Memoria e oblio

Ciao a tutti! Come sapete tengo questo blog dal 2015, voglio cambiare un pochino! Non scrivo solo io, ma ogni articolo scritto da me in senso “critico” sarà un piccolo tentativo di fare il contrario di ciò che il tempo ci chiede: inseguire il presente, rincorrere la moda, adeguarsi. Io preferisco l’anacronismo. Non perché sia romantico o “figo”, ma perché è l’unico modo per inventare davvero qualcosa di mio e, forse, anche di vostro. Qui si parla di immagini che non hanno fretta, di estetiche che non viaggiano sui trend topic e di scelte visive che spesso fanno storcere il naso. E se riusciremo a ridere un po’ delle nostre stesse fissazioni, ancora meglio. Perché l’ironia, ve lo assicuro, è l’unico filtro che rende sopportabile il mondo della fotografia contemporanea. Benvenuti quindi in questa serie: un viaggio fuori tempo, con qualche deviazione imprevista, un paio di scivoloni controllati e la speranza che, alla fine, qualcuno possa davvero guardare il mondo in modo un po’ diverso. A chi pensa che mi rivolga a tutti con parole semplici perché non saprei fare di più: venite a testarmi, invitatemi al vostro tavolo! Immergetevi nel mio lavoro e capirete che spiegare, comunicare e farsi capire non è mai banale, che semplice non significa superficiale.” Sara Munari

Finlandia – Sara Munari

Le fotografie non si contano più e forse nemmeno contano più: scorrono nei feed e raramente lasciano traccia, centinaia di migliaia al giorno, tutte destinate a sparire dopo pochi secondi. In questo mare in tempesta, la fotografia sembra perdere il suo timone: da progetto diventa consumo, da memoria diventa distrazione. Ma in questa abbondanza – o meglio, saturazione – la fotografia rischia di perdere la sua funzione originaria: essere progetto, memoria, racconto condivisibile.

Paradossalmente, è più reale una foto “piaciuta” a mille sconosciuti che una stampata, incorniciata e conservata in casa. Ma la presenza sui media ha un prezzo: l’immagine deve piegarsi alle loro regole. Rapida, funzionale, adatta a catturare l’attenzione per tre secondi (cinque se siamo fortunati e l’utente non ha già abbassato lo sguardo sulla notifica successiva), esteticamente inserita nei canoni contemporanei.

Il valore della fotografia non viene misurato nella profondità o nella capacità di generare memoria, ma nella velocità con cui attira uno sguardo, strappa un like e viene poi dimenticata.

La fotografia non detta più i tempi: li detta l’algoritmo. E così l’autore si trova costretto a produrre non immagini pensate, ma contenuti aggiornati. Un fotografo diventa, suo malgrado, un manutentore del feed. Non sono più i media ad accogliere la fotografia come linguaggio autonomo, ma è la fotografia stessa che si piega alle esigenze della piattaforma.

In questa corsa, si smarrisce un aspetto cruciale: la responsabilità della creazione. Ogni progetto fotografico necessita di tempo, cura, sedimentazione. Ma come si fa a sedimentare qualcosa su una piattaforma progettata per dimenticare? È come cercare di scrivere “Sara” sulla sabbia bagnata, mentre l’onda si prepara già a cancellarla.

Il rischio è che il fotografo rinunci del tutto alla profondità, adattandosi a produrre solo ciò che può “funzionare”: un tramonto perfetto, un volto sorridente, un’inquadratura accattivante. Tutto valido, tutto piacevole, ma spesso privo di quella dimensione che trasforma una fotografia in memoria condivisa. Il fotografo non ha più il tempo – e spesso neanche lo spazio – per costruire un progetto che possa crescere, sedimentare, diventare patrimonio collettivo. L’urgenza del presente, la pressione della visibilità immediata, cancellano la possibilità di un’elaborazione lenta e di un senso duraturo. La fotografia diventa “contenuto” e smette di essere testimonianza.

Oggi si scatta non per ricordare, ma per non sparire. L’archivio, che un tempo custodiva le immagini come stratificazione di vita e storia, è stato sostituito da un flusso in cui nulla si conserva davvero. Ogni immagine è destinata a essere inghiottita dall’algoritmico.

È il regno dell’istantaneo: un’immagine vale finché resta in alto nel feed, poi svanisce. Come dice qualcuno, se non l’hai postata, “non è mai successo” — una battuta che però racconta bene il problema.

E allora che fare? Accettare che la fotografia sia un contenuto tra gli altri, un ingrediente leggero per la dieta quotidiana dei media? O tentare di restituirle una funzione diversa, più lenta, più resistente?

Forse la sfida è proprio questa: non rinunciare alla possibilità di costruire progetti che restino, anche quando i media chiedono l’opposto. Non si tratta di rifiutare del tutto i canali digitali, ma di usarli senza esserne usati. La fotografia può ancora essere memoria, racconto, traccia. A patto che chi fotografa decida di non cedere del tutto al tempo veloce dell’oblio.

