Non perdetevi le mostre di fotografia consigliate per Settembre!

Spero abbiate trascorso delle splendide vacanze, ma eccoci che al rientro ci aspettano numerose mostre da non perdere!

Anna

PHEST – FESTIVAL INTERNAZIONALE DI FOTOGRAFIA E ARTE. IX EDIZIONE

 Polina Kostanda, Dalla serie Alice in Wonderland
© Polina Kostanda | Polina Kostanda, Dalla serie Alice in Wonderland

PhEST, il Festival internazionale di fotografia e arte riconosciuto per la sua capacità di integrare differenti mondi e visioni, torna ad affascinare il pubblico con una programmazione immaginifica incentrata sul SOGNO tema chiave di questa nona edizione con una retrospettiva dedicata a MAN RAY in occasione del centenario del Manifesto del Surrealismo. 33 mostre e installazioni di artisti internazionali, un ricco colophon di partnership e collaborazioni, un’inedita music line-up, un’autorevole presenza di lecturer ed esperti del settore, una residenza d’artista internazionale, workshop e visite guidate con artisti che esplorano temi contemporanei e prospettive globali. Dal 30 agosto al 3 novembre 2024, la città pugliese di Monopoli diventerà un luogo di dialogo interculturale e le sue strade, le piazze, i palazzi storici e le antiche chiese offriranno ai visitatori e ai tanti appassionati un’esperienza immersiva ed onirica.

Il Sogno è il tema centrale della IX edizione di PhEST. Nell’anno in cui si celebrano i 100 anni del Surrealismo, il cui primo manifesto fu scritto nel 1924 da André Breton, l’edizione 2024 di PhEST celebra l’onnipotenza del sogno, il gioco disinteressato del pensiero e lo esplora in tutte le sue forme. Per l’occasione PhEST vuole rendere omaggio a Man Ray, uno dei massimi interpreti della poetica surrealista nonché autore di una proposta fotografica in grado di stravolgere l’impiego del mezzo attraverso una assidua sperimentazione tecnica e innovativi approdi estetici che cambieranno per sempre la storia della fotografia. In collaborazione con l’Archivio Storico delle Arti Contemporanee de La Biennale di Venezia, PhEST espone una selezione di fotografie originali tratte dalla mostra “Man Ray, testimonianza attraverso la fotografia” presentata in occasione della Biennale di Venezia 1976. La selezione delle opere della mostra antologica “La révolution du Regard”, a cura di Roberto Lacarbonara e Giovanni Troilo, costituisce un piccolo compendio della vasta esplorazione del medium fotografico, dagli studi sul volto, sul corpo, sulle forme, alle tecniche di stampa in camera oscura di cui Man Ray fu pioniere, come la solarizzazione e la rayografia. «Le strade sono piene di artigiani ammirevoli, ma di pochi sognatori pratici diceva Man Ray, ma noi quest’anno di sognatori pratici da tutto il mondo riempiremo le strade di Monopoli». Così dichiara il direttore Artistico Giovanni Troilo.

La mostra avrà sede nel prestigioso Castello Carlo V ma tutta la città sarà coinvolta nella manifestazione. Sono attese esposizioni e allestimenti a Palazzo Martinelli, nella Casa Santa e le sue Stalle, nella Chiesa della SS. Pietro e Paolo e in quella  di Sant’Angelo in Borgo, new entry dell’edizione fresca di restauro. A Palazzo Palmieri, quartier generale del festival, sarà allestita la Warka Tower. Progettata dall’architetto Arturo Vittori e presentata alla Biennale di Venezia nel 2012, la Warka Tower è una struttura alta circa 10 metri che raccoglie acqua dall’aria tramite condensazione. Costruita con materiali naturali come bambù e rete di polipropilene, può raccogliere fino a 100 litri al giorno senza elettricità, offrendo una soluzione sostenibile per comunità in regioni aride.

Tra le vie e le piazze saranno allestite mostre con la curatela fotografica di Arianna Rinaldo e installazioni con la curatela per l’arte contemporanea di Roberto Lacarbonara.

Per la fotografia verranno proposte mostre di Nariman Darbandi, César Dezfuli, Bruce Eesly, Ismail Ferdous, Gauri Gill & Rajesh Vangad, Matthias Jung, Michalina Kacperak, Natalie Karpushenko, Polina Kostanda, Peter Menzel, Serifa, Richard Sharum, Lisa Sorgini, Valentina Vannicola, Paolo Ventura, Guillem Vidal e Jan von Holleben in residenza artistica. Molti fotografi saranno presenti nei giorni di inaugurazione per le attese visite guidate dagli artisti.

Dal 30 Agosto 2024 al 30 Novembre 2024 – MONOPOLI – Sedi varie

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RAGUSA FOTO FESTIVAL 2024

Ferdinando Scianna, Vallelunga, Sicilia, 1964
© Ferdinando Scianna | Ferdinando Scianna, Vallelunga, Sicilia, 1964

La dodicesima edizione di Ragusa Foto Festival prima manifestazione internazionale siciliana dedicata ai diversi linguaggi della fotografia contemporanea e alla valorizzazione dei giovani talenti, è un anche invito a trascorrere una piacevole vacanza in Sicilia, l’ultimo fine settimana di agosto, a Ragusa Ibla, nel quartiere più antico e suggestivo del capoluogo ibleo, e nei suoi meravigliosi dintorni.
Il borgo barocco è lo scenario dell’edizione 2024 dal titolo ‘Prendersi una pausa’, diretta da Stefania Paxhia, giornalista e fondatrice, e dal direttore artistico Massimo Siragusa, fotografo e docente allo IED di Roma, con la collaborazione del comitato scientifico e di una rete di partner culturali locali e nazionali.
Venerdì 30 agosto alle ore 18 all’interno del Giardino Ibleo, si inaugura l’edizione 2024 insieme ai suoi protagonisti, alle istituzioni e agli sponsor della manifestazione per celebrare la fotografia contemporanea e trascorrere insieme, come ogni anno, le tre giornate inaugurali del Festival.
Nelle giornate inaugurali, fino a domenica 1 settembre, esperti nazionali e internazionali del mondo della fotografia saranno impegnati in eventi, seminari, workshop e talk, visite guidate, letture portfolio e premiazioni che accompagnano il vernissage delle 15 esposizioni – 13 personali e 2 collettive – allestite in quattro splendide location (Palazzo Cosentini, Palazzo La Rocca, la chiesa sconsacrata di San Vincenzo Ferreri e l’interno del Giardino Ibleo).

“Ogni pausa è cielo in cui mi perdo” scriveva il poeta modicano Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la letteratura. Ragusa Foto Festival 2024 parte proprio da questi versi per offrire, grazie alla diversità degli sguardi degli autori selezionati, nuovi ‘cieli’ e nuovi orizzonti in cui potersi perdere. Dal 30 agosto al 30 settembre 2024 saranno in mostra i lavori che evocano il tema di quest’anno, che è una riflessione sul bisogno urgente di prendere consapevolezza del proprio tempo. La Sicilia è protagonista della ricerca artistica della dodicesima edizione con diverse opere in mostra che rappresentano alcune interpretazioni visive del concetto di “pausa” ambientate al Sud e in Sicilia.

“Dormire, forse sognare” di Ferdinando Scianna di Bagheria, primo fotografo italiano a far parte della prestigiosa agenzia Magnum Photos, il cui file rouge è il momento intimo e universale del dormire, è in mostra a Palazzo La Rocca. Il lavoro inedito di Mario Cresci, realizzato in residenza d’artista a giugno scorso qui a Ragusa, in mostra a Palazzo Garofalo, nel centro storico di Ragusa Superiore, è frutto della sua interazione con il territorio ibleo e con le preziose cartografie della Sicilia, testimonianza della lettura geopolitica dell’Isola tra il Cinquecento e l’Ottocento, raccolte nella prestigiosa Collezione della Fondazione ‘Cesare e Doris Zipelli’ della Banca Agricola Popolare di Ragusa.
La Sicilia è protagonista di altri due lavori inediti: “Sicilia”, progetto appena realizzato, è di Loredana Nemes, artista rumena che vive a Berlino, sul legame tra gli alberi e l’uomo, voluto da Fondazione Sylva che si occupa di sviluppo locale attraverso la riforestazione e la creazione di progetti di sensibilizzazione sui temi ambientali; e infine “Stadi di Sicilia”, lungo lavoro di Umberto Coa, fotografo documentarista, realizzato con il contributo del giornalista Massimiliano Macaluso, per documentare la realtà sociale e culturale dell’Isola attraverso la mappatura dei piccoli campi di calcio. Entrambe le mostre sono allestite a Palazzo Cosentini.

Altro lavoro ispirato alla cultura del tempo libero al Sud è quello di Antonio Biasiucci e Mimmo Paladino dedicato al gioco della Tombola, che permette di ammirare l’opera di due grandi autori contemporanei, tra i più interessanti e innovativi del nostro tempo, che interpretano il senso di un gioco antico, quello della cabala del nostro tempo.

Completano il programma di mostre le opere di Angelo Raffaele Turetta tra i fotografi di scena più apprezzati in Italia che mette in mostra il mondo del cinema con uno sguardo surreale; Simona Ghizzoni, artista visiva e regista di talento, che partendo da un vissuto intimo, a Palazzo Cosentini, racconta del suo isolamento voluto per una riflessione sul proprio essere e per il desiderio di pensare un futuro nuovo; la mostra dedicata all’Editoria Indipendente a Palazzo La Rocca con 25 Case Editrici, che offrono uno spaccato della loro produzione contemporanea. Anche Viola Pantano, giovane artista performer espone a Palazzo La Rocca. Le immagini inedite di Luca Campigotto, fotografo veneziano che porta in giro per il mondo il suo concetto di ‘viaggio fotografico’, sono esposte per immaginare una tregua e un equilibrio possibile nella relazione tra uomo e natura. Così come la sequenza distopica di immagini di Marco Zanta, fotografo d’architettura pluripremiato, esposta a Palazzo La Rocca. In programma, anche le mostre relative al Miglior Portfolio 2023 di Alessandro Cristofoletti, e alle due menzioni, Ciro Battiloro Claire Power.

Dal 30 Agosto 2024 al 30 Settembre 2024 – Ragusa – sedi varie

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Life Dances on: Robert Frank in dialogue

Life Dances On: Robert Frank in Dialogue è una mostra che fornirà nuovi spunti sugli aspetti interdisciplinari e meno conosciuti della vasta carriera del fotografo e regista Robert Frank. La mostra approfondisce i sei decenni che seguirono lo storico libro fotografico di Frank, The Americans (1958) fino alla sua morte nel 2019, evidenziando la sua perpetua sperimentazione attraverso vari mezzi. In concomitanza con il centenario della sua nascita e prendendo il nome dal film dell’artista del 1980, Life Dances On esplora i dialoghi artistici e personali di Frank con altri artisti e con la sua comunità. La mostra presenterà più di 200 oggetti, tra cui fotografie, film, libri e materiali d’archivio, tratti dalla vasta collezione del MoMA insieme a prestiti significativi.

Sep 15, 2024–Jan 11, 2025 MoMA – NY

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Jessica Backhaus: The Nature Of Things

Le piccole cose e i dettagli raccontano molto del quadro d’insieme. Si scoprono molte cose leggendo tra le righe.
– Jessica Backhaus

Celebre per la straordinaria capacità di scovare la bellezza e la poesia nel quotidiano, Jessica Backhaus è autrice di immagini accattivanti, quasi sensuali, che nascono dall’esplorazione dell’identità e della storia di persone, oggetti e luoghi. Che siano frammenti di realtà o scatti costruiti in studio, le sue fotografie attingono alla materia ordinaria per rivelarne i simboli e i significati profondi. Il risultato è un gioco di colori e forme, luci e ombre che
ha origine nella sensibilità dell’artista, attraversa l’intuizione e giunge infine a una visione condivisa e coinvolgente.

Il suo processo creativo conferisce alle immagini un’apertura che permette allo spettatore di immergersi ed esplorare lo spazio narrativo, ritrovare il riflesso delle proprie emozioni, o apprezzarne l’appagamento estetico. Interni, nature morte, ritratti, collage, paesaggi appaiono radicati in un’incessante ricerca di ciò che giace al solo della superficie di un’immagine, ma perfino della vita stessa. Micamera presenterà una selezione di opere tratte da The Nature Of Things, una serie realizzata negli ultimi anni, che porta lo stesso titolo dell’ampia mostra presentata al Museo Haus am Kleistpark di Berlino nel 2023.

Dal 13 settembre al 12 ottobre – MICamera – Milano

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PhMuseum Days

I PhMuseum Days tornano per la loro quarta edizione che si terrà dal 12 al 15 settembre 2024 a Bologna.

Il tema scelto è CLOSER: viviamo in un’epoca in cui non è possibile immaginare alcun distacco oggettivo tra noi e la realtà. L’osservazione stessa tocca e cambia le cose, ogni racconto è contaminazione. I lavori in mostra non cercano di raggiungere un’impossibile neutralità, ma accettano la parzialità che è data dal guardare da vicino. Fanno dell’intimità la loro forza: nelle relazioni interpersonali tanto quanto nel rapporto con il territorio, con la storia, e con gli esseri viventi. Un invito alla condivisione e ad osservare con attenzione, al di là dei pregiudizi e degli stereotipi.

L’evento si svolgerà presso lo Spazio Bianco di DumBO a Bologna, un padiglione post-industriale di 1600 metri quadrati che ospiterà mostre, presentazioni, uno spazio dedicato all’editoria fotografica e un’area all’aperto. Ci saranno inoltre installazioni pubbliche in diversi luoghi della città, eventi e molto altro.

Dal 12 al 15 settembre – Bologna – Spazio Bianco, Dumbo

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Festival della Fotografia Italiana

La prima edizione del Festival ha per tema Dalla Terra alla Luna. Esplorazioni sulla Fotografia Italiana, un evidente richiamo evocativo al celebre romanzo di fantascienza di Jules Verne; un invito a scoprire nuovi orizzonti mirando a gettare un ponte tra la ricca eredità della fotografia italiana e le sue future direzioni. Come il viaggio verso l’ignoto che Verne immagina, il Festival invita a guardare oltre le superfici per cogliere la profondità e la complessità del nostro paesaggio visuale.

Attraverso la coralità delle 100 opere di 100 tra i più influenti fotografi del panorama nazionale della mostra Fotografia italiana: mappe, percorsi e linguaggi e l’articolata diversità di visioni di undici autori fra i più interessanti della nostra contemporaneità, il Festival offre allo spettatore una straordinaria pluralità di prospettive e linguaggi.

Entra in gioco anche l’Intelligenza Artificiale, piegata al concept principale con un progetto che vuol essere una provocazione per sfidare le convenzioni della tradizione, ponendo interrogativi sulla creatività umana e tecnologica.
Non poteva mancare, in questo contesto, l’esplorazione visiva del Casentino, rivelando come il paesaggio possa ispirare e rispecchiare le infinite possibilità del viaggio nel contesto della fotografia italiana.

Ed anche le mostre legate ai lavori selezionati delle due call Percorsi e Nuovi Sguardi, arricchiscono l’esperienza culturale, invitando alla scoperta di nuove prospettive frutto della genialità e della sensibilità dei talenti emergenti.

Uno sguardo al passato è dato, poi, dagli scatti della fotografa Eda Urbani, classe 1908, una coraggiosa e libera fotoreporter che ha sfidato le convenzioni dell’epoca.
In attesa di annunciare, il 7 settembre prossimo, il vincitore del Premio Editoriale Mariae Nivis 1567, saranno esposti anche i 20 libri della short list dei finalisti. Il pubblico potrà visionarli e votarli, in aggiunta ai risultati della giuria tecnica.

La mostra centrale del festival, intitolata Fotografia Italiana: mappe, percorsi e linguaggi, a cura di Denis Curti, riunisce i cento autori più significativi dal dopoguerra a oggi, presentando un panorama della fotografia italiana che si distingue per la sua estetica culturale e paesaggistica unica.La selezione dei cento autori rappresenta un tentativo di rileggere la storia della fotografia italiana moderna e contemporanea, offrendo una narrazione ricca di sfumature e prospettive. Tra gli autori presenti figurano Gabriele BasilicoLetizia BattagliaGianni Berengo GardinMario GiacomelliGuido HarariNino MiglioriPaolo PellegrinFerdinando SciannaOliviero Toscani, e Francesco Zizola. Per ciascun autore e per ogni singola immagine una descrizione accurata ne mette in luce l’importanza e il contributo alla fotografia italiana.

Dai grandi maestri della fotografia si passa a dieci autori contemporanei, selezionati in base al tema dell’anno: Dalla Terra alla Luna. Esplorazioni sulla Fotografia Italiana. Questa linea guida è ispirata al romanzo di fantascienza di Jules Verne del 1865 (Dalla Terra alla Luna) ed evoca l’immaginazione e la previsione del futuro, concetti fondamentali che hanno plasmato anche la storia della fotografia. Le dieci mostre degli autori selezionati – Lorenzo Cicconi MassiSimone DonatiFrancesco FaraciSimona GhizzoniSara MunariRaffaele PetrallaEdoardo RomagnoliStefano SchiratoIlaria Sagaria, e Valentina Vannicola – raccontano storie uniche e coinvolgenti e offrono una prospettiva diversa e uno sguardo unico su temi legati all’esplorazione, alla memoria, all’ambiente e alla nostra presenza sul Pianeta.

Dal 14 giugno 2024 al 6 ottobre 2024 – Bibbiena, Poppi, Stia (AR)

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Nuove avventure sotterranee – AA. VV.

Un progetto di committenza che mette in dialogo documentazione e ricerca artistica fornendo un punto di vista straordinario sulla costruzione di grandi infrastrutture.

I fotografi Domingo Milella, Stefano Graziani, Rachele Maistrello, Giulia Parlato e Luca Nostri sono stati incaricati di fotografare cinque infrastrutture sotterranee in quattro continenti (in Italia, Argentina, Canada, Australia e Nuova Zelanda) – costruite dalla società Ghella – lasciando intenzionalmente una distanza poetica e non didascalica tra le immagini e i cantieri. Quella distanza è lo spazio della ricerca, il luogo dove sviluppare riflessioni sull’immaginario delle grandi infrastrutture e intravedere nuove possibilità di racconto.

14 giugno 2024 > 25 settembre 2024 – Maxxi – Roma

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Michele Palazzo. This is Not New York: Generative explorations of the urban landscape

Questa innovativa collezione del fotografo  Michele Palazzo mette in mostra l’uso pionieristico dell’AI da parte di Palazzo per espandere le sue fotografie originali di New York City. Queste fotografie non sono semplici versioni alterate dei suoi scatti originali di New York City; sono una fusione incantevole di realtà e immaginazione, che invita gli spettatori ad esplorare una versione parallela e fantastica della città – un regno in cui il familiare si trasforma in qualcosa di veramente straordinario e affascinante.
“This is Not  New York” invita gli spettatori a entrare in un mondo dove il familiare diventa straordinario. Le fotografie di Palazzo si fondono a immagini generate dall’intelligenza artificiale, trasformando i paesaggi urbani iconici in scenari vibranti e onirici, sfociando in una fusione tra tangibile e immaginario. La mostra è una testimonianza del potere della tecnologia di migliorare e ampliare la visione  artistica, offrendo una nuova prospettiva sull’ambiente urbano.

Collaborando con l’intelligenza artificiale, sono riuscito a esplorare nuove dimensioni della mia creatività e superare i confini della fotografia tradizionale”, afferma Palazzo. “Queste immagini generate dall’intelligenza artificiale sono un’estensione della mia visione  artistica, un viaggio nei territori inesplorati dell’immaginazione“.
La mostra si preannuncia una festa per i sensi, un caleidoscopio di colori, texture e prospettive. I visitatori saranno rapiti dalla bellezza surreale delle creazioni di Palazzo, che sfidano la nostra percezione della realtà e ci invitano a reimmaginare il mondo che ci circonda.

