Premio Musa per fotografe, le interviste alle vincitrici: Chiara Innocenti

Musa fotografia vi presenta le vincitrici del Premio e vi fa conoscere i loro progetti, speriamo sia cosa gradita.

Qui il link al Premio Musa, ancora non indetto per il 2024, ma alla pagina potete leggere le condizioni e le collaborazioni che per la nuova edizione portano interessanti novità! Vai al premio

Menzione speciale nel 2021 con Let’s Fly  e nel 2023 con Meraviglie presenta

Fotografie di Chiara Innocenti da “X”

Come ti sei avvicinata alla fotografia e perché?

Non c’è stato un momento preciso in cui mi sono avvicinata alla fotografia, in realtà l’ho sempre fatto in modo naturale, fotografavo quello che pensavo gli altri non riuscissero a vedere come me. Se guardo indietro e ripenso ho sempre avuto la macchina fotografica, da quella giocattolo che avevo preso nel negozio dei miei nonni a quella di mio babbo con il rullino, alla prima digitale regalata per la mia laurea, ma solo da grande ho ripreso consapevolmente la fotografia. L’ho fatto perchè ero stanca di lottare con una parte di me che in ogni modo mi chiedeva di esistere, ero stanca di nasconderla e stanca di non riconoscermi più.

Ho deciso quindi di darle vita e di mostrare ciò che sta dietro ai suoi occhi, la sua realtà e le sue percezioni.

Fotografie di Chiara Innocenti da “Let’s fly”

Quando e come è nata la tua passione per la narrazione fotografica? A prescindere dal settore fotografico di appartenenza, come hai capito che lavorare su progetti articolati sullo stesso tema, fosse la strada giusta?

Nel momento in cui ho ripreso con consapevolezza la fotografia, la strada della narrazione è venuta da sola, si è presentata come l’unica via percorribile  per raccontare e cercare di condividere un mio punto di vista.

Come progetti e organizzi i tuoi lavori fotografici?

Prima di iniziare a scattare cerco di capire qual’è il punto sul quale voglio  concentrarmi perchè spesso si compone di più livelli, per cui cerco di approfondire l’argomento, leggo poesie, ascolto musica, faccio disegni e inizio a scrivere frasi e appunti e così quando mi sento pronta, metto le cuffie con la mia musica preferita e inizia il racconto.

Quali tematiche ti interessano in particolare, hai già trattato altri temi, se si, come?

Mi piace raccontare quello che nasconde l’apparenza, ma anche quello che il tempo prova a nasconderci, quello che obbedisce alla sensibilità, alla gentilezza, all’altruismo ed alla cura , mi piace pensare di mostrare degli aspetti che le persone non riescono a percepire e che invece credo siano importanti.

Fotografie di Chiara Innocenti da “Meraviglie presenta”

Cosa cerchi di esprimere con le tue immagini?

Vorrei che le mie immagini risvegliassero nelle persone quella delicatezza di pensiero e gentilezza nello sguardo che dovrebbe appartenere a tutti così che tutti potremmo nutrirci del senso di meraviglia.

Ho l’illusione di pensare che questa sensibilità ci renderebbe migliori.

Sei solita riflettere molto nella fase di ideazione del lavoro o agisci d’istinto durante la fase di ripresa?

Sì, c’è sempre una prima fase, come dicevo, in cui devo riflettere per poter capire bene il punto del racconto poi la fase di produzione vera e propria fluisce da sola e si aggiusta strada facendo.

Dove trovi l’ispirazione per le tue immagini? Ci sono autori che ritieni interessanti o che ti hanno ispirato per il progetto vincitore del Premio Nazionale Musa per fotografe?

Questa è una domanda che mi faccio anche io, ma a cui non so rispondere.

Cerco di studiare molto e ogni autore mi affascina per qualcosa, ad esempio per il modo nuovo in cui tratta un argomento oppure per un’estetica che mi da piacere.

Le mie immagini credo che nascano dalla musica, da quei viaggi che mi permette di fare dentro e fuori di me.

Fotografie di Chiara Innocenti da “Ricorda”

Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri nel mondo della fotografia?

In questo momento del mio percorso fotografico mi mancano momenti e luoghi di condivisione vera, dove artisti di vario genere possono ritrovarsi e parlare di quello che stanno facendo, parlare di ricerca, di messaggi da condividere, parlare per capire.

Ci vuoi raccontare un fatto in particolare per cui hai deciso che la fotografia fosse importante per te?

Non c’è un momento o un evento preciso da cui è nato l’amore per la fotografia ma adesso accetto il fatto che la fotografia è sempre stata con me, in silenzio, aspettando il momento per riemergere con forza.

Come hai conosciuto il Premio Nazionale Musa per fotografe?

Lo conosco perché buona parte della mia formazione la devo alla scuola MUSA

Ritratto di Chiara Innocenti

Sono nata a Firenze dove mi diplomo al liceo classico e conseguo una laurea in scienze agrarie con indirizzo ornamentale. 

Contemporaneamente faccio teatro e ho sempre con me la macchina fotografica, ma la vita mi porta verso altre strade.

Mi trasferisco nella campagna maremmana dove apro un negozio di fiori che mi permette di dar spazio alla mia creatività, continuando però a percepire la fotografia come unico mezzo per esprimere quello che sento, in piena libertà.

Nel 2019 riprendo in mano la mia passione per farne qualcosa di ancora più vivo, frequento il primo corso di fotografia e da quel momento inizio un percorso di formazione costante con autori e professionisti del settore.

Il desiderio di mostrare come vedo il mondo è sempre più travolgente.

Quando fotografo sono altrove e mi piace pensare che chi guarderà le mie foto possa entrare con me “in quell’altrove” trovando spunti di riflessione.

Contatti

Sito di Chiara https://www.chiarainnocenti.it/

Instagram

chiarainnocenti76

Premio Musa per fotografe, le interviste alle vincitrici: Maria Teresa Brambilla

Musa fotografia vi presenta le vincitrici del Premio e vi fa conoscere i loro progetti, speriamo sia cosa gradita.

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Nome Maria Teresa

Cognome Brambilla

Anno Settore Vincitrice del Premio Musa 2023 settore Reportage

Fotografie di Maria Teresa Brambilla “From the alps. Women”

Come ti sei avvicinata alla fotografia e perché?

 Quando ero piccola mio padre ci fotografava con una macchina a pellicola, spesso in bianco e nero. Ci faceva vedere le diapositive, aveva dei libri di fotografia. Ecco io rimanevo estremamente affascinata dal potere di quella macchina che riusciva a fermare degli attimi e renderli eterni. Amavo guardare le foto dei grandi fotografi, soprattutto i reportage. Li cercavo sui giornali che entravano in casa. poi ho iniziato a chiedere di usare anche io una macchina compatta che aveva mia madre. Volevo fotografare il mondo con il mio occhio. Non so perché ma usare la macchina fotografica mi piaceva, era come immortalare quello che di solito osservavo e su cui riflettevo, quello che vedevo nel mondo.

