C’è un momento che conosco bene. Arriva durante le letture portfolio, quando un fotografo apre la cartella sul computer, inizia a scorrere le immagini e dice: “Preferisco farti vedere direttamente le foto, non so spiegarlo bene a parole.”
È un momento rivelatore. Non perché le foto siano necessariamente brutte, spesso sono tecnicamente ineccepibili. Ma perché quella frase tradisce qualcosa di più profondo: una mancanza di chiarezza su cosa si sta cercando di dire, a chi, e perché.
E se non lo sai tu, non può saperlo chi guarda.
Esiste un mito duro a morire nel mondo della fotografia: l’idea che un’immagine forte si spieghi da sola, che non abbia bisogno di parole, che la bellezza visiva sia sufficiente a comunicare tutto.
In certi contesti, forse. Ma quando porti il tuo lavoro davanti a un curatore, a una giuria, a un direttore di festival, quella convinzione ti tradisce.
Chi seleziona i progetti per una open call, per un premio, per una residenza artistica, non guarda solo le immagini. Legge la tua bio. Legge l’abstract. Cerca coerenza tra quello che dici e quello che mostri. Cerca una voce, un punto di vista, un’intenzione.
Se quella voce manca, o peggio, se è confusa, il progetto viene scartato. Non perché le foto non valgano. Ma perché nessuno ha capito cosa volevi raccontare.
Prima ancora di aprire qualsiasi bando, prima di scegliere le immagini, prima di scrivere una sola riga di presentazione, siediti e chiediti tre cose.
Perché stai facendo questo progetto? Non la risposta educata, quella che suona bene. La risposta vera. Cosa ti ha spinto a fotografare quel soggetto, quel luogo, quelle persone? C’è qualcosa di personale in gioco? Una domanda a cui cerchi risposta? Una storia che senti il bisogno di raccontare? Più sei onesto con te stesso su questo punto, più il tuo progetto avrà una spina dorsale riconoscibile.
Come lo stai presentando? Un progetto fotografico non è una raccolta di belle immagini. È una sequenza, un ritmo, un racconto visivo con un inizio e una direzione. Le foto si scelgono, si ordinano, si tagliano. La coerenza non è uniformità stilistica, è che ogni immagine giustifichi la propria presenza all’interno del progetto. E poi c’è tutto il resto: la bio deve dire chi sei in modo autentico e professionale, la sinossi deve spiegare il progetto senza spiegare troppo, i materiali tecnici devono rispettare esattamente le richieste del bando. Un file nel formato sbagliato, una bio troppo lunga, un abstract che gira intorno senza mai arrivare da nessuna parte, bastano questi dettagli per uscire dalla selezione.
A chi stai parlando? Questa è forse la domanda più trascurata. Ogni contesto ha un suo pubblico, una sua sensibilità, un suo linguaggio. Un festival come Les Rencontres d’Arles non cerca le stesse cose di un premio di fotogiornalismo. Una residenza artistica valuta il progetto in modo completamente diverso rispetto a un concorso commerciale. Presentare il proprio lavoro senza aver capito a chi ci si rivolge è come mandare una lettera senza indirizzo. Potrebbe arrivare, ma è improbabile.
C’è una cosa che mi sono trovata a ripetere spesso, e che sento ancora più vera ogni volta che la dico: la presentazione non è un accessorio del progetto fotografico. È parte integrante del progetto stesso.
Il modo in cui racconti il tuo lavoro riflette il modo in cui lo hai pensato. Se la presentazione è confusa, vuol dire che il progetto non è ancora del tutto a fuoco nella tua testa. E va bene, significa che c’è ancora lavoro da fare, non che sei un fotografo meno bravo.
Scrivere la sinossi di un progetto è un esercizio prezioso, quasi terapeutico. Ti costringe a mettere in ordine i pensieri, a trovare le parole per qualcosa che finora hai vissuto solo per immagini. E spesso, in quel processo, capisci cose del tuo stesso lavoro che non avevi ancora visto chiaramente.
