Post-Autenticità e “Synthetic Photography”: benvenuti nel 2026

Due persone in abiti tradizionali che si divertiranno sotto un cielo blu con nuvole bianche.
fotografia di Sara Munari

C’è una conversazione che sento ripetere spesso, nei festival, nelle gallerie, nei corridoi delle fiere: “Ma è fatta con l’AI?” Detto con un tono che può essere di accusa, di meraviglia o di sufficienza, a seconda di chi parla. Come se la risposta a quella domanda potesse ancora dirci qualcosa di definitivo sul valore di un’immagine.

Non può. E forse è ora di smettere di chiedercelo.

Per anni abbiamo discusso di autenticità fotografica come se fosse una questione binaria: o l’immagine documenta la realtà, o la tradisce. Una fotografia era “vera” se catturava qualcosa che era davvero accaduto davanti all’obiettivo, e “falsa” se no. Una distinzione che reggeva abbastanza bene finché gli strumenti di manipolazione erano nelle mani di pochi e richiedevano competenze specifiche.

Poi è arrivato Photoshop. Poi Instagram con i suoi filtri. Poi le AI generative. E ogni volta abbiamo avuto la stessa reazione: allarme, dibattito, resistenza, e infine, quasi sempre, assorbimento silenzioso.

Il 2026 non ci mette davanti a una nuova versione dello stesso problema. Ci mette davanti a qualcosa di strutturalmente diverso: la nascita di un’estetica che non vuole imitare la realtà, non vuole ingannarci facendoci credere che qualcosa sia accaduto quando non è accaduto. Vuole costruire mondi che non esistono, e non ha nessuna intenzione di scusarsene.

Chiamiamola Synthetic Photography, anche se il nome è ancora provvisorio e imperfetto come tutti i nomi dati alle cose nuove.

La differenza è sottile ma fondamentale. Un deepfake cerca di passare per reale. L’estetica sintetica non ci prova nemmeno: dichiara apertamente la propria natura artificiale e la usa come linguaggio. Non si tratta di far sembrare vero ciò che non lo è, ma di costruire visioni che la realtà non potrebbe mai produrre e che proprio per questo ci raccontano qualcosa che la fotografia tradizionale non riesce a dire.

Penso a certi progetti recenti in cui l’immagine generativa non sostituisce la fotografia, ma la attraversa, la contamina, la trascende. Non c’è più un momento decisivo da catturare: c’è un processo continuo di negoziazione tra l’intenzione dell’autore, la logica dell’algoritmo e il caso creativo che ne emerge.

È un cambio di paradigma che ricorda, per certi versi, il passaggio dalla pittura accademica all’impressionismo: anche lì, l’accusa era di tradire la realtà. Anche lì, il punto vero era che si stava semplicemente cambiando domanda, non più “come è fatto il mondo?”, ma “come lo percepiamo?”

Qui arriva la parte che mi interessa di più, e che trovo ancora poco esplorata.

La fotografia ha avuto storicamente una funzione testimoniale. Il fotografo era presente, vedeva, sceglieva, premeva un bottone. C’era un corpo fisico in un luogo fisico, in un momento preciso. Quella presenza era la garanzia implicita di una relazione con il reale.

Cosa succede quando l’autore diventa un curatore di algoritmi? Quando il suo lavoro non è più essere nel posto giusto al momento giusto, ma costruire un sistema di istruzioni, parametri, prompt, selezioni e poi scegliere, tra migliaia di output possibili, quello che risponde alla sua visione?

Non è una domanda retorica. È una domanda genuinamente aperta.

Da un lato si potrebbe dire che la funzione testimoniale si sposta: non si testimonia più un evento esterno, ma un processo interno, cognitivo, creativo, culturale. Il curatore di algoritmi testimonia il proprio modo di vedere il mondo traducendolo in un linguaggio che una macchina può eseguire. E quella traduzione dice moltissimo su chi siamo, su cosa desideriamo, su cosa troviamo bello o significativo.

Dall’altro lato, è legittimo chiedersi se non si perda qualcosa di irrecuperabile. La fotografia tradizionale aveva una resistenza del reale incorporata: il soggetto ti guardava, la luce cambiava, l’imprevisto entrava nell’inquadratura. L’algoritmo non resiste. Fa quello che gli dici o quasi. E quella quasi-obbedienza non è la stessa cosa della realtà che ti sorprende.

