Oggi mi sento provocatoria: Joel Peter Witkin

Ciao,

conoscete questo fotografo americano? So già che a molti non piacerà, o addirittura qualcuno sarà infastidito o scandalizzato. Le sue opere sono infatti piuttosto macabre, inquietanti e provocatorie. In un certo senso Witkin vuole esaltare la diversità, cerca la bellezza nell’orrore e nella morte. Noterete anche come le sue opere siano impregnate di simbologie religiose e forti influenze di un certo tipo di pittori (es. Goya, Bosch, Velasquez..)

Io ho visto una sua mostra e mi ha molto colpito. Vorrei conoscere le vostre opinioni in merito.

Che dite?

Anna

Joel Peter Witkin (Brooklyn, 13 settembre 1939) è un fotografo statunitense. È sposato con Cynthia Witkin, vive e lavora ad Albuquerque nel Nuovo Messico.

Nato da padre ebreo e madre cattolica, è fratello gemello del pittore Jerome Witkin. Ha frequentato la scuola di Saint Cecilia di Brooklyn, ed ha continuato poi nella Grover Cleveland High School. Tra il 1961 e 1964 lavorò come fotografo di guerra durante la Guerra del Vietnam. Nel 1967 decise di lavorare come fotografo libero professionista, e divenne fotografo ufficiale presso la City Walls Inc. . Successivamente decise di proseguire gli studi alla Cooper Union di New York specializzandosi in scultura. Infine la Columbia University gli ha concesso una borsa di studio che gli ha permesso di concludere gli studi presso l’Università del Nuovo Messico di Albuquerque.

Witkin ha sostenuto in più interviste che le sue visioni, le sue ricerca di significato e bellezza siano state causate da un episodio a cui ha assistito quando era ancora bambino: un incidente d’auto avvenuto di fronte a casa sua in cui una bambina è stata decapitata.

“Successe di Domenica quando mia madre, io e il mio fratello gemello stavamo scendendo le scale del palazzo in cui abitavamo. Stavamo andando in chiesa. Mentre camminavamo lungo il corridoio verso l’ingresso del palazzo, abbiamo sentito uno schianto incredibile insieme ad urla e grida in cerca di aiuto. L’incidente ha coinvolto tre vetture, tutte e tre con famiglie complete dentro. In qualche modo, nella confusione, non stavo più tenendo la mano di mia madre. Nel punto in cui mi trovavo sul marciapiede, ho potuto vedere qualcosa che rotolava da una delle auto rovesciate. Si fermò sul marciapiede dove mi trovavo. Era la testa di una bambina. Mi chinai a toccare il viso, per parlargli – ma prima che potessi toccare qualcuno mi ha portato via”.

Hanno probabilmente influito le opere dei grandi artisti pittori del passato, come dimostra “Gods of Earth and Heaven” rappresentante la Nascita di Venere del Botticelli vista e distorta dal suo punto di vista, lo stesso vale per “Queer saint”, che ricorda molto il martirio di San Sebastiano. Numerose fotografie rappresentano santi, crocifissi, martiri appartenenti al cristianesimo. Il tema persistente è quello della morte, con l’utilizzo di figure distorte e deformi, a volte con la presenza di protesi o in simbiosi con macchine.
I soggetti fotografati sono quasi sempre i cosiddetti freak, burattini, e spesso sono veri e propri cadaveri, o parti di essi, manipolati e sistemati nel set fotografico dallo stesso artista. Il più famoso esempio è forse Glassman.

Witkin prepara da solo la scena dello scatto, e ne studia meticolosamente i dettagli e la disposizione di essi preparando bozzetti e schizzi prescatto. Il marchio di Witkin è senza dubbio l’utilizzo del bianco/nero con l’inserimento successivo di graffi e macchie sui negativi.

In un autoritratto Joel-Peter appare con un crocifisso tra gli occhi, è presente come autore la moglie Cynthia Witkin, poiché è stata lei a scattare la foto, ciò è stato probabilmente per dare ulteriore significato all’opera.

Fonte “Wikipedia”

Qua trovate un’intervista a Witkin di Loredana De Pace

Joel-Peter Witkin (born September 13, 1939) is an American photographer who lives in Albuquerque, New Mexico. His work often deals with such themes as death, corpses (and sometimes dismembered portions thereof), and various outsiders such as dwarves, transsexuals, intersex persons, and physically deformed people. Witkin’s complex tableaux often recall religious episodes or classical paintings.

Witkin was born to a Jewish father and Roman Catholic mother. His twin brother, Jerome Witkin, and son Kersen Witkin, are also painters. Witkin’s parents divorced when he was young because they were unable to overcome their religious differences[citation needed]. He attended grammar school at Saint Cecelia’s in Brooklyn and went on to Grover Cleveland High School. In 1961 Witkin enlisted in the United States Army with the intention of capturing war photography during the Vietnam war. However, due to scheduling conflicts, Witkin never saw combat in Vietnam. Witkin spent his military time at Fort Hood, Texas, and was mostly in charge of Public Information and classified photos. In 1967, he became the official photographer for City Walls Inc. He attended Cooper Union in New York, where he studied sculpture, attaining a Bachelor of Arts degree in 1974. Columbia University granted him a scholarship for graduate school, but his Master of Fine Arts degree is from the University of New Mexico in Albuquerque.

Witkin claims that his vision and sensibility spring from an episode he witnessed as a young child, an automobile accident in front of his house in which a little girl was decapitated.

“It happened on a Sunday when my mother was escorting my twin brother and me down the steps of the tenement where we lived. We were going to church. While walking down the hallway to the entrance of the building, we heard an incredible crash mixed with screaming and cries for help. The accident involved three cars, all with families in them. Somehow, in the confusion, I was no longer holding my mother’s hand. At the place where I stood at the curb, I could see something rolling from one of the overturned cars. It stopped at the curb where I stood. It was the head of a little girl. I bent down to touch the face, to speak to it — but before I could touch it someone carried me away””
He says his family’s difficulties also influenced his work. His favorite artist is Giotto. His photographic techniques draw on early Daguerreotypes and on the work of E. J. Bellocq.

Those of Witkin’s works which use corpses have had to be created in Mexico in order to get around restrictive US laws. Because of the transgressive nature of the contents of his images, his works have been labelled exploitative and have sometimes shocked public opinion.

His techniques include scratching the negative, bleaching or toning the print, and using a hands-in-the-chemicals printing technique. This experimentation began after seeing a 19th-century ambrotype of a woman and her ex-lover who had been scratched from the frame.

Joel-Peter Witkin’s photograph “Sanitarium” inspired the final presentation of Alexander McQueen’s Spring/Summer 2001 collection based on avian imagery, the walls of another box within the faux psychiatric ward collapsed to reveal a startling tableau vivant: a reclining, masked nude breathing through a tube and surrounded by fluttering moths.

Source “Wikipedia”

Chi non conosce August Sander?

Ciao a tutti,

avevamo già parlato di questo importante fotografo tedesco del 900 e dei suoi ritratti in questo articolo.

Approfondiamo un po’ la sua conoscenza.

Ciao

Anna

 

August Sander (Herdorf, 17 novembre 1876 – Colonia, 20 aprile 1964) è stato un fotografo tedesco.

Sander era figlio di un carpentiere che lavorava nell’industria mineraria. Mentre lavorava in una miniera locale, Sander imparò i primi rudimenti della fotografia assistendo un fotografo che stava lavorando per la compagnia mineraria. Col supporto finanziario di suo zio comprò l’attrezzatura fotografica e allestì una sua camera oscura. Svolse il servizio militare (1897 – 1899) come assistente di un fotografo, e gli anni successivi viaggiò attraverso la Germania. Nel 1901 iniziò a lavorare per uno studio fotografico a Linz, diventandone prima socio (1902) e poi unico proprietario. Nel 1910 lasciò Graz e aprì un nuovo studio a Colonia.

Nei primi anni venti Sander si unì al “Gruppo degli Artisti Progressivi” di Colonia e cominciò a pianificare un catalogo della società contemporanea attraverso una serie di ritratti. Nel 1927 Sander, insieme allo scrittore Ludwig Mathar, viaggiò per la Sardegna per tre mesi, scattando circa 500 fotografie. Comunque, un diario dettagliato dei suoi viaggi non fu mai completato.