19/06/2024 – 19/09/2024 Bologna, Big Eyes Art Gallery

MASSIMO SESTINI. ZENIT DELLA FOTOGRAFIA

Massimo Sestini, Etna, eruzione del cratere sud
© Massimo Sestini | Massimo Sestini, Etna, eruzione del cratere sud

“Come quando sei morto e improvvisamente ritorni in vita”: sono le parole di Ayman, migrante dalla Siria, che nel documentario Where are you? Dimmi dove sei del National Geographic racconta il momento in cui, dal barcone stipato di migranti al largo della Libia, dopo dodici giorni di tempesta, avvistano l’elicottero della Marina Militare Italiana in missione di salvataggio.  
Sull’elicottero, anche il fotografo Massimo Sestini, che proprio in quel momento scatterà Mare Nostrum l’immagine simbolo dei viaggi della speranza che dalle coste africane cercano di raggiungere l’Europa, selezionata tra le Top 10 images of 2014 da TIME, pubblicata su numerose testate in tutto il mondo (tra cui Photo France, The Guardian, Internazionale, The Economist, L’Espresso, Die Zeit, Time, National Geographic) e vincitrice del World Press Photo Award 2015 nella categoria General News. Da questo riconoscimento è partita la sua ricerca con il progetto Where are you? che, nel corso del quinquennio successivo, rintraccerà e fotograferà (dall’alto e perpendicolarmente) una decina dei migranti che erano su quel natante, ritratti nella loro vita definitiva, in giro per l’Europa, realizzando un documentario con National Geographic trasmesso in tutto il mondo.   L’iconico scatto, insieme a uno showcase della ricerca, saranno al centro della personale che Fondazione Brescia Musei dedica al fotografo toscano, MASSIMO SESTINI. Zenit della fotografia, in programma dal 24 settembre 2024 al 2 marzo 2025 al Museo di Santa Giulia.  
La mostra, curata da Angelo Bucarelli e realizzata con la collaborazione di Freccianera Fratelli Berlucchi, main partner dell’iniziativa, si inserisce nella VII edizione del Brescia Photo Festival, promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con il Ma.Co.f – Centro della Fotografia Italiana, quest’anno declinato attorno al tema Testimoni, un termine che sottolinea la capacità dei fotografi di documentare il presente favorendo la lettura della nostra storia attraverso il racconto che gli artisti ne fanno traducendolo in opera d’arte che supera i confini del mezzo fotografico.  
L’esposizione inedita presenta una selezione di immagini capaci di raccontare oltre quarant’anni di carriera di Massimo Sestini, con particolare attenzione ai temi a lui cari, come l’immigrazione e i principali episodi della storia italiana contemporanea: la strage di Capaci, il naufragio della Costa Concordia, il terremoto dell’Aquila, la tragedia della Moby Prince, il funerale di Giovanni Paolo II, il funerale di Benedetto XVI, il Covid e molto altro.  “Come quando sei morto e improvvisamente ritorni in vita”: sono le parole di Ayman, migrante dalla Siria, che nel documentario Where are you? Dimmi dove sei del National Geographic racconta il momento in cui, dal barcone stipato di migranti al largo della Libia, dopo dodici giorni di tempesta, avvistano l’elicottero della Marina Militare Italiana in missione di salvataggio.  
Sull’elicottero, anche il fotografo Massimo Sestini, che proprio in quel momento scatterà Mare Nostrum l’immagine simbolo dei viaggi della speranza che dalle coste africane cercano di raggiungere l’Europa, selezionata tra le Top 10 images of 2014 da TIME, pubblicata su numerose testate in tutto il mondo (tra cui Photo France, The Guardian, Internazionale, The Economist, L’Espresso, Die Zeit, Time, National Geographic) e vincitrice del World Press Photo Award 2015 nella categoria General News. Da questo riconoscimento è partita la sua ricerca con il progetto Where are you? che, nel corso del quinquennio successivo, rintraccerà e fotograferà (dall’alto e perpendicolarmente) una decina dei migranti che erano su quel natante, ritratti nella loro vita definitiva, in giro per l’Europa, realizzando un documentario con National Geographic trasmesso in tutto il mondo.   L’iconico scatto, insieme a uno showcase della ricerca, saranno al centro della personale che Fondazione Brescia Musei dedica al fotografo toscano, MASSIMO SESTINI. Zenit della fotografia, in programma dal 24 settembre 2024 al 2 marzo 2025 al Museo di Santa Giulia.  
La mostra, curata da Angelo Bucarelli e realizzata con la collaborazione di Freccianera Fratelli Berlucchi, main partner dell’iniziativa, si inserisce nella VII edizione del Brescia Photo Festival, promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con il Ma.Co.f – Centro della Fotografia Italiana, quest’anno declinato attorno al tema Testimoni, un termine che sottolinea la capacità dei fotografi di documentare il presente favorendo la lettura della nostra storia attraverso il racconto che gli artisti ne fanno traducendolo in opera d’arte che supera i confini del mezzo fotografico.  

Dal 24 Settembre 2024 al 02 Marzo 2025 – Museo di Santa Giulia – Brescia

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HENRI CARTIER-BRESSON e l’Italia

Henri Cartier-Bresson, Incoronazione di Giovanni XXIII, Città del Vaticano, 1958 © Fondazione Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

Dal 28 settembre al 26 gennaio, a Palazzo Roverella di Rovigo viene proposta la più importante mostra monografica italiana su Henri Cartier-Bresson, incentrata sul lungo rapporto tra il maestro francese e il nostro paese.

La mostra, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, Concordi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo, è realizzata in collaborazione con la Fondation Henri Cartier-Bresson di Parigi e la Fondazione CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino, con la curatela di Clément Chéroux, e Walter Guadagnini, direttori delle rispettive Fondazioni.

Per la prima volta viene documentato in maniera esaustiva e approfondita il rapporto tra colui che è stato definito “l’occhio del secolo” e l’Italia. Attraverso circa 200 fotografie e numerosi documenti – giornali, riviste, volumi, lettere -, la mostra ripercorre le tappe di un rapporto iniziato prestissimo, già negli anni Trenta, e proseguito sino al momento in cui Cartier-Bresson ha abbandonato la fotografia, negli anni Settanta.

Scandita cronologicamente, la mostra inizia con il primo viaggio italiano avvenuto all’inizio degli anni Trenta da un giovanissimo Cartier-Bresson (nato nel 1908), che aveva appena abbandonato definitivamente la pittura per la fotografia, in compagnia dell’amico André Pieyre de Mandiargues, giovane poeta e scrittore, e della sua compagna, la pittrice Leonor Fini. Da questo viaggio di piacere, il fotografo scatta alcune delle sue immagini più famose, tutte presenti nella sezione di apertura della mostra.

Il secondo viaggio, non meno significativo, avviene all’inizio degli anni Cinquanta e tocca l’Abruzzo e la Lucania, allora terre di grande interesse culturale, sociologico e per l’appunto fotografico, emblema di quel Sud in cui si affrontavano tradizione e modernità, povertà e cambiamenti sociali. Figura centrale nella costruzione dell’immagine del Sud e in particolare di queste regioni è lo scrittore e pittore Carlo Levi, riferimento fondamentale per i tanti fotografi, italiani e stranieri, che si muovono tra Matera e i paesi del territorio, tra cui Scanno nei pressi di L’Aquila, divenuta celebre proprio grazie agli scatti di Cartier-Bresson e più tardi di Giacomelli. Particolarmente interessanti, anche dal punto di vista storico, sono le immagini della distribuzione delle terre, un momento cruciale nella storia recente del Paese.

Divenuto ormai una leggenda vivente della fotografia, Cartier-Bresson ritorna a più riprese in Italia tra gli anni Cinquanta e Sessanta realizzando servizi per le grandi riviste illustrate dell’epoca, tra cui “Holiday” e “Harper’s Bazaar”, dedicati soprattutto a Roma, Napoli, Venezia, le grandi città che suscitano l’interesse dei lettori stranieri, e a Ischia e alla Sardegna, tappe che permettono al fotografo di esercitare il suo sguardo sugli usi e i costumi del paese e dei suoi abitanti. In particolare, i diversi scatti realizzati a Roma restituiscono appieno il clima di quegli anni e la specificità di un paese non ancora omologato alla dominante cultura proveniente da oltreoceano. Alcune di queste immagini confluiscono non a caso in uno dei libri più noti del fotografo, “Les Européens” (1955), nel quale si racconta la nuova Europa che è ormai in pieno sviluppo dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale.

La mostra ha i suoi ultimi sviluppi e la sua chiusura con le immagini dei primi anni Settanta dedicate ancora a Matera, un vero e proprio ritorno sui luoghi frequentati vent’anni prima, in cui è facile leggere continuità e discontinuità del tempo, l’avanzare della modernità e la persistenza delle identità locali, e con quelle dedicate al mondo del lavoro industriale, tra Olivetti e Alfa Romeo, che spostano invece l’attenzione specificamente sulle nuove modalità di vita del periodo.

La mostra è composta di opere vintage provenienti dalla Fondation Cartier-Bresson, ed è accompagnata da testi esplicativi in ogni sala e da un catalogo, edito da Dario Cimorelli Editore, che riporta tutte le opere esposte, i saggi dei due curatori e di Carmela Biscaglia, quest’ultimo dedicato alle vicende e ai personaggi che hanno reso unico il rapporto di Cartier-Bresson con la Basilicata.   

28 Settembre 2024 – 26 gennaio 2025 – Rovigo, Palazzo Roverella

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TINA MODOTTI

Tina Modotti, <em>Donna di Tehuantepec</em>, Messico, 1929 ca.
Tina Modotti, Donna di Tehuantepec, Messico, 1929 ca.

“[…] Ma non voglio parlare di me. Desidero parlare soltanto di fotografia e di ciò che possiamo realizzare con l’obiettivo. Desidero fotografare ciò che vedo, sinceramente, direttamente, senza trucchi, e penso che possa essere questo il mio contributo a un mondo migliore.” Tina Modotti, 1926 Dal 26 settembre 2024 al 16 febbraio 2025, le sale di Palazzo Pallavicini di Bologna ospiteranno una mostra dedicata alla fotografia di Tina Modotti (Udine, 1896 – Città del Messico, 1942), esponente di spicco della fotografia e dell’attivismo politico della prima metà del Novecento. 

Organizzata e realizzata da Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci della Pallavicini s.r.l., unitamente al Comitato Tina Modotti, l’esposizione, a cura di Francesca Bogliolo, intende ripercorrere, attraverso una raffinata selezione di circa cento opere e di alcuni preziosi documenti, la vicenda umana di una donna coraggiosa e anticonformista, che ha saputo farsi interprete del sentimento del proprio tempo, elaborando una poetica della verità foriera di valori umani capaci di oltrepassare i limiti dello spazio e del tempo.

Indipendente, libera, moderna, Tina Modotti coniugò l’amore per l’arte e quello per il vero al proprio ardore politico, che ne guidò le scelte e gli interventi da militante, con la volontà di contribuire alla creazione di un mondo migliore. In dialogo continuo con artisti e intellettuali durante l’evolversi dei suoi periodi espressivi, la Modotti sviluppò un linguaggio fotografico dal tono intimistico, capace di indagare le contraddizioni della realtà per penetrarne la lirica segreta. La totalità degli scatti esposti in mostra svela, fin da principio, un nuovo modo di osservare la realtà, partecipe della fuggevolezza dei suoi istanti: il percorso articolato lungo le sale desidera invitare l’osservatore al dialogo con la propria personale concezione del tempo, talvolta immobile e attonito, talora fugace e inafferrabile.

Quello che emerge con forza è una Tina felice e libera (felice perché è libera), come scrive lei stessa a Weston nell’aprile del 1925: una donna dall’intelletto vivace e dalla sorprendente capacità di introspezione, la cui natura poliedrica appare capace di orientarne le scelte. Articolato in sei sezioni, il percorso espositivo si propone di mostrare al pubblico le infinite sfaccettature di una fotografa abile nel tralasciare l’estetica per dedicarsi all’etica, sviluppando un codice visivo eloquente e personale, delineatosi ed evolutosi in un tempo brevissimo, pur tuttavia capace di lasciare traccia indelebile nel patrimonio storico e fotografico della prima metà del secolo scorso. Il continuo dialogo con le fotografie di Edward Weston, riverbero di un fitto scambio epistolare intercorso tra i due artisti, narra l’ossessione di Tina per la qualità fotografica e la sua volontà, reiterata in una dichiarazione del 1929, di registrare con obiettività la vita in tutti i suoi aspetti.

Numerose le fotografie biografiche, intrise di potenza narrativa, tra le quali si affacciano i volti di alcune personalità note dell’epoca e della dimensione artistica in cui la Modotti immerse la sua anima e seppe trovare la sua ispirazione: il fotografo e suo mentore Edward Weston, gli artisti Diego Rivera e Frida Kahlo, l’attrice Dolores del Rio, il giornalista rivoluzionario Julio Antonio Mella, il politico Vittorio Vidali. Nell’ottica di un appassionato e sincero attivismo, Tina utilizzò il mezzo fotografico come estensione del proprio occhio, strumento di indagine e denuncia sociale, con una coerenza espressiva capace di travalicare l’arte per consegnarla in dono alla vita,  quella vita che, a suo stesso dire, lottava continuamente per predominare l’arte.

Una vera e propria metamorfosi della vita in arte, che trova la sua trasposizione fotografica nelle celebri calle e nelle delicate geometrie esposte, che Tina tenta di convertire in astrazione per poterle conservare nella memoria, tralasciando gli elementi superflui per giungere, con fervore, al nucleo del sentimento. L’intensità della passione che guida la mano e l’occhio di Tina si ritrova tra i visi e le mani del popolo messicano, protagonisti di un’intera sezione, testimoni di una volontà di cambiamento e di una necessaria presa di coscienza, che nella sua visione assurgono a icone di possibilità di riscatto sociale. 

Vita, arte e rivoluzione: queste le parole chiave degli scatti che colgono i simboli della lotta di classe, i lavoratori, le donne del popolo, gli assembramenti, i dettagli. Intense le istantanee delle donne di Tehuantepec che, camminando velocemente per natura, raccontano la volontà di Tina di ricercare in una società antica una nuova verità e un senso poetico che divengano per lei inesauribile linfa creativa; austeri, in tal senso, gli sguardi dei bambini, che sembrano penetrare l’obiettivo nel tentativo di raggiungere l’anima di chi scatta. 

A chiudere la mostra, infine, una selezione di ritratti di Tina, tra cui alcuni di quelli da lei definiti immortali, realizzati da Edward Weston. Nell’osservarli, sembra udirsi l’eco delle parole di Federico Marin, che la descrisse come “una bellezza misteriosa, priva di volgarità […], ma non allegra, bensì austera, terribilmente austera. Non malinconica, né tragica”. 

Fascino e mistero restano tuttora intatti, poiché le parole scritte nelle lettere, il suo peculiare sguardo, l’ardita sperimentazione, collocano Tina Modotti tra i più grandi interpreti della realtà della condizione umana, colta nelle sue infinite sfaccettature. La natura immersiva dei suoi scatti, derivante da un’innata empatia verso i soggetti, si fa voce capace di narrare a chi guarda l’infinita varietà del mondo e, contemporaneamente, la sua universalità.

Dal 26 Settembre 2024 al 16 Febbraio 2025 – Palazzo Pallavicini – Bologna

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Sole a Mezzanotte – Francesco Caggese

Può il sole splendere a mezzanotte?
Una pianta riesce a generare sempre fiori bellissimi, anche quando ha vissuto molti frammenti di vita, se ce ne si prende cura.
Il progetto fotografico “Sole a mezzanotte” realizzato nella “Fondazione Casa di Riposo San Giovanni di Dio Onlus” a Troia (FG), rappresenta una qualsiasi situazione similare e nasce dal desiderio di raccontare il bisogno di affetto di chi, nonostante l’inverno della mente e del corpo, ha sempre il cuore in fiore. Il corpo invecchia, la mente può perdere la sua limpidezza ma la linfa che alimenta la vita di ogni creatura, l’amore, non muore mai!
Sono occhi che sperano la segreta speranza di vedere qualcuno che li vada a trovare e che gli riscaldi il cuore.
C’è ancora tanto amore che possono generare e i loro cuori possono ringiovanire di fronte all’amore.
Non lasciamoli soli sul finire del giorno, ma illuminiamo la loro mezzanotte.

Dal 14 al 21 settembre – Palazzetto dell’Arte – Foggia

Mostre di fotografia segnalate per il mese di maggio

Ciao a tutti!

Guardate che mostre interessanti ci aspettano a maggio!


Anna

SEBASTIÃO SALGADO. AMAZÔNIA

Sebastião Salgado. Amazônia
© Sebastião Salgado | Sebastião Salgado. Amazônia

Dal 12 maggio al 19 novembre 2023 a Milano presso la Fabbrica del Vapore è aperta al pubblico la mostra Amazônia di Sebastião Salgado, a cura di Lélia Wanick Salgado.

Per sei anni Sebastião Salgado ha viaggiato nell’Amazzonia brasiliana, fotografando la foresta, i fiumi, le montagne e le persone che vi abitano. La mostra, con oltre 200 opere, immerge i visitatori nell’universo della foresta mettendo insieme le impressionanti fotografie di Salgado con i suoni concreti della foresta. Il fruscio degli alberi, le grida degli animali, il canto degli uccelli o il fragore delle acque che scendono dalla cima delle montagne, raccolti in loco, compongono un paesaggio sonoro, creato da Jean-Michel Jarre.

Dal 12 Maggio 2023 al 19 Novembre 2023 – Fabbrica del Vapore – Milano

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CARLA CERATI. LE SCRITTURE DELLO SGUARDO

© Carla Cerati
© Carla Cerati

 Il CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’Autore, ente nato per volontà della FIAF – Federazione Italiana Associazioni Fotografiche, associazione senza fini di lucro che si prefigge lo scopo di divulgare e sostenere la fotografia su tutto il territorio nazionale, presenta la nuova mostra “Carla Cerati  – Le scritture dello sguardo” che inaugurerà sabato 1 aprile 2023 alle ore 16.30 presso il CIFA e il nuovo libro a lei dedicato per la collana “Grandi Autori della fotografia contemporanea”. 
 
L’esposizione fotografica proposta da FIAF e curata da Roberto Rossi, Presidente FIAF, presenta una parte importante, ed in alcuni casi meno conosciuta, del lavoro fotografico di Carla Cerati. Il libro che accompagna la mostra, curato da Lucia Miodini ed Elena Ceratti, è l’occasione per continuare l’esplorazione promossa dall’editoria FIAF del mondo delle Fotografe Italiane iniziato nell’anno 2000 con il volume dedicato a Giuliana Traverso e che annovera nelle sue due principali collane, quella delle Monografie e quella dei Grandi Autori, nomi come Eva Frapiccini, Patrizia Casamirra, Antonella Monzoni, Paola Agosti, Angela Maria Antuono, Chiara Samugheo, Stefania Adami, Lisetta Carmi, Cristina Bartolozzi, Giorgia Fiorio.
 
Ben più di un’antologica della sua produzione, la mostra ci aiuta ad entrare in contatto con la forte personalità di questa Autrice espressa nell’impegno civile e alimentata dalle passioni per la scrittura e per la fotografia. “L’una e l’altra”, affermava Carla Cerati: sono due attività che coesistono, ma non si fondono. È sempre un’osservazione della realtà: la fotografia le serve per documentare il presente, la parola per recuperare il passato. L’incontro tra fotografia e testo caratterizza il percorso di Cerati. 
 