Alla fine, la domanda resta: vogliamo che le nostre foto siano come fast food — consumate in fretta, dimenticate in un attimo — o come un pranzo cucinato con cura, che lascia il sapore in bocca e il ricordo nella memoria? Ritrovare il senso della progettualità significa opporsi alla velocità dell’oblio, reclamare spazi dove la fotografia non è solo visibilità istantanea, ma anche memoria che resiste.
La fotografia sta solo aspettando che qualcuno le restituisca il tempo di respirare.

Sara Munari

24 pensieri su “Memoria e oblio

  1. Ha pienamente ragione. Per me la fotografia è ancora progetto e cerco di pensare prima di scattare. Preferisco la “camera” allo smartphone, ma non la porto sempre con me. Cerco di stampare le foto che scatto e conservarle in album.
    Le auguro buon lavoro.
    Daniele Rech fotografo dilettante.
    P.s.: preferisco le foto in bianco e nero, anche se non ne scatto.

    • Grazie Daniele, il suo approccio ha una coerenza che oggi è rara: pensare prima di scattare è già una forma di resistenza.E stampare, conservare in album: questo sì che è costruire memoria fisica, sottrarla al flusso. Un album si sfoglia, si riapre, si mostra. Richiede gesti, tempo, presenza. È l’opposto dello scroll.
      Quanto al bianco e nero che preferisce ma non scatta: forse è proprio lì il suo prossimo progetto? A volte ciò che amiamo guardare ci sta indicando una strada ancora da percorrere.

  2. Sempre spunti interessanti Sara, grazie.
    Sì, quello che scrivi è pienamente condivisibile. Ecco il mio approccio per cercare di restare aggrappato al mio personale “sentire”.
    Cerco di usare i social con parsimonia e senza la strenua ricerca del like.
    Provo a tenere lo sguardo “allenato” acquistando libri fotografici “classici” (per esempio, di recente ho avuto modo di comprare su ebay l’intera collana de “I grandi fotografi” edita da Fabbri Editori negli anni 80: che goduria per gli occhi!) sui quali cerco di affinare lo sguardo.
    Una certa fotografia “moderna” di qualità – nonché progetti fotografici strutturati – si trova anche su siti online quali, p.e. LensCulture e LifeFramer.

    • Grazie per la condivisione! Il tuo approccio è prezioso proprio perché attivo e consapevole: non subisci i social, li usi quando e come serve, senza farti dettare i tempi dall’algoritmo.
      La collana Fabbri degli anni ’80 è un tesoro — quei libri obbligavano a una lentezza di sguardo che oggi è quasi sovversiva. E hai ragione anche su LensCulture e LifeFramer: dimostrano che il digitale non è il nemico, ma uno strumento. La differenza sta nell’intenzionalità: loro curano progetti, non feed. Propongono fotografia come linguaggio strutturato, non come contenuto usa-e-getta.
      Forse è proprio questo il punto: non rinunciare al digitale, ma scegliere spazi che rispettino i tempi della fotografia. E intanto continuare a nutrirsi di carta, di progetti pensati, di immagini che chiedono tempo per essere guardate.
      Così lo sguardo resta affamato ddi cose giuste, non sazio di niente.

  3. Seguo da qualche tempo un’orchestra giovanile, un progetto civile ed educativo che sta diventando sempre più importante. Documento i loro concerti e tutto quello che ci gira intorno, tutto come volontario tra altri volontari. Premetto che posto molto raramente le foto, perché puntualmente lo fanno genitori e insegnanti, per cui le mie immagini, se lo facessi anch’io, andrebbero ad alimentare quell’ammassamento narcotizzante di fotografie che puntualmente affiora ogni volta che c’è un avvenimento o un evento che meriterebbe sì attenzione, ma che spesso proprio perché super attenzionati, risultano essere alla fine effimeri, immolati e bruciati dalla mole mortifera di fotografie che puntualmente finiscono sul web perché : “così almeno si vedono – cosa che in sé non sarebbe male, se a questa locuzione non si aggiungesse l’avverbio di tempo – subito”. Qualche tempo fa, sempre all’Interno di questo progetto, andai a documentare un incontro offerto ai ragazzi dell’orchestra, con gli strumenti dell’orchestra del mare, ideata da Arnoldo Mosca Mondadori . Un’orchestra nata con l’intento, appunto, di non dimenticare il passato per avere “memoria” di quelle persone arrivate spesso con storie terribili attraverso il Mediterraneo sulle nostre coste, oppure morte nell’attraversarlo.
    Durante questo evento capii molto chiaramente una cosa rispetto alla memoria, una cosa che secondo me dovrebbe essere scontata, ma che invece forse non lo è o forse, stupidamente, non lo era per me.
    Capii che la memoria non è utile se la si usa per guardarsi indietro, non lo è affatto! Anzi, direi, che considero questo atteggiamento nocivo se è rivolto solamente alla nostalgia, a un tempo che fu in cui tutto poteva sembrare esotico e fascinoso. Perché la memoria si attiva solo se è messa in relazione con il presente o con il futuro. La memoria, ergo il passato, senza questi due “fratelli temporali” non ha senso!
    Quindi mi chiedo: siamo sicuri che quando parliamo di memoria fotografica, abbiamo presente questa cosa, questo atteggiamento, questo approccio? E cioè che le fotografie del passato, (sia prossimo, sia remoto), non risultano stimolanti o destinate solo ad essere “meramente” commercializzate, perché non legate unicamente – attraverso la loro funzione mnemonica e la loro testimonianza – a un tempo presente o futuro?
    Questo legame temporale non renderebbe la foto meno soggetta all’oblio e a non essere più cannibalizzata dal web?

