Belle immagini (in un bel libro) dalla periferia di Bucarest

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Non recente, (l’edizione è del 2010) ma comunque, a mio parere, vale la pena di essere menzionato, il libro edito a Postcart.

I Cocalari vivono raccogliendo ferraglia e tutto quanto possa avere un anche minimo valore, vivono in case fatte con quel che trovano e si riscaldano bruciando qualsiasi cosa. Occupano lo spazio lasciato da un lago artifciale prosciugato, per quello che era un “sogno” infranto di e da Ceaucescu.

Tutto questo è passato attraverso l’obiettivo di Alfredo D’Amato, che è entrato in questo non mondo fatto di persone che vivono arrabattandosi da quando, dopo le rivolte del 1989, che portarono alla caduta del regime comunista, restarono senza casa.

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Foto di Alfredo D’Amato

Cocalari ci presenta uno strano mondo fatto di mezze misure (…) Alfredo D’Amato scatta le sue fotografie che è in mezzo, trova il significato ai margini e ci mostra che c’è comunque un’oscurità, una difficoltà, una frattura che attraversa questo luogo dove niente è diritto o veramente a fuoco…”

Un bel libro, fatto di belle immagini e con una introduzione di Ken Grant ed il testo di Anthony Bannon.

Postato da Angelo “.”


Genesis – Salgado. A me sto libro fa davvero venire la pelle d’oca! Guardate che fotografie…

Sebastião Salgado (Aimorés, 8 febbraio 1944) è un fotografo brasiliano, che attualmente vive a Parigi.

Dopo una formazione universitaria di economista e statistico decide, in seguito ad una missione in Africa, di diventare fotografo. Nel 1973 realizza un reportage sulla siccità del Sahel, seguito da uno sulle condizioni di vita dei lavoratori immigrati in Europa. Nel 1974 entra nell’agenzia Sygma e documenta la rivoluzione in Portogallo e la guerra coloniale in Angola e in Mozambico. Nel 1975 entra a far parte dell’agenzia Gamma ed in seguito, nel 1979, della celebre cooperativa di fotografi Magnum Photos. Nel 1994 lascia la Magnum per creare, insieme a Lelia Wanick Salgado, Amazonas Images, una struttura autonoma completamente dedicata al suo lavoro. Salgado si occupa soprattutto di reportage di impianto umanitario e sociale, consacrando mesi, se non addirittura anni, a sviluppare e approfondire tematiche di ampio respiro.

A titolo di esempio, possiamo citare i lunghi viaggi che, per sei anni, lo portano in America Latina per documentarsi sulla vita delle campagne. Questo lavoro ha dato vita al libro Other Americas.

Durante i sei anni successivi Salgado concepisce e realizza un progetto sul lavoro nei settori di base della produzione. Il risultato è La mano dell’uomo, una pubblicazione monumentale di 400 pagine, uscita nel 1993, tradotta in sette lingue e accompagnata da una mostra presentata finora in oltre sessanta musei e luoghi espositivi di tutto il mondo.

Dal 1993 al 1999 Salgado lavora sul tema delle migrazioni umane. I suoi reportages sono pubblicati, con regolarità, da molte riviste internazionali. Oggi, questo lavoro è presentato nei volumi In Cammino e Ritratti di bambini in cammino, due opere che accompagnano la mostra omonima edite in Italia da Contrasto.

Nel 2013 Salgado ha dato il suo sostegno alla campagna di Survival International per salvare gli Awá del Brasile, la tribù più minacciata del mondo. Nell’agosto 2013 O Globo ha pubblicato un lungo articolo sulla tribù, corredato dalle sue fotografie.

StileimageCon studi di economia alle spalle, Salgado approda tardi nel mondo della fotografia, occupandovi subito una posizione di primo rango. Le sue opere si ispirano a quelle dei maestri europei, filtrate però dall’eredità culturale sudamericana. Esse attirano l’attenzione su tematiche scottanti, come i diritti dei lavoratori, la povertà e gli effetti distruttivi dell’economia di mercato nei Paesi in via di sviluppo. Una delle sue raccolte più famose è ambientata nella miniera d’oro della Serra Pelada, in Brasile, e dove migliaia di persone, giunte da tutto il mondo a causa della presenza di filamenti auriferi nel terreno, sono ritratte mentre si arrampicano fuori da un’enorme cava su primitive scale a pioli, costretti, da nessuno se non dalla propria dipendenza nei confronti dell’oro, a caricare sacchi di fango che potrebbero contenere tracce del metallo.