Quando e come è nata la tua passione per la narrazione fotografica? A prescindere dal settore fotografico di appartenenza, come hai capito che lavorare su progetti articolati sullo stesso tema, fosse la strada giusta?

Guardando i reportage che c’erano su D di repubblica. Da piccola. Poi moltissimi anni dopo ho deciso di studiare come si facevano i reportage e mi sono innamorata della profondità del processo. Ho capito che una buona foto e un buon lavoro nascono con un buon progetto e passando il tempo in quello che voglio raccontare. Ho sempre sentito di voler approfondire temi e situazioni con il lavoro fotografico e finchè non capisco di avere tutte le foto di cui ho bisogno non riesco a chiudere un lavoro.

Fotografie di Maria Teresa Brambilla “Something about you”

Come progetti e organizzi i tuoi lavori fotografici?

C’è un’idea iniziale, un tema, una situazione. Entro in contatto con le persone che vivono quello che ho scelto di raccontare. Spiego cosa e perché voglio fotografare. Cerco di entrare in sintonia con queste persone. Intanto preparo uno schema per sviluppare concretamente il tema con i miei scatti. Inizialmente passo molto tempo con le persone senza scattare. Solo per conoscerle, capirle ed entrare un po’ in intimità. Dopodichè inizio a scattare seguendo lo schema.

Quali tematiche ti interessano in particolare, hai già trattato altri temi, se si, come?

Le tematiche che più mi interessano sono la condizione e il vissuto delle donne in diversi ambienti e situazioni e i conflitti interiori dell’umanità (depressione, insonnia, disturbi alimentari..)

Ho un progetto aperto sulle mamme single, uno sulle donne che puliscono le stanze degli alberghi e un progetto personale di autoscatti in cui racconto la mia lotta tra la depressione e la mia voglia assurda di vita. I primi due sono progetti di reportage, l’ultimo ho intenzione di integrarlo con degli scritti ed è una sorta di diario intimo.

Cosa cerchi di esprimere con le tue immagini?

La bellezza della verità dell’umanità. La fragilità e forza che coesistono nelle persone.

Voglio cercare di dare voce a chi non l’ha, restituire bellezza e dignità a chi crede di averla perduta.

Fotografie di Maria Teresa Brambilla “Femmes de chambre”

Sei solita riflettere molto nella fase di ideazione del lavoro o agisci d’istinto durante la fase di ripresa?

In fase di ideazione decido di quali scatti ho bisogno e in che momenti, orari andare a scattare. Questo per avere scatti che mi permettano di avere una narrazione completa. Quando scatto mi concentro ma cerco di non pensare a niente altro, di sganciarmi dal risultato. Sono istintiva di natura quando agisco, quindi cerco un equilibrio tra il mio istinto e la strutturazione di un lavoro.

Dove trovi l’ispirazione per le tue immagini? Ci sono autori che ritieni interessanti o che ti hanno ispirato per il progetto vincitore del Premio Nazionale Musa per fotografe?

L’ispirazione la trovo leggendo poesie, ascoltando musica, guardando film, parlando con le persone, stando nella natura…osservando il cielo, l’oceano, la neve, i colori, le sfumature…e ovviamente guardando fotografie e lavori che mi rapiscono.

Il progetto che ha vinto credo sia nato molti anni fa dentro di me. Sfogliando a ripetizione un libro fotografico in bianco e nero che raccontava la vita di un pastore di pecore. Non mi ricordo ne titolo ne autore. Mi ricordo le foto.

Paolo Pellegrin, Gilles Peres , D’Agatà, Valerio Bispuri sono tra gli autori che preferisco e ho guardato spesso dei loro lavori per farmi ispirare.

Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri nel mondo della fotografia?

Che per fare bene la fotografia ci vuole tempo, spazio, testa, soldi e spesso non li ho.

Il resto non so perché non conosco così bene questo mondo.

Fotografie di Maria Teresa Brambilla “Blue. Diaries”

Ci vuoi raccontare un fatto in particolare per cui hai deciso che la fotografia fosse importante per te?

Uno in particolare non mi viene, ma non riesco a immaginarmi di vivere senza fotografare quello che ho in mente di fotografare.

Come hai conosciuto il Premio Nazionale Musa per fotografe?

Ho conosciuto la scuola Musa facendo ricerche su Google. Mi capitava di andare sul sito della scuola e un paio di anni fa ho visto che c’era questo premio. Ho pensato quando avrò un progetto abbastanza iniziato provo a mandarlo.

Ritratto di Maria Teresa Brambilla

BIO

Sono nata tra le alpi.

Dove vivo anche oggi.

La natura è da sempre la mia musa assoluta.

Autodidatta in ogni passione del mio essere.

La fotografia è l’arte che più amo.

Perché non necessita di traduzioni per quello che si vuole dire.

Perché è sicera, trasparente, sfacciata.

Con la macchina fotografica è come se i miei occhi possono scavare le situazioni con il doppio della profondità.

Mi sento come in dovere di raccontare ciò che ha bisogno di una voce.

Di una storia per immagini in cui dispiegarsi.

C’è tanta vita nel mondo.

Molta sconosciuta. Silenziosa. Dolorante. In lotta. In cammino.

Mi sembra che la fotografia abbia lo straordinario potere di restituire bellezza e dignità a chi crede di non possederla.

Contatti

Sito dell’autrice https://www.majthe.com/works/

IG @majthemeri 

3349350796

majthemeri@gmail.com

Premio Musa per fotografe, le interviste alle vincitrici: Francesca Dusini

Musa fotografia vi presenta le vincitrici del Premio e vi fa conoscere i loro progetti, speriamo sia cosa gradita.

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Nome: Francesca

Cognome: Dusini

Vincitrice del Premio Musa 2023 – Settore ritratto e fotografia di scena

– Come ti sei avvicinata alla fotografia e perché?

Credo di aver iniziato a sviluppare un interesse per la fotografia intorno ai 16 anni, quando ho capito che poteva essere uno strumento per esprimermi, per rappresentare il mondo attorno a me ed autorappresentarmi – dal momento che non ho mai amato farlo a parole.

– Quando e come è nata la tua passione per la narrazione fotografica? A prescindere dal settore fotografico di appartenenza, come hai capito che lavorare su progetti articolati sullo stesso tema, fosse la strada giusta?

Probabilmente quando ho smesso di cercare come obiettivo la “foto cartolina” ed ho iniziato invece a concepire la fotografia come un racconto. Col tempo mi sono sempre più convinta del fatto che fare fotografia sia come raccontare una storia, e forse che abbia senso solo se racconta una storia, perciò il fatto di sviluppare dei progetti diventa quasi indispensabile per la narrazione. Allo stesso tempo potrebbe essere anche una scelta comoda, perché è molto più difficile raccontare una storia con un’unica fotografia (ritengo ci voglia una grande bravura e sensibilità…o una buona dose di fortuna!). Per fare un parallelo letterario, mi piace pensare alla fotografia unica come una poesia o un haiku e il progetto fotografico come un racconto, un romanzo o un saggio.

