Le mostre di fotografia da non perdere a Marzo.

Ciao,

ecco le mostre che vi segnaliamo per il mese di marzo, in ITalia e all’estero.

Non perdetevele!

Anna

FULVIO ROITER. FOTOGRAFIE 1948 – 2007

La Casa dei Tre Oci presenta la prima retrospettiva dedicata al grande Fulvio Roiter dopo la sua scomparsa, il 18 aprile 2016.

Promossa dalla Fondazione di Venezia in partenariato con Città di Venezia, la mostra ripercorre l’intera carriera fotografica di Fulvio Roiter, presentandosi come la più completa monografica mai realizzata sull’autore e la prima dopo la sua recente scomparsa. Un omaggio e un ricordo che la Casa dei Tre Oci ha voluto dedicare al fotografo che più di ogni altro ha legato l’immagine di Venezia al proprio nome.

L’esposizione, curata da Denis Curti, resa possibile grazie al prezioso contributo della moglie Lou Embo, farà emergere attraverso 200 fotografie, la maggior parte vintage, tutta l’ampiezza e l’internazionalità del lavoro di Fulvio Roiter, collocandolo tra i fotografi più significativi dei nostri giorni. Partendo dalle origini e dal caso che hanno determinato i primi approcci di Roiter alla fotografia, nel pieno della stagione neorealista, di cui il fotografo veneziano ha ereditato la finezza compositiva, il percorso racconta gli immaginari inediti e stupefacenti che rappresentano Venezia e la laguna, ma anche i viaggi a New Orleans, Belgio, Portogallo, Andalusia e Brasile.

L’allestimento si arricchisce di videoproiezioni, ingrandimenti spettacolari e una ventina di libri originali, che, oltre a visualizzare in pagina l’opera di Roiter, restituiscono anche la vastità di contributi critici dei tanti autori che hanno scritto sul suo lavoro, tra cui Andrea Zanzotto, Italo Zannier, Alberto Moravia, Ignazio Roiter, Fulvio Merlak, Gian Antonio Stella, Roberto Mutti, Giorgio Tani, Enzo Biagi.

Non manca il breve ma intenso ricordo della moglie Lou, riferito a quel primo incontro in Belgio, che fu la nascita di un rapporto umano e professionale lungo quarant’anni. Contenitore e veicolo ideale dell’opera artistica di Fulvio Roiter è stato infatti, sin dal principio, il libro fotografico. E la completa dedizione verso di esso ha portato l’autore a ricevere numerosissimi e importanti riconoscimenti come il prestigioso Premio Nadar, ottenuto nel 1956, con il libro Umbria. Terra di San Francesco, e il Grand Prix a Les Rencontres de la Photographie d’Arles, nel 1978, con Essere Venezia.

VENEZIA/TRE OCI 16.03 > 26.08.2018

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Magnum Manifesto. Guardare il mondo e raccontarlo in fotografia

In mostra al Museo dell’Ara Pacis i 70 anni della Magnum Photos.
Le celebri immagini e gli storici reportage della più grande agenzia fotogiornalistica al mondo.
La mostra raccoglie parte del lavoro realizzato in tutti questi anni e getta uno sguardo nuovo e approfondito sulla storia e sull’archivio dell’Agenzia.
Le immagini celebri e i grandi reportage dei suoi autori permettono di comprendere in che modo e per quale motivo Magnum sia diventata diversa, unica e leggendaria.
Dal reportage sui lavoratori immigrati negli USA, realizzato da Eve Arnold negli anni Cinquanta, ai ritratti di “famiglia”, teneri e intimi, di Elliott Erwitt; dalle celebri immagini degli zingari di Josef Koudelka, fino alla toccante serie realizzata nel 1968 da Paul Fusco sul “Funeral Train”, il treno che trasportò la salma di Robert Kennedy nel suo ultimo viaggio verso il cimitero di Arlington, attraversando un’America sconvolta e dolente. E ancora, le serie più recenti dei nuovi autori di Magnum: dalla “Spagna Occulta” di Cristina Garcia Rodero, alle osservazioni antropologiche, sotto forma di fotografie, realizzate nel mondo da Martin Parr; dalla cruda attualità del Sud America documentato da Jérôme Sessini, fino al Mar Mediterraneo, tenebroso e incerto nelle notti dei migranti, fotografato da Paolo Pellegrin.

Il curatore, Clément Chéroux ha selezionato una serie di documenti rari e inediti, immagini di grande valore storico e nuove realizzazioni, per illustrare come Magnum Photos debba la sua eccellenza alla capacità dei fotografi di fondere arte e giornalismo, creazione personale e testimonianza del reale, verificando come il “fattore Magnum” continui a esistere e a rinnovare continuamente il proprio stile.

Il percorso espositivo è suddiviso in tre sezioni

La mostra è accompagnata da un libro edito da Contrasto.

07/02 – 03/06/2018 – Museo dell’Ara Pacis,Spazio espositivo Ara Pacis

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STEVE McCURRY. ICONS

Steve McCurry è uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea, attivo da ormai quasi quarant’anni e punto di riferimento per un larghissimo pubblico che nelle sue fotografie riconosce un modo di guardare il nostro tempo.

Steve McCurry – Icons è una mostra che raccoglie in oltre 100 scatti l’insieme e forse il meglio della sua vasta produzione, per proporre ai visitatori un viaggio simbolico nel complesso universo di esperienze e di emozioni che caratterizza le sue immagini.

A partire dai suoi viaggi in India e poi in Afghanistan, da dove veniva Sharbat Gula, la ragazza che ha fotografato nel campo profughi di Peshawar in Pakistan e che è diventata una icona assoluta della fotografia mondiale.

Con le sue foto Steve McCurry ci pone a contatto con le etnie più lontane e con le condizioni sociali più disparate, mettendo in evidenza una condizione umana fatta di sentimenti universali e di sguardi la cui fierezza afferma la medesima dignità. Guardando le sue foto è possibile attraversare le frontiere e conoscere da vicino un mondo che è destinato a grandi cambiamenti.

La mostra inizia infatti con una straordinaria serie di ritratti e si sviluppa tra immagini di guerra e di poesia, di sofferenza e di gioia, di stupore e di ironia.

SCUDERIE DEL CASTELLO VISCONTEO DI PAVIA DAL 3 FEBBRAIO AL 3 GIUGNO 2018

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MAST Foundation for Photography Grant on Industry and Work

Il MAST Foundation for Photography Grant on Industry and Work è una competizione internazionale che giunge quest’anno alla quinta edizione, raccogliendo il testimone del concorso GD4PhotoArt.

L’iniziativa vuole dare voce alla ricerca fotografica delle nuove generazioni di artisti arricchendo l’offerta culturale della Fondazione MAST di spunti inediti legati agli sguardi dei giovani sui temi dell’industria, della tecnologia, del territorio e del lavoro.

Presentando i progetti dei fotografi finalisti, questa mostra è l’atto conclusivo della competizione 2018.

Mari Bastashevski, Sara Cwynar, Sohei Nishino e Cristóbal Olivares fanno luce su quattro realtà geografiche e umane che riflettono le rapidissime trasformazioni in atto nel mondo a livello economico e produttivo e le loro implicazioni ambientali, sociali, ed etiche nella vita di ciascuno di noi.

Dobbiamo continuamente prendere atto di quanto siano scarse le nostre conoscenze sul mondo della progettazione, dello sviluppo, della produzione, del marketing e della vendita di prodotti, di quanto sia limitata la circolazione di immagini provenienti da questi settori.

A grandi passi, la ricerca, la tecnologia e la finanza hanno reso astratto il nostro mondo. Tanto più importante ed essenziale diventa allora visualizzarlo: solo restituendolo attraverso le immagini possiamo tentare di seguirne i percorsi, di comprendere gli aspetti più radicali della digitalizzazione, l’apertura di nuovi ambiti, nuove conoscenze, nuovi materiali e nuovi modelli finanziari. E la comprensione del mondo è condizione primaria ed essenziale per l’esistenza di un cittadino adulto e responsabile in una società libera e democratica.

Dal 31/01 al 01/05/2018 – MAST Bologna

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(un)expected families

Bringing together more than 80 pictures taken by American photographers from the 19th century to today, “(un)expected families” explores the definition of the American family—from the families we are born into to the ones we have chosen for ourselves. The works on view depict a wide range of relationships, including multiple generations, romantic unions, and alternative family structures. Using archival, vernacular, and fine art photographs, “(un)expected families” offers a variety of perspectives on the American family, from Dorothea Lange’s depiction of a migrant family at the time of the Dust Bowl to Louie Palu’s portraits of US Marines fighting in Afghanistan. The exhibition illustrates that the family has always taken diverse forms: affluent and destitute, cohesive and fractured, expected and unexpected. Taken together, the photographs challenge visitors to consider what family means to them. “(un)expected families” features celebrated practitioners like Nan Goldin, Carrie Mae Weems, LaToya Ruby Frazier, and Harry Callahan, as well as a number of renowned Boston-area artists, such as David Hilliard, Nicholas Nixon, Abe Morell, and Sage Sohier.

December 9, 2017 – June 17, 2018
Herb Ritts Gallery (Gallery 169) and Clementine Brown Gallery (Gallery 170) – Boston

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Stati di Tensione | Percorsi nelle collezioni

Riparte la stagione espositiva del Museo di Fotografia Contemporanea con la mostra STATI DI TENSIONE | Percorsi nelle collezioni. Il curatore Carlo Sala è stato invitato a “rileggere” i diversi fondi fotografici che costituiscono il patrimonio del Museo, creando un percorso espositivo di oltre ottanta lavori di autori italiani e stranieri e due interventi site-specific di giovani artisti contemporanei.

Il titolo della mostra richiama metaforicamente la tensione-trazione cui è sottoposta la società odierna di fronte a sfide e mutamenti epocali: dai cambiamenti climatici ai flussi migratori, alle insorgenze dei nuovi nazionalismi.
Il progetto espositivo al Mufoco vuole così proporre dialoghi inediti tra immagini, sia avvalorando le ragioni storiche che le hanno prodotte, sia innescando, mediante la loro collazione, interrogativi non previsti originariamente dagli autori e che possono essere un ideale centro di riflessione sul presente e sul passato, nonché sulla funzione politica e sociale dell’immagine.

La mostra è suddivisa in due capitoli, in cui il discorso avviato e sviluppato attraverso le opere presenti nelle collezioni viene concluso da un’installazione di artisti emergenti contemporanei, che costituiscono una sorta di chiave di lettura a ritroso del percorso e al contempo provocano un’inaspettata esplosione dei temi stessi.

La scelta di individuare un giovane curatore e di ospitare, in occasione della mostra, le opere di giovani artisti dà continuità a una politica avviata lo scorso anno e che a partire dal 2018 diventerà una consuetudine nella programmazione del Museo. Puntare sui giovani attraverso incontri, mostre e acquisizioni permette di riallacciare un dialogo con i fotografi e gli operatori, a cui il Museo si rivolge come luogo aperto di discussione e sperimentazione.

Autori in mostra: Marina Ballo Charmet, Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Lisetta Carmi, Vincenzo Castella, Paolo Ciregia, Mario Cresci, Paola Di Bello, Peter Fischli & David Weiss, Joan Fontcuberta, Leonard Freed, Jochen Gerz, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Paolo Gioli, Paul Graham, Roni Horn, Francesco Jodice, Michi Suzuki, The Cool Couple, Arthur Tress, Klaus Zaugg.

18.02.2018 > 15.04.2018 – MUFOCO – Cinisello Balsamo (MI)

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MAN RAY

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Man Ray (born as Emmanuel Radnitzky in 1890 in Philadelphia, died in 1976 in Paris) has always been primarily received as a photographer. He achieved worldwide renown for his portraits of artists and his rayographs of the 1920s, produced without the use of a camera. However, Man Ray painted, drew, designed, made films and objects, wrote, invested his talents enthusiastically in typography, book and magazine design, and pursued a veritable career as experimental fashion photographer for Harper’s Bazaar and Vogue – thus providing enviable scope for Kunstforum to visualise all this in its exhibition. Man Ray exploited countless artistic media and techniques in an inventive and playful manner. In his autobiography, appearing in 1963, he wrote: “… the instrument did not matter – one could always reconcile the subject with the means and get a result that would be interesting (…) One should be superior to his limited means, use imagination, be inventive.”While Man Ray’s photography is omnipresent in every overview on Dadaism and Surrealism, until now only few people in the German-speaking regions have been aware of him as a universal artist. His artistic brinkmanship relates not only to very diverse media, but also the two art capitals of the twentieth century – Paris and New York, where Man Ray alternately lived. Kunstforum’s exhibition will be devoted to “the universal Man Ray” and critically address discourses that mark his oeuvre in general, such as the closeness and distance between male and female physicality and creativity and their enactment in his oeuvre; it will also show Man Ray as “friend to everyone who was anyone”, who associated in the most glamorous circles of society and thus as prototype of the artistic networker and catalyst.

A selection of 150 keyworks from all over the world, including painting, photography, objects, works on paper, collages and assemblages and experimental film, will help to map the outline of an enigmatic and complex artist personality who paved the way for modern and contemporary art, and – in congenial artistic complicity with Marcel Duchamp – laid groundwork for how and what we see as “art” today.

14.02. – 24.06.2018 – Bank Austria Kunstforum – Vienna

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VIVIAN MAIER – LA FOTOGRAFA RITROVATA

La vita e l’opera di Vivian Maier sono circondate da un alone di mistero che ha contribuito ad accrescerne il fascino. Tata di mestiere, fotografa per vocazione, non abbandonava mai la macchina fotografica, scattando compulsivamente con la sua Rolleiflex. È il 2007 quando John Maloof, all’epoca agente immobiliare, acquista durante un’asta parte dell’archivio della Maier confiscato per un mancato pagamento. Capisce subito di aver trovato un tesoro prezioso e da quel momento non smetterà di cercare materiale riguardante questa misteriosa fotografa, arrivando ad archiviare oltre 150.000 negativi e 3.000 stampe. La mostra presenta 120 fotografie in bianco e nero realizzate tra gli anni ‘50 e ‘60 insieme a una selezione di immagini a colori scattate negli anni ‘70. Figura imponente ma discreta, decisa e intransigente nei modi, Vivian Maier ritraeva le città dove aveva vissuto – New York e Chicago – con uno sguardo curioso, attratto da piccoli dettagli, dai particolari, dalle imperfezioni ma anche dai bambini, dagli anziani, dalla vita che le scorreva davanti agli occhi per strada, dalla città e i suoi abitanti in un momento di fervido cambiamento sociale e culturale. Immagini potenti, di una folgorante bellezza che rivelano una grande fotografa. E sue fotografie non sono mai state esposte né pubblicate mentre lei era in vita, la maggior parte dei suoi rullini non sono stati sviluppati, Vivian Maier sembrava fotografare per se stessa. Osservando il suo corpus fotografico spicca la presenza di numerosi autoritratti, quasi un possibile lascito nei confronti di un pubblico con cui non ha mai voluto o potuto avere a che fare. Il suo sguardo austero, riflesso nelle vetrine, nelle pozzanghere, la sua lunga ombra che incombe sul soggetto della fotografia diventano un tramite per avvicinarsi a questa misteriosa fotografa. Vivian Maier. Una fotografa ritrovata presenta al pubblico l’enigma di un’artista che in vita realizzò un enorme numero di immagini senza mai mostrarle a nessuno e che ha tentato di conservare come il bene più prezioso. Come scrive Marvin Heiferman “Seppur scattate decenni or sono, le fotografie di Vivian Maier hanno molto da dire sul nostro presente. E in maniera profonda e inaspettata… Maier si dedicò alla fotografia anima e corpo, la praticò con disciplina e usò questo linguaggio per dare struttura e senso alla propria vita conservando però gelosamente le immagini che realizzava senza parlarne, condividerle o utilizzarle per comunicare con il prossimo. Proprio come Maier, noi oggi non stiamo semplicemente esplorando il nostro rapporto col produrre immagini ma, attraverso la fotografia, definiamo noi stessi”.

