Storia di una fotografia – Hiroshi Sugimoto – “Theaters”

Buongiorno,

ecco un altro autore la cui fotografia che mi ha fatto molto ragionare, buona giornata

Sara

FOTOGRAFIA di Hiroshi Sugimoto – “Theaters” – Anno 1978-in corso

La serie “Theaters” di Hiroshi Sugimoto, avviata nel 1978 e tuttora in corso, rappresenta una delle esplorazioni più affascinanti sulla relazione tra tempo, spazio e luce. Sugimoto ha fotografato vecchi cinema e drive-in americani con una tecnica unica: lasciava l’otturatore aperto per l’intera durata di un film proiettato sullo schermo. Il risultato è un’immagine in cui il rettangolo luminoso dello schermo appare completamente bianco, frutto della sovrapposizione di tutte le immagini del film in un’unica esposizione. Questa tecnica, apparentemente semplice, nasconde un profondo significato filosofico e concettuale.

Il tema centrale di questa serie è il tempo. Ogni fotografia di “Theaters” rappresenta un’intera esperienza cinematografica ridotta a un singolo frame. Il film, con tutte le sue scene, i suoi dettagli e i suoi attimi narrativi, si trasforma in un bagliore uniforme, suggerendo una riflessione sulla natura effimera della memoria e dell’esperienza umana. L’idea che un’intera narrazione possa essere condensata in una singola immagine è allo stesso tempo affascinante e inquietante: cosa rimane del tempo una volta trascorso?

L’approccio di Sugimoto si inserisce in una lunga tradizione di artisti che esplorano la percezione del tempo attraverso la fotografia, ma il suo lavoro si distingue per l’eleganza e la semplicità del metodo. La scelta di fotografare cinema d’epoca e drive-in aggiunge un ulteriore strato di significato: questi luoghi, spesso decadenti e abbandonati, diventano testimonianze di un’era passata, conservate nella loro essenza attraverso la luce stessa dei film proiettati.

Dal punto di vista visivo, le immagini della serie “Theaters” sono straordinariamente suggestive. Il contrasto tra l’intensa luminosità dello schermo e i dettagli architettonici delle sale cinematografiche crea un effetto quasi surreale, evocando un senso di sospensione e mistero. Il bianco abbacinante dello schermo diventa una sorta di finestra verso l’ignoto, un portale che assorbe il racconto cinematografico e lo restituisce sotto forma di pura luce.

Biografia di Hiroshi Sugimoto:

Hiroshi Sugimoto, nato nel 1948 a Tokyo, è un fotografo e artista visivo giapponese noto per il suo approccio concettuale alla fotografia. Dopo essersi trasferito negli Stati Uniti negli anni ’70, ha sviluppato un corpus di opere che esplorano temi come il tempo, la memoria e la percezione. Oltre alla serie “Theaters”, Sugimoto è celebre per i suoi lavori su diorami museali, ritratti di cere e paesaggi marini, tutti caratterizzati da un’estetica minimalista e un rigoroso controllo della luce. Il suo lavoro è stato esposto nei più importanti musei e gallerie del mondo, contribuendo a ridefinire il linguaggio della fotografia contemporanea.

In qualità di fondatrice di Musa Fotografia, una scuola dedicata all’arte della fotografia, desidero chiarire l’utilizzo di immagini di grandi autori sul mio blog.

Le fotografie di maestri, che appaiono nei miei articoli, sono utilizzate esclusivamente a scopo didattico e divulgativo. Il mio intento è quello di analizzare e condividere la bellezza, la tecnica e la storia di queste opere con i miei studenti e con tutti gli appassionati di fotografia.

Tengo a sottolineare che:

  • Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità.
  • Gli articoli sono scritti con intenti didattici. L’obiettivo è quello di fornire spunti di riflessione e approfondimento sulla storia della fotografia e sulle diverse tecniche utilizzate dai grandi maestri.
  • Il mio impegno è verso la diffusione della cultura fotografica. Credo che l’analisi di opere significative sia fondamentale per la crescita e l’apprendimento di ogni fotografo.

Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.

Spero che questa dichiarazione possa chiarire il mio approccio e la mia passione per la fotografia.

Storia di una fotografia – Richard Prince – Untitled (Cowboy) –

Buongiorno, ecco un’altra fotografia che mi ha fatto molto ragionare, buona giornata

Sara

FOTOGRAFIA di Richard Prince – Untitled (Cowboy) – Anno 2001-2002

La serie “Cowboy” di Richard Prince, presentata tra il 2001 e il 2002, ha scatenato un vero e proprio terremoto nel mondo dell’arte, ponendo interrogativi fondamentali sull’originalità e la proprietà intellettuale. Prince, con un gesto che ha diviso critica e pubblico, ha ri-fotografato immagini pubblicitarie della Marlboro Man, l’iconico cowboy simbolo del marchio di sigarette, senza richiedere il permesso ai fotografi originali. Queste immagini, rielaborate e presentate come opere d’arte, hanno dato vita a un acceso dibattito che perdura ancora oggi.

La questione centrale ruota attorno al concetto di “fair use”, l’utilizzo legittimo di materiale protetto da copyright. Prince ha sostenuto che la sua opera rientrava in questa categoria, trasformando immagini esistenti in qualcosa di nuovo e originale. Tuttavia, molti hanno visto in questa operazione una violazione del diritto d’autore e un’appropriazione indebita del lavoro altrui. Il caso ha sollevato interrogativi cruciali sulla natura stessa dell’arte nell’era della riproduzione digitale: cosa significa essere un artista originale? Dove si colloca il confine tra ispirazione e plagio?

Un aspetto particolarmente controverso è stato il successo commerciale delle opere di Prince. Alcune delle sue fotografie “Cowboy” sono state vendute a cifre astronomiche, nonostante non fossero scatti originali. Questo ha alimentato ulteriormente la polemica, mettendo in discussione il valore dell’arte e il ruolo del mercato.

Indipendentemente dalle opinioni individuali, è innegabile che la serie “Cowboy” abbia avuto un impatto significativo sull’arte contemporanea. Prince ha sfidato le convenzioni, costringendo il mondo dell’arte a confrontarsi con questioni fondamentali sulla creatività e la proprietà intellettuale. La sua opera ha influenzato generazioni di artisti, aprendo nuove strade all’esplorazione dell’appropriazione e della ri-fotografia.

Biografia di Richard Prince:

Richard Prince, nato nel 1949 a Panama, è un artista americano noto per il suo lavoro di appropriazione di immagini e testi. La sua carriera è stata caratterizzata da una costante provocazione e dalla messa in discussione dei concetti di originalità e proprietà intellettuale. Prince ha iniziato la sua carriera negli anni ’70, ri-fotografando immagini pubblicitarie e fotografie di altri artisti. Le sue opere esplorano temi come l’identità, la celebrità e la cultura di massa, spesso con un tono ironico e dissacrante. Prince ha esposto in musei di tutto il mondo e le sue opere sono state oggetto di numerose mostre personali e collettive.

In qualità di fondatrice di Musa Fotografia, una scuola dedicata all’arte della fotografia, desidero chiarire l’utilizzo di immagini di grandi autori sul mio blog.

Le fotografie di maestri, che appaiono nei miei articoli, sono utilizzate esclusivamente a scopo didattico e divulgativo. Il mio intento è quello di analizzare e condividere la bellezza e la tecnica e la storia di queste opere con i miei studenti e con tutti gli appassionati di fotografia.

