Ritratti di donne algerine costrette a posare togliendo il velo: ritratti di nudo?

Nel 1960 il fotografo francese Marc Garanger (1935-2020), mentre assolveva gli obblighi di leva militare durante il conflitto franco-algerino, che oppose la Francia coloniale agli indipendentisti algerini del Fronte di Liberazione Nazionale e si concluse con la proclamazione dell’indipendenza dello stato africano, realizzò una serie famosa di ritratti di donne algerine: “Femmes Algériennes 1960”.

Egli fu inviato dall’esercito francese, che stava occupando l’Algeria, in alcuni villaggi di montagna a sud-est di Algeri, come soldato-fotografo ufficiale dell’unità militare e fu costretto a fotografare gli abitanti del luogo per produrre le carte d’identità, di cui tutti dovevano dotarsi.

In 10 giorni realizzò circa 2.000 ritratti e furono soprattutto donne quelle che si presentarono davanti alla sua macchina fotografica. Donne che vennero fatte sedere su uno sgabello posto di fronte ad un muro bianco e furono obbligate a posare togliendosi il velo. Donne che furono quindi costrette a mostrare pubblicamente il loro volto, nonostante la religione vietasse (e vieta) loro di farlo in presenza di altri uomini, diversi dai propri mariti. 

A queste donne non rimase altro che opporsi a questo obbligo in silenzio, facendo parlare il loro sguardo, accusatorio e di sfida, e l’espressione del loro viso. 

Quindi, detto ciò, questi ritratti possono essere considerati a tutti gli effetti delle fotografie di nudo? 

Se con fotografia di nudo s’intende la fotografia del corpo umano privo di vestiti, allora anche queste fotografie possono esserlo, dal momento in cui il velo, per queste donne,  costituisce parte integrante del loro abituale modo di mostrarsi in pubblico.

Levare il loro velo di fronte ad un obiettivo, per mostrare la loro identità, fatta anche di capelli scomposti e tatuaggi, è stato per queste donne un vero e proprio atto di violenza psicologica, che il fotografo, abilmente e con cura, è stato in grado di immortalare come atto di denuncia alla guerra e alle sue ingiustizie e violenze di ogni genere.

Il fotografo stesso disse: “Potevo rifiutare e andare in prigione oppure accettare. Ho capito la mia fortuna: dovevo essere un testimone per far trasparire nelle mie immagini la mia opposizione alla guerra. Ho visto che potevo usare quello per cui sono stato costretto. Le immagini dicevano il contrario di ciò che le autorità volevano far loro raccontare. In dieci giorni ho realizzato duemila ritratti, duecento al giorno. Le donne non avevano scelta. Il loro unico modo di protestare era attraverso il loro aspetto”.

Nel 2004 Garanger ritornò in Algeria per incontrare coloro che aveva fotografato in quei giorni e scoprì che le foto che aveva scattato a queste donne furono le uniche che loro avessero mai avuto di sé stesse. 

Con questo lavoro Garanger vinse nel 1966 il premio fotografico Niépce.

Ciao, Cristina.

Essere fotografi in guerra.

SYRIA-CONFLICTDa febbraio sono stati  intensificati i bombardamenti in Siria. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, più di 550 civili sono morti, moltissimi bambini.

Il fotoreporter  Abdulmonam Eassa (AFP), ha raccontato attraverso il proprio diario, cosa accade in Siria, cosa accade in prima linea e come ci si sente da fotografi.

Vi faccio leggere il testo scritto da Abdulmonam Eassa, fotografo e uomo coinvolto nel massacro.

Lunedì 19 febbraio 2018

I bombardamenti sulla Ghouta orientale, oggi, hanno causato 127 morti. Oggi un razzo è caduto molto vicino a noi. Vado a dare un’occhiata. L’intera area sembra essere stata bruciata. Durante i primi secondi, pensi che nessuno sia morto, vedi solo cenere e distruzione. Questo perché le persone si nascondono non appena sentono il suono di un razzo o di un aereo. Ma dopo pochi secondi comici a vedere i primi segni di vita.