3 marzo – 27 maggio 2018 – Palazzo Pallavicini – Bologna

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Kind of a day in Milano, photographs by Bruce Weber

Era quel genere di giornata da film noir a Milano. Il sole stava cercando di penetrare tra le nuvole che si muovevano veloci mentre noi cercavamo un lungo vicolo per lo studio di Kris. Ovviamente non c’era un numero civico – non c’era nemmeno il nome RUHS inciso nel metallo del grande portone industriale all’ingresso. Finalmente Kris uscì, si aggirava nei suoi abiti da lavoro come un personaggio dell’opera teatrale ‘Uomini e topi’ di John Steinbeck.
Siamo entrati, e lui rispose con il suo modo dolce di parlare, mentre noi ci complimentavamo per i disegni e le sculture che riempivano lo spazio, “La luce è bella qui dentro.” Il mio esposimetro segnava un’apertura di diaframma di appena f/ 2.8 ad 1/15.  Mi venne in mente quando avevo fotografato Balthus nel suo studio in Svizzera, costruito direttamente nella terra. Lì, a malapena, sono riuscito a leggere il mio esposimetro.

Era abbastanza tardi quando arrivammo al club di boxe, ma non me ne accorsi nemmeno perché ero già occupato a fotografare i combattenti sul ring, che si tiravano feroci pugni l’uno l’altro, imprecando in italiano; come diceva Kris in modo rassicurante, “Non ti preoccupare, amerai la luce.”

Bruce Weber

Gli artisti spesso nascondono il loro processo creativo agli altri per proteggere un sistema, o una mentalità, o l’unicità della loro visione.
Alcuni artisti indossano veli di personalità impenetrabili che proteggono questo processo creativo mentre lavorano tra la folla. Altri evitano la folla mentre lavorano.

La necessità di non svelare la fonte della propria creatività rende difficile la collaborazione tra artisti. Ci vuole un alto livello di fiducia per permettere a un altro artista di guardare in questo mondo interiore. E la fiducia cresce solo nel tempo.

Kris Ruhs e Bruce Weber si sono incontrati decenni fa. E nel tempo sono diventati amici. Anni di cene e cartoline e storie circolate tra loro.

Nel 2003 Bruce ha visitato lo studio di Kris, nuovamente quindi nel 2011 e nel 2014, ha scattato una serie di fotografie. Una collaborazione tra artisti.
Questa mostra è la memoria di quei giorni e di questa amicizia.

21 febbraio 2018 – 8 aprile 2018 – Galleria Carla Sozzani – Milano

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David Wilson, Minor collisions

Minor collisions è Londra, ma una Londra anti-turistica, lontana dai luoghi canonici. L’iconografia classica è tenuta a debita distanza, la città che ci appare è piuttosto un archetipo: la Grande Metropoli Occidentale. E le fotografie di David Wilson, più che desiderose di mostrare, sembrano voler occultare, o meglio di far solo intravedere un frammento di paesaggio che emerge al di là di un muro, di una rete. Gli edifici non sono quasi mai frontali. Le facciate sono quasi sempre laterali o posteriori. Lo sguardo è quasi sempre diagonale o bloccato. Un tema leopardiano: la siepe che ferma lo sguardo e lascia immaginare o intravedere a volta il nulla, altre volte veri e propri idilli moderni, come la giostra a forma di stella che ritorna alla fine del libro nelle vesti di origami spezzato in una pozzanghera.
Spazi intravisti e spazi interstiziali: in modo ossessivo lo sguardo si sofferma sulle aperture tra una zona pianificata e l’altra, lì dove restano fette di città che sfuggono all’attenzione dell’urbanista e dell’amministrazione del territorio: disadorne e squallide, ma anche elementi di resistenza. Qui spesso compaiono i bambini, sempre intenti a giocare o ad approfittare della mancanza di controllo, e alcuni elementi biologici: piante che mostrano strane escrescenze fuori misura, animali al pascolo placidamente riconciliati o in inquieti stormi di fronte a ricordi di incendi.
Gli adulti invece sono quasi sempre di spalle, i loro sguardi sono divergenti. Spesso appaiono in situazioni incongrue e quasi ridicole, come incapaci di funzionare a dovere, immobili (o intenti a reiterare lo stesso movimento) come automi dal meccanismo inceppato. Gli animali e i bambini sembrano i soli a loro agio nel loro spazio.
Non c’è in queste foto alcuna pretesa di spiegare un luogo difficilmente riassumibile in una sequenza di fotografie: il tentativo è piuttosto quello di trasmettere uno straniamento, percepibile nel confronto tra la normalità dei gesti e il contesto in cui vanno a collocarsi. La distanza e lo spazio diventano l’unità di misura di uno sforzo, quello di mantenere un ordine impossibile. Uno sforzo che tuttavia procede con un’energia identica a quella espressa dalle forze che ad esso si oppongono, producendo una sorta di precaria e bellicosa immobilità, o di attesa. La critica verso la prepotenza con cui l’uomo cerca di assumere il controllo dell’ambiente che lo circonda si ferma nel momento in cui riconosce che sarà l’uomo stesso, in ultimo, a doversi adeguare a un sistema di regole non scardinabile, ma che è possibile solo assecondare e fare proprio.

Baretto Beltrade, Milano –  2 marzo 2018 – 28 aprile 2018

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Mostre per agosto

Ciao,

prima di goderci tutti quanti le meritate ferie, vi lascio qualche consiglio per le mostre da vedere in agosto. Sono davvero tante e bellissime!

Non dimenticate di dare un’occhiata alla pagina delle mostre sempre aggiornata.

Buone vacanze!

Anna Continua a leggere

Mostre consigliate per giugno

Ciao a tutti,

ed eccoci giunti anche questo mese alnostro appuntamento fisso con le mostre,  quanto mai ricco in quest’inizio d’estate.

Non  perdetevi le mostre di giugno! Magari potete approfittarne per delle piccole vacanzine o per visitare altre città…

E ricordate di dare un’occhiata alla nostra pagina con tutte le mostre in corso, sempre aggiornata.

Anna

The Many Lives of Erik Kessels

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“The Many Lives of Erik Kessel” è la prima mostra retrospettiva dedicata al lavoro fotografico dell’artista, designer ed editore olandese Erik Kessels.

Aperta la pubblico dal primo giugno al 30 luglio, “The Many Lives of Erik Kessels” attraversa la carriera fotografica dell’autore lungo un articolato percorso che include centinaia di immagini.

Ventisette sono in totale le serie presentate, oltre a numerosi libri e riviste pubblicati dall’ormai celebre casa editrice dello stesso Kessels e da altri editori. In un percorso non-lineare e senza cronologia, si ritrovano lavori monumentali, serie più intime e private, autentiche icone dell’intero universo della ‘fotografia trovata,’ così come produzioni recenti e ancora inedite.

A cura di Francesco Zanot.

Co-prodotta con NRW-Forum, Düsseldorf, l’esposizione è accompagnata da un libro di 576 pagine pubblicato per questa occasione da Aperture, New York, con testi di Hans Aarsman, Simon Baker, Erik Kessels, Sandra S. Phillips e Francesco Zanot.

1 giugno – 30 luglio 2017 – Camera Centro Italiano per la Fotografia  – Torino

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DEANNA & ED TEMPLETON –  LAST DAY OF MAGIC

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Quasi tutti conosciamo Deanna Templeton per essere la moglie, la musa, la donna dietro lo skater (due volte campione del mondo) nonché straordinario fotografo Ed Templeton. Allo stesso modo, però, potremmo definire  Ed Templeton come il compagno, la musa di Deanna.
La verità è che procedono insieme – a volte letteralmente, mano nella mano – soprattutto quando sia avviano verso la loro passeggiata a Huntington Beach, dove fotografano sistematicamente, immortalando la gente della costa bruciata dal sole.
Non lavorano in coppia, non hanno una produzione comune e hanno due personalità uniche e indipendenti, dinamiche e creative. Ma vi sono dei tratti comuni, dei rimandi evidenti tra i propri lavori.
Ed e Deanna Templeton sono sposati da quasi 25 anni. A Milano allestiranno una mostra insieme, presentando una selezione di vari lavori di entrambi, che mescoleranno a parete, creando un dialogo che sottolinerà le caratteristiche in comune, i temi ricorrenti, in una sorta di flusso di coscienza per immagini. Il soggetto è spesso il mondo degli adolescenti.

MiCamera – Milano dal 26 maggio al 24 giugno

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Hiroshi Sugimoto – Le notti bianche

La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, dal 16 maggio al 1 ottobre 2017, presenta Le Notti Bianche, personale dell’artista giapponese Hiroshi Sugimoto, a cura di Filippo Maggia e Irene Calderoni.

La mostra presenta in anteprima internazionale una nuova serie fotografica, dedicata ai teatri storici italiani, che prosegue e sviluppa la ricerca di Hiroshi Sugimoto intorno al tema degli spazi teatrali e cinematografici.

L’intera produzione fotografica di Hiroshi Sugimoto è volta all’esplorazione del rapporto fra tempo e spazio, o meglio, alla percezione che noi abbiamo di questa relazione, l’occhio umano come la macchina fotografica che ce ne restituisce una versione, un’immagine ben definita, nel caso di Sugimoto, plastica. L’indagine prende avvio da una semplice domanda -quasi una curiosità- che l’artista giapponese si pone verso la fine degli anni settanta: provare a racchiudere in un solo scatto l’intero flusso di immagini contenute in una pellicola cinematografica durante la sua regolare proiezione al cinema. Il risultato è uno schermo abbagliante che illumina la sala, depositario di storie che per due lunghe ore hanno permesso al pubblico di sognare. Fotografando prima le sale cinematografiche degli anni venti e trenta e successivamente quelle più eleganti degli anni cinquanta per arrivare ai drive-in, Sugimoto contestualizza la sua ricerca ripercorrendo lo sviluppo della settima arte: dalla sua rivelazione come nuova espressione artistica e culturale a fenomeno di massa, capace quindi, oltre che ad affascinare al contempo alienando dalla vita quotidiana, di comunicare, celebrando come criticando.

Esattamente come avviene nei suoi Seascapes, ove i mari rappresentano un passato che va rigenerandosi e ripetendosi, ogni volta più ricco di vissuto, di Storia, anche qui Sugimoto delega allo spettatore -delle sue opere, non dei film- la responsabilità di declinare al tempo presente la memoria contenuta in quel magico spazio bianco.

La serie inedita di 20 opere presentata a Torino è stata interamente realizzata in Italia nel corso degli ultimi tre anni dopo una pausa di 12 anni nella produzione dei Theaters e, per la prima volta, presenta oltre allo schermo illuminato anche la platea e la galleria del teatro ove è stata organizzata la ripresa fotografica. Fra i teatri fotografati troviamo il Teatro dei Rinnovati, Siena; il Teatro dei Rozzi, Siena; il Teatro Scientifico del Bibiena, Mantova; il Teatro Comunale di Ferrara; il Teatro Olimpico, Vicenza; Villa Mazzacorrati, Bologna; il Teatro Goldoni, Bagnacavallo; il Teatro Comunale Masini, Faenza; il Teatro all’Antica, Sabbioneta; il Teatro Sociale, Bergamo; il Teatro Farnese, Parma; il Teatro Carignano, Torino

Mostra realizzata con il contributo della Regione Piemonte

Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino,  dal 16 maggio al 1 ottobre 2017

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Sguardi sul mondo attuale – #2 Americas

Sguardi sul mondo attuale richiama nel titolo un’antologia di saggi scritti da Paul Valéry – ancora ricchi di significati per il nostro presente – e vuole esprimere un’idea dell’arte che sia presidio di civiltà e democrazia, configurandosi come un

viaggio ricco d’interesse e necessario attraverso i continenti: perché «il viaggio», sottolinea Manca, «è una delle forme più immediate per la comprensione del contemporaneo e per vivere esperienze ricche di contenuti qualificanti. Alcuni riportano souvenir, immagini, emozioni… Io ho sempre pensato che la mia collezione dovesse essere il mio cordone ombelicale con quei luoghi, quelle culture, quelle genti…».

Il programma espositivo, a cura di Simona Campus in collaborazione con lo stesso Manca, ha preso avvio nel 2016 con la mostra EASTERN EYES, presentando quindici artisti orientali, a partire dai paesi dell’Ex Unione Sovietica fino in Cina, Indonesia, Giappone, una panoramica sui cambiamenti politici, sociali, culturali degli ultimi decenni. Nel 2017, volgendo a Occidente, questo affascinante itinerario attraverso le geografie culturali della contemporaneità prosegue con AMERICAS, che abbraccia un continente intero, dal Canada al Messico e a Cuba, passando per gli Stati Uniti.

Agli esordi di una problematica “era Trump”, Americas è un’esposizione importante, impegnata, partecipe del nostro presente: riafferma il valore dell’incontro, del dialogo e delle contaminazioni, mentre la politica impone nuovi muri e separazioni; laddove i decreti dividono, l’arte unisce, grazie al lavoro di quanti per le proprie storie biografiche, e per il coraggio di perseguire idee scomode e controcorrente, costituiscono un ponte tra differenti culture.

In Americas, gli artisti sono di assoluto rilievo, e tra loro alcune vere e proprie icone della contemporaneità, quali David LaChapelle, Andres Serrano, Cindy Sherman, Nan Goldin: alla Goldin è riservato uno spazio privilegiato, con una raccolta di immagini appartenenti ad alcune tra le sue serie più celebri, a partire da The Ballad of Sexual Dependency, costruita come un diario intimo d’amore e perdizione contro il perbenismo della middle-class americana.

Le opere in mostra – molte sono state esposte in precedenza nei più autorevoli musei e gallerie del mondo – propongono alla nostra attenzione i temi legati alla profonda ricchezza delle differenze, alle specificità di genere e all’identità sessuale, alla convivenza interculturale, come nel caso del trittico fotografico December 17 (1999) di Maria Magdalena Campos-Pons, artista cubana con antenati nigeriani – tratti in schiavitù nel continente americano alla fine del Settecento – cinesi e ispanici: la multiculturalità appartiene alla sua esperienza di vita e alla sua ricerca artistica, dove si mescolano tradizioni e generazioni. Tra i maggiori esponenti dell’arte contemporanea cubana è anche Carlos Garaicoa, che concentra la sua ricerca sulla realtà urbana e, in particolare, sulla sua città natale, L’Avana: nella serie El dibujo, la escritura, la abstracciòn immortala fotograficamente i graffiti sui muri, testimoni silenziosi di una storia controversa che mettono in comunicazione esistenze private e vita pubblica, interiorità e società.