Fotografie di Francesca Dusini Švejk

– Come progetti e organizzi i tuoi lavori fotografici?

Negli ultimi tempi in realtà ho lavorato quasi esclusivamente per altre persone, quindi nella maggior parte dei casi ho già un compito affidato (documentare uno spettacolo, un’architettura, dei luoghi lungo un cammino…) e mi devo inserire in una cornice già definita. In questo caso cerco di capire quello che il committente vuole e la destinazione del lavoro, per poi mediarlo con quello che posso dare con la mia personale interpretazione. Se e quando possibile, cerco di dare una visione inedita, meno scontata, anche quando il soggetto è già definito, provando a osservarlo da punti di vista meno convenzionali. Quando invece mi dedico a progetti personali, parto da un’idea, un’intuizione che mi sembra particolarmente interessante e cerco di darle spazio e tempo e di lasciarla ampliare anche in modo spontaneo.

Quali tematiche ti interessano in particolare, hai già trattato altri temi, se sì, come?

La fotografia di ritratto è qualcosa di relativamente nuovo per me, anzi per diversi anni ho cercato di eliminare totalmente qualsiasi figura umana dalle inquadrature. Negli ultimi anni però ho iniziato a seguire e documentare fotograficamente spettacoli, eventi teatrali e infine realizzare le fotografie di scena sul set di due serie tv (sull’ultimo è nato il progetto fotografico Švejk) ed è una cosa che mi sta appassionando molto. Il mio tema di interesse principale è però la documentazione del paesaggio (naturale e urbano) e delle sue trasformazioni, ed ho una particolare passione per tutte quelle cose che mostrano i segni del tempo: rovine, angoli degli abitati (o dis-abitati) storici e un po’ cadenti, fragili testimonianze di tempi passati… Camminare per le vie di paese mi emoziona e allo stesso tempo mi lascia un velo di malinconia, perché so che ad esempio quella casa – che con le sue pietre, il suo intonaco scrostato, i suoi colori può raccontare una storia e quella di chi ci ha vissuto – la prossima volta potrebbe non esserci più. Questo mi spinge ad immortalare queste visioni attraverso la fotografia, per paura di perderle per sempre senza lasciare traccia. I temi e parole chiave della mia ricerca fotografica sono quindi la memoria, il ricordo, la nostalgia, la testimonianza, l’effimero.

Fotografia di Francesca Dusini – Inverno a Pez (Cles, TN)

Cosa cerchi di esprimere con le tue immagini?

Quello che cerco è di trasmettere un’emozione, di raccontare una storia o suscitare in chi guarda la curiosità di voler capire quello che c’è dietro alla mera immagine. Una foto non è mai soltanto una foto ed è interessante il rapporto che si può creare tra questa e l’osservatore: può cogliere il messaggio di chi l’ha scattata oppure no, ma in ogni caso attraverso la sua singolare visione interpreta a sua volta l’immagine, dandone una lettura arricchita. La fotografia per me è anche un modo per vedere quello che mi sta attorno, di prendermene cura e di dare testimonianza – senza giudizio, positivo o negativo che sia – di ciò che esiste, cercando di mettere in luce quello che magari altri non vedono.

Ad un livello ancor più personale la fotografia è anche qualcosa che mi aiuta a registrare degli stati d’animo, a “congelare” dei momenti che inevitabilmente passano e non torneranno più, ma che attraverso l’immagine potranno essere rievocati, utilizzandola come strumento per indurre la memoria a ricordare.

– Sei solita riflettere molto nella fase di ideazione del lavoro o agisci d’istinto durante la fase di ripresa?

Dipende. In generale sì (perché sono un overthinker), però ho capito che troppa preparazione mentale prima di scattare – cosa inevitabile quando devo realizzare fotografie per altri – mi porta spesso a momenti di frustrazione se non trovo le condizioni perfette in cui avrei voluto essere, la luce giusta ecc… e diventa quindi controproducente. Quello che preferisco in assoluto è vagare da flâneuse, lasciandomi catturare da quello che vedo, da come la luce illumina le superfici, dalle situazioni che accadono, aspettando il momento giusto per scattare oppure decidere che no, in quel caso non ne vale la pena o sarà necessario tornare. D’altra parte, mi sono resa conto che i progetti personali a cui mi dedico sono nati spontaneamente dandomi la libertà di lasciare spazio all’istinto, riconoscendo solo in un secondo tempo una serie di temi/soggetti/interessi ricorrenti che potevano essere legati da un unico fil rouge.

Fotografia di Francesca Dusini – Accidentally Mendelpass

– Dove trovi l’ispirazione per le tue immagini? Ci sono autori che ritieni interessanti o che ti hanno ispirato per il progetto vincitore del Premio Nazionale Musa per fotografe?

Le foto del progetto con cui ho partecipato al Premio Musa sono fotografie di scena e sostanzialmente ritratti. Essendo un settore di interesse relativamente nuovo per me, non ho – almeno consapevolmente – cercato specifiche fonti di ispirazione. Vedo ovviamente i lavori di tantissimi fotografi da anni, ma ad essere sincera sto imparando a farlo con un certo occhio critico soltanto di recente. Finora, non essendomi mai sentita legittimata a definirmi una fotografa (è un po’ come il discorso dell’artista: chi decide se uno è un’artista o meno? L’artista stesso o gli altri?), il mio pensiero è stato semplicemente “voglio solo raccontare quello che vedo”.

L’ispirazione poi arriva da ovunque se si è abbastanza sensibili da lasciarsi influenzare: dalla storia dell’arte, dal cinema, dai libri, dall’architettura…sono anzi convinta che il mio provenire da un mondo diverso da quello della fotografia – un percorso universitario in Ingegneria Edile-Architettura – abbia influenzato significativamente il modo di concepire la composizione e aiutato a sviluppare un certo tipo di sguardo. Tornando al mondo della fotografia ci sono due nomi su tutti che per me saranno sempre dei maestri assoluti e massima aspirazione: Luigi Ghirri e Guido Guidi, per la loro capacità di rendere straordinario l’ordinario e di cogliere l’essenza del quotidiano, trasmettendolo con delle immagini che sono pura poesia visiva.

Fotografia di Francesca Dusini – L’arte della miopia

Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri nel mondo della fotografia?

Mi ci sto approcciando per davvero forse solamente adesso, mi sono avvicinata alla fotografia un po’ inconsapevolmente senza avere un particolare obiettivo e quello che ho fatto finora è stato fatto da autodidatta. Sto quindi ancora cercando di capire quali sono le regole del gioco. Forse la difficoltà più grande è non lasciarsi influenzare dal pensiero del giudizio degli altri.

Ci vuoi raccontare un fatto in particolare per cui hai deciso che la fotografia fosse importante per te?