Quello che osservo, con curiosità più che con allarme, è che la Synthetic Photography sta già costruendo il suo vocabolario visivo, riconoscibile, coerente, a tratti persino commovente nella sua stranezza. Immagini che hanno una qualità onirica non perché cerchino di imitare i sogni, ma perché la logica algoritmica produce naturalmente qualcosa che la percezione umana legge come liminale, sospeso, non del tutto qui.

Non è nostalgia del futuro. È qualcosa di più strano: un presente che non assomiglia a nessun passato, e che per questo ci costringe a cercare nuove categorie.

Il punto non è se questa roba sia “arte” o no, quella domanda è sempre stata poco interessante. Il punto è cosa ci dice di noi, di questo momento, di come stiamo imparando a vedere un mondo che cambia più velocemente della nostra capacità di descriverlo.

Forse il fotografo del futuro non sarà chi sa stare nel posto giusto al momento giusto, ma chi sa fare le domande giuste alla macchina giusta. E forse, solo forse, anche questo è un modo di essere testimoni.

Ciao Sara Munari

Vincitrici del Premio Musa per fotografe 2025: Marialucia Campanella – Non ti scordar di me

A page with a soft white background featuring the text 'Non ti scordar di me' and an exploration of Alzheimer's disease through photography.

Benvenuti! Siamo davvero felici di avervi qui.

Questo è lo spazio del Premio Musa per Fotografe 2025, un progetto che mi sta particolarmente a cuore. Ogni anno cerchiamo di raccontare e valorizzare il lavoro di fotografe che ci hanno colpito, che hanno qualcosa di importante da dire attraverso le loro immagini.

Quest’anno abbiamo selezionato delle fotografe straordinarie. Donne che sanno usare la fotografia per raccontare storie, per farci vedere il mondo da prospettive nuove, per farci sentire qualcosa.

Qui troverete i loro lavori, ascolterete le interviste dove ci parlano di come sono nati i loro lavori, di cosa c’è dietro a un’immagine che a prima vista sembra semplice ma nasconde un mondo. Scoprirete anche i loro percorsi, non sempre facili, ma autentici.

Buona visione! Sara Munari

Non ti scordar di me

La prima volta che ho sentito parlare del morbo di Alzheimer ero una bambina.

Mia nonna era una donna autonoma con una vita semplice e piena di piccole abitudini.

Un gruppo di uccelli neri che volano in formazione nel cielo grigio.

Con il tempo, la malattia si è insinuata silenziosamente nella nostra vita, trasformando ogni gesto, ogni sguardo, ogni ricordo condiviso.

“Non ti scordar di me” è un progetto fotografico che esplora il morbo di Alzheimer attraverso la storia di mia nonna.

L’ obiettivo è restituire visivamente il processo di perdita della memoria e dell’identità, mettendo in dialogo fotografie d’archivio, immagini contemporanee e paesaggi naturali.

Il progetto si muove tra passato e presente, tra memoria e oscurità, per raccontare il fragile confine tra ciò che resta e ciò che scompare.
Gli alberi diventano la metafora visiva della malattia: corpi vivi ma svuotati, che conservano la forma mentre perdono la linfa.

Un'immagine sfocata di una persona, con tratti indistinti, che appare in un contesto luminoso e minimalista.

Marialucia Campanella
Cell: +39 3204467963
Email: marialucia.campanella95@gmail.com
@marialucia_campanella

Tutte le immagini sono di Marialucia Campanella, vietata la riproduzione o l’uso improprio.

Vincitrici del Premio Musa per fotografe 2025: Martina Simonato – L’infinito istante

Mappa aerea in bianco e nero che mostra una vasta area agricola con campi rettangolari e strade sinuose.

Benvenuti! Siamo davvero felici di avervi qui.

Questo è lo spazio del Premio Musa per Fotografe 2025, un progetto che mi sta particolarmente a cuore. Ogni anno cerchiamo di raccontare e valorizzare il lavoro di fotografe che ci hanno colpito, che hanno qualcosa di importante da dire attraverso le loro immagini.

Quest’anno abbiamo selezionato delle fotografe straordinarie. Donne che sanno usare la fotografia per raccontare storie, per farci vedere il mondo da prospettive nuove, per farci sentire qualcosa.

Qui troverete i loro lavori, ascolterete le interviste dove ci parlano di come sono nati i loro lavori, di cosa c’è dietro a un’immagine che a prima vista sembra semplice ma nasconde un mondo. Scoprirete anche i loro percorsi, non sempre facili, ma autentici.

