Perchè farsi un sito, in mezzo a questa bolgia fotografica.

Cosa rende diverso l’avere un sito, dalla semplice condivisione delle proprie immagini sui social media?

Sono da sempre sostenitrice della necessità di mostrare il proprio lavoro. I modi sono tanti e diversi.

Che tu sia un professionista o meno, condividere il tuo lavoro per un confronto con altri,  ti farà comunque crescere come fotografo.

Fino ad una decina di anni fa, avere un sito web, non era poi così scontato. Qualcuno aveva una pagina Facebook, Flickr ( che recentemente ha anche cambiato condizioni, difatti  dal 5 febbraio,  la piattaforma consentirà a ogni account di conservare al massimo mille immagini. Oltre questo limite procederà alla cancellazione) o successivamente Instagram , solo i professionisti, e non tutti, pubblicavano un sito.

Spero vi siate resi conto anche voi di come queste piattaforme stiano creando una grande confusione, nella selezione delle fotografie.

Ormai scansioniamo lo schermo dei nostri device  ad una velocità con la quale, è spesso difficile stabilire la qualità di un’immagine, ma più di tutto la qualità del lavoro che ci sta dietro.

Spesso le mie foto migliori, sono quelle che ricevono meno consenso, mentre le più facilmente leggibili ad un livello quasi esclusivamente estetico, vengono riempite di like, facendomi rimanere a sbavare per la rabbia, con la sensazione, insomma, che la gente non ci capisca un cacchio, oppure che non capisca un cacchio io.

Un sito, con le gallerie suddivise e le presentazioni ai propri progetti evidenziate,  ti consente di curare ciò che i tuoi follower vedono, ti consente di capire cosa davvero possa essere percepito come più meritevole di attenzione.

Certo è, che non per tutti, i social network, rappresentano una vetrina legata al lavoro, un modo per trovare ingaggi o contatti che non siano esclusivamente intrappolati dal veloce click su un like.

Quindi mi rivolgo soprattutto a chi intende presentarsi come fotografo in un modo più professionale.

Vero è che molti trovano lavoro proprio grazie ai social network, anche se molti meno di quanto anche io mi immaginassi.

Instagram è straordinario, mi dicono.  A livello mondiale ha oltre 600 milioni di utenti attivi ogni mese (dati di statista.com).

Twitter, Snapchat e LinkedIn sono ancora lontani da questo traguardo.

Però, non puoi certo fare milioni di euro semplicemente pubblicando due o tre foto al giorno utilizzando gli hashtag più popolari del momento. Ci  vogliono tempo, dedizione e strategie elaborate. Complicato. Davvero tanto.

Tutta la nostra attività sui social può, a mio parere, andare ad accompagnare la pubblicazione di un sito fatto bene, che permetta di essere visionato da chi davvero è interessato al nostro lavoro e al  nostro percorso in fotografia.

I motivi per farsi un sito sono questi:

  • avere un sito web è un modo professionale per costruire il tuo marchio e ti dà il pieno controllo, su come rappresenti te stesso e il tuo lavoro.
  • tutto ciò che riguarda il tuo sito web può essere personalizzato per costruire la tua impresa. Quando i clienti ti assumono, ti stanno assumendo per le tue foto e per te. La tua personalità e il tuo stile.
  • avere un sito web ti permetterà di semplificare le comunicazioni con i clienti potenziali, quello che fai è spiegato nel sito.
  • pubblicare il tuo sito web è ormai facile, ci sono opzioni disponibili per ogni budget e gusto estetico.
  • oggi quasi tutti si aspettano che ogni persona che vuole lavorare professionalmente, abbia un sito web.
  • la gente (che è curiosa) ama andare online e scoprire cose di te, prima di contattarti direttamente.

Ciao a tutti, Sara

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La fotografia in Italia, siamo alle cozze?

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Buongiorno! Grazie per la visita al blog!

Ecco  a cosa ho pensato.

Molti di noi cercano di farsi conoscere, di trovare lavoro come fotografi, come curatori, critici.

Mandiamo curriculum, fotografie, progetti. In molti, troppi casi, non si riceve risposta. Questa, vi assicuro, è una prerogativa tutta Italiana: la grandiosa, generosa, confortevole “non risposta via mail”. A me partirebbe il vaffanzoom diretto, generalmente mi contengo.