Tengo a sottolineare che:

Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità.
Gli articoli sono scritti con intenti didattici. L’obiettivo è quello di fornire spunti di riflessione e di approfondimento sulla storia della fotografia e sulle diverse tecniche utilizzate dai grandi maestri.
Il mio impegno è verso la diffusione della cultura fotografica. Credo che l’analisi di opere significative sia fondamentale per la crescita e l’apprendimento di ogni fotografo.
Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.

Spero che questa dichiarazione possa chiarire il mio approccio e la mia passione per la fotografia.

Storia di una fotografia “The Situation Room” di Pete Souza

Buongiorno, proseguiamo con la storia di alcune singole fotografie di grandi autori che mi hanno particolarmente colpita negli ultimi anni, spero coinvolgano voi quanto me, ciao.
Sara

“Una fotografia è un frammento di tempo che non ritornerà.” Pete Souza

FOTOGRAFIA di Pete Souza – The Situation Room – Anno 2011

Il Presidente Barack Obama e il Vicepresidente Joe Biden, insieme ai membri della squadra di sicurezza nazionale, ricevono un aggiornamento sulla missione contro Osama bin Laden nella Situation Room della Casa Bianca, il 1° maggio 2011. Nota: un documento classificato presente in questa fotografia è stato oscurato. (Foto ufficiale della Casa Bianca di Pete Souza)

Questa foto non è solo un documento storico, ma un vero e proprio racconto visivo. Souza era presente nella Situation Room della Casa Bianca durante l’operazione Neptune Spear, che portò all’uccisione di Osama bin Laden.
La fotografia mostra il presidente Obama e il suo team in un momento di intensa tensione. Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, si copre la bocca con la mano, un gesto che esprime la gravità del momento.
L’immagine è stata scattata con una macchina fotografica Leica M9, nota per la sua discrezione e la capacità di catturare immagini in condizioni di scarsa illuminazione, un dettaglio cruciale per preservare l’atmosfera della stanza.
Un aneddoto interessante è che, inizialmente, la foto venne scattata con Hillary Clinton che si copriva la bocca, in un secondo momento, dopo che la foto fece il giro del mondo, lei stessa disse che quel suo gesto era dovuto al trattenere un colpo di tosse.
L’impatto:
La fotografia ha avuto un impatto immediato, diventando un simbolo della determinazione americana nella lotta al terrorismo.
Souza ha dichiarato di aver scattato centinaia di foto quel giorno, ma questa in particolare catturava l’essenza del momento.

Biografia

Pete Souza è un fotografo americano noto per il suo lavoro come fotografo ufficiale della Casa Bianca durante le presidenze di Barack Obama e Ronald Reagan. Le sue immagini offrono uno sguardo dietro le quinte della politica americana.

In qualità di fondatrice di Musa Fotografia, una scuola dedicata all’arte della fotografia, desidero chiarire l’utilizzo di immagini di grandi autori sul mio blog.

Le fotografie di maestri, che appaiono nei miei articoli, sono utilizzate esclusivamente a scopo didattico e divulgativo. Il mio intento è quello di analizzare e condividere la bellezza e la tecnica e la storia di queste opere con i miei studenti e con tutti gli appassionati di fotografia.

Tengo a sottolineare che:

Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità.
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Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.

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Storia di una fotografia: Pyongyang IV – Andreas Gursky

Buongiorno, inizio questa serie di articoli che avevo abbandonato tempo fa, sulla storia di alcune singole fotografie di grandi autori che mi hanno particolarmente colpita negli ultimi anni, spero coinvolgano voi quanto me, ciao

Sara

“La mia fotografia cerca di rappresentare il mondo in una forma che rifletta la complessità della realtà contemporanea.” Andreas Gursky

FOTOGRAFIA di Andreas Gursky -Pyongyang IV – Anno 2007

Questo è l’occhio di Andreas Gursky, il fotografo tedesco che ha catturato l’essenza dei giochi di Arirang a Pyongyang. Non si tratta di una semplice documentazione, bensì di una trasfigurazione della realtà in un’opera d’arte che sfida la nostra percezione.