Vedo una donna che esce da un edificio distrutto con quattro bambini. Stanno urlando. Uno dei bambini porta un taccuino o un libro, forse un Corano, non ricordo.

I volontari della Protezione civile siriana noti come “elmetti bianchi” arrivano e iniziano a scavare tra le macerie. Vedo uno di loro che porta un bambino. Sono scioccato dal fatto che qualcuno così giovane sia stato ferito.

Dovrei aiutarlo o continuare a fotografare? È una domanda che mi pongo continuamente.

Continuo a scattare fotografie e guardo la mia macchina fotografica per vedere come sono uscite. All’improvviso vedo un mio cognato che mi fissa da una delle immagini. È in piedi vicino alla porta di un edificio, urlando per chiedere aiuto. È ferito, non mi ero nemmeno reso conto che fosse lui mentre scattavo la foto, solo dopo, quando ho controllato rapidamente lo scatto ci ho fatto caso. Cosa dovrei fare?

Sto per andarmene quando vedo un dei Caschi bianchi, candidati a premio Nobel per la Pace nel 2006, trasportare un bambino. Mi rendo conto che è il figlio di un amico. Mi sbrigo e lo porto, correndo all’ospedale. Il bambino sembra tenermi stretto, non vuole lasciarmi andare. Quando entriamo voglio scattargli una foto, ma lui non vuole lasciarmi la mano. Riesco a liberare la mia mano, ma lui continua a tendere la sua mano verso di me. Riesco a sentire me stesso piangere.

Dopo mezz’ora mi dirigo verso casa, a circa 700 metri di distanza. Dopo circa 200 metri, vedo che l’area in cui vivo è stata bombardata. Improvvisamente mi sale il panico. La mia famiglia vive lì! E se uno di loro fosse morto?

Mi sbrigo e vedo che l’edificio in cui vivono le mie sorelle e altri parenti è stato colpito. È coperto di polvere e non riesco a vedere nulla. Più mi avvicino, più la paura si impossessa del mio corpo. Lascio la moto in mezzo alla strada e corro dentro casa. Vedo uno dei miei fratelli. “Mamma sta bene?”, chiedo. “Sì”, risponde.

“Tutti gli altri stanno bene?”, chiedo. “Sì”, mi risponde. Sto per tirare un sospiro di sollievo quando mi accorgo di una figura stesa a terra con la coda dell’occhio. È un mio amico. Ha una ferita alla testa. È morto. Ma dobbiamo lasciare il suo corpo lì perché ci sono bambini feriti che devono essere portati in ospedale. Non riesco a scattare foto di scene come questa.

Do un’occhiata dall’altra parte della strada. Vedo una donna che indossa un abito da preghiera. La sua faccia sta sanguinando. Improvvisamente mi rendo conto che è una delle mie sorelle. Altre due parenti sono in piedi accanto a lei, anch’esse ferite. Cerco di calmare mia sorella. Non indossa più le scarpe, quindi voglio portargliele, ma lei mi dice di non preoccuparmi, camminerà a piedi scalzi. Porto lei e gli altri all’ospedale, poi porto mia madre e altri fratelli a Daraya. Infine torno a dare un’occhiata alla nostra casa.

Le porte e le finestre sono completamente distrutte. Do un’occhiata in giro e mi rendo conto che non mi interessa più la morte. C’è di nuovo un aereo nel cielo, un bombardamento potrebbe arrivare da un momento all’altro ma non ho paura. Sono stato ferito al punto in cui non posso più provare dolore.

La mia famiglia trascorre la notte in un’altra casa. Nessuno dorme davvero. Mentre scrivo queste parole, riesco a sentire gli aerei nel cielo. L’edificio sta tremando. I pensieri continuano a scoppiarmi nella testa. Cosa accadrebbe se una persona che amo dovesse morire e io invece restassi vivo? Come sopporterò il dolore? Io mollo.