Quando un fotografo viene selezionato per un festival importante, per un premio internazionale, per una residenza che cambia una carriera, la reazione comune è: “Ha avuto fortuna.” A volte è così. Ma molto più spesso, c’è dietro una preparazione che non si vede, la scelta accurata del bando giusto per quel progetto, la cura nella stesura dei materiali, la consapevolezza del contesto a cui ci si rivolgeva.
Il panorama delle open call è vasto e a volte scoraggiante. Ci sono premi, concorsi, festival, residenze, pubblicazioni, ognuno con le proprie regole, i propri criteri, i propri tempi. Imparare a orientarsi in questo panorama, a leggere un bando con occhio critico, a capire cosa si nasconde tra le righe di un regolamento, è una competenza che si acquisisce. Non si nasce sapendolo fare.
La differenza tra un fotografo che manda il proprio lavoro nel vuoto sperando in una risposta e uno che presenta il proprio progetto con consapevolezza non sta nelle foto. Sta nella chiarezza con cui ha risposto a quelle tre domande. Sta nell’aver scelto il contesto giusto per quel lavoro. Sta nel modo in cui ogni elemento della candidatura, le immagini, le parole, i file, racconta una storia coerente e professionale.
Essere selezionati non è mai garantito. Ma essere pronti, quello dipende solo da te, ciao Sara Munari
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Ciao! Ecco una selezione di premi fotografici internazionali e italiani con scadenza nel mese di Luglio 2026, perfetti per esporre il tuo lavoro, vincere premi in denaro e ottenere visibilità globale. I concorsi includono categorie per professionisti e amatori, con temi che vanno dalla fotografia documentaria, street photography, bianco e nero, paesaggio ecc… Alcuni sono gratuiti, altri richiedono una tassa di iscrizione e offrono premi che spaziano da mostre personali, pubblicazioni, fino a premi in denaro.
Women Photograph + Leica Project Grants 2026
Grazie al generoso supporto di Leica USA, queste tre borse di studio da 10.000 dollari ciascuna sosterranno progetti fotografici, nuovi o in corso, di fotoreporter che operano nel campo del documentario.
I fondi possono essere utilizzati per coprire i costi diretti del reportage, i compensi dei fotografi e qualsiasi altra spesa a supporto della produzione di nuovi lavori. Questa borsa di studio non è destinata a finanziare la produzione di libri, mostre, workshop o altro materiale secondario.
Si incoraggiano i candidati a presentare un reportage completo, piuttosto che singole immagini, come parte della domanda di borsa di studio. Le immagini non devono necessariamente essere correlate alla proposta progettuale (ma si prega di specificare nella domanda se le immagini non sono correlate alla proposta).
La fotografia in bianco e nero è alla base stessa del mezzo fotografico. Libera da distrazioni, parla il linguaggio della luce, dell’ombra, della forma e dell’emozione, collegando la visione contemporanea con una tradizione artistica senza tempo. Molto prima che la fotografia diventasse onnipresente, le immagini monocromatiche la definivano come forma d’arte, trasformando idee nate dall’immaginazione in dichiarazioni visive durature.
I Monochrome Awards celebrano questa eredità, abbracciando al contempo la creatività moderna. Con un’ampia gamma di categorie accuratamente selezionate, il concorso offre ai fotografi la libertà di esplorare diversi generi, tecniche e interpretazioni personali dell’espressione monocromatica. Dagli approcci classici alle prospettive audaci e sperimentali, i premi riflettono la grande ricchezza e l’evoluzione della fotografia in bianco e nero oggi.
Oltre al prestigioso riconoscimento e ai premi in denaro, i vincitori beneficiano di visibilità internazionale, promozione dedicata e supporto a lungo termine per la loro carriera. Partecipando ai Monochrome Awards 2026, i fotografi entrano a far parte di una comunità globale unita da una passione condivisa per la potenza e la purezza delle immagini in bianco e nero.
Fin dai primissimi giorni della fotografia, le persone hanno rivolto la macchina fotografica verso se stesse. Non come una performance, ma come esperimento, necessità e curiosità. Alcune delle prime immagini fotografiche erano autoritratti realizzati attraverso specchi, lunghe esposizioni e immobilità attentamente studiata. Il mezzo ha quasi immediatamente racchiuso questo gesto interiore.
