Senza confini – Steve McCurry
27 febbraio – 12 giugno 2016
Galleria Harry Bertoia
Corso Vittorio Emanuele II, 60
Pordenone
Inaugurazione: sabato 27 febbraio ore 18.00
DESCRIZIONE MOSTRA Continua a leggere
27 febbraio – 12 giugno 2016
Galleria Harry Bertoia
Corso Vittorio Emanuele II, 60
Pordenone
Inaugurazione: sabato 27 febbraio ore 18.00
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Mario Calabresi
A occhi aperti
Contrasto
L’autore incontra e intervista dieci tra i “mostri sacri” della fotografia, Steve McCurry, Josef Koudelka, Don McCullin, Elliott Erwitt, Paul Fusco, Alex Webb, Gabriele Basilico, Abbas, Paolo Pellegrin e Sebastião Salgado, autori che con i loro lavori hanno raccontato e reso accessibili alcuni dei momenti storici e in molti casi drammatici del nostro passato, come recita la copertina: “momenti in cui la storia si è fermata in una foto”.
Dalle parole degli autori si riesce a percepire il dramma delle situazioni e le difficoltà che si sono trovati di fronte, con la necessità di immortalare la scena, talvolta in situazioni estremamente pericolose e precarie.
Il testo è alternato a molte immagini suggestive, rendendo la lettura ancora più interessante e le parole dei fotografi ancora più comprensibili e intense.
Una libro indispensabile per iniziare a conoscere dieci tra i maestri della fotografia di reportage.
Giovanni
Franco Pagetti vive in Italia, è fotoreporter dal 1994. La maggior parte del suo lavoro riguarda situazioni di guerra, come i conflitti in Afghanistan, Kosovo, Timor Est, il Kashmir, la Palestina, Sierra Leone e Sudan meridionale.
Pagetti ha coperto il conflitto in Iraq a partire dal gennaio del 2003, tre mesi prima dell’inizio della guerra. In seguito è stato quasi sempre a Baghdad, principalmente su incarico del Time Magazine. Le sue immagini catturano gli orrori della guerra.
La sua carriera include incarichi in India, la Città del Vaticano, Cambogia, Laos, Indonesia, Arabia Saudita e la sua nativa Italia. Oltre alla rivista Time, ha lavorato su incarico per il Newsweek, il New York Times, il New Yorker e Stern. Il suo lavoro è stato pubblicato su Le Figaro, Paris Match, il Times di Londra, e The Independent.
Quando non è in missione, Pagetti vive tra Milano e la Toscana.
Il video è di Pmstudionews
Spero vi possa essere utile.
Ciao Sara!
Francesco Cito, è nato a Napoli il 5 maggio 1949. Interrotti gli studi si trasferisce a Londra nel 1972 per dedicarsi alla fotografia. Per sopravvivere nella capitale britannica degli anni 70, si adatta ai più svariati mestieri, dal lavapiatti in un ristorante in King’s Road, al facchino dei Magazzini Harrod’s.
L’ inizio in campo fotografico, 1975, avviene con l’ assunzione da parte di un settimanale di musica pop-rock (Radio Guide mag.), per esso gira l’ Inghilterra, fotografando concerti e personaggi della musica leggera. In seguito, divenuto fotografo free-lance, inizia a collaborare con The Sunday Times mag, il quale gli dedica la prima copertina per il reportage “La Mattanza”. Successivamente collabora anche con L’Observer mag.
Video girato in occasione del festival di Seravezza dai collaboratori del festival.
Nel 1980, è uno dei primi fotoreporter a raggiungere clandestinamente l’Afghanistan occupato con l’invasione dell’Armata Rossa, e al seguito di vari gruppi di guerriglieri che combattevano i Sovietici, percorre 1200 KM a piedi. Sue le foto dei primi soldati della Stella Rossa caduti in imboscate.
Nel 1982 – 83, realizza a Napoli un reportage sulla camorra, pubblicato dalle maggiori testate giornalistiche, nazionali ed estere. Sempre a Napoli nel 1978 aveva realizzato per The Sunday Times mag. un reportage sul contrabbando di sigarette dallo interno dell’organizzazione contrabbandiera.