Buona visione! Sara Munari

L’infinito istante

Non è mai esistita un’Arcadia ideale, un posto incontaminato, immune al passaggio del tempo.
L’uomo ha incessantemente disegnato delle linee labili che si sono aggregate, si sono sovrapposte, andando a costituire quello che oggi chiamiamo Paesaggio.

L’infinito istante è un itinerario e insieme una fuga. E’ il racconto di incontri, amici, oggetti, in
cui si rispecchia e scandisce il cammino umano. E’ il racconto di un’Italia comune,
apparentemente marginale, dove la natura perde i richiami mitici ad una illusione vernacolare in
favore di un’antropizzazione da sempre presente, magari sobria, armoniosa, ma comunque
rispondente ai soli bisogni dettati da una quotidianità spesso più dura di quanto si ammetta.

Ogni segno è la risposta ad una necessità, ad un bisogno che mano a mano si abbassa, si estende, si mischia e perde la sua apparente natura. Una moltitudine di relazioni, di interdipendenze che assumono un valore testimoniale unico.

Il progetto si allontana dalla Storia, andando alla ricerca dei paesaggi delle storie. L’intreccio di
immagini di archivio e reportage traccia linee sottili, racconti che vibrano leggeri su una tela
grigia, dentro uno spazio latente a cui non appartengono in pieno. Parla di un tempo che scorre
costante, di paesi che, da sopra le cime delle colline, scivolano fino alle zone artigianali a valle.
Mostra un territorio che non si sottrae a sedimentazioni, sfaccettature e contraddizioni, un luogo che, lontano dalla ricerca di un estetismo sempre più insoddisfatto, può rappresentare l’Italia intera.

Martina Simonato
Cell: +39 3494128022
Sito: https://www.martinasimonato.com/
email: martina.simonato.1@gmail.com
Ig: @martinasimonato

Immagine aerea di un paesaggio rurale, mostrando campi verdi e bruni, un fiume che attraversa la zona, e un piccolo abitato circondato da vegetazione.

Tutte le immagini sono di Martina Simonato, vietata la riproduzione o l’uso improprio.

Logo e marchi dei sponsor e partner del Premio Musa per Fotografe 2025 su sfondo bianco.

Vincitrici del Premio Musa per fotografe 2025: Elena Zottola – Stanotte il cielo è un mandorlo fiorito

Una vista notturna di fuochi d'artificio illuminati da nuvole, con siluette di piante in primo piano.

Benvenuti! Siamo davvero felici di avervi qui.

Questo è lo spazio del Premio Musa per Fotografe 2025, un progetto che mi sta particolarmente a cuore. Ogni anno cerchiamo di raccontare e valorizzare il lavoro di fotografe che ci hanno colpito, che hanno qualcosa di importante da dire attraverso le loro immagini.

Quest’anno abbiamo selezionato delle fotografe straordinarie. Donne che sanno usare la fotografia per raccontare storie, per farci vedere il mondo da prospettive nuove, per farci sentire qualcosa.

Qui troverete i loro lavori, ascolterete le interviste dove ci parlano di come sono nati i loro lavori, di cosa c’è dietro a un’immagine che a prima vista sembra semplice ma nasconde un mondo. Scoprirete anche i loro percorsi, non sempre facili, ma autentici.

Buona visione! Sara Munari

Stanotte il cielo è un mandorlo fiorito
Stanotte il cielo è un mandorlo fiorito è un autoritratto composto di materiali d’archivio e fotografie raccolte negli ultimi anni trascorsi nel ritorno a casa in Basilicata.

Una geografia affettiva del ritorno alla montagna che instaura un dialogo con la mitologia familiare, il trascorrere del tempo e l’identità personale, interrogandosi sulla riscrittura del senso di luoghi di cui
quasi più nessuno sembra curarsi.

Attraverso materiali d’archivio, fotografie, installazioni e oggetti, l’opera indaga la possibilità, e la tensione del restare in luoghi segnati da migrazioni e spopolamenti.

Seguendo la scia di Vito Teti e di quella tradizione di pensiero etnografico che si è definita “periferica”, il lavoro assume periferia e liminarità come condizioni esistenziali e poetiche nelle quali la soglia è
abitata e attraversata traducendo l’identità culturale in una materia viva, porosa e vulnerabile: la Lucania, terra di ricordi e fughe, può ospitare il futuro?