La Cerati si avvicina alla fotografia agli inizi degli anni ‘60 fotografando il suo ambiente famigliare. È un periodo in cui anche grazie al crescente sviluppo economico del dopoguerra, la fotografia diventa una pratica personale diffusa e alla portata anche dei ceti sociali meno abbienti. Per chi come Cerati desidera andare oltre la cosiddetta foto di famiglia e vuole approfondire contenuti e tecnica fotografica, non esistono in Italia, salvo rarissime eccezioni come il Bauer, prima scuola pubblica di fotografia fondata nel 1954, altri luoghi da frequentare che i circoli fotografici. 
 
Un percorso analogo è stato compiuto da altri fotografi della sua generazione, come ad esempio Gianni Berengo Gardin, Mario De Biasi, Nino Migliori, Fulvio Roiter, che, avvicinatisi alla fotografia frequentando le associazioni fotografiche fin dall’immediato dopo guerra, hanno poi scelto la strada del professionismo sotto varie forme. Cerati per un certo periodo frequenta il Circolo Fotografico Milanese, che in quegli anni è animato da un intenso dibattito tra coloro che privilegiano visioni di tipo estetico-formale e altri interessati alla ripresa del reale. Fa sua questa seconda visione e decide di avvicinarsi al professionismo. 

Dal 01 Aprile 2023 al 04 Giugno 2023 – CIFA – Centro Italiano della Fotografia d’Autore – Bibbiene (AR)

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FOTOGRAFIA EUROPEA 2023 – XVIII EDIZIONE

EUROPE MATTERS

Visioni di un’identità inquieta

Possiamo affermare che esiste un’identità comune ? In che misura mito e memoria modellano o consolidano il nostro senso di appartenenza collettiva? E in che modo la fotografia contemporanea contribuisce a dare una risposta alle sfide e alle situazioni che vivono i cittadini europei?

Considerando la relazione fra identità nazionale e comunità democratica, così come le realtà multiculturali dei singoli paesi europei, ci troviamo in bilico fra l’appartenere a nazioni distinte e a una popolazione culturalmente omogenea. Come hanno scritto Peter Gowan e Perry Anderson, «gli imperi del passato minacciano di dissolversi in lande postmoderne spazzate solo dall’ondata del mercato». Inoltre, l’Europa non è più considerata il luogo da cui si scrive la storia.

Quanto sia complesso e difficile cogliere la natura dell’Europa come comunità è il tema di una serie di progetti fotografici che si soffermano soprattutto sulle persone e sulle identità, per raccontare le politiche di inclusione ed esclusione e la persistenza delle idee di storia e di cultura nel momento presente.

I progetti che faranno parte di questa edizione indagheranno tra le altre le nozioni di appartenenza e solidarietà, così come quelle di fragilità e inquietudine.

28 aprile – 11 giugno 2023 – Reggio Emilia – sedi varie

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CABARET VIENNA. L’ATELIER FOTOGRAFICO MANASSÉ

Atelier Manassé, Vienna, La danza (Tänzerin), 1931 c., stampa vintage, IMAGNO / Collection Christian Brandstätter, Wien
Atelier Manassé, Vienna, La danza (Tänzerin), 1931 c., stampa vintage, IMAGNO / Collection Christian Brandstätter, Wien

Attraverso 120 fotografie la mostra ripercorre la storia dello studio fotografico più popolare della Vienna degli anni Venti: l’Atelier Manassé.
Calembour visivi, ritratti di attrici e modelle, danzatrici e foto di nudo danno vita a un percorso tematico che evoca uno dei periodi più vivaci dell’Europa del secolo scorso.  
Al Mart, fino al 18 giugno.

Fondato dai coniugi ungheresi Olga Spolarits e Adorjan Wlassics a Vienna nel 1920, riscoperto negli anni Ottanta e studiato in anni recenti dopo un lungo oblio da Chiara Spenuso, l’Atelier Manassé costituisce un archivio fotografico unico nel suo genere

Negli anni Venti, dopo essersi trasferiti nell’ex capitale dell’Impero austro-ungarico, i coniugi Wlassics ottengono un notevole successo fotografando i protagonisti del cinema muto. Oltre a realizzare ritratti di attrici e attori, la coppia ungherese si specializza soprattutto nel nudo femminile. Nei loro scatti i corpi sono sempre ritratti in pose studiate e giustapposti a elementi scenografici e costumi di scena spesso insoliti che creano accostamenti evocativi e suggestivi in linea con il gusto dell’epoca. Le fotografie sono spesso evocative di una femminilità misteriosa e fatale, ma non mancano i toni ironici e surreali vicini alle sperimentazioni visive delle avanguardie che si diffondono in tutta Europa. 
Davanti all’obiettivo di Olga e Adorjan non passano solo le attrici e le ballerine più famose, ma anche tutta la nobiltà viennese. La fama e il prestigio dell’Atelier superano i confini e conquistano altre città europee, come Berlino e Parigi. 
Dopo la morte di Adorjan, nel 1946, il lavoro dello studio viene portato avanti da Olga fino alla fine degli anni Sessanta.

Nello stesso periodo della grande mostra dedicata a Klimt e l’arte italiana, il Mart propone una seconda esposizione sulla Vienna degli anni Venti, grande capitale europea in un’epoca di profonde trasformazioni sociali e culturali. È in questo contesto che si afferma la Secessione Viennese la cui eco caratterizza profondamente tutti i linguaggi culturali, dal cinema alla fotografia, passando per la pubblicità e i rotocalchi. 
Con il titolo Cabaret Vienna, la mostra sull’Atelier Manassé approfondisce e sviluppa questi temi, attraverso cinque sezioni tematiche. 
120 fotografie, spezzoni di film, documenti, copertine di riviste e libri d’artista descrivono l’atmosfera mondana e sfavillante di inizio secolo. 
Ritratti dei protagonisti del mondo dello spettacolo e del cinema, calembour visivi, immagini di nudo (utilizzate sia nella moda, sia nella pubblicità) e fotografie di ispirazione esotica contribuiscono all’affermazione della modernità e della stravaganza.
In un clima cupo di tensioni sociali e politiche, con le dittature europee alle porte, non mancò per reazione un clima di euforia e frivolezza, in cui il cinema, la radio e la fotografia assumono un peso sempre maggiore e contribuiscono alla diffusione di stili di vita, modelli estetici e di comportamento, status symbol e tendenze, in particolare presso l’alta borghesia. 
Profondamente connesso al momento e al luogo in cui si sviluppa, il lavoro dell’Atelier Manassé tratteggia la i ruggenti anni Venti”. È un periodo innovativo e straordinario, soprattutto per le donne che, in nome di una reclamata parità sessuale, si affrancano anche attraverso gesti considerati rivoluzionari: portare i capelli corti, fumare, guidare o vestire da uomo. Mezzo moderno per eccellenza, la fotografia diventa un’ottima alleata dell’emancipazionefemminile. Da qui la nuova consapevolezza delle protagoniste delle foto di Olga e Adorjan, coscienti di rappresentare solo se stesse e di non essere più semplicemente muse ispiratrici.

Dal 16 Marzo 2023 al 18 Giugno 2023 – MART – Rovereto

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LETIZIA BATTAGLIA. TESTIMONIANZA E NARRAZIONE

Letizia Battaglia, La bambina lavapiatti. Monreale, 1979
© Letizia Battaglia | Letizia Battaglia, La bambina lavapiatti. Monreale, 1979

Dal 31 marzo al 31 maggio 2023 le opere di chi ha utilizzato la fotografia come denuncia e arma di ribellione. Trenta scatti in bianco e nero del periodo dal 1972 al 2003 provenienti dall’Archivio palermitano ‘Letizia Battaglia’.

Letizia Battaglia incarna in sè arte, impegno civile, partecipazione e passione. Trani la celebra ad un anno dalla sua scomparsa con una straordinaria mostra monografica che testimonia trent’anni di vita e società italiana.

Letizia Battaglia. Testimonianza e narrazione”, fruibile dal 31 marzo al 31 maggio 2023 a Palazzo delle Arti Beltrani, è una carrellata di 30 scatti in bianco e nero che hanno segnato a fuoco la memoria visiva della storia del nostro Paese, passando dalla inconsapevole bellezza delle bambine dei quartieri poveri siciliani (uno su tutti ‘La bambina con il pallone del quartiere Cala di Palermo’) al volto di Pier Paolo Pasolini, ai morti per mano della mafia, tra cui Piersanti Mattarella, e poi, ancora, le processioni religiose, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fino all’arresto del feroce boss Leoluca Bagarella.

Testimonianza vera, spesso crudele e cruenta, dell’appassionato impegno civile e politico di Letizia Battaglia che per trent’anni ha fotografato la sua terra, la Sicilia, con immagini che denunciano l’attività mafiosa nei coraggiosi reportage per il quotidiano «L’Ora» di Palermo, che l’ha eletta di fatto ad una delle prime fotoreporter italiane. La fama di Letizia Battaglia, nomen omen, è passata nel corso degli anni da una dimensione regionale a una nazionale e internazionale. Notorietà premiata, oltre che da numerosi riconoscimenti in tutto il mondo, anche dal New York Times che nel 2017 ha inserito la fotografa ottantaduenne tra le undici donne più influenti dell’anno, per l’impegno dimostrato come artista.

Il percorso espositivo tranese intende restituire l’intensità che caratterizza tutto il suo lavoro: dall’attività editoriale a quella teatrale e cinematografica, passando per l’affresco della Sicilia più povera e la denuncia dell’attività mafiosa, della miseria, del degrado ambientale, conseguenza della deriva morale e civile.

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Questa mostra, composta da immagini provenienti dall’Archivio Letizia Battaglia di Palermo e selezionate dai loro curatori Marta e Matteo Sollima, nipoti della fotografa, rappresenta un’occasione preziosa per conoscere l’artista Battaglia, divulgare la sua opera e celebrarla nel nostro territorio ad un anno dalla scomparsa – commenta Alessia Venditti, autrice con Andrea Laudisa dei testi che accompagnano l’esposizione. Battaglia è riconosciuta come una delle più grandi interpreti del Novecento e la fotografia, vocazione a tempo pieno, è stato lo strumento con cui ha rivelato la cruda realtà della mafia, del clientelismo e della povertà; celebri sono altresì i suoi ritratti, tra cui spicca la serie di fotografie scattate a Pasolini presso il Circolo Turati di Milano.

La mostra tranese e le foto per essa selezionate, che riguardano il periodo di produzione che va dal 1972 al 2003, hanno l’intento di svelare al pubblico il modo di intendere la fotografia di Letizia Battaglia come arma di ribellione e missione.
Il percorso espositivo è completato dalla proiezione del documentario di Francesco Raganato “Amore amaro” (2012), visibile durante la fruizione della mostra». 


Dal 31 Marzo 2023 al 31 Maggio 2023 – Palazzo delle Arti Beltrani – Trani (BA)

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ROBERT CAPA. L’OPERA 1932 – 1954

Modotti, i due successi degli scorsi mesi, l’appuntamento 2023 è con un altro grandissimo protagonista della storia mondiale della fotografia, un fotografo che è assurto a mito: Robert Capa.
La mostra, promossa dall’Assessorato Beni e attività culturali, Sistema educativo e Politiche per le relazioni intergenerazionali della Regione autonoma Valle d’Aosta, è a cura di Gabriel Bauret, in collaborazione con Daria Jorioz, dirigente della Struttura Attività espositive e promozione identità culturale.
Al Centro Saint-Bénin dal 6 maggio al 24 settembre 2023 saranno esposte oltre 300 opere, selezionate dagli archivi dell’agenzia Magnum Photos, che copriranno in modo esaustivo la produzione del celebre fotografo, dagli esordi del 1931 alla morte avvenuta – per lo scoppio di una mina – nel 1954 in Indocina.
“La mostra – anticipa la Dirigente delle Attività espositive Daria Jorioz – consente di ripercorrere tutte le fasi della straordinaria carriera di Robert Capa, riservando un’attenzione particolare ad alcune delle sue immagini più iconiche, che hanno incarnato la storia della fotografia del Novecento. L’esposizione si propone di evidenziare le molteplici sfaccettature dell’opera di un autore passionale e in definitiva sfuggente, instancabile e forse mai pienamente soddisfatto, che non esitava a rischiare la vita per i suoi reportages”.
Scrive Gabriel Bauret in catalogo: “Il suo posto nella storia della fotografia potrebbe essere paragonato a quello di Robert Doisneau, ma il paragone si ferma qui: tanto Capa è un eterno migrante, dallo spirito avventuroso, quanto Doisneau è un sedentario che nutre la sua fotografia con i soggetti che sa scovare a Parigi e nelle sue periferie”.
Al Centro Saint-Bénin di Aosta il visitatore potrà ammirare le immagini di guerra che hanno forgiato la leggenda di Capa, ma non solo. Nei reportages del fotografo, come in tutta la sua opera, esistono quelli che Raymond Depardon chiama “tempi deboli”, contrapposti ai tempi forti che caratterizzano le azioni. I tempi deboli ci riportano all’uomo, Endre Friedmann, alla sua sensibilità verso le vittime e i diseredati, al suo percorso personale dall’Ungheria in poi. Immagini che lasciano trapelare la complicità e l’empatia del fotografo rispetto ai soggetti ritratti, soldati ma anche civili, sui terreni di scontro, in cui ha maggiormente operato e si è distinto.
Di lui così scrisse Henri Cartier-Bresson: “Per me, Capa indossava l’abito di luce di un grande torero, ma non uccideva; da bravo giocatore, combatteva generosamente per se stesso e per gli altri in un turbine. La sorte ha voluto che fosse colpito all’apice della sua gloria”.

La mostra si articolerà in 9 sezioni tematiche: Fotografie degli esordi, 1932 – 1935; La speranza di una società più giusta, 1936; Spagna: l’impegno civile, 1936 – 1939; La Cina sotto il fuoco del Giappone, 1938; A fianco dei soldati americani, 1943 – 1945; Verso una pace ritrovata, 1944 – 1954; Viaggi a est, 1947 – 1948;
Israele terra promessa, 1948 – 1950; Ritorno in Asia: una guerra che non è la sua, 1954.
A rendere la rassegna ancora più intrigante è la possibilità che essa offre di ammirare l’utilizzo finale delle immagini di Capa, ovvero le pubblicazioni dei suoi reportages sulla stampa francese e americana dell’epoca e gli estratti di suoi testi sulla fotografia, che tra gli altri toccano argomenti come la sfocatura, la distanza, il mestiere, l’impegno politico, la guerra.
Inoltre, saranno disponibili gli estratti di un film di Patrick Jeudy su Robert Capa in cui John G. Morris commenta con emozione documenti che mostrano Capa in azione sul campo e infine la registrazione sonora di un’intervista di Capa a Radio Canada.
Robert Capa nasce nel 1913 a Budapest; in gioventù si trasferisce a Berlino, dove inizia la sua grande carriera di fotoreporter che lo porterà a viaggiare in tutto il mondo. Nel 1947 fonda con Henri Cartier-Bresson e David Seymour la celebre agenzia Magnum Photos. Muore in Indocina nel 1954, ferito da una mina antiuomo mentre documenta la guerra al fronte.

6 Maggio 2023 – 24 Settembre 2023 – Aosta, Centro Saint-Bénin

JR – DÉPLACÉ∙E∙S

Opera di JR
Opera di JR

Intesa Sanpaolo organizza alle Gallerie d’Italia – Torino dal 9 febbraio 2023 al 16 luglio 2023 la prima mostra personale italiana di JR, artista francese famoso in tutto il mondo per i suoi progetti che uniscono fotografia, arte pubblica e impegno sociale.
Combinando diversi linguaggi espressivi JR (1983) porterà nell’esposizione che occuperà circa 4000 mq del museo di Piazza San Carlo, realizzata in collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo e curata da Arturo Galansino, il suo tocco per raccontare la realtà e stimolare riflessioni sulle fragilità sociali.
Partito dalla banlieu parigina più di vent’anni fa, JR ha portato la sua arte in tutto il mondo con monumentali interventi di arte pubblica in grado di interagire con grandi numeri di persone e attivare intere comunità, dalle favelas brasiliane ad una prigione di massima sicurezza in California, dalla Pyramide del Louvre alle piramidi egiziane, dal confine tra Israele e Palestina a quello tra Messico e Stati Uniti.
I problemi dei migranti e dei rifugiati, sempre più di scottante attualità, fanno da molto tempo parte dell’indagine di JR. Con il progetto Déplacé∙e∙s, cominciato nel 2022 e presentato per la prima volta in questa mostra, l’artista ha viaggiato in zone di crisi, dall’Ucraina sconvolta dalla guerra fino agli sterminati campi profughi di Mugombwa, in Rwanda, e di Mbera, in Mauritania, Cùcuta in Colombia e a Lesbo, in Grecia per riflettere sulle difficili condizioni in cui oggi versano migliaia di persone a causa di conflitti, guerre, carestie, cambiamenti climatici e coinvolgere pubblici esclusi dal circuito artistico e culturale all’insegna di valori come libertà, immaginazione, creatività e partecipazione.
Seppur effimera l’arte di JR crea un impatto sulla società e sul mondo in cui viviamo. Essa è realizzata per le persone e si realizza con le persone, rivelando l’importanza del nostro ruolo individuale e collettivo per migliorare il presente e per cercare di rispondere ad un quesito centrale per l’artista: l’arte può cambiare il mondo?

Dal 08 Febbraio 2023 al 16 Luglio 2023 – Gallerie d’Italia – Torino

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VIVIAN MAIER. Shadows and Mirrors

La mostra “Vivian Maier. Shadows and Mirrors”, composta da 93 autoritratti, racconta la grande fotografa e la sua ricerca incessante di trovare un senso e una definizione del proprio essere. L’esposizione è in programma presso Palazzo Sarcinelli a Conegliano, dal 23 marzo al 11 giugno 2023. La mostra, a cura di Anne Morin in collaborazione con Tessa Demichel e Daniel Buso, è organizzata da ARTIKA, in sinergia con diChroma Photography e la Città di Conegliano.
“Un ritratto non è fatto nella macchina fotografica. Ma su entrambi i lati di essa”, così il fotografo Edward Steichen riassumeva il principio della fotografia. Un processo creativo che ha origine dalla visione dell’artista e che si concretizza solo in un secondo tempo nello scatto. Nel caso di Vivian Maier: il suo stile, i suoi autoritratti, hanno origine da una visione artistica al di qua dell’obiettivo fotografico. Per lei fotografare non ha mai significato dar vita a immagini stampate e quindi diffuse nel mondo, quanto piuttosto un percorso di definizione della propria identità.

La mostra ripercorre l’opera della famosa tata-fotografa che, attraverso la fotocamera Rolleiflex e poi con la Leica, trasporta idealmente i visitatori per le strade di New York e Chicago, dove i continui giochi di ombre e riflessi mostrano la presenza-assenza dell’artista che, con i suoi autoritratti, cerca di mettersi in relazione con il mondo circostante.

Vivian Maier fotografò per più di quarant’anni, a partire dai primi anni ’50, pur lavorando come bambinaia a New York e a Chicago. Spese la sua intera vita nel più completo anonimato, fino al 2007, quando il suo corpus di fotografie vide la luce. Un enorme e impressionante mole di lavoro, costituita da oltre 120.000 negativi, film in super 8 e 16mm, diverse registrazioni audio, alcune stampe fotografiche e centinaia di rullini e pellicole non sviluppate. Il suo pervasivo hobby finì per renderla una delle più acclamate rappresentanti della street photography. Gli storici della fotografia l’hanno collocata nella hall of fame, accanto a personalità straordinarie come Diane Arbus, Robert Frank, Helen Levitt e Garry Winograd.