Ciò che continua a rendere affascinante l’autoritratto fotografico non è la novità, ma la sua persistenza. L’immagine non è mai solo descrittiva. Diventa un punto d’incontro tra il proprio aspetto e il modo in cui si viene momentaneamente catturati dalla macchina fotografica. Questa raccolta considera l’autoritratto come parte integrante del fondamento della fotografia, piuttosto che ai suoi margini.
Questo concorso è aperto a tutte le interpretazioni della fotografia monocromatica: dal tradizionale bianco e nero alla scala di grigi, seppia, cianotipia o qualsiasi altra variante basata su un singolo tono. Ciò che conta è come utilizzi questa limitazione per costruire un’immagine.
Il vincitore sarà riconosciuto come Fotografo dell’Anno e, insieme ai finalisti, sarà incluso nel Monochromatic Book annuale. Questa pubblicazione raccoglie una selezione internazionale di opere, accuratamente curate e presentate, creando un corpus coerente che riflette ciò che sta accadendo oggi nella fotografia monocromatica.
Più che visibilità, offre un posizionamento. Uno spazio in cui il lavoro non viene consumato frettolosamente, ma considerato, rivisitato e ricordato.
Il premio internazionale Beautiful Bizarre Art Prize vuole riconoscere creatività e originalità agli artisti di ciascuna categoria, oltre a riconoscere un eccezionale vincitore assoluto del Gran Premio.
Tra le opere ricevute, i 200 finalisti (25 per categoria: Disegno, Arte Digitale, Fotografia, Scultura, Realismo Immaginativo e Premio Artista Emergente, e 50 per la categoria Pittura) riceveranno un’ampia promozione internazionale attraverso le campagne di email marketing, la copertura sul sito web, il marketing sui social media e la pubblicità della rivista Beautiful Bizarre (oltre 2 milioni di follower), oltre a ulteriori contatti e visibilità tramite partner, sostenitori e media.
I Chromatic Awards 2026 aprono le iscrizioni per la decima edizione di questo concorso fotografico di fama internazionale, dedicato esclusivamente alla fotografia a colori. Celebrando un decennio di creatività, i Chromatic Awards continuano a premiare gli artisti che utilizzano il colore come potente linguaggio per raccontare storie, evocare emozioni e plasmare la cultura visiva.
I Chromatic Awards vogliono supportare e ispirare i fotografi offrendo loro una piattaforma globale per condividere la loro passione, la loro visione e le loro storie. Attraverso questa piattaforma, il concorso si propone di promuovere talenti eccezionali in tutto il mondo, continuando al contempo a scoprire e valorizzare nuove voci emergenti nel panorama della fotografia contemporanea.
L’Architecture Photography Awards 2026 (APA) è un concorso internazionale che celebra l’eccellenza nella fotografia di architettura.
Aperto a fotografi di tutto il mondo, l’APA invita a presentare candidature in 23 diverse categorie, dai paesaggi urbani e interni alle forme astratte e al minimalismo. Il concorso riunisce un pubblico globale e una giuria internazionale composta da fotografi esperti e professionisti del settore.
Le opere vincitrici saranno pubblicate nella galleria online ufficiale e promosse attraverso i canali globali e i partner mediatici dell’APA.
Gli European Photography Awards accolgono fotografi provenienti da tutto il mondo, pronti a perfezionare le proprie competenze fotografiche e la propria straordinaria interpretazione della diversità, ritraendo le maestose culture tramandate di generazione in generazione.
Il premio celebra un’ampia gamma di generi fotografici, estendendo la portata del vostro talento in tutto il mondo. Indipendentemente dal vostro livello professionale, il premio celebra le vostre visualizzazioni del mondo e di tutto ciò che esso racchiude. Scoprite infinite possibilità intraprendendo un viaggio straordinario attraverso il vasto continente, formato da innumerevoli paesi diversi che si uniscono a formare una maestosa massa continentale.