    • La memoria fotografica resiste all’oblio quando non guarda solo al passato, ma dialoga con presente e futuro.
      Hai colto giusto: la nostalgia sterile non serve. L’Orchestra del Mare ti ha mostrato che la memoria funziona quando diventa operativa — quando il passato si trasforma in consapevolezza e azione oggi.
      Il web cannibalizza le foto perché le consuma senza elaborarle: tutto è “subito”, niente sedimenta.
      La soluzione? Non salvare singole foto, ma costruire progetti fotografici che abbiano già in sé un senso che va oltre l’istante. Il tuo archivio dell’orchestra giovanile potrebbe essere questo: non un album di ricordi, ma uno strumento vivo per raccontare cosa significa educare, crescere, costruire comunità.
      La fotografia sfugge all’oblio quando fa parte di qualcosa più grande di sé — un progetto che la radica nel presente e la proietta nel futuro.

      • Si Sara, feci una piccola serie di fotografie con i ragazzi e il loro rapporto con gli strumenti, i leggii, gli spartiti, ecc. Mi colpì la leggerezza che s’instaura tra loro e gli oggetti che, anche se preziosi, delicati e da conservare con cura, nella relazione diventavano parte integrante del progetto, perdono la loro importanza di oggetti particolari, per diventare strumenti emotivi, che non solo suonano, ma raccontano condivisione, attraverso l’uso personale di ogni ragazzo.

  4. 2 cose:
    1) la foto che accompagna la riflessione è “fighissima” 😃
    2) sono pienamente d’accordo con tutto quello che hai espresso
    ho sviluppato una vera avversione per algoritmi, feed e palle varie e ho iniziato ad infischiarmente alla grande. le mie statistiche faranno schifo ma io mi sento molto più in pace con me stesso 😃

    • Ecco una possibile risposta:

      Grazie! 😊

      -La foto ringrazia anche lei (e promette di non montarsi la testa).
      -Le tue statistiche faranno schifo, ma il tuo archivio avrà un senso. E questa non è una consolazione, è proprio il punto: hai scelto di misurarti con criteri tuoi, non con quelli della piattaforma.

      Infischiarsene alla grande degli algoritmi è un atto di salute mentale

  5. Cara Sara,
    Ho apprezzato molto il tuo intervento. La fotografia pura e, si può aggiungere, semplice, anche se rimanda alla complessità della vita e del mondo, e’ per me senza tempo e contiene significati universali che raggiungono sempre le coscienze. Il frastuono attuale di immagini mancanti di senso non sono fotografia. Non c’è modernità o antichità nella fotografia pura perché c’è sempre senso.

    Isabella

  6. Buongiorno Sara ,

    leggendo le tue riflessioni ho provato una sensazione di calma , quasi di rilassatezza … come se finalmente qualcuno ha centrato il punto del tuo malessere e si è seduto di fianco a te … semplicemente per assistere o affrontare un qualcosa che spesso risulta quasi opprimente… e mi sono interrogato sul perché amo cosi tanto ancora la fotografia e spesso ne sento la mancanza quando non riesco a dedicarmici ….
    Scatto principalmente ritratti … le sessioni si trasformano in momenti di profonda condivisione e la foto giusta quando arriva ti fa venire la pelle d’oca … si scatta una foto per volta , si assaporano i momenti si sentono le proprie emozione e quelle del soggetto ritratto.
    Gli scatti ottenuti sono solo per te e per il soggetto , una memoria di poche ore al di fuori di questo mondo frenetico…
    grazie per avermi fatto posto vicino a te anche solo per il tempo della lettura…

    • Ciao! Grazie per il tuo messaggio.

      Sono felice che le mie parole ti abbiano trasmesso calma. Il ritratto inteso come momento di condivisione e pausa dal frenetico scorrere delle immagini è un approccio che condivido molto: scattare con lentezza, puntando all’emozione autentica piuttosto che alla quantità.

      Grazie per aver condiviso la tua prospettiva.

      Un saluto, Sara

  7. Articolo lungo e complesso, con diversi aspetti da analizzare.

    Intanto, nel descrivere la “funzione originaria” della fotografia (per usare le tue stesse parole), ha usato tre termini che, in realtà, non indicano UNA funzione originaria, o LA funzione originaria, ma indicano tre funzioni differenti: progetto, memoria, e racconto condivisibile.