Nel 1983 è inviato sul fronte Libanese dal settimanale Epoca, e segue il conflitto in atto fra le fazioni palestinesi, del leader pro siriano Abu Mussa, e del nazionalista fondatore di Al-Fatah, (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) Yasser Arafat e i suoi sostenitori. E’ l’unico foto-giornalista a documentare la caduta di Beddawi (campo profughi), ultima roccaforte di Arafat in Libano. Seguirà le vari fasi della guerra civile libanese, fino al 1989.
Nel 1984 si dedica alle condizioni del popolo palestinese all’interno dei territori occupati della West Bank (Cisgiordania) e la Striscia di Gaza. Seguirà tutte le fasi della prima “Intifada” 1987 – 1993 e la seconda 2000 – 2005. Resta ferito tre volte durante gli scontri. Nel 1994 realizza per il settimanale tedesco “Stern” un reportage sui coloni israeliani oltranzisti. Nell’aprile 2002, è tra i pochi ad entrare nel campo profughi di Jenin, sotto coprifuoco e posta sotto assedio per 40 giorni dallo esercito Israeliano “Tzahal” come anche le altre città amministrate dal Governo dell’Autonomia Palestinese.
Nel 1989 è inviato in Afghanistan dal Venerdì di Repubblica e clandestinamente ancora a seguito dei “Mujahiddin” per raccontare la ritirata sovietica. Tornerà in quelle aree di nuovo nel 1998 inviato dal settimanale Panorama, con l’intento di incontrare Osama Bin Laden. Incontro mai avvenuto a causa l’inizio dei bombardamenti americani.
Nel 1990, è in Arabia Saudita nella prima “Gulf War” a seguito del primo contingente di Marines americani dopo l’invasione irachena del Kuwait. Seguirà tutto il processo dell’operazione “Desert Storm” e la liberazione del Kuwait 27 – 28 febbraio 1991.
Negli anni 90 segue le varie fasi dei conflitti balcanici.
In Italia si occupa spesso di casi di mafia, ma anche di eventi come il Palio di Siena che gli varrà il primo premio al World Press Photo 1996 ed altri rilevanti aspetti della società contemporanea.
Dal 1997 l’ obiettivo è anche puntato sulla Sardegna fuori dagli itinerari turistici, tra il sociale e le tradizioni, lavoro già in parte racchiuso in in foto-libro.
Nel 2007 è invitato dal Governatorato di Sakhalin (Russia), l’isola ex colonia penale raccontata da Checov, per un lavoro fotografico, sul territorio, illustrando la vita e le attività produttive, a seguito della scoperta di ingenti giacimenti petroliferi. Lavoro divenuto una mostra e un foto libro editato in Russia.
Dal 2005 al 2011, sempre in Palestina realizza il suo lavoro nelle varie fasi della costruzione del “Muro d’Israele” e contemporaneamente si dedica nel’ illustrare lle condizioni dei bambini palestinesi affetti da problemi di sordità. Entrambe le storie sono state esposte in mostre fotografiche, come altresì il lavoro ancora in fase di realizzazione, sul tema del “Coma”, le vite sospese. Biografia dal sito di Seravezza Fotografia.
Ciao, Buona giornata! Sara
Questo è uno dei fotogiornalisti contemporanei che preferisco. Attraverso i suoi occhi Pep Bonet esprime il fotogiornalismo in modo più complesso e interpretato, racconta e interpreta splendidamente. Bonet dice: “Io cerco di cancellare i confini tra giornalismo e lavoro artistico. Non credo nell’oggettività dell’informazione. Mi piace raccontare le mie sensazioni su quello che vedo. Per far questo, talvolta uso fotografie mosse o sfocate, per trascinare lo spettatore dentro l’atmosfera del luogo e fargli sentire la sofferenza o la confusione della realtà che riporto.” ”Quando vendo una storia che sarà pubblicata è importante per me che la gente scopra vicende di cui non avrebbe sospettato l’esistenza senza di me.”
Bio
Nato in Spagna (1974), Pep Bonet ha studiato fotografia ad Amsterdam nel 1997. Organizza il suo lavoro su progetti a lungo termine, in particolare sul continente Africano, dai quali ha tratto diversi libri fotografici e oltre 35 mostre presentate in tutto il mondo. Il suo lavoro più celebre “Faith in Chaos”, un saggio fotografico sugli strascichi della guerra in Sierra Leone, ha ricevuto nel 2005 il premio W. Eugene Smith Grant in Humanistic Photography. Nel 2004 l’American Photo Magazine Editor’s Choice ha eletto Bonet uno degli Artisti Emergenti dell’Anno e nel 2009 vince il World Press Photo per i suoi “portrait stories”
Link: Pep Bonet – Website Pep Bonet – Twitter Pep Bonet – Facebook fan page
Quante sfumature nelle fotografie di PIERGIORGIO BRANZI. Ho trovato un’intervista molto interessante e le fotografie sono spettacolari.