Il Nomad Art Prize è un premio internazionale per le arti visive che celebra il dialogo tra la creazione artistica e i luoghi che la ispirano. Fondato sulla convinzione che l’arte sia per sua stessa natura nomade – capace di attraversare confini, culture e contesti – il premio si propone di scoprire 8 artisti la cui opera incarni questo spirito di movimento.
Ogni edizione si svolge in una città diversa, creando una geografia dinamica dell’arte contemporanea. Per il 2026, Lisbona – con la sua storia stratificata, il suo patrimonio marittimo e la sua vivace scena creativa – è al tempo stesso sfondo e musa ispiratrice.
Production Paradise promuove fotografi commerciali di livello mondiale e servizi creativi per agenzie pubblicitarie, editori di riviste, marchi e clienti aziendali.
Spotlight Magazine, di Production Paradise, si concentra sui talenti fotografici più ricercati che operano in specifiche categorie pubblicitarie.
Dai sfogo alla tua creatività nella fotografia di strada partecipando allo STREET Photography Competition, un’entusiasmante competizione fotografica internazionale dedicata a catturare la vita nei suoi momenti più autentici e spontanei.
Da ritratti spontanei di grande impatto a potenti scene urbane, questa è la tua opportunità per condividere la tua visione, ottenere riconoscimento e far conoscere il tuo lavoro a una giuria di esperti e fotografi di fama mondiale.
PERSPA – Prix de la Perspective Architecturale 2026
Questo concorso internazionale celebra l’arte di immortalare l’ambiente costruito, dai vasti paesaggi urbani e monumenti storici agli spazi interni vuoti e alle geometrie astratte.
I premi includono un Gran Premio di € 1.000, medaglie d’oro, d’argento e di bronzo per ogni categoria, menzioni d’onore, la pubblicazione nell’annuario PERSPA distribuito alle biblioteche, opportunità espositive e certificati ufficiali dell’associazione francese per tutti i vincitori, le menzioni d’onore e le opere selezionate.
18 categorie, tra cui Astratto, Aereo, Bianco e Nero, Paesaggio Urbano, Culturale, Belle Arti, Francia, Geometria, Storico e Patrimonio, Uomo e Architettura, Industriale, Minimalismo, Architettura Moderna, Notte e Scarsa Luce, Colore Aperto, Immobiliare, Scale e Simmetria.
L’associazione Fiorenzuola Oltre i Confini organizza Comunità in movimento – Migrazioni in Italia, concorso fotografico dedicato al racconto delle migrazioni contemporanee in Italia, in seno alla Festa Multietnica XXIX edizione.
Chi può partecipare
Il concorso è aperto a tutti i fotografi. Ogni partecipante può presentare un solo progetto fotografico.
Il progetto
La partecipazione prevede l’invio di un progetto fotografico composto da un minimo di 10 e un massimo di 15 fotografie, coerenti con il tema Comunità in movimento e ambientate esclusivamente in Italia. Le immagini devono essere in formato JPEG (3:2 o 2:3), a colori o in bianco e nero, e sviluppare una narrazione visiva coerente e strutturata.
Ogni progetto deve essere accompagnato da un titolo, un testo di presentazione (massimo 1.500 battute, spazi inclusi) ed eventuali brevi didascalie (facoltative).
Quote di partecipazione
L’iscrizione prevede il pagamento di una quota di € 10,00.
Premio
Premio in denaro di € 600,00 per il progetto vincitore, assegnato dalla giuria. Il progetto selezionato sarà esposto al pubblico durante tutto il mese di settembre 2026 presso la Chiesa della Buona Morte di Fiorenzuola d’Arda, in occasione della Festa Multietnica (11–13 settembre 2026).
C’è una conversazione che sento ripetere spesso, nei festival, nelle gallerie, nei corridoi delle fiere: “Ma è fatta con l’AI?” Detto con un tono che può essere di accusa, di meraviglia o di sufficienza, a seconda di chi parla. Come se la risposta a quella domanda potesse ancora dirci qualcosa di definitivo sul valore di un’immagine.
Non può. E forse è ora di smettere di chiedercelo.