Il primo libro di Sander Face of our Time fu pubblicato nel 1929. Contiene una selezione di 60 ritratti tratti dalla serie People of the Twentieth Century (Ritratti del Ventesimo Secolo). Sotto il regime nazista, il suo lavoro e la sua vita personale furono pesantemente limitati. Suo figlio Erich, che era un membro del partito di sinistra Sozialistischen Arbeiterpartei Deutschlands (SAP), fu arrestato nel 1934 e condannato a 10 anni di prigione, dove morì nel 1944, poco prima della fine della sua condanna. Il libro di Sander Face of our Time fu sequestrato nel 1936 e le lastre furono distrutte, in quanto l’uomo proposto dal fotografo non corrispondeva al modello proposto dal regime nazista.

Durante il decennio successivo il lavoro di Sander fu rivolto primariamente alla natura e alla fotografia di paesaggio. Quando esplose la seconda guerra mondiale lasciò Colonia e si trasferì in campagna, permettendo così di salvare la maggior parte dei suoi negativi. Il suo studio fu distrutto nel 1944 durante un bombardamento.

Il lavoro di Sander comprende paesaggi, natura, foto di architettura e street photography, ma è famoso soprattutto per i suoi ritratti, come esemplificati dalla serie Uomini del Ventesimo Secolo. In questa serie egli cerca di offrire un catalogo della società tedesca durante la Repubblica di Weimar. La serie è divisa in sette sezioni: i Contadini, i Commercianti, le Donne, Classi e Professioni, gli Artisti, le Città e gli Ultimi (homeless, veterani, ecc.).

Fonte “Wikipedia”

August Sander (17 November 1876 – 20 April 1964) was a German portrait and documentary photographer. Sander’s first book Face of our Time (German: Antlitz der Zeit) was published in 1929. Sander has been described as “the most important German portrait photographer of the early twentieth century.

Sander was born in Herdorf, the son of a carpenter working in the mining industry. While working at a local mine, Sander first learned about photography by assisting a photographer who was working for a mining company. With financial support from his uncle, he bought photographic equipment and set up his own darkroom.

He spent his military service (1897–99) as a photographer’s assistant and the next years wandering across Germany. In 1901, he started working for a photo studio in Linz, Austria, eventually becoming a partner (1902), and then its sole proprietor (1904). He left Linz at the end of 1909 and set up a new studio in Cologne.

In 1911, Sander began with the first series of portraits for his work People of the 20th Century. In the early 1920s, he came in contact with the (Cologne Progressives) a radical group of artists linked to the workers’ movement which, as Wieland Schmied put it, “sought to combine constructivism and objectivity, geometry and object, the general and the particular, avant-garde conviction and political engagement, and which perhaps approximated most to the forward looking of New Objectivity […] “.In 1927, Sander and writer Ludwig Mathar travelled through Sardinia for three months, where he took around 500 photographs. However, a planned book detailing his travels was not completed.

Sander’s Face of our Time was published in 1929. It contains a selection of 60 portraits from his series People of the 20th Century, and is introduced by an essay by Alfred Döblin titled “On Faces, Pictures, and their Truth.” Under the Nazi regime, his work and personal life were greatly constrained. His son Erich, who was a member of the left wing Socialist Workers’ Party (SAP), was arrested in 1934 and sentenced to 10 years in prison, where he died in 1944, shortly before the end of his sentence. Sander’s book Face of our Time was seized in 1936 and the photographic plates destroyed. Around 1942, during World War II, he left Cologne and moved to a rural area, allowing him to save most of his negatives. His studio was destroyed in a 1944 bombing raid. Thirty thousand of Sander’s roughly forty-thousand negatives survived the war, only to perish in an accidental fire in Cologne in 1946. Sander practically ceased to work as a photographer after World War II. He died in Cologne in 1964.

His work includes landscape, nature, architecture, and street photography, but he is best known for his portraits, as exemplified by his series People of the 20th Century. In this series, he aims to show a cross-section of society during the Weimar Republic. The series is divided into seven sections: The Farmer, The Skilled Tradesman, Woman, Classes and Professions, The Artists, The City, and The Last People (homeless persons, veterans, etc.). By 1945, Sander’s archive included over 40,000 images.

In 2002, the August Sander Archive and scholar Susanne Lange published a seven-volume collection comprising some 650 of Sander’s photographs, August Sander: People of the 20th Century. In 2008, the Mercury crater Sander was named after him.

Source “Wikipedia”

Conoscete questo fotografo slovacco?

Ecco un altro fotografo che mi piace tantissimo. Le sue foto sono spesso ironiche, a tratti surreali e stranianti. Mi ricordano fotogrammi estratti da film.

Date un’occhiata!

Anna

Martin Kollar, nato a Zilina in Cecoslovacchia (ora Repubblica Slovacca) nel 1971. Ha studiato all’Academy of Performing Arts a Bratislava alla facoltà di Cinema e dipartimento di fotografia.

Ha lavorato come fotografo e direttore della fotografia freelance dal momento della sua laurea.

Ha ricevuto dioversi premi e grant, tra cui il Prix Elysee e l’Oscar Barnack Award.

I suoi lavori sono stati esposti in tutto il mondo, incluso al Brooklyn Museum, alla Slovak National Gallery (Bratislava), al Martin-Gropius-Bau (Berlin) al museo d’arte di Tel Avive al Musee Elysee (Lausanne).

Ha pubblicato diversi libri, tra cui Nothing Special (2008), Cahier (2011) Field Trip (MACK, 2013) Catalogue (Slovak National Gallery, 2015) Provisional arrangement (Mack/ Musee Elyse 2016)

Come direttore della fotografia, Martin ha lavorato in numerosi film, tra cui KOZA (2015), VELVET TERRORISTS (2013), COOKING HISTORY (2009), 66 SEASONS (2003) e altro. Ha debuttato come regista con il film 5 ottobre del 2016.

Questo è il suo sito personale, qua invece trovate un’intervista resa al Leica Oscar Barnack nel 2014, quando si è aggiudicato questo prestigioso premio.

Martin Kollar (1971) Born in Zilina in Czechoslovakia (now Slovak Republic), studied at the Academy of Performing Arts Bratislava, the Film faculty, camera department. He has been working as a freelance photographer and cinematographer since he has been graduated there.

He has received several grants and awards, including the Prix Elysee and Oscar Barnack Award. His work has been exhibited across the world, including Brooklyn Museum, the Slovak National Gallery (Bratislava), Martin-Gropius-Bau, Berlin, Germany, Tel Aviv museum of art and Musee Elysee (Lausanne).

His previous books include, Nothing Special (2008), Cahier (2011) Field Trip (MACK, 2013) Catalogue (Slovak National Gallery, 2015) Provisional arrangement (Mack/ Musee Elyse 2016)

As a cinematographer, Martin has worked on a number of films, including KOZA (2015), VELVET TERRORISTS (2013), COOKING HISTORY (2009), 66 SEASONS (2003) and others. He made his directorial feature debut – 5 OCTOBER (2016)

Here is his website and here an interview of 2014 when he won the Leica Oscar Barnack Award

Philip Lorca diCorcia, se non lo conoscete, male!

Conoscete questo autore? Le sue foto staged hanno un’atmosfera veramente particolare, grazie anche al sapiente utilizzo dell’illuminazione.

Che ne dite?

Anna

 

Philip-Lorca diCorcia (nato nel 1951) è un fotografo americano. Ha studiato alla Scuole del Museum of Fine Arts di Boston. In seguito diCorcia ha frequentato l’università di Yale, dove ha ottenuto un Master of Fine Arts in fotografia nel 1979. Ora vive e lavora a New York ed insegna all’Università di Yale a New Haven in Connecticut.

DiCorcia è neato nel 1951 a Hartford, Connecticut. La sua famiglia ha discendenza italiane, essendosi trasferita negli USA dall’Abruzzo.

DiCorcia alterna la sua attività tra istantanee informali e composizioni ironiche staged che spesso presentano una teatralità barocca.