    Tre funzioni differenti della fotografia (e ne hai citate solo tre, ma in realtà, c’è ne sono molte molte altre…) che possono anche partire da tre motivazioni molto diverse per fare fotografia (da tre motivazioni tra le moltissime che spingono all’ uso del mezzo fotografico), che possono avere origini distinte, con scopi distinti e che possono portare a “funzioni” della fotografia distinte, e non affatto comuni l’una per l’altra.

    Poi, come spesso avviene nei tuoi articoli (quando parli di motivazioni, funzioni e scopi per fare fotografia), tu Sara, tendi sempre a “generalizzare”… cerchi sempre, cioè, di rendere “universale” qualcosa che, al contrario, è assolutamente e squisitamente “personale”.

    Ci siamo già confrontati su questo, non dal vivo, nelle diverse occasioni in cui si siamo visti di persona, ma qui, nei commenti di diversi articoli (ti ricordi, per esempio, quello sul “target”?).

    Il punto chiave, è che (per fortuna) non tutte le persone che fanno fotografia, la fanno con l’intento di “apparire” o di “farsi conoscere”, o di “emergere”, o di “dire”, “raccontare” o comunque “comunicare” qualcosa a qualcun altro…

    …non tutti usano i “social”, non tutti inseguono i “likes” e i “followers” e non tutti “sgomitano” nel disperato desiderio di ammantarsi di “vana gloria”…

    …ci sono (per fortuna) milioni e milioni di persone che fanno fotografia per altre motivazioni e con altri scopi, e di “raccontare qualcosa a qualcun altro, o di condividere la propria fotografia con qualcun altro, non gli importa niente, ma proprio proprio niente!

    Tu parli del “valore della fotografia” e contrapponi un “valore” più nobile e storico (almeno secondo te) come quello che viene misurato (sempre secondo le tue parole) “nella profondità o nella capacità di generare memoria”… a un valore della fotografia più fugace e superficiale, che viene misurato (ancora secondo le tue parole): “nella velocità con cui attira uno sguardo, strappa un like, e viene poi dimenticata”…

    …ma la Fotografia, non è solo questo… questo è “generalizzare” ed è sempre sbagliato generalizzare!

    Subito dopo rincari la dose, sempre ferma dentro questo “tunnel” quando scrivi (testualmente):

    “La fotografia non detta più i tempi: li detta l’algoritmo. E così l’autore si trova costretto a produrre non immagini pensate, ma contenuti aggiornati. Un fotografo diventa, suo malgrado un manutentore del Feed. Non sono più i media ad accogliere la fotografia come linguaggio autonomo, ma è la fotografia stessa che si piega alle esigenze della piattaforma.”

    L’autore SI TROVA COSTRETTO A PRODURRE NON IMMAGINI PENSATE?
    Ma lo vedi in quale enorme generalizzazione sei caduta?

    A parte il fatto Sara, che tu hai più volte affermato che se una persona non viene riconosciuta tale, NON È UN AUTORE, e hai aggiunto: NON È UN FOTOGRAFO.
    Affermazioni con le quali io non sono affatto d’accordo, ma che tu affermi, e le hai sempre sostenute con forza…
    …ma poi, come detto è una generalizzazione terribile! Sbagliata e terribile!

    Non sto ora a dettagliarti tutte le restanti generalizzazioni che hai sviluppato nel resto dell’articolo… perché, tanto per fare un altro esempio, subito dopo continui (ancora testualmente):

    “In questa corsa, si smarrisce un aspetto cruciale: la responsabilità della creazione. Ogni progetto fotografico necessita di tempo, cura, sedimentazione. Ma come si fa a sedimentare qualcosa su una piattaforma progettata per dimenticare?”

    E qui torniamo su due generalizzazioni, anzi, su tre generalizzazioni:

    La prima è data dal fatto che tu leggi la “creazione” al un “progetto fotografico”…ma come ti ho già detto in altre occasioni, il “progetto fotografico” può essere molto importante per alcune motivazioni per fare fotografia e per alcuni generi fotografici, per determinati generi può essere addirittura fondamentale…ma per altre motivazioni per fare fotografia, e per altri generi fotografici, può essere, al contrario un “limite” e, in alcuni casi e generi addirittura una “trappola”. È di conseguenza evidente l’enorme generalizzazione.

    La seconda generalizzazione è data dal fatto che tu dai per scontato che tutti quelli che fanno fotografia hanno come scopo quella di postarla sui social…e su questo errore non credo che io debba aggiungere altro.

    La terza generazione è data dal fatto che, secondo te, la “creazione” sia una “responsabilità”…cosa che “non esiste”! È di tutta evidenza che non esista una “responsabilità” della “creazione”.

    Anche se ci sarebbero altri passaggi da evidenziare (e naturalmente da contestare), mi fermo qui.

    Lo so che tu potresti provare a “spostare” il concetto del discorso sul fatto che tu ti riferisci e ti rivolgi soprattutto a chi fa fotografia con l’ intento di “comunicare”, o di “emergere” o di “farsi conoscere” o di portare avanti un “percorso autoriale” ecc.ecc.ecc.