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Martedì 20 febbraio 2018

Gli attacchi alla Ghouta orientale uccidono 128 civili, tra cui 29 bambini. Un altro ospedale, Arbin, è stato messo fuori combattimento.

L’agenzia per l’infanzia delle Nazioni Unite UNICEF rilascia una dichiarazione: “Nessuna parola renderà giustizia ai bambini uccisi, alle loro madri, ai loro padri e ai loro cari”, dice.

Vado in ospedale perché so che la situazione è terribile. Nessuno ha mangiato per un giorno. Cammino in una stanza, è pieno di cadaveri. Alcuni sono morti ieri, alcuni anche prima ma non sono ancora stati seppelliti.

Riesco a dormire per alcune ore in ospedale. So che tra poche ore inizierà la solita routine: aerei, bombardamenti, bombe, civili feriti, orrore. Ma sono ancora forte. Posso ancora uscire e fare foto. Non so come … Ma posso.

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Mercoledì 21 febbraio 2018

Il capo delle Nazioni Unite Antonio Guterres descrive ciò che sta accadendo nella Ghouta orientale come “l’inferno sulla terra”.

Entriamo nel quartiere di Saqba dopo un bombardamento condotto con un barile-bomba. Una donna e i suoi figli stanno piangendo. Un uomo è bloccato tra le macerie di due muri di un edificio distrutto. Mentre siamo qui, a due strade di distanza, scoppia una seconda bomba. Non riesco a mettere a fuoco. Sembra che ci sia un’enorme nuvola sopra la mia testa …

Dopo un po’ torno nel mio quartiere. Un aereo russo l’ha colpito. Le persone stanno urlando. Non sanno come affrontare una situazione come questa. Me ne rendo conto perché per lavoro seguo la morte e la distruzione. Mi avvicino a un edificio. Un ragazzo e una ragazza sono bloccati tra due muri di un edificio crollato. Vedo le loro gambe penzolare. Controllo l’area per accertarmi che sia sicura. Tiro fuori prima il ragazzo e poi anche la ragazza.

Salgo sul tetto per avere una vista migliore. Tutto sta bruciando. Sembra che non ci siano zone non bombardate – Saqba, Misraba, Douma, Kafr Batna … sembra che l’intera area stia bruciando.

I miei vicini gridano che ci sono altri bambini sotto le macerie. Metto via la macchina fotografica e mi dirigo dove mi indicano. A volte fotografo e talvolta aiuto a tirare fuori le persone. Non ho una formula fissa per quando faccio cosa.

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Giovedì 22 febbraio 2018

La cancelliera tedesca Angela Merkel chiede la fine del “massacro” in Siria. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU non approva una risoluzione sul cessate il fuoco a causa delle obiezioni della Russia, alleata del presidente siriano Bashar al-Assad.

Sono passati quattro giorni da quando sono iniziati i bombardamenti. Tutti hanno paura.

Mi sveglio alle 6:00 del mattino. C’è tranquillità. Ovunque c’è distruzione. La gente inizia a uscire dai rifugi, a controllare i danni e a cercare di procurarsi del cibo. Mezz’ora dopo c’è quel suono che tutti temono: un aereo nel cielo. Inizia il bombardamento. Le persone tornano ai loro rifugi.

Ci sono così tante persone che mancano all’appello. Sembra che tutti stiano cercando i loro parenti. Alcuni sono morti, altri si nascondono, ma la comunicazione è difficile.

Non ho elettricità. Cerco di ricaricare le mie macchine fotografiche e il mio computer. Ho bisogno di loro, non posso lavorare senza.

Gli ospedali hanno perso il conto del numero di morti e feriti. Alcune persone sono ancora bloccate sotto le macerie. I volontari della Protezione civile stanno facendo del loro meglio, ma non riescono a raggiungere alcune zone a causa dei bombardamenti.

Il numero di martiri è salito a oltre 300. La situazione è così brutta. Dio ci aiuti.