I fragili equilibri che governano il rapporto tra privato e pubblico, le relazioni tra interiorità ed esteriorità rappresentano un’altra riflessione fondamentale della mostra: le raffinate ambientazioni allestite da Gregory Crewdson per le immagini di Dream House (2002) narrano dei ruoli che la società impone, di alienazioni e solitudini; i lavori di Catherine Opie e Susan Paulsen, ricerche sul corpo e sugli

spazi, restituiscono la tensione tra l’io e ciò che lo circonda, mentre Sandy Skoglund proietta sul paesaggio un senso surreale d’inquietudine. Ne deriva un affresco composito dei luoghi e dei non-luoghi fisici e metaforici del mondo attuale.

Le immagini fotografiche sovente derivano da azioni performative o da progetti complessi, realizzati in seguito ad una lunga progettazione ed elaborazione, rendendo evidente i legami con gli altri linguaggi artistici, con la pittura e

soprattutto con il cinema, che si conferma espressione privilegiata dell’immaginario americano: cinematografici sono senz’altro gli scatti di Sebastian Piras, fotografo e filmaker sardo, stabilitosi a New York negli anni Ottanta.

Più in generale, trovano riscontro in mostra la pluralità di forme espressive, le mescolanze e le ibridazioni caratteristiche del fare artistico contemporaneo, ma anche le connessioni che l’arte intraprende con gli altri ambiti d’indagine del sapere umano: da una prospettiva multimediale e interdisciplinare, integrando arte, filosofia e scienza lavora Ale de la Puente, artista messicana della quale viene esposta la poetica installazione fotografica Tormenta seca (2008).

In tale pluralità di sensibilità, sollecitazioni, punti di vista emerge l’immagine più veritiera delle Americhe, le cui latitudini fisiche, umane e culturali sono sterminate, contraddittorie, impossibili da sintetizzare in un unico sguardo. Di tale pluralità la mostra dà conto, con gli artisti citati e con i molti altri che contribuiscono a definirne il grande interesse, tra i quali due maestri storicizzati del calibro di Sol LeWitt, rappresentato da una delle sue peculiari composizioni grafiche, e Bill Owens, del quale non poteva mancare la serie di fotografie intitolata Altamont (1969) dedicata al concerto organizzato dai Rolling Stones che appena quattro mesi dopo Woodstock, funestato dall’assassinio del giovane afroamericano Meredith Hunter, segnò irrimediabilmente la fine delle illusioni nel movimento giovanile. Una piccola perla, infine, è Abramović Sixty (2006) di Marina Abramović, artista serba naturalizzata statunitense, gran madre della performance, il cui lavoro rappresenta una testimonianza straordinariamente significativa degli sguardi inediti, anticonformisti, tesi al cambiamento che l’arte, e forse soltanto l’arte, sa rivolgere al mondo attuale.

Artisti in mostra

Marina Abramović, Maria Magdalena Campos-Pons, Ofri Cnaani, Gregory Crewdson, Ale de la Puente, Janieta Eyre, Carlos Garaicoa, Nan Goldin, Robert Gutierrez, David LaChapelle, Sol LeWitt, Jason Middlebrook, Catherine Opie, Bill Owens, Susan Paulsen, Sebastian Piras, Jimmy Raskin, Andres Serrano, Cindy Sherman, Sandy Skoglund, Pat Steir.

Cagliari – EXMA Exhibiting and Moving Arts –  26 maggio – 25 giugno 2017

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Le mostre di Fotoleggendo 2017

Torna anche quest’anno a giugno Fotoleggendo, festival internazionale di fotografia giunto alla sua XIII edizione, che si tiene a Roma dal 6 giugno al 15 luglio, con l’organizzazione di  Officine Fotografiche.

Quest’anno la sede sarà presso l’ex Pelanda del Macro Testaccio, uno dei gioielli dell’archeologia industriale romana.

Tra le mostre, segnaliamo im particolare Watermark di Michael Ackermann, The Polarities di Larry Fink, Lobismuller di Laia Abril,  Sogno #5 di Lorenzo Castore e The 7th Generation’s Prophecy di Michela Benaglia e Emanuela Colombo, ma date un’occhiata al programma completo, che si preannuncia ricchissimo.

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Eugene Richards: The Run-On of Time

This retrospective exhibition features the work of Eugene Richards (American, b. 1944), one of the world’s most respected photographers. In the tradition of W. Eugene Smith and Robert Frank, Richards is devoted to socially committed photography that focuses on the diverse, often complex lives of Americans, as well as the ongoing struggles of the world’s poor.

Richards’s photographs speak to the most profound aspects of human experience: birth, family, mortality, economic inequality and the human cost of war are recurring themes. His style is unflinching yet poetic, his photographs deeply rooted in the texture of lived experience. In his wide range of photographs, writings, and videos he works to increasingly involve his audience in the lives of people in ways that are challenging, lyrical, melancholy, and often beautiful. Ultimately, Richards’s photographs illuminate aspects of humanity that might otherwise be overlooked.

June 10–October 22, 2017, Eastman Museum Main Galleries – Rochester

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Irving Penn: Centennial

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The Metropolitan Museum of Art will present a major retrospective of the photographs of Irving Penn to mark the centennial of the artist’s birth. Over the course of his nearly 70-year career, Irving Penn (1917–2009) mastered a pared-down aesthetic of studio photography that is distinguished for its meticulous attention to composition, nuance, detail, and printmaking. Irving Penn: Centennial, opening April 24, 2017, will be the most comprehensive exhibition of the great American photographer’s work to date and will include both masterpieces and hitherto unknown prints from all his major series.

Long celebrated for more than six decades of influential work at Vogue magazine, Penn was first and foremost a fashion photographer. His early photographs of couture are masterpieces that established a new standard for photographic renderings of style at mid-century, and he continued to record the cycles of fashions year after year in exquisite images characterized by striking shapes and formal brilliance. His rigorous modern compositions, minimal backgrounds, and diffused lighting were innovative and immensely influential. Yet Penn’s photographs of fashion are merely the most salient of his specialties. He was a peerless portraitist, whose perceptions extended beyond the human face and figure to take in more complete codes of demeanor, adornment, and artifact. He was also blessed with an acute graphic intelligence and a sculptor’s sensitivity to volumes in light, talents that served his superb nude studies and life-long explorations of still life.

Penn dealt with so many subjects throughout his long career that he is conventionally seen either with a single lens—as the portraitist, fashion photographer, or still life virtuoso—or as the master of all trades, the jeweler of journalists who could fine-tool anything. The exhibition at The Met will chart a different course, mapping the overall geography of the work and the relative importance of the subjects and campaigns the artist explored most creatively. Its organization largely follows the pattern of his development so that the structure of the work, its internal coherence, and the tenor of the times of the artist’s experience all become evident.

The exhibition will most thoroughly explore the following series: street signs, including examples of early work in New York, the American South, and Mexico; fashion and style, with many classic photographs of Lisa Fonssagrives-Penn, the former dancer who became the first supermodel as well as the artist’s wife; portraits of indigenous people in Cuzco, Peru; the Small Trades portraits of urban laborers; portraits of beloved cultural figures from Truman Capote, Joe Louis, Picasso, and Colette to Alvin Ailey, Ingmar Bergman, and Joan Didion; the infamous cigarette still lifes; portraits of the fabulously dressed citizens of Dahomey (Benin), New Guinea, and Morocco; the late “Morandi” still lifes; voluptuous nudes; and glorious color studies of flowers. These subjects chart the artist’s path through the demands of the cultural journal, the changes in fashion itself and in editorial approach, the fortunes of the picture press in the age of television, the requirements of an artistic inner voice in a commercial world, the moral condition of the American conscience during the Vietnam War era, the growth of photography as a fine art in the 1970s and 1980s, and personal intimations of mortality. All these strands of meaning are embedded in the images—a web of deep and complex ideas belied by the seeming forthrightness of what is represented.

Penn generally worked in a studio or in a traveling tent that served the same purpose, and favored a simple background of white or light gray tones. His preferred backdrop was made from an old theater curtain found in Paris that had been softly painted with diffused gray clouds. This backdrop followed Penn from studio to studio; a companion of over 60 years, it will be displayed in one of the Museum’s galleries among celebrated portraits it helped create. Other highlights of the exhibition include newly unearthed footage of the photographer at work in his tent in Morocco; issues of Vogue magazine illustrating the original use of the photographs and, in some cases, to demonstrate the difference between those brilliantly colored, journalistic presentations and Penn’s later reconsidered reuse of the imagery; and several of Penn’s drawings shown near similar still life photographs.

The Met Fifth Avenue, Gallery 199 – NY – April 24–July 30, 2017

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Hollywood Icons. Fotografie della Fondazione John Kobal

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Hollywood Icons è un’estesa indagine sulle grandi stelle cinematografiche dell’epoca classica hollywoodiana e che rende evidente il lavoro di quei fotografi che crearono le immagini scintillanti degli stessi divi.

La mostra presenta 161 ritratti: dai più grandi nomi nella storia cinematografica, iniziando con le leggende del muto come Charlie Chaplin e Mary Pickford, continuando con gli eccezionali interpreti dei primi film sonori come Marlene Dietrich, Joan Crawford, Clark Gable e Cary Grant infine per concludere con i giganti del dopoguerra come Marlon Brando, Paul Newman, Marilyn Monroe, Sophia Loren e Marcello Mastroianni. Organizzata per decadi, dagli anni Venti fino ai Sessanta, che presentano i divi principali di ciascun periodo, Icone di Hollywood include anche gallerie dedicate ai fotografi degli studi di Hollywood, mostra il processo di fabbricazione di una stella cinematografica e introduce vita e carriera del collezionista e storico del cinema John Kobal, il quale ha estratto da archivi polverosi tutto ciò mettendolo a disposizione dell’arena pubblica e del plauso della critica.

La storia del film solitamente è scritta dal punto di vista di attori o registi, prestando poca attenzione a quell’impresa enorme che rende possibile fare i film. Icone di Hollywood, presenta quel ritratto in gran parte inatteso e quei fotografi di scena che lavorarono silenziosamente dietro le quinte, ma le cui fotografie ricche di stile furono essenziali alla creazione di divi, dive e alla promozione dei film. Milioni e milioni d’immagini, distribuite dagli studi di Hollywood durante l’età d’oro, erano tutte quante il lavoro di artisti della macchina fotografica che lavoravano in velocità, con efficienza e il più delle volte in maniera splendida al fine di promuovere lo stile hollywoodiano in tutto il mondo.

I ritratti di Joan Crawford fatti da George Hurrell hanno contribuito a plasmare la sua emozionante presenza sullo schermo. L’indelebile immagine della Garbo è stata creata nello studio per ritratti di Ruth Harriet Louise. In questa mostra sarà presentato il lavoro di più cinquanta fotografi inconfondibili, tra cui: Clarence Sinclair Bull, Eugene Robert Richee, Robert Coburn, William Walling Jr, John Engstead, Elmer Fryer, Laszlo Willinger, A.L. “Whitey” Schafer e Ted Allan.

Nessuno, meglio di John Kobal, ha compreso l’importanza di questa ricchezza fondamentale del materiale hollywoodiano. Iniziando come un appassionato di film, divenne un giornalista, più tardi uno scrittore e infine, prima della sua morte precoce nel 1991 all’età di 51 anni, fu riconosciuto come uno tra gli storici preminenti del cinema. Essenzialmente la sua reputazione si basa sul lavoro pionieristico di riesumare le carriere di alcuni tra questi maestri della fotografia d’epoca classica hollywoodiana.

Iniziando dai tardi anni sessanta, Kobal cercò di ricongiungere questi artisti dimenticati con i loro negativi originali e li incoraggiò a produrre nuove stampe per mostre che allestì in tutto il mondo, in luoghi come il Victoria & Albert Museum e la National Portrait Gallery a Londra, il MoMA a New York, la National Portrait Gallery a Washington DC, il Los Angeles County Museum of Art a Los Angeles. Una selezione di queste stampe, assieme a quelle d’epoca originali risalenti al periodo degli studi, crea il cuore della mostra.

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Gianluca Micheletti – Lifepod – Capsula di salvataggio

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Il progetto di Micheletti si presenta come “un’arca di Noè senza Noè”. La sua riflessione prende il via da un doppio binario. Da un lato lo Svalbard Global Seed Vault, il deposito globale di sementi delle Isole Svalbard in Norvegia, una raccolta dell’universale patrimonio genetico di sementi; dall’altro il 99 per cento di DNA che i primati hanno in comune con l’uomo. Il fotografo ha ripreso le scimmie in alcuni zoo d’Europa inserendole poi in capsule di sicurezza che rimandano a un futuro in cui la vita primordiale possa essere ricreata.

Micheletti’s project presents itself as “a Noah’s Ark without Noah.” His reflections arise along dual tracks: on one side the Svalbard Global Seed Vault in Norway, a collection of universal genetic plant heritage; on the other, the 99 percent of DNA that primates have in common with man. The photographer captures monkeys within several zoos in Europe, and then inserts them into safety capsules to symbolize a future in which primordial life can be recreated.

30 maggio/20 giugno – Biblioteca Zara – Milano

Joel Meyerowitz: Towards Colour 1962-1978

A new exhibition of work by Joel Meyerowitz will open at Beetles+Huxley on 23 May, including rarely seen black and white photographs from Meyerowitz’s early career. The exhibition will highlight the photographer’s seminal street photography – tracing his gradual move from using both black and white and colour film to a focus on pure colour, over the course of two decades.

The subject of over 350 exhibitions in museums and galleries worldwide and two-time Guggenheim Fellow, Meyerowitz is one of the most highly-regarded photographers of the second half of the twentieth century. Alongside his contemporaries, William Eggleston and Stephen Shore, Meyerowitz drove the positioning of colour photography from the margins to the mainstream.

The exhibition will feature bodies of work made by Meyerowitz between 1963 and 1978, from his very early days shooting in black and white on the streets of New York alongside Garry Winogrand and Tony Ray-Jones, to the year he published his first book, “Cape Light”. This period was vital for Meyerowitz as he began to question the medium of photography itself, engaging in an aesthetic exploration or both form and composition. He moved away from what he describes as the “caught moment” toward a more non-hierarchical image in which everything in the image, including the colour, plays an equal, vital role. These intricately structured images, which Meyerowitz calls “field photographs”, marked a seismic shift in the history of photography.

The exhibition will include works made in Florida and New Mexico as well as iconic street scenes captured in New York. The exhibition will also include a selection of photographs taken during Meyerowitz’s travels across Europe in 1966, including images of France, Spain and Greece.

Born in 1938 in New York City, Meyerowitz studied painting and medical drawing at Ohio State University before working as an art director at an advertising agency. Having seen Robert Frank at work, Meyerowitz was inspired and left advertising in 1962 to pursue photography. By 1968, a solo exhibition of his photographs was mounted at the Museum of Modern Art, New York. Meyerowitz has been the recipient of the National Endowment of the Arts and the National Endowment for the Humanities awards, and has published over sixteen books.

“Joel Meyerowitz: Towards Colour 1962-1978” will be presented in association with Leica, one of the world’s most famous camera makers. As a famous Leica user, Meyerowitz joined the Leica Hall of Fame in January 2017.

23rd May – 24th June – Beetles + Huxley – London

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Manu Brabo – Libia. Illusione di libertà

Il 16 maggio 2017 Mudima Lab inaugura la seconda mostra nell’ambito del progetto GUERRE, dal titolo Libia. Illusione di libertà, attraverso gli scatti del fotoreporter Manu Brabo.

