rapporto diretto con la città. Parigi interpretata da Daguerre, Nadar, Atget; New York fotografata da Riis, Stiglitz, Abbot. Lo sviluppo e le trasformazioni delle grandi città sono tuttora tra i temi che sollecitano maggiormente il lavoro dei fotografi. Senza dubbio le caratteristiche del mezzo e in primis il suo rapporto imprescindibile con la realtà, ne fanno uno strumento ideale per seguire e documentare nel tempo l’evoluzione urbanistica, architettonica, sociale e culturale delle città. La fotografia di città è diventata un vero e proprio genere nell’ambito del quale confluiscono diverse modalità operative, differenti approcci tematici e atteggiamenti espressivi: dalla street photography alla fotografia analitica del paesaggio urbano, dagli intenti di carattere più documentario agli interventi maggiormente “creativi” e di elaborazione dell’immagine. Barbara Falletta, fotografa che predilige il bianco e nero e che ben conosce l’utilizzo del procedimento analogico negativo/positivo – da bambina si è appassionata alla fotografia seguendo il lavoro di stampa in camera oscura – ci propone, in questa sua recente ricerca, una personale lettura della città di Milano. Milano è la città del nostro paese che ha subito in questi ultimi anni i mutamenti più importanti e radicali. L’imporsi dell’economia dei servizi sulla produzione industriale, la chiusura delle grandi fabbriche, l‘incremento della popolazione multietnica e altri fattori di carattere socio-economico ne hanno innescato un repentino cambiamento sia in ambito sociale, che per quanto concerne gli aspetti urbanistici e architettonici – si pensi alla zona di Porta Nuova, all’area dell’ex Fiera (Milanocity) o a situazioni più periferiche come i quartieri Adriano e Santa Giulia.

Le immagini di Falletta hanno un rapporto diretto con i cambiamenti e le trasformazioni del capoluogo lombardo. Le sue fotografie del paesaggio urbano milanese sono spesso caratterizzate dalla presenza di palazzi in costruzione, cantieri sovrastati da gigantesche gru metalliche, strade e ponti “in lavorazione”. Ma il cambiamento si legge, ad esempio, anche in immagini come quella dove due ragazze dai lineamenti orientali, sedute al tavolo di un locale, hanno come sfondo l’iconica facciata del Duomo.

Un altro elemento che caratterizza fortemente questa serie di fotografie è il movimento. L’autrice sceglie di organizzare le sue composizioni in modo da accentuare l‘idea di città in movimento. Lo fa utilizzando linee che producono prospettive profonde (i binari della ferrovia, l’autostrada), utilizza tempi di posa lunghi per ottenere inquadrature completamente o parzialmente mosse, sceglie il formato panoramico per invitare lo sguardo a esplorare lo spazio, sfrutta l’andamento curvilineo dei profili delle nuove vertiginose architetture.

La città fatta di novità e movimento è però rappresentata utilizzando un bianco e nero denso, contrastato, a volte cupo o caratterizzato da una luce opaca filtrata da un cielo grigio e carico di pioggia. E’ proprio in questo contrasto, in questa contraddizione visiva tra l’idea di città rinnovata e in movimento e l’atmosfera cupa, chiusa che le immagini di Falletta rivelano un’originalità particolare. Una visione fuori dagli stereotipi di tanta fotografia contemporanea, dei panorami notturni, ripresi dall’alto, sfavillanti di luci multicolori che trasformano le città in tante surreali Gotham City.

La Milano di queste fotografie è invece una città vista dalla strada, meno luccicante, meno patinata, lontana anche dai clamori entusiastici (?) dell’Expo. Una città più intima, più personale, interpretata dalla particolare sensibilità della giovane autrice che, con i suoi toni scuri e contrastati, trasmette una certa sensazione d’inquietudine, d’insicurezza che fa stranamente pensare alle atmosfere lontane della Milano dei romanzi di Scerbanenco. L’arcobaleno squarcia le nuvole sopra le alte torri di vetro.

Gianni Maffi

Spaziofarini6 – Milano dal  5 Febbraio al 2016 al 4 Marzo 2016

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Michele Mattiello – Balkan Express

In treno da Trieste ad Istanbul, attraverso i Balcani
Il mio desiderio non era di vedere Istanbul, ma l’esperienza del viaggio per arrivarci, di perdermi nei Balcani

L’idea di arrivare ad Istanbul in treno mi era venuta leggendo un breve racconto di Paolo Rumiz.
Un giorno di fine gennaio ho preso lo zaino, la macchina fotografica e, senza nessuna prenotazione, sono partito per arrivare ad Istanbul.
Una specie di piccola avventura.
Trieste, e poi Lubiana.
Il giorno dopo, treno verso Belgrado, e la notte successiva verso Sofia.
Infine un altro treno notturno, il Balkan Express, che mi ha portato ad Istanbul.