Sono le 15:00. Mentre registro questo messaggio, gli aerei non hanno mai smesso di bombardare. Nessuna area è stata risparmiata. Gli elmetti bianchi sono davvero in difficoltà. Molti dei loro veicoli sono danneggiati. È molto difficile.

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Venerdì 23 febbraio 2018

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite posticipa un voto su una tregua nella Ghouta orientale.

Le persone si stanno rannicchiando nei rifugi. Tutti sono sotto shock. Non riusciamo più a capire nulla. Tutto è fuori servizio. Non posso credere al cambiamento che quattro giorni di bombardamento è riuscito a portare. L’intera area è differente, cancellata. Le strade non ci sono più. Sono pieni di polvere, macerie. Solo le ambulanze continua a percorrerle.

Forse piangere non aiuta, ma oggi piango. Non riesco a dire altro.

Per favore, qualcuno fermi la carneficina. Per favore, qualcuno deve fermare quello che sta succedendo qui!

Ma la vita va avanti. Oggi tiriamo fuori quattro bambini da sotto un edificio completamente distrutto. Non dimenticherò mai le cose a cui ho assistito qui. Se sopravvivo.

Sabato 24 febbraio, il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha approvato una risoluzione per il cessate il fuoco, che chiede “senza indugio” una tregua per consentire aiuti nell’area. Ma i raid aerei sono proseguiti e hanno provocato altre vittime. Lunedì (26 febbraio) la Russia ha annunciato una “pausa umanitaria” di cinque ore al giorno e corridoi per la partenza dei civili.

Testo del diario preseo da www.tpi.it/

 

 

 

I reportage di Emin Özmen, ottimo fotografo!

Ciao, oggi vorremmo farvi conoscere un giovane fotoreporter, Emin Özmen.

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Lo troverete interessante! Ciao Giovanni

 

 

Emin Özmen (Turchia, 1985), ha studiato fisica presso l’Università 19 Mayis di Samsun, successivamente passa agli studi fotografici alla Facoltà di Belle Arti dell’Università di Marmara di Istanbul.

Nel 2008 ha pubblicato due libri fotografici, “Humans of Anatolia” e “Microcredit Stories in Turkey”, una raccolta di storie di donne che hanno potuto accedere al microcredito in Turchia.

Nello stesso anno, ha conseguito la laurea in fotografia e documentari multimediali presso la Facoltà di Arte e Design di Linz (Austria). Nel 2011, il suo lavoro sulla carestia in Africa orientale è stato pubblicato in un libro, ha lavorato inoltre sul disastro del terremoto di Tohoku del 2011 e le proteste economiche in Grecia.

L’anno successivo, ha iniziato a seguire la guerra civile siriana e le crisi ISIS in Iraq, che continua a documentare, occupandosi anche delle vicende di Mosul del 2016.

Dal 2012 sta lavorando al suo progetto a lungo termine “Limbo” , sulle popolazioni sradicate dalle loro terre dalle spirali dei conflitti. Ha viaggiato molte volte in Siria, Iraq, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia, Ungheria, Austria, Germania, Italia e Francia per incontrare persone che sono state costrette a diventare “rifugiati”.  Nel 2015 ha ricevuto il “Magnum Photos Fund”, sovvenzione per aiutare il  completamento del progetto.

Nel 2013, ha iniziato a indagare la complessa situazione dei Curdi in Turchia. È la prima parte del progetto a lungo termine che è iniziato con il conflitto nascosto nel sud-est della Turchia (“la guerra nascosta della Turchia”).

Sta inoltre concentrando l’attenzione sulle questioni attuali della Turchia come la vita dei profughi siriani (il lavoro minorile, la vita quotidiana nei quartieri siriani di diverse città) e la vita quotidiana della nuova Turchia di Erdogan.