L’autore, attraverso i suoi reportage in Libia dal 2011 a oggi, ci restituisce un Paese che va al di là dei conflitti presenti, una terra sconvolta dalla guerra civile, un Paese che dopo la morte di Gheddafi, avvenuta il 20 ottobre del 2011, ha perso ogni direzione.

Scorrendo le foto dell’autore dalla battaglia di Sirte del 2011 alla guerra all’Isis degli ultimi anni, nello specifico nella parte di lavoro che Manu Brabo chiama Dougma – War against IS in Sirte (autunno 2016), si evince facilmente come il conflitto in Libia non si sia mai concluso né risolto e né tantomeno vedrà una soluzione a breve; troppi gli interessi dall’esterno che spingono da una parte e dall’altra nel tentativo di ristabilire rapporti economici che, nella maggior parte dei casi, favoriscono esclusivamente pochi Paesi, per lo più occidentali.
Manu Brabo si spinge sempre in prima linea nei conflitti che documenta, e alcuni degli scatti in mostra presso Mudima Lab testimoniano proprio i combattimenti fra le forze lealiste di Gheddafi e i ribelli, la distruzione, la desolazione lasciata da anni di vuoto di potere dopo la morte del colonnello e il conseguente arrivo dello Stato Islamico in alcune zone della Libia.

Nell’aprile del 2011 l’autore viene catturato dalle forze lealiste dell’esercito di Gheddafi e tenuto prigioniero per quarantacinque giorni, la metà di questi in solitudine. Verrà poi rilasciato e tornerà in Spagna. A distanza di due mesi dalla sua liberazione, nell’agosto del 2011, Manu Brabo ripartirà per la Libia andando in cerca proprio dei luoghi dove era stato detenuto, e visitando anche le altre prigioni libiche, nella volontà da un lato, di superare un trauma personale che lo ha colpito profondamente e che ha cambiato il suo approccio nei confronti della sua professione, dall’altro nella convinzione di voler testimoniare come effettivamente il “trattamento” dei prigionieri da parte di una o dell’altra fazione non sia poi così diverso. Tornato in Libia, i suoi carcerieri, come in un terribile gioco delle parti, erano diventati i prigionieri, e l’autore racconta le torture subite anche da questi uomini. La guerra, come sempre accade, trascina l’uomo verso il basso e gli “consente” di far emergere il suo lato oscuro.

“Questo progetto è un tentativo personale di creare una narrazione della condizione di tutti quelli che, ironicamente, hanno perso la loro libertà a causa di una guerra scoppiata proprio per ‘portare questa libertà’.
La storia è principalmente motivata da due esperienze strettamente correlate fra loro. Una riguarda la mia cattura da parte delle truppe lealiste di Gheddafi e la mia conseguente prigionia. L’altra è la conferma, non troppo tempo dopo essere stato rilasciato, del brutale trattamento che i ribelli stavano usando con i prigionieri lealisti al regime di Gheddafi.
Di conseguenza, oltre a cercare di descrivere la situazione dei prigionieri, il tentativo con questo lavoro è quello di raccontare la rabbia, la furia, gli abusi e le torture… ma, soprattutto, l’auto-annientamento dovuto dalla mutilazione del più grande dei nostri desideri come esseri umani, la libertà.
Quindi, offrendo la mia personale esperienza, posso raccontare la situazione dei prigionieri e renderla più vicina, più comprensibile… così come le immagini dei prigionieri possono fare luce sulla mia esperienza.”

Manu Brabo – War Prisoner (Libya)

Gli scatti di War Prisoner, presentati in mostra, documentano la condizione dei prigionieri nelle carceri libiche, raccontando la vita di chi si trova rinchiuso in cella. Manu Brabo decide di intervenire con la scrittura sulle foto stampate, riportando le testimonianze delle persone con le quali è riuscito a entrare in contatto, unite a pensieri e considerazioni personali, esprimendo così anche a parole il dolore e la sofferenza causata da guerre infinite, spesso nella vana ricerca di una finta libertà.

Mudima Lab Milano – dal 17 maggio al 1 luglio

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Diane Arbus: In the Park

Arbus

“… I remember one summer I worked a lot in Washington Square Park. It must have been about 1966. The park was divided. It has these walks, sort of like a sunburst, and there were these territories staked out. There were young hippie junkies down one row. There were lesbians down another, really tough amazingly hard-core lesbians. And in the middle were winos. They were like the first echelon and the girls who came from the Bronx to become hippies would have to sleep with the winos to get to sit on the other part with the junkie hippies. It was really remarkable. And I found it very scary… There were days I just couldn’t work there and then there were days I could…. I got to know a few of them. I hung around a lot… I was very keen to get close to them, so I had to ask to photograph them.” – DA

May 2 – June 24, 2017 Lévy Gorvy – New York

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La notte immensa – Alisa Resnik

Giovedì 8 giugno, all’interno della Milano Photo Week, Officine Fotografiche Milano inaugura ‘La notte immensa’ mostra fotografica di Alisa Resnik a cura di Laura Serani.

ICI LA NUIT EST IMMENSE proclama, a grandi lettere rosse, una delle 42 heures du loup dipinte da Sardis. Intrigante affermazione, che suona come una promessa o una minaccia e che mi richiama le immagini di Alisa Resnik, vacillanti tra sogno e incubo. Immagini che appartengono ad un enigmatico racconto di un’unica interminabile notte, una notte che non conosce la luce dell’alba, si dilata su città deserte, da Berlino a San Pietroburgo, scivola dentro le case, nei bar dove la solitudine cerca riparo e occupa tutto lo spazio. Alisa Resnik fotografa la vita e il suo riflesso, la fragilità, la grazia, la malinconia, la solitudine. Di un universo che respira inquietudini e angosce, restituisce un’immagine da cui trapela soprattutto la sua empatia profonda per le persone e i luoghi.

I personaggi che s’incontrano nel suo viaggio notturno, appaiono ora persi, ora «abitati»; visitatori inattesi, maestri di strane cerimonie, domatori di chissà quali demoni, sembrano nascondere misteri e giocare ruoli a noi ignoti. Nelle immagini di Alisa Resnik lo spettacolo si improvvisa, senza copione, la realtà appare trasformata da una sorta di occhio magico. Come dei fondali di teatro , i corridoi deserti, le fabbriche in disuso, le case all’apparenza disabitata dove luci fioche forse dimenticate interrompono il buio, gli alberi tristemente scintillanti sotto la neve o sotto le ghirlande, ritmano la galleria dei ritratti e la marcia dei sonnambuli.

Le sue immagini, come visioni, non raccontano, trasmettono sensazioni. E ispirano un forte sentimento di nostalgia che avvolge non solo le immagini più direttamente legate al mondo dell’infanzia pervase da un’atmosfera fiabesca o dalla magia di un vecchio circo. Una nostalgia mista a melanconia, come una nebbia leggera, trasforma ovunque in realtà poetiche le persone, i paesaggi, le cose e persino gli animali più provati. Nel mondo di Alisa Resnik, costruito nel corso del tempo, risuona l’eco dei suoi viaggi, degli incontri e della sua vita tra l’Est e l’Ovest, tra il prima e il dopo la caduta del muro di Berlino, che ha vissuto da adolescente.

La scoperta della pittura classica in Italia, l’esperienza dei primi workshop e della Reflexions masterclass, saranno le basi dell’elaborazione spontanea di un linguaggio originale e giusto, espressione d’ incertezze e tormenti profondi. Lo spettro cromatico d’Alisa Resnik è fatto dei colori dell’oscurità, di rossi e verdi profondi che assorbono le rare luci e ricordano i toni tragici della pittura caravakggesca. La sua scrittura fotografica magnetica, traduce un approccio spesso fusionale e un effetto specchio con le persone ritratte. L’insieme assomiglia ad un ritratto di famiglia, di un clan un po’ maledetto forse…, ma dove i legami esistono e resistono contro il buio, la solitudine, il freddo e le paure di andare più lontano.

dall’8 giugno al 26 giugno 2017 – Officine Fotografiche MIlano

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Trump – di Christopher Morris

L’esposizione presenta una selezione di foto scattate da Christopher Morris ai sostenitori di Trump in occasione delle ultime elezioni presidenziali americane. Si tratta di immagini perfettamente composte e dal carattere fortemente cinematografico, in grado di spingersi oltre alla pura descrizione della realtà e di offrire all’osservatore una sorta di commentario politico e sociale. Fotografie dense di simbolismi e significati, che, aprendosi a diversi livelli d’ interpretazione, mettono in luce la teatralità della retorica politica e le contraddizioni e i fanatismi degli elettori.
Morris è un profondo conoscitore della società americana avendo dedicato anni allo studio della rappresentazione del proprio Paese e della sua classe politica, grazie soprattutto all’impegno come fotografo per Time magazine alla Casa Bianca, dal 2000 al 2009.
In mostra sarà presente anche una sequenza particolarmente incisiva di ritratti in bianco e nero di Donald Trump, in cui la mimica facciale del presidente assume un aspetto caricaturale e a tratti inquietante, e una selezione di video in slow motion ai principali candidati presidenziali.
Servendosi di una camera mai utilizzata prima per la documentazione di eventi politici, la Phantom Miro, in grado di riprendere ad una velocità di 720 frames al secondo, Morris ha ideato una nuova forma di narrazione fotogiornalistica. Quando il filmato viene riprodotto ad una velocità di 24 frames al secondo, la realtà appare infatti rallentata in modo spettrale, come se fosse un’animazione sospesa.
Morris elogia la lentezza, creando un’esperienza visiva in cui ogni piccolo dettaglio acquista importanza.
I suoi video potrebbero essere visti in loop per ore e si troverebbe sempre qualche nuovo motivo di riflessione. L’atmosfera è epica, solenne, quasi religiosa; è come se ci trovassimo di fronte a un’epifania dei gesti politici: la camera rivela l’essenza delle pose e dei movimenti misurati del corpo di cui i candidati si servono per persuadere il proprio pubblico. Il suono estraniante e lo slow motion costringono lo spettatore ad una fruizione diversa, hanno un effetto ipnotico, paragonabile a quello delle opere di Bill Viola.
Come ha sottolineato Alessia Glaviano: «Se il video fosse a velocità reale sarebbe semplicemente una cronaca e la situazione sarebbe leggibile per quello che è; rallentandolo, i singoli movimenti si decontestualizzano, si sganciano dalla narrazione di fondo (la campagna ecc.) e si mostrano per quello che sono, nella loro idiozia. Ogni gesto assume una qualità teatrale, e come nel teatro qualsiasi movimento diventa ipersignificante. Il suono, così come il ritmo rallentato, danno ai video una dimensione epica. Sono ipnotici, non puoi smettere di guardarli, senza alcuna aspettativa sulla “trama”: non ti aspetti un inizio, uno svolgimento e una fine ma vieni totalmente assorbito dal tempo dilatato della rappresentazione, vedi i gesti ma non senti i discorsi; in questo modo i gesti assumono più potere ma meno significato, non si sa a cosa farli corrispondere, il dito puntato di Trump diventa Trump stesso, così come la mani aperte di Hillary».

4 Maggio – 11 Giugno 2017 – Linke.lab, Milano

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Sea(e)scapes. Visioni di mare

Contrasto

Una mostra collettiva dei più importanti artisti rappresentati dalla galleria, sul tema del mare: opere fotografiche di Bill Armstrong, Gianni Berengo Gardin, Piergiorgio Branzi, Lorenzo Cicconi Massi, Mario Giacomelli, Irene Kung, Sebastião Salgado, Ferdinando Scianna, Massimo Siragusa.

Le 35 opere in mostra compongono un percorso variegato che si sofferma sulle diverse interpretazioni del tema da parte degli artisti scelti.

Accanto agli scatti di Bill Armstrong, teorie di colore dove il mare è una suggestione da ricercare, la mostra propone i forti contrasti del bianco e nero di Mario Giacomelli e del suo conterraneo Lorenzo Cicconi Massi; le visioni oniriche del mare di Capri di Irene Kung, nelle quali il paesaggio reale è idealizzato in una forma sospesa, senza tempo; la durezza del mare, con una selezione del famoso reportage sulla mattanza del tonno in Sicilia di Sebastião Salgado; così come la leggerezza ironica delle visioni di Gianni Berengo Gardin e le spiagge “metafisiche” di Piergiorgio Branzi. Completano la mostra un insolito Ferdinando Scianna a colori e le vedute, quasi acquarelli, di Massimo Siragusa.

Dal 22 maggio all’8 settembre 2017 – Contrasto Galleria Milano

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 Steve McCurry. Mountain Men

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Un inedito progetto espositivo firmato da uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea internazionale. Steve McCurry. Mountain Men è il titolo della coproduzione Forte di Bard, Steve McCurry Studio, Sudest57 che affronta i temi della vita nelle zone montane e della complessa interazione tra uomo e terre di montagna.
La mostra sarà aperta al pubblico dal 28 maggio al 26 novembre 2017. Una selezione di paesaggi, ritratti e scene di vita quotidiana mette in evidenza il continuo e necessario processo di adattamento delle popolazioni al territorio montano che influenza ogni aspetto dello stile di vita delle persone: dalle attività produttive al tempo libero, dalle tipologie di insediamento, di coltivazione e di allevamento ai sistemi e mezzi di trasporto.
Il percorso presenta 77 immagini raccolte da McCurry nel corso dei suoi innumerevoli viaggi: dall’Afghanistan all’India, dal Brasile all’Etiopia, dalle Filippine al Marocco. La mostra propone in anteprima assoluta anche il risultato di una campagna fotografica condotta in tre periodi di scouting e shooting tra il 2015 e il 2016 in Valle d’Aosta. Dieci scatti destinati a entrare nell’archivio del più richiesto fotografo al mondo; un racconto visivo ed emotivo ricco di suggestione.

Forte di Bard (AO) – dal 28 maggio al 26 novembre 2017

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La forza delle immagini

La Fondazione MAST presenta una nuova mostra tratta dalla propria collezione di fotografia industriale. Sessantasette autori dagli anni venti a oggi mostrano con oltre cento opere – alcune costituite da decine di scatti – il dirompente potere espressivo del linguaggio fotografico nei suoi molteplici significati.

L’esposizione è un tripudio di immagini, un’epopea illustrata, una danza di visioni del mondo del lavoro, una pletora di impressioni dell’industria pesante e di quella meccanica, della digitalizzazione, della società usa e getta.

Lo sguardo di numerosi fotografi ci guida nel regno della produzione e del consumo, rivelando la sorprendente ricchezza dell’universo iconografico del lavoro, della fabbrica e della società. L’esposizione mette a fuoco gli ambienti che caratterizzano il sistema industriale e tecnologico, tocca questioni chiave di natura economica, sociale e politica, ma più che i fatti puri e semplici le immagini cercano di raffigurare nessi e riferimenti articolati, profondi, presentando all’osservatore realtà complesse, che determinano un coinvolgimento emotivo e sensoriale.

I territori visivi cui questa mostra dà vita sono attraversati dall’idea della pluridimensionalità: molti livelli diversi, sentieri, linee temporali, atmosfere che corrono parallele o si incrociano – come l’uomo sul carro trainato da un asino ritratto di fronte a uno stabilimento industriale nella foto di Pepi Merisio o l’accostamento di un piccolo campanile alle torri gemelle del World Trade Center nell’immagine di André Kertész, immagini simbolo dell’intero progetto espositivo.