Nel 2007, il fotografo tedesco Andreas Gursky ha realizzato “Pyongyang IV”, una delle immagini più emblematiche della sua serie dedicata alla Corea del Nord. La fotografia ritrae una scena dei Mass Games dell’Arirang Festival, un evento annuale che celebra il leader defunto Kim Il Sung. In questa manifestazione, oltre 50.000 ginnasti eseguono coreografie sincronizzate davanti a 30.000 bambini che, con cartoncini colorati, creano giganteschi mosaici umani come sfondo. Gursky ha catturato l’essenza di questo spettacolo di massa, evidenziando la natura militaristica e totalitaria del regime nordcoreano.

Gursky non si limita a mostrarci un evento, ma ci costringe a interrogarci sulla natura stessa della massa, sulla sua capacità di trasformarsi in un organismo unico, pulsante, quasi astratto. Le ballerine, migliaia di punti colorati, si fondono in un disegno ipnotico, dove il singolo scompare nell’insieme.

La prospettiva aerea, marchio di fabbrica di Gursky, ci priva di un punto di riferimento, ci disorienta. Siamo sospesi, come osservatori di un mondo alieno, dove la disciplina e la sincronia raggiungono livelli estremi. La fotografia diventa così una riflessione sulla potenza del collettivo, sulla sua capacità di creare bellezza e terrore allo stesso tempo.

E poi c’è il contesto, la Corea del Nord, un regime che fa della propaganda un’arma. I giochi di Arirang sono uno spettacolo grandioso, un’esibizione di forza e unità. Gursky, però, non si lascia ingannare dall’apparenza. La sua fotografia non è una celebrazione del regime, ma una meditazione sulla condizione umana, sulla nostra vulnerabilità di fronte al potere.

“Pyongyang IV” è un’opera che ci interroga, che ci sfida a guardare oltre la superficie, a cercare il significato nascosto dietro l’immagine. È un’esperienza visiva che ci lascia senza fiato, che ci fa sentire piccoli e insignificanti di fronte alla vastità del mondo.

Biografia

Andreas Gursky è nato nel 1955 a Lipsia, Germania, e attualmente vive e lavora a Düsseldorf. È noto per le sue fotografie di grande formato che rappresentano scene di vita quotidiana, spesso manipolate digitalmente per enfatizzare pattern e dettagli. Le sue opere sono esposte in musei di tutto il mondo e hanno stabilito record nelle aste d’arte contemporanea.

In qualità di fondatrice di Musa Fotografia, una scuola dedicata all’arte della fotografia, desidero chiarire l’utilizzo di immagini di grandi autori sul mio blog.

Le fotografie di maestri come Andreas Gursky, che appaiono nei miei articoli, sono utilizzate esclusivamente a scopo didattico e divulgativo. Il mio intento è quello di analizzare e condividere la bellezza e la tecnica di queste opere con i miei studenti e con tutti gli appassionati di fotografia.

Tengo a sottolineare che:

Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità.
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Il mio impegno è verso la diffusione della cultura fotografica. Credo che l’analisi di opere significative sia fondamentale per la crescita e l’apprendimento di ogni fotografo.
Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.

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Ludovica De Sanctis, tra astrazione e realtà

“Ho sempre avuto un grande senso di astrazione dalla realtà, per questo ho deciso di approfondire la dimensione onirica e i suoi meccanismi”(L.D.S)

Fotografia di Ludovica De Sanctis da”Untitled”