Il suo lavoro è stato pubblicato da molte rivistie internazionali; TIME,  New York Times, Washington Post,  Der Spiegel, Le Monde, Match Paris e Newsweek. Una delle sue foto ( sotto ), nel 2013, è stata giudicata dal TIME tra le 10 migliori fotografie dell’anno.

fonte: traduzione dal sito personale del fotografo

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Nel 2013 si aggiudica, con “interrogation” ( vedi sotto ), il secondo premio nella sezione Spot News del Word Press Photo.

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Nel 2016 è stato membro della giuria del 2016 World Press Photo Multimedia contest.

Nel 2017 Emin Özmen è entrato a far parte dell’agenzia Magnum.

Buona visione! Giovanni

 

Storia di una fotografia. Alfred Eisenstaedt – The sailor’s kiss, 1945.

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La seconda guerra mondiale era finita e i soldati tornavano a casa il 14 agosto 1945.

L’atmosfera era euforica.

George Mendonsa, un marinaio, baciò uno  infermiera, Greta Zimmer Friedman , i due non si conoscevano.

Il luogo è Times Square, a New york.

Il momento è stato catturato da Alfred Eisenstaedt.

La fotografia si intitolerà “il bacio del marinaio” e simboleggia la fine della seconda guerra mondiale.

Il 27 agosto 1945 la fotografia in bianco e nero divenne la copertina della rivista LIFE. Fu scattata alle 17 e 51 minuti del il 14 agosto 1945 dal fotografo Alfred Eisenstaedt .

La sua macchina fotografica era una Leica IIIa.

“Ero felice, stavo correndo per le strade e ho visto l’infermiera, ci siamo guardati sorridendo … Sono andato verso di lei e l’ho baciata, non abbiamo condiviso una parola! “. afferma Mendonsa (in molti si sono fatti avanti dicendo di essere loro i protagonisti dell’immagine, ma sembra il marinaio in questione fosse proprio George Mendonsa)

E ancora: “Ho visto un uomo che correva verso di noi, ho temuto fosse il fidanzato, ma poi ho visto che stava scattando una foto, così ho continuato a baciare l’infermiera per aiutarlo a prendere la fotografia, ero anche un po’ brillo”.

Il ricordo dell’infermiera non è proprio romantico:» Non era proprio un bacio, stavamo festeggiando, non era un evento romantico. Un modo per ringraziare Dio che la guerra fosse finita». E poi: «’Quell’uomo era molto forte. Io non lo stavo baciando. Fu lui a baciare me». Disse che non avrebbe potuto impedirgli di baciarla: aveva combattuto anche per lei.

Ci sono voluti molti anni per riconoscere le due persone nella fotografia.

Greta Zimmer Friedman inviò una lettera a Alfred Eisenstaedt dicendo che la donna nella fotografia era lei.  La rivista LIFE ha successivamente invitato il marinaio a rivelare anche la propria identità.

Alcuni ricercatori hanno studiato gli scatti e sono riusciti a scoprire che si sono baciati alle 17.51  e che l’immagine è stata ripresa sulla 45° strada, dove Broadway e la Settima Strada convergono.

Che storia carina!

Ciao Sara

 

 

 

 

 