Freddo, continue tempeste di neve, cercare un albergo, parlare dentro a fumosi bar con degli sconosciuti, incontrare persone ed entrare nelle loro case, o solo per qualche momento nelle loro vite.
Questo non e’ altro che il racconto fotografico di quello che ho visto dai finestrini sporchi dei treni, per strada, nelle case. Michele Mattiello

Libreria Pangea – Padova – dal 13 febbraio al 5 marzo 2016

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Marco Introini – Ritratti di monumenti

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GALLARATE (VA) AL MA*GA  DAL 20 FEBBRAIO AL 28 MARZO 2016

Dal 20 febbraio al 28 marzo 2016, il MA*GA DI Gallarate (VA) ospita la mostra di Marco Introini (1968) dal titolo Ritratti di monumenti presentata da Maddalena d’Alfonso con 30 fotografie inedite dell’artista milanese. Tali opere nascono dal suo interesse per l’architettura e per il monumento inteso come documento e stratificazione materiale della memoria collettiva e sono il frutto della collaborazione con la storica impresa di restauro Gasparoli. Oggetto dell’indagine sono alcuni importanti edifici storici, che sono stati recentemente oggetto di restauro a cura di Gasparoli Srl, come la Ca’ Granda, la Galleria Vittorio Emanuele, la Casa Manzoni, Sant’Ambrogio, San Lorenzo, a Milano, la Villa Reale di Monza, e ancora l’oratorio Visconteo di Albizzate (VA).

Fotografare i processi evolutivi urbani è una pratica che ha sempre accompagnato l’attività di Marco Introini e costituisce strumento originale per una riflessione sull’architettura e sulla città. La volontà di documentare il gesto conservativo e artistico del restauro diventa occasione per creare opere d’arte capaci di raccontare la storia -e la cura del patrimonio – con immagini di grande intensità artistica. La cifra più caratteristica delle fotografie di Marco Introini sta nella luce nitida che avvolge le architetture ritratte e porta alla celebrazione della cultura materiale. Questo atteggiamento conduce a porsi una questione di fondo: se da un lato, è inevitabile rendere merito all’eccellenza italiana, dall’altro, ci si deve chiedere come si possa vivere i luoghi storici senza perdersi nella loro aura poetica. Se l’architettura nasce per essere vissuta e la fotografia per immortalare un momento irripetibile, nelle opere di Introini, i due atteggiamenti si invertono; in questo caso, sono le immagini a raccontare la possibilità di vivere uno spazio che sembra perfetto. I lavori urbani che ritraggono monumenti ed edifici restaurati ci invitano a guardare le immagini perfette di una costruzione mentale tipicamente europea. Il restauro dei monumenti, la conservazione degli edifici storici, persino la tutela di intere parti di città e di territorio sono infatti pratiche comuni per luoghi carichi di storia e di narrazioni collettive.

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IMAGENATION 2016

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L’Associazione Culturale DeFactory è orgogliosa di presentare la sua nuova mostra annuale: ImageNation 2016: Occhi sul Mondo.

Dal 12 Marzo al 3 Aprile 2016, la Galleria Civica “G.B. Bosio” di Desenzano del Garda, ospiterà un collettivo di 60 fotografi: per quest’anno, infatti, DeFactory ha voluto aprire le sue porte anche a fotografi da tutto il mondo, raccogliendo un repertorio di storie e immagini, ma soprattutto di persone, di diversa origine ma con la comune passione per la fotografia. Il legame che unisce e stabilisce il dialogo tra questi e il visitatore è il racconto e, insieme, il desiderio di condividerlo e farlo conoscere attraverso quell’immediatezza che solo la fotografia riesce a veicolare.

Per mezzo di una raccolta per immagini da diversi Paesi e svariate realtà culturali, ImageNation 2016 e questi occhi sul mondo rappresentano uno spunto per riflettere sulla potenza del sentimento di identità dei popoli e per fermarsi ad osservare ciò che di bello il mondo mette a nostra disposizione. Sta solo a noi riconoscerlo, ammirarlo e, con cura, proteggerlo.