Forse non si tratta di un episodio in particolare, quanto piuttosto una serie di pensieri e una consapevolezza acquisita nel tempo. Uno su tutti è già il solo fatto di non riuscire a farne a meno…come dicevo, la fotografia resta il mio mezzo di espressione preferito. Sicuramente hanno poi contribuito le diverse persone che negli anni hanno dimostrato di apprezzare il mio sguardo e mi hanno spronata ad andare avanti lungo questa strada, incoraggiamento ben rafforzato dal progetto [ADAGIO] a cui ho collaborato nel 2022 e dal Premio Musa!

Fotografia di Francesca Dusini – Malosco

Come hai conosciuto il Premio Nazionale Musa per fotografe?

Conoscevo Musa Fotografia da qualche anno, che ho scoperto tramite i social e ho seguito con interesse perché fin da subito mi è sembrato che trattasse la fotografia nella maniera in cui anch’io la concepisco, oltre ad essere un’ottima fonte di spunti di riflessione e ispirazione. Quando ho letto del Premio, sulla newsletter e sui social, ho pensato che le fotografie che avevo in mano avessero un buon potenziale e potesse essere l’occasione per provare a mettermi in gioco.

Ritratto di Francesca Dusini – Fotografia di Mirco Zanzanella

Bio

Francesca Dusini nasce e vive in Trentino.

Si appassiona di fotografia durante gli studi in Ingegneria Edile-Architettura all’Università di Trento.

Dal 2016 collabora e realizza servizi fotografici per vari enti e realtà del territorio ed ha fatto attivamente parte di alcune associazioni culturali curandone l’immagine e i contenuti digitali. Negli ultimi anni si classifica in alcuni concorsi fotografici locali, vede il suo lavoro pubblicato su diverse riviste – cartacee e online – e prende parte a piccole produzioni televisive trentine come fotografa di scena. Nel 2022 collabora alla pubblicazione [ADAGIO] Trekking letterario per nuovi orizzonti lungo il Cammino Jacopeo d’Anaunia ed espone una selezione delle fotografie nell’omonima mostra presso Palazzo Roccabruna a Trento. Vince il Premio Nazionale Musa per fotografe 2023 nel settore ritratto e fotografia di scena, con il progetto fotografico “Švejk”.

I suoi temi di interesse sono il racconto e la documentazione fotografica del territorio, dal suo paesaggio (naturale, culturale, urbano) alle esperienze che in esso prendono vita.

Contatto Instagram @effedusini

Premio Musa per fotografe, le interviste alle vincitrici: Elena Zottola

Musa fotografia vi presenta le vincitrici del Premio e vi fa conoscere i loro progetti, speriamo sia cosa gradita.

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Nome: Elena

Cognome: Zottola

Vincitrice del Premio Musa: Menzione speciale 2022

Da Prosféro, fotografie di Elena Zottola

Come ti sei avvicinata alla fotografia e perché?

Ho sempre vissuto immersa nella ricerca creativa. Ho passato l’infanzia giocando nel laboratorio di artigianato artistico e di pittura di mia madre che, coraggiosamente, aveva deciso di provare a intraprendere la strada dell’arte in un piccolo paese della Basilicata. In quel contesto ho osservato per la prima volta dei fotografi all’opera e la fotografia è stato uno strumento che mi ha accompagnata da allora.

Quando e come è nata la tua passione per la narrazione fotografica? A prescindere dal settore fotografico di appartenenza, come hai capito che lavorare su progetti articolati sullo stesso tema fosse la strada giusta?

Ho iniziato a pensare per la prima volta in senso progettuale in un periodo di studi all’estero, all’Estonian Academy of Art di Tallinn, durante il quale ho realizzato la mia prima serie fotografica dal titolo The Creation of the World is an Ordinary Day. Per strutturare un progetto con un suo corpo ho sentito il bisogno di un supporto nella narrazione da parte del pubblico: il lavoro si è quindi articolato in una forma aperta, capace di inglobare in sé una narrazione partecipata.  Le tematiche affrontate con quella prima serie hanno rappresentato l’inizio della strutturazione di un’idea di metodo e di attenzione a un certo ventaglio di tematiche.

Da Stanotte il cielo, fotografie di Elena Zottola

Come progetti e organizzi i tuoi lavori fotografici?

I miei lavori nascono tutti da una fase di osservazione preliminare a tratti disinteressata, a tratti critica, di quello che mi circonda. A volte la complessità di alcune questioni non riesce a essere espressa con i canoni del solo linguaggio verbale, nasce allora in me la necessità di utilizzare il linguaggio delle immagini, dei segni che questo esprime e delle connessioni simboliche tra gli elementi, anche installativi. I miei progetti si strutturano su di un livello di associazioni ed evocazioni implicite che attendono di esprimersi attraverso la giusta immagine o il giusto accostamento.

Quali tematiche ti interessano in particolare, hai già trattato altri temi, se si, come?

Sono interessata agli ambiti affini all’antropologia culturale, perché relativi alla mia formazione accademica, in particolare a quelli connessi alla cultura materiale, al Patrimonio Immateriale, alla biografia degli oggetti, all’identità e alle trasformazioni e ibridazioni culturali.

Cosa cerchi di esprimere con le tue immagini?

Vorrei che le mie immagini riuscissero a esprimere la complessità che le ha fatte nascere, le domande irrisolte che mi hanno portato a realizzarle, ma che lo facessero in una maniera sintetica e riflessiva, dando un freno al tempo nel momento dell’osservazione e non moltiplicandone la caoticità.

Da The creation, fotografie di Elena Zottola

Sei solita riflettere molto nella fase di ideazione del lavoro o agisci d’istinto durante la fase di ripresa?

Prima dell’inizio di un lavoro affronto una fase “meditativa” più o meno lunga, una sorta di momento vuoto entro il quale iniziare a raccogliere immagini, suoni, parole, riferimenti teorici. Tra due o più di questi primi elementi scatta una scintilla che dirige in qualche modo la visione della realtà. Il lavoro a cui sto al momento lavorando, Stanotte il cielo è un mandorlo fiorito, ad esempio, nasce dall’incontro tra una poesia di Rocco Scotellaro e una fotografia del mio archivio di famiglia.

Dove trovi l’ispirazione per le tue immagini? Ci sono autori che ritieni interessanti o che ti hanno ispirato per il progetto vincitore del Premio Nazionale Musa per fotografe?

Molto spesso l’ispirazione per le mie fotografie non proviene dal mondo della fotografia, ma da altri contesti a esso più o meno affini: dalla pittura e dalla letteratura, ma anche dalle espressioni più spontanee dell’arte popolare, dell’artigianato e dalla naive art. La principale ispirazione per il lavoro di Prosféro, vincitore della menzione d’onore di Musa Fotografia, sono state le immagini d’archivio dei ritratti di due generazioni precedenti alle ragazze ritratte.

Da The creation, fotografie di Elena Zottola

Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri nel mondo della fotografia?