Pianificando attentamente la messa in scenza, prota gli avvenimenti quotidiani oltre la banalità, cercando di generare nei fruitori delle sue fotografie una coscienza della psicologia e delle emozioni contenute nelle situazioni di vita reale. Il suo lavoro può essere descritto come un mix tra fotografia documentaria e il mondo ropmanzato del cinema e della pubblicità, creando così un potente collegamento tra realtà, fantasia e desiderio

Verso la fine degli anni 70, agli inizi della sua carriera, diCorcia creava delle messe in scena in interni utilizzando i suoi amici e la sua famiglia, dando l’impressione al fruitore che si trattasse di scatti spontanei di vita quotidiana di qualcuno, mentre in realtà si trattava di accurate messe in scena, pianificate prima. Il suo lavoro di questo periodo è associato con la Boston School of Photography. Più tardi avrebbe cominciato a fotografare gente casualmente in spazi urbani in giro per il mondo. A Berlino, Calcutta, Hollywood, New York, Roma e Tokyo, diCorcia nascondeva spesso delle luci nel pavimento, che illuminassero un soggetto casuale in una maniera speciale, spesso isolando il soggetto stesso dalle altre persone per la strada.

Le sue fotografie amplificavano i toni drammatici di pose occasionali, movimenti involontari e espressioni del viso insignificanti dei passanti. Sebbene talvolta i soggetti appaiano completamente distaccati dal mondo circostante, diCorcia ha spesso utilizzato il nome della città in cui si trovavano come titolo della foto, ricollocando i passanti nell’anonimità della città. Ognuna deille sue serie: Hustlers, Streetwork, Heads, A Storybook Life, and Lucky Thirteen, può essere considerata un’esplorazione progressiva dei campi d’interesse formali e concettuali di diCorcia. Oltre alla sua famiglia, parenti e gente casuale, ha anahce fotografato personaggli la cui teatralità era già amplificata dalle loro scelte di vita, come per esempio le pole dancers nelle sue serie più recenti.

Le sue fotografie trasmettono una sorta di humor nero e sono state descritte come simili alle “macchie di Rorschach”, poichè offorno interpretazioni diverse a seconda del fruitore. Poichè sono pianificate in anticipo, diCorcia spesso inserisce nei sui concetti questioni quali il marketing della realtà, la mercificazione dell’identità, dell’arte e della moralità.

Nel 1989, avendo ricevuto una borsa di studio per 45.000$, diCorcia cominciò il suo progetto “Hustlers”. All’inizio degli anni 90, fece 5 viaggi a Losa Angeles per fotografare gli uomini che si prostituivano a Hollywood. Utilizzava una fotocamera Linhof 6×9, che posizionava in anticipo, facendo dei test con le Polaroid. All’inizio fotografava i suoi soggetti solo in camere di motel. Più avanti si postò per strada. Quando il MOMA organizzò una mostra con 25 fotografie nel 1993, con il titolo “Strangers”, ogni foto venne intitolata con il nome del soggetto, la sua città natale, la sua età e la quantità di soldi che era stata scambiata.

Nel 1999 diCorcia piazzò la sua fotocamera su un treppiedi in Times Square, appese delle luci stroboscopiche alle impalcature lungo la stradda e scattò una serie di foto casuale ad estranei che passavano sotto le sue luci.

Qua un video con molte delle sue foto e anche una breve intervista

Philip-Lorca diCorcia (born 1951) is an American photographer. He studied at the School of the Museum of Fine Arts, Boston. Afterwards diCorcia attended Yale University where he received a Master of Fine Arts in Photography in 1979. He now lives and works in New York, and teaches at Yale University in New Haven, Connecticut.

DiCorcia was born in 1951 in Hartford, Connecticut. His family is of Italian descent, having moved to the United States from Abruzzo.

DiCorcia alternates between informal snapshots and iconic quality staged compositions that often have a baroque theatricality.

Using a carefully planned staging, he takes everyday occurrences beyond the realm of banality, trying to inspire in his picture’s spectators an awareness of the psychology and emotion contained in real-life situations. His work could be described as documentary photography mixed with the fictional world of cinema and advertising, which creates a powerful link between reality, fantasy and desire.

During the late 1970s, during diCorcia’s early career, he used to situate his friends and family within fictional interior tableaus, that would make the viewer think that the pictures were spontaneous shots of someone’s everyday life, when they were in fact carefully staged and planned in beforehand.His work from this period is associated with the Boston School of photography. He would later start photographing random people in urban spaces all around the world. When in Berlin, Calcutta, Hollywood, New York, Rome and Tokyo, he would often hide lights in the pavement, which would illuminate a random subject in a special way, often isolating them from the other people in the street.

His photographs would then give a sense of heightened drama to the passers-by accidental poses, unintended movements and insignificant facial expressions. Even if sometimes the subject appears to be completely detached to the world around him, diCorcia has often used the city of the subject’s name as the title of the photo, placing the passers-by back into the city’s anonymity. Each of his series, Hustlers, Streetwork, Heads, A Storybook Life, and Lucky Thirteen, can be considered progressive explorations of diCorcia’s formal and conceptual fields of interest. Besides his family, associates and random people he has also photographed personas already theatrically enlarged by their life choices, such as the pole dancers in his latest series.

His pictures have black humor within them, and have been described as “Rorschach-like”, since they can have a different interpretation depending on the viewer. As they are planned beforehand, diCorcia often plants in his concepts issues like the marketing of reality, the commodification of identity, art, and morality.

In 1989, financed by a National Endowment for the Arts fellowship of $45,000, DiCorcia began his “Hustlers” project. Starting in the early 1990s, he made five trips to Los Angeles to photograph male prostitutes in Hollywood. He used a 6-by-9 Linhof view camera, which he positioned in advance with Polaroid tests. At first, he photographed his subjects only in motel rooms. Later, he moved onto the streets. When the Museum of Modern Art exhibited 25 of the photographs in 1993 under the title “Strangers,” each was labeled with the name of the man who posed, his hometown, his age, and the amount of money that changed hands.

In 1999, DiCorcia set up his camera on a tripod in Times Square, attached strobe lights to scaffolding across the street and took a random series of pictures of strangers passing under his lights.

Mostre per ottobre

Ciao! Con ottobre riparte alla grande la stagione delle mostre fotografiche. Di seguito ve ne proponiamo alcune. C’è solo l’imbarazzo della scelta!

Ricordate di dare sempre un’occhiata alla pagina dedicata, dove troverete tutte le mostre in corso, sempre aggiornata.

E se siete al corrente di qualche mostra che magari ci è sfuggita, segnalatecela pure!

Anna

W. Eugene Smith. Usate la verità come pregiudizio

 

Dove: CMC – Centro Culturale di Milano, Largo Corsia dei Servi 4, Milano

Quando: 24 settembre – 4 dicembre 2016

II modo più efficace per essere un buon giornalista è cercare di essere il miglior artista possibile.
W. Eugene Smith

Dal 24 settembre al 4 dicembre 2016, il Centro Culturale di Milano inaugura la sua nuova sede nel cuore della città, in Largo Corsia dei Servi 4, con una mostra dedicata a W. Eugene Smith (1918-1978), uno dei più grandi maestri della fotografia di reportage.

L’esposizione, ideata da Camillo Fornasieri, direttore del CMC, curata da Enrica Viganò, con il patrocinio della Regione Lombardia e del Comune di Milano, presenta 60 original print in grado di ripercorrere la carriera del fotografo americano, attraverso i suoi cicli più famosi, realizzati tra il 1945 e il 1978, provenienti dalla collezione privata di H. Christopher Luce di New York.

La rassegna documenta i “saggi fotografici” di Eugene Smith, ovvero i suoi reportage di racconto sociale o di denuncia, nei quali ha abbracciato i periodi della depressione, della guerra, della ricchezza del dopoguerra e quello della disillusione, dalle fotografie scattate sui teatri della seconda guerra mondiale, dalle battaglie nel Pacifico fino a Okinawa, dove venne gravemente ferito, alla serie del Country Doctor (1948), commissionatagli dalla rivista Life, che racconta la vita quotidiana del dottor Ernest Ceriani, un medico di campagna nella cittadina di Kremmling a ovest di Denver.