L’inaugurazione è in programma Sabato 12 Marzo, dalle ore 18. La Galleria Civica, sita in Piazza Malvezzi a Desenzano è aperta nei seguenti giorni e orari: Martedì, 10.30-12.30. Giovedì e Venerdì, 16.00-19.00. Sabato, Domenica e Lunedì di Pasqua: 10.30-12.30 e 16.00-19.00. L’ingresso è libero.

La mostra, curata da Martin Vegas, vede la partecipazione di 30 fotografi internazionali e altrettanti fotografi italiani, non solo locali. Tra questi, una fotografa italiana che vive a Parigi ha documentato, con profondo rispetto e nessun voyeurismo, i difficili giorni dopo gli attacchi terroristici del Novembre 2015. Mentre, tra i partecipanti internazionali, ben 4 di essi sono stati premiati come Photographer of the Year e altri 2 sono vincitori del prestigioso primo premio National Geographic. Altri, provenienti da Paesi del mondo dove la censura limita fortemente l’attività espressiva, stanno cercando, tra innumerevoli difficoltà, di superare questa sorta di invisibilità dovuta all’oscurantismo. Reportage e storie dal mondo, quindi, ma anche escursioni nelle nuove tendenze della fotografia contemporanea, dove l’estetica al servizio della creatività diventa protagonista di opere fine-art di alto livello.

Da questa importante iniziativa verrà tratto un libro fotografico di 130 pagine, con tutte le immagini in mostra e i progetti fotografici completi dai quali esse sono tratte. Il volume sarà disponibile dal giorno dell’inaugurazione presso la Galleria Civica di Desenzano del Garda.

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Italia O Italia – Federico Clavarino

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19 febbraio – 8 aprile 2016 – Spazio Labò, Bologna

Uno spazio nuovo, generato dall’incontro con la realtà, dove i luoghi non hanno nome e così nemmeno le presenze che li attraversano. È un labirinto di frammenti, sagome, scorci. Il centro, la meta, altro non è che la reazione del fotografo alla loro presenza lungo il cammino. Gli scatti sembrano ricalcati sull’occhio dell’autore, tanto accompagnano il percorso girovago del suo sguardo. Tessendo una rete di rimandi, associazioni e tranelli, Clavarino si rivolge – con quella dose di ironia che solo una relazione intima consente – alla monumentale staticità del paesaggio italiano, investendola di rinnovate allegorie. Così, prima di diventare fotografie, questi frammenti sono le città di Calvino, i versi di Montale, i vuoti di De Chirico, i colori di Morandi. La storia della rappresentazione dell’Italia si manifesta, più vivida del suo storicismo. Familiare, se non riconoscibile. Antiche rovine sono interrotte dalle tracce del presente, quasi un impiccio al silenzio di questo sogno senza tempo.
Testo critico a cura di Ilaria Speri

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Anna

 

Mario Calabresi, A occhi aperti

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Mario Calabresi

A occhi aperti

Contrasto

L’autore incontra e intervista dieci tra i “mostri sacri” della fotografia, Steve McCurry, Josef Koudelka, Don McCullin, Elliott Erwitt, Paul Fusco, Alex Webb, Gabriele Basilico, Abbas, Paolo Pellegrin e Sebastião Salgado, autori che con i loro lavori hanno raccontato e reso accessibili alcuni dei momenti storici e in molti casi drammatici del nostro passato, come recita la copertina: “momenti in cui la storia si è fermata in una foto”.

Dalle parole degli autori si riesce a percepire il dramma delle situazioni e le difficoltà che si sono trovati di fronte, con la necessità di immortalare la scena, talvolta in situazioni estremamente pericolose e precarie.

Il testo è alternato a molte immagini suggestive, rendendo la lettura ancora più interessante e le parole dei fotografi ancora più comprensibili e intense.

Una libro indispensabile per iniziare a conoscere dieci tra i maestri della fotografia di reportage.

Qui il libro

Giovanni

L’ironia è una cosa seria. Autori che fotografano con ironia. Raro in Fotografia.

Tao Liu, street photographer cinese che ha saputo distinguersi per la capacità di sintesi e l’ironia del suo lavoro.
Autodidatta , si forma attraverso libri e riviste e nella pausa pranzo oppure dopo il lavoro, si “butta” in strada a scattare. Tao Liu, ha 32. La sua popolarità improvvisa ed eccezionale, ha colpito tutti, dato che è un amatore e ha iniziato per puro diletto.