Ludovica De Sanctis, nata a Roma nel 1991 e cresciuta in una cittadina di provincia del Centro Italia per poi spostarsi nella capitale, ha mostrato un interesse precoce per il cinema e la fotografia; trasferitasi nel 2011 a Parigi dove è rimasta per circa sette anni per seguire alla Sorbona un corso di studi in Storia dell’Arte con specializzazione  sul cinema russo e sovietico, attualmente vive e lavora a Milano come fotografa e video editor.  Nota con lo pseudonimo di Kamisalak, esperta di critica cinematografica a tutto tondo, durante il periodo universitario ha lavorato come assistente in varie produzioni cinematografiche e studi fotografici. Interessata alla fotografia analogica e soprattutto al suo metodo di sviluppo e stampa in camera oscura, non si sottrae alla sperimentazione delle più svariate tecniche, spaziando dal documentario alla video art, alla fotografia digitale e artistica. Interessata fin da giovanissima ad esplorare i meandri della psiche umana, per distaccarsi dalla pura realtà si è lanciata nell’esplorazione del mondo dei sogni dominati da meccanismi, talvolta oscuri;  la profonda conoscenza del cinema e della letteratura russa (vedi Gogol’, Dostoevskij, Tarkovskij…) in cui abbondano atmosfere oniriche, le ha permesso di indagare la psiche umana attraverso il mondo del soprannaturale e delle visioni surreali. Tra i suoi progetti più noti ricordiamo “Untitled” in cui la De Sanctis si concentra ad evidenziare le condizioni sociali e psicologiche delle periferie, riflettendo su temi come la solitudine esistenziale a causa dei repentini mutamenti della società che creano inquietudine e si riflettono pesantemente sulla psiche degli uomini.

Fotografia di Ludovica De Sanctis da”Untitled”

Nel suo lavoro più celebre – “Onironautica”- dalle parole greche sogno e marinaio– dopo approfonditi  studi sulle teorie del cosiddetto ‘sogno lucido’, utilizzando  vari metodi, come il Wake Back to Bed (WBTB) e il Mnemonic Induction of Lucid Dreams (MILD), la De Sanctis si rivolge all’analisi della sua prolifica attività onirica, particolarmente nei momenti dopo il risveglio quando i sogni rimangono impressi in modo più fulgido nella memoria: si viene così a  creare un  intricato mondo di immagini sovrapposte, strane e meravigliose che emergono dal proprio subconscio e possono rimanere vive anche durante le ore diurne: “La prossima volta che sognerò, mi ricorderò che sto sognando.” (L.D.S.)     Quando siamo immersi nel mondo onirico ci appaiono forme e figure verosimili che si accostano con meccanismi completamente diversi dai fenomeni reali : ed ecco serpenti acciambellati su un letto oppure un pesce che beve al rubinetto del bagno… , a richiamarci immagini create con l’AI. “Una sottile esplorazione delle interazioni tra intelligenza umana e artificiale nella creazione artistica”​. (www.lensculture.com)

Lavori recenti di Ludovica sono il photobook “Zagriz”, edito da Altana e la mostra personale intitolata “Le hasard fait bien les choses” allestita presso uno spazio d’arte contemporanea a Locarno in Svizzera.

I suoi lavori sono stati esposti a livello internazionale in città come Parigi, Berlino, Londra e Roma; sono inoltre numerosi i riconoscimenti ottenuti, tra cui il primo premio agli Art Photography Awards 2024 di LensCulture e il premio della Julia Margaret Cameron Foundation per le tecniche di manipolazione digitale.​ Il suo impegno nell’esplorazione dell’inconscio e della sua rappresentazione attraverso la fotografia, continua a renderla una figura significativa nell’arte contemporanea.

JRNL 20 – FotoFilmic

www.ludovicadesanctis.com

Ludovica De Santis racconta la psicogeografia | Collater.al

Ludovica De Santis | Portfolio | PhotoVogue

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”

Non è un crimine sostenere che l’arte può essere semplicemente bella!