Il percorso continua con le serie Nurse Midwife (La levatrice)del 1951, in cui segue le vicende di Maude Callen, una levatrice di colore, per testimoniare le difficoltà nell’esercitare il suo lavoro nel profondo sud degli Stati Uniti e, al contempo, per approfondire temi connessi alla discriminazione razziale.

Nel 1951, Life pubblica il suo reportage condotto in Spagna, a Deleitosa, un piccolo centro contadino di non più di 2.300 abitanti, sull’altipiano occidentale dell’Estremadura. “Cercherò di conoscere a fondo un villaggio spagnolo – aveva dichiarato Eugene Smith – per descrivere la povertà e la paura provocate dal regime di Franco. Spero di realizzare il migliore reportage della mia carriera”. Quello che risultò fu un quadro di una società rurale arcaica, in preda a gravi difficoltà economiche dovute al pesante regime franchista.

Non mancheranno le fotografie di A Man of Mercy (Un uomo di carità) dedicate al lavoro e alla comunità di Albert Schweitzer nell’Africa Equatoriale Francese, o il ritratto panoramico e singolare della città di Pittsburgh del 1955-58.
Chiudono idealmente la rassegna, gli scatti su Minamata (1972-75), la città giapponese devastata dall’inquinamento di mercurio che la Chisso Corporation versava nelle acque dei pescatori e che portava gli abitanti a soffrire di una terribile malattia nervosa – Minamata illness – che prese il nome proprio da quello della città. In mostra si troverà la fotografia più famosa di questo ciclo, definita la Pietà del Ventesimo Secolo, che raffigura la bambina Tomoko mentre fa il bagno tra le braccia della madre.

I visitatori potranno cogliere la freschezza delle original print di Smith, da lui stampate, di cui molte firmate e unite ai passe-partout, originali anch’essi e annotati con commenti dall’autore e, al tempo stesso, comprendere l’arte e la ricerca iconografica del “metodo di Smith”, vero mago della camera oscura.

I temi dei suoi reportage, lo stile della la sua vita, i suoi appunti sul campo, saranno al centro di una serie di incontri con fotoreporter e giornalisti quali Mario Calabresi, Massimo Bernardini, Franco Pagetti, Paolo Pellegrin, che s’interrogheranno sulla funzione dell’immagine e dell’informazione, della libertà e della verità dell’arte e sul linguaggio dei media oggi. Previste visite guidate per le scuole a cura di Opera d’Arte.

Accompagna la mostra un catalogo (Admira edizione), nono volume della collana I Quaderni del CMC.
Il nuovo spazio di cultura e teatro del CMC – Centro Culturale di Milano ridona alla città, grazie alla collaborazione di Fondazione Cariplo, il palazzo firmato dallo Studio Caccia Dominioni in Largo Corsia dei Servi, a fianco della chiesa di San Vito al Pasquirolo. Il nuovo spazio, insieme alla riqualificazione urbana della piazza voluta dal Comune di Milano, farà da volano alla rinascita di un’area degradata nel cuore della città a pochi passi dal Duomo e di un edificio storico, abbandonato da tempo.
Per questa nuova apertura CBA Designing brands with heart, importante realtà internazionale con sede a Milano e 11 uffici distribuiti in tutto il mondo, ha ideato una nuova immagine e identity brand per lo storico Centro Culturale di Milano che festeggia così i 35 anni di attività.

Qui i dettagli

Sarah Moon – Qui e ora. Ici et maintenant

La mostra Sarah Moon. Qui e Ora – Ici et Maintenant, curata da Carla Sozzani in occasione del premio annuale di Mercanteinfiera, e grazie al Comune di Parma, inaugura la nuova sede per la fotografia a parma a Palazzetto Eucherio Sanvitale.

“Sarah Moon. Qui e Ora – Ici et Maintenant” racconta un incontro d’autore, inatteso e intenso con gli affreschi rinascimentali e le sculture di Palazzetto Eucherio Sanvitale nel Parco Ducale di Parma e apre un dialogo inedito con la fotografia contemporanea.

Sarah Moon, artista francese tra le maggiori fotografe contemporanee, da molti anni indaga la bellezza e lo scorrere del tempo. Il titolo “Qui e Ora – Içi et Maintenant” è stato scelto da Sarah Moon per aprire un dialogo tra le sue opere e palazzetto Eucherio Sanvitale a Parma.

L’amicizia e l’affinità tra Sarah Moon e Carla Sozzani risalgono alla fine degli anni Settanta quando iniziano a collaborare insieme per Vogue Italia e poi Elle Italia.La prima mostra alla Galleria Carla Sozzani è nel 1996, “120 fotografie” curata dal Centre National de la Photographie di Parigi, a cui è seguita la mostra ” Fotografie” nel 2002 e infine la mostra “fil rouge” nel 2006.

L’alfabeto segreto della Moon rimanda alla sfera dell’emotività, dell’intimo, e mette in scena una realtà immaginaria, filtrata dal ricordo e dall’inconscio. Il suo linguaggio antinarrativo evoca momenti, sensazioni, coincidenze e bellezza.

Le visioni di Sarah Moon spesso schiudono un universo magico di immagini poetiche. Di lei si sa poco. Raramente parla di sé, nascosta dietro il suo eterno berretto che sembra proteggerne la timidezza fragile e delicata. Come dice lei stessa, le sue immagini parlano di lei. Le sue fotografie sono così misteriose, così cariche di tensione drammatica e tuttavia riservate, che sembrano un intero mondo visto attraverso uno spiraglio luminoso.

“Sin dall’inizio ho sempre voluto sfuggire al linguaggio codificato del glamour. Quello che cercavo era più intimo, erano le quinte ad interessarmi, un diaframma sospeso prima che il gesto si compia, un movimento al rallentatore…come quello delle donne che si allontanano di spalle” – scrive Sarah Moon nel libro Coincidences, pubblicato da Delpire nel 2001.

 A Parma, presso il Palazzetto Eucherio San Vitale (Parco Ducale) – dal 16 settembre al 15 ottobre 2016.

Altre info qua

Qua trovate un approfondimento su Sarah Moon

Helmut Newton – Fotografie

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Il progetto della mostra Helmut Newton – Fotografie (White Women / Sleepless Nights / Big Nudes), curata da Matthias Harder e Denis Curti, nasce per volontà di June Newton, vedova del fotografo, e raccoglie le immagini dei primi tre libri di Newton pubblicati tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, da cui deriva il titolo della mostra e l’allestimento articolato i tre sezioni. I tre libri sono fondamentali per capire la fotografia di Newton, che li ha progettati personalmente, selezionando le immagini fotografiche e la loro impaginazione.

Il percorso espositivo permetterà di conoscere un Helmut Newton più profondo e se vogliamo più segreto rispetto a quanto già diffuso: infatti, se l’opera del grande fotografo è sempre stata ampiamente pubblicata e con enorme successo su tutte le riviste di moda, non sempre la selezione effettuata dalle redazioni corrispondeva ed esprimeva compiutamente il pensiero dell’artista.

L’obiettivo di Newton aveva la capacità di scandagliare la realtà che, dietro il gesto elegante delle immagini, permetteva di intravedere l’esistenza di una realtà ulteriore, che sta allo spettatore interpretare.

Obiettivo della mostra è mettere a nudo qual è la storia che l’artista vuole raccontare al suo pubblico.

Sottoporticato di Palazzo Ducale – Genova

dal 14 settembre 2016 al 22 gennaio 2017

Tutte le info qua

Alex Webb – La Calle, Photographs from Mexico

La Calle brings together more than thirty years of photography from the streets of Mexico by Alex Webb, spanning from 1975 to 2007. Whether in black and white or color, Webb’s richly layered and complex compositions touch on multiple genres. As Geoff Dyer writes, “Wherever he goes, Webb always ends up in a Bermuda shaped triangle where the distinctions between photo journalism, documentary, and art blur and disappear.” Webb’s ability to distill gesture, light, and cultural tensions into single, beguiling frames results in evocative images that convey a sense of mystery, irony, and humor.