L’allestimento di Palazzo Sarcinelli esplora quindi il tema dell’autoritratto di Vivian Maier a partire dai suoi primi lavori degli anni ’50, fino alla fine del Novecento. Un nutrito corpus di opere caratterizzato da grande varietà espressiva e complessità di realizzazione tecnica. Le sue ricerche estetiche si possono ricondurre a tre categorie chiave, che corrispondono alle tre sezioni della mostra. La prima è intitolata SHADOW (l’ombra). Vivian Maier adottò questa tecnica utilizzando la proiezione della propria silhouette. Si tratta probabilmente delle più sintomatica e riconoscibile tra tutte le tipologie di ricerca formale da lei utilizzate. L’ombra è la forma più vicina alla realtà, è una copia simultanea. È il primo livello di una autorappresentazione, dal momento che impone una presenza senza rivelare nulla di ciò che rappresenta. Attraverso il REFLECTION (riflesso), a cui è dedicata la seconda sezione, l’artista riesce ad aggiungere qualcosa di nuovo alla fotografia, attraverso l’idea di auto-rappresentazione. L’autrice impiega diverse ed elaborate modalità per collocare sé stessa al limite tra il visibile e l’invisibile, il riconoscibile e l’irriconoscibile. I suoi lineamenti sono sfocati, qualcosa si interpone davanti al suo volto, si apre su un fuori campo o si trasforma davanti ai nostri occhi. Il suo volto ci sfugge ma non la certezza della sua presenza nel momento in cui l’immagine viene catturata. Ogni fotografia è di per sé un atto di resistenza alla sua invisibilità. Infine, la sezione dedicata al MIRROR (specchio), un oggetto che appare spesso nelle immagini di Vivian Maier. È frammentato o posto di fronte a un altro specchio oppure posizionato in modo tale che il suo viso sia proiettato su altri specchi, in una cascata infinita. È lo strumento attraverso il quale l’artista affronta il proprio sguardo.

“La scoperta tardiva del lavoro di Vivian Maier, che avrebbe potuto facilmente scomparire o addirittura essere distrutto, è stata quasi una contraddizione. Ha comportato un completo capovolgimento del suo destino, perché grazie a quel ritrovamento, una semplice Vivian Maier, la tata, è riuscita a diventare, postuma, Vivian Maier la fotografa”, scrive Anne Morin nella presentazione della mostra. Nelle splendide immagini in mostra al pubblico, dal 23 marzo al 11 giugno 2023, presso Palazzo Sarcinelli a Conegliano, vedremo la seconda metà del Novecento con gli occhi e negli occhi di un’icona della storia della fotografia.

23 Marzo 2023 – 11 Giugno 2023 – Palazzo Sarcinelli, Conegliano (TV)

HERVÉ GUIBERT: THIS AND MORE

Hervé Guibert, Les billes, 1983  © Christine Guibert/Courtesy Les Douches la Galerie, Paris
Hervé Guibert, Les billes, 1983 © Christine Guibert/Courtesy Les Douches la Galerie, Paris

Hervé Guibert: This and More, a cura di Anthony Huberman ed organizzata in collaborazione con il Wattis Institute di San Francisco, presenta una selezione di fotografie dello scrittore, giornalista e fotografo francese Hervé Guibert (1955-1991). Se il lavoro fotografico di Guibert è prevalentemente associato al ritratto, in questo caso la mostra esplora un nucleo di opere inusuali, in cui l’artista cattura piuttosto l’assenza dell’elemento umano: le fotografie non contengono volti ma oggetti inanimati, interni e spazi domestici carichi di ricordi ed emozioni che evocano la presenza di personaggi fuori campo.

Una buona fotografia, nelle parole di Guibert, non è necessariamente quella che rende visibile una persona o un luogo, ma quella che è “fedele alla memoria della mia emozione”. Laconiche e riservate, le fotografie esposte nella mostra offrono un approccio al ritratto in cui ciò che conta è quello che manca nell’immagine: carichi di sentimenti di amore così come di aspetti traumatici, questi spazi interni invitano a immaginare le persone che li hanno vissuti e abitati. Le opere mettono a nudo gli aspetti più intimi dell’artista, mantenendo al tempo stesso la riservatezza di momenti privati, i cui protagonisti sono tenuti al sicuro, o tragicamente distanti, al di fuori dell’inquadratura. Piuttosto che cercare un senso di verità oggettiva, la mostra mette in evidenza tutto ciò che è soggettivo e invisibile in una fotografia, in cui si stratificano ricordi, aneddoti e assenze.

Molto noto in Francia, dove la sua opera ha contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dell’AIDS, Guibert ha avuto una relazione speciale con l’Italia. Appassionato del cinema di Pasolini, Fellini e Antonioni, ha soggiornato a lungo all’Isola d’Elba dove ha scritto, nel corso della vita, molti dei suoi testi. Ha inoltre vissuto a Roma, tra il 1987 e il 1989 in residenza a Villa Medici e prolungando la sua permanenza anche l’anno successivo.

Dal 09 Marzo 2023 al 21 Maggio 2023 – MACRO — Museo d’Arte Contemporanea di Roma

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DUCK AND COVER. STORIA DELLA GUERRA FREDDA

Berlinesi guardano atterrare all'aeroporto di Templehof uno dei velivoli del ponte aereo organizzato da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna per rifornire la popolazione durante il blocco della città. 1948, Berlino
© U.S. Air Force | Berlinesi guardano atterrare all’aeroporto di Templehof uno dei velivoli del ponte aereo organizzato da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna per rifornire la popolazione durante il blocco della città. 1948, Berlino

In anteprima assoluta per l’Italia, apre al pubblico il 4 marzo 2023 presso il centro culturale ed espositivo “la Casa di Vetro” di Milano la mostra fotografica “Duck and Cover. Storia della Guerra Fredda”, una selezione di 65 immagini iconiche provenienti in gran parte dagli Archivi di Stato americani, inclusi quelli della CIA, che ripercorre il lungo conflitto semi-armato che ha contrapposto le democrazie liberali alle dittature comuniste capitanate dall’URSS (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, oggi Federazione Russa) e dalla Repubblica Popolare Cinese. 

Un periodo storico, in cui in parte ci ha riproiettato l’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa nel febbraio del 2022, caratterizzato da un’atmosfera opprimente di incombente disastro e contraddistinto dal terrore di un’imminente guerra nucleare su scala planetaria. Un clima interpretato dal titolo della mostra – in italiano “Accucciati e Copriti”, in primis sotto il banco se sei uno studente – tratto da quello di un famoso documentario statunitense del 1952 in cui veniva insegnato ai ragazzini delle scuole americane cosa fare in caso di attacco atomico.

Nel 2023 ricorrono il 75° del blocco di Berlino, il 75° della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani approvata all’Onu, il 70° della fine della Guerra di Corea, il 50° del ritiro degli Stati Uniti dalla Guerra del Vietnam, il 50° del golpe di Pinochet in Cile: tutti eventi che hanno segnato – dal punto di vista ideologico, politico, culturale e materiale – il lungo scontro  tra due concezioni alternative e in antitesi della società e del mondo.

In programma fino al 17 giugno 2023, curata da Alessandro Luigi Perna, giornalista pubblicista specializzato in storia contemporanea ed esperto di fotografia, e prodotta da Eff&Ci – Facciamo Cose per il progetto History & Photography – la Storia raccontata dalla Fotografia, la mostra è articolata in un innovativo formato espositivo che propone fotografie di grande impatto iconografico e ampli testi di approfondimento. 

Nella sua narrazione, concepita sia per un pubblico adulto che per gli studenti di scuole e università, il curatore non solo ripercorre i principali fatti dell’epoca ma cerca anche di proporre una prospettiva laica su un pezzo della Storia contemporanea ancora raccontato e deformato attraverso la propaganda e le ideologie delle parti contrapposte, protagoniste ancora oggi, nelle loro versioni aggiornate, del dibattito ideologico, politico e culturale delle democrazie liberali e delle autocrazie sparse per il pianeta.

Dal 04 Marzo 2023 al 17 Giugno 2023 – La casa di vetro – Milano

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JASON FULFORD
THE HEART IS A SANDWICH

In mostra da Micamera dal 28 aprile al 3 giugno, installazione site-specific
inaugurazione giovedì 27 aprile dalle 19, alla presenza dell’autore

Quando sento un odore insolito la prima cosa che voglio sapere è da dove arrivi
– Adam Gilders

‘The Heart is a Sandwich’ è il nuovo corpo di lavoro dell’artista americano Jason Fulford. Lo presenta da Micamera in anteprima assoluta il 27 aprile 2023. Si tratta di una raccolta di dodici storie nate dalla frequentazione dell’Italia negli ultimi dieci anni. Tra le novelle in immagini, si narra di panificatori rompiballe, di un ricco deposito di un museo (la GAM di Milano), degli appunti di Aldo Rossi sulla felicità, del centro della terra e del garage di Guido Guidi. Il libro, fresco di stampa, è edito da Mack.

La opere saranno esposte in un’installazione ispirata alle sinopie rinascimentali, disegni preparatori per gli affreschi; gli storici dell’arte le usano per comprendere la genesi di un lavoro o ripensamenti successivi. Fulford ricorrerà liberamente al disegno per accennare alle proprie ispirazioni e ai riferimenti del lavoro presentato in cornice a parete.
Il lavoro di Fulford è apparentemente semplice, grazie alla sua capacità di creare composizioni allo stesso tempo armoniche e ricche di metafore e significati. Conosciuto in tutto il mondo per il vero e proprio talento nella costruzione delle sequenze, proprie e altrui, Fulford usa un’articolazione stratificata, che unita alla sequenza precisa, suggerisce significati ambigui e apre a infinite possibilità di lettura.

In ogni vita, certe cose sono più importanti di altre. E’ così anche per una libreria e galleria ed è il caso di questa mostra.

Dal 28 aprile al 3 giugno – MICamera – Milano

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Mostre di fotografia da non perdere a luglio

Ed eccoci anche questo mese al nostro appuntamento fisso con le mostre per il mese di luglio. Davvero interessanti.

E non dimenticate di dare un’occhiata alla nostra pagina sempre aggiornata.

Ciao, Anna

Larry Fink “Unbridled Curiosity” e Jacopo Benassi “Crack”

Con la programmazione estiva, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia lancia il nuovo format espositivo CAMERA DOPPIA: due mostre allestite in contemporanea negli spazi della galleria principale di Via Delle Rosine 18 a Torino che mettono in dialogo e a confronto due autori, diversi per generazioni e formazione, accomunati dall’approccio al linguaggio. In questo modo gli artisti in mostra riflettono dunque sulle sfumature e sugli utilizzi del mezzo fotografico e delle sue potenzialità di osservazione dei fenomeni che caratterizzano la società odierna.

Per il primo appuntamento di CAMERA DOPPIA, che aprirà al pubblico giovedì 18 luglio 2019, il direttore di CAMERA Walter Guadagnini ha curato la mostra antologica di Larry Fink (Brooklyn, New York, 1941), Unbridled Curiosity e il progetto di Jacopo Benassi (La Spezia, 1970) intitolato Crack. Le mostre – entrambe prodotte da “Fotografia Europea” di Reggio Emilia – presentano diversi aspetti comuni, sia dal punto di vista tematico che da quello specificamente fotografico: gli autori, infatti, utilizzano unicamente il bianco e nero e adottano l’uso del flash per focalizzare l’attenzione sul soggetto della rappresentazione, esaltandone atmosfera, forma e contenuto.

Nell’antologica del fotografo americano Larry Fink sono presentate oltre novanta immagini, realizzate tra gli anni Sessanta e oggi, che saranno esposte nelle prime cinque sale di CAMERA. La selezione in bianco e nero e di grande potenza estetica, mira a evidenziare quei legami tra le persone e tra le persone e i luoghi che Fink, nel corso di tutta la sua carriera, ha saputo immortalare con occhio attento e “sfrenata curiosità”, mischiandosi ai contesti, rubando momenti di intimità e mettendo in evidenza l’anima dei soggetti ritratti. Le grandi battaglie civili, i party esclusivi tra Hollywood e i grandi musei, la vita rurale, le palestre pugilistiche: nulla sfugge all’obiettivo di Fink. La mia vita è una cascata di rivelazioni empatiche – commenta Larry Fink. Una vita spesa cercando di costruire ponti tra le classi, le fatiche, i piaceri e le paure del dolore. Una vita trascorsa ad accumulare immagini che attestano un senso di meraviglia sensuale e sociale. Questo spettacolo è un viaggio sconnesso attraverso molte esperienze e sensazioni. È una testimonianza di curiosità sfrenata (Unbridled Curiosity).

Nella Sala Grande e nel lungo corridoio di CAMERA, invece, verranno allestite le sessanta immagini che compongono Crack, progetto che Jacopo Benassi ha realizzato mettendo al centro della sua riflessione il rapporto tra classicità e contemporaneità nei corpi e nei legami che gli individui instaurano con uomini e ambienti. Crack – commenta Walter Guadagnini – è un atlante del corpo, elaborato tra gli estremi della plastica antica e della flagranza fisica contemporanea. Il risultato è la sottolineatura non solo della decadenza in agguato tanto per il corpo umano quanto per il corpo scolpito, ma anche, e forse più, della possibilità di ricomposizione delle fratture, delle rotture e del fascino che anche questi elementi assumono nella nostra lettura del corpo e della forma. A tale visione concorrono anche l’incorniciatura delle singole opere e l’intero, sorprendente allestimento della mostra, che sono parte integrante del progetto espositivo e caricano le immagini di un’ulteriore, vitale tensione.  

La mostra è prodotta in collaborazione con Fondazione Nazionale della Danza – Aterballetto.

Le due mostre – commenta Walter Guadagnini, curatore delle mostre e direttore di CAMERA – segnano la costante attenzione di CAMERA alla produzione artistica contemporanea e la sua capacità di guardare sia alla scena italiana che a quella internazionale.

18 luglio 2019 – 29 settembre 2019 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Emiliano Mancuso. Una diversa bellezza. Italia 2003 – 2018

L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale -Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed è prodotta e organizzata da Officine Fotografiche con Zona, PCM Studio, Postcart edizioni in accordo con la famiglia di Emiliano Mancuso, ed è realizzata con il supporto di Digital Imaging partner di Canon.

La mostra è a cura di Renata Ferri che ha selezionato quattro differenti corpi di lavoro realizzati lungo l’arco di quindici anni in cui emerge un’umanità dolente, un’Italia ferita alla costante ricerca della sua identità in un perenne oscillare tra la conferma dello stereotipo e la cartolina malinconica.

Emiliano Mancuso ha usato tecniche e linguaggi diversi: bianco e nero, colore, immagini digitali o analogiche. E le polaroid, importanti poiché nella loro immediatezza accompagnano il passaggio dell’autore dall’immagine fissa a quella in movimento che lo porterà, nell’ultima parte della sua vita, a essere regista. Senza abbandonare il suo terreno d’indagine, semmai amplificandolo grazie all’audio e al video, Emiliano Mancuso traccia un paese intessuto di microstorie, di esperienze che ci appaiono nude nella loro sincerità.

In mostra saranno esposti i principali lavori di Emiliano Mancuso:

Terre di Sud (2003-2008): un progetto fotografico sul Mezzogiorno che, nell’epoca della globalizzazione, si trova ancora a fare i conti con i vecchi termini della “questione meridionale”. Dal lavoro è stato realizzato un libro, Terre di Sud, pubblicato nel 2008 dalla casa editrice Postcart.

Stato d’Italia (2008-2011): un viaggio lungo tre anni attraverso l’Italia, alla ricerca di storie, cronache e volti della crisi economica e sociale: gli sbarchi di Lampedusa, Rosarno e la rivolta dei braccianti africani, i ragazzi di Taranto assediati dai fumi delle acciaierie Ilva. Anche questo lavoro è diventato un libro, Stato d’Italia, pubblicato nel 2011 da Postcart.

Il Diario di Felix (2016): è un lavoro realizzato a Casa Felix, la casa famiglia di Roma dove vengono ospitati sia minori del circuito penale che scontano misure alternative al carcere, sia minori civili. Il Diario di Felix racconta l’ultimo anno di permanenza all’interno della struttura di un gruppo di otto ragazzi.

Le Cicale (2018, co-regia di Federico Romano): è un viaggio intimo della vita di quattro persone, già andate in pensione o in procinto di andarci, e il loro barcamenarsi per riuscire ad avere delle condizioni di vita dignitose nonostante una vita di lavoro.

In esposizione circa 150 fotografie.

I differenti capitoli della mostra sono accompagnati dai testi di Lucia Annunziata, Domenico Starnone e di Mimmo Lombezzi, oltre che della curatrice Renata Ferri, con le traduzioni in inglese di Francesca Povoledo.

14 giugno – 6 ottobre 2019 – Museo di Roma in Trastevere

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Sally Mann – A Thousand Crossings

For more than forty years, Sally Mann (born 1951) has been taking hauntingly beautiful experimental photographs that explore the essential themes of existence: memory, desire, mortality, family, and nature’s overwhelming indifference towards mankind. What gives unity to this vast corpus of portraits, still lifes, landscapes and miscellaneous studies is that it is the product of one place, the southern United States.

Sally Mann was born in Lexington, Virginia. Many years ago she wrote about what it means to live in the South; drawing on a deep love for that area and a profound awareness of its complex historical heritage, she raised bold, thought-provoking questions – about history, identity, race and religion – that went beyond geographical and national boundaries.

This exhibition is the first major retrospective of the eminent artist’s work; it examines her relationship with her native region and how it has shaped her work. The retrospective is arranged in five parts and features many previously unknown or unpublished works. It is both an overview of four decades of the artist’s work and a thoughtful analysis of how the legacy of the South – at once, homeland and cemetery, refuge and battlefield – is reflected in her work as a powerful and disturbing force that continues to shape the identity and the reality of an entire country.

from 18 June 2019 until 22 September 2019 – Jeu de Paume Concorde, Paris

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FEDERICO PATELLANI. DA MONZA VERSO IL MONDO

Una ragazza sorridente che «sbuca» dalla prima pagina del Corriere della Sera il giorno della proclamazione della Repubblica, nel giugno 1946. Una foto-icona che racconta la speranza di un Paese che guarda avanti dopo il fascismo e la guerra. L’autore è monzese, Federico Patellani, classe 1911, maestro del fotogiornalismo italiano.

In Arengario dal 26 maggio. A lui è dedicata la mostra «Federico Patellani. Da Monza verso il mondo», a cura di Giovanna Calvenzi e Kitti Bolognesi, all’Arengario dal 26 maggio al 28 luglio (inaugurazione sabato 25 maggio alle ore 18).

La storia della costruzione dell’identità italiana. Il suo lavoro, commentano il Sindaco e l’Assessore alla Cultura, a oltre quarant’anni dalla sua morte, conserva ancora uno sguardo attuale e testimonia gli sforzi compiuti dagli italiani per la costruzione di un’identità comune, fatta di molti intrecci, sfumature culturali e di costume. La mostra consentirà ai monzesi di scoprire un fotografo eccezionale e, nel contempo, di presentare in Arengario un evento di altissima qualità culturale.