Storia di una fotografia, Esecuzione del prigioniero 1968 Eddie Adams

Esecuzione del prigioniero

Il Generale Nguyễn Ngọc Loan mentre giustizia un prigioniero Việt Cộng a Saigon (General Nguyễn Ngọc Loan Executing a Viet Cong Prisoner in Saigon) è una fotografia presa da Eddie Adams il 1º febbraio 1968 che mostra il capo della Polizia Nazionale della Repubblica del Vietnam Nguyễn Ngọc Loan giustiziare l’ufficiale Viet Cong Nguyễn Văn Lém a Saigon durante l’Offensiva del Têt. La fotografia di Adams mostra il momento in cui il proiettile è stato esploso; il Việt Cộng morto, con la bocca contratta in una smorfia ed i capelli ancora mossi dallo sparo, non ha ancora cominciato a cadere. Il fatto venne immortalato anche da un cameraman dell’NBC, ma la fotografia di Adams rimane l’immagine del fatto per antonomasia, che fece il giro del mondo sulle prime pagine di tutti i giornali. La vedova di Lém confermò che il suo marito era un membro dei Việt Cộng e che non lo vide più dopo che l’offensiva di Tết cominciò. Benché alcuni critici ancora sostengano che l’azione di Nguyễn Ngọc Loan ha violato la convenzione di Ginevra per il trattamento dei prigionieri di guerra (Nguyễn Văn Lém non stava portando un’uniforme né stava combattendo contro presunti soldati nemici, così è risultato dalla commissione contro i crimini di guerra), i diritti di prigioniero di guerra venivano accordati ai Việt Cộng a condizione di essere catturati durante le operazioni militari. Quelli considerati come guerriglieri erano soggetti soltanto alle leggi del governo sud-vietnamita, che in ogni caso non prevedevano la morte senza processo per i prigionieri. Durante l’offensiva del Tết, Loan e la sua polizia mantennero buona parte di Saigon fuori dal controllo dei Việt Cộng fino alla conclusione della guerra. Durante la difesa di Saigon, Nguyễn spostò le sue truppe dalla difesa dell’ambasciata americana al palazzo presidenziale, un atto per cui gli Americani nel Vietnam non lo perdonarono mai. Quando venne interrogato da Oriana Fallaci, durante la sua degenza in ospedale dovuta ad una ferita alla gamba, sul motivo dell’esecuzione del prigioniero, la risposta fu la seguente: “[…] Non aveva l’uniforme. E io non riesco a rispettare un uomo che spara senza indossar l’uniforme. Perché è troppo comodo: ammazzi e non sei riconosciuto. Un nordvietnamita io lo rispetto perché è vestito da soldato come me, e quindi rischia come me. Ma un vietcong in borghese… […]” La fotografia di Adams vinse il premio Pulitzer nel 1969, benché successivamente il fotografo disse di rammaricarsi dell’effetto che poi ebbe, l’immagine si trasformò in un’icona pacifista:

« Brutta luce, brutta composizione: brutta foto. Scattai una volta sola, il ragazzo cadde a terra schizzando sangue dappertutto, mi voltai dall’ altra parte. Quell’immagine non dice tutta la storia. Il generale fuggì negli Stati Uniti: faceva il pizzaiolo vicino a New York e la gente andava a insultarlo. »

Per quanto riguarda il Generale Loan e la sua famosa fotografia, Eddie Adams in seguito scrisse sul Time:

« Il generale uccise il Viet Cong; io uccisi il Generale con la mia macchina fotografica.Le immagini fotografiche sono le armi più potenti del mondo. La gente ci crede, ma le fotografie mentono, anche senza essere manipolate. Sono soltanto mezze-verità. Ciò che la fotografia non ha detto era: ‘che cosa avreste fatto voi se foste stati il Generale in quel momento, in quel posto e in quel giorno caldo, ed aveste catturato il cosiddetto cattivo dopo che avesse fatto fuori, due o tre soldati americani?’ come fate a sapere che non avreste tirato il grilletto voi stessi? »

Adams, anni più tardi, chiese pubblicamente scusa a Loan ed alla sua famiglia per il disonore che aveva provocato loro. Quando il Generale Loan morì, Adams lo elogiò come eroe di una giusta causa. La foto fece comprendere al pubblico americano, più di ogni altra inchiesta, che il governo sud vietnamita non era un governo democratico, ma una dittatura corrotta e militarista, in cui il valore della vita umana non godeva di alcuna considerazione. Accuse che potevano essere legittimamente rivolte anche al Vietnam del Nord, ma proprio questa indistinguibilità morale, agli occhi dell’opinione pubblica americana, contribuì a rendere la guerra del Viet Nam un inutile sperco di vite umane e di denari dei contribuenti.