Le difficoltà più rilevanti per me sono rappresentate dalle tempistiche necessarie per lo sviluppo della progettualità artistica a volte non affine alle richieste di continua produzione riservate a chi fa un lavoro creativo come quello della fotografia d’arte.

Ci vuoi raccontare un fatto in particolare per cui hai deciso che la fotografia fosse importante per te?

Il momento in cui ho capito dell’importanza della fotografia come forma di linguaggio personale per me è stato all’interno dell’officina multidisciplinare della Scuola Elementare del Teatro: un’esperienza durante la quale ho avuto la fortuna di sperimentare diverse forse espressive scoprendo nella fotografia il mio ambito di comfort.

Come hai conosciuto il Premio Nazionale Musa per fotografe?

Sono venuta a conoscenza del Premio Musa attraverso il passaparola dei social networks.

Ritratto di Elena Zottola

BIOGRAFIA
Elena Zottola è una giovane fotografa e antropologa nata nel 1995.

Dopo gli studi artistici all’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma, si trasferisce a Napoli dove consegue una laurea in Antropologia del Patrimonio e si avvicina alla fotografia attraverso la multidisciplinarietà della Scuola Elementare del Teatro di Davide Iodice. 

Nel 2018 l’esperienza di studio all’estero, presso l’Estonian Academy of Arts di Tallinn, dipartimento di Fotografia e Arte Contemporanea, durante la quale lavora al progetto curatoriale Rivista e realizza l’opera-performance The Creation of the World is an ordinary day, scelto tra i finalisti di Giovane Fotografia Italiana #08 Reconstruction. 

Nel 2019 torna a Napoli e frequenta il CFI, Centro di Fotografia Indipendente, producendo la sua seconda serie fotografica dal titolo Prosféro, che indaga il valore delle radici e dell’atto del tramandare, oggi parte dell’archivio di Futuro Arcaico e vincitore della menzione d’onore del premio Musa per fotografe.

Nel 2022 cofonda Spazio Putega e si laurea in Scienze Antropologiche e Geografiche per i Patrimoni Culturali e la valorizzazione dei territori ed è tra gli artisti invitati per A Cielo Aperto in una stanza, un progetto di arte pubblica per ripensare le pratiche artistiche nel territorio; nel mese di maggio 2023 rappresenta l’Italia e l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi nella mostra collettiva Visage(s) d’Europe.

Attualmente continua gli studi in ambito antropologico con l’intento di arricchire di contenuti la sua pratica fotografica.

LINK

https://www.elenazottola.com/thecreationoftheworldisanordinaryday

https://www.elenazottola.com/stanotteilcielounmandorlofiorito

https://www.elenazottola.com/prosfero

https://www.elenazottola.com

https://www.instagram.com/elenazottola_

Premio Musa per fotografe, le interviste alle vincitrici: Martina D’Agresta

Musa fotografia vi presenta le vincitrici del Premio e vi fa conoscere i loro progetti, speriamo sia cosa gradita.

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Nome Martina

Cognome D’Agresta

Anno Settore Vincitrice del Premio Musa 2022 settore Reportage

Fotografia di Martina D’Agresta

Come ti sei avvicinata alla fotografia e perché?

Da piccola avevo la fotografia che mi ruotava attorno. Mio padre faceva il fotografo di matrimoni, collezionava macchine fotografiche, comprava libri e giornali di fotografia e nella nostra cantina aveva allestito una meravigliosa camera oscura.

Da grande la macchina fotografica è diventata il mezzo irrinunciabile col quale raccontare la porzione di realtà che desta in me interesse. Della fotografia mi affascina quanto sia semplice all’atto pratico e quanto sia complesso ottenere risultati soddisfacenti.  Poter catturare la mia visione della realtà, unica e irripetibile, con solo poche nozioni teoriche e il banale movimento di un dito suscita in me un infinito entusiasmo. La fotografia (quella che interessa a me) mi piace perchè fa camminare, arrampicare, sudare e sfidare il vento, imparare nuove parole e nuove lingue, assaggiare cibi e avere i vestiti sporchi. Mi appassiona per le esperienze che regala. Indipendentemente dal risultato, che certo inseguo sempre, la parte più arricchente dello scattare una fotografia sono i luoghi in cui la ricerca di quello scatto mi fa approdare, le persone che mi fa incontrare, gli odori che mi fa respirare.

Quando e come è nata la tua passione per la narrazione fotografica? A prescindere dal settore fotografico di appartenenza come hai capito che lavorare  su progetti articolati sullo stesso tema fosse la strada giusta?

Lavorare su progetti articolati sullo stesso tema mi permette un’ immersione nell’esperienza ancora più profonda rispetto allo scatto singolo (che per quel che mi riguarda è sempre un’operazione rispettabile). Decido di raccontare una storia quando sono incuriosita da una certa realtà e determinata a investigarla.  Approfondire un tema per me significa entrarci dentro, emotivamente e fisicamente.

Fotografie di Martina D’Agresta da “Tempra”

Come progetti e organizzi i tuoi lavori fotografici?

I miei lavori fotografici nascono da improvvisi guizzi di amore e entusiasmo verso realtà che incontro o delle quali vengo a conoscenza e che ritengo interessanti. Solitamente mi attrae ciò che sta scomparendo, o che è ancora ai più sconosciuto. Le storie che decido di raccontare diventano molto importanti per me e sento sempre la grande responsabilità di render giustizia ai soggetti che vado a ritrarre, siano essi persone o luoghi; per questo per i miei progetti spendo molte energie fisiche e mentali. Torno sulla scena finchè il racconto non è completo, finchè non ho esplorato ogni cm e assorbito ogni odore, rumore, spiraglio di luce di quel ritaglio di realtà.

Quali tematiche ti interessano in particolare? Hai già trattato altri temi, se sì, come?

Realizzo reportage geografico e antropologico. Nei miei lavori il tema più ricorrente è che uomo e ambiente sono due facce della stessa medaglia. Sono affascinata da quanto l’ambiente in cui viviamo, da tutta la vita o per poco tempo, attraverso il quale transitiamo o che ammiriamo ci plasmi nella forma e nell’anima e di quanto sia vero anche che le persone che vivono o che attraversano un luogo trasformino quel luogo stesso. Questo concetto per me è pura poesia.

Cosa cerchi di esprimere con le tue fotografie?

Nelle mie fotografie, che siano progetti o foto singole, io cerco di immortalare la bellezza del mondo, l’essenza delle persone che incontro e dei luoghi in cui mi reco. Credo che la realtà sia di gran lunga più sorprendente dell’immaginazione. Ovviamente sono lontana da ogni “trucco” volto a migliorarla. Ci tengo infatti che le mie fotografie abbiano anche una funzione documentativa, oltre a mostrare i soggetti con i miei occhi.

Fotografie di Martina D’Agresta da “Amaro”

Sei solita riflettere molto nella fase di ideazione del lavoro o agisci d’istinto nella fase di ripresa del lavoro?