Fotografie di: BERENICE ABBOTT – MAX ALPERT – TAKASHI ARAI – RICHARD AVEDON – LEWIS BALTZ – GABRIELE BASILICO – BERND E HILLA BECHER – MARGARET BOURKE-WHITE – BILL BRANDT- JOACHIM BROHM – GORDON COSTER – STÉPHANE COUTURIER – THOMAS DEMAND – SIMONE DEMANDT – CÉSAR DOMELA – PIETRO DONZELLI – ARNO FISCHER – FLOTO + WARNER – MASAHISA FUKASE – GEISSLER / SANN – LUIGI  GHIRRI – JIM GOLDBERG – BRIAN GRIFFIN – FERENC HAÁR – HEINRICH HEIDERSBERGER – LEWIS W. HINE – RUDOLF HOLTAPPEL – I.N.P. – INTERNATIONAL – NEWS PHOTOS – COLIN JONES – PETER KEETMAN – ANDRÉ KERTÉSZ – TAKASHI KIJIMA  – HIROKO KOMATSU – GERMAINE KRULL – DOROTHEA LANGE –  FRANZ LAZI – CATHERINE LEUTENEGGER – O. WINSTON LINK – RÉMY MARKOWITSCH – EDGAR MARTINS – REINHARD MATZ – PEPI  MERISIO – NINO MIGLIORI – RICHARD MISRACH – JAMES MUDD – NASA PHOTOGRAPHS – WALTER NIEDERMAYR – KIYOSHI NIIYAMA – FEDERICO PATELLANI – MARION POST WOLLCOTT – TATA RONKHOLZ – SEBASTIÃO SALGADO – VICTOR SHAKHOVSKy – CHARLES SHEELER – GRAHAM SMITH – W. EUGENE SMITH – JULES SPINATSCH – HENRIK SPOHLER – ANTON STANKOWSKI – EDWARD STEICHEN – OTTO STEINERT – THOMAS STRUTH – JÁNOS SZÁSZ – YUTAKA TAKANASHI – SHOMEI TOMATSU – JAKOB TUGGENER

MAST Bologna dal 3 amggio al 21 settembre.

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Tina Mazzini Zuccoli – ReVisioni di un archivio

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Fondazione Fotografia Modena partecipa all’edizione 2017 del festival Fotografia Europea di Reggio Emilia sul tema “Mappe del tempo. Memoria, archivi, futuro” con una mostra che ha origine dall’archivio privato di Tina Mazzini Zuccoli (Imola 1928 – Modena 2006), una maestra elementare degli anni Sessanta dalla personalità fuori dal comune.

Accompagnata dal marito Enzo, tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, la Zuccoli affiancò al suo ruolo di insegnante quello di esploratrice curiosa, compiendo numerosi viaggi nell’Artico e negli Stati Uniti, in particolare nella base spaziale americana di Cape Canaveral, dove fu invitata ad assistere al lancio dell’Apollo 11.

La mostra, a cura di Silvia Vercelli e Andrea Simi, presenta una selezione di immagini e documenti provenienti dall’archivio fotografico “Tina Zuccoli”, di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e conservato presso Fondazione Fotografia, proponendone una rivisitazione fotografica contemporanea, arricchita dalle immagini di Andrea Simi e dalle video-testimonianze di persone legate all’autrice.

4 maggio – 4 giugno 2017 – Fondazione Fotografia Modena

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FACE(S) to FACE – Ivano Mercanzin

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[..] In punta di piedi, in una dimensione quasi ipnotica, ritraggo i miei personaggi, appropriandomi con discrezione di un pezzetto della loro vita.

Con queste parole alcuni mesi fa Mercanzin ha esordito in occasione dell’incontro singolare, eppure fertile, con i Dottori Giuseppe e Costantino Vignato dell’omonima Fondazione che hanno visto nelle sue fotografie quello stile narrativo che con la filosofia Vignato ha molto in comune.
Tanto è che il 29 maggio prossimo, in occasione dell’opening della mostra fotografica FACE(S) to FACE, dedicata ai suoi ritratti di una New York underground, in cui molti dei quotidiani spostamenti avvengono in uno dei non-luoghi della modernità per eccellenza, come la metropolitana, si potrà assistere a un’inedita chiacchierata su quanto possano avere in comune
Fotografia e Ortodonzia.
Effettivamente non giunge immediato il collegamento tra queste due professioni, tuttavia il rispettivo racconto delle filosofie che guidano lo sguardo del Fotografo che sceglie come catturarequell’hinc et nunc che lo convince maggiormente, e l’Odontoiatra che osserva un volto, lavora sul
sorriso e al contempo si relaziona con le emozioni del paziente, ha portato a parlare lo stesso linguaggio e affrontare gli stessi temi, ora dal medesimo punto di vista, ora da ottiche opposte.
Un sorriso rubato, ricostruito, o solamente cercato svela un mondo spesso non facile da afferrare in tutta la sua complessità e che apre la strada a un viaggio – inteso come modificazione di sé – che può far riflettere e guardare da punti di vista non sempre esplorati.
Ecco dunque la Fondazione Vignato aprire le porte della sua sede in Contrà Torretti 52 a Vicenza a un vero e proprio face to face, un interscambio tra professionisti dell’osservare e del fare – Fotografo e Odontoiatri – che parlerà di relazioni, maschere e solitudine, ma anche di tecnica e
artifizio, etica e estetica per il puro piacere di raccontarsi e sentirsi vivi, in un mondo in cui sempre più il confine pubblico-privato, così come socialmente inteso slitta e subisce ora contrazioni, ora grandi dilatazioni che fanno sorridere e riflettere. A partire proprio dalle fotografie di Mercanzin, che quelle foto le ha scattate nel suo viaggio newyorkese quando da Manhattan al Queens, andata e ritorno in metrò, si è mescolato alla scia di
pendolari giornalieri che si recano e tornano dal lavoro, si proverà a delineare un ideale percorso che tra i bianchi e i neri degli scatti esposti racconterà molto dell’artista, ma anche di cosa significa oggi essere Odontoiatra, prima di tutto Medico che cura la persona.

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Gianni Berengo Gardin – In festa.

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La mostra è realizzata per i Dialoghi da un maestro della fotografia contemporanea per continuare il percorso sul tema della cultura, e in particolare della cultura popolare, in Italia. Attraverso sessanta fotografie in bianco e nero, realizzate fra 1957 e il 2009, Gianni Berengo Gardin ci mostra la società italiana, i riti, i mutamenti, documentando attentamente non solo il paesaggio socioculturale del nostro paese, ma specialmente i piccoli e grandi cambiamenti. Un piccolo meraviglioso atlante fotografico delle feste popolari, che racconta di costumi e tradizioni antiche e meticce di tutte le regioni, con uno sguardo dal taglio etnografico, ma allo stesso tempo di intenerita curiosità. Una sorta di metodo del “doppio sguardo” alla De Martino, un’andata e ritorno verso “l’altro”. Così un affascinante mondo popolato di bambini, di zingari, di anziane o giovani signore vestite per la festa, di danzatori di ogni età, diviene il racconto di un’Italia “in festa”, dove ognuno celebra la propria cultura e la propria storia con riti vecchi e nuovi. Sempre sapientemente catturati nel loro attimo essenziale da un antropologo che ha deciso di fare il fotografo.

A cura di Giulia Cogoli

26 maggio – 2 luglio – Sale affrescate Palazzo Comunale – Pistoia

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FAMILY TREE | Donatella Izzo

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ORIGINE intesa come mutamento, come nuovo stimolo visivo, come base di partenza ma anche come inevitabile epilogo. ORIGINE è infatti osservazione dell’essere umano nell’analisi che egli compie su se stesso, tra capacità creative indiscutibili e inevitabili quanto connaturate dinamiche distruttive. Nella più generale ricerca di un equilibrio difficilmente accessibile, l’intera stagione si concentra sul Tempo – quello dell’uomo e quello del mondo – e sulle regole che lo governano, ponendo l’accento sul rapporto antinomico tra vita e morte, uomo e natura, storia ed eternità.

Concepito sulle rivelazioni di una anti-identità estetica e sulla personale eredità genetico-emotiva dell’individuo, Family Tree dell’artista Donatella Izzo, è il secondo intervento espositivo del progetto ORIGINE che LABottega propone per la stagione 2017.

Un’indagine introspettiva sul ritratto e sull’autoritratto concettuale e narrativo, come esplicitazione del rapporto tra esteriorità e interiorità, tra apparenza ed effettiva crisi di contenuti nella società contemporanea. Un diverso ideale di bellezza, indagato attraverso una personale rielaborazione della tematica del ritratto: al cospetto di una realtà forzatamente basata sull’apparire, l’artista procede alla definizione di una nuova estetica dominante, di un’anti-identità, nella quale l’imperfezione diviene qualità, il difetto vita. Immagini reali, crude e taglienti, lacerate, assenti o disilluse, restituite al loro valore familiare, letterario, narrativo, visivo: un diario personale di ricordi per immagini e un’indagine psicologica al contempo, genealogia completa e futuribile del proprio animo. Attraverso la contaminazione stilistica di identità inesistenti comunque plausibili, la Izzo genera dunque una nuova comunità di individui dotati di carattere e relazioni, affetti e insicurezze, soggetti reali come simboli del proprio io – in quanto singolo; e campioni delle aspirazioni altrui – in quanto comunità.

dal 20 Maggio al 9 Luglio 2017 – LABottega – Marina di Pietrasanta

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World Press Photo 2017

Da ventitré anni la Galleria Carla Sozzani presenta a Milano il World Press Photo, uno dei più significativi premi di fotogiornalismo del mondo, quest’anno alla sua 60° edizione.

Il World Press Photo premia il fotografo che nel corso dell’ultimo anno, con creatività visiva e competenza, sia riuscito a catturare o a rappresentare un avvenimento o un argomento di forte rilevanza giornalistica.

Vincitore della Foto dell’anno 2016 e della categoria Spot News, è stato nominato Burhan Ozbilici, fotografo turco dell’Associated Press da 28 anni che, con An Assassination in Turkey,  ha ritratto Mevlüt Mert Altıntaş l’attentatore dell’ambasciatore russo in Turchia, Andrei Karlov, dopo l’omicidio del 19 dicembre 2016, in una galleria d’arte ad Ankara.

 Tra i fotografi italiani, quattro i premiati: Giovanni Capriotti con Boys Will Be Boys, primo classificato nella sezione Sport-storie; Francesco Comello con Isle of Salvation terzo posto nella sezione Vita Quotidiana-storie; Antonio Gibotta, dell’agenzia Controluce con Enfarinat, terzo classificato nella categoria Ritratti-storie e Alessio Romenzi con We are not Taking any Prisoners terzo nella categoria Notizie Generali-storie.

La giuria internazionale di quest’anno, presieduta da Stuart Franklin, fotografo di Magnum Photos, ha esaminato 80.408 immagini scattate nell’anno precedente da 5.034 fotografi provenienti da 125 Stati.

I premi sono suddivisi in otto categorie, ciascuna distinta in “scatti singoli” e “storie”: Attualità,
Vita Quotidiana, Notizie Generali, Progetti a Lungo Termine, Natura, Ritratti, Sport e Spot News,
e destinati a 45 fotografi di 25 nazioni: Australia, Brasile, Canada, Cile, Cina, Repubblica Ceca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, India, Iran, Italia, Pakistan, Filippine, Romania, Russia, Sudafrica, Spagna, Svezia, Siria, Nuova Zelanda, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti.

La World Press Photo Foundation è un’organizzazione indipendente, senza scopo di lucro, con sede ad Amsterdam nei Paesi Bassi. Questo premio fu fondato nel 1955 dal sindacato dei fotoreporter olandesi, che ebbero l’idea di creare un concorso internazionale per estendere i confini del loro concorso locale, “Camera Zilveren”. Speravano in questo modo di trarre beneficio dal confronto con il lavoro dei colleghi internazionali. Così, fin dall’inizio, la WPP Foundation sostiene il giornalismo visivo attraverso mostre e programmi di ricerca e di formazione, per ispirare e educare i fotografi e il loro pubblico con nuove intuizioni e prospettive.

Una segreteria senza diritto di voto tutela l’equità del processo di selezione ed esposizione, con l’unico vincolo che tutte le immagini premiate vengano esposte senza censura.

Ogni anno la World Press Photo Foundation riunisce le fotografie vincenti in una mostra itinerante in 45 paesi, tra cui Cina, Danimarca, Germania, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Emirati Arabi, ed è vista da più di 4 milioni di persone.

dal 7 maggio all’11 giugno 2017 – Galleria Sozzani Milano

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INTERNO-ESTERNO L’esterno è sempre un interno

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Inaugura martedì 30 maggio 2017 alla Galleria Anna Maria Consadori la mostra “Interno-Esterno. L’esterno è sempre un interno”
inserita all’interno di Milano PhotoFestival, la rassegna di fotografia giunta alla dodicesima edizione.

In linea con l’indirizzo artistico della galleria, orientata alla promozione dell’arte e del design del XX secolo, l’esposizione cita l’espressione di Le Corbusier “Le dehors est toujours un dedans” (1923) e raccoglie fotografie di interni ed esterni architettonici realizzate da:  Valentina Angeloni, Matteo Cirenei, Giancarlo Consonni, Daniele De Lonti, Tancredi Mangano, Marco Menghi, Antonio Salvador.

Accanto ai fotografi emergenti, la galleria propone un focus sulla fotografia d’epoca, con scatti di: Eric Mendelsohn, Theo Van Doesburg, Ezra Stoller, Mario Crimella, William H. Short.
Anche in questo caso interni ed esterni architettonici saranno gli assoluti protagonisti degli scatti in mostra.

“Interno-Esterno. L’esterno è sempre un interno” sarà aperta alla Galleria Anna Maria Consadori fino al 20 giugno.

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Codice etico del fotogiornalismo

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Schermata dal sito di Mary Ellen Mark

Una forte valenza etica deve stare alla base di qualsiasi lavoro di un fotogiornalista.

Il recente scandalo che coinvolge il fotografo Souvid Datta, mette in luce i danni che possono essere fatti quando i fotogiornalisti non rispettano l’etica professionale.

Datta ha ammesso di aver falsificato questa foto e altre. Potete leggere l’intervista con le ammissioni qui. Sembra che il suo sito, il profilo Facebook e Twitter siano stati chiusi, o comunque penetrabili esclusivamente con una password.

Negli ultimi anni Datta aveva vinto premi prestigiosissimi quali

PDN 30 nel 2017

Pulitzer Centre Grant nel 2016

Getty Grant for Editorial Photography nel 2015

PDN Annual nel 2015

Magnum Photos 30 Under 30 Award nel 2015.

Come se non bastasse è anche uno dei concorrenti di “Masters of Photography” su Sky Arte, vedremo se ha vinto anche questo.

Anche Daniele Volpe accusa Datta di aver spacciato alcune fotografie postate su facebook, come sue.

Di recente è scoppiato un caso simile che ha compromesso in parte, anche la credibilità di Steve McCurry. Ne avevo parlato quiqui

Insomma un gran casino…

Sono andata a cercarmi quindi, quale dovesse essere il codice di comportamento di un fotogiornalista serio, ho trovato l’associazione NPPA, che promuove il fotogiornalismo nel tentativo di mantenere livelli adeguati di professionalità.