Cresciuto a Firenze, comincia a fotografare negli anni cinquanta. Formatosi nella tradizione figurativa toscana, si identifica nel “realismo-formalista”.
Nel 1955 intraprende un lungo viaggio in motocicletta, attraverso l’Abruzzo e il Molise, la Puglia e la Lucania, la Calabria e Napoli, ma anche verso le zone depresse del Veneto. L’ anno successivo attraversa la Spagna.
Collabora all’esperienza editoriale de Il Mondo di Mario Pannunzio, registrando con le sue immagini la nascita convulsa della società di massa, il formalismo nei comportamenti della nuova borghesia, il graduale processo di omologazione consumistica.
Verso la fine degli anni cinquanta, dopo aver abbandonato gli studi di giurisprudenza, rallenta l’attività fotografica cercando uno sbocco nel giornalismo scritto. All’inizio degli anni sessanta è assunto dalla RAI. Nel 1962 il direttore del Telegiornale, Enzo Biagi, lo invia a Mosca, quale corrispondente televisivo occidentale nella capitale sovietica.
Nel 1966 lascia Mosca per assumere l’incarico di corrispondente da Parigi. Dopo il maggio 1968, rientra a Roma come conduttore e inviato speciale del Telegiornale. Realizza inchieste e documentari in Europa, Asia, Africa.
Dopo l’esperienza moscovita lascia la fotografia sperimentando la pittura e l’incisione. Riprende a fotografare a metà degli anni novanta per una rivisitazione dei luoghi pasoliniani.
Dal 2007 sperimenta le possibilità della tecnica digitale. Numerose mostre personali delle sue immagini sono state ospitate in Gallerie private, Musei, Istituzioni pubbliche.
INTERVISTA da Italian ways.
Si dice che all’origine suo amore per la fotografia ci sia la libreria di suo padre…
In un certo senso, è vero. Lasciai la cittadina dove nacqui, Signa, una decina di chilometri da Firenze, quando avevo non più di cinque anni. La mia famiglia si trasferì definitivamente a Firenze dove mio padre, assieme a due amici, aveva fondato una casa editrice, la Libreria Editrice Fiorentina, tuttora attiva, aprendo anche una libreria in via del Corso. In effetti, l’attività paterna mi permise una precoce iniziazione a testi e immagini fotografiche, ben rare a quel tempo.
All’inizio, come per molti della sua generazione, c’è Cartier-Bresson… Quando conobbe il suo lavoro?
Incrociai le sue opere soltanto nel ’52, visitando la sua prima mostra in Palazzo Strozzi. Compresi che non si trattava solo di una collezione di belle immagini, ma che esisteva un “codice linguistico” nuovo, estremamente diretto ed efficace, per rappresentare la realtà e comunicare la “propria lettura” del mondo. Uscito dalla mostra comprai subito una macchina fotografica. Una Condor costruita a Firenze dalle Officine Galileo nel quadro di riconversione postbellica.
Come ricorda il suo primo incontro con il grande fotografo francese?
Ho incontrato personalmente Cartier-Bresson due volte. La prima volta a metà degli anni Cinquanta, nella sede della Magnum, dove mi accolse con insperata disponibilità – ero un giovane dilettante dell’ultima e più sperduta periferia fotografica d’Europa –, e mi riservò il raro privilegio di consultare i provini a contatto. Ebbi così modo di constatare con sorpresa che “images à la sauvette” [titolo del primo libro di Cartier-Bresson, del 1952, ndr] era un modo di dire di gergo, e che su uno stesso soggetto aveva scattato anche più di un rullino. La scelta dell’immagine definitiva, cosa che per la verità anch’io già facevo, era indicata da un segno rosso di matita morbida sul provino a contatto.
E il suo secondo incontro con lui?