Il «giornalista nuova formula». Federico Patellani, uno dei più importanti fotografi italiani del XX secolo, è stato il primo fotogiornalista italiano. Già nel 1943 aveva indicato come doveva essere il «giornalista nuova formula»: un giornalista che, oltre a scrivere i testi, sapesse anche realizzare immagini «viventi, attuali, palpitanti». Patellani si avvicina alla fotografia dopo la laurea in Legge, durante il servizio militare in Africa nel 1935, quando documenta con una Leica le operazioni del Genio Militare italiano. Dal 1939 collabora con il settimanale “Tempo” di Alberto Mondadori che si rifaceva all’esperienza dell’americano «Life» adattato alla realtà italiana. Sensibile e colto narratore, testimone puntuale della società italiana, Patellani (scomparso a Milano nel 1977) racconta senza retorica l’Italia nel dopoguerra, che cerca di dimenticare il passato recente e di ritrovare le proprie radici, ma narra anche la ripresa economica di un Paese che sta cambiando pelle, passando da contadino a industriale, la moda, il costume e la vita culturale.

L’Italia in cento scatti. Le curatrici hanno selezionato dal Fondo conservato presso il Museo di Fotografia Contemporanea di Milano-Cinisello Balsamo, costituito da quasi 700 mila immagini tra stampe originali, negativi, diapositive e provini a contatto, un centinaio di fotografie in bianco e nero che meglio rappresentano le tappe fondamentali della carriera di Patellani dalla fine della Seconda guerra mondiale alla metà degli anni Sessanta, quando il fotografo si dedicò soprattutto alla fotografia di viaggio. Il percorso espositivo è suddiviso in sezioni che rappresentano i temi più importanti della sua produzione: la distruzione delle città italiane alla fine della Seconda guerra mondiale, la ricostruzione e la ripresa economica, il sud Italia e la Sardegna, la nascita dei concorsi di bellezza e la ripresa del cinema italiano, i ritratti dei più importanti intellettuali del Novecento come Benedetto Croce, Thomas Mann, Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Elio Vittorini, Bruno Munari. E grazie all’amicizia con registi e produttori come Carlo Ponti, Mario Soldati, Dino De Laurentiis e Alberto Lattuada, realizza servizi fotografici sui set di importanti film italiani e internazionali e ritrae alcuni tra i volti più noti del cinema: da Totò ad Anna Magnani, da Gina Lollobrigida a Silvana Mangano, da Vittorio De Sica a Luchino Visconti e da Sophia Loren a Roberto Rossellini.

La Monza del dopoguerra. Una sezione è dedicata alle fotografie di Monza. Alcune immagini inedite, che raccontano la città, le gite domenicali al Canale Villoresi, il Parco e l’Autodromo negli anni del dopoguerra, eleganti servizi di moda in Villa Reale e l’amico e artista monzese Leonardo Spreafico, ritratto nel suo studio

L’omaggio a «Stromboli». Infine un omaggio al film di Roberto Rossellini «Stromboli. Terra di Dio», a quasi settant’anni dalla sua uscita: a fianco degli straordinari ritratti di Ingrid Bergman e del regista, una bacheca con le pagine del servizio pubblicato da «Tempo» nel 1949, che documentano la realizzazione del film, i luoghi e i protagonisti, insieme ai provini delle immagini che raccontano il metodo di lavoro di Patellani.

Dal 25 Maggio 2019 al 28 Luglio 2019 – Arengario Monza

Le mostre di Cortona On The Move

Torna anche quest’anno il famoso festival di Cortona con una nuova edizione e dun nuovo tema.  Il focus di quest’anno si muove attorno al rapporto tra gli umani e il paesaggio. La natura e l’ambiente sono parole chiavi ai giorni nostri. Sia nell’ambito delle problematiche ecologiche e urgenti che vanno affrontate, che in relazione alla situazione economico-sociale mondiale, il territorio è un protagonista centrale del vivere umano.

Il festival quest’anno ospita mostre di Simon Norfolk, Paolo Verzone, Diana Markosian, Gideon Mendel e Nadia Bseiso, tra le altre. Trovate il programma completo e con tutte le location qua.

Dall’11’luglio al 29 settembre – Cortona sedi varie

The Red Road Project – Carlotta Cardana e Danielle SeeWalker

Sage Honga, 22 (at time of photograph), of the Hualapai tribe, earned the title of 1st attendant in the 2012 Miss Native American USA pageant. From that point forward, she has been encouraging Native youth to travel off the reservation to explore opportunities. In Native American culture, knowledge is power and the youth are encouraged to leave the reservations, receive an education and then come home to give back to your people. Sage continues to speak to youth focusing on four fundamental principles: traditionalism, spirituality, contemporary issues and education. Sage stands at the base of the Grand Canyon in waters that are sacred to her people. She wears a traditional, hand-made dress and natural make-up on her face.

Il Museo del Paesaggio di Verbania presenta presso gli spazi di Villa Giulia a Verbania Pallanza The Red Road Project”, un progetto della fotografa Carlotta Cardana e dell’artista Lakota Danielle SeeWalker.

La mostra, curata e prodotta da Fonderia 20.9 di Verona, mette al centro il rapporto tra identità della comunità, cultura e paesaggio, nello specifico con una rilettura del complesso legame odierno dei nativi d’America con la loro terra e la cultura tradizionale. Circa 70 opere, tra immagini d’archivio e fotografie realizzate appositamente per il progetto, esplorano e documentano il rapporto tra la cultura tradizionale dei nativi americani e l’identità delle popolazioni tribali di oggi, in un viaggio tra diversi stati USA.

IL PROGETTO DI RICERCA ARTISTICA SECONDO LE AUTRICI

Costituendo appena l’1% della popolazione americana totale, i nativi americani vivono spesso ai margini e la loro voce non viene ascoltata. Hanno subito, e subiscono tuttora, una sorta di segregazione forzata occupando gli ultimi posti della società americana secondo tutti gli indicatori, dal tasso di disoccupazione dell’88 per cento, alla seconda più bassa aspettativa di vita al mondo. Non è azzardato affermare che le riserve indiane siano “isole di Terzo mondo” all’interno della più grande potenza economica mondiale. Tossicodipendenza, alcolismo, abusi sessuali, povertà, criminalità e i più alti tassi di suicidio nel Paese sono solo alcune delle conseguenze di secoli di oppressione e continui tentativi di assimilazione.

The Red Road Project  (La Strada Rossa) vuole esplorare il rapporto tra la cultura tradizionale dei nativi americani e l’identità delle popolazioni tribali di oggi, attraverso un viaggio in North Dakota, South Dakota, Wyoming, Nevada, Colorado, Arizona, New Mexico, California, Louisiana, North Carolina.

Il titolo di questo progetto si riferisce agli insegnamenti che incoraggiano a seguire “la strada rossa”, ovvero procedere verso un cambiamento positivo nonostante un contesto avverso, ed è per questo ancora più sorprendente lo sforzo dei nativi per migliorare le condizioni delle comunità e riconquistare la propria identità. Il legame con la terra, con la lingua e le tradizioni sono solo alcuni degli strumenti utilizzati per il processo di legittimazione e di miglioramento.

La mostra, oltre a guardare alla condizione attuale dei nativi americani, racconta anche alcuni fatti storici come quello delle “boarding schools”, i collegi in cui venivano mandati i bambini indiani, tra la fine del diciottesimo e inizio del diciannovesimo secolo, fino al compimento della maggiore età. Operando in base al motto “uccidi l’indiano, ma salva l’uomo”, queste scuole hanno causato la quasi totale perdita delle tradizioni e della lingua.

DAL 09/06/2019 AL 29/09/2019 – Museo del Paesaggio – Verbania

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SOTTO LA TENDA DI ABRAMO – DEIR MAR MUSA EL-HABASCI – Ivo Saglietti

La mostra racconta, attraverso le immagini di Ivo Saglietti, la vita e le giornate all’interno dell’antico monastero siro antiocheno Deir Mar Musa el-Habasci (San Mosè l’Abissino), un luogo dove tutte le comunità religiose si possono incontrare, creando dei momenti comuni di dialogo e di preghiera. Alla ricostruzione del monastero, voluto fortemente da Padre Paolo Dall’Oglio, hanno partecipato sia musulmani che cristiani.

“Il tuo modo di fotografare è un vivere assieme, nella luce normale del quotidiano, dal mattino, alla sera, alle candele della notte, senza schermi, riflettori e lampi. La tua macchina fotografica è discreta, rumore quasi zero. Ma non è per rubare le immagini; è piuttosto per riceverle con cortesia e affetto. I tuoi scatti non sono quelli d’un fotoreporter, ma quelli d’un compagno di strada che diventa amico”.

Questo breve passo tratto da una lettera di Padre Paolo Dall’Oglio a Ivo Saglietti, ci fa capire pienamente il rapporto venutosi a creare tra l’autore e la comunità presente nel Monastero.

Orario mostra tutti i giorni 10-18

dal 13 luglio all’08 agosto 2019 – Forte di Santa Tecla – Sanremo

Il mondo nell’obiettivo – I fotografi delle Ong

Il CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’autore di Bibbiena (AR), ente nato per volontà della FIAF, la storica Federazione Italiana Associazioni Fotografiche, presenta la mostra fotografica “Il Mondo nell’obiettivo. I fotografi delle Ong” curata da Claudio Pastrone in collaborazione con Giovana Calvenzi e Giuseppe Frangi. L’esposizione si terrà da sabato 15 giugno a domenica 8 settembre 2019 presso il CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena (Via delle Monache 2) con inaugurazione il 15 giugno alle ore 17.30 e preceduta, alle ore 16.00, da un incontro-dibattito presieduto da Giuseppe Frangi della rivista VITA, organo di informazione di riferimento per le maggiori Ong italiane, con la partecipazione di rappresentanti delle Ong, dei fotografi e dei curatori per parlare delle opere esposte e delle motivazioni che le hanno fatte nascere.

“Mai come in questi tempi il tema delle Organizzazioni non governative è stato al centro dell’attenzione pubblica- scrive Giuseppe Frangi, che ha realizzato l’opera di scouting dei lavori in mostra -. È un’attenzione che spesso ha assunto toni polemici e verbalmente violenti, che finisce con il relegare in secondo piano il lavoro capillare e sistematico che la cooperazione italiana continua a svolgere in contesti difficili e marginali.

È un’azione meritoria, sia a livello sociale che culturale, che tra le sue ricadute ha anche quella di tenere aperti canali di conoscenza con aree dimenticate del mondo. In molti casi questo è anzi un impegno prioritario di cui le Ong si fanno carico, come dimostra la mostra proposta dal Centro italiano di fotografia. Sono decine i fotografi che in questi anni recenti, grazie all’appoggio delle organizzazioni, hanno documentato contesti ed emergenze dimenticati. Non si tratta semplicemente di testimoniare con le immagini i progetti che gli enti di cooperazione hanno realizzato. L’obiettivo è sempre più largo, al punto che questi reportage finiscono con lo svolgere quasi una funzione di supplenza rispetto ad una grande informazione, sia carta stampata che televisiva, che hanno sempre più ridotto impegno ed investimenti rispetto all’informazione internazionale. Il risultato è stato quello di ridurre le conoscenze e di alimentare inevitabilmente una cultura dell’indifferenza.

Le Ong invece hanno continuato ad investire, pur in tempi non semplici, nella documentazione soprattutto visiva, mostrando in particolare una grande fiducia nello strumento fotografico. La fotografia nella sua oggettività garantisce uno sguardo ravvicinato e fedele; è anche coinvolgente e quindi capace di mobilitare le coscienze rispetto a situazioni che richiedono un impegno diffuso. I fotografi delle Ong infatti mettono in campo professionalità, passione e anche un’adesione solidale agli obiettivi delle Ong, ben riconoscibile nei lavori presentati a Bibbiena.”

La mostra vede coinvolte le Ong e i fotografi:

•             ActionAid (fotografi Alessandro Serranò e Marco Gualazzini)             Amref (fotografe Diana Bagnoli e Valentina Tamborra)

             Amref (fotografe Diana Bagnoli e Valentina Tamborra)

•             AVSI (fotografi Stefano Schirato e Andrea Signori)

•             AVSI  – CHE ARTE (fotografo Tanino Musso)

•             CIAI (fotografi Studio14photo: Marco Sartori, Andrea Arcidiacono e dei fotografi Massimiliano Pescarolo e Alessandro Castiglioni)

•             COOPI ( fotografo Abdoulaye Barry)

•             Emergency ( fotografo Mario Dondero)

•             Fondazione Francesca Rava – Nph Italia (fotografo Stefano Guindani)

•             Funima International (fotografo Giovanni Marrozzini)

•             Save the Children (fotografi Francesco Alesi e Giancarlo Ceraudo)

•             WeWorld (fotografa Isabella Balena)

15 giugno – 8 settembre 2019  – CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’Autore

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A CERTAIN BLOOM – Kristina Bengtsson

A certain bloom è una mostra di Kristina Bengtsson presso Fonderia 20.9 a Verona. La mostra è a cura di Paola Paleari ed è la prima presentazione personale dell’artista svedese in Italia.
Nella sua pratica, Bengtsson spesso esplora lo spazio residuo tra le categorie razionali prestabilite che adottiamo per orientarci nella nostra vita quotidiana. La mostra indaga nozioni quali il romanticismo, il tempo, la natura e l’artificio – concetti creati dall’uomo, e quindi altamente soggettivi e aperti all’interpretazione.
Presso Fonderia 20.9 viene presentata una selezione di lavori, in origine realizzati individualmente e in momenti diversi, che qui si uniscono in un concerto di voci orchestrate per l’occasione. Combinando fotografia, scultura, scrittura e suono, A certain bloom suggerisce che il modo in cui definiamo le cose non dovrebbe influenzare ciò che esse sono realmente.

21.6 – 13.7.2019 – Fonderia 20.9 – Verona

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Nicholas Dominic Talvolta – Model 3255

Fotografia in pellicole 35mm, registrazioni analogiche, musica dal vivo.
Installazione con tromba, synth analogico e anni di registrazioni con micro-cassette che si mescolano per creare una colonna sonora dal vivo e permettere agli ospiti di vedere le fotografie durante l’inaugurazione della mostra.

Dal 15 giugno al 5 luglio – Spazio Raw – Milano
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Mostre per aprile

Ciao, con aprile inizia la stagione dei festival di fotografia e nuove imperdibili mostre vi aspettano. Non mancate!

Anna

diane arbus: in the beginning

Diane Arbus. Jack Dracula at a bar, New London, Conn. 1961.

Diane Arbus made most of her photographs in New York City, where she was born and died, and where she worked in locations such as Times Square, the Lower East Side and Coney Island. Her photographs of children and eccentrics, couples and circus performers, female impersonators and midtown shoppers, are among the most intimate, surprising and haunting works of art of the twentieth century.

Organised by The Metropolitan Museum of Art, New York and adapted for Hayward Gallery, diane arbus: in the beginning takes an in-depth look at the formative first half of Arbus’ career, during which the photographer developed the direct, psychologically acute style for which she later became so widely celebrated.

The exhibition features more than 100 photographs, the majority of which are vintage prints made by the artist, drawn from the Diane Arbus Archive at The Metropolitan Museum of Art, New York. More than two-thirds of these photographs have never been seen before in the UK.

Tracing the development of Arbus’ early work with a 35mm camera to the distinctive square format she began using in 1962, the exhibition concludes with a presentation of A box of ten photographs, the portfolio Arbus produced in 1970 and 1971, comprising legendary portraits including Identical twins, Roselle, N.J. 1967 and A Jewish giant at home with his parents in the Bronx, N.Y. 1970.

13 FEB – 6 MAY 2019 Hayward Gallery – London

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Alex Majoli Scene

Europe, Asia, Brazil, Congo. For eight years, across continents and countries, Alex Majoli has photographed events and non-events. Political demonstrations, humanitarian emergencies and quiet moments of daily life. What holds all these disparate images together, at first glance at least, is the quality of light and the sense of human theatre. A sense that we are all actors attempting, failing and resisting the playing of parts that history and circumstance demand; and a sense that we are all interconnected. Somehow. Majoli’s photographs result from his own performance. Entering a situation, he and his assistants slowly go about setting up a camera and lights. This activity is a kind of spectacle in itself, observed by those who may eventually be photographed. Majoli begins to shoot, offering no direction to people who happen to be in their own lives before his camera. This might last twenty minutes, or even an hour or more. Sometimes the people adjust their actions in anticipation of an image to come, refining their gestures in self-consciousness. Sometimes they are too preoccupied with the intensity of their own lives to even notice. Either way, the representation of drama and the drama of representation become one.

˝We must not derive realism as such from particular existing works, but we shall use every means, old and new, tried and untried, derived from art and derived from other sources, to render reality to men in a form they can master […]. Our concept of realism must be wide and political, sovereign over all conventions.˝ — Bertolt Brecht

Most of Alex Majoli’s photographs were made during daylight, and he could have easily photographed his scenes with no additional illumination. Flash was not a matter of necessity; it was a choice, an interpretive, responsive choice. Alex Majoli uses very strong flash lighting. It is instantaneous and much brighter than daylight. It illuminates what is near but plunges the surroundings into darkness, or something resembling moonlight. Spaces appear as dimly lit stages and, regardless of the ambient light that exists, everything seems to be happening at the sunless end of the day. Alex Majoli’s approach to image making constitutes a profound reflection upon the conditions of theatricality that are implicit in both photography and a world we have come to understand as something that is always potentially photographable. If the world is expecting to be photographed, it exists in a perpetual state of potential theatre. In photographs we do not see people, we see people who have fulfilled their potential to be photographed. People in photographs strike us as both actual and fictional at the same time. Actual in that their presence before the camera has been recorded; fictional in that the camera has created a scenic extract from an unknowable drama. The illusionism of photography is inseparable from the contemplation of its illusion. This does not negate the documentary potential of the image although it does imply that documentary itself ought to accept the theatricality of its own premise. His images do this not by resolving the tensions between artwork and document but by dramatizing them, making them thinkable in the midst of our pictorial and documentary encounter with the contemporary world. – David Campany

February 22 – April 28, 2019 – Le Bal – Paris

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Le mostre dell’Italian Street Photo Festival

Durante la seconda edizione dellItalian Street Photo Festival, che si terrà a Roma dal 26 al 28 aprile, si avrà la possibilità di visitare tre mostre dedicate interamente alla Street Photography.

Nikos Economopoulos è nato nel Peloponneso, in Grecia. Ha studiato legge a Parma, in Italia, e ha lavorato come giornalista. Nel 1988 ha iniziato a fotografare in Grecia e in Turchia e alla fine ha abbandonato il giornalismo per dedicarsi alla fotografia. È entrato in Magnum nel 1990 e le sue fotografie hanno iniziato ad apparire su giornali e riviste in tutto il mondo. Nello stesso periodo, ha iniziato a viaggiare e fotografare molto nei Balcani.

Pau Buscató è un fotografo di Barcellona, ​​con sede in Norvegia dal 2009 (prima Bergen, Oslo ora). Dopo aver studiato e lavorato nel campo dell’architettura per molti anni, alla fine ha lasciato il 2014 per dedicarsi esclusivamente alla fotografia di strada. È membro del collettivo internazionale Burn My Eye dal 2017. Dopo un avvio lento nel 2012, Pau ha iniziato a lavorare a tempo pieno in Street Photography nel 2014

La terza mostra vedrà esposte le immagine dei finalisti dei concorsi indetto in occasione del festival.

26-28 aprile 2019 – Officine Fotografiche – Roma

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Le mostre di Fotografia Europea 2019

Torna a Reggio Emilia Fotografia Europea. La XIV edizione – che quest anno seguirà il tema Legami – si svolgerà dal 12 aprile al 9 giugno 2019 con mostre, conferenze, spettacoli e workshop.