Per anni abbiamo discusso di autenticità fotografica come se fosse una questione binaria: o l’immagine documenta la realtà, o la tradisce. Una fotografia era “vera” se catturava qualcosa che era davvero accaduto davanti all’obiettivo, e “falsa” se no. Una distinzione che reggeva abbastanza bene finché gli strumenti di manipolazione erano nelle mani di pochi e richiedevano competenze specifiche.
Poi è arrivato Photoshop. Poi Instagram con i suoi filtri. Poi le AI generative. E ogni volta abbiamo avuto la stessa reazione: allarme, dibattito, resistenza, e infine, quasi sempre, assorbimento silenzioso.
Il 2026 non ci mette davanti a una nuova versione dello stesso problema. Ci mette davanti a qualcosa di strutturalmente diverso: la nascita di un’estetica che non vuole imitare la realtà, non vuole ingannarci facendoci credere che qualcosa sia accaduto quando non è accaduto. Vuole costruire mondi che non esistono, e non ha nessuna intenzione di scusarsene.
Chiamiamola Synthetic Photography, anche se il nome è ancora provvisorio e imperfetto come tutti i nomi dati alle cose nuove.
La differenza è sottile ma fondamentale. Un deepfake cerca di passare per reale. L’estetica sintetica non ci prova nemmeno: dichiara apertamente la propria natura artificiale e la usa come linguaggio. Non si tratta di far sembrare vero ciò che non lo è, ma di costruire visioni che la realtà non potrebbe mai produrre e che proprio per questo ci raccontano qualcosa che la fotografia tradizionale non riesce a dire.
Penso a certi progetti recenti in cui l’immagine generativa non sostituisce la fotografia, ma la attraversa, la contamina, la trascende. Non c’è più un momento decisivo da catturare: c’è un processo continuo di negoziazione tra l’intenzione dell’autore, la logica dell’algoritmo e il caso creativo che ne emerge.
È un cambio di paradigma che ricorda, per certi versi, il passaggio dalla pittura accademica all’impressionismo: anche lì, l’accusa era di tradire la realtà. Anche lì, il punto vero era che si stava semplicemente cambiando domanda, non più “come è fatto il mondo?”, ma “come lo percepiamo?”
Qui arriva la parte che mi interessa di più, e che trovo ancora poco esplorata.
La fotografia ha avuto storicamente una funzione testimoniale. Il fotografo era presente, vedeva, sceglieva, premeva un bottone. C’era un corpo fisico in un luogo fisico, in un momento preciso. Quella presenza era la garanzia implicita di una relazione con il reale.
Cosa succede quando l’autore diventa un curatore di algoritmi? Quando il suo lavoro non è più essere nel posto giusto al momento giusto, ma costruire un sistema di istruzioni, parametri, prompt, selezioni e poi scegliere, tra migliaia di output possibili, quello che risponde alla sua visione?
Non è una domanda retorica. È una domanda genuinamente aperta.
Da un lato si potrebbe dire che la funzione testimoniale si sposta: non si testimonia più un evento esterno, ma un processo interno, cognitivo, creativo, culturale. Il curatore di algoritmi testimonia il proprio modo di vedere il mondo traducendolo in un linguaggio che una macchina può eseguire. E quella traduzione dice moltissimo su chi siamo, su cosa desideriamo, su cosa troviamo bello o significativo.
Dall’altro lato, è legittimo chiedersi se non si perda qualcosa di irrecuperabile. La fotografia tradizionale aveva una resistenza del reale incorporata: il soggetto ti guardava, la luce cambiava, l’imprevisto entrava nell’inquadratura. L’algoritmo non resiste. Fa quello che gli dici o quasi. E quella quasi-obbedienza non è la stessa cosa della realtà che ti sorprende.
Quello che osservo, con curiosità più che con allarme, è che la Synthetic Photography sta già costruendo il suo vocabolario visivo, riconoscibile, coerente, a tratti persino commovente nella sua stranezza. Immagini che hanno una qualità onirica non perché cerchino di imitare i sogni, ma perché la logica algoritmica produce naturalmente qualcosa che la percezione umana legge come liminale, sospeso, non del tutto qui.