Fu a Firenze. Aveva 92 anni, ci incontrammo in una cena privata, a casa del presidente della Alinari, De Polo. Potei godere così, per oltre due ore, della compagnia di un uomo di squisita cortesia e disponibilità, come mi aveva già dimostrato nell’incontro di Parigi. Una persona dotata di instancabile curiosità. Un maestro di vita, oltre che di fotografia.
Lei ha fatto parte del Gruppo fotografico Misa di Giuseppe Cavalli…
L’esperienza con gli amici del Misa di Senigallia è stata molto importante per me. Ebbi l’opportunità di conoscere gli esponenti della Bussola, il più noto e qualificato gruppo fotografico italiano. Insieme a Cavalli c’erano Veronesi, uno dei maggiori astrattisti europei, Vender, Finazzi, lo scrittore ed esploratore Fosco Maraini, Ferruccio Ferroni, e altri ancora. Ma ho avuto soprattutto la fortuna di incontrare Mario Giacomelli.
Che ricordo ha di lui?
Giacomelli aveva più o meno la mia età, e con lui stabilii un certo sodalizio artistico, perché tutti e due impegnati, in quel momento, a scandagliare le possibilità d’impianto espressionista: toni definitivamente neri e bianchi bucati, mangiati nella ripresa e nella stampa. In accordo definimmo questo “segno” l’identificazione stessa del fare fotografia, e su questo richiamo alla grafica stabilimmo un rapporto di intesa che contribuì ad avvicinarci anche sul piano dell’amicizia: un’amicizia protrattasi intatta per mezzo secolo. Questo nostro modo di fare fotografia ci portò ben lontano dalla linea estetica di Cavalli e della Bussola, e dalle loro raffinate immagini che tendevano a rincorrere la leggerezza di segno della matita, le modulazioni di grigio dell’incisione all’acquatinta, uno stile che non aveva saputo registrare i cambiamenti determinati nella società dai traumi dell’ancora recente conflitto. Quando fummo cooptati, assieme ad Alfredo Camisa, nell’empireo del glorioso Gruppo, dalla prima riunione collegiale emerse subito, chiaramente, per tutti e tre, l’impossibile convivenza con i dettati di un’estetica delineata ben prima della guerra. E il sodalizio si sciolse senza colpo ferire, come neve al sole.
Quali erano i maestri, oltre a Cartier-Bresson, cui si ispirava all’inizio della sua attività?
Sulla maturazione formale, dopo l’iniziazione di Bresson, l’input più consistente lo ricevetti dai fotografi di “Life”, le cui immagini ebbi la fortuna di trovare in un inserto all’interno di una raccolta di scrittori americani distribuita da un’agenzia di promozione letteraria postbellica: Walker Evans, la Bourke-White, Paul Strand, con i suoi ritratti congelati in una posa più fresca di un’istantanea, il pittore-fotografo Ben Shan… E più tardi Robert Frank, che mi sorprese per la capacità di realizzare un libro “epocale” sulla società americana senza alcuna immagine “spettacolare”. E ancora i francesi, Brassaï e Izis Bidermanas, dei quali erano apparsi i primi volumi sulla quotidianità parigina, letta in viraggio immaginifico.
Nel 1955 realizza primo grande reportage in Italia, percorsa in moto: come ricorda quell’esperienza?
Io provengo da una famiglia impegnata nel sociale e nel politico, e mi portavo dietro un preciso bagaglio di attenzione culturale, e quindi anche fotografica, per una ricerca sull’uomo e sui suoi comportamenti, sulla società in quel momento in rapido sviluppo. L’Italia, uscita dal conflitto da meno di un decennio, era un Paese povero, nel migliore dei casi di dignitosa indigenza. E nel Meridione, un Paese del tutto arcaico e doloroso. Questo arcaismo mediterraneo, che trovai non solo in Italia, ma anche in Spagna e in Grecia – gli altri due Paesi che poi attraversai –, mi interessava anche perché mi sembrava di intravvedervi l’essenza stessa dell’uomo allo stato di pre-omologazione consumistica: genuino come in effetti era. Cercai di affrontarlo con uno sguardo di empatia e anche di compassione, sperando di dare alle immagini un contenuto di messaggio sociale. Erano gli anni dell’inizio della motorizzazione, con l’apparizione della Vespa, della Lambretta e di motocicli vari. Ma il fratello della mia futura moglie, grande sportivo, possedeva una Guzzi 500. Lo convinsi a dedicare le vacanze estive al periplo del Centro-sud: partendo dall’Emilia e, a scendere, Abruzzo, Marche, Molise, Puglia, Lucania, Campania, Lazio, Toscana… Le strade erano così come gli eserciti le avevano lasciate, quasi tutte nelle condizioni di veri e propri carriaggi, spesso poco più che sentieri. Ma l’esperienza la ricordiamo ancora oggi con esaltante sorpresa.