Nella fase di ideazione del lavoro rifletto davvero poco. Preferisco recarmi subito sulla scena per iniziare a scattare  in modo libero e istintivo, parlare con le persone, respirare l’aria del posto. Quando torno a casa, con i primi scatti davanti agli occhi, inizio a riflettere su che cosa manca e su che cosa è in esubero per raccontare la storia. Così quando torno sul luogo a fotografare ho le idee più chiare. Questo processo si ripete e si ripete finchè non considero il lavoro finito. Amo il fatto che nel mio modo di costruire progetti la fase pratica di scatto sul campo sia preponderante rispetto a quella in cui me ne sto davanti al pc in modalità riflessiva.

Fotografia di Martina D’Agresta

Dove trovi l’ispirazione per le tue immagini? Ci sono autori che ritieni interessanti o che ti hanno ispirato per il progetto vincitore  del premio nazionale musa per fotografe?

Ce ne sono una marea di autori che ritengo interessanti. Bisognerebbe conoscerli tutti, sia quelli che si avvicinano al nostro modo di fotografare, sia quelli estremamente lontani da noi. I primi che mi vengono in mente sono Eugenia Arbugaeva e Ragnar Axelsson. Mi piacciono per il loro reportage pulito e schietto, allo stesso tempo riconoscibile e carico di suggestioni.

Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri nel mondo della fotografia?

E’ davvero complesso. Quello che più mi infastidisce è che il confine tra immagine e fotografia sta pian piano scomparendo. Si scatta la foto di un paesaggio in Scozia e vi si inserisce il cielo delle Hawaii perchè il tramonto scozzese lo si considera non abbastanza sgargiante. E se una caratteristica della Scozia, terra piovosa e meravigliosa, fossero proprio i tramonti sbiaditi? Per non parlare dell’avvento dell’ IA. Se usata superficialmente si rischia di avere “fotografi” che senza uscire dalle proprie quattro mura di casa realizzano “fotografie” dei narvali del Mar Glaciale Artico e dei pastori nomadi della Mongolia. Io mi chiedo sempre per quei fotografi che scambiano i cieli e non si alzano dalla sedia per girare il mondo dove stia la soddisfazione. Come fanno a privarsi dell’esperienza di fare fotografia? Non fanno che produrre solo immagini.

Fotografia di Martina D’Agresta

Ci vuoi raccontare un fatto in particolare  per cui hai deciso che la fotografia fosse importante per te?

Tutte le volte che sono stata davvero felice e me ne sono resa conto ho voluto scattare una fotografia per averne in futuro la memoria: durante un viaggio, una festa in famiglia, un giorno qualunque…

Come hai conosciuto il Premio Nazionale Musa per Fotografe?

Ho conosciuto il Premio Nazionale Musa per fotografe frequentando i membri del mio fotocircolo FBN Cecina. Alcuni di loro mi hanno consigliato di partecipare. Li ringrazio molto.

Ritratto di Martina D’Agresta

BIO
Martina D’Agresta, classe 1989, vive a Cecina (LI) ed è ingegnere civile. Nell’àmbito del circolo
fotografico Fbn Cecina – di cui è socia dal 2016 – matura interesse per la fotografia di reportage
geografico e antropologico e nei suoi lavori considera uomo e ambiente due facce della stessa
medaglia. Nel 2019 viene selezionata dalla F.I.A.F. come Talent Scout Junior ed espone a Bibbiena
(AR) presso il C.I.F.A. e a Carpi (MO) nell’ambito del Carpi Foto Fest. Nel 2022 vince la borsa di
studio Ivano Bolondi per la masterclass di fotografia con il maestro Lorenzo Cicconi Massi ed il
terzo posto al concorso ImagOrbetello a Orbetello (GR) nella categoria progetti. Risulta vincitrice al
premio Musa per fotografe italiane nella sezione reportage e del premio FOTO Cult. Nel 2023
nell’àmbito del concorso Urban Photo Awards vince il premio speciale Musei-Civici di Trieste nella
categoria progetti

Contatti

Link: https://www.facebook.com/martina.dagresta

Contatto: martina.dagresta@gmail.com

Premio Musa per fotografe, le interviste alle vincitrici: Lidia Caputo

Musa fotografia vi presenta le vincitrici del Premio e vi fa conoscere i loro progetti, speriamo sia cosa gradita.

Qui il link al Premio Musa, ancora non indetto per il 2024, ma alla pagina potete leggere le condizioni e le collaborazioni che per la nuova edizione portano interessanti novità! Vai al premio

Nome: Lidia

Cognome: Caputo

Vincitrice del Premio Musa 2022 Ritratto

Lidia Caputo dal lavoro “Oltre l’apparenza”

  1. Come ti sei avvicinata alla fotografia e perché?

Non ricordo com’è successo; la fotografia c’è sempre stata. Già da ragazzina nelle fotografie di rito mi trovavo sempre dietro lo strumento. Quando è arrivato il momento di scegliere una scuola per il futuro non ho avuto dubbi e mi sono indirizzata verso un istituto che si occupava di immagine.

  1. Quando e come è nata la tua passione per la narrazione fotografica? A prescindere dal settore fotografico di appartenenza, come hai capito che lavorare su progetti articolati sullo stesso tema, fosse la strada giusta?

Sono sempre stata un’appassionata di storie, sia da fruitrice che da narratrice. Sono un’insegnante e forse lo sono diventata anche per questo. Parlo molto nel mio lavoro a scuola, ma quando mi esprimo con la fotografia è diverso; mi affascina la sua forma silenziosa di narrare. Non ha bisogno di parlare; si rivela.

Con il tempo ho constatato di avere uno stile e un’attenzione particolare a certi momenti. Ci sono istanti di realtà che attirano la mia attenzione e che mi piace provare a ricondurre in situazioni che ho già visto e affrontato. Situazioni che continuo ad approfondire anche in tematiche differenti.

  1. Come progetti e organizzi i tuoi lavori fotografici?

Rifletto molto sui lavori che ho intenzione di affrontare: mi informo e leggo tantissimo fino a quando tutti gli stimoli accumulati mi accompagnano verso le prime immagini.

  1. Quali tematiche ti interessano in particolare, hai già trattato altri temi, se si, come?

Mi piacciono le immagini che parlano delle persone, anche se le persone non compaiono. Nelle foto che più amo, gli oggetti o i paesaggi riescono a raccontare l’essenza delle persone che li hanno vissuti, amati o semplicemente attraversati. A volte dall’immagine si stacca netto solo quel particolare della personalità che ha lasciato la traccia più persistente, non necessariamente gradevole, ma interessante perché unica.

La fotografia di ritratto per me è una novità di pochi anni fa con il progetto realizzato con le detenute in carcere.  Mi ci sono avvicinata con un approccio simile alle altre mie immagini. Questa volta la presenza fisica dei soggetti è prevalente, ma il desiderio è di riuscirne a catturarne l’essenza in quel periodo della loro vita; ciò mi ha portato ancora una volta a tentare di rappresentare non quello che si vede, ma quello che di quella persona si può percepire al di là del volto e delle espressioni più convenzionali. Quello che un solo istante non ci può offrire e che può essere espresso catturando più tempo. Non mi sono mai illusa di poter conoscere le persone alla prima impressione.