Non è nostalgia del futuro. È qualcosa di più strano: un presente che non assomiglia a nessun passato, e che per questo ci costringe a cercare nuove categorie.
Il punto non è se questa roba sia “arte” o no, quella domanda è sempre stata poco interessante. Il punto è cosa ci dice di noi, di questo momento, di come stiamo imparando a vedere un mondo che cambia più velocemente della nostra capacità di descriverlo.
Forse il fotografo del futuro non sarà chi sa stare nel posto giusto al momento giusto, ma chi sa fare le domande giuste alla macchina giusta. E forse, solo forse, anche questo è un modo di essere testimoni.
Ciao Sara Munari
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Questo è lo spazio del Premio Musa per Fotografe 2025, un progetto che mi sta particolarmente a cuore. Ogni anno cerchiamo di raccontare e valorizzare il lavoro di fotografe che ci hanno colpito, che hanno qualcosa di importante da dire attraverso le loro immagini.
Quest’anno abbiamo selezionato delle fotografe straordinarie. Donne che sanno usare la fotografia per raccontare storie, per farci vedere il mondo da prospettive nuove, per farci sentire qualcosa.
Qui troverete i loro lavori, ascolterete le interviste dove ci parlano di come sono nati i loro lavori, di cosa c’è dietro a un’immagine che a prima vista sembra semplice ma nasconde un mondo. Scoprirete anche i loro percorsi, non sempre facili, ma autentici.
Buona visione! Sara Munari
Non ti scordar di me
La prima volta che ho sentito parlare del morbo di Alzheimer ero una bambina.
Mia nonna era una donna autonoma con una vita semplice e piena di piccole abitudini.
Con il tempo, la malattia si è insinuata silenziosamente nella nostra vita, trasformando ogni gesto, ogni sguardo, ogni ricordo condiviso.
“Non ti scordar di me” è un progetto fotografico che esplora il morbo di Alzheimer attraverso la storia di mia nonna.
L’ obiettivo è restituire visivamente il processo di perdita della memoria e dell’identità, mettendo in dialogo fotografie d’archivio, immagini contemporanee e paesaggi naturali.
Il progetto si muove tra passato e presente, tra memoria e oscurità, per raccontare il fragile confine tra ciò che resta e ciò che scompare. Gli alberi diventano la metafora visiva della malattia: corpi vivi ma svuotati, che conservano la forma mentre perdono la linfa.
Questo è lo spazio del Premio Musa per Fotografe 2025, un progetto che mi sta particolarmente a cuore. Ogni anno cerchiamo di raccontare e valorizzare il lavoro di fotografe che ci hanno colpito, che hanno qualcosa di importante da dire attraverso le loro immagini.
Quest’anno abbiamo selezionato delle fotografe straordinarie. Donne che sanno usare la fotografia per raccontare storie, per farci vedere il mondo da prospettive nuove, per farci sentire qualcosa.
Qui troverete i loro lavori, ascolterete le interviste dove ci parlano di come sono nati i loro lavori, di cosa c’è dietro a un’immagine che a prima vista sembra semplice ma nasconde un mondo. Scoprirete anche i loro percorsi, non sempre facili, ma autentici.
Buona visione! Sara Munari
L’infinito istante
Non è mai esistita un’Arcadia ideale, un posto incontaminato, immune al passaggio del tempo. L’uomo ha incessantemente disegnato delle linee labili che si sono aggregate, si sono sovrapposte, andando a costituire quello che oggi chiamiamo Paesaggio.
L’infinito istante è un itinerario e insieme una fuga. E’ il racconto di incontri, amici, oggetti, in cui si rispecchia e scandisce il cammino umano. E’ il racconto di un’Italia comune, apparentemente marginale, dove la natura perde i richiami mitici ad una illusione vernacolare in favore di un’antropizzazione da sempre presente, magari sobria, armoniosa, ma comunque rispondente ai soli bisogni dettati da una quotidianità spesso più dura di quanto si ammetta.