Articolo del TIME che parla di lui

Elliott Erwitt è riconosciuto tra i grandi maestri della fotografia a livello mondiale.

Praticamente ha sempre scattato in bianco e nero e concentra il suo lavoro prevalentemente su persone e animali. Fotografa la normalità che rende tagliente e sarcastica con la sua grande capacità di narratore.

Egli afferma: “Uno dei risultati più importanti che puoi raggiungere, è far ridere la gente. Se poi riesci, come ha fatto Chaplin, ad alternare il riso con il pianto, hai ottenuto la conquista più importante in assoluto. Non miro necessariamente a tanto, ma riconosco che si tratta del traguardo supremo”.

Uno dei più conosciuti di tutti i tempi. Il suo stile è ironico, una caratteristica eccezionale in fotografia.

Pagina di Erwitt sul sito della Magnum

Sito personale

Chema Madoz

Madoz è un fotografo spagnolo, i suoi scatti sono paradossali, ogni foto ti lascia con un sorrisino ebete sulla faccia.

Madoz afferma “Gli oggetti hanno lo stesso carattere delle parole, si contaminano l’un l’altro generando significati sempre nuovi”. Nelle sue immagini, gli oggetti rinascono con modalità differenti, con funzioni inattese.

Sito dell’autore

In ultimo, René Maltête, un grande fotografo e poeta francese (1930-2000)

LE FOTO DEI NOSTRI LETTORI

Abbiamo chiesto ai lettori di inviarci una serie di scatti ironici, così, per sdrammatizzare il rientro dalle vacanze estive, ecco il risultato e alcuni degli scatti inviati. Buon settembre, ciao Sara

Francesco Prestini

Oggi a Pisa un caldo da paura, tutti tedeschi a prendere granite fatte da extracomunitari per 1 euro. Sono andato a vedere da dove uscivano i sacchetti di plastica pieni di ghiaccio macinato

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Antonio Presta

In coda per la toilette

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Carlo Sguazzini

Morire felice o vivere triste – Finale Ligure – 06/2015

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Veronica Zanusso

Abbronzatura creativa

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La lunga attesa-Milano. Stavo aspettando il passante ferroviario nei giorni di afa cocente a Milano,ed eravamo tutti all’ombra nel sottopassaggio. Ho fatto amicizia con questa bimba sudamericana con cui parlavo una lingua incomprensibile. A un certo punto è sfuggita alla mamma e si è messa a fare le ruote col vestito.

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Massimiliano Marchese

New York 2013

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Cristian Bonanomi

La giraffa che esce dall’acqua, pronta a mangiarsi un piattone di spaghetti di alghe

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Coincidenze – Treviso

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Cristiana Cascioli

Questione di principio, scattata a Castelluccio di Norcia, la pecora sembra voler dire: “ehi ci siamo anche noi!!!”

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Pina Chiarandà

Venezia – Mi ha fatto sorridere in primis la naturalezza e suppongo, vista la velocità con cui si è svolta la scena, la mancata premeditazione del gesto del venditore nell’afferrare il grembiule per porgerlo ad un cliente

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Alessandro Rocchi

Relax dopo il mare – Scattata a Fiorenzuola di Focara in provincia di Pesaro. La parte comica è il piede che spunta da sotto la panchina

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Davide Comotti

BANGKOK durante un giorno libero in un viaggio di lavoro. In attesa di visitare la statua del Buddha sdraiato. La cosa divertente è che stava davanti al ciclone generato dal ventilatore senza fare niente.

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Paola Grassi

“Lo squalo”, scattata a Milano, nei pressi di Corso Vittorio Emanuele. Non so quanto possa sembrare ironica, a me ovviamente fa un po’ ridere, le due donne passavano accanto alla vetrina e lo squalo sembrava stesse quasi saltando fuori per aggredirle, proprio mentre le due si sono girate contemporaneamente per guardarlo.

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Hanami”, scattata a Tokyo nel periodo della fioritura dei ciliegi. Come sappiamo, l’Hanami è l’usanza giapponese di contemplazione dei ciliegi in fiore. Qui lui contempla e al contempo fa “introspezione”….

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Paolo Calcara

A pelo ritto: per un paio di volte mi è passato davanti questo signore con annesso cagnolino correndo sulla battigia, non ho potuto fare a meno di scattare.

A pelo ritto

Gigi Gusmeroli

Masha e l’orso – Monza

Spero abbiate sorriso con noi! Buon lavoro! Sara

MU.SA. Vi consiglia queste mostre.