    Ma il fatto è che intanto non lo specifichi all’inizio di articoli o libri o conferenze o interviste ecc. Tu dai sempre per scontato che la fotografia è quella (e non è vero…), tu chiami fotografi “casuali” tutti gli altri (il che traccia i confini, di un limite che tu stessa hai sposato, dal momento che nn n è un termine che hai coniato tu, e che tu stessa TI hai imposto, nel trattare le materie della fotografia).

    Di fatto, di conseguenza, tu scrivi libri che acquistano tutti (inteso come persone che fanno fotografia con tutti i generi di motivazioni), ma che, in pratica, è come se fossero rivolti sono ad alcuni…e lo stesso è quando scrivi articoli, fai conferenze, interviste, video e live…

    … personalmente lo ritengo un vero peccato, perché la tua competenza in materia è indubbiamente notevole…e, con un po’ di attenzione, potresti rivolgerti anche a tutti gli altri.

    Da qui, il mio suggerimento… che puoi certamente ignorare, come sempre:

    In modo più soft:

    “Potresti fare più attenzione a non generalizzare”

    O in modo più diretto:

    “Smetti di generalizzare”

    • Grazie per il tempo che hai dedicato a questo commento così articolato, si vede che la materia ti sta a cuore, e questo lo apprezzo davvero.
      Detto questo, permettimi di risponderti con altrettanta franchezza.
      L’articolo non pretende di essere un trattato esaustivo sulla fotografia in tutte le sue declinazioni umane, psicologiche e filosofiche. È un pezzo di riflessione su un fenomeno specifico e osservabile: la pressione che i media digitali esercitano su chi usa la fotografia come linguaggio comunicativo. Non “tutti i fotografi del mondo”, ma un contesto preciso che chiunque legga un feed può riconoscere.
      Quando si scrive un articolo, non un manuale enciclopedico, si sceglie un angolo. Questo è il mio. Dire che sto “generalizzando” perché non ho incluso il fotografo solitario che non apre mai Instagram è come criticare un articolo sul consumo di cibo spazzatura perché non menziona i monaci tibetani che coltivano il loro orto. Il campo d’analisi era dichiarato fin dalle prime righe.
      Sul tema delle “tre funzioni”: hai ragione che sono distinte. Ma nel contesto dell’articolo funzionano come esempi rappresentativi, non come lista definitiva e credo che un lettore attento lo colga senza bisogno di un disclaimer.
      Quanto al tuo suggerimento: “smetti di generalizzare”, lo accolgo per quello che è: un’opinione, non una regola del mestiere. Generalizzare, nel senso di individuare tendenze e dinamiche comuni, è esattamente ciò che fa un’analisi critica. Il contrario non è rigore: è paralisi.
      Continuerò a scrivere con lo stesso approccio, cercando sempre di farlo bene. E continuo a trovare utile il confronto, anche quando è scomodo.

  8. Allora Sara,
    ti ringrazio per la tempistica nella tua risposta ma…e te lo dico come n franchezza…stai continuando a “generalizzare”.

    Nella tua risposta, infatti, è come se ti rivolgessi a me (come “mosca bianca” o come uno dei pochi monaci tibetani che si coltivano l’orto…), ma io non ho scritto quel commento come mio caso personale, non mi sono davvero nemmeno nominato!

    Ci sono milioni di persone che fanno fotografia, non solo per motivi “altri” (come ti ho già scritto), ma anche se fanno fotografia per condividere e per comunicare, magari fanno mostre, magari tengono incontri con l’autore, magari la espongono nei club e nei circoli, magari partecipano a conferenze, fiere e festival sulla fotografia, ma non postano niente sui social… magari non li guardano nemmeno i social, o magari li guardano ma non pubblicano in quelle piattaforme la loro fotografia.

    In tutti i modi, con questo articolo hai di fatto tagliato fuori tutte queste persone, dando per scontato che tutti (TUT-TI) facciano Fotografia per postare sui social, per adattarsi e assecondare l’algoritmo, ecc… In pratica, dando luogo all’ennesima “generalizzazione”.

    E, dal momento che è sempre profondamente sbagliato cercare di rendere “universale” qualcosa che, al contrario, è assolutamente e squisitamente “personale”, se qualcuno te lo fa notare, prova a pensarci e magari, ogni tanto, a fare anche un po’ di autocritica.

    Non è la nostra “divergenza di visioni” in discussione, Sara.

    Non c’è “soluzione” per quella, e non credo che a nessuno dei due interessi svilupparla oltremodo, o discuterne ancora nell’ evidente illusione di poterla risolvere…

    …in discussione, c’è la tua tendenza a dare per scontato determinati fenomeni, determinati approcci, e determinate motivazioni per fare fotografia che, al contrario, scontati non lo sono per niente! Ma proprio, proprio, per niente!