Ogni segno è la risposta ad una necessità, ad un bisogno che mano a mano si abbassa, si estende, si mischia e perde la sua apparente natura. Una moltitudine di relazioni, di interdipendenze che assumono un valore testimoniale unico.
Il progetto si allontana dalla Storia, andando alla ricerca dei paesaggi delle storie. L’intreccio di immagini di archivio e reportage traccia linee sottili, racconti che vibrano leggeri su una tela grigia, dentro uno spazio latente a cui non appartengono in pieno. Parla di un tempo che scorre costante, di paesi che, da sopra le cime delle colline, scivolano fino alle zone artigianali a valle. Mostra un territorio che non si sottrae a sedimentazioni, sfaccettature e contraddizioni, un luogo che, lontano dalla ricerca di un estetismo sempre più insoddisfatto, può rappresentare l’Italia intera.
Questo è lo spazio del Premio Musa per Fotografe 2025, un progetto che mi sta particolarmente a cuore. Ogni anno cerchiamo di raccontare e valorizzare il lavoro di fotografe che ci hanno colpito, che hanno qualcosa di importante da dire attraverso le loro immagini.
Quest’anno abbiamo selezionato delle fotografe straordinarie. Donne che sanno usare la fotografia per raccontare storie, per farci vedere il mondo da prospettive nuove, per farci sentire qualcosa.
Qui troverete i loro lavori, ascolterete le interviste dove ci parlano di come sono nati i loro lavori, di cosa c’è dietro a un’immagine che a prima vista sembra semplice ma nasconde un mondo. Scoprirete anche i loro percorsi, non sempre facili, ma autentici.
Buona visione! Sara Munari
Stanotte il cielo è un mandorlo fiorito Stanotte il cielo è un mandorlo fiorito è un autoritratto composto di materiali d’archivio e fotografie raccolte negli ultimi anni trascorsi nel ritorno a casa in Basilicata.
Una geografia affettiva del ritorno alla montagna che instaura un dialogo con la mitologia familiare, il trascorrere del tempo e l’identità personale, interrogandosi sulla riscrittura del senso di luoghi di cui quasi più nessuno sembra curarsi.
Attraverso materiali d’archivio, fotografie, installazioni e oggetti, l’opera indaga la possibilità, e la tensione del restare in luoghi segnati da migrazioni e spopolamenti.
Seguendo la scia di Vito Teti e di quella tradizione di pensiero etnografico che si è definita “periferica”, il lavoro assume periferia e liminarità come condizioni esistenziali e poetiche nelle quali la soglia è abitata e attraversata traducendo l’identità culturale in una materia viva, porosa e vulnerabile: la Lucania, terra di ricordi e fughe, può ospitare il futuro?
Ciao a tutti! Come sapete tengo questo blog dal 2015, voglio cambiare un pochino! Non scrivo solo io, ma ogni articolo scritto da me in senso “critico” sarà un piccolo tentativo di fare il contrario di ciò che il tempo ci chiede: inseguire il presente, rincorrere la moda, adeguarsi. Io preferisco l’anacronismo. Non perché sia romantico o “figo”, ma perché è l’unico modo per inventare davvero qualcosa di mio e, forse, anche di vostro. Qui si parla di immagini che non hanno fretta, di estetiche che non viaggiano sui trend topic e di scelte visive che spesso fanno storcere il naso. E se riusciremo a ridere un po’ delle nostre stesse fissazioni, ancora meglio. Perché l’ironia, ve lo assicuro, è l’unico filtro che rende sopportabile il mondo della fotografia contemporanea. Benvenuti quindi in questa serie: un viaggio fuori tempo, con qualche deviazione imprevista, un paio di scivoloni controllati e la speranza che, alla fine, qualcuno possa davvero guardare il mondo in modo un po’ diverso. A chi pensa che mi rivolga a tutti con parole semplici perché non saprei fare di più: venite a testarmi, invitatemi al vostro tavolo! Immergetevi nel mio lavoro e capirete che spiegare, comunicare e farsi capire non è mai banale, che semplice non significa superficiale.” Sara Munari
Finlandia – Sara Munari
Le fotografie non si contano più e forse nemmeno contano più: scorrono nei feed e raramente lasciano traccia, centinaia di migliaia al giorno, tutte destinate a sparire dopo pochi secondi. In questo mare in tempesta, la fotografia sembra perdere il suo timone: da progetto diventa consumo, da memoria diventa distrazione. Ma in questa abbondanza – o meglio, saturazione – la fotografia rischia di perdere la sua funzione originaria: essere progetto, memoria, racconto condivisibile.