Ecco le mostre da non perdere in questo periodo. 

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Wildlands and Cityscapes, Luca Campigotto in mostra a Roma

La Galleria del Cembalo, in collaborazione con Bugno Art Gallery, apre al pubblico dal 28 marzo al 27 giugno 2015 una mostra dedicata alla fotografia di paesaggio di Luca Campigotto, proponendo un confronto tra spettacolari scenari naturali e contesti profondamente urbanizzati, spesso ripresi di notte. “Amo la dimensione eroica dei paesaggi. La forza spudorata delle atmosfere, la bellezza delle luci. Rimesto in un confuso immaginario mitico e fisso il mio stesso stupore. Determinato a inseguire la meraviglia”, scrive Luca Campigotto. Quelle di Campigotto sono fotografie di un viaggiatore che rivive le emozioni vissute nei racconti di altri grandi viaggiatori del passato, alternate, o sovrapposte, alle suggestioni immaginifiche del cinema e dei fumetti. Dallo Stretto di Magellano alle sconfinate pianure della Patagonia, dal Marocco alla Strada degli Eroi sul Monte Pasubio, dall’isola di Pasqua ai ghiacci della Lapponia – Campigotto presenta la quiete e la dimensione contemplativa di luoghi appartati e selvaggi. L’intensità delle luci proietta scenari scabri e severi in vedute eroiche, trasformando ogni prospettiva documentaria in lettura poetica. Le immagini evocano lo spirito dei luoghi e, con intensità quasi catartica, ci ricordano l’urgenza di un’autentica coscienza ecologica. Le fotografie di New York e Chicago, invece, si fondono in una Gotham City ricostruita dalla memoria, spesso intrisa di una luce vitrea e di un’atmosfera a volte smagliante di colori vivaci, altre volte avviluppata in sfumature tenui. Come in un viaggio sentimentale e visionario, dai ponti sull’East River all’Empire State Building, dalla metropolitana sopraelevata al teatro “Chicago”, ognuna di queste immagini scintillanti sembra lo scenario di un film. La mostra Wildlands and Cityscapes si inaugura in concomitanza con la presentazione in Campidoglio del libro Roma. Un impero alle radici dell’Europa (edito da FMR) e dell’esposizione, presso l’Istituto Nazionale della Grafica, di una selezione di fotografie di Luca Campigotto tratte dal volume.

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ICONIC GEOGRAPHY – In mostra a Roma le immagini fotografiche di Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer

Ambiguo, derivazione dal latino ambigĕre: un doppio senso che può essere variamente interpretato, perciò non chiaro, equivoco, di significato incerto. D’altro canto però dubbio e incertezza ci stimolano ad attivare un comportamento critico su ciò che ci viene incontro e così, positivamente, ci aiutano a migliorare la nostra comprensione.

Per alcune analogie e motivi che svilupperemo in seguito, la mostra fotografica Iconic Geography degli autori Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer proposta presso lo spazio espositivo Anteprima D’Arte Contemporanea di Roma a cura di Camilla Boemio, ci sostiene nel percorrere delle riflessioni proprio sulla questione delle doppie identità.

Ed eccone una prima: entrando nella sede dello spazio espositivo ci accorgiamo di essere in uno studio di avvocati al cui interno sono dedicate due sale espositive alla mostra in questione. In tutto vi sono ospitate dieci immagini fotografiche, sei nella prima, quattro nella seconda, tutte di grande formato e attraverso le quali ci addentriamo nella ricerca degli autori. Aerei in rottamazione abbandonati in luoghi sperduti e desertici; impianti industriali che ridisegnano con le loro strutture i paesaggi in cui sono inseriti; grandi sale con pannelli di controllo di sofisticata tecnologia dove non c’è più posto per la presenza umana; uno scalo ferroviario illuminato da luci artificiali ha l’aspetto di un grafico intreccio di ferro e acciaio immerso nelle tenebre; una prospettiva su un incrocio stradale di una città asiatica dove auto e persone sono congelate nell’istante come i palazzi che li circondano.

La luce, naturale o artificiale, viene colta dai due autori con sapiente sensibilità per restituirci immagini algide, tecnicamente ineccepibili: osserviamo nel dettaglio particolari infinitesimali, pur trattandosi perlopiù di scorci di ampio respiro e di paesaggi. Nel testo che accompagna la mostra, ci imbattiamo in chiari segnali di come sussistano doppi aspetti legati alla lettura del lavoro di Scanderbeg e Sauer. Se da un lato queste fotografie esaltano l’operosità e il progresso umano, dall’altro ce ne consegnano una prospettiva decisamente dirompente sugli equilibri e gli spazi che si trovano ad occupare e a condividere. E non solo con le persone che vi abitano.