Mi è capitato perfino di ricevere una richiesta esplicita: mi mandi il tuo lavoro? Tu mandi e magicamente la persona sparisce, non risponde più. Rimandi una mail dopo qualche tempo e niente. Io rimango lì così,  tra lo stupito e il “ma perché non te ne vai a….?”

Fortunatamente non mi capita quasi più.

Cerco sempre di rispondere a chi scrive, qualche volta potrebbe essermi sfuggito, spero poche volte…

Non so come possa fare una persona che si avvicini oggi alla fotografia e suppongo questo valga in molti settori. Non so bene quale sia il modo giusto per farvi ascoltare se non lavorare bene con perseveranza, costanza e testa.

Anche se sai che stai facendo il meglio, stai lavorando bene, studi, ti impegni può essere che i risultati non arrivino.

Sembra comunque che la raccomandazione e le conoscenze siano ancora le strade più semplici. Non sapete quanto mi dispiace ammetterlo e chi mi conosce, lo sa bene.

La parola giusta, detta alla persona giusta, nel momento giusto.

Altro modo semplice è pagare i “nomi” della fotografia giusti che ti faranno comunque fare strada, perché hai investito soldi. Anche qui, non tutti sono disposti a cedere alle lusinghe dei soldi, non tutti li accetteranno a prescindere dalla qualità del lavoro proposto.

Nonostante questo, vedo troppi lavori, davvero mediocri, farsi strada nel mondo della fotografia, senza logica apparente.

Le persone hanno capito come vendersi bene, hanno capito che frequentare gli ambienti giusti, avere sempre una frase da dire, sorridere e ammiccare, sono metodi decenti.

Si, perché sapersi vendere è un’altra prerogativa di chi cammina veloce, da sempre. Oggi, inoltre,  i mezzi che abbiamo a disposizione sono ancor più veloci e gli aspiranti nel mondo della fotografia, tanti.

E tanti si sanno vendere.

Non ho niente contro la capacità in sé, anzi trovo sia una caratteristica positiva. Ma se l’unica capacità che hai è quella e di fronte hai gente che non distingue fotografia di m…. e buona fotografia (o non ritiene sia importante, giusto, meglio capirlo) il risultato è la diffusione di fotografia pessima…e questo dispiace. Sto combattendo contro questa “cosa” da anni. Mi dispiace.

Come saprete, forse qualcuno di voi si è reso conto, sto girando in lungo e largo l’Italia. Tra corsi, mostre e letture portfolio sono sempre in giro, quindi non parlo per frustrazione.

Bene! Questo mi ha dato la possibilità di capire alcune faccende del mondo della fotografia che “conta” e di quella che non conta.

La piccola fetta di gente che ha soldi in gestione e potrebbe davvero fare cose belle, coinvolgere i giovani, prepararli alla fotografia sia praticamente che culturalmente, spingere gli autori che hanno qualcosa da dire, migliorare il settore commerciale, tutelare gli archivi e aprire centri per la diffusione, i soldi se li “magna”.

Con questo non sto assolutamente affermando che ci siano singoli personaggi che prendono denaro. Questo non lo so e spero non sia così.

Sto dicendo che, anche dove ci sono fondi e potrebbero essere usati bene, niente, si perdono, vengono suddivisi malamente, non fruttano quanto dovrebbero, vengono affidati a persone che, a loro volta, li gestiscono male.

Non vale per tutti chiaramente, ho in mente esempi di festival gestiti con cura e associazioni fantastiche, in piedi da anni.

Ora.

Dato che conosco molte persone che si stanno impegnando seriamente, che amano la fotografia e non ‘spingono’ per convenienza gli amici e gli amici degli amici, piuttosto chi lo merita, mi chiedo: la modalità da raccomandazione molto Italiana, che porta alla lunga al disfacimento di un settore che si ritrova a non crescere, subentra perché cominciano a girare i soldi o già la scelta di chi viene messo a dirigere cose, fa schifo?

Sono i meccanismi troppo elaborati della burocrazia accompagnati dall’incapacità di incompetenti? Non so, non capisco.