Ma le sue attenzioni non si rivolgono solo al mondo rurale…
L’ambiente contadino del Sud meritava l’attenzione che più tardi dedicai al mondo della nuova borghesia, una classe sociale in quegli anni in formazione, con tutte le scontate ingenuità e gli atteggiamenti che la rapida trasformazione comportava. Una ricerca, questa, raccolta in più di un centinaio di immagini pubblicate su “Il Mondo” di Mario Pannunzio.
Come arriva al “Mondo”?
A quel settimanale approdai via “posta raccomandata”. Spedivo cinque o sei foto alla volta che mi tornavano indietro qualche settimana dopo, tranne quelle che avevano pubblicato, scelte personalmente dal direttore-proprietario, Pannunzio. Per una decina di anni, “Il Mondo” offrì ai fotografi italiani una tribuna e un palcoscenico come nessun’altra rivista dell’epoca, anche specialistica, aveva mai fatto. Ma anche i fotografi, è doveroso riconoscerlo, dettero molto all’immagine raffinata del settimanale, alla novità dello sguardo, colto e laico, con cui veniva osservata una società in così rapida trasformazione.
Poi c’è l’esperienza in Unione Sovietica…
Ero stato assunto dal Telegiornale nel 1960, anche per la mia esperienza con la ripresa cinematografica, oltre che fotografica. La Rai progettava la creazione di un settore di giornalisti-reporter, gente capace cioè di operare con i due strumenti. Realizzai subito alcuni servizi nei Balcani, in India, in Finlandia, oltreché in Italia. Nel ’62 il direttore, Enzo Biagi, mi chiese se me la sentivo di andare a Mosca a tentare di aprire una sede di corrispondenza giornalistica, impresa che a nessun organismo radiotelevisivo occidentale era mai riuscita. Biagi addolcì la pillola assicurandomi che avvertiva la possibilità di aperture nel clima politico di quel Paese, e, da buon giornalista qual era, mentiva sapendo di mentire: l’anno prima a Berlino avevano cominciato a costruire un muro, e da due settimane navi sovietiche erano in rotta verso Cuba, con un carico di missili nucleari. Furono però anche gli anni di un primo “disgelo” politico: a Mosca riapparvero alcuni vecchi “intellettuali dissidenti”, mentre per i più giovani e inquieti si riaprì la stagione delle lunghe “settimane bianche” in Siberia.
Comunque riesce a lavorare anche là…
Nonostante il divieto assoluto di fotografare, la variante nostrana di “vietato-vietare” mi permise di comporre un personale diario di immagini, pubblicato nel ’95.
Ha un buon ricordo degli anni?
Sul piano personale, la quadriennale quotidianità di convivenza con la realtà russa è stata, per me e per i miei familiari, un’esperienza umana determinante e indimenticata.
Poi verso la fine degli anni Sessanta abbandona la fotografia…
È vero, tornato da Mosca appesi la macchina al chiodo. Non si possono fare due mestieri insieme – fotografia e televisione – e il secondo era diventato la mia principale professione. Avvertivo inoltre il bisogno di riflettere sui quindici anni della mia attività fotografica. L’esperienza delle immagini moscovite mi aveva condotto su strade diverse da quelle fino ad allora praticate, e desideravo ritrovare il filo di Arianna, le tracce costanti, i “segni”, se ve ne fossero stati, introdotti nel mio linguaggio figurativo.
Ho sempre detto che fotografare è disegnare, ma non l’inverso. Riflessione che mi portò a ripercorrere il sentiero della pittura, che avevo ripreso in Russia nella speranza di riempire il vuoto pneumatico delle domeniche moscovite. Così come quello dell’incisione su lastra, che mi procurò pure, per la verità, qualche buona soddisfazione.
È vero che riprende l’attività “ufficiale” con un reportage sui luoghi pasoliniani? Ha conosciuto Pasolini?