Amo la moda e guardo molte cose.  Non è un crimine sostenere che l’arte può essere semplicemente bella” ALINA GROSS

Fotografia di ALINA GROSS

Nata nel 1980, Alina Gross, fotografa di origini ucraine, vive e lavora a Bochum in Germania. In un’interessante intervista riportata nel Neighbourhood Magazine, racconta con dovizia di particolari come la sua carriera sia iniziata a diciotto anni quando, giovane modella, fu scelta da un compagno di università per realizzare degli scatti quasi per gioco, scatti che inaspettatamente ebbero un certo successo anche nel sofisticato ambiente parigino. Questa divertente esperienza fu però breve perché Alina comprese ben presto come fosse molto più interessante fotografare e dunque diventare un soggetto attivo, invece di esporsi passivamente agli scatti di altri.

Fotografie di ALINA GROSS

Interessata ad esplorare con le sue fotografie il corpo femminile, alla ricerca dei dettagli più intimi e nascosti, sintetizza la sua visione in una frase: “Il nostro corpo è un paese delle meraviglie.… ho in me tutte le forme del mondo”.

Fotografia di ALINA GROSS

Alina con coraggio non arretra davanti ai difetti, alle imperfezioni, alla vecchiaia di alcune sue protagoniste oppure davanti a particolari intimi, incappando spesso nella censura di alcuni social media che non tollerano immagini troppo dirette. Attivista del movimento ‘Body positivy’ è sempre pronta a sfidare gli stereotipi riguardanti la bellezza al femminile, sfida che la spinge – sulla base delle sue esperienze personali come donna e artista – a ricercare immagini schiette ed autentiche con prospettive bizzarre e insolite al di là delle più ovvie convenzioni. Le sue fotografie vivaci e giocose attraversano con originalità il campo della moda, dai modelli casual all’haute couture: assistita da poche persone di fiducia, i suoi scatti avvengono all’interno di piccoli set, con una cura particolare rivolta alle luci anche naturali. Alina collabora con famose maison di moda e con numerose riviste internazionali, come Vogue e Harper’s Bazaar che apprezzano il suo stile originale molto glamour, talmente innovativo da includere anche il sapiente uso dell’Intelligenza Artificiale per creare spettacolari abiti floreali, pezzi unici nati dalla combinazione sofisticata tra fashion ed elementi naturali. Nei suoi lavori prettamente artistici, come il recente Calla /Lilly, la fotografa crea le sue seducenti immagini grazie ad uno stretto connubio tra fotografia tradizionale e gli algoritmi di AI, cercando una stretta relazione tra la figura femminile e il sensuale fiore della calla, quasi a voler sottolineare i confini sfumati tra il mondo reale e quello artificiale.

Fotografia di ALINA GROSS

Nella serie Visions of Femininity realizzata in collaborazione con la pittrice Vanessa Hitzfeld, la Gross si concentra sul legame tra flora e femminilità, a sottolineare una connessione delicata e armoniosa tra natura e corpo umano dipinto al di là di ogni bellezza convenzionale, richiamando mondi onirici e surreali. Un altro interessante lavoro di Alina, The Wonderland of the Human Body, esplora in modo del tutto originale il tema della maternità, utilizzando temi botanici per simboleggiare la nascita e il processo di trasformazione nella vita delle donne, specialmente dopo il parto Nell’ introduzione al suo primo libro, “The Beauty of Imperfection“, Dorothee Achenbach che ne cura l’introduzione, scrive: “Disturbanti, seducenti, straordinariamente diverse, impossibili da ignorare, le fotografie di Alina Gross hanno un enorme potere suggestivo. La fotografa, rinomata a livello internazionale, ha sviluppato un linguaggio visivo e fotografico che affascina immediatamente lo spettatore; i suoi soggetti sono le donne e i loro corpi, le metafore e le ambivalenze della sessualità e del genere. Con invenzioni visive insolite, combina corpi e parti di esso con fiori, tessuti, gioielli e colori dai toni vivaci e brillanti per dipingere al meglio la grande forza, autostima e potenza delle donne”.