Following an initial trip in the mid-1970s, Webb returned frequently to Mexico, working intensely on the U.S.–Mexico border and into southern Mexico throughout the 1980s and ’90s, inspired by what poet Octavio Paz calls “Mexicanism—delight in decorations, carelessness and pomp, negligence, passion, and reserve.” La Calle presents a commemoration of the Mexican street as a sociopolitical bellwether—albeit one that has undergone significant transformation since Webb’s first trips to the country.

Aperture Gallery New York – September 08 – October 26, 2016

All info here

Avevamo già approfondito la conoscenza con Alex Webb  qua e con le sue foto messicane in questo articolo

SONY WORLD PHOTOGRAPHY AWARDS

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Dal 16 settembre al 16 ottobre 2016, Sony espone allo Spazio Tadini di Milano le fotografie vincitrici e finaliste del più grande concorso fotografico al mondo.
È la prima volta che la prestigiosa mostra promossa dalla World Photography Organisation arriva in Italia.

In esposizione, tra gli altri, i 3 italiani vincitori della categoria Professionisti, Marcello Bonfanti (Ritratto), Alberto Alicata(Fotografia in posa) e Francesco Amorosino (Natura Morta), il vincitore del National Award, Christian Massari e la vincitrice della categoria Panorama dello Youth Award, Anais Stupka Milano, 12 luglio.

Per la prima volta in Italia la mostra del prestigioso Sony World Photography Awards, il più grande concorso fotografico al mondo. Sony porta a Milano, allo Spazio Tadini, la migliore selezione delle opere vincitrici e finaliste dell’edizione 2016 per offrire anche agli italiani amanti della fotografia la possibilità di vedere dal vivo questo campione dell’arte internazionale.

Con l’esposizione di una selezione dei lavori dei vincitori e finalisti delle diverse categorie, tra cui le opere di nove fotografi professionisti italiani1, la mostra celebra le immagini più belle dell’edizione 2016 dei Sony World Photography Awards, scattate sia da fotografi professionisti sia da talenti emergenti.

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IN PRIMA LINEA. Donne fotoreporter in luoghi di guerra

Quattordici donne “armate” solo della loro macchina fotografica, in prima linea nei punti caldi del mondo dove ci sono guerre, conflitti e drammi umani e sociali. Con coraggio, sensibilità e professionalità ci aiutano a capire, a non dimenticare, a fermarci a pensare.
Palazzo Madama presenta, dal 7 ottobre al 13 novembre 2016, In prima linea. Donne fotoreporter in luoghi di guerra. Una mostra costituita da 70 immagini scattate da 14 giovani donne fotoreporter che lavorano per le maggiori testate internazionali e che provengono da diverse nazioni: Italia, Egitto, Usa, Croazia, Belgio, Francia, Gran Bretagna, Spagna.
Linda Dorigo, Virginie Nguyen Hoang, Jodi Hilton, Andreja Restek, Annabell Van den Berghe, Laurence Geai, Capucine Granier-Deferre, Diana Zeyneb Alhindawi, Matilde Gattoni, Shelly Kittleson, Maysun, Alison Baskerville, Monique Jaques, Camille Lepage si muovono coraggiosamente in atroci e rischiosi campi di battaglia per documentare e denunciare quella “terza guerra mondiale” che è in corso in molte parti del mondo.
Nella mostra ciascuna delle fotografe presenta 5 foto emblematiche del proprio lavoro e della propria capacità di catturare non solo un’azione, ma anche un’emozione, testimoniando e denunciando con le immagini le violenze perpetrate sui popoli e le persone più deboli e indifese.
Le 70 fotografie in mostra sono emblematiche nella durezza dei loro contenuti. A colori e in bianco e nero, scattate con macchine digitali o ancora con la pellicola, quasi a testimoniare senza filtri ciò che accade davanti all’obiettivo, le immagini reportage sono esse stesse “articoli” scritti con la fotocamera che non hanno bisogno di parole, se non una sintetica didascalia che precisa il dove e il quando, per raccontare “la” storia.
Nata da un’idea di Andreja Restek, la rassegna – curata con la giornalista Stefanella Campana e con Maria Paola Ruffino, conservatore di Palazzo Madama – è ospitata nella Corte medievale, con allestimento a cura dell’architetto Diego Giachello.

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Giovanni Gastel – The 40 Years Exhibition

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dal 23 settembre al 13 novembre 2016 – Milano Palazzo della Ragione

La mostra sarà articolata in quattro sezioni dedicate ciascuna a un decennio di attività artistica del fotografo, sviluppando da un lato la sua vita professionale e dall’altro il mood di quegli anni, al fine di comprendere e connotare maggiormente i singoli scatti seguendo l’evoluzione professionale dell’artista.

Con il Patrocinio del Comune di Milano
Curatore: Germano Celant
Allestimenti: Arch. Piero Lissoni

Non ha bisogno di grandi presentazioni. E’ un’icona della fotografia Italiana e internazionale.
Un’origine importante in una delle famiglie più antiche e storiche, nipote del grande regista Luchino Visconti, cresce in un contesto permeato d’arte e di grandi personaggi della scena internazionale.
Vive tra Milano e Parigi, l’affermazione del made in Italy in cui si delinea il suo stile inconfondibile: poeticamente ironico ma sempre permeato, come nell’arte, dal gusto per una composizione equilibrata.
Nel 2002, nell’ambito della manifestazione La Kore Oscar della Moda, riceve l’Oscar per la fotografia.
Molte le mostre: Milano, Venezia, New York, Parigi e i libri pubblicati anche di poesia, l’altra passione dell’artista, che continua tuttora a lavorare nel suo studio milanese.
E’ membro permanente del Museo Polaroid di Chicago e dal 2013 è Presidente dell’Associazione Fotografi Professionisti.

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Hai dato alla vergine un cuore nuovo – Giulia Bianchi

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Il 17 gennaio 1998, giorno del suo 48° compleanno, Janice Sevre-Duszynska decise di presentarsi per la cerimonia di ordinazione presso la cattedrale di Lexington in Kentucky. «Ero seduta con tutti i candidati al sacerdozio», ha ricordato, «mi alzai in piedi, buttai il mio cappotto a terra, e iniziai a camminare verso il Vescovo. “Sono chiamata dallo Spirito Santo al sacerdozio. Lo chiedo per me e per tutte le donne”, a cui lui ha risposto: “torni al suo posto!” Invece mi prostrai nella navata con un giglio tigre tra le mani. Le persone intorno a me agirono come se io fossi pazza. Speravo che alcuni dei miei amici avrebbero mostrato solidarietà. Invece non successe niente in quel momento. Non erano pronti.»
Per tutta la sua vita, Janice ha parlato apertamente della sua vocazione al sacerdozio con tutti quelli che conosceva. Alle persone che le suggerivano di entrare in convento, lei rispondeva di non essere d’accordo perché le suore sono laiche a servizio della Chiesa, senza nessuna autorevolezza spirituale, non possono predicare e non possono consacrare l’Eucaristia.

Nell’estate del 2002, sette donne cattoliche (da Austria, Germania e Stati Uniti) sono state illecitamente ordinate sacerdote, su una nave da crociera sul Danubio. Poco dopo, tre donne sono state ordinate vescovi in gran segreto, in modo che potessero continuare le ordinazioni femminili senza interferenze da parte del Vaticano. Da allora, molte cerimonie analoghe sono state tenute da RCWP, un gruppo di suffragette che svolgono disobbedienza religiosa a favore dell’ordinazione delle donne. Oggi, il movimento conta più di 215 donne sacerdote e 10 vescovi in tutto il mondo.

Il Vaticano ritiene che l’ordinazione femminile sia un grave reato, chiunque partecipi incorre in una scomunica automatica. Per questo crimine, i dipendenti della Chiesa cattolica perdono il proprio lavoro, le pensione, il sostegno. La gravità del peccato per tentata ordinazione di una donna è secondo la Chiesa allo stesso livello del crimine di pedofilia da parte di sacerdoti.
Nonostante questo, la maggior parte di queste donne non vogliono lasciare la Chiesa, ma trasformarla, attraverso un modello che è molto preoccupante per il Vaticano: la spiritualità femminista è radicata nella uguaglianza e inclusione, intrinsecamente non gerarchica, e onora collaborazione e compassione versus il potere.
Le donne prete non creano un nuovo culto, ma raccolgono tutte quelle persone che non si sentono accolte dalla Chiesa ufficiale. La maggior parte di loro sono donne mature, molte sono ex suore, missionarie e teologhe. Lavorano nella giustizia sociale, nei movimenti ecologici, in organizzazioni non-profit.