Salgado scattava nel modo tradizionale, usando pellicola fotografica in bianco e nero e una fotocamera da 35 mm: strumenti portatili e poco ingombranti. È nota la sua preferenza per le macchine Leica, in virtù della qualità dei loro obiettivi. Particolarmente attento alla resa dei toni della stampa finale, Salgado applica uno sbiancante con un pennello per ridurre le ombre troppo intense.

Nel corso della realizzazione del progetto Africa, Salgado ha avuto la necessità di stampare alcune scene in grande formato. Ma la Leica non gli consentiva di andare oltre una certa misura, per cui ha iniziato ad utilizzare una Pentax 645 in formato 220.

All’inizio della realizzazione del progetto Genesis, inoltre, egli ha calcolato che avrebbe dovuto girare il mondo con 600 rullini di formato 220, con un peso di 30 chili circa di pellicola. Ma con le misure di sicurezza instaurate negli aeroporti di tutto il mondo, in conseguenza dell’attentato dell’11 settembre, le pellicole avrebbero dovuto attraversare più volte i rilevatori a raggi X, con perdita di qualità dell’immagine e quindi del vantaggio qualitativo che avrebbe dovuto derivare dall’uso del medio formato. Allora il grande fotografo ha deciso di utilizzare una Canon 1Ds Mark III, da 21 megapixel, riducendo il peso previsto del materiale sensibile, da 30 kg delle pellicole, ad 1,5 kg di schede digitali.

Per acquistare Genesis 

Bellissima presentazione di Salgado del suo lavoro…da vedere!

ciao Sara

Telex Iran, il reportage diventa da collezione

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Nel 1984 veniva pubblicata la prima edizione di questo volume che avrebbe decretato la consacrazione definitiva dell’autore, Gilles Peress, come uno dei più importanti reporter contemporanei.

Le immagini sono state catturate da Peress, nelle cinque settimane a cavallo tra il 1979 ed il 1980, quando l’ambasciata statunitense a Teheiran, venne presa in ostaggio dai rivoltosi. Il fotografo non aveva in previsione questo viaggio nella capitale iraniana, ma colpito dalla “caricatura” dei fanatici in televisione, sentì il bisogno comprendere personalmente l’apparente follia, che i media occidentali non riuscivano a capire e quindi a spiegare.

Non è ne uno studio ne un’analisi, ma quello che affiora da questo racconto fotografico, è un quadro completo e probabilmente per la prima volta, il flebile confine tra oggettivo e soggettivo viene meno.Si sa di chi si parla ed a proposito di cosa

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Ripubblicato rispettando la versione originale francese “Telex Persian” , dopo alcuni anni in cui era rimasto fuori catalogo, Il libro è la chiara dimostrazione di come le fotografie di Gill Peress che documentano questa crisi del secolo scorso, hanno superato l’esame del tempo.

Il libro è reperibile in alcune librerie che trattano pubblicazioni che ormai fanno parte del mercato per collezionisti o nel catologo dei grandi distributori via web; i prezzi, seppur spesso si tratti di copie usate, partono da circa 250 euro, fino a sfiorare i 7000 euro per una prima edizione limitata e firmata dall’autore.

Telex Iran, in the name of revolution (Gilles Peress)  Prima edizione: Aperture 1984; seconda edizione: Scalo, 1997

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Gilleg Peress è un fotoreporter francese, noto per la sua documentazione di conflitti; tra gli altri, quelli in Irlanda del Nord, Jugoslavia, Iran e Ruanda; i suoi lavori sono stati pubblicati sulle maggiori testate: New York Time Magazine, Paris Mach, Stern, Du, Geo, The New Yorker. Dal 1971 fa parte di Magnum Photo dove per due volte ha rivestito la carica di presidente e vice presidente per tre.