Un’altra questione ambivalente è posta sul come prendere in considerazione questo tipo di lavoro che, in questo caso, ha impegnato gli autori nell’ultimo decennio. Infatti viene evidenziato che le immagini esposte erano per lo più destinate a rappresentare e a descrivere le varie attività aziendali e commerciali delle società che ne facevano richiesta. Mentre ora possono essere considerate anche di ricerca e quindi poste sul mercato del collezionismo d’arte. E’ qui evidente la forte ambiguità dell’argomento in questione: sarà allora utile quel dubbio e quell’incertezza che aiuta ognuno di noi ad osservare in maniera critica ciò che ci viene incontro, proprio per cercare di migliorare la nostra comprensione. Possiamo pensare allora, oltre le nostre individuali valutazioni sulle opere, che è l’ambiguità (ma potremmo considerarla anche una coerenza) del mercato dell’arte, all’interno delle proprie aspettative, a sancirne una determinata collocazione.

Una riflessione è stimolata dall’accostamento che viene fatto, a proposito di queste immagini fotografiche, con il lavoro cinematografico di Michelangelo Antonioni e più precisamente con il film Deserto Rosso. Che vi sia in Scanderbeg e Sauer un parallelismo immaginativo che prende spunto dal potente sguardo di Antonioni è evidente, e questo dimostra di quanto è forte, a tutt’oggi, l’impatto visionario del regista italiano sui fotografi e i cineasti contemporanei.

Andreana Scanderbeg è nata nel 1969 a Los Angeles, ha conseguito un diploma in comunicazione oltre a quello in economia; Alexander Sauer è nato nel 1971 a Francoforte sul Meno e ha studiato fotografia a Monaco. Vivono a Zurigo, dal 2005 collaborano con aziende e industrie documentando le loro attività anche in luoghi impervi e sperduti del mondo. Tra le varie esposizioni citiamo la partecipazione a VOLTA, fiera d’arte, nel 2014 a Basilea.

INFORMAZIONI Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer – Iconic Geography / A cura di Camilla Boemio Dal 25 febbraio al 5 maggio 2015 Anteprima D’Arte Contemporanea / Piazza Mazzini 27 (Scala A, terzo piano), Roma / tel: +06.37500282 / info@anteprimadartecontemporanea.it Orario: martedì – venerdì / sabato su appuntamento

SUL WEB Il sito di Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer Anteprima D’Arte Contemporanea, Roma Le immagini contenute nell’articolo sono © Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer

Elliott Erwitt. Retrospective a Lucca

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A cura di Maurizio Vanni

In collaborazione con MAGNUM PHOTOS

Una produzione di MVIVA

dal 18 Aprile al 30 Agosto 2015

Che cosa significa raccontare la storia di un grande fotografo attraverso 136 scatti legati a oltre 60 anni di carriera? Ripercorrerne la vita, intercettare le sue passioni, percepire la sua filosofia esistenziale e comprenderne la grandezza attraverso la professionalità e l’originalità dei suoi scatti. Pur avendo avuto come mentori Robert Capa, Edward Steichen e Roy Stryker, la fotografia di Erwitt ha assunto uno stile proprio, al tempo stesso intimista, ironico, sorprendente, certe volte impertinente e dolcemente irriverente, ma sempre tecnicamente impeccabile. Anche gli scatti più evocativi, però, sono legati all’occasionalità del momento, al qui e ora di un luogo e di un tempo, al sorriso spontaneo di fronte a una scena atipica o a un ossimoro visivo. Tutti i suoi lavori sono stati filtrati dall’emisfero destro del cervello, tutte le sue immagini sono frutto di un’elaborazione cerebrale istantanea che, attraverso un generoso utilizzo di più scatti, bloccano un momento che colpisce la sua attenzione creativa. Tra tutti i negativi ce n’è sempre uno che corrisponde a un compiuto equilibrio tra struttura compositiva e visione. “Tutte le immagini dovrebbero essere – afferma Erwitt rispondendo a una domanda di Angela Madesani –, se non perfette, per lo meno bilanciate, graficamente e geograficamente corrette. La composizione è assolutamente fondamentale e basilare per qualsiasi fotografia”. Non deve sorprendere la sua dimestichezza con il mondo del cinema: a New York frequenta corsi di cinematografia alla New School for Social Research e, successivamente, si trasferisce a Hollywood dove starà sul set di molti film. Erwitt dichiarerà più volte di amare il cinema neorealista italiano, che considera tuttora il migliore, e di aver imparato molto dalle pellicole di Rossellini e Visconti, o quantomeno di aver cercato illuminazione dal bianco e nero e dal “realismo senza artificio”. “Un professionista per mestiere e un dilettante per vocazione” che ama la sottile ironia: il senso dell’umorismo è qualcosa di innato in un fotografo. È possibile affinare la tecnica, educare il senso estetico e compositivo, ma di certo non si può migliorare l’acutezza percettiva, la sagacia di spirito, la fantasia e l’estro intellettivo che determina la creazione di scatti unici. Erwitt, oltre ad avere una fervida immaginazione, possiede una grande capacità di osservare le persone, gli animali, le cose e la vita attraverso ironia e disincanto, perspicacia e intelligenza, spirito ludico e raffinatezza mentale. Potremmo parlare di ironia esistenziale che corrisponde al desiderio di prendere le distanze dal consueto e dal convenzionale per concepire un confine tra se stesso e tutte le cose che lo circondano.