Altra priorità è difendere l’interesse della gente di ricevere giuste informazioni su tutti gli eventi pubblici, di cui i fotogiornalisti sono testimoni.

L’NPPA afferma che i fotogiornalisti hanno la responsabilità di documentare la società e preservare la sua storia attraverso le proprie immagini.

Allego qui il codice etico tradotto.

Questo codice etico è destinato a promuovere con la massima qualità, tutte le forme di fotogiornalismo e rafforzare la fiducia del pubblico nella professione. Inoltre, questo codice serve come strumento educativo per i fotogiornalisti e coloro che apprezzano fotogiornalismo.

CODICE ETICO

I Fotogiornalisti e coloro che gestiscono la produzione di notizie sono responsabili e devono lavorare secondo le seguenti regole durante lo svolgimento della professione.

1.Essere preciso e completo nella rappresentazione dei soggetti.

2.Resistere dall’essere manovrati dalle opportunità fotografiche messe in scena.

3.Evitare gli stereotipi su individui e gruppi. Riconoscere e evitare di rivelare i propri pregiudizi nelle immagini.

4.Trattare tutti i soggetti con rispetto e dignità. Dare particolare attenzione ai soggetti più vulnerabili e compassione alle vittime di reati o una tragedie. “Entrare” in momenti privati ​​e di dolore solo quando il pubblico necessita effettivamente di quella testimonianza.

5.Non tentare di alterare o influenzare gli eventi intenzionalmente.

6.Editando le immagini, si devono mantenere l’integrità del contenuto e del contesto. Non devono manipolare le immagini, aggiungere o modificare il suono in alcun modo se questo può confondere il pubblico.

7.Non pagare fonti e soggetti o ricompensarli materialmente per le informazioni. 8. Non accettare doni, favori o compensi da coloro che potrebbero cercare di influenzarci. 9.Non sabotare intenzionalmente gli sforzi di altri giornalisti.

Idealmente un fotoreporter dovrebbe:

1.Sforzarsi di divulgare ciò che è di interesse pubblico. Difendere i diritti di accesso a tutti i giornalisti.

2.Pensare proattivamente, come uno studente di psicologia, sociologia, politica e arte per sviluppare una visione e presentazione unica. Lavorare con avidità alla ricerca di notizie e coi mezzi di comunicazione visiva contemporanei.

3.Sforzarsi di avere accesso illimitato a tutti i soggetti, cercando alternative alle opportunità poco profonde o affrettate, cercare diversi punti di vista e lavorare per esporre anche i punti impopolari o non presi molto in considerazione.

4.Evitare di essere coinvolti politicamente, civilmente, potreste compromettere la vostra indipendenza giornalistica.

5.Sforzarsi di essere discreti e umili nel trattare con i soggetti.

6.Rispettare l’integrità del momento fotografico.

7.sforzarsi di mantenere lo spirito e standard elevati, espressi in questo codice. Nell’affrontare situazioni in cui il comportamento corretto non è chiaro, chiedere il parere di coloro che hanno più esperienza nella professione. Fotogiornalisti dovrebbero studiare continuamente la propria professione e l’etica che la guida.

Spero che chi si appresta a questa professione, lo legga o lo abbia già letto…credo serva e sia fondamentale.

Ecco il link alle regole italiane, più restrittive, ma quanto  seguite? http://www.odg.it/leggi_norme

Ciao

Sara

Imparare da Steve McCurry, altro che balle…

china-10038nf3_a-young-monk-runs-along-the-wall-over-his-peers-hunan-province-china-2004-steve-mccurry-webFotografia di Steve McCurry

Eccomi qui, ancora in difesa di Steve McCurry spesso maltrattato dal pubblico appena istruito (per appena intendo da poco e anche poco).

Il fotografo è passato dal reportage duro, durissimo alle fotografia che maggiormente vengono ricordate. Le fotografie fatte di colori, begli occhi e composizioni perfette.

A maggio del 1979, mentre si combatte tra mujaheddin (ribelli) ed esercito lealista, lungo il confine con il Pakistan, McCurry è uno dei primi fotografi presenti.

Fotografie di Steve McCurry

Sempre lì, pochi anni dopo, una ragazzina appena dodicenne con  occhi verdi stupendi, diventerà uno dei volti più famosi di sempre.

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Fotografia di Steve McCurry

Non mi piace la sua fotografia, l’ho sempre detto e mi ripeto qui, ma con questo non voglio assolutamente dire che non valga la pena di imparare da lui, fosse solo per la capacità di ricreare o beccare al volo, immagini con composizioni e distribuzioni dei pesi tonali, a dir poco perfette.

Il casino più grosso, recente, succede quando una fotografia esposta alla Venaria Reale, un fotografo italiano, riscontra una maldestra ‘photoshoppata‘ su una foto scattata a Cuba. Ecco che parte la crociata contro McCurry. Eccheppalle!

Di sé oggi dice:

“Ho sempre lasciato che fossere le mie immagini a parlare, ma ora capisco che la gente vuole che dica in che categoria mi ritrovo. Oggi direi che sono un narratore visuale”

E ancora

Gli anni in cui documentavo i conflitti sono lontani e sono sempre stato un freelance, ad eccezione per un breve lasso di tempo in cui ho lavorato per un giornale locale della Pennsylvania. Alcuni dei miei lavori sono sconfinati nel mondo della fine art e ora sono esposti in collezioni e musei. È praticamente impossibile darmi una classificazione precisa, ma è anche dovuto al fatto che la mia carriera si estende su un lasso di 40 anni e si è evoluta così come i mezzi espressivi sono cambiati“.

Pensavo di poter fare quello che volevo delle mie foto personali sotto il punto di vista estetico e della composizione, ma mi rendo conto che possa risultare fuorviante per le persone che mi vedono ancora come un fotoreporter. In futuro mi impegnerò a utilizzare il programma in misura minima, anche per i miei lavori ripresi durante viaggi personali

Steve McCurry rimane uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea.

Rimane un punto a cui riferirsi per un larghissimo pubblico, un pubblico che sa poco di fotografia, a cui piacciono forme e colori, quindi?

I giovani che si avvicinano alla fotografia, amano le sue immagini molte delle quali sono diventate delle vere e proprie icone del nostro tempo.

Per questi motivi vi allego qui sotto alcuni filmati che lo ritraggono mentre ci spiega cosa sia secondo lui la fotografia e come “farla”. Ciao Sara

Biografia da I grandi fotografi di Repubblica

ll fotografo Steve McCurry è noto in tutto il mondo per le sue immagini di alto valore artistico e documentaristico. Gli studi di cinematografia e storia alla Pennsylvania State University gli hanno consentito di sviluppare e perfezionare il talento in entrambi i settori. Conseguita la laurea cum laude nel 1974, inizia a lavorare come fotografo di un quotidiano di King of Prussia, un sobborgo di Philadelphia, sua città natale. Quattro anni dopo decide di lavorare come freelance, parte per l’India e il Nepal, lascia il lavoro al quotidiano e si converte alla fotografia a colori. Il suo obiettivo è realizzare servizi geopolitici per i periodici. Dopo un avvio lento, McCurry arriva in breve tempo alla ribalta internazionale. Nel maggio del 1979 incontra nel Nord-ovest del Pakistan alcuni profughi afghani che lo informano che nel loro paese sta per scoppiare una guerra. Dopo aver trascorso alcune settimane con i ribelli mujaheddin, schivando l’artiglieria dell’esercito di giorno ed evitando le mine durante i trasferimenti notturni attraverso le montagne afghane, McCurry riesce a tornare in Pakistan con tutti i suoi rullini. Quando la sua fotografia dei combattenti mujaheddin che controllano il passaggio dei convogli russi viene pubblicata sul New York Times, McCurry diventa famoso in tutto il mondo. L’intrepido fotografo cui si devono le rare immagini di un conflitto nascente riceve presto altri incarichi dalle principali riviste. Nel 1980 segue la guerra in Afghanistan per Time e viene premiato con la prestigiosa medaglia d’oro Robert Capa per il miglior reportage fotografico realizzato all’estero con straordinario coraggio e spirito d’iniziativa. McCurry inizia quindi a collaborare con National Geographic, che gli garantisce le risorse e il tempo necessari per realizzare servizi approfonditi (l’indice completo degli articoli è nella pagina seguente). L’immagine della piccola profuga afghana dagli occhi verdi pubblicata sulla copertina di National Geographic nel 1985 lo consacra tra i maestri del fotogiornalismo mondiale ed è ancora oggi una delle fotografie più riconoscibili mai scattate. Nello stesso anno, McCurry ottiene numerosi riconoscimenti: tra questi il premio Magazine Photographer of the Year della National Press Photographers Association e quattro premi World Press Photo. Nel corso della sua carriera McCurry si è ispirato al lavoro di altri fotografi documentaristi come André Kertész e Walker Evans, e ha spesso incontrato il maestro Henri Cartier-Bresson, uno dei fondatori dell’Agenzia Magnum, di cui McCurry è membro dal 1986. McCurry vive a New York. Ha documentato i tragici eventi nella città dopo l’attacco dell’11 settembre 2001 al World Trade Center. Era tornato solo il giorno prima dal Tibet, dove si era recato su incarico di National Geographic. Le fotografie di McCurry fanno parte delle collezioni dei principali musei, inclusi l’International Center of Photography di New York; il Tokyo Museum of Modern Art e il Philadelphia Museum of Art, che nel 1997 ha anche organizzato una mostra itinerante delle sue immagini sull’India. Steve McCurry ha pubblicato numerosi libri (dove disponibile indichiamo l’edizione italiana): The Imperial Way (1985); I giorni del monsone (1989); Sanctuary (2002); The Path to Buddha: A Tibetan Pilgrimage (2003); Ritratti (2003); Sud sud-est (2004); Steve McCurry (2005); Looking East (2006); ll cammino di Francesco (2006); In the Shadow of Mountains (2007); L’istante rubato (2009).

Arrestata Sharbat Bibi!

Sharbat Bibi, la bambina afgana dagli occhi verdi , fotografata da Steve Mc Curry, è stata arrestata a Peshawar (Pakistan).

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Fotografie di Steve Mc Curry

Secondo quanto riportato dalla tv DawnNews, gli agenti della Fia la hanno accusata del reato di falsificazione del Documento nazionale di identità computerizzato (Cnic).

Già in precedenza, nel 2015 i documenti di identità di Sharbat Bibi e dei due suoi figli erano stati annullati perché falsificati.

Steve McCurry nel 1984, riprese la ragazza nella famosa fotografia.

Sharbat aveva 12 anni, era a Peshawar dove era appena arrivata, in un campo profughi.

Nel 2002, Mc Curry ritornò e cercò Sharbat.  La ritrovo’ sposata e con tre figli, con gli stessi fantastici occhi…

Sembra che il fotografo, saputo dell’arresto, voglia intervenire per aiutare la donna ed i suoi figli, speriamo che lo faccia.

Ciao

Sara

Nuove mostre per maggio

 

EADWEARD MUYBRIDGE (1830 – 1904). Tra scienza e arte

Milano, Galleria Gruppo Credito Valtellinese
Dal 19 maggio al 31 luglio 2016
Mostra a cura di Leo guerra e Cristina Quadrio Curzio

Per la prima volta in Italia  una mostra su Eadweard Muybridge.
Le sue fotografie influenzarono gli Impressionisti.
Finalmente un grande mostra italiana su Eadweard Muybridge (1830 – 1904), il fotografo che “inventò” il movimento, influenzando con le sue immagini Degas e gli artisti del suo tempo e anticipando la nascita del cinema.
A proporla a Milano dal 19 maggio al 31 luglio è la Galleria Gruppo Credito Valtellinese, con la curatela di Leo Guerra e Cristina Quadrio Curzio.

Il primo approccio professionale con la fotografia, Muybridge, inglese emigrato negli States, lo ebbe documentando la potente bellezza del Parco Nazionale di Yosemite.

Poi la curiosità di un uomo d’affari lo spinse a verificare l’ipotesi se, nel galoppo, tutte e quattro le zampe del cavallo risultino contemporaneamente alzate rispetto al suolo, come le dipingeva Gericault e con lui i grandi artisti del momento.
Utilizzando 24 fotocamere collegate ad altrettanti fili lungo il percorso, Muybridge ottenne una sequenza di immagini che documentavano con assoluta precisione il movimento dei cavalli, confermando che per alcuni istanti effettivamente nel galoppo l’intero loro corpo risulta sollevato dal suolo, ma indicando anche che l’estensione delle zampe risultata affatto diversa da quella immaginata agli artisti.
Paul Valéry riconobbe che “Le fotografie di Muybridge rivelano chiaramente gli errori in cui sono incorsi tutti gli scultori e i pittori quando hanno voluto rappresentare le diverse andature del cavallo”.

Queste immagini divennero celebri. Molti artisti, e tra loro Degas, capirono l’importanza della fotografia come fonte di documentazione oltre la capacità visiva. Divenne comune trasporre dalle foto non solo il movimento invisibile all’occhio umano ma anche altri aspetti della realtà, giungendo ad dipingere direttamente sull’immagine fotografica.

Dopo i cavalli, gli uccelli in volo e il movimento degli animali dello Zoo di Philadelfia, il soggetto diventa l’uomo. Divennero presto celebri i suoi nudi in movimento, fotografati su uno sfondo con una griglia disegnata, mentre correvano, salivano le scale o portavano secchi d’acqua.

Con la collaborazione dell’Università di Pensylvania, Muybridge mette a punto lo Zoopraxiscopio, uno strumento simile allo Zoetropio, che consentiva di proiettare le immagini, rendendole così contemporaneamente visibili ad un piccolo pubblico. Come al cinema.

La mostra non si limita a presentare un focus sulla storica produzione di Muybridge. Verrà anche ricomposto, in chiave contemporanea, il set che egli usava per gli scatti in piano sequenza.
Che si animerà con una performance, durante la serata inaugurale, nella quale due o più personaggi e attori attraverseranno il ricostruito piano sequenza, generando degli scatti per un’attuale interpretazione “alla Muybridge”.
Del percorso di visita faranno parte anche “L’assassino nudo” e un “film stenopeico”, docu-films originali realizzati da Paolo Gioli.

Il catalogo propone un saggio a carattere storico del prof. Italo Zannier, un secondo che approfondisce lo sperimentalismo di Muybridge, a cura di Paolo Gioli, e un terzo di analisi della mostra a cura di Cristina Quadrio Curzio e Lo Guerra.

La mostra, a carattere educativo, è prodotta e organizzata da Fondazione Gruppo Credito Valtellinese

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XI comandamento: non dimenticare – Mustafa Sabbagh

ZAC ai cantieri culturali alla zisa, palermo _ dal 21.05 al 17.07.2016

Sarà il grande spazio di archeologia industriale ZAC ai Cantieri Culturali alla Zisa ad ospitare la prima mostra antologica di Mustafa Sabbagh, la cui inaugurazione è prevista per Sabato 21 Maggio 2016.

La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura della Città di Palermo, costella la nuova programmazione, avviata lo scorso anno, che ha presto portato all’attenzione nazionale ed internazionale lo spazio ZAC come «luogo di riferimento per il contemporaneo nel sud d’Europa e nel cuore del Mediterraneo », nelle parole dell’Assessore alla Cultura Andrea Cusumano; «un polo espositivo che sempre più va assumendo un potente connotato caratteriale, attraverso i grandi maestri dell’arte contemporanea ».