Elena Zottola

www.elenazottola.com
@elenazottola_
elenazottola95@gmail.com

Tutte le immagini sono di Elena Zottola, vietata la riproduzione o l’uso improprio.

Memoria e oblio

Ciao a tutti! Come sapete tengo questo blog dal 2015, voglio cambiare un pochino! Non scrivo solo io, ma ogni articolo scritto da me in senso “critico” sarà un piccolo tentativo di fare il contrario di ciò che il tempo ci chiede: inseguire il presente, rincorrere la moda, adeguarsi. Io preferisco l’anacronismo. Non perché sia romantico o “figo”, ma perché è l’unico modo per inventare davvero qualcosa di mio e, forse, anche di vostro. Qui si parla di immagini che non hanno fretta, di estetiche che non viaggiano sui trend topic e di scelte visive che spesso fanno storcere il naso. E se riusciremo a ridere un po’ delle nostre stesse fissazioni, ancora meglio. Perché l’ironia, ve lo assicuro, è l’unico filtro che rende sopportabile il mondo della fotografia contemporanea. Benvenuti quindi in questa serie: un viaggio fuori tempo, con qualche deviazione imprevista, un paio di scivoloni controllati e la speranza che, alla fine, qualcuno possa davvero guardare il mondo in modo un po’ diverso. A chi pensa che mi rivolga a tutti con parole semplici perché non saprei fare di più: venite a testarmi, invitatemi al vostro tavolo! Immergetevi nel mio lavoro e capirete che spiegare, comunicare e farsi capire non è mai banale, che semplice non significa superficiale.” Sara Munari

Finlandia – Sara Munari

Le fotografie non si contano più e forse nemmeno contano più: scorrono nei feed e raramente lasciano traccia, centinaia di migliaia al giorno, tutte destinate a sparire dopo pochi secondi. In questo mare in tempesta, la fotografia sembra perdere il suo timone: da progetto diventa consumo, da memoria diventa distrazione. Ma in questa abbondanza – o meglio, saturazione – la fotografia rischia di perdere la sua funzione originaria: essere progetto, memoria, racconto condivisibile.

Paradossalmente, è più reale una foto “piaciuta” a mille sconosciuti che una stampata, incorniciata e conservata in casa. Ma la presenza sui media ha un prezzo: l’immagine deve piegarsi alle loro regole. Rapida, funzionale, adatta a catturare l’attenzione per tre secondi (cinque se siamo fortunati e l’utente non ha già abbassato lo sguardo sulla notifica successiva), esteticamente inserita nei canoni contemporanei.

Il valore della fotografia non viene misurato nella profondità o nella capacità di generare memoria, ma nella velocità con cui attira uno sguardo, strappa un like e viene poi dimenticata.

La fotografia non detta più i tempi: li detta l’algoritmo. E così l’autore si trova costretto a produrre non immagini pensate, ma contenuti aggiornati. Un fotografo diventa, suo malgrado, un manutentore del feed. Non sono più i media ad accogliere la fotografia come linguaggio autonomo, ma è la fotografia stessa che si piega alle esigenze della piattaforma.

In questa corsa, si smarrisce un aspetto cruciale: la responsabilità della creazione. Ogni progetto fotografico necessita di tempo, cura, sedimentazione. Ma come si fa a sedimentare qualcosa su una piattaforma progettata per dimenticare? È come cercare di scrivere “Sara” sulla sabbia bagnata, mentre l’onda si prepara già a cancellarla.

Il rischio è che il fotografo rinunci del tutto alla profondità, adattandosi a produrre solo ciò che può “funzionare”: un tramonto perfetto, un volto sorridente, un’inquadratura accattivante. Tutto valido, tutto piacevole, ma spesso privo di quella dimensione che trasforma una fotografia in memoria condivisa. Il fotografo non ha più il tempo – e spesso neanche lo spazio – per costruire un progetto che possa crescere, sedimentare, diventare patrimonio collettivo. L’urgenza del presente, la pressione della visibilità immediata, cancellano la possibilità di un’elaborazione lenta e di un senso duraturo. La fotografia diventa “contenuto” e smette di essere testimonianza.

Oggi si scatta non per ricordare, ma per non sparire. L’archivio, che un tempo custodiva le immagini come stratificazione di vita e storia, è stato sostituito da un flusso in cui nulla si conserva davvero. Ogni immagine è destinata a essere inghiottita dall’algoritmico.