Biglietto Intero: 9€ Biglietto Ridotto: 7€ Da martedi alle domenica dalle 10 alle 19 La biglietteria è aperta fino ad un’ora prima della chiusura Lunedì chiuso

Info

Racconti privati. Interni 1967-1978. Mario Cresci a Cinisello Balsamo

FOTOGRAFIE DI MARIO CRESCI DALLE COLLEZIONI DEL MUSEO DI FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA a cura di Roberta Valtorta inaugurazione: sabato 14 marzo ore 17, fino al 6 settembre 2015 La mostra presenta una selezione di fotografie realizzate da Mario Cresci tra Tricarico e Barbarano Romano nel periodo 1967-1978, quando viveva in Basilicata. Nato a Chiavari nel 1942, Cresci si forma al Corso Superiore di Industrial Design di Venezia. Tra il 1966 e il 1967 con il gruppo di urbanistica Il Politecnico, nato a Venezia intorno al sociologo Aldo Musacchio, scende a Tricarico, un paese in provincia di Matera. Il progetto è la realizzazione del piano regolatore del paese e il compito di Cresci è quello di occuparsi della grafica degli elaborati e del rilevamento fotografico degli ambienti, degli oggetti e di tutti gli aspetti della vita sociale e produttiva della comunità. E’ il tempo in cui sociologi e intellettuali calano nel Mezzogiorno, riscoperto alla luce delle narrazioni di Carlo Levi e delle ricerche antropologiche di Ernesto De Martino. Dopo questo primo viaggio e dopo alcuni spostamenti, tra 1968 e 1969, fra Roma, Parigi, Milano, Cresci torna in Basilicata e stabilisce la sua casa a Matera, fino al 1988, quando si trasferisce a Milano, e successivamente a Bergamo. La lunga permanenza in Basilicata gli permette di lavorare sui concetti di territorio, memoria, archivio, temi che intreccia in modo “naturale” alle questioni del progetto, dei linguaggi espressivi, della visione, centrali nella sua opera. Nel 1967 realizza la serie Ritratti mossi (ripresa poi nel 1974), figure in interni i cui volti cancella attraverso il mosso fotografico. Mentre gli oggetti e i luoghi risultano a fuoco e quindi sono descrivibili, le persone si presentano illeggibili: Cresci, appena arrivato, tenta un racconto delle loro identità attraverso i dati fisici dell’ambiente. Tra il 1967 e il 1972 realizza la serie Ritratti reali, riprese di gruppi familiari che posano in interni tenendo in mano fotografie dei loro antenati. Il rapporto fra lo sguardo delle persone riprese e lo sguardo degli antenati rappresentati nelle fotografie crea un corto circuito tempo reale-memoria. Per Cresci Ritratti reali è un lavoro di “verifica” sul sociale e contemporaneamente su se stesso: infatti si autoritrae mentre tiene in mano le fotografie dei suoi antenati. Fra il 1978 e il 1979 realizza un’ampia serie di ritratti in interni a Barbarano Romano, sempre annullando la fisionomia delle persone attraverso il mosso, e sempre comprendendo anche se stesso fra queste persone. Si tratta di lavori nei quali l’identità dell’individuo e della comunità viene letta attraverso gli oggetti e gli arredi della casa. Scrive: “Mi ha sempre affascinato il rapporto degli oggetti con le persone, soprattutto quelli d’uso, appartenenti alla cultura materiale dell’uomo, quelli della sua storia: dagli utensili più semplici a quelli più complessi, sino ad arrivare alle forme più evolute del design contemporaneo”. Mario Cresci è un indiscusso maestro della fotografia e del graphic design contemporaneo. La sua vasta opera, caratterizzata da una grande libertà di sperimentazione, vede intrecciarsi molti elementi: l’analisi della percezione visiva, la fotografia,il graphic design, il disegno, l’indagine antropologica, lo studio del paesaggio e dei luoghi dell’arte, l’installazione e l’opera site specific. Grande indagatore dei codici del linguaggio visivo e dei materiali e concetti dell’arte, ha sempre mediato la sua attività artistica con l’impegno didattico (è stato direttore dell’Accademia Carrara di Bergamo, ha insegnato al Politecnico di Milano, all’ISIA di Urbino, all’Orientale di Napoli, all’Università di Parma, all’Ecole d’Arts Appliquées di Vevey, allo IED, alla NABA, all’Accademia di Brera di Milano), condotto nel rispetto e nell’approfondimento della cultura del progetto. Cresci ha pubblicato innumerevoli libri (tra gli altri: Matera. Immagini e documenti, Matera 1975; Misurazioni. Fotografia e territorio, Matera 1978; L’archivio della memoria. Fotografia nell’area meridionale 1967/1980, Torino 1980; La terra inquieta, Bari 1981; Martina Franca immaginaria, Milano 1981; Mario Cresci, Milano 1982; Lezioni di fotografia, Bari 1983 (con Lello Mazzacane); Uno sguardo tra gli altri, Roma 1984; Albe Steiner. Foto-grafia. Ricerca e progetto, Bari 1990 (con Lica Steiner); Matera. Luoghi d’affezione, Milano 1992; Variazioni impreviste, Verona 1995; Mario Cresci, Milano 2007;) ed esposto in importanti sedi pubbliche e private. Tra le mostre più recenti: Le case della Fotografia, 1966 – 2003, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino 2004; Sottotraccia. Bergamo. Immagini della città e del suo territorio, Elleni Gallerie d’arte, Bergamo 2009; Forse Fotografia alla Pinacoteca Nazionale di Bologna, l’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma e Palazzo Lanfranchi, Matera, 2010-2012; Ex/Post. Orizzonti Momentanei, MA*GA, Gallarate, 2014. Il Museo di Fotografia Contemporanea conserva 280 fotografie dell’autore, che datano dalla metà degli anni Sessanta. Una parte delle opere in mostra è tratta dal Fondo Lanfranco Colombo (Regione Lombardia), una parte è stata gentilmente prestata dall’autore per questa occasione espositiva. In collaborazione con Regione Lombardia