    Se una voce esterna, in modo asettico e per niente personale, ti fa notare delle cose… almeno ponderale, riflettici sopra, e pensa un secondo di più, quando scrivi, a quello che scrivi…
    …anche il mettersi in discussione e meditare su osservazioni dettagliate e approfondite, è segno di maturazione e di cultura…
    …poi, certamente, sul mio suggerimento, puoi sicuramente ignorarlo, come sempre!

    • Sarò più precisa.
      Sul metodo: cosa significa generalizzare e cosa significa invece definire un campo
      Generalizzare significa affermare qualcosa di universale senza basi sufficienti. Definire un campo significa dichiarare, implicitamente o esplicitamente, di cosa si sta parlando, e di cosa no. Ogni analisi critica, ogni saggio, ogni articolo che valga la pena leggere fa esattamente questo: sceglie un angolo, lo percorre fino in fondo, e lascia fuori ciò che non è pertinente.
      Roland Barthes in La camera chiara non ha “generalizzato” ignorando la fotografia di reportage quando ha parlato di punctum e studium a partire da foto private e personali. Ha scelto un campo. Sontag in Sulla fotografia non ha “escluso” il fotografo di matrimoni quando ha analizzato il rapporto tra immagine e potere. Ha scelto una prospettiva. Nessuno li ha accusati di condiscendenza verso i fotografi di circoli locali.
      Il mio articolo parla di un fenomeno preciso: la pressione che i media digitali e gli algoritmi esercitano sulla fotografia intesa come linguaggio. Questo fenomeno esiste, è documentabile, è osservabile ogni giorno. Che esistano persone al di fuori di quel perimetro non invalida l’analisi, la affianca, semmai.
      Se vogliamo portare dati nel discorso: nel 2023 sono state scattate oltre 1,8 trilioni di fotografie nel mondo, la stragrande maggioranza delle quali destinate ai social media. Instagram conta oltre 100 milioni di foto pubblicate ogni giorno. Queste non sono mie “generalizzazioni”, sono le dimensioni del fenomeno di cui parlavo.
      Certo, esistono altri tipi di fotografi che rispetto profondamente. Ma rappresentano una nicchia e spesso proprio in reazione al fenomeno descritto nell’articolo. Il che conferma la mia tesi: il contesto digitale è diventato così dominante che chi non vi partecipa lo fa spesso come scelta di resistenza. È già un posizionamento, non un’assenza neutra.
      Sul nostro rapporto e sul tono voglio essere diretta, senza animosità ma senza ambiguità.
      Nel corso di questi scambi hai usato espressioni come “smetti di generalizzare”, “pensa un secondo di più a quello che scrivi”, “anche mettersi in discussione è segno di maturazione e cultura.” Capisco che tu le intenda come osservazioni costruttive. Ma il loro effetto è quello di posizionarti come chi valuta, corregge e giudica la maturità intellettuale di chi scrive. Questo non è un confronto tra pari: è una dinamica asimmetrica che non ho accettato e non accetto.
      La forma in cui viene segnalato un presento errore dice qualcosa su chi lo segnala, oltre che sull’errore stesso.
      Resto aperta al confronto, lo sono sempre stata, come dimostrano le mie risposte. Ma il confronto funziona quando entrambe le parti si riconoscono lo stesso diritto di stare nel proprio punto di vista, senza che uno dei due debba “maturare” per raggiungere l’altro. Il confronto resta benvenuto. La condiscendenza un po’ meno.

      • Generalizzare serve e come se serve! Ora più che mai serve a riordinare le idee, proprio perché miliardi di persona fotografano e diventa quindi necessario capire dove andare per crescere personalmente. Questo non è un atteggiamento passatista o nostalgico, ma è un modo per affrontare la cose dell’arte con responsabilità. Pensare di avere soddisfazioni personali, “al di là del successo”, senza guardare cosa c’era prima di noi è inconcepibile. E per farlo bisogna avere uno sguardo “generale”, che ti indichi il percorso fatto, per poterne fare uno in futuro con consapevolezza. E poi soggettivizzare in arte è una tendenza che emerge ogni qual volta c’è crisi nell’arte stessa o in qualsiasi campo che richiede capacità espresiva. È un modo di guardare ad essa, quello che soggettivizza, che la storia,( e qui c’è un altro sguardo generalista al passato), ha sempre dimostrato essere sterile e dettato dal disorientamento. Senza contare che dietro a una visione soggettiva dell’arte spesso si nasconde banalmente quel: “a me piace e se piace a me nessuno può dir niente”; praticamente la morte dell’arte e di qualsiasi espressione che la sfiori. Chiudo dicendo, senza offesa, che non ” generalizzare” è un bel modo- neanche tanto velato- di prendere delle scorciatoie, per cercare di non fare fatica. Nell’illusione che comprendere cosa stai facendo, ma soprattutto “come” lo stai facendo, quando comunichi, (al di là del mezzo che si usa), non è poi così tanto importante.