L’autore spiega lo scatto

L’esecuzione ripresa in video

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English version

Eddie Adams (June 12, 1933 – September 18, 2004) was an American photographer and photojournalist noted for portraits of celebrities and politicians and for coverage of 13 wars. He won a Pulitzer Prize in 1969. Combat photographer Adams served in the United States Marine Corps during the Korean War as a combat photographer. One of his assignments was to photograph the entire Demilitarized Zone from end to end immediately following the war. This took him over a month to complete. Pulitzer Prize winning photograph Adams’ photograph of Nguyễn Ngọc Loan executing Nguyễn Văn Lém on February 1, 1968 It was while covering the Vietnam War for the Associated Press that he took his best-known photograph – the picture of police chief General Nguyễn Ngọc Loan executing a Vietcong prisoner, Nguyễn Văn Lém, on a Saigon street, on February 1, 1968, during the opening stages of the Tet Offensive. Adams won the 1969 Pulitzer Prize for Spot News Photography and a World Press Photo award for the photograph (captioned ‘General Nguyen Ngoc Loan executing a Viet Cong prisoner in Saigon’), but would later lament its notoriety. Writer and critic David D. Perlmutter points out that ‘no film footage did as much damage as AP photographer Eddie Adams’s 35mm shot taken on a Saigon street … When people talk or write about [the Tet Offensive] at least a sentence is devoted (often with an illustration) to the Eddie Adams picture’. Anticipating the impact of Adams’s photograph, an attempt at balance was sought by editors in the New York Times. In his memoirs,[8] John G. Morris recalls that assistant managing editor Theodore M. Bernstein “determined that the brutality manifested by America’s ally be put into perspective, agreed to run the Adams picture large, but offset with a picture of a child slain by Vietcong, which conveniently came through from AP at about the same time”. Nonetheless, it is Adams’s photograph that is remembered while the other far less dramatic image was overlooked and soon forgotten. In Regarding the Pain of Others, Susan Sontag is disturbed by what she sees as the staged nature of the photograph. She writes that ‘he would not have carried out the summary execution there had [the press] not been available to witness it’.[9] However, Donald Winslow of the New York Times quotes Adams as having described the image as a ‘reflex picture’ and ‘wasn’t certain of what he’d photographed until the film was developed’. Furthermore, Winslow notes that Adams ‘wanted me to understand that “Saigon Execution” was not his most important picture and that he did not want his obituary to begin, “Eddie Adams, the photographer best known for his iconic Vietnam photograph ‘Saigon Execution’’ On Nguyen Ngoc Loan and his famous photograph, Adams wrote in Time in 1998: “     Two people died in that photograph: the recipient of the bullet and GENERAL NGUYEN NGOC LOAN. The general killed the Viet Cong; I killed the general with my camera. Still photographs are the most powerful weapons in the world. People believe them; but photographs do lie, even without manipulation. They are only half-truths. … What the photograph didn’t say was, ‘What would you do if you were the general at that time and place on that hot day, and you caught the so-called bad guy after he blew away one, two or three American people?’…. This picture really messed up his life. He never blamed me. He told me if I hadn’t taken the picture, someone else would have, but I’ve felt bad for him and his family for a long time. … I sent flowers when I heard that he had died and wrote, “I’m sorry. There are tears in my eyes. Adams later apologized in person to General Nguyen and his family for the irreparable damage it did to the General’s honor while he was alive. When Nguyen died, Adams praised him as a “hero” of a “just cause”.On the television show “War Stories with Oliver North” Adams called Gen. Nguyen “a goddamned hero!” He once said, “I would have rather been known more for the series of photographs I shot of 48 Vietnamese refugees who managed to sail to Thailand in a 30-foot boat, only to be towed back to the open seas by Thai marines.” The photographs, and accompanying reports, helped persuade then President Jimmy Carter to grant the nearly 200,000 Vietnamese boat people asylum.[He won the Robert Capa Gold Medal from the Overseas Press Club in 1977 for this series of photographs in his photo essay, “The Boat of No Smiles” (Published by AP).Adams remarked, “It did some good and nobody got hurt.

Eddie Adams Talks About The Saigon Execution Photo

Execution video