Info

2015 Sony World Photography Awards Exhibition

Somerset House Trust 

South Building Somerset House Strand London WC2R 1LA

24 April – 10 May 2015 Mondays 10.00-18.00, Tuesday – Friday 10.00-21.00, Saturdays & Sundays 10.00-18.00 East Wing Galleries, East Wing & West Wing Galleries, West Wing Anytime Entry £8.50, Weekday Entry (10.00-16.00) £6.50 Concessions (weekdays only) £5.00 Two tickets (valid anytime) £16.00 Four tickets (valid anytime) £30.00

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The Sony World Photography Awards are one of the world’s leading photography competitions, the exhibition showcases the winning and shortlisted photographers from submissions from across all disciplines, from fine art to photojournalism to lifestyle. Recognising and rewarding the world’s best contemporary photography from the last year, the 2015 competition received the highest number of entries in its eight year history – 173,444 images from 171 countries. Reflecting the very best international contemporary photography from the last year, the exhibition includes photographs to suit all tastes.  Well-documented scenes are given a fresh look with ground-breaking photography styles and photographers of all abilities will be inspired to shoot their own view of the world. The winning and shortlisted images featured were selected by a panel of industry experts. The shortlisted photographers include names that are both new and familiar to the competition.  Those recognised again by the awards include: Peter Franck (Germany); Donald Webber (Canada); Amit Madheshiya (India); Brent Stirton (South Africa); Simon Norfolk (UK), Fan Li (China) and Massimo Siragusa (Italy).  New names include Julia Fullerton-Batten (UK) and Sebastian Gil Miranda (France). For further information visit the World Photography Organisation website.

Postato da Anna