Anche questo risponde a verità. Purtroppo Pasolini non l’ho conosciuto. Ho solo fotografato, nel ’95, la sua casa a Casarsa, in via di trasformazione in centro culturale. Dal “salotto buono” trassi un’immagine che amo molto. Una scatola vuota, che nessun personaggio anima, ma che dice a sufficienza sulla famiglia che l’ha vissuta: “I muri ci parlano” osservava Brassaï. Il divano, ad esempio, pretenzioso se pur liso, indica una condizione di piccola borghesia, in dignitosa parsimonia di mezzi. La finestra sul corso principale suggerisce un villino, e quanto la famiglia tenesse a una posizione di prestigio nell’ambito paesano. Il piccolo lampadario e la tenda alla finestra – rivalsa dell’amata madre allo schematismo anche mentale del padre, ufficiale di carriera – inondano la scatola-salotto di quella particolare luce filtrata che sembra animare le cose inanimate. Una scatola vuota e una tenda che si gonfiò in “giusto respiro”, quasi evocando un’assente presenza.
Lei ha detto spesso di preferire il bianco e nero, perché, ha dichiarato in un’intervista, “sottolinea l’essenziale”. Ci può spiegare meglio?
Preferisco il bianco e nero perché negli anni Cinquanta, quando ho cominciato, il colore era una costosa curiosità. Ma anche perché noi toscani consideriamo il disegno l’“etica” stessa di ogni espressione figurativa. Firenze è una città figlia di due cave di pietra: di “pietra serena”, quindi il grigio della grafite, e l’altra di “pietra dura”, cioè l’ocra spento del Palazzo della Signoria. È una città dall’aspetto severo, e il colore rimane accessorio gradevole, un riempitivo, pur se splendido possa risultare. Ogni suo angolo è disegnato secondo i precisi parametri della triangolazione della camera ottica, nel rapporto di equilibrio delle masse. Anche la campagna è bicolore e disegnata, come si sa. Verde scuro del cipresso, che non cade e non perde foglie, e verde argento dell’ulivo, anch’esso ben solido sul terreno, e fogliame indenne al più duro inverno. Potevo mai allontanarmi da questa rassicurante “gabbia”?
Quali macchine fotografiche predilige?
Dopo la Condor, con la quale avevo cominciato, passai alla Rolleiflex, e alla sua indimenticata sezione aurea. A metà degli anni Cinquanta arrivò la Leica M, che da più di mezzo secolo è “la mia macchina”.
La fotografia è, secondo lei, una forma d’arte o piuttosto, come dice Berengo Gardin, una forma di testimonianza e di documentazione?
L’affermazione di Berengo Gardin, che assegna alla fotografia il solo ruolo di “testimonianza e documentazione”, mi appare eccessivamente riduttiva. Lasciando da parte l’annosa e sterile disputa se possa esser definita arte o meno, è certo che la realtà la vediamo attraverso il fondo di bottiglia dell’obiettivo, ma è altrettanto certo che la creazione dell’“immagine” attiva le corde della nostra sensibilità, della nostra cultura non solo figurativa: coinvolge la coscienza sociale, il livello “etico” dell’autore, lo responsabilizza. In ultima analisi “l’immagine finale” proviene dal più profondo del nostro essere, dalla nostra stessa identità. E ci scopre e ci smaschera. Ci aiuta Oscar Wilde: «Qualunque ritratto, dipinto con intelletto ed empatia, è un ritratto dell’artista e non del modello. Il modello non è che l’occasione. Non è lui che è rivelato dal pittore, ma è il pittore che rivela sé stesso».
Com’è il suo rapporto con il digitale?
Lo sto sperimentando per cercare di decodificarlo, prender mano con le forse troppe possibilità che sembra offrire. Ma lo guardo con “diffidenza”, considerando quanta di questa travolgente, immane e labile produzione verrà mai trascritta su un supporto durevole. Non dobbiamo dimenticare che per le generazioni future la fotografia rimarrà ancora la migliore “protesi della memoria” collettiva.
INTERVISTA DA ITALIAN WAYS
Interessante pdf con la spiegazione del suo lavoro
Ci sono tre tipi di approcci per poter raccontare una storia con le vostre fotografie:
1) I reportage che documentano
2) Le interpretazioni del fotografo di un soggetto o di un luogo con una particolare cifra stilistica
3) Le storie di cui non si capisce un caz, ma funzionano
Non classificabili sono i tentativi di ognuna di queste categorie che mal riescono 😳