Tra le mostre del circuito principale vi segnaliamo, fra le altre Horst P. Horst a Palazzo Magnani, Larry Fink a Palazzo Da Mosto, Vincenzo Castella alla Sinagoga. Tornano le mostre ai Chiostri di San Pietro dove saranno ospitate diversee mostre a tema Giappone, il paese ospite di quest’edizione di Fotografia Europea. Tema che verrà declinato con mostre di autori giapponesi emergenti, ma anche con progetti di autori europei o asiatici.

Dal 12 aprile al 9 giugno – Reggio Emilia, sedi varie

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Charlie surfs on lotus flowers – Simone Sapienza

Spazio Labo’ presenta la mostra Charlie surfs on lotus flowers di Simone Sapienza, progetto espositivo che nasce dall’omonimo libro edito nel 2018 da AKINA.
Affascinato dalle contraddizioni delle conseguenze della guerra in Vietnam, un paese che si trova in un limbo tra l’economia capitalista di libero mercato e le rigide leggi del Partito Comunista, Simone Sapienza ha intrapreso un viaggio personale in una delle nazioni che più hanno influenzato la storia del secondo Novecento.
Charlie surfs on lotus flowers è un ritratto del Vietnam attuale tra memorie di occupazione, tracce di comunismo e desiderio di consumismo.
Circa quarant’anni dopo la vittoria dei Vietcong contro l’America, il Vietnam ha oggi cambiato radicalmente sogni e ambizioni. Resa forte da una popolazione giovanissima e da una nuova generazione piena di energia, l’economia del Vietnam detiene uno tra i più alti tassi di crescita al mondo. Tuttavia, dietro questa illusoria libertà di mercato, il governo comunista detiene ancora il potere politico assoluto. Partendo da una profonda fase di ricerca a livello storico, il progetto è una documentazione metaforica della società vietnamita contemporanea, con un’attenzione particolare su Saigon, ultima città conquistata dai Vietcong ed oggi motore dell’economia nazionale.

Dopo tutta quella fatica ad allontanare l’Occidente e a difendere l’uguaglianza, ci si è finalmente conquistati la libertà di essere diversi gli uni dagli altri, proprio come lo sono tutti là fuori. Oggi il Vietnam è un paese giovanissimo fatto di led e di plexiglas, una delle future tigri asiatiche che, a turno, ricordano al mondo quanto tempo ha perso per cercare di cambiarle, e quanto tempo perde adesso a rincorrerle. E mentre tutti si sorbiscono la globalizzazione e il neoliberismo facendo finta che siano una scelta, lì la storia viene imposta dal Partito Comunista nazionale con sincero totalitarismo: privatizzazioni e libero mercato, meno tasse e più sorrisi. […] La globalizzazione, a quanto pare, comincia proprio a metà degli anni settanta, quando gli Stati Uniti, uscendosene dallo scenario vietnamita, consacrano questa nuova, grande, fantastica strategia: combattere il fuoco con il fuoco non serve e niente. L’ideologia non si batte con l’ideologia, e soprattutto la resistenza non si batte resistendo. Al potere basta l’economia. E una manciata di immagini.
Dal testo critico di Roberto Boccaccino.

4 aprile – 24 maggio 2019 – Spazio Labò – Bologna

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Lisetta Carmi – Da Genova verso il resto del mondo

Il CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’Autore, ente nato per volontà della FIAF – Federazione Italiana Associazioni Fotografiche, associazione senza fini di lucro che si prefigge lo scopo di divulgare e sostenere la fotografia su tutto il territorio nazionale, presenta la nuova mostra retrospettiva “Lisetta Carmi – Da Genova verso il resto del mondo” che si terrà al CIFA da sabato 30 marzo a domenica 2 giugno 2019 (Via delle Monache 2, Bibbiena, AR). Inaugurazione prevista per il 30 marzo a partire dalle ore 16.30.

Il percorso espositivo è suddiviso in 11 temi che partono dal racconto del porto e dei travestiti di Genova, passando per Israele, la Sardegna, Parigi, il Venezuela, l’Afghanistan, l’Irlanda, l’India e la Sicilia. L’occhio fotografico della Carmi si posa su particolari significativi e l’autrice riesce a sintetizzare in poche immagini l’atmosfera di un luogo. Tra questi reportage sono stati inseriti due ritratti del poeta americano Ezra Pound: in breve tempo e con pochi scatti, riesce a cogliere l’essenza più profonda del personaggio, compiendo un capolavoro di introspezione psicologica che verrà premiato nel 1966 con il “Premio Niépce per l’Italia”.

Se si esclude il lavoro sulla metropolitana di Parigi dove le persone perdono la propria riconoscibile identità per diventare massa in movimento che percorre spazi artificiali e disumanizzanti, sono sempre le persone ad attrarre la sua attenzione. Attraverso di loro riesce a darci un’immagine della loro vita e dei luoghi che abitano.

Nella serie sull’India la figura del protagonista è affidata al suo maestro, Babaji, ritratto in immagini particolarmente evocative della spiritualità che emana dai suoi atteggiamenti, ma in tutti gli altri casi è un’umanità ai margini del mondo industriale e postindustriale contemporaneo che popola le fotografie di Lisetta.

In molti suoi servizi, a cominciare dal quello sui travestiti, compaiono i bambini, che con la loro naturale innocenza superano ogni pregiudizio. Lì però non sono i protagonisti come in quello su Israele dove i bimbi ebrei e palestinesi ci fissano con sguardi che rendono difficilmente condivisibili le ragioni degli scontri tra i due popoli. O quello sull’Irlanda del Nord: vederli giocare tra le macerie fisiche e morali provocate da una lotta fratricida, da una parte stempera la drammaticità degli avvenimenti, dall’altra ci conferma tutto l’orrore che suscita la violenza. I bambini che appaiono in misura più o meno rilevante in ogni tema, assumono il ruolo di mediatori tra la realtà contradditoria e spesso drammatica del presente, e la speranza verso un futuro migliore.

Lisetta Carmi ha realizzato i suoi lavori fotografici nell’arco di 18 anni; poi la sua vita cambia completamente grazie all’incontro con il maestro indiano Babaji, e nell’ultima parte si ritira a Cisternino. Lisetta vive di spiritualità in modo spartano e senza i moderni mezzi di comunicazione come il computer e Internet. Vicino a casa sua però c’è un edicolante che non solo espone i suoi libri, ma le fa anche da tramite con il resto del mondo ricevendo la posta elettronica a lei indirizzata e inviando le sue risposte. Anche se distante dal mondo, vuole continuare a capirlo.

30 marzo – 2 giugno 2019 – CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’Autore, Bibbiena

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Alessandra Calò – Kochan

Kochan è il nome del progetto fotografico che Alessandra inizia nel 2016 quando scopre che la New York Public Library aveva messo online una buona parte dei suoi documenti d’archivio.

Trascorre giorni interi tra carte geografiche, manoscritti e lettere. Ma è dalle mappe che viene attratta e, accompagnata dai loro segni e dalle loro tracce, decide di affiancarle ad una serie di autoritratti.

“Kochan” è un nome: quello del protagonista di “Confessioni di una maschera” (Yukio Mishima, 1949). Una sorta di diario di viaggio, che accompagna il lettore alla scoperta di frammenti di vita e identità del protagonista.

In questo elegantissimo e intenso “viaggio” personale ma universale,  dove mappe e materiali d’archivio si sovrappongono ad aree del corpo e viceversa, Alessandra Calò registra implacabile stati d’animo, fantasie, turbamenti, dolori e gioie che si susseguono dietro il percorso a prove ed errori, della ricerca di noi stessi e lo fa con un impegno talmente minuzioso e sincero da provocare in chi guarda le sue immagini quasi la sensazione di una profanazione, come se ci spingesse nel luoghi più reconditi e privati.

Partendo da riflessioni sul concetto di identità, in questo progetto anche lei, come Kochan, ha cercato di immaginare il viaggio che ogni persona compie per scoprire e affermare se stesso, considerando il corpo come fosse territorio da esplorare.

Un percorso indubbiamente non semplice: “Ho voluto paragonare il corpo a un territorio da esplorare, come in un viaggio dove la mappa non possiede coordinate – spiega la Calò – In questo progetto fotografico ho sovrapposto immagini e documenti d’archivio e, per la prima volta, ho deciso di inserire un elemento umano contemporaneo. In particolare mi sono posta di fronte alla macchina fotografica, scegliendo di rendere la mia identità – fisica e intellettuale – soggetto di questa ricerca”.

La sua raffinatezza e delicatezza visiva sono molto somiglianti al modo con cui Mishima, con parole di assoluta bellezza, narrava dell’amore e del desiderio, del corpo e dell’anima, indicando quanto sia profondamente doloroso lottare con se stessi alla ricerca di una propria identità.

Dall’8 aprile al 1 giugno – Galleria VisionQuesT 4rosso – Genova

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Vincenzo Castella –  Milano

“Vincenzo Castella ritrae il mondo non come somma di forme, linguaggi e oggetti ma come correlazione di spazi privati e collettivi della nostra società”. Frank Boehm

Dal 27 febbraio al 27 aprile 2019, BUILDING presenta Milano, mostra personale di Vincenzo Castella, a cura di Frank Boehm. La mostra – che si compone di trenta opera di medio e grande formato, oltre cento immagini inedite del lavoro sulla costruzione dello stadio di San Siro e tre proiezioni video – vuole essere un’antologia inedita sul lavoro svolto da Vincenzo Castella a Milano. Artista riconosciuto a livello internazionale, la produzione di Castella si colloca principalmente nell’ambito della fotografia di paesaggio, inteso come contesto costruito dall’uomo e ambiente scenico proprio delle città. Il titolo della mostra è significativo, chiara intenzione di un tributo alla città protagonista dell’esposizione e filo conduttore di una produzione che compare nella ricerca di Vincenzo Castella già dalla fine degli anni ottanta. Milano è per l’artista città d’adozione, attuale residenza, il luogo dove la ricerca sulla città ha il suo inizio. Il progetto espositivo è costruito attraverso immagini di grande formato, caratteristiche della produzione di Castella, organizzate dal curatore Frank Boehm in tre sezioni: Rinascimento, Contesto Urbano e Natura. La mostra si apre con le vedute di interni rinascimentali milanesi, chiese, angoli e mura sacre fra i più noti, come il Cenacolo vinciano e la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, che costituiscono la parte più recente della produzione dell’artista. Gli spazi del primo e del secondo piano ospitano gli scatti sul contesto urbano di Milano, con un approfondimento sulla costruzione dello stadio di San Siro, serie del 1989 da cui successivamente prende forma e si sviluppa la produzione artistica legata agli spazi urbani. Al terzo piano il tema è legato alla natura: Castella non cerca una natura paesaggistica, ma guarda a una natura interna, mediterranea e tropicale, collezionata e adattata all’altezza di una architettura che la ospita, sviluppata attraverso l’educazione umana. Un’attenzione che inizia per l’artista nel 2008 e che tutt’oggi prosegue come tensione per un’ipotesi di nuove riflessioni.

La rappresentazione e così l’analisi della città si compongono dall’esperienza di ambienti così diversi tra di loro, legati concettualmente da un approccio di straniamento: mentre tutte le foto ritraggono luoghi quotidiani ed accessibili, ripresi da punti di vista terrestri – l’artista e lo spettatore fanno sempre parte dello stesso spazio, interno all’architettura, interno alla metropoli – le immagini sono tutt’altro che comuni. La misura della distanza crea una sensazione di straniamento, un nuovo punto di vista. La realizzazione delle stampe di grande formato, sui cui l’artista è solito lavorare, richiede grande impegno e tempi lunghi nella preparazione dell’opera finale. Questo approccio di lavoro fa sì che la produzione delle immagini di Vincenzo Castella si distribuisca nel tempo in modo rarefatto, con opere di una cura e una qualità del dettaglio estremi.

Dal 27 febbraio al 27 aprile – Building – Milano

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Tina Modotti fotografa e rivoluzionaria

Sessanta immagini, tra le più importanti ed evocative del percorso umano, politico e artistico di Tina Modotti. In particolare, brillano all’interno della mostra i capolavori scattati durante gli anni messicani, periodo maggiormente fecondo e appassionato dell’attività della Modotti. 
La mostra ricostruisce in maniera il più possibile documentata la sua straordinaria vicenda artistica come la sua non comune vicenda umana che la rese protagonista in quegli anni in Messico, Russia, Spagna, Germania.
Nata a Udine alla fine dell’Ottocento, Tina Modotti è stata un esempio straordinario di donna e di fotografa profondamente impegnata nella società. Attrice, modella, rivoluzionaria, fotografa: donna audace e scandalosa, dal fascino esotico, emigrata per inseguire la carriera di attrice a Hollywood, trova la fotografia e l’amore con Edward Weston; insieme saranno in Messico dove scopre un intero paese, la sua vera vocazione di fotografa e di rivoluzionaria. 
La carriera fotografica di Tina Modotti è breve, ma articolata. Da una prima fase “romantica”, come venne definita da Manuel Alvarez Bravo, in cui si dedica alla natura, passa a una fase decisamente più rivoluzionaria in cui racconta la vita e il lavoro: la fotografia diventa allora un mezzo per le sue denunce sociali. Frequenta i più importanti artisti e intellettuali messicani e americani, da Frida Kahlo a Dos Passos, ai pittori muralisti; coltiva la sua passione e il suo impegno politico al punto di utilizzare il mezzo fotografico come strumento della sua militanza, pubblicando per riviste di partito. Bandita dal suo paese d’adozione in seguito a una accusa di tentato omicidio, Tina torna in Europa, vive nella Russia Sovietica, si occupa di rifugiati e perseguitati politici. Infine si unisce alle Brigate Internazionali nella guerra civile spagnola dove incontra e frequenta personaggi del calibro di Capa, Hemingway, Malraux. Al suo ritorno in Messico, sotto pseudonimo, insieme al suo compagno nella vita e nella lotta politica, Vittorio Vidali, conduce una difficile vita da clandestina. Muore in circostanze misteriose il 5 gennaio 1942. Neruda scriverà una poesia dedicata a lei, i cui primi versi saranno l’epitaffio scolpito sulla sua lapide,

13 aprile – 1 settembre 2019 –
Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, Palazzo Bisaccioni, Jesi (AN)

Thomas Struth

La Fondazione MAST presenta una selezione di grandi fotografie a colori realizzate da Thomas Struth a partire dal 2007 in siti industriali e centri di ricerca di tutto il mondo, che rappresentano l’avanguardia della sperimentazione e dell’innovazione tecnologica. Artista tra i più noti della scena internazionale, Struth, nelle 25 immagini di grande formato esposte nella PhotoGallery di MAST, ci mostra luoghi solitamente inaccessibili, offrendoci uno spaccato del mondo che si cela dietro la tecnologia avanzata.

Laboratori di ricerca spaziale, impianti nucleari, sale operatorie, piattaforme di perforazione sono fotografati con minuziosa attenzione, distaccata curiosità e una spiccata sensibilità estetica. L’artista punta l’attenzione sulle macchine in quanto strumenti di trasformazione della società contemporanea e ci mostra una serie di sperimentazioni scientifiche e ipertecnologiche, di nuovi sviluppi, ricerche, misurazioni e interventi che in un momento imprecisato, nel presente o nel futuro, in modo diretto oppure mediato, faranno irruzione nella nostra vita e ne muteranno il corso. Attraverso queste opere siamo in grado di percepire tutta la complessità, la portata, la forza dei processi, ma anche di intuire il potere, la politica della conoscenza e del commercio che essi celano.

Su un versante tematico diverso, al livello 0 della Gallery, nella videoinstallazione Read This Like Seeing It For The First Time (Leggilo come se lo vedessi per la prima volta) del 2003, l’artista rappresenta il lavoro umano, la capacità propria dell’uomo di operare con la massima precisione manuale e artistica. Il video, che registra cinque lezioni di chitarra classica svolte da Frank Bungarten nell’Accademia musicale di Lucerna, illustra l’interazione puntuale tra insegnante e studenti, lo scambio necessario tra insegnamento e apprendimento, tra il dare e il ricevere.

2 febbraio  – 22 aprile – MAST Bologna

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Il colore e la geometria dell’anima – Franco Fontana

Si inaugura il prossimo 9 aprile alle ore 17.30 questa splendida retrospettiva sul lavoro di Franco Fontana, uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea.
Direttore artistico: Giovanni Gastel
Curatrice: Maria Cristina Brandini

9 – 28 aprile – Broletto – Como

Birgit Jürgenssen Io sono.

Io sono. è la prima grande retrospettiva che un’istituzione museale italiana dedica a Birgit Jürgenssen (Vienna, 1949-2003), tra le più importanti e sofisticate interpreti delle istanze del suo tempo.

La GAMeC rende omaggio a questa straordinaria e ancora poco valorizzata artista ospitando un progetto espositivo, a cura di Natascha Burger e Nicole Fritz, nato in stretta collaborazione con Estate Birgit Jürgenssen, Kunsthalle Tübingen (Germania) e Louisiana Museum of Modern Art di Humlebæk (Danimarca). Birgit Jürgenssen ha attinto ai linguaggi del Surrealismo per trattare convenzioni sociali, sessualità, canoni di bellezza e rapporti tra i sessi con un linguaggio ironico e un umorismo sovversivo che ha spesso coinvolto l’immagine dell’artista stessa. Il corpo messo in scena non è mai ostentatamente esibito, quanto piuttosto celato e poi svelato attraverso l’uso di maschere, inserti, materiali naturali, quasi delle estensioni, o protesi, utili a scandagliare le profondità psicologiche ed emotive del femminile. Articolata in sei sezioni, Io sono. offre uno spaccato esaustivo sulla produzione dell’artista austriaca attraverso oltre 150 lavori realizzati in quarant’anni di ricerca, tra disegni, collage, sculture, fotografie, rayogrammi, gouache e cianotipie. Il percorso espositivo occupa tutte le sale della Galleria, dai disegni dell’infanzia, firmati “BICASSO”, ai lavori più maturi, di grande formato, passando attraverso i giochi linguistici e letterari, che raccontano la contaminazione tra narrazione e rappresentazione, fino a focalizzarsi, nella parte centrale, sui due grandi temi che contraddistinguono la ricerca dell’artista: il genere e la natura. In origine Birgit Jürgenssen intendeva soprattutto mostrare e contestare “i pregiudizi e i modelli di comportamento a cui sono soggette le donne all’interno della società”. Per farlo adottò un’ironia pungente, giocando con i diversi concetti di identità. L’abitazione privata, vista come luogo deputato alle funzioni femminili, diviene, nelle sue opere, un luogo di costrizione, e oggetti quotidiani come scarpe, abiti e fornelli vengono presentati in maniera enigmatica o sarcastica. L’artista interroga e decostruisce, così, il mito del potere e del desiderio degli uomini senza cadere nella trappola di un dualismo semplificato, estendendo la sua riflessione a tutti i modelli di genere, sia maschili sia femminili, codificati dalla società. Ma sin dagli anni Settanta il suo pensiero si evolve, aprendosi a nuove considerazioni sulla natura profonda dell’uomo e sul rapporto natura-cultura. Queste tematiche, fino ad ora messe in secondo piano nel racconto dell’esperienza dell’artista, trovano ampia descrizione all’interno della mostra. Lo Strutturalismo, la Psicanalisi e l’Etnologia hanno infatti stimolato Birgit Jürgenssen a interrogarsi sulla dialettica tra componente animale, istintuale, e identità femminile, e sulla svalutazione e il feticismo dell’oggetto. Il “pensiero selvaggio” di Jürgenssen la spinge a tracciare sul proprio corpo le relazioni tra uomo e animale. In questo processo l’artista dà vita a creature ibride, in cui l’animale è ancorato, innestato all’interno dell’essere umano, secondo un sistema di relazioni fluide. Lo stesso accade con gli elementi vegetali, attraverso una serie di lavori che mettono in discussione la visione antropocentrica più comune, promuovendo un punto di vista sistemico attorno ai processi del vivente. Ciò che trova espressione nei lavori dell’artista sono corpi percepiti non come forme, ma come “formazioni”, organismi viventi che promuovono una sensibilità ecologica “profonda”, un’attenzione per il valore intrinseco delle specie, dei sistemi e dei processi naturali. L’opera di Birgit Jürgenssen assume un nuovo significato nel nostro presente: in un momento storico in cui assistiamo alla rimessa in discussione di principi e diritti fondamentali e a una progressiva banalizzazione delle questioni legate al femminile e, più in generale, all’identità di genere, il suo approccio non rigidamente ideologico ma più radicato nella sfera individuale e intima infonde nuova concretezza al potere emancipatorio dell’arte.