Questo è un momento storico cruciale nella storia della religione cattolica che sempre piú sembra oggi un modello obsoleto, lontano dalle esigenze e realtà spirituali dell’individuo. In questo momento sembrano decidersi le sorti della Chiesa: l’istituzione corrente potrebbe scomparire divenendo il culto di alcuni conservatori, oppure trasformarsi profondamente nelle sue forme amministrativa e religiosa.
Al centro di questi dibattiti e queste possibilità, sembra giorcarsi la battaglia per un sacerdozio rinnovato che includa anche le donne.

La Chiesa Romano Cattolica si distingue per aver lottato accanitamente contro il femminismo e contro l’ordinazione delle donne nell’ultimo secolo. La Santa Sede è uno degli ultimi governi al mondo (insieme a Yemen, Haiti e Qatar) ad essere governato esclusivamente da persone di sesso maschile. Così, è venuto come una sorprendente apertura storico in cui il 12 maggio 2016, Papa Francesco ha promesso di fronte a una platea di 900 suore che avrebbe aperto una commissione per studiare il diaconato femminile (il primo passo per essere ordinati) agli albori del cristianesimo e la possibilità di applicarlo oggi.

Giulia Bianchi ha lavorato su questo progetto dal 2012 incontrando più di 70 donne prete negli Stati Uniti e in Colombia, fotografandole e intervistandole.
Attualmente sta documentando questa storia in Europa e in Sud Africa.
Giulia sta creando un documentario web http://www.donneprete.org e creando un libro. Essi presenteranno fotografie, interviste, disegni, documenti d’archivio, saggi teologici e di femminismo, diventando un punto di riferimento per questo argomento.

BIO
Giulia Bianchi è una fotografa interessata ai temi della spiritualità e del femminismo. Da quattro anni lavora ad un progetto sul sacerdozio femminile proibito nella chiesa cattolica.
Ha insegnato documentaristica all’ICP di New York, a Londra, e a Camera Torino. Ha lavorato come fotografa indipendente con National Geographic, TIME, The Guardian, Espresso, etc. ed esposto il suo lavoro internazionalmente.

Fonderia 20.9 – Verona

dal 17 settembre al 16 ottobre 2016

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L’ALTRO SGUARDO – Fotografe italiane 1965-2015

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La mostra, a cura di Raffaella Perna, propone una selezione di più di centocinquanta fotografie e libri fotografici provenienti dalla Collezione Donata Pizzi, concepita e costituita con lo scopo di favorire la conoscenza e la valorizzazione delle più significative interpreti nel panorama fotografico italiano dalla metà degli anni Sessanta a oggi. La collezione – unica nel suo genere in Italia – è composta da opere realizzate da circa cinquanta autrici appartenenti a generazioni diverse: dai lavori pionieristici di Paola Agosti, Letizia Battaglia, Lisetta Carmi, Carla Cerati, Paola Mattioli, Marialba Russo, sino alle ultime sperimentazioni condotte tra gli anni Novanta e il 2015 da Marina Ballo Charmet, Silvia Camporesi, Monica Carocci, Gea Casolaro, Paola Di Bello, Luisa Lambri, Raffaella Mariniello, Marzia Migliora, Moira Ricci, Alessandra Spranzi e numerose altre.

È la prima mostra nata dalla partnership tra la Triennale di Milano e il MuFoCo – Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, una collaborazione che produrrà anche l’esposizione dedicata a Federico Patellani, La guerra è finita. Nasce la Repubblica. Milano 1945-1946, a cura di Kitti Bolognesi e Giovanna Calvenzi, dal 17 Settembre 2016 al 15 Gennaio 2017, presso il Museo di Fotografia Contemporanea, dove è conservato l’intero archivio fotografico del grande fotoreporter.

In Italia l’ingresso massiccio di fotografe, fotoreporter e artiste nel circuito culturale risale agli anni Sessanta: in questo momento l’accesso delle donne al sistema dell’arte e del fotogiornalismo – ambiti rimasti a lungo appannaggio quasi esclusivo di presenze maschili – è favorita dai repentini cambiamenti sociali e dalle lotte femministe. Grazie anche alle conquiste di quella generazione oggi fotografe e artiste hanno acquisito posizioni di primo piano nella scena culturale del nostro Paese e in quella internazionale: il loro lavoro è presente in musei, gallerie, festival, riviste e pubblicazioni specializzate, in Italia e all’estero. Nonostante la decisa inversione di rotta, la storia e il lavoro di molte fotografe è ancora da riscoprire, promuovere e valorizzare: le opere della Collezione Donata Pizzi testimoniano momenti significativi della storia della fotografia italiana dell’ultimo cinquantennio; da esse affiorano i mutamenti concettuali, estetici e tecnologici che hanno caratterizzato la fotografia nel nostro Paese. La centralità del corpo e delle sue trasformazioni, la necessità di dare voce a istanze personali e al vissuto quotidiano e familiare, il rapporto tra la memoria privata e quella collettiva sono i temi nevralgici che emergono dalla collezione e legano tra loro immagini appartenenti a vari decenni e generi, dalle foto di reportage a quelle più spiccatamente sperimentali.

Nella mostra sarà esposta anche l’installazione Parlando con voi tratta dal libro omonimo di Giovanna Chiti e Lucia Covi (Danilo Montanari Editore), e prodotta su idea di Giovanni Gastel da AFIP International – Associazione Fotografi Professionisti e Metamorphosi Editrice.
L’installazione multimediale, costituita da trenta schermi ognuno dei quali con un’intervista esclusiva a una fotografa e una sequenza di sue opere e pubblicazioni consente al visitatore di conoscere e approfondire le vite di professioniste e artiste, le loro esperienze di donne originali e coraggiose.

A corredo dell’esposizione verrà pubblicato un catalogo, italiano-inglese (Silvana Editoriale), con testi di Federica Muzzarelli, Raffaella Perna, un’intervista a Donata Pizzi e schede biografiche di Mariachiara Di Trapani.

In mostra sono esposte fotografie di: Paola Agosti, Martina Bacigalupo, Marina Ballo Charmet, Liliana Barchiesi, Letizia Battaglia, Tomaso Binga (Bianca Menna) Giovanna Borgese, Silvia Camporesi, Monica Carocci, Lisetta Carmi, Gea Casolaro, Elisabetta Catalano, Carla Cerati, Augusta Conchiglia, Paola De Pietri, Agnese De Donato, Paola Di Bello, Rä di Martino, Anna Di Prospero, Bruna Esposito, Eva Frapiccini, Simona Ghizzoni, Bruna Ginammi, Elena Givone, Nicole Gravier, “Gruppo del mercoledì” (Bundi Alberti, Diane Bond, Mercedes Cuman, Adriana Monti, Paola Mattioli, Silvia Truppi), Adelita Husni-Bey, Luisa Lambri, Lisa Magri, Lucia Marcucci, Raffaela Mariniello, Allegra Martin, Paola Mattioli, Malena Mazza, Libera Mazzoleni, Marzia Migliora, Verita Monselles, Maria Mulas, Brigitte Niedermair, Cristina Omenetto, Michela Palermo, Lina Pallotta, Luisa Rabbia, Moira Ricci, Sara Rossi, Marialba Russo, Chiara Samugheo, Shobha, Alessandra Spranzi.

5 Ottobre 2016 – 8 Gennaio 2017 – La Triennale di Milano

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Sara Munari

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Sara Munari, Bucharest

 

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Via Quarenghi, 50 – 24122 Bergamo (interno cortile)

 Nome della mostra:

Be the bee body be boom (Bidibibodibibu)

Inaugurazione

15 Ottobre 2016 alle ore 18,30

Durata dell’esposizione

Dal 16 ottobre al 5 novembre 2016

Orari di apertura

Giovedì e venerdì : 16,00 19,30

Sabato e domenica: 10,00 – 12,30  16,00 – 19,30

Per chi lo volesse, in galleria saranno messi in vendita i libri di Sara Munari, tra cui Bidibibodibibu.