Ci sono realtà che funzionano e che appena crescono, per bravura e perseveranza di chi crea questi circuiti di tipologie differenti (vedi festival, grosse associazioni, scuole ecc) niente, diventano un puttanaio.

Si litiga, ci si disgrega. Non si capisce più chi fa cosa e perché se non fa niente o fa da schifo, stia lì comunque.

Non si capisce perché la qualità dei lavori esposti in troppi casi decresce, tu chiedi e ti viene risposto candidamente, ah, ma questi vanno inseriti per forza.

Per forza?

Relativamente a questo, mi chiedo come stiano andando le cose successivamente agli ‘Stati generali della fotografia’, vi ricordate che furore l’anno scorso? Bene, qualcuno sa cosa stiano facendo? Non è una domanda polemica eh! Non lo so proprio e vorrei capirlo.

Qualcuno sa perché più di una volta mi hanno detto, lascia stare, non partecipare alle selezioni, sanno già chi scegliere.

Qualcuno sa perché spesso (mooolto) vengono presi autori stranieri per mostre, workshop ecc. Non siamo sufficientemente bravi o preparati qui? Fa figo lo straniero?

Qualcuno sa quale sia la motivazione per cui non si riesca ad unirsi in gruppi,  condividere a crescere per lasciare qualcosa a ‘sti ragazzi che si stanno avvicinando a questo mondo?

Stare fuori da questi circuiti è difficile, e anche se qualcuno potrebbe pensare di me (come mi ha fatto notare un mio amico fotografo) che io ci sia dentro in pieno, si sbaglia e non sa il culo che ti fai per starne lontano e continuare a lavorare sempre e al meglio.

Chiaramente ho amici, pochi (più nemici incazzati, non so manco per cosa) in questo mondo e se mi chiedono di esporre o di partecipare di qui e di là, io ci sono, sempre con gioia e tanta riconoscenza.

Ma mai ho chiesto: per favore mi fai fare questo o quello, mi coinvolgi che ne ho bisogno? Mai ho pagato per esporre, ho invece partecipato a premi in cui si prevedesse un’iscrizione in denaro. Mai ho ceduto a lusinghe velate o proposte esplicite che mi avrebbero condizionata nelle scelte successive. Chi mi conosce lo sa bene.

Molto di questo ha a che fare col fatto che vorrei sentirmi sempre libera di mandare a quel paese chi voglio, quando voglio.

La situazione mi preoccupa, anche se la mia strada è presa.

Ciao Sara

Quando la fotografia è inutile.

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Buongiorno a tutti!

Vi scrivo questo pensiero sulle fotografie che produciamo. Il mio ragionamento parte da un vecchio post, scritto per ridere che mi ha portato a fare piccoli ragionamenti su quello che “prendiamo” fotograficamente.

Nel 2016, secondo Deloitte, 2.5 trilioni di fotografie sono state condivise online e il 90% di queste scattate con uno smartphone.

Vi scrivo in numero per farvi capire meglio: 2.500.000.000.000.000.000

Nel mio post, prendendo la notizia in internet e senza pensarci troppo, ero stata stretta. Avevo affermato 1.300.000.000.000.000.000 nel 2017.

Inoltre avevo dichiarato che 1.299.000.000.000.000.000, fossero inutili, salvandone 1.000.000.000.000.000.

Mi sembrava un numero grandioso, ma no.

Qualcuno (più di uno) ha pensato che la differenza facesse 1 e mi ha accusata di essere presuntuosa dicendo che l’unica buona per me, fosse la mia. Carino!

Spiego, a questo punto, cosa intendo per fotografia utile e fotografia inutile.

Faccio una premessa secondo me fondamentale, ritengo una fotografia utile quando lo è per la comunità, per la società, non per il singolo individuo, altrimenti, ogni fotografia potrebbe essere utile, adeguata per chi la scatta, valida per chi la guarda. Valide ma non indispensabili.

Ma credo ci sia una differenza tra queste due foto che vi propongo, oppure no?

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“tette” non so di chi
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The ‘Tank Man’ stopping the column of T59 tanks on 5th June 1989. Photograph: Stuart Franklin/Magnum Photos

Certo, per qualcuno potrebbe essere più emozionante la prima, ma credo che tutti siano d’accordo con la valenza maggiore della seconda, oppure no?