Fotografa freelance famosa su scala internazionale, oltre alla collaborazione  con importanti riviste di moda, espone in numerose mostre internazionali:  ha partecipato alla Riga Biennale of Photography nel 2021 e al Queer Archive Festival ad Atene nel 2022, al Vogue Photo Festival di Milano nel 2023 e alla mostra collettiva “New Femininity” a Lisbona.

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”

SITOGRAFIA

Alina Gross – Thursday’s Child (thursdayschild.global)

Alina Gross Photography | Fotografie Metropole Ruhr (alina-gross.com)

L’impatto dell’IA sulla fotografia di moda: la storia di Alina Gross | Artribune

https://www.youtube.com/watch?v=f4PWcSW9Bt0. Intervista ad Alina

 “Io immagino la fotografia come una tela vergine” Valerie Belin

VALERIE BELIN ( Boulogne-Billancourt, 1964 )

Valerie Belin Copyright (c) 2007 Philippe Lenepveu

 “Io immagino la fotografia come una tela vergine” ( V.B.)

Valérie Belin è una fotografa francese nata nel 1964 a Boulogne-Billancourt nei pressi di Parigi dove attualmente vive e lavora. Famosa per il suo approccio del tutto personale alla fotografia, oltrepassa le regole tradizionali del mezzo, interrogandosi sui confini tra il mondo reale e quello artificiale, smuovendosi tra realtà e illusione. Ha studiato all’École des Beaux-Arts di Bourges e in seguito alla Sorbona con studi rivolti al minimalismo americano e all’arte barocca italiana, per giungere ben presto alla fotografia che diviene il suo mezzo artistico preferito, procurandole fama internazionale.

Fotografia di Valerie Belin Copyright (c)

Particolarmente interessata alla resa degli effetti luministici, inizia a lavorare nel 1993 fotografando varie sorgenti luminose, con un’attenzione particolare ai riflessi prodotti da preziosi manufatti di cristallo. Durante questa prima fase della sua attività, preferisce scattare in bianconero e gli oggetti che più attraggono la sua attenzione – come ad esempio specchi, abiti, automobili, motori… – vengono immortalati con estrema definizione, secondo uno stile raffinato e decisamente minimalista. Curiosa sperimentatrice dotata di notevole fantasia, spazia in molteplici settori e, intorno alla fine degli anni Novanta, introduce nei suoi lavori la figura umana ripresa frontalmente e isolata sopra sfondi neutri bianchi o neri. In questo periodo Belin scatta in analogico e fino al 2006 predilige fotografie monocromatiche, per passare improvvisamente all’uso del colore in parallelo ad una sua incursione nel mondo del digitale che le consente, attraverso l’uso del fotoritocco, di manipolare le immagini: alla ricerca di una proliferazione e superfetazione di segni e dettagli che suggeriscono diversi livelli di lettura di un’opera, Valérie usa sovrapposizioni, doppie esposizioni, solarizzazioni assai spinte e, grazie alla sua esperienza nel campo dell’illuminazione artificiale, riesce  a creare immagini che sembrano iperreali e quasi pittoriche,  con chiari riferimenti alla fotografia commerciale o pubblicitaria.

Fotografie di Valerie Belin Copyright (c)

I suoi lavori, organizzati con estrema precisione in serie fotografiche, affrontano tematiche complesse da cui emerge con chiarezza la sua volontà di mettere in evidenza gli aspetti negativi del mondo attuale in cui diventa sempre più necessario trasformarsi e uscire da sé, grazie a trucchi, belletti o strani abbigliamenti per voler ‘apparire’ ed imporsi in modo non autentico all’interno di una sfrenata società consumistica.  Afferma Valérie: “Un cliché diventa un cliché perché è un oggetto del desiderio: il desiderio di bellezza, il desiderio di appartenere, il desiderio di riconoscimento sociale, il desiderio di essere qualcun altro. Gli stereotipi affascinano per la loro capacità di generare il desiderio di identificarsi con l’imitazione o la rivalità. Conformarsi è diventare un oggetto del desiderio.” (V.B.)  Sulla tematica della perdita di individualità in favore di un’identità modellata su un’icona globale, è particolarmente significativa la serie fotografica del 2014 dedicata ad un idolo delle folle come  Michael Jackson’s Doppelgängers, in cui la Belin immortala alcuni sosia del famoso cantante pop ripresi su fondi neutri, alla ricerca di un ‘artificioso realismo’ ricercato nella perfezione dei dettagli, dalla pelle ai costumi, fino alle espressioni facciali.