È il regno dell’istantaneo: un’immagine vale finché resta in alto nel feed, poi svanisce. Come dice qualcuno, se non l’hai postata, “non è mai successo” — una battuta che però racconta bene il problema.

E allora che fare? Accettare che la fotografia sia un contenuto tra gli altri, un ingrediente leggero per la dieta quotidiana dei media? O tentare di restituirle una funzione diversa, più lenta, più resistente?

Forse la sfida è proprio questa: non rinunciare alla possibilità di costruire progetti che restino, anche quando i media chiedono l’opposto. Non si tratta di rifiutare del tutto i canali digitali, ma di usarli senza esserne usati. La fotografia può ancora essere memoria, racconto, traccia. A patto che chi fotografa decida di non cedere del tutto al tempo veloce dell’oblio.

Alla fine, la domanda resta: vogliamo che le nostre foto siano come fast food — consumate in fretta, dimenticate in un attimo — o come un pranzo cucinato con cura, che lascia il sapore in bocca e il ricordo nella memoria? Ritrovare il senso della progettualità significa opporsi alla velocità dell’oblio, reclamare spazi dove la fotografia non è solo visibilità istantanea, ma anche memoria che resiste.
La fotografia sta solo aspettando che qualcuno le restituisca il tempo di respirare.

Sara Munari

Vincitrici del Premio Musa per fotografe 2025: Luciana Trappolino – Tra-me

Un uomo in piedi di spalle, vestito con abiti tradizionali di pelliccia, davanti a un fondo bianco, in un ambiente naturale con una struttura in legno sullo sfondo.

Benvenuti! Siamo davvero felici di avervi qui.

Questo è lo spazio del Premio Musa per Fotografe 2025, un progetto che mi sta particolarmente a cuore. Ogni anno cerchiamo di raccontare e valorizzare il lavoro di fotografe che ci hanno colpito, che hanno qualcosa di importante da dire attraverso le loro immagini.

Quest’anno abbiamo selezionato delle fotografe straordinarie. Donne che sanno usare la fotografia per raccontare storie, per farci vedere il mondo da prospettive nuove, per farci sentire qualcosa.

Qui troverete i loro lavori, ascolterete le interviste dove ci parlano di come sono nati i loro lavori, di cosa c’è dietro a un’immagine che a prima vista sembra semplice ma nasconde un mondo. Scoprirete anche i loro percorsi, non sempre facili, ma autentici.

Buona visione! Sara Munari

Tra-me

“Ritratti decontestualizzati, donne africane provenienti dalle sperdute tribù del sud dell’Angola, riprese di spalle: una scelta intenzionale dettata dal voler rappresentare la dura condizione di donne la cui cultura patriarcale dominante, nelle rispettive tribù di appartenenza, prevarica costringendole a subire ingiustizie, violenze e soprusi o a intraprendere quotidiane lotte indifesa dei propri diritti essenziali.

La figura femminile, cui cerco di dare voce attraverso le mie foto, vive in una condizione di marginalizzazione ed esclusione che opprime o annulla ogni anelito di libertà. Donne che apparentemente provano a emanciparsi attraverso la creatività che in loro è caratterizzata da abbigliamento e acconciature; queste ultime, in particolare, si presentano come vere e proprie sculture, in forma d’intreccio o corno, forgiate con fango, erbe, grasso, sterco di vacca, impreziosite da conchiglie e centinaia di perline e bottoni multicolori.

Eppure, anche in questa espressione estetica, si conformano a condizionamenti sociali, culturali e spirituali che determinano e richiedono precise rappresentazioni simboliche.

L’aspetto spirituale si riconduce alla religione animista che, attraverso le forme e i canoni dettati dai riti ancestrali della tribù, tramanda le sue credenze attraverso dei simboli. Essendo i capelli la parte più estrema dell’individuo rivolta verso il cielo, si ritiene che la comunicazione con gli Dei e gli Spiriti degli antenati passi attraverso di essi per raggiungere l’anima: da qui l’importanza della capigliatura.

Le implicazioni sociali e culturali si ravvedono in multiformi caratterizzazioni: ogni tipo di capigliatura femminile connota l’appartenenza ad un’etnia; oppure, in uno stesso ambito sociale, una diversa età, l’ingresso nell’età adulta attraverso la prima mestruazione o un particolare status civile e sociale.”