Una stagione di mostre inaugurata con la personale di Mauro d’Agati curata da Gerhard Steidl, seguita dalla suggestiva antologica dedicata a Regina José Galindo, per proseguire con le grandi retrospettive di Hermann Nitsch e di Letizia Battaglia. Programmazione che si arricchirà di altri importanti progetti nell’anno in corso, e che precede l’avvenimento-clou che farà di Palermo capitale dell’arte contemporanea nel 2018, con la celeberrima biennale d’arte internazionale Manifesta 12.

L’invito rivolto a Mustafa Sabbagh conferma, da parte dell’Amministrazione, il forte e coerente impegno a costruire una programmazione culturale attenta ai diritti della persona ed alle grandi sfide dell’inizio di questo millennio, riportando in prima linea imperiture domande dell’umanità attraverso i grandi nomi dell’arte contemporanea internazionale.

«La città di Palermo accoglie Mustafa Sabbagh a ZAC, riconoscendo in lui un comune codice genetico: », afferma il Sindaco Leoluca Orlando: «quello di un funambolo che, non dimenticando il rischio della caduta, vuole imparare a volare – e farlo attraverso il linguaggio a lui più congeniale, l’arte. Oggi più che mai abbiamo bisogno di ricollegare le nostre radici alle ali. Tenere ferma la consapevolezza della nostra storia, delle nostre tradizioni e della nostra cultura, pur coltivando l’ambizione a volare attraverso l’accoglienza ed il coraggio di scegliere la propria identità, atto supremo di libertà ».

2000 mq di un ex hangar industriale dell’inizio del Novecento all’interno del quale saranno esposte oltre 75 opere fotografiche tra le più famose di Sabbagh, 10 opere video e tre nuove video-installazioni site-specific, oltre all’installazione fotografica acquisita dalla collezione permanente di arte contemporanea del MAXXI – Museo delle Arti del XXI secolo (Roma), che verrà presentata in anteprima assoluta, come molte delle opere inedite che l’artista ha scelto di battezzare a Palermo.

Nell’idea dell’artista, che firma anche la curatela della mostra, ZAC sarà concepito come un contenitore della schizofrenia contemporanea, un grande armadio che vive del suo disordine e della psicosi di chi lo possiede; metafora di un’umanità disorientata, schizofrenica nell’occultamento delle sue paure, che vengono qui catalogate da Sabbagh. Un’umanità dimentica della sua stessa umanità, dell’urgenza di integrazione – individuale e sociale – a partire da Palermo, cui Mustafa Sabbagh richiede un dovere sociale come un comandamento laico: non dimenticare.

Non dimenticare  in Onore al Nero, serie fotografica che lo ha reso celebre nel mondo, riflessione personale e sfida sociale a partire dal lato oscuro individuale, che sovverte le convenzioni attraverso la multidimensionalità di uno #000, e richiama la storia dell’arte reinterpretandola.

Non dimenticare in Candido, progetto inedito, assoluzione laica concessa da chi sa condividere le colpe attraverso gli occhi incontaminati – e le mani insanguinate – di un bambino, come in Das Unheimliche, di freudiana memoria, in cui viene insanguinata l’aspettativa adulta rispetto al c.d. “diverso”.

Non dimenticare in Chat Room, lettera d’amore/sinfonia del dolore tra un povero Cristo e un povero Diavolo, e in Dark Room, riscoperta dell’innocenza attraverso un atto voyeuristico.

Non dimenticare in anthro_pop_gonia, videoinstallazione anch’essa inedita in Italia, filo d’Arianna dalla storia della mitologia greca alla storia del vizio contemporaneo.

Non dimenticare in Made in Italy© – Handle with care, schiaffo cinico a domande urlate, non sussurrate, come dovrebbero essere quelle foriere di rivoluzione. Che cos’è davvero un corpo estraneo, in una società infetta dall’ottusità? Inutile cercare di dimenticarlo, davanti alla serialità di un delitto perpetrato dall’uomo verso l’uomo, nel mare nero dell’installazione – concepita appositamente dall’artista per Palermo – 09.2015: 3944.

Così come per Palermo, e per rimarcarne l’anima profondamente intrisa di arte e contaminazione, è concepita la collaborazione con le prestigiose gallerie FPAC Francesco Pantaleone Arte Contemporanea e Rizzuto Gallery, realtà palermitane internazionalmente apprezzate per la loro riconoscibilissima ricerca – differente nella semantica artistica, comune nella qualità propositiva. All’interno di esse saranno esposte – come sinapsi connettivali da scoprire nell’articolato sistema nervoso della città – due opere inedite dell’artista, pensate in relazione alle specificità dello spazio espositivo che le accoglie. Una triangolazione per non dimenticare  che ‘diversità’ è un altro modo di definire la ricchezza.

«Uno schizofrenico non dimentica; uno schizofrenico accumula » scrive Sabbagh, «come in un disturbo da personalità multipla, come in uno zapping impazzito ». Nell’idea di questo nuovo allestimento, le opere d’arte di Mustafa Sabbagh si ribellano alla prevedibilità di un ordine filologico, per irrompere in contraddizioni necessarie.

Qua trovate un approfondimento su Mustafa Sabbagh.

The Mind’s Eye  HENRI CARTIER-BRESSON

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A cura di Simona Perchiazzi

PAN Palazzo delle Arti di Napoli
28 aprile 2016| 28 luglio 2016

La mostra è proposta e finanziata dall’associazione ACM Arte e Cultura in collaborazione con: Fondation Henri Cartier-Bresson Magnum Photos, promossa dal Comune di Napoli e sostenuta dal Pastificio dei Campi

Il genio della composizione, la sorprendente intuizione visiva, la capacità di catturare momenti fugaci e significativi fanno di Henri Cartier- Bresson, 1908_2004, uno dei più grandi fotografi del Ventesimo secolo.

La sua ricerca lo ha spinto in ogni luogo del mondo, lui è stato testimone dei momenti più significativi della storia, Cartier-Bresson ha fuso la poesia alla potenza della testimonianza generando una nuova grammatica visiva.
Ha attraversato: surrealismo, Guerra Fredda, Guerra Civile Spagnola, seconda Guerra Mondiale con uno sguardo lucido attento e mai retorico.
Dal 1926 al 1935, Cartier-Bresson frequenta i surrealisti, compie i primi passi nella fotografia e intraprende i suoi primi viaggi; dal 1936 al 1946, si assume un grande impegno politico lavorando per la stampa comunista e affrontando grandi esperienze nel cinema. Dal 1947 al 1970, apre la prestigiosa agenzia Magnum Photos allontanandosi dal fotoreportage.

Al PAN una mostra delle sue opere fotografiche, una selezione dell’immenso corpus di immagini che Cartier-Bresson ci ha lasciato: l’esposizione coprirà l’intero percorso professionale del grande fotografo.
Saranno esposte 54 opere fotografiche tra le più importanti icone del grande maestro.
Questa un’occasione imperdibile per ammirare alcuni tra i capolavori più toccanti e realistici del famoso fotografo francese, considerato un pioniere del foto-giornalismo.

Il PAN è in via dei Mille 60 a Napoli, è aperto tutti i giorni dalle ore 9.30 alle ore 19.30 – la domenica dalle ore 9.30 alle 14.30. Il martedì le sale espositive sono chiuse

ALLA SCOPERTA DEL GIAPPONE. Felice Beato e la scuola fotografica di Yokohama 1860-1910

Milano, Fondazione Luciana Matalon, Foro Buonaparte 67
27 aprile – 30 giugno 2016

La mostra presenta una documentazione fotografica, delle prime immagini scattate in Giappone, tra cui spicca il lavoro di uno dei maggiori fotografi dell’Ottocento: l’italiano Felice Beato.

Questo prezioso materiale, proveniente dalle collezioni del Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari di Firenze, contribuisce ad esemplificare l’interesse e il fascino esercitato dal mondo orientale alla fine dell’Ottocento nella cultura europea.

L’esposizione raccoglie 110 fotografie originali d’epoca (vintage-prints) colorate a mano con prodotti all’anilina, che ne caratterizzano inconfondibilmente la provenienza dall’atelier di Beato, oltre a tre preziosi album-souvenir con copertine originali, in lacca, madreperla e avorio, che testimoniano la moda orientalista largamente diffusa nell’Europa del XIX secolo.

L’iniziativa, curata da Emanuela Sesti, responsabile scientifica della Fratelli Alinari Fondazione, è organizzata e prodotta da Fratelli Alinari Fondazione per la Storia della Fotografia e Fondazione Luciana Matalon, con il patrocinio della Regione Lombardia, del Comune di Milano, dell’Ambasciata del Giappone, del Consolato Generale del Giappone, della Camera di Commercio e Industria Giapponese in Italia e fa parte del programma ufficiale delle celebrazioni del 150° anniversario della firma del Trattato di amicizia e commercio tra Italia e Giappone.

Felice Beato, di origini veneziane naturalizzato inglese, nato nel 1832 e morto a Firenze nel 1909, nei suoi primi anni di attività lavora insieme al fratello Antonio e al fotografo inglese James Robertson a Costantinopoli durante gli anni della guerra di Crimea, della quale riportano alcune straordinarie immagini di documentazione. Nel 1857, sempre accompagnato dal fratello e da Robertson, inizia il suo viaggio verso Oriente, raggiungendo l’India e nel 1860 la Cina.

Nel 1863 arriva da solo in Giappone, dove rimane per oltre 15 anni e fonda la sua attività fotografica insieme al pittore Charles Wirgman, specializzato nella caratteristica coloritura delle stampe fotografiche di Beato. La mancanza di colore nelle fotografie ottocentesche era avvertita come un limite e la policromia di queste stampe, unite alla loro raffinatezza e esoticità, hanno contribuito al grande successo commerciale con cui furono accolte, tanto che Beato e Wirgman crearono una vera e propria scuola a Yokohama, alla quale collaborarono molti artisti locali.

Tale scuola proseguì la produzione delle fotografie ‘alla maniera di Beato’, anche molti anni dopo la partenza del fotografo italiano, creando uno stile e una moda che perdurò fino ai primi del Novecento.

Per la colorazione di una buona fotografia occorreva quasi mezza giornata. I tempi erano così lunghi che vennero assunti sempre più artisti in un solo atelier, istituendo così una catena di montaggio che aveva una gerarchia produttiva ben precisa e che seguiva anche le inclinazioni e il grado di abilità di ciascun colorista.

La Yokohama Shashin, ovvero la fotografia in stile Yokohama, acquisì notevole importanza grazie al turismo.

 I viaggiatori compravano,  come souvenir, gli album con una cinquantina di immagini circa, affascinati dal Giappone e dalle sue più antiche tradizioni di vita sociale e di costume, ma anche dalle atmosfere e dagli irripetibili paesaggi ricchi di fascino e spiritualità, cercando fotografie che confermassero l’immagine esotica che avevano del Giappone, in antitesi alla cultura del mondo occidentale.

Attraverso le fotografie del XIX secolo realizzate in Giappone, si possono leggere i costumi, i paesaggi, la vita quotidiana giapponese: le geishe, i samurai, i lottatori, i monaci buddisti, i piccoli artigiani, i paesani, ma anche i paesaggi, i fiori e le scene di strada. Ogni immagine è una finestra aperta sul mondo orientale, su un lontano e sconosciuto Giappone che grazie alla fotografia si offriva alla curiosità del pubblico europeo del secolo scorso.

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World Press Photo 2016

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Il Premio World PressPhoto è uno dei più importanti riconoscimenti nell’ambito del fotogiornalismo. Ogni anno, da 59 anni, una giuria indipendente, formata da esperti internazionali, è chiamata ad esprimersi su migliaia di domande di partecipazione inviate alla Fondazione di Amsterdam da fotogiornalisti provenienti da tutto il mondo.

Per questa edizione le immagini sottoposte alla giuria del concorso World Press Photo sono state 82.951 immagini, inviate da 5.775 fotografi di 128 nazionalità.

La giuria, che ha suddiviso i lavori in otto categorie, ha premiato 42 fotografi provenienti da 21 paesi: Australia, Austria, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, Iran, Italia, Giappone, Messico, Portogallo, Russia, Slovenia, Sud Africa, Spagna, Svezia, Svizzera, Siria, Turchia e Stati Uniti.

La foto dell’anno, scelta nella categoria Spot News, è del fotografo australiano Warren Richardson, realizzata a Roske, in Ungheria, al confine con la Serbia, il 28 agosto del 2015. L’immagine, che si intitola Hope for new life, mostra un uomo che fa passare un bimbo attraverso il filo spinato ed è stata scelta per illustrare la situazione drammatica dei migranti che nel 2015 si è imposta sull’attualità.

Richardson è un fotografo freelance, attualmente vive a Budapest, in Ungheria. Ha spiegato così come ha scattato la foto: “Ero accampato con i rifugiati da cinque giorni sul confine. Un gruppo di circa 200 persone è arrivato, posizionandosi sotto gli alberi lungo la linea di recinzione. Prima sono passate le donne e i bambini, poi i padri e gli uomini anziani. Devo essere stato con questo gruppo per circa cinque ore, giocando al gatto e il topo con la polizia per tutta la notte. Non ho utilizzato il flash perchè altrimenti la polizia avrebbe potuto vedere quelle persone. Ho scattato la foto grazie alla luce del chiaro di luna”.

Francis Kohn, presidente della giuria, e caporedattore di fotografia dell’agenzia di Afp ha così commentato l’immagine vincitrice: “Quandoall’inizio abbiamo guardato questa foto abbiamo subito capito che era un’immagine importante. Il suo potere stava nella sua semplicità, in particolare nel simbolismo del filo spinato. Rappresentava quasi tutto quello che si può esprimere visivamente rispetto a ciò che sta accadendo con i rifugiati. Penso che sia una foto classica, ma senza tempo”.

La mostra World Press Photo non è soltanto una galleria di immagini sensazionali, ma è un documento storico che permette di rivivere gli eventi cruciali del nostro tempo. Il suo carattere internazionale, le centinaia di migliaia di persone che ogni anno nel mondo visitano la mostra, sono la dimostrazione della capacità che le immagini hanno di trascendere differenze culturali e linguistiche per raggiungere livelli altissimi e immediati di comunicazione.

La World Press Photo Foundation, nata nel 1955, è un’istituzione internazionale indipendente per il fotogiornalismo senza fini di lucro. Il World Press Photo gode del sostegno della Lotteria olandese dei Codici postali ed è sponsorizzato in tutto il mondo da Canon e Lottery.

Il 10bphotography, partner della fondazione World Press Photo, è un centro polifunzionale interamente dedicato alla fotografia professionale. Si propone di mettere a disposizione del territorio l’esperienza e le relazioni costruite nel tempo, con l’obiettivo di portare a Roma il più grande e più prestigioso concorso di fotogiornalismo mondiale.

Internazionale, Media Partner della mostra, è un settimanale italiano d’informazione fondato nel 1993 che pubblica i migliori articoli dei giornali di tutto il mondo.