      • Se tu hai cercato di essere “più precisa”, io cercherò di esserlo ancora di più:

        Non puoi “arrampicarti sugli specchi” cercando di attribuire al tuo scritto (per non parlare “dei tuoi scritti”) un’aurea di “implicita scelta” di un determinato “settore” o “angolo” dell’argomento “Fotografia”.

        Non puoi, perché non è stata nemmeno accennata né esplicitamente né implicitamente tale “selezione”, o tale “spicchio”, o tale “branchia”, o tale “angolo” di utilizzatori del mezzo fotografico…
        …al contrario, tutto l’articolo è stato “aperto” ed “esteso” a chi fa Fotografia, punto!

        Hai usato termini come “Autore” (…generico), come “Fotografo” (…generico), hai parlato del “valore della fotografia” (… generico), hai scritto che questo “NON viene più misurato nella profondità” (…generica) “o nella capacità di generare memoria” (… generica), “ma nella velocità con cui attira uno sguardo, strappa un like, e viene poi dimenticata” (la fotografia tutta…generica, con una conseguente affermazione “generalizzante”).

        Hai scritto che la fotografia (… generica) non detta più i tempi, li detta l’ algoritmo (… concetto evidentemente generalizzante).
        Hai scritto l’autore (… generico) è COSTRETTO…
        Hai scritto il fotografo (… generico) DIVENTA…
        Hai scritto “Oggi non si scatta più per ricordare, ma per non sparire” (palese “generalizzazione”, e palese tentativo di fare per scontato e universale, logiche e approcci che non sono assolutamente “universali”)

        Hai scritto “L’ archivio, che un tempo… … è stato sostituito da un flusso in cui nulla si conserva davvero” (ennesimo tentativo di “generalizzare”)

        Hai scritto “Ogni immagine (sottolineo OGNI) immagine è destinata ad essere inghiottita dall’algoritmico” (che sia palese la “generalizzazione” è più che evidente)

        Hai scritto: “Allora che fare? Accettare che la fotografia (attenzione: “generico…” tutta la fotografia) sia in contenuto…ecc.

        Hai scritto: “La fotografia può ancora essere memoria…” (la fotografia…dal termine “generico” => generalizzazione)

        Hai scritto: “Ritrovare il senso della progettualità, significa opporsi alla velocità dell’oblio…”. come se “il senso della progettualità” fosse l’ unica via per “opporsi alla velocità dell’oblio” …ennesima generalizzazione delle ennesime generalizzazioni…

        E tutto questo solo in questo articolo…perché, puoi nasconderti finché vuoi dietro la “scusa” (virgolette d’obbligo) di aver scelto per questo specifico articolo quello che tu chiami un “angolino” su cui discutere…

        …ma tu sai benissimo che in ogni articolo, in ogni libro, in ogni intervista, o video o live che scrivi, o a cui partecipi, ci sono sempre queste assolute e continue “generalizzazioni”.

        Di conseguenza, non venirmi a raccontare la storia dell’angolino… che non regge per niente e che fa venire voglia a chi ti legge (e non certo solo io) di dirti che gli “specchi sono lisci” (per fare un esempio, mi ricordo che l’utente “Tommaso” nel tuo articolo sul “target”, ti ha fatto bene capire, pur senza usare l’esempio drastico degli “specchi”, come ha letto quella tua “generalizzazione”).

        Sul fatto poi, che hai letto le mie affermazioni e/o suggerimenti (che hai citato)…non come un confronto alla pari, ma come una “dinamica asimmetrica” (per usare le tue stesse parole), significa che non hai capito niente, ma proprio niente di chi ti sta scrivendo, né del perché te lo sta scrivendo…

        … è quindi assolutamente inutile che (dall’incipit di questo stesso articolo) “chiedi di venire a testarti”… e scrivi frasi come “invitatemi al vostro tavolo”…

        …che senso ha scrivere queste cose?

        Invitarti al mio tavolo? Ma che senso avrebbe invitarti al mio tavolo (ed è solo un esempio)? Laddove, forse (o probabilmente), non solo non capiresti la mia fotografia (anche se tu, se non ricordo male, sei partita dalla “street photography”…ma non preoccuparti, è solo un esempio, che non succederà mai, dal momento che non ho alcun interesse a mostrartela)…ma soprattutto, non capiresti nemmeno le motivazioni e gli scopi per ie quali è stata realizzata.

        Che senso ha quindi scrivere queste cose, se non riesci nemmeno a confrontarti su delle criticità più che evidenti, e su delle “generalizzazioni” più che palesi…che qualcuno ha cercato di fartele notare, con commenti dettagliati, che cercano (sempre) di entrare nel merito?

        Mentre ci pensi, ti lascio con una mia impressione che è scaturita da questo nostro ultimo raffronto:

        Tu parli di “dinamica asimmetrica “…bene, la mia impressione è che se esiste questo tra noi, andrebbe letta al contrario di come l’hai pensata tu:
        Non sono io che mi posiziono dalla parte di chi “valuta, corregge e giudica”, visto che ti ho presentato in egual misura:

        _ sia i dubbi sulle criticità e generalizzazioni degli articoli, sempre argomentando ed entrando nel merito.