Lidia Caputo dal lavoro “Wall”

  1. Cosa cerchi di esprimere con le tue immagini?

Gli istanti di realtà di cui parlavo prima sono quelli che mi illudo possano raccontare del mondo che mi trovo davanti; dell’essenza della natura e dell’uomo così come mi si rivelano, nella loro bellezza ma anche nella loro inadeguatezza o nelle loro contraddizioni.

  1. Sei solita riflettere molto nella fase di ideazione del lavoro o agisci d’istinto durante la fase di ripresa?

Agisco d’istinto. È proprio durante la ripresa che cerco ciò che la realtà mi può offrire: ho bisogno di essere all’interno della situazione.

  1. Dove trovi l’ispirazione per le tue immagini? Ci sono autori che ritieni interessanti o che ti hanno ispirato per il progetto vincitore del Premio Nazionale Musa per fotografe?

Ci sono artisti che mi hanno segnato come Atget e Ghirri nella fotografia e De Chirico e Hopper nella pittura. Sono autori che a mio parere hanno una cosa in comune: il tempo sospeso. Come delle epifanie, nelle loro opere la realtà si cristallizza per poco tempo per potersi mostrare nella sua essenza prima di diventare passato.

Anche per i ritratti del Premio Musa il tempo è molto importante; mi sono ispirata a Nadar che per ragioni tecniche utilizzava un tempo di posa molto lungo. Il risultato era un soggetto che non poteva essere colto in maniera istantanea, ma solo nello scorrere del tempo. Credo, nei miei ritratti, di aver colto l’espressione nello scorrere del tempo evitando l’attimo fugace.

  1. Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri nel mondo della fotografia?

Mi ritengo una fotografa che rimane ai margini del mondo della fotografia. Osservare il mondo, scattare foto, guardare quelle degli altri e riflettere sulle immagini è buona parte della mia vita. Nonostante ciò, rimango sulla soglia.

Lidia Caputo “Islanda”

  1. Ci vuoi raccontare un fatto in particolare per cui hai deciso che la fotografia fosse importante per te?

Non c’è un fatto in particolare; come dicevo prima, la fotografia c’è sempre stata ed è sempre stata importante. Quando è arrivato il Premio Musa ho avuto una conferma.

  1. Come hai conosciuto il Premio Nazionale Musa per fotografe?

Ho conosciuto il premio sui social.

Lidia Caputo ritratto

Biografia
Sono nata nel 1971 a Milano. Dopo aver frequentato l’Itsos nell’indirizzo di
Comunicazione visiva, comincio a lavorare come assistente per diversi fotografi e a
frequentare i corsi serali dell’istituto Bauer: Fotografo e Fotografo colore. Mi iscrivo, in
seguito, a Lettere Moderne laureandomi in Storia dell’arte.
In passato ho portato avanti dei progetti sulla comunicazione pubblicitaria nella scuola
primaria. Da 16 anni insegno Fotografia e Produzioni audiovisive nelle secondarie
superiori. Collaboro con l’associazione Aihelpiu che si occupa di portare progetti
riabilitativi nelle carceri: io mi occupo di progetti fotografici. Uno di questi mi ha
permesso di vincere il Premio Nazionale Musa 2023

Contatti

@lidiablu 

@oltrelapparenza_lidiablu  

www.lidiablu.com (on line fra pochi giorni)

Premio Musa per fotografe, le interviste alle vincitrici: Benedetta Sanrocco

Musa fotografia vi presenta le vincitrici del Premio e vi fa conoscere i loro progetti, speriamo sia cosa gradita.

Qui il link al Premio Musa, ancora non indetto per il 2024, ma alla pagina potete leggere le condizioni e le collaborazioni che per la nuova edizione portano interessanti novità! Vai al premio

Nome: Benedetta
Cognome: Sanrocco
Vincitrice del Premio Musa anno settore: 2022, Ricerca

Fotografia di Benedetta Sanrocco dal lavoro Chocolate & dirty clothes

Come ti sei avvicinata alla fotografia e perché?
Non so dire se io abbia scelto la Fotografia o se sia stata lei a scegliere me. Quello che posso dire con
assoluta certezza è che il mondo dell’Arte, in tutte le sue forme, ha connotato la mia vita; sono sempre
stata un’avida lettrice e per molti anni ho studiato Danza, mia madre poi mi ha abituata a frequentare
mostre e ad andare a Teatro sin da piccola, e tutti questi mondi possibili hanno inesorabilmente avuto
un’influenza su di me. Se proprio devo trovare un momento in cui tutto si è fatto più chiaro però, e la
Fotografia è entrata a far parte della mia esistenza, è stato durante i miei studi Universitari, in particolare frequentando il corso di Storia del Cinema ho avuto modo di approcciarmi per la prima volta alla Semiotica dell’Immagine e ne sono rimasta affascinata, tanto da non volerla lasciare più, tanto da sentire l’impellente necessità di affiancare alla teoria anche la pratica.
Quando e come è nata la tua passione per la narrazione fotografica? A prescindere dal settore fotografico di appartenenza, come hai capito che lavorare su progetti articolati sullo stesso tema, fosse la strada giusta?
Sin dalle prime esperienze con la fotografia, ho avvertito la necessità di raccontare storie, anche se
inizialmente non sapevo come tradurre questa pulsione in progetti concreti. La mia passione per la
narrazione fotografica quindi è nata durante gli studi della materia. Non c’è stato un momento preciso, ma è stato un percorso graduale. Ho capito che lavorare su progetti articolati sullo stesso tema era la strada giusta per esprimere in modo coerente il mio punto di vista artistico.

Fotografie di Benedetta Sanrocco dal lavoro Chocolate & dirty clothes
Come progetti e organizzi i tuoi lavori fotografici?
Ogni nuova idea per un progetto si sviluppa in modo unico, quindi non posso offrire una formula standard per quel che riguarda l’organizzazione. Tuttavia, esistono momenti necessari e ricorrenti nel processo. La fase iniziale coinvolge uno studio approfondito e una ricerca accurata, creando le fondamenta su cui si basa il lavoro. Durante questo periodo, cerco anche autori e autrici che affrontino gli stessi temi o adottino un approccio simile al mio. Successivamente, passo alla fase di scrittura e, se necessario, elaboro bozze o disegni per anticipare il risultato. Solo allora inizio a creare. Come anticipavo prima, questo approccio è flessibile e non segue un percorso prestabilito; il processo artistico ha a che fare con l’erranza e, quindi, con l’errore, di cui condivide l’etimo, risultando così intriso di tentativi falliti.
Quali tematiche ti interessano in particolare, hai già trattato altri temi, se si, come?
La mia ricerca artistica si è sempre concentrata sull’analisi dell’identità, intesa come concetto complesso e polimorfo. Ho esplorato il rapporto tra identità e costruzione culturale, identità e memoria, identità e territorio, analizzate sempre da un punto di vista metaforico e simbolico.
Col passare del tempo e con una maggiore consapevolezza personale e artistica rispetto ai primi passi
intrapresi nel mondo della fotografia, ora riesco a percepire più chiaramente la stratificazione dei significati che caratterizza la mia pratica. Sebbene continui a riflettere sull’identità, adesso so anche che nei miei lavori è sempre presente una componente politica. Ad esempio, nel progetto sulla memoria, affronto questioni cruciali come l’immigrazione e le morti sul lavoro. Nell’esplorare il territorio, mi focalizzo sui luoghi periferici, mentre nel contesto sociale analizzo il cambiamento nella partecipazione politica.
Non tutti questi progetti hanno un esito fotografico, ma la mia ricerca sul visivo diventa un tentativo di
indagare la connessione intrinseca tra l’identità individuale e le dinamiche sociali e politiche che plasmano la nostra realtà.