Fotografie di Valerie Belin Copyright (c)

Nella serie Still Life  del 2014, occhieggiando ad un’estetica kitsch, vengono immortalati frutti di plastica lucente o manichini/avatar che si sporgono dalle vetrine, in un susseguirsi di atmosfere ambigue ricche di artifici che ci aiutano a riflettere sulla società attuale, in cui, ribadisce con forza la fotografa, le apparenze tendono a sopraffare la realtà.

Fotografia di Valerie Belin Copyright (c)

Importanti sono le molteplici serie dedicate alle figure femminili, come ad esempioBlack-Eyed Susan del 2010, in cui immagini di fiori si sovrappongono a ritratti di donne, creando preziosi effetti onirici di fusione indissolubile tra la sfera umana e la natura. Seguono altri lavori come Têtes couronnées (2009), Brides (2012), Super Models (2015), All Star (2016), Painted Ladie, (2017). In quest’ultimo lavoro, affiancata dalla truccatrice londinese Isamaya Ffrench, la Belin ha trasformato i volti delle modelle con fantasiose pennellate ed un sapiente fotoritocco, affermando in tutta sincerità: “Potrebbero essere creazioni digitali, ma gli occhi sono ancora molto umani quindi c’è di nuovo un paradosso, tra l’irrealtà e l’umanità degli occhi delle ragazze”.

I molteplici lavori di Valèrie scaturiti da una profonda e variegata sensibilità artistica, sono stati esposti in importanti mostre ospitate al MoMa di New York, al Centre Pompidou a Parigi, al Victoria and Albert Museum di Londra. Nel 2015 ha vinto il Prix Pictet (Disorder) ed è stata nominata ufficiale dell’Ordre des Arts et des Lettres in Francia nel 2017 e nello stesso anno, una mostra itinerante è stata co-prodotta dal Three Shadows Photography Art Center di Pechino, dal SCôP di Shanghai e dal Chengdu Museum.

 Fino ad ottobre 2024, nelle sale del Museo di Belle Arti di Bordeaux (MusBA), Valérie Belin propone Silent Visions, una mostra personale con circa 100 opere che ripercorrono la carriera dell’artista, dalla fine degli anni ’90 a serie più recenti. L’esposizione mette in luce la dimensione pittorica della sua opera dove appaiono numerosi riferimenti dell’artista alla storia dell’arte, attraverso nature morte, ritratti, nudi e body worship, creando un nuovo e stimolante dialogo con le importanti collezioni d’arte del Museo di Bordeaux. (24 aprile-28 ottobre 2024. MusBA, Galleria e Museo).

Bibliografia


Valérie Belin, Quentin Bajac, Jennifer Blessing “Valérie Belin” Steidl, 2007

 Adam Mazur, Lukasz Ronduda, “Contemporary Photography from Eastern Europe: History, Politics, and Everyday, Black Dog Publishing, 2013

Valérie Belin, Tobia Bezzola, “Valérie Belin: Still Life”, Hatje Cantz 2014


Valérie Belin“Valérie Belin: Super Models”, Xavier Barral, 2015

Articolo di Giovanna Sparapani

Sitografia


valeriebelin.com

www.centrepompidou.fr Valérie Belin – Les images intranquilles – Centre Pompidou

https://www.moma.org Valérie Belin | MoMA

www.vam.ac.uk/collections/valérie-belin


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