Peress è professore di fotografia al Bard College (NY) e Senor Fellow presso il Centro per i diritti Umani di Berkeley.

“Non mi interessa molto avere una buona fotografia, sto raccogliendo prove per la storia”   (Gilles Peress) http://www.magnumphotos.com/C.aspx?VP3=CMS3&VF=MAGO31_10_VForm&ERID=24KL53ZNTZ

Postato da Angelo

Game Over. Spose bambine in Bangladesh. Mostra di Sara Munari.

Spose bambine in Bangladesh.

Spose bambine in Bangladesh.

Vi aspetto Giovedì 5 Marzo alle ore 18.30, presso il Palazzo del Commercio a Lecco (ex Palazzo Falk). La mostra sarà aperta dal 3 al 13 Marzo, negli orari di apertura del Palazzo.

Le fotografie sono stampate su pannelli 70×100 con base a 60 euro, che quasi me le ricompro tutte io, porca zozza!

Aiutatemi a sostenere il progetto!

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Nick Brandt

Nick Brandt è un fotografo britannico, noto per fotografare esclusivamente in Africa. Uno dei suoi obiettivi è quello di registrare un testamento di animali e luoghi selvatici e luoghi prima che questi vengan distrutti dalle mani dell’uomo. Nick Brandt was born in London in 1966. He studied at the Saint Martin’s School of Art before moving to the United States in 1992. His first job in the US was to direct music videos for many famous artists such as Michael Jackson, Moby or Jewel. These video clips were at the top of the charts and won multiple awards. In 1995, Brandt arrived in Tanzania to direct a video clip for Michael Jackson’s Earth Song. Setting foot on African soil became a decisive moment for the artist and his career. Discovering Africa made Nick Brandt give up directing music videos and encouraged him to dedicate himself fully to photography. In 2000, Nick Brandt came to Eastern Africa to start an ambitious project: capture the endangered splendor of African wildlife. Why the animals of Africa in particular? And more particularly still, East Africa? There is perhaps something more profoundly iconic, mythical, mythological even, about the animals of East Africa, as opposed to say, the Arctic or South America. There is also something deeply, emotionally stirring and affecting about the plains of Africa – the vast green rolling plains punctuated by the graphically perfect acacia trees. […] My images are unashamedly idyllic and romantic, a kind of enchanted Africa. They’re my elegy to a world that is steadily, tragically vanishing. […] And being that close to the animals, I get a real sense of intimate connection to them, to the specific animal in front of me. Sometimes a deliberate feeling that they’re almost presenting themselves for a studio portrait. In Eastern Africa, Nick Brandt dives into wonderful landscapes and begins shooting a series of pictures that will soon make him famous all over the world. Only a few photographers can claim to have captured the core nature of animals. Nick Brandt’s photos do not have much in common with the documentary pictures one could find in National Geographic: his photos are true works of art. I’ve always thought this something of a wasted opportunity. The wild animals of Africa lend themselves to photographs that extend aesthetically beyond the norm of 35mm-color telephoto wildlife photography. And so it is, that in my own way, I would like to yank the subject matter of wildlife into the arena of fine art photography. To take photographs that transcend what has been a largely documentative genre I get extremely close to these very wild animals, often within a few feet of them. I don’t use telephoto lenses. This is because I want to see as much of the sky and landscape as possible – to see the animals within the context of their environment […]. The first piece of Brandt’s triptych, On This Earth, was published in October 2005 by Chronicle Books. Since 2004, Nick Brandt’s work has been featured in exhibitions of famous galleries in London, Berlin, Hamburg, New York, Los Angeles, Santa Fe, Sydney, Melbourne and San Francisco. Style Few photographers have ever considered the photography of wild animals, as distinctly opposed to the genre of Wildlife Photography, as an art form. The emphasis has generally been on capturing the drama of wild animals IN ACTION, on capturing that dramatic single moment, as opposed to simply animals in the state of being., says the artist. Nick Brandt‘s work captures the beauty of African nature before its destruction by Man. He spends countless hours in the dark room, then scans the pictures and edits them digitally. The first Brandt solo exhibition was presented at the Fotografiska Museum in Stockholm, from October 2011 to January 2012, and attracted almost 140 000 visitors.