Fotografie di Benedetta Sanrocco dal lavoro Chocolate & dirty clothes
Cosa cerchi di esprimere con le tue immagini?
Le mie immagini non cercano di esprimere qualcosa a prescindere, perché ciò che intendono comunicare si delinea nel contesto, il quale cambia di volta in volta a seconda dell’approccio e dell’argomento. Come evidenziato nella risposta alla domanda precedente, spesso i miei lavori toccano temi politici. Di conseguenza, l’obiettivo principale delle mie immagini è stimolare una riflessione, offrendo uno spunto agli spettatori per indagare e interrogarsi, anziché cercare risposte definitive.
Sei solita riflettere molto nella fase di ideazione del lavoro o agisci d’istinto durante la fase di ripresa?
Nella fase di ideazione del mio lavoro, solitamente prediligo una riflessione approfondita e una fase di
ricerca iniziale. Tuttavia, non è una regola fissa, e soprattutto questo non significa non scattare. Mi lascio ispirare da ciò che vedo, e spesso e volentieri proprio quelle fotografie scattate “di pancia” hanno
contribuito a creare il repertorio visivo di cui avevo bisogno per realizzare un progetto.
Dove trovi l’ispirazione per le tue immagini? Ci sono autori che ritieni interessanti o che ti hanno ispirato per il progetto vincitore del Premio Nazionale Musa per fotografe?
Le mie immagini traggono ispirazione da diverse fonti, allargando il campo oltre il mondo della fotografia.
Versi poetici, melodie e opere cinematografiche giocano un ruolo rilevante nel plasmare il mio approccio creativo. Per il progetto riconosciuto al concorso Musa, mi sono particolarmente ispirata ad artisti contemporanei come Erik Kessels e Joan Fontcuberta, noti per il loro impegno nel lavoro sull’archivio. Allo stesso tempo, nutro una forte affinità per la fotografia di Alec Soth, Vanessa Winship e Rinko Kawauchi. Credo che, in qualche modo, questi artisti segnino il mio modo di vedere e interpretare la Fotografia.
Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri nel mondo della fotografia?
Nel panorama fotografico italiano, le maggiori difficoltà che riscontro sono principalmente due. La prima ha a che fare con l’aspetto autocelebrativo ed elitario, che persiste nel settore. Come artista emergente, è frustrante osservare una preferenza costante per alcuni nomi già consolidati, soprattutto nei concorsi e negli spazi dedicati proprio agli artisti emergenti. Questa dinamica rallenta il necessario rinnovamento e limita le opportunità per chi sta cercando di farsi strada in questo campo.
La seconda difficoltà riguarda il contenuto trattato nella fotografia contemporanea. Troppo spesso, anziché adottare uno sguardo critico sulla realtà, osservo una tendenza da parte di fotografi e fotografe a conformarsi alla retorica scandita dai mass-media. Questo approccio normato, a volte piegato alla pornografia del dolore, rende difficile una vera innovazione e appiattisce la diversità delle prospettive.

Fotografia di Benedetta Sanrocco dal lavoro Chocolate & dirty clothes
Ci vuoi raccontare un fatto in particolare per cui hai deciso che la fotografia fosse importante per te?
Non saprei indicare un momento preciso in cui ho deciso che la fotografia fosse importante per me; in
qualche modo, è sempre stata parte integrante della mia vita. E proprio perché questa attitudine l’ho avuta sin da piccola, ricordo che il mio passatempo preferito da bambina era riordinare gli album di famiglia. Immaginavo storie dietro a ogni foto, immergendomi nei ricordi fissati su carta e coltivando,
inconsapevolmente, l’amore per la narrazione visiva.

Fotografie di Benedetta Sanrocco dal lavoro Chocolate & dirty clothes esposte a Verona per Grenze Arsenali fotografici
Come hai conosciuto il Premio Nazionale Musa per fotografe?
Ho conosciuto il Premio Nazionale Musa per fotografe quando mi sono imbattuta nella loro call online. La competizione offriva una giuria di spicco e concrete opportunità nel mondo della fotografia, mi ha colpito subito e mi sono convinta a partecipare. Dopo aver vinto, posso confermare che le aspettative sono state pienamente soddisfatte. Il premio mi ha aperto delle splendide opportunità, confermando il suo ruolo essenziale nel sostenere le fotografe.

Biografia
Benedetta Sanrocco (1991) è una artista visiva italiana. Ha studiato Lettere Moderne all’Università
D’Annunzio di Chieti e ha conseguito un Master in Progetto Fotografico, diretto dal docente Michele Palazzi presso la scuola di fotografia Meshroom di Pescara. Durante la sua formazione ha seguito corsi con artisti del panorama internazionale quali Erik Kessels e Israel Ariño, nel 2022 ha terminato il Corso annuale sull’immagine contemporanea presso la scuola di specializzazione Linea di Lecce, dove tra i vari workshop ha seguito quelli diretti da Mario Cresci, Federico Clavarino e Niccolò Fano. Nel 2019 riceve la menzione d’Onore al concorso Camera Work PR2; nel 2020 è una dei finalisti del Premio Riccardo Prina; nel 2021 l’artista è stata selezionata per il take over Altrove di Progetto Vicinanze e il collettivo Stasis ha inaugurato la sua nuova sede a Torino con una mostra su uno dei suoi lavori e ne ha prodotto la fanzine. Nel 2022 ha vinto il premio Nazionale Musa per fotografe nella sezione ‘‘Ricerca’’ ed è stata selezionata per il programma di ricerca Esaurire/Altrimenti del collettivo curatoriale CampoBase che si è concluso con una restituzione al pubblico nella Fondazione d’arte ‘’smART’’ di Roma. Nel 2023 espone uno dei suoi lavori al Festival Internazionale di Fotografia Grenze-Arsenali Fotografici di Verona ed è tra gli artisti selezionati per la Residenza RAMO a cura di Giuliana Benassi e Giuseppe Pietroniro.

Contatto Instagram @benedettamente