Note dell’autrice

Per Be the bee body be boom (bidibibodibibu) mi sono ispirata sia alle favole del folklore dell’Est Europa, sia alle leggende urbane che soffiano su questi territori. Un incontro tra sacro e profano, suoni sordi che ‘dialogano’ tra di loro permettendomi di interpretare la voce degli spiriti dei luoghi. Ogni immagine è una piccola storia indipendente che tenta di esprimere rituali, bugie, malinconia e segreti. L’Est Europa offre uno scenario ai miei occhi impermeabile, un pianeta in cui è difficile camminare leggeri, il fascino spettrale da cui è avvolta, dove convivono tristezza, bellezza e stravaganza: un grottesco simulacro della condizione umana. A est, in molti dei paesi che ho visitato, non ho trovato atmosfere particolarmente familiari, in tutti questi luoghi ho percepito una forte collisione tra passato, spesso preponderante, e presente. Sono anni che viaggio a est, forse il mio sguardo è visionario e legato al mondo dei giovani, a quella che presuppongo possa essere la loro immaginazione.

Anno esecuzione 2008-2015

Biografia

Sara Munari nasce a Milano nel 72. Vive e lavora a Lecco. Studia fotografia all’Isfav di Padova dove si diploma come fotografa professionista. Apre, nel 2001, LA STAZIONE FOTOGRAFICA, Studio e galleria per esposizioni fotografiche e corsi, nel quale svolge la sua attività di fotografa. Docente di Storia della fotografia e di Comunicazione Visiva presso ISTITUTO ITALIANO DI FOTOGRAFIA di Milano. Dal 2005 al 2008 è direttore artistico di LECCOIMMAGIFESTIVAL per il quale organizza mostre di grandi autori della fotografia Italiana e giovani autori di tutta Europa. Organizza workshop con autori di rilievo nel panorama nazionale. Espone in Italia ed Europa presso gallerie, Festival e musei d’arte contemporanea. Fa da giurata e lettrice portfolio in Premi e Festival Nazionali. Ottiene premi e riconoscimenti a livello internazionale. Non ha più voglia di partecipare a Premi, per ora. Si diverte con la fotografia, la ama e la rispetta.

Eolo Perfido – Tokyoites

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I Tokyoites – come gli stranieri chiamano gli abitanti di Tokyo – danno l’impressione di andare sempre di fretta. Veloci come chi sa sempre dove andare, vivono le soste imposte da un semaforo o da uno spostamento in metro con gli occhi puntati sul loro smartphone.
Come racconta Perfido “La mia prima volta a Tokyo, da ragazzo, fu un viaggio senza macchina fotografica. Me ne innamorai. In bilico tra passato e futuro, tradizione e innovazione, Tokyo, da quella prima volta è sempre stata al centro delle mie curiosità intellettuali.
Credo che la mia attrazione per il Giappone sottenda in parte alle classiche leggi degli opposti che si attraggono, ed in parte alle meravigliose contaminazioni mediatiche che hanno caratterizzato la mia vita, ed in seguito la mia professione, a partire dagli anni 80 in poi.”

A Tokyo convivono persone, stili di vita, quartieri così diversi e in contrasto tra loro che diventa subito chiaro che non si tratta di una sola città ma di tante piccole città diverse, in continuo movimento, in continua mutazione.
L’occhio del Gaijin – parola giapponese che significa “persona esterna al Giappone” – aiuta però a riconoscere dei tratti talmente comuni a gran parte dei Tokyoites che il loro manifestarsi nei luoghi pubblici sono diventati lo spunto intorno al quale ho costruito il mio lavoro di fotografia di strada.
Capaci di isolarsi contro una parete per rispondere ad un messaggio o consultare una mappa, riescono a definire una convezione quasi materica di spazio personale. Il contrasto tra un’altissima densità di popolazione e l’isolamento di ogni singolo individuo è palpabile.
In una città come Tokyo quello che potrebbe sembrare un limite, diventa spesso una virtù, necessaria alla civile sopravvivenza. Non solo imposizione culturale ma adattamento che permette la convivenza armonica di oltre 16 milioni di persone.
Senza sosta i cittadini si spostano per le strade e le stazioni, ordinati e silenziosi, sincronizzati come in una danza, evitando di scontrarsi e di darsi disturbo nel contatto.

Leica Store Milano – Via Mengoni, 4
Dal 20 settembre 2016 al 5 novembre 2016

Ri-creazioni – Mario Cresci

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Ri-creazioni scaturisce dall’incontro tra Mario Cresci e le immagini conservate nell’Archivio Fotografico di Eni, un patrimonio di alto valore storico e artistico, capace di offrire uno spaccato di tutto il XX secolo, così come con alcuni fra i materiali più recenti e innovativi sviluppati dalla stessa azienda. Un ampio percorso di approfondimento all’interno del complesso universo creativo di Cresci, tra le sue tecniche, le sue intuizioni e le sue invenzioni, tra passato, presente e futuro.

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Poesia del reale – Toni Nicolini

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Proprio nella scelta della fotografia narrativa o di “reportage” sta anche, per Toni e per altri suoi colleghi, il tentativo di piegarsi a seguire con implacabile “freddezza” la grande commedia del mondo.

Cesare Colombo

Giovedì 15 settembre alle 18.30 inaugura a Forma Meravigli (Milano) la mostra Poesia del reale. Fotografie di Toni Nicolini. L’esposizione è promossa e organizzata da CRAF. Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia di Spilimbergo in collaborazione con Fondazione Forma per la Fotografia. Sarà visitabile fino al 23 ottobre 2016. Forma Meravigli è un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto.

Poesia del reale è la prima grande mostra retrospettiva che presenta l’opera di Toni Nicolini, interprete sensibile della realtà italiana, uno dei più raffinati fotografi del nostro Paese, scomparso nel 2012. Le sue fotografie, realizzate dagli anni Sessanta ai Duemila, testimoniano uno sguardo attento e partecipe al nostro tempo e ai mutamenti della società. Il libro, e il volume che l’accompagna pubblicato da Contrasto e curato da Giovanna Calvenzi e Walter Liva, sono il frutto di un lungo lavoro sul suo archivio di immagini, realizzato da Cesare Colombo e Walter Liva. A Forma Meravigli sarà esposta una selezione ampia e accurata delle immagini che Nicolini ha realizzato in cinquanta anni di carriera.

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Identità Negate:

Lingering ghosts – Sam Ivin  |  Foibe – Sharon Ritossa

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Che cosa significa essere un richiedente asilo nel Regno Unito? È questo il punto di partenza della ricerca di Sam Ivin, iniziata in un centro di prima accoglienza a Cardiff, in Galles, e poi continuata in tutta l’Inghilterra.

Il risultato è una serie di 28 ritratti, cui gli occhi sono stati raschiati via manualmente dall’autore: una volta arrivati nel Regno Unito, questi migranti si trovano a vivere in una sorta di limbo, costretti ad attendere notizie della loro richiesta di asilo per mesi o addirittura anni. Diventano dei lingering ghosts, delle ombre sospese.

Graffiare i volti di questi 28 migranti è un modo per tramettere in maniera immediata l’idea della perdita di sé, la confusione che li attanaglia mentre aspettano di conoscere il loro destino.

Quello di Ivin è uno sguardo contemplativo, distante dai riflettori dei media. I suoi ritratti gettano luce su una questione spesso taciuta: l’emergenza dei richiedenti asilo. Nonostante siano presentate prive di occhi, queste persone hanno una loro identità e in loro riconosciamo madri, padri, figlie e figli: esseri umani.

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Foibe. Il Carso è un territorio brullo e roccioso dell’altipiano triestino, sloveno e croato dove si registra una forte concentrazione di cavità geologiche: grotte o pozzi modellati da fiumi sotterranei che scavando nella terra per millenni hanno scolpito la roccia calcarea dando vita a dei profondi inghiottitoi, chiamati foibe.

Dopo la Seconda Guerra mondiale, le foibe presenti lungo tutta la zona carsica vennero utilizzate come fosse comuni per occultare i corpi di italiani, croati sloveni e tedeschi uccisi per motivi politici.