Paradossalmente, è più reale una foto “piaciuta” a mille sconosciuti che una stampata, incorniciata e conservata in casa. Ma la presenza sui media ha un prezzo: l’immagine deve piegarsi alle loro regole. Rapida, funzionale, adatta a catturare l’attenzione per tre secondi (cinque se siamo fortunati e l’utente non ha già abbassato lo sguardo sulla notifica successiva), esteticamente inserita nei canoni contemporanei.
Il valore della fotografia non viene misurato nella profondità o nella capacità di generare memoria, ma nella velocità con cui attira uno sguardo, strappa un like e viene poi dimenticata.
La fotografia non detta più i tempi: li detta l’algoritmo. E così l’autore si trova costretto a produrre non immagini pensate, ma contenuti aggiornati. Un fotografo diventa, suo malgrado, un manutentore del feed. Non sono più i media ad accogliere la fotografia come linguaggio autonomo, ma è la fotografia stessa che si piega alle esigenze della piattaforma.
In questa corsa, si smarrisce un aspetto cruciale: la responsabilità della creazione. Ogni progetto fotografico necessita di tempo, cura, sedimentazione. Ma come si fa a sedimentare qualcosa su una piattaforma progettata per dimenticare? È come cercare di scrivere “Sara” sulla sabbia bagnata, mentre l’onda si prepara già a cancellarla.
Il rischio è che il fotografo rinunci del tutto alla profondità, adattandosi a produrre solo ciò che può “funzionare”: un tramonto perfetto, un volto sorridente, un’inquadratura accattivante. Tutto valido, tutto piacevole, ma spesso privo di quella dimensione che trasforma una fotografia in memoria condivisa. Il fotografo non ha più il tempo – e spesso neanche lo spazio – per costruire un progetto che possa crescere, sedimentare, diventare patrimonio collettivo. L’urgenza del presente, la pressione della visibilità immediata, cancellano la possibilità di un’elaborazione lenta e di un senso duraturo. La fotografia diventa “contenuto” e smette di essere testimonianza.
Oggi si scatta non per ricordare, ma per non sparire. L’archivio, che un tempo custodiva le immagini come stratificazione di vita e storia, è stato sostituito da un flusso in cui nulla si conserva davvero. Ogni immagine è destinata a essere inghiottita dall’algoritmico.
È il regno dell’istantaneo: un’immagine vale finché resta in alto nel feed, poi svanisce. Come dice qualcuno, se non l’hai postata, “non è mai successo” — una battuta che però racconta bene il problema.
E allora che fare? Accettare che la fotografia sia un contenuto tra gli altri, un ingrediente leggero per la dieta quotidiana dei media? O tentare di restituirle una funzione diversa, più lenta, più resistente?
Forse la sfida è proprio questa: non rinunciare alla possibilità di costruire progetti che restino, anche quando i media chiedono l’opposto. Non si tratta di rifiutare del tutto i canali digitali, ma di usarli senza esserne usati. La fotografia può ancora essere memoria, racconto, traccia. A patto che chi fotografa decida di non cedere del tutto al tempo veloce dell’oblio.
Alla fine, la domanda resta: vogliamo che le nostre foto siano come fast food — consumate in fretta, dimenticate in un attimo — o come un pranzo cucinato con cura, che lascia il sapore in bocca e il ricordo nella memoria? Ritrovare il senso della progettualità significa opporsi alla velocità dell’oblio, reclamare spazi dove la fotografia non è solo visibilità istantanea, ma anche memoria che resiste. La fotografia sta solo aspettando che qualcuno le restituisca il tempo di respirare.
Sara Munari
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