I Global Shapers, Media Partner della mostra, sono una community nata nel 2012 per iniziativa del World Economic Forum, per mettere in comunicazione a livello mondiale una generazione di giovani talenti e renderla protagonista nei processi di cambiamento della società

Museo di Roma in Trastevere dal 29 aprile al 29 maggio 2016

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Punto d’ombra – fotografie di Teju Cole

Teju Cole

A cura di Alessandra Mauro

27 aprile – 19 giugno 2016 – Galleria Forma Meravigli

Punto d’ombra presenta il nuovo lavoro di Teju Cole: 65 immagini e parole che, come le pagine di un diario visivo, seguono e testimoniano i suoi diversi viaggi e peregrinazioni nel mondo.

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Martin Karplus fotografo: il colore degli anni ’50

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Il Grattacielo Pirelli ospita la prima mostra personale in Italia di Martin Karplus fotografo (Vienna, 1930), personalità di spicco nel panorama scientifico internazionale e vincitore del Premio Nobel per la Chimica nel 2013. Il progetto, presentato presso la sede di Regione Lombardia da Vittorio Schieroni ed Elena Amodeo – Made4Art, consiste nella mostra Martin Karplus fotografo: il colore degli anni ‘50, a cura di Sylvie Aubenas della Bibliothèque nationale de France, insieme a un concorso fotografico dedicato a giovani studenti lombardi. Il progetto è realizzato in collaborazione con Regione Lombardia e Università degli Studi di Milano.

In esposizione oltre sessanta opere in prestito dalla Bibliothèque nationale de France rappresentative della produzione artistica di Martin Karplus e delle tematiche da lui affrontate: immagini a colori dell’Europa, delle Americhe e dell’Asia degli anni ‘50 e ‘60 che mostrano le avventure della sua vita, le emozioni e i luoghi da lui visitati. Immagini della natura incontaminata del Brasile e del Perù, dove affiorano le rovine di antiche civiltà o imponenti architetture moderne, volti e persone di popolazioni balcaniche ritratte nella loro quotidianità, lo stretto legame con l’acqua che caratterizza la vita dei pescatori di Hong Kong, fino ai prorompenti e accesi colori della frutta e delle spezie che riempiono i mercati cinesi e indiani. Questi sono alcuni dei soggetti ritratti dall’obiettivo di Martin Karplus dagli anni Cinquanta ai giorni nostri, in un viaggio che tocca culture, usi e costumi diversi, Paesi vicini e lontani nel tempo e nello spazio, in un fondersi di vita personale e universale, di quella delle persone e dei luoghi che ha incontrato sul proprio cammino.

Il corpus principale della produzione fotografica di Karplus è rappresentato dagli scatti realizzati tra gli anni ’50 e ’60 con oltre 4.000 diapositive che sono rimaste inedite per quarant’anni mentre lo scienziato continuava a dedicarsi alla sua attività di ricerca. Nel corso del 2000 una selezione di queste diapositive è stata scansionata, rivelando immagini che conservano intatti i colori originari. Il lavoro di Karplus, che vede il passaggio dall’analogico al digitale, dalla sua Leica IIIC alla nuova Canon EOS 20D, riesce a conciliare la bellezza estetica tipica dell’opera d’arte con la carica emozionale del reportage,

con tutte le sue valenze storiche, sociali e culturali. La mostra diventa un importante documento di oltre cinquant’anni di vita che Martin Karplus, conosciuto principalmente in ambito scientifico, vuole trasmettere alle generazioni future: una visione di quel mondo in cui ha vissuto, oggi in gran parte non più esistente.

A completare il progetto una sezione dedicata al Concorso fotografico Luoghi e colori di Lombardia indetto dall’Università Statale di Milano, che presenta il tema del viaggio e del colore attraverso la fotografia di alcuni studenti dell’Ateneo. Il Comitato di selezione, presieduto da Martin Karplus e composto dai Curatori del progetto, da Silvia Gaffurini (artista fotografa), Roberto Mutti (critico fotografico) e Giorgio Zanchetti (Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali, Università degli Studi di Milano) ha selezionato le opere che meglio hanno saputo rappresentare il tema proposto, con l’obiettivo di attrarre i giovani al mondo dell’arte e della fotografia. L’invito proposto agli studenti era quello di cimentarsi con la vitalità e l’energia cromatica tipica delle fotografie di Karplus degli anni ’50 e ’60.

Martin Karplus nasce a Vienna nel 1930. Si trasferisce coi genitori e il fratello negli Stati Uniti nel 1938. Dopo gli studi ad Harvard, consegue il dottorato di ricerca in Chimica presso il California Institute of Technology nel 1953. Trascorre due anni ad Oxford per tornare negli Stati Uniti come professore all’Università dell’Illinois prima e alla Columbia University dopo. Nel 1966 diventa professore di Chimica all’Università di Harvard, dove conduce tuttora la sua attività di ricerca. Nel 1996 diventa professore anche alla Università Louis Pasteur di Strasburgo, continuando la sua attività sia negli Stati Uniti che in Francia. È membro della National Academy of Sciences, l’American Academy of Arts & Sciences e membro straniero dell’Accademia Olandese delle Arti e delle Scienze e della Royal Society di Londra. Nel 2013 gli è stato conferito il Premio Nobel per la Chimica.

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Il mondo di Steve McCurry

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Steve McCurry è uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea, punto di riferimento per un larghissimo pubblico, soprattutto di giovani, che nelle sue fotografie riconoscono un modo di guardare il nostro tempo e, in un certo senso, “si riconoscono”.

In ogni scatto di Steve McCurry è racchiuso un complesso universo di esperienze e di emozioni e molte delle sue immagini, a partire dal ritratto di Sharbat Gula, sono diventate delle vere e proprie icone, conosciute in tutto il mondo.

La nuova rassegna allestita nella grandiosa Citroniera delle Scuderie Juvarriane nella Reggia di Venaria, è la più ampia e completa tra le mostre che Civita e SudEst57 hanno dedicato fin dal 2009 al grande fotografo americano, registrando nelle varie città oltre 700.000 visitatori.

 La mostra comprende oltre 250 tra le fotografie più famose, scattate nel corso della sua trentennale carriera, ma anche alcuni dei suoi lavori più recenti e altre foto non ancora pubblicate nei suoi numerosi libri.

Il percorso espositivo, curato da Biba Giacchetti e “messo in scena” nella Citroniera da Peter Bottazzi, propone un lungo viaggio nel mondo di McCurry, dall’Afganistan all’India, dal Sudest asiatico all’Africa, da Cuba agli Stati Uniti, dal Brasile all’Italia, attraverso il suo vasto e affascinante repertorio di immagini.

A cura di Biba Giacchetti, allestimento di Peter Bottazzi

In collaborazione con Civita, con il sostegno di SudEst57 e Lavazza

DOVE
Citroniera delle Scuderie Juvarriane

QUANDO
Dal 1° aprile al 25 settembre 2016

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Betania – Valerio Bispuri

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Il 28 maggio 2016, alle ore 19:00, si inaugura la mostra “Betania” con le fotografie di Valerio Bispuri, a cura di Valeria Fornarelli, presso Église, un nuovo centro di cultura artistica, in via dei Credenzieri a Palermo. La mostra è prodotta da Perugia Social Photo Fest e Église, organizzata da Église ed è all’interno del programma del PalermoPride2016.

«Ho sempre creduto che la fotografia abbia il valore di svelare, oltre che di raccontare; di portare alla luce le profondità di un gesto, l’intensità di momenti che sfuggono allo sguardo».

È con questo in mente che il fotografo narra la storia di Betania, una donna lesbica di trentacinque anni che ha vissuto di fronte al suo obiettivo molti momenti rilevanti della sua vita privata a Buenos Aires e il rapporto con la sua attuale, amata compagna Virginia; sullo sfondo, l’Argentina, il primo paese del Sud America a legalizzare nel 2010 le unioni omosessuali.

Ritraendo Betania, Bispuri ritrae gli aspetti più profondi dell’intimità lesbica, dei sentimenti, del sesso, della vita, e ne esplora il linguaggio peculiare di atteggiamenti, gesti, aspirazioni all’autonomia e al riconoscimento; eppure di questo linguaggio mostra al contempo il carattere universale, che travalica il genere e l’orientamento sessuale per riaffermarne l’appartenenza all’erotismo generale degli umani.

Il progetto è stato esposto, per la prima volta nel marzo del 2016, presso il Museo Civico di Palazzo della Penna in occasione del Perugia Social Photo Fest, il cui fine è quello di dimostrare, attraverso la fotografia sociale e terapeutica, che la “diversità sociale sia una ricchezza che frutta maggiormente se condivisa”.

28 Maggio – 18 giugno – Église in via dei Credenzieri, Palermo

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Luigi Vegini, In…Viaggio

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PALAZZO PIROLA
Luigi Vegini, In…Viaggio
a cura di Roberto Mutti
30 aprile/15 maggio

Luigi Vegini affronta il viaggio come momento di attesa e sospensione: le persone che fotografa su treni, traghetti o banchine vengono isolate dalla meta, dalla descrizione, dalla destinazione o da qualsivoglia contesto: diventano persone presenti nel ‘qui e ora’, sospesi in un’aspettativa che esiste solo nel passaggio. I viaggiatori di Vegini sono sfuggenti apparizioni in bianco e nero che prendono forma nel silenzio dell’immaginario emotivo del fotografo. Altre info qua

Protocolli e derive veneziane – Antoni Muntadas

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La Real Academia de España en Roma è lieta di presentare PROTOCOLLI E DERIVE VENEZIANI, nuova mostra di Antoni Muntadas che avrà luogo nella città di Roma, il prossimo giovedì 14 aprile.

 Il progetto, presentato per la prima volta nel 2013 in concomitanza con la 55. Esposizione Internazionale d’Arte, La Biennale di Venezia, e successivamente all’interno della 72. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, è il risultato finale di una ricerca sulla città lagunare, che ha dato origine ad alcuni lavori realizzati in loco negli ultimi anni. La particolare configurazione di questa città storica la rende un interessante oggetto di studio e riflessione, di cui l’artista può godere in prima persona come osservatore esterno, avendovi trascorso per lavoro tre mesi all’anno dal 2004 ad oggi.

 L’esposizione è composta dalla serie di fotografie Protocolli Veneziani, che riportano particolari architettonici di Venezia, evidenziando le peculiarità dell’abitare lontano dalla terraferma. È così che tubi, aperture, tombini, finestre chiuse, sembrano possedere una logica propria e raccontano la città attraverso le tracce di un’antica attività edilizia.

Presentato e proiettato quest’estate all’interno della 72. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, il film Dérive Veneziane racconta un lato inesplorato di Venezia, sconosciuto ai più, misterioso e al contempo affascinante, caratterizzato da una quasi totale mancanza di individui, che al contrario durante il giorno affollano le calli in maniera spropositata.

 Antoni Muntadas è nato a Barcellona nel 1942. Dal 1971 vive a New York. È stato uno dei primi artisti concettuali e media artist.

Artista multidisciplinare, che spazia dalla fotografia al video, dalle installazioni agli interventi urbani, è particolarmente noto per i suoi progetti che prevedono un uso artistico dei media e new media, in funzione sociale e politica, così come la relazione fra lo spazio pubblico e privato all’interno della struttura sociale.

Nei suoi quarant’anni di carriera ha realizzato e prodotto numerosi lavori delle serie definite “Media Landscape” (1977), “Media Architecture installations” (1980 e 1990), “The File Room” – progetto il cui obiettivo è la messa in discussione dell’idea di censura culturale – (1994). Oggetti di lavoro sono state anche le serie “On Translation” (1995) e “Asian Protocols”, tutt’ora in corso.

Le sue opere sono state esposte nei più importanti e rinomati musei e gallerie: The Museum of Modern Art a New York, Berkeley Art Museum, C.A., Musée d’art contemporain de Montréal, Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía a Madrid, Museo de Arte Moderno a Buenos Aires, e molti altri ancora.

Ha inoltre partecipato a diverse esposizioni internazionali, tra le quali Documenta VI e X a Kassel, le Biennali di Venezia del 1972, 1976 e 2005, Whitney Biennal of American Art, San Paolo e Lione, Taipei, Gwangju e L’Aavana. Oltre ad aver lavorato come docente, e aver diretto seminari in istituzioni accademiche europee e statunitensi, tra cui École des Beaux-Arts di Paris, la USP a San Paolo in Brasile, è stato ricercatore dal 1977 presso Center for Advanced Visual Studies al MIT, e successivamente professore alla Scuola di Architettura nello stesso MIT di Cambridge dal 1990 al 2014. In Italia collabora con la Galleria Michela Rizzo dal 2010 e insegna alla Facoltà IUAV di Venezia.

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Dana de Luca | L’ineffabile gemito

untitled, 2015

untitled, 2015

In concomitanza con l’apertura di MILANO PHOTOFESTIVAL e di MIA PHOTO FAIR, lo Studio Masiero propone per la prima volta una personale di fotografia, estendendo la proposta artistica anche a questo ambito delle arti visive.

Verranno esposte una serie di fotografie di diverse dimensioni realizzate tra il 2014 e il 2015 con tirature da 3 a 5 copie. Le opere presentate sono il risultato di un atto performativo che utilizza carta fotosensibile e agenti chimici e poiché le immagini, come spiega l’autrice stessa, “non sono immagini di qualcosa”, la sperimentazione che ne deriva, annullando il mezzo fotografico, raggiunge un‘immagine aniconica con una tecnica originale che può essere avvicinata al chimigramma.

È questo il caso in cui “l’assenza del dispositivo fotografico – come scrive Giovanna Gammarota – mette in discussione il fare fotografia come la conosciamo nella sua forma più comune. Qui l’immagine è assenza di forma. Il che impone un confronto sul senso.”

A rafforzare la tensione verso questa ricerca di senso, accanto alle opere, viene presentata anche una installazione, prodotto di un processo performativo. L’artista dopo aver distrutto con il fuoco i propri diari e sue vecchie fotografie, ne espone i resti combusti, individuati, manipolati e suddivisi i quali, catturando l’osservatore, impongono un’ulteriore riflessione sulle dinamiche del tempo.

La complessa operazione artistica di Dana de Luca viene attraversata dalla suggestione della lettura del Libro XI delle Confessioni di Sant’Agostino e dall’elaborazione del significato di tempo, di forma e di desiderio.

“Ciò che […] cogliamo nelle immagini di Dana de Luca è […] l’assenza di modello che rende il desiderio più autentico e sofferto e che conduce all’incapacità di registrare con le parole o con immagini consuete, quello che accade nell’atto tensivo che rivolgiamo all’ignoto che ci attrae.”(G.G.)

 Dana de Luca è fotografa autodidatta con una formazione artistica nel teatro di ricerca. Ha vissuto a Madrid per molti anni lavorando come fotografa freelance. Rientrata in Italia ha intrapreso una ricerca in campo filosofico e artistico inclusiva del soggettivo e del concettuale. Nel 2013 con una campagna di crowdfunding ha pubblicato il libro fotografico “La petite mort”, esposto durante il Photo Festival di Arles (Book Award Exhibition 2013), al SiFest-Savignano Immagini Festival e a LuganoPhotodays, nel 2013. Nel 2014 ha esposto alla Galleria Nobili di Milano e al Guernsey PhotoFestival, Guernsey. Il suo lavoro è stato pubblicato in numerose riviste internazionali fra cui Gatopardo Magazine (Messico), Vive Magazine (Australia), L’Oeil de la Photographie (Francia), Hyperallergic and Saint-Lucy (USA) e in Italia su Panorama e sulla storica rivista Il Verri.

Anna