Ancora oggi la storia di questi profondi abissi resta oscura, contestata e spesso negata, e le foibe continuano a celare dei segreti. Sono anche difficili da individuare sul territorio perché, di fatto, manca una mappatura completa.

Questo progetto fotografico intende riflettere su quanto la conformazione geologica di un’area geografica possa incidere sulle sue vicende storiche e sociali. È un tentativo di far entrare lo spettatore in contatto con il territorio, sottolineando che le foibe sono prima di tutto un prodotto della natura e un tratto caratteristico di una certa zona.

Il viaggio alla ricerca di queste cavità naturali è stato fatto con l’aiuto di speleologi locali che hanno messo a disposizione le loro competenze e i loro strumenti di esplorazione.

Galleria del Cembalo – Roma dal 15/09/2016 l 26/11/2016

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Anna

Hiroshi Sugimoto

Ciao,

pur essendo molto distanti dalla nostra cultura e dal nostro modo di vedere, gli artisti giapponesi mi hanno sempre molto affascinata, non solo in fotografia, anche in pittura ed in architettura.

Eccomi ora di ritorno dalla mia vacanza in Giappone, dove ho avuto modo di ammirare – tra le altre cose – una mostra di Hiroshi Sugimoto, il fotografo che vi voglio presentare oggi.

Spero vi piaccia. Ciao

Anna

 

Hiroshi Sugimoto è nato in Giappone nel 1948. Fotografo dal 1970, il suo lavoro tratta della storia e dell’esistemnza temporale, investigando su temi quali il tempo, l’empirismo e la metafisica. Le sue serie più conosciute includono: Seascapes, Theaters, Dioramas, Portraits (di statue di cera di Madame Tussaud), Architecture, Colors of Shadow, Conceptual Forms and Lightning Fields.

Sugimoto ha ricevuto numerosi grant e borse di studio e il suo lavoro è esposto nelle collezioni della Tate Gallery, del Museum of Contemporary Art, Chicago, e del Metropolitan Museum di New York, tra molti altri. Portraits, inizialmente creato per il Deutsche Guggenheim Berlin, è stato trasferito al Guggenheim New York  nel Marzo 2001. Nel 2001, Sugimoto si è inoltre aggiudicato l’Hasselblad Foundation International Award per la fotografia.

Nel 2006,  l’Hirshhorn Museum di Washington, D.C. e il Mori Art Museum di Tokyo hanno allestito una retrospettiva di metà carriera, in occasione della quale è stata prodotta una monografia intitolata Hiroshi Sugimoto. Sempre nel 2006, ha ricevuto il premio Photo España e nel 2009 il Praemium Imperiale, Painting Award dalla Japan Arts Association.

Durante la Biennale di Venezia del 2014, Sugimoto ha svelato la sua “Glass Tea House Mondiran” presso Le Stanze del Vetro sull’isola di San Giorgio Maggiore.

Questo è il suo sito personale

Qua trovate un’intervista rilasciata nel 2014, in occasione della Biennale di Venezia

Hiroshi Sugimoto was born in Japan in 1948. A photographer since the 1970s, his work deals with history and temporal existence by investigating themes of time, empiricism, and metaphysics. His primary series include: Seascapes, Theaters, Dioramas, Portraits (of Madame Tussaud’s wax figures), Architecture, Colors of Shadow, Conceptual Forms and Lightning Fields. Sugimoto has received a number of grants and fellowships, and his work is held in the collections of the Tate Gallery, the Museum of Contemporary Art, Chicago, and the Metropolitan Museum of New York, among many others. Portraits, initially created for the Deutsche Guggenheim Berlin, traveled to the Guggenheim New York in March 2001. Sugimoto received the Hasselblad Foundation International Award in Photography in 2001. In 2006, a mid career retrospective was organized by the Hirshhorn Museum in Washington, D.C. and the Mori Art Museum in Tokyo. A monograph entitled Hiroshi Sugimoto was produced in conjunction with the exhibition. He received the Photo España prize, also in 2006, and in 2009 was the recipient of the Praemium Imperiale, Painting Award from the Japan Arts Association. During the 2014 Venice Biennale, Sugimoto unveiled his “Glass Tea House Mondrian” at Le Stanze del Vetro on the island of San Giorgio Maggiore.

His personal website

Here a recent interview published on The Huffington Post

Christophe Agou, bravo reporter, da conoscere.

Ciao, oggi vi voglio far conoscere questo  bravissimo fotografo francese, che ci ha lasciato troppo presto lo scorso anno.

Anna

 

Christophe Agou (Montbrison, 14 ottobre 1969 – 16 settembre 2015) è stato un fotografo francese.

Dall’inizio degli anni Novanta, Christophe Agou si dedica alla fotografia documentaristica con grande sensibilità e senso poetico. Passa con disinvoltura dal bianco e nero al colore, dal paesaggio al ritratto, dal reportage al documento, senza privilegiare alcuno stile ma cercando continuamente di rinnovare le forme e le condizioni della propria visione. Sempre seguendo il proprio intuito, Christophe ha esteso la sua espressività anche ad altri media, creando assemblage e film.

Christophe Agou nasce nel 1969 a Montbrison, in Francia. Autodidatta, scopre la fotografia nel corso dei suoi viaggi in Europa e negli Stati Uniti. Nel 1992 si stabilisce a New York e nel 1998 incomincia a ritrarre in una serie di foto i passeggeri della metropolitana della Grande Mela. Il risultato di questo lavoro diventa oggetto di un libro, Life Below (Quantuck Lane Press / W.W. Norton & Company 2004).

Nell’inverno del 2002, Christophe Agou torna in Francia, nella regione del Forez in cui è nato; percorrendo questi aspri territori si accorge di non averli mai dimenticati. Qui conosce varie famiglie di agricoltori e a poco a poco, visitandole regolarmente, ne diventa intimo amico. Comincia la serie Face au Silence (Di Fronte al Silenzio).

Nel 2006 è finalista del prestigioso premio W. Eugene Smith, nel 2008 del Prix de la Photographie dell’Académie des Beaux-Arts di Parigi e nel 2009 riceve la menzione speciale al Prix Kodak de la Critique Photographique. Nel 2010, Christophe è vincitore della diciassettesima edizione del European Publishers Award for Photography.

I suoi scatti sono stati pubblicati ed esposti in tutto il mondo: al MoMA di New York, al Museum of Fine Arts di Houston, al Jeu de Paume di Parigi, alla Fondazione Pilar y Juan Miró di Palma di Maiorca, al festival francese Rencontres d’Arles, al Smithsonian American Art Museum di Washington DC, al Noorderlicht Fotofestival nei Paesi e in alcuni festival di fotografia in Cina.

Fonte: Wikipedia

Questo è il suo sito personale. Date un’occhiata anche ai suoi cortometraggi, qua

Qua trovate un’intervista rilasciata da Agou a Eric Kim nel 2014

Christophe Agou (1969 – September 2015) was a French documentary photographer and street photographer who lived in New York City. His work has been published in books and is held in public collections. He was a member of the In-Public street photography collective.

Agou was born in Montbrison, France in 1969. A self-taught photographer, Agou grew up in a small town in the Forez region, on the eastern side of the Massif Central.

From the early 1990s, Agou made documentary-style photographs in both black and white and color which take an allusive approach to the human condition. He also made short films and sculpture. In 1992, he moved to New York City.He began taking photographs in the streets that evoked a sense of longing and isolation. He made photographs at Ground Zero on September 11th, 2001, which were used in numerous publications. He first came to prominence with photographs taken in the New York City Subway, published in his book Life Below (2004).

In 2002 Agou returned to Forez. He traveled to the lesser-known parts of the region and got to know a community of family farmers whose identities are deeply rooted to the land. He photographed and filmed them at work and at home for eight years. This resulted in Face au Silence / In the Face of Silence, a documentary about rural life in early twenty-first century France. The work won him the 2010 European Publishers Award for Photography,and publication in six editions and in six languages.

He became a member of the In-Public street photography collective in 2005.

Agou died in September 2015 of cancer.

Source: Wikipedia

This is his personal website. Here are also some films he made

Here an interview given to Eric Kim in 2014