7 MARZO – 19 MAGGIO 2019 – GAMEC  Bergamo

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Love by Leica

La mostra sarà visitabile presso la Leica Galerie Milano (via Mengoni 4) dal 19 marzo al 30 aprile 2019. 
Nobuyoshi Araki ( Tokyo, 1940 ) è indiscutibilmente tra i fotografi più radicali e influenti del nostro tempo. La sua opera è stata eccezionalmente produttiva e innovativa ed è considerato una figura di riferimento nella sfera dell’arte contemporanea, ben oltre l’ambito della fotografia. Le 48 fotografie della serie Love by Leica, ora presentate alla Leica Galerie di Milano, formano una delle sue opere più emozionanti.
Con le sue foto di bondage, Araki ha sviluppato una scrittura visiva unica, creando un ritratto poetico e provocatorio di passione umana che punta oltre la cultura giapponese. Ha inventato il concetto di “ego fotografico”, a significare l’intrigante interazione tra finzione, realtà e desiderio.
Capolavoro della mostra è la serie Love by Leica (2006), una densa collezione di ritratti femminili e nudi in bianco e nero, che Araki ha fotografato con la Leica M7 a pellicola. I suoi studi controversi e intimi sui corpi delle donne, influenzati dall’iconografia erotica del periodo Edo (un tempo di pace e prosperità in Giappone, 1603-1868), nonché dall’estetica lucida del mondo della pubblicità e dei mass media, lo hanno reso celebre a livello internazionale e sono una delle sue tematiche più ricorrenti del suo universo artistico.

al 19 marzo al 30 aprile 2019 – Leica Galerie – Milano

Love, Ren Hang

Late iconic photographer Ren Hang is currently being honored with a dynamic solo presentation at The Maison Européenne de la Photographie in Paris. The Beijing-based artist took his own life in 2017 after suffering from cyclical depression.

The exhibition titled, “Love, Ren Hang,” will showcase over 150 archival photographs by Hang. These images offer a raw view of the late photographer’s visually moving practice spanning portraits of his mother, provocative snapshots of his close friends and photographs of nightlife in China. His prolific works have served as a form of commentary, touching on topics of self-identity and sexual freedom. In addition, the show also aims to highlight Hang’s overlooked poetry that is a major influence on his photographic work.

06.03.2019 – 26.05.2019 – Maison Européenne de la Photographie – Paris

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Skin ProjectSilvia Alessi

SpazioRaw in collaborazione con il Bìfoto Festival della Fotografia in Sardegna, propone il lavoro di Silvia Alessi, realizzato in India nel 2017.

La mostra viene presentata a Milano e inserita in programma all’edizione 2019 del Festival di Fotografia in Sardegna.

Skin Project è il racconto per immagini della pelle in India, realizzato nel 2017 a Delhi, Agra, Bhopal e Mumbai.

Il progetto nasce quando casualmente viene vista su Instagram una fotografia di una ragazzina albina, di nome Namira, in un treno suburbano di Mumbai. Da qui l’idea di ritrarre diverse donne colpite dall’acido con una ragazza albina.

Gli albini possiedono un grande fascino visivo, una bellezza particolare, però in molti paesi sono emarginati, vittime di pregiudizi e di scherno, a causa della loro pelle, e non sono facili da avvicinare. Sono timidi e diffidenti, le donne sono tormentate dalla paura di non riuscire a sposarsi. Questo destino di emarginazione colpisce anche le donne vittime di una forma di violenza particolarmente odiosa, molto diffusa nella subcultura indiana: l’attacco con l’acido.

27 aprile – 16 maggio 2019 – spazioRAW – Milano

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Dennis Hopper, Photography

ONO arte è lieta di presentare la mostra “Dennis Hopper, Photography” che ripercorre il lavoro fotografico di uno degli attori più amati e controversi della storia del cinema. Dennis Hopper è stato uno dei simboli della cultura hippie e della controcultura americana insieme ad altri personaggi come Peter Fonda e Jane Fonda. Uomo pieno di contraddizioni Hopper non ha mai fatto mistero di essere un sostenitore repubblicano, almeno fino a quando Barack Obama si è presentato sulla scena politica. Hopper è stato quello che si definisce artista prolifico, poliedrico e infaticabile. E lo è stato fino alla fine dei suoi giorni. Non si è contenuto nemmeno nella vita privata sposandosi 5 volte. Una di queste, con la cantante dei Mamas and Papas Michelle Phillips, anche se il matrimonio è durato pochi giorni. Hopper esordisce con James Dean in Gioventù bruciata ma è con Easy Rider, di cui è stato anche regista, che diventa icona mondiale della ribellione giovanile. Personaggio caratterialmente difficile, la sua carriera è stata scomoda come i personaggi da lui interpretati. La sua ricerca non poteva fermarsi al cinema e ad una sola esperienza artistica. Già negli anni 60, con una macchina fotografica ricevuta in regalo dalla prima moglie, Hopper inizia a scattare foto a persone e a paesaggi, come quelle di Taos, New Mexico, il luogo dove Hopper si stabilisce al temine della realizzazione di Easy Rider e dove riposano le sue spoglie. Peculiarità di Hopper era quella di usare anche macchine molto economiche e di sviluppare le pellicole con gli strumenti non professionali che si trovavano nei drugstore dove spesso si fermava quando era on the road, magari di passaggio per arrivare in Kansas dove era nato. Le fotografie di Hopper raccontano l’America vista attraverso lo sguardo di uno dei suoi figli più illustri e controversi. Il suo occhio ha sempre cercato di catturare i cambiamenti socio-culturali di un paese di frontiera mostrandoci paesaggi e personaggi come in un film mai girato. La mostra (28 febbraio – 28 aprile) si compone di 30 scatti, è realizzata in collaborazione con Solares Fondazione delle Arti, ed è in contemporanea con la mostra “Marilyn and The Misfits”. Ingresso libero

28 febbraio – 28 aprile – Ono Arte Contemporanea – Bologna

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Marilyn Monroe & The Misfits

ONO arte è lieta di presentare la mostra “Marilyn Monroe & The Misfits” che racconta attraverso le fotografie e la memoria di Ernst Haas, fotografo di scena accreditato, sia il making che il dietro le quinte di uno dei film più importanti della seconda metà del secolo scorso, Gli spostati, appunto come fu tradotto in italiano il film diretto di John Huston uscito in Italia nel 1961. The Misfits racchiude in sè tutti gli elementi che contribuiscono a rendere una pellicola eterna. John Huston, maestro del cinema d’oro americano, dirige un cast composto da Clark Gable, una delle leggende di Hollywood alla sua ultima apparizione proprio sul set di The Misfits, Montgomery Clift, altra leggenda che ben presto finirà nella lista dei dannati di Hollywood, e Marilyn Monroe che recita in quello che sarà l’ultimo film completo. A tessere le fila Arthur Miller, scrittore e sceneggiatore americano, dal 1956 secondo marito della Monroe, e autore di alcuni capolavori della letteratura e del teatro americano, tra cui Morte di un commesso viaggiatore. Miller scrive la sceneggiatura e la regala alla moglie nel 1960 per celebrare San Valentino. Quando iniziano le riprese i due sono in realtà oramai vicini al divorzio che verrà firmato nel novembre del 1960. La sceneggiatura scritta da Miller per la moglie narra di una donna ingenua e insicura che, da poco separatasi dal marito, conosce due uomini, Clark Gable e Montgomery Clift, con i quali stringe amicizia. Marilyn in quel periodo aveva avuto già alcuni ricoveri e frequentava uno psichiatra di Los Angeles che aveva notato l’eccessivo utilizzo di psicofarmaci da parte dell’attrice. Durante le riprese nel deserto del Nevada infatti Marilyn arrivava sul set con ritardi eccessivi costringendo gli altri attori ad attese snervanti. Clark Gable morì pochi giorni dopo la fine delle riprese e la moglie attribuì il decesso del marito, già malato di cuore, proprio a questo. Pur non essendo stato un successo commerciale The Misfits è diventato un instant classic del cinema mondiale. Arthur Miller lo definì invece il punto più basso della sua carriera. Con il compenso del film acquistò un ranch nel quale sarebbe poi morto nel 2005. Straordinarie le scene con i cavalli selvaggi fotografate da Ernst Haas. La mostra (28 febbraio – 28 aprile) si compone di 15 scatti ed è in contemporanea con la mostra “Dennis Hopper, Photography”. Ingresso libero.

28 febbraio – 28 aprile – Ono Arte Contemporanea – Bologna

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CAPIRE IL CAMBIAMENTO CLIMATICO

L’idea centrale della mostra è che la Terra non morirà.
Soffrirà, cambierà, muterà, ma non scomparirà. 
A scomparire potrebbero essere le condizioni per la vita umana.
La temperatura della Terra è aumentata di oltre un grado Celsius nell’ultimo secolo, il 2018 è stato il quarto anno più caldo della storia a livello globale e il primo anno più caldo in Italia, Francia e Svizzera. Capire le cause e conoscere gli effetti del riscaldamento globale è un passo fondamentale per contrastare questa tendenza e cambiare il corso del nostro futuro. In mostra, oltre 300 scatti fotografici realizzati da grandi maestri della fotografia del National Geographic, raccontano la profonda trasformazione del Pianeta causata dal riscaldamento globale: dalla fusione dei ghiacci perenni che si riducono oltre 400 miliardi di tonnellate ogni anno, ai fenomeni meteorologici estremi come le ondate di caldo senza precedenti o l’incremento di tempeste e uragani, dall’aumento di periodi di intensa siccità all’aumento dei livello dei mari di 3,4 millimetri all’anno. Questi drammatici cambiamenti interessano tutte le regioni del Pianeta e sono destinati a intensificarsi nei prossimi decenni se non si mettono in atto interventi efficaci.

7 marzo – 26 maggio 2019 – Museo di Storia Naturale di Milano

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Mostre segnalate per il mese di Giugno

Ciao,

davvero fantastiche le mostre che vi aspettano a giugno!

Non dimenticate di dare un’occhiata alla pagina delle mostre sempre aggiornata.

Anna

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Mostre segnalate per il mese di aprile

Ciao a tutti,

ecco le mostre imperdibili che vi proponiamo per aprile.

Anna

Frank Horvat. Storia di un fotografo

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La fotografia è l’arte di non premere il bottone – Frank Horvat

Celebre per le sue fotografie di moda, pubblicate dagli anni ‘50 su riviste quali Vogue e Harper’s Bazaar, Frank Horvat è un fotografo eclettico che, nel corso della sua lunga carriera, ha affrontato a livello altissimo svariati temi: il reportage sociale e di viaggio anche per l’Agenzia Magnum, il paesaggio, i ritratti, il rapporto con l’arte.

Fotoreporter attento a un’umanità sconosciuta di mondi lontani, fotografo di moda che immerge le sue modelle nei fatti quotidiani, è artista sensibile alla storia dell’arte, pronto a confrontarsi con la pittura e affascinato dalla scultura. Un fotografo di paesaggi attratto dal rapporto tra uomo e natura, che si dedica anche a esplorazioni interiori, a virtuosismi digitali e a una ricerca fotografica improntata alla libertà del suo sguardo.

Nell’esposizione “Frank Horvat. Storia di un fotografo”, prodotta dai Musei Reali e curata da Horvat stesso, l’artista rintraccia una chiave interpretativa del suo lavoro, frutto di una carriera lunga settant’anni. Accanto alle sue opere, l’artista presenta per la prima volta in assoluto una parte della sua collezione privata, immagini che rappresentano in modo iconico la storia della fotografia, proponendo scatti di Irving Penn, Edward Weston, Henri Cartier Bresson, Sebastiao Salgado, Edouard Boubat, con alcuni dei quali ha instaurato un vero e proprio dialogo.

28/02/2018 – 20/05/2018 – Musei Reali di Torino

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Paolo Ventura – Racconti Immaginari

Per questa mostra all’Armani/Silos, Paolo Ventura racconta un mondo immaginato, tra narrazione e gioco, dove le diverse forme espressive sono il mezzo per trasformare il sogno in realtà. Con ‘Racconti Immaginari’ il fotografo trasformista propone un importante gruppo di opere, oltre cento, accuratamente selezionate per rappresentare il suo percorso evolutivo.

Il fotografo trasformista racconta un mondo immaginato, tra narrazione e gioco, dove le diverse forme espressive sono il mezzo per trasformare il sogno in realtà.

Dall’8 Marzo al 29 Luglio – Armani Silos – Milano

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Kyle Thompson – Retrospettiva

La Reggia di Caserta accoglierà dal 28 marzo al 4 giugno 2018 la prima retrospettiva italiana di Kyle Thompson, fotografo staunitense.

I suoi scatti sono concettuali: nelle sue fotografie persone e luoghi raccontano storie, situazioni surreali e oniriche.
In atmosfere singolari con case abbandonate, foreste vuote, fiumi, laghi, è lui l’unica presenza: sono autoritratti surreali  e bizzarri.
Lui stesso esplora in tali contesti le proprie emozioni e sensazioni e interviene sulla scena con acqua, fumo, effetti di luce.

“Avevo una terribile difficoltà nel rapportarmi con le persone, quindi ho finito per usarmi in quasi tutte le mie foto, passando parecchie ore ogni giorno nel girovagare da solo attraverso foreste vuote facendomi autoritratti grazie al timer delle mie fotocamere” ha dichiarato.

Per la mostra di Caserta Thompson ha ideato un apposito progetto in cui si esplorano il contesto e l’ambiente intorno alle sue immagini.
Lo spazio naturale circostante è da lui considerato una sorta di palcoscenico e le sue immagini divengono dittici: una di grandi dimensioni è l’autoritratto dell’artista immerso in questi spazi naturali ma all’interno di aree urbane, l’altra di piccole dimensioni presenta il vero ambiente in cui questa natura è immersa. Ci si renderà conto di come la città modifichi la natura.

La rassegna è curata da Gabriela Galati.

dal 28 marzo al 4 giugno 2018  – Reggia di Caserta

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Sally Mann: A Thousand Crossings

For more than forty years, Sally Mann (American, born 1951) has made experimental, elegiac, and hauntingly beautiful photographs that explore the overarching themes of existence: memory, desire, death, the bonds of family, and nature’s magisterial indifference to human endeavor. What unites this broad body of work is that it is all bred of a place, the American South. A native of Lexington, Virginia, Mann has long written about what it means to live in the South and be identified as a southerner. Using her deep love of her native land and her knowledge of its fraught history, she asks provocative questions—about history, identity, race, and religion—that reverberate across geographic and national boundaries. Sally Mann: A Thousand Crossings considers how Mann’s relationship with this land has shaped her work and how the legacy of the South—as both homeland and graveyard, refuge and battleground—continues to permeate American identity.Organized into five sections—Family, The Land, Last Measure, Abide with Me, and What Remains—and including many works not previously published or publicly shown, the exhibition is the first major survey of the artist’s work to travel internationally. Featuring some 110 photographs, the exhibition is curated by Sarah Greenough, senior curator and head of the department of photographs, National Gallery of Art, and Sarah Kennel, the Byrne Family Curator of Photography, Peabody Essex Museum.

March 4 – May 28, 2018 – National Gallery of Art – Washington DC

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Martha Cooper: On the Street

Dal 14 marzo all’8 aprile, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia propone, nella sua Project Room, una sezione della mostra “Martha Cooper: On the Street”, curata da Enrico Bisi, che si inserisce nel programma del Sottodiciotto Film Festival & Campus (Torino, 16-23 marzo 2018).

La mostra, la più ampia mai dedicata in Italia alla storica fotografa del movimento hip hop, è articolata in tre sedi – CAMERA, il Cortile del Rettorato e la Biblioteca del Rettorato dell’Università degli Studi di Torino – ed è concepita come un percorso che segue l’evoluzione temporale e artistica di Martha Cooper che sarà ospite a CAMERA mercoledì 21 marzo, alle ore 18.30, per raccontare la sua fotografia.

La parte iniziale, allestita a CAMERA ospita circa quarantacinque scatti in bianco e nero risalenti alla metà degli anni Settanta e agli esordi di carriera dell’autrice, quando, giovane fotoreporter del New York Post, raccontava con le immagini la Grande Mela prima dell’avvento dell’hip hop, dedicandosi al paesaggio metropolitano e, soprattutto, ai giochi di strada dei giovanissimi.

“Martha – commenta il curatore Enrico Bisi – punta l’occhio sulla vita di New York. Nelle sue fotografie ci sono i sorrisi sdentati di ragazzini in mezzo alle macerie del Bronx, ci sono ‘Carrie’, ‘Super Fly’ e ‘Saturday Night Fever’ al cinema. I suoi soggetti sembravo volare, per saltare una pozzanghera e non infangarsi le scarpe, per tuffarsi in acqua, per lanciarsi dalle scale antincendio su un materasso sgualcito, per fare capriole, saltare con lo skate oppure volteggiare aggrappati a una fune che funge da altalena. Attraverso l’obiettivo, Martha Cooper cerca sempre qualcosa di vitale, che si muove, che respira, cerca quel battito, quel ‘beat’, che un momento c’è e quello dopo non c’è già più. È l’effimero che si respira in ogni fotografia della Cooper e si ha la sensazione di guardare qualcosa che non esiste già più. “

Dal 14 marzo all’8 aprile, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia Torino

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Henri Cartier-Bresson Fotografo

La mostra – curata in origine dall’amico ed editore Robert Delpir e realizzata in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson – è composta da 140 scatti che ci aiuteranno ad immergerci nel suo mondo, per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica.

“Sono solo un tipo nervoso, e amo la pittura.” …”Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla” (cit. Henri Cartier Bresson).

Non capire nulla di fotografia significa, tra l’altro, non sviluppare personalmente i propri scatti: è un lavoro che lascia agli specialisti del settore. Non vuole apportare alcun miglioramento al negativo, non vuole rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto.

Per Cartier-Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l’esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un’opera.

Henri Cartier-Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient’altro. Ha quindi pienamente ragione nell’affermare di non capire nulla di fotografia, in un mondo, invece, che ha elevato quest’arte a strumento dell’illusione per eccellenza.

I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l’ordine delle forme. “Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E’ mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore”.

L’obiettivo del curatore della rassegna Denis Curti è far conoscere e capire il modus operandi di Henri Cartier-Bresson, la sua ricerca del contatto con gli altri, nei luoghi e nelle situazioni più diverse, alla ricerca della sorpresa che rompe le nostre abitudini, la meraviglia che libererà le nostre menti, grazie alla fotocamera che ci aiuta ad essere pronti a coglierne e ad immortalarne il contenuto.