        _ che i complimenti che ti ho fatto sia nei commenti agli articoli, che dal vivo, più di una volta, di persona.

        Mi sembri piuttosto tu, che vai avanti come un “caterpillar”, senza nemmeno soffermarti su “criticità” e “generalizzazioni” che qualcuno, più di una volta ti ha fatto notare… è come se ti ritenessi di avere il “verbo in tasca” e non metti mai i tuoi scritti, e i tuoi pensieri in discussione (quando, evidentemente, in discussione lo sono eccome…)…puoi certamente continuare così…

        …ma almeno abbi il “pudore” di non buttare li frasi di circostanza come:

        “venite a testarmi”

        o

        “Invitatemi al vostro tavolo”

        Ma per favore…

  9. Risposta per Francesco Summo:

    È di tutta evidenza che lei non ha capito niente, ma proprio niente, di quello che ho scritto!

      • Molto comodo Sara, molto comodo!

        Evidentemente, quando arrivi al punto in cui non riesci più a giustificare i tuoi scritti…la “butti a casino”, con frasi fatte come “ci capisci solo tu”.

        E tu saresti una studiosa della materia?
        Complimenti davvero!

        Per inciso:

        È di tutta evidenza che l’ utente Francesco Summo non ha capito per niente quello che ho scritto, la logica e le osservazioni fatte nel corso dei messaggi…
        …visto che ha completamente spostato il discorso verso altre logiche, e ha usato il termine “generalizzazioni” in senso e accezioni che non avevano niente a che vedere con la contestazione e le criticità evidenziate.

        In pratica, se i suoi primi due commenti riferiti al tuo articolo potevano avere una valenza e una logica, questo suo terzo commento, in calce a tutto quello che ho scritto sulle tue “generalizzazioni”, è fuori contesto, fori da ogni logica e non ha veramente alcun senso!

      • Walter, credo che il punto di rottura del nostro confronto sia metodologico.
        Tu pretendi che ogni riflessione sia un’enciclopedia che includa ogni singola eccezione umana (il fotografo solitario, il non-social, il monaco tibetano), mentre io scrivo analisi critiche su tendenze sistemiche. Se analizzo come l’algoritmo stia cambiando il linguaggio fotografico predominante, non sto negando l’esistenza di chi ne resta fuori; sto analizzando la forza di gravità che agisce su tutti gli altri.
        Confondi la descrizione di un ecosistema con un giudizio sulla tua identità personale. Dato che per te ogni analisi è una ‘generalizzazione’ se non tiene conto del tuo caso specifico, temo che non ci sia spazio per una sintesi: io parlo di sociologia dell’immagine, tu parli di difesa del tuo spazio privato.
        Siamo su binari paralleli che non si incontreranno. Direi che abbiamo esaurito gli argomenti utili per la comunità che legge. Facciamo economia di tempo: non è che io non sappia cosa risponderti, è che ho esaurito la disponibilità a farlo. Abbiamo due visioni del mondo diverse: io guardo ai sistemi, tu guardi ai singoli granelli di sabbia. È una divergenza strutturale che non si risolve con altri dieci commenti. Considero chiusa la questione non per assenza di ragioni, ma per una legittima saturazione: il mio tempo è limitato e preferisco usarlo per fare altro piuttosto che per difendere quelli vecchi da chi ha già deciso di non volerli capire .Buon lavoro, nel tuo angolo di mondo.

  10. Altra posizione di comodo…ma molto molto comodo!
    Non ti preoccupare comunque, anch’io ho di meglio fa fare, pertanto possiamo chiuderla qui!
    Io comunque non guardo ai “singoli granelli”…e tu non ti illudere, non guardi davvero ai “grandi sistemi”.
    Io poi, non ho assolutamente fatto riferimento a me, alla mia persona o alla mia fotografia… io ho fatto riferimento ad un dato (DA-TO) inconfutabile che riguarda milioni di persone…
    …tu invece, la butti a “casino” andando sul personale, laddove non riesci a sostenere una tesi entrando nel merito (com’è già accaduto in passato, anche di fronte ad una terza voce, come nell’articolo sul “target”)…affermi delle cose, esponendole come “universali”, e poi provi a giustificare tali affermazioni, inventandoti “angolini” che non esistono.
    Prova a fare un bel bagno di umiltà, ogni tanto… e, sempre ogni tanto, puoi anche riconoscere di aver sbagliato, o di non aver espresso o sviluppato la tematica nel modo migliore e più logico.
    Ma tu no… vero?
    In ogni tua forma ed espressione, sembra che sali su un piedistallo…e questo non solo non ha senso…ma, come abbiamo visto (e più di una volta) quando poi “cadi”, il fragore inevitabilmente aumenta.
    Ti lascio volentieri ai tuoi “grandi sistemi” del “film” che ti sei proiettata nella tua mente…
    …la realtà, spesso però… è “altrove”.

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