Luciana Trappolino

Mail: traluce64@gmail.com
Sito: www.lucianatrappolino.it
Fb: https://www.facebook.com/luciana.trappolino
Instagram: https://www.instagram.com/traluce64/

Tutte le immagini sono di Luciana Trappolino, vietata la riproduzione o l’uso improprio.

Vincitrici del Premio Musa per fotografe 2025: Chiara Innocenti – Torneranno le lucciole

Collage di immagini religiose e storiche, centrale una foto di due donne in abiti tradizionali, circondate da cartoline sacre e illustrazioni floreali.

Benvenuti! Siamo davvero felici di avervi qui.

Questo è lo spazio del Premio Musa per Fotografe 2025, un progetto che mi sta particolarmente a cuore. Ogni anno cerchiamo di raccontare e valorizzare il lavoro di fotografe che ci hanno colpito, che hanno qualcosa di importante da dire attraverso le loro immagini.

Quest’anno abbiamo selezionato delle fotografe straordinarie. Donne che sanno usare la fotografia per raccontare storie, per farci vedere il mondo da prospettive nuove, per farci sentire qualcosa.

Qui troverete i loro lavori, ascolterete le interviste dove ci parlano di come sono nati i loro lavori, di cosa c’è dietro a un’immagine che a prima vista sembra semplice ma nasconde un mondo. Scoprirete anche i loro percorsi, non sempre facili, ma autentici.

Buona visione! Sara Munari

“Torneranno Le Lucciole?”

In un mondo che si muove a una velocità insostenibile per il ricordo, la domanda “Torneranno Le Lucciole?” si fa testimone di una profezia che ancora risuona. Se Pasolini con la metafora della scomparsa delle lucciole denunciava la perdita di un’autentica identità culturale soffocata dal
consumismo e l’opera di Tosatti suggeriva la rinascita di una nuova luce dalle ceneri del passato, questo progetto si inserisce in questo dialogo e propone un’azione concreta .
L’opera si fa custode di un patrimonio in via di dispersione: quello della memoria collettiva. Non si limita a osservare, ma invita a intervenire, a riaccendere le piccole, luminose luci della nostra storia. Le lucciole non sono più solo un simbolo di nostalgia, ma il valore intrinseco dei racconti e
degli insegnamenti degli anziani, considerandoli non solo testimoni di tradizioni ma veri e propri custodi di un’eredità che connette passato e futuro.
La ricerca artistica trascende la pura rappresentazione visiva, attivando la memoria attraverso un dialogo multisensoriale e intimo. Le fotografe, nate dalla condivisione, non sono mero documento, ma soglie che si fondono con la concretezza dei materiali suggeriti dai racconti: un profumo,
una consistenza, un fruscio. é in questa alchimia tra l’immagine e l’oggetto sensibile che la conoscenza orale si ancora, sottraendosi alla liquidità del tempo.

Il progetto è un manifesto sulla lentezza della condivisione, unica possibilità per salvare un patrimonio culturale immateriale. E’ un invito a rallentare, ad ascoltare e a riconoscere il valore intrinseco di ogni generazione. é un’opera che ci ricorda che il nostro patrimonio non si trova solo nei monumenti, ma nei fili invisibili dei racconti che, se non preservati, rischiano di svanire, spegnendo per sempre le piccole, luminose luci della nostra storia.

Lavoro composto da 15 polittici: pannelli e immagini digitali.
I pannelli sono opere artigianali a tiratura pezzo unico concepite come strutture di salvaguardia sinestetica del patrimonio orale. Hanno uno sviluppo tridimensionale e sono realizzati impiegando materiali originali antichi. La fotografia anch’essa originale e elevata da un doppio sistema di
contenimento: una cornice in legno e una base di appoggio, entrambe trattate con foglia oro.

L’utilizzo della foglia oro enfatizza il valore intrinseco della memoria orale e la sua natura riflettente sebbene statica richiama la luce delle lucciole, simboleggiando la persistenza della conoscenza oltre l’usura del tempo. Questa configurazione realizza una sinestesia della memoria. Integrando materiali e immagine si attiva così percezione tattile, olfattiva e acustica. Chiara Innocenti
@chiarainnocenti76
www.chiarainnocenti.it

Tutte le immagini sono di Chiara Innocenti, vietata la riproduzione o l’uso improprio.

Logo e nomi degli sponsor e partner del Premio Musa per Fotografe 2025, disposti in un layout organizzato su sfondo bianco.