8 Marzo – 17 Giugno 2018 – La Mole Vanvitelliana  Ancona

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Seydou Keïta, Bamako Portraits

In the 1950s and 60s, a colourful collection of inhabitants of Bamako, capital of Mali, posed for Seydou Keïta (1921-2001, Mali).
People visited Keïta’s studio to have their picture taken at their best: wearing extravagant dresses made from wonderful textiles with splendidly formed headdresses, or posing in a modern Western suit with a bow tie, leaning against a motorcycle, or with a radio tucked under their arm. His oeuvre reflects a portrait of an era that captures Bamako’s transition from a cosmopolitan city in a French colony to the proud capital of independent Mali.

Keïta’s remarkable archive of over 10.000 negatives came to light in 1992 after a discovery by André Magnin, the then-curator of Jean Pigozzi’s contemporary African art collection. Modern prints were printed from the negatives with Keïta’s collaboration, allowing his work to be introduced to the art world. International fame quickly followed. The exhibition in Foam consists of signed modern prints, and a large selection of unique vintage prints.

Seydou Keïta – Bamako Portraits is part of an exhibition series about photo studios, presented by Foam in recent years. This series is based on the growing interest in ‘vernacular photography’ and its acknowledgement of social-historical and artistic value.The exhibition was developed in collaboration with the Contemporary African Art Collection (CAAC) – The Pigozzi Collection.

06 April 2018 – 20 June 2018 – Foam – Amsterdam

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ROBERT DOISNEAU – Pescatore d’immagini

Dal 23 marzo al 17 giugno 2018 il Museo della Grafica dell’Università di Pisa ospita la mostra “Robert Doisneau. Pescatore d’immagini”.

Curata dall’Atelier Robert Doisneau – Francine Deroudille e Annette Doisneau – in collaborazione con Piero Pozzi, prodotta e realizzata da Di Chroma Photography, ViDi – Visit Different, l’esposizione offre l’occasione di ammirare, attraverso una suggestiva selezione di 70 immagini in bianco e nero, l’universo creativo del grande fotografo francese.

Robert Doisneau (1912-1994), che amava paragonarsi a Eugène Atget, uno dei padri della fotografia del Novecento, percorre fotograficamente le periferie di Parigi per “impossessarsi dei tesori che i suoi contemporanei trasmettono inconsciamente”. È una Parigi umanista e generosa ma anche sublime che si rivela nella nudità del quotidiano; nessuno meglio di lui si avvicina e fissa nell’istante della fotografia gli uomini nella loro verità quotidiana, qualche volta reinventata. Il suo lavoro di intimo spettatore appare oggi come un vasto album di famiglia dove ciascuno si riconosce con emozione.

Noto oggi al grande pubblico, Doisneau, dopo essersi diplomato all’École Estienne, scopre la fotografia da giovane, mentre lavora in uno studio di pubblicità specializzato in prodotti farmaceutici. Nel 1931 è operatore da Vigneau e, nel 1934, fotografo per le officine Renault da cui viene licenziato cinque anni più tardi per assenteismo. Nel 1939 diviene fotografo-illustratore free-lance e nel 1946 entra definitivamente nell’agenzia Rapho. Nel 1974 la Galleria Chateau d’Eau di Toulouse espone le sue opere e, a partire dagli anni Settanta, ottiene i primi importanti riconoscimenti. Da allora le sue fotografie vengono pubblicate, riprodotte e vendute in tutto il mondo.

Autore di un grande numero di opere (gli archivi di Robert Doisneau comprendono circa 450.000 fotografie), Doisneau è diventato il più illustre rappresentante della fotografia “umanista” in Francia. Le sue immagini sono oggi conservate nelle più grandi collezioni in Francia, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e sono esposte in tutto il mondo.

23 marzo / 17 giugno 2018 – Museo della Grafica – Pisa

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Izumi Miyazaki, There’s no place like home

Izumi Miyazaki is a young Japanese photographer who captivates her fans on the web by her self-portraits that seem to come out of another world. Story of a phenomenon.

Japan is a country full of paradoxes, that does not stop surprising by its traditions and by its hybrid culture that ranges from “Kawai” to excess. It is fascinating to observe its ability to get out of the most dramatic events as two atomic bombs, a major economic and identity crisis, repeated earthquakes and tsunamis with the irreversible damage we know.

When you are in your twenties in Japan, it is unlike anything comparable. When your name is Izumi Miyazaki, even the people of Tokyo are faced with a kind of alien. Close encounter of the third kind. A classic bob haircut, fine black hair, a dark look into the eyes of a doll face whose emotions have been erased. Immersed in the Surrealist masters like René Magritte, Izumi Miyazaki, coming from prestigious Musashino Art University in Tokyo, confesses a passion for Alfred Hitchcock and David Lynch. Her self-portraits practice cold humor and often feature absurd performances. The young photographer is not afraid to slice her head, adorning it with fresh tomatoes or fish in a human interpretation of sushi. If she never smiles in her photographs, it is probably to express her loneliness and maybe the difficulty of a connected youth to live in a real world. Izumi enjoys creating poetic and moving sceneries. Her work surprises as much as it fascinates, playing the codes of life 2.0. Addiction is close, Izumi Miyazaki, plays with an expression both poetic and deeply moving

Renaud Bergonzo

March 9 to April 30, 2018 –  bergonzofirstfloor – Paris

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Figure Contro – Fotografie della differenza.

Apre sabato 21 aprile, negli spazi dell’Abbazia di Valserena, sede dello Csac di Parma, la mostra Figure contro. Fotografia della differenza, nell’ambito dell’edizione 2018 di Fotografia Europea dal titolo Rivoluzioni. Ribellioni, cambiamenti, utopie. La mostra, a cura di Paolo Barbaro, Cristina Casero e Claudia Cavatorta, è interamente costruita con materiali provenienti dagli archivi del Csac e consente di “vedere” con chiarezza come la fotografia, soprattutto nel corso degli anni Settanta, abbia avuto un ruolo importante nel sensibilizzare le coscienze intorno a questioni nascoste, dimenticate, se non censurate, anche al di là di esplicite intonazioni di denuncia. Le “figure contro” evocate dal titolo sono quelle immortalate in questi scatti: persone escluse dal racconto sociale, letteralmente spinte ai margini, in quanto la loro stessa esistenza è in contrasto con le logiche imperanti nella moderna società. In altri casi, sono protagoniste figure che rispetto a queste logiche si pongono in contrasto, contro –  appunto – che protestano, manifestano, non si rassegnano, affermando un modello alternativo. Ma figure contro sono anche quelle delle fotografe e dei fotografi che hanno realizzato queste immagini: Giordano Bonora, Anna Candiani, Carla Cerati, Mario Cresci, Uliano Lucas, Paola Mattioli e Giuseppe Morandi. Ciascuno secondo la propria sensibilità e con il proprio linguaggio hanno contribuito a tradurre la fotografia da strumento di pura constatazione a strumento critico, di denuncia ma anche più sottilmente di riflessione.

21/04/2018 : 30/09/2018 – Abbazia di Valserena (PR)

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ELLIE DAVIES, Nebulae

Il termine latino nebula ha la capacità di evocare, ancora nella lingua corrente, un senso di mistero che avvolge e cela come la foschia. Allo stesso tempo, in ambito scientifico per nebula si intende “un oggetto celeste dall’ aspetto diffuso, simile a una piccola nube”. I due valori di questo termine trovano sintesi nelle serie di fotografie selezionate per la mostra.

Ellie Davies ambienta i propri scatti nella foresta inglese, luogo in cui confluiscono natura e cultura, ambiente e attività umana, esplorando la complessa interrelazione tra il paesaggio e l’individuo.

Come dichiara l’artista: “Le foreste britanniche sono state plasmate dal processo di intervento umano per migliaia di anni. Sono un simbolo potente nella cultura popolare, nelle favole e nei miti, luoghi di incanto e magia così come di pericolo e mistero. Nella storia più recente sono state associate agli stati psicologici relativi all’ inconscio”.

Oggi la maggior parte delle persone risiede in ambienti urbani o semi-urbani, vivendo il paesaggio da una posizione distanziata, filtrata dalla tecnologia e dai vari media. Da questa considerazione, la natura in tutta la sua sensuale materialità e il nostro essere al suo interno piuttosto che al di fuori di essa, sembra irraggiungibile. Ellie Davies affronta questo allontanamento attirando lo spettatore nel cuore della foresta, che conserva ancora mistero e offre il potenziale per la scoperta e l’esplorazione.

Il processo creativo la porta a isolarsi per lunghe ore nel silenzio della foresta. Questo stato, inizialmente disorientante, porta l’artista a sviluppare una percezione più sottile dell’universo attorno a sé, arrivando a coglierne in modo profondo lo spazio circostante e gli elementi che lo compongono, così da evidenziarne le potenzialità e coinvolgere lo spettatore. Come afferma l’artista: “Voglio che il mio lavoro faccia provare allo spettatore la sensazione di essere solo nella foresta. C’è una tensione e una quiete, una consapevolezza intensificata che si verifica: è ciò che voglio trasmettere nel mio lavoro e il motivo per cui sono da sola quando realizzo le immagini“.

Parte del fascino magnetico racchiuso dagli scatti della fotografa, sta nell’ immobilità cristallina degli elementi presenti in esso. Lo spazio maestoso e profondo è disseminato da elementi suggestivi e magici, che invitano alla contemplazione dell’universo naturale e sembrano alludere a un evento imminente. Per accentuare tale effetto, la fotografa dispone gli spazi come scenari pronti ad accogliere lo scatto, attraverso interventi site-specific: “Questi paesaggi modificati agiscono su svariati livelli. Sono il riflesso della mia personale relazione con la foresta e proiettano lo spettatore al suo interno, domandandogli di considerare come la loro propria individualità sia plasmata dall’ambiente in cui vivono”.

Per la mostra Nebulae presso la Galleria Patricia Armocida viene presentata una selezione di fotografie che sono parte di tre serie emblematiche della produzione dell’artista inglese.

In Between the Trees (2014), il processo di composizione di nubi artificiali tra gli alberi consente all’artista di trasmette l’esperienza personale di stare da soli nei boschi. Il fumo riempie gli spazi tra gli alberi, riflettendo questa esperienza fisica: la conoscenza palpabile e cupa della foresta, il suono attutito e appiattito, il senso pungente della consapevolezza accresciuta.

Ad essa si accosta la serie Stars (2014-2015), nata dalla combinazione di antichi paesaggi boschivi con immagini catturate dal Telescopio Hubble della NASA tra cui la Via Lattea e la Nebulosa NGC 346. Qui la relazione tipica spettatore-soggetto e paesaggio-oggetto è scardinata per rendere il paesaggio protagonista in modo assoluto e senza limiti, fonte di stupore e sopraffazione.

Infine nell’opera della serie Smoke and Mirrors (2010) l’artista esplora la complessa interrelazione tra paesaggio e bellezza, e la modalità in cui la nostra cognizione del paesaggio è costruita. Nel far ciò, si viene a sovvertire la nozione di bellezza come verità, e si riallaccia a più ampie questioni quali l’autenticità nella fotografia.

Come dichiara l’artista: “Il mio lavoro colloca lo spettatore nel divario tra realtà e fantasia, creando spazi che incoraggiano l’osservatore a rivalutare il modo in cui si forma il proprio rapporto con il paesaggio, la misura in cui è un prodotto del patrimonio culturale o esperienza personale e come questo è stato determinante nella propria identità”.

Le composizioni oniriche delle fotografie di Ellie Davies incoraggiano questa introspezione e offrono lo spazio e la calma necessari per meditare sulla nostra condizione umana.

Fino al 15 Aprile 2018 –  GALLERIA PATRICIA ARMOCIDA – Milano

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2018 Sony World Photography Awards

This April, contemporary photography returns to Somerset House with the 2018 Sony World Photography Awards Exhibition.

Featuring inspirational works by more than 600 artists, the exhibition will showcase winning and shortlisted works from the 2018 Sony World Photography Awards, the world’s most diverse photography competition.  Curated by Mike Trow – ex-Picture Editor of British Vogue – the images are specially selected from a record-breaking number of submissions. The 2018 Awards will cover a wide variety of genres, from architecture to landscape, street photography to wildlife, portraiture to travel.

The exhibition will also include an exclusive selection of unique works by a renowned international artist who will win the celebrated Outstanding Contribution to Photography Award.

20 Apr – 06 May 2018 – Somerset House – London

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August Sander – PERSECUTED / PERSECUTORS, PEOPLE OF THE 20TH CENTURY

“We can tell from a facial expression the work someone does or does not do, if they are happy or troubled, for life leaves its trail there unavoidably. A well-known poem says that every person’s story is written plainly on their face, although not everyone can read it.”* – August Sander

From March 8 to November 15, The Shoah Memorial is holding a major exhibition dedicated to a series of portraits taken during the 3rd Reich by one of German photography’s leading figures, August Sander (1876- 1964). Internationally recognized as one of the founding fathers of the documentary style, August Sander is the man behind many iconic 20th century photographs. Towards the end of the First World War, while working from his studio in Cologne, August Sander began what would become his life’s work: a photographic portrait of German society under the Weimar Republic.

He called this endeavor “People of the 20th Century”. While his first publication was banned from sale in 1936 by the National Socialist government, in around 1938 Sander began to take numerous identity photographs for persecuted Jews. Later, during the Second World War, he photographed migrant workers. August Sander included these images, and some taken by his son Erich from the prison where he would die in 1944, in “People of the 20th Century”, along with portraits of national socialists taken before and during the war. Sander was unable to publish his monumental work during his lifetime, but his descendants still champion his vision to this day.

These photographs are exhibited here together for the first time, along with contact prints, letters and details about the lives of those photographed. They are portraits of dignified men and women, victims of an ideology, taking their rightful place as ”People of the 20th Century” in defiance of Nazi efforts to ostracize them.

The exhibition is organized with the assistance of the August Sander Foundation and the NS-Documentation Center of the City of Cologne, the largest commemorative site for the victims of Nazism in Germany, founded in 1988.

March 8 to November 15, 2018 – The Shoah Memorial – Paris

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Viaggio nella fotografia Italiana

Il CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’autore di Bibbiena (AR), ente nato per volontà della FIAF, la storica Federazione Italiana Associazioni Fotografiche, presenta la mostra “Viaggio nella fotografia italiana” che si terrà da sabato 7 aprile a domenica 3 giugno 2018 presso il CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena (Via delle Monache 2) con inaugurazione il 7 aprile a partire dalle ore 15.00.

Il 19 dicembre 1948 veniva fondata a Torino da otto associazioni fotografiche la “Federazione Italiana Associazioni Fotografiche”. Lo scopo di tale federazione era ed è quello di divulgare e sostenere la fotografia amatoriale su tutto il territorio nazionale e di operare attivamente per la diffusione dell’arte fotografica. La mostra creata per ricordare la vita della Federazione si offre al visitatore come una riflessione sulle principali attività svolte in questi settant’anni, viste attraverso le immagini e i progetti fotografici prodotti dai Soci.

La struttura architettonica del CIFA, composta da due piani di celle e da un ampio corridoio baricentrico, contribuisce a scandire le varie fasi dell’esposizione. Al piano superiore, in una coppia di celle, viene proposto un estratto dell’editoria libraria composta dalle Monografie, la collana I grandi Autori della Fotografia Italiana, i volumi delle Grandi Opere e quelli relativi ai progetti nazionali. Alle pareti una serie di immagini che si riferiscono a queste pubblicazioni. In una seconda coppia di celle troviamo le riviste della FIAF a cominciare dal primo numero de Il Fotoamatore, organo ufficiale della Federazione fino alla versione più recente del mensile: Fotoit. Nello stesso spazio trova posto la serie di Riflessioni, il quaderno-catalogo delle mostre del CIFA e infine la serie degli Annuari. Anche in questo caso sulle pareti troviamo una scelta di fotografie tratte da queste pubblicazioni.

La terza coppia di celle è dedicata a quello che può definirsi il più significativo fenomeno sviluppatosi negli ultimi anni: il portfolio fotografico, come prodotto della creatività autoriale del fotografo. Un omaggio viene reso ai primi tentativi di proporre sequenze organiche di fotografie ricordando le esposizioni realizzate dal Fotocineclub Fermo e pubblicate nel volume Racconto e reportage Fotografico del 1973. A fianco un esempio di portfolio contemporaneo e la serie dei cataloghi della manifestazione Portfolio Italia.

La quarta coppia di celle è dedicata al mondo dei concorsi FIAF che, fin dalla nascita, hanno sempre avuto largo seguito tra gli associati.

La serie di celle al piano terreno è dedicato alle immagini prodotte dagli appassionati in questi settant’anni suddivisi per generi: si va dal ritratto al reportage al paesaggio fino alla foto concettuale e creativa e al nudo.

Infine, nel corridoio vi sono una serie di tabelloni, ognuno dedicato ai Grandi Progetti Nazionali della FIAF, a cominciare da E’ l’Italia del 1995 fino ad arrivare ai più recenti 17 MARZO 2011 UNA GIORNATA ITALIANA Passione Italia e a Tanti per Tutti , Viaggio nel volontariato italiano del 2017. Nella parte bassa del corridoio, sulla parete di fondo una proiezione ricorda e presenta il mondo degli Audiovisivi FIAF, mentre lungo le pareti un’installazione ripercorre la partecipazione della Federazione alle ultime frontiere del web, proiettando l’attività dell’associazione verso il proprio futuro.

“Per la prima volta nella sua storia la FIAF cerca di presentare in modo strutturato un’immagine delle proprie attività, realizzando anche una verifica della propria vivacità culturale –  ha affermato Claudio Pastrone, Direttore del Centro Italiano della Fotografia d’Autore – il percorso temporale della nostra Federazione è stato scandito da una miriade di attività e di avvenimenti, di cui qui cerchiamo di presentare i più significativi anche attraverso l’obiettivo primario dello stimolo alla creatività degli autori e alla promozione delle loro opere. Uno sguardo sul nostro passato, ma con gli occhi e la volontà rivolti al futuro.”

7 aprile – 3 giugno 2018  – Centro Italiano della Fotografia d’Autore – Bibbiena

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I believe – mostra di fotografia narrativa

“I Believe, costruttori di comunità” è un progetto di fotografia narrativa e una mostra fotografica ideati e prodotti dalla comunità bahá’í della Martesana, in occasione del bicentenario della nascita di Bahá’u’lláh, fondatore della Fede bahá’í.

“I Believe, costruttori di comunità” vuole raccontare, attraverso i ritratti dei soggetti fotografati e le loro testimonianze, l’energia che anima la comunità bahá’í. Attraverso il mezzo fotografico la comunità parla di sé e del proprio desiderio di promuovere il benessere della società, perché ogni singolo individuo è essenziale, prezioso. Per la comunità bahá’í chiunque lo desideri può portare il suo contributo. È sufficiente infatti ascoltare con attenzione per cogliere, nascosto nell’assordante frastuono del mondo, il lamento di persone, famiglie, paesi e nazioni. Ma chiudere gli occhi e ascoltare col cuore fa nascere anche una nuova energia. In questo stato di quiete si creano legami, progetti, nuove idee per generare cambiamento, trasformazione. Il caos diventa ordine. Costruire diventa lo scopo; speranza, impegno e sforzo per sanare le ferite del mondo diventano la meta; l’unità, la vittoria finale. Costruire insieme significa guardare con l’occhio interiore, ascoltare attentamente, esprimersi con saggezza, per agire in accordo come le note di una melodia che porta nuovo calore al cuore del mondo. Quando le persone, anche se diverse tra loro, agiscono all’unisono, possono generare il cambiamento.

Dal 7 al 28 aprile – Biblioteca di Vimercate (MB)

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Cominciamo l’anno con una selezione di mostre!

Ciao, vi siete riposati durante le feste di Natale? Eccoci pronti a ripartire con nuove bellissime mostre.

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Anna

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