Quindi, una fotografia è utile, secondo me, se mostra fatti che non erano mai stati visti, il fotogiornalismo in generale (indispensabile), oppure mostra interpretazioni di luoghi, personaggi e cose, come non erano mai state mostrate e interpretate (essenziale) allo stesso modo.

Come faccio ad avere certezza che non siano mai state interpretate in quel modo?

Il punto di riferimento per la maggior parte di noi, è sé stesso.

Per ognuno di noi il “mai visto” dipende da molti fattori, troppi e l’asticella si alza in base alla propria cultura visiva (quante immagini ho visto e capito) e a tutti quegli elementi che determinano la lettura di un’immagine (cultura, il luogo di nascita, la religione o l’età ecc.).

Però mi sono fatta una domanda. Torniamo indietro di qualche anno.

Che foto non avremmo mai fatto con le vecchie pellicole, quali sono le fotografie di cui avremmo fatto a meno?

Avremmo fotografato tutte ‘ste tette, culi, pizze, piedi, gatti, cani, sushi, vestiti ecc.? Credo di no. Gli scatti si pagavano, costava stamparli. Non le avremmo fatte o meglio le avremmo fatte ma non avremmo voluto pagare per guardarle. Non erano indispensabili.

Chiaramente, ci sono fotografie personali che non riguardano la comunità intera, le fotografie di famiglia, per esempio. Ognuno scatta le sue, le stampa e hanno valenza per una piccola comunità, amici e parenti. Per qualcuno dei familiari sono indispensabili, tanto quanto una fotografia che ha cambiato la storia del mondo.

Ma torniamo alle fotografie che ritengo inutili e che ho elencato sopra. La percezione che se ne ha non riguarda la cultura, il luogo di nascita, la religione o l’età, (tette, pizze e vestiti, hanno lo stesso valore, in termini fotografici, ovunque) non varieranno di molto e forse nemmeno di un po’, la vita della gente.

Siamo parte di una cultura che avvalora ogni azione, esperienza, dettaglio, ogni accadimento in ogni momento prende presunto valore e vita infinita, attraverso lo scatto fotografico. Si riceve un minuto di fama, sufficienti “mi piace”, per poi scivolare via velocemente, lasciando spazio ad altre fotografie” inutili” in cerca di attenzione. ognuno è il centro del mondo.

In questo senso le fotografie che prendiamo,  sono essenziali per noi e basta, evidentemente. Solo in questo senso, ogni fotografia è utile.

Ciao Sara

 

La solitudine del fotografo

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Be the bee body be boom. Sara munari

Qualsiasi fotografo che per un progetto specifico o per un lavoro continuativo (penso ai fotogiornalisti) abbia deciso di andare, partire per un posto vicino o lontano, sa a cosa mi riferisco.

Oggi vi parlo della mia solitudine, la solitudine di un fotografo.

La solitudine prende la testa e accompagna anche il corpo di chi viaggia, spesso per tutto il percorso. Non trovo sia una cosa negativa, è un modo, un sentimento che si insinua sulla strada che segui.

Non è il “lasciare le cose”, gli amici e la famiglia a casa.

Questo è per me anzi, stimolante.

Così come trovo insostituibile le sensazioni che si sentono nel provare nuovi cibi, vedere nuove facce, regalare gli occhi e la mente ad altri luoghi, per raccogliere immagini.

Ognuna di queste esperienze ti fa rivalutare te stesso, ti da l’opportunità di ridurre pregiudizi e povere categorie mentali.

Sembra tutto positivo.

Poi, in me, subentra questo sentimento che mi avvolge il giorno e peggiora durante la notte.

Non dipende dal fatto che tu sia solo o accompagnato.

Forse riguarda la comprensione delle cose, la presa di coscienza, la consapevolezza della fluidità della nostra vita, che tenti di bloccare ingenuamente su piccoli riquadri di carta bidimensionali.

Creo un legame sottile quanto un foglio di carta da stampa, con questi uomini, queste donne, imprigionate nelle mie “cornici”.

In qualche caso il legame è intenso e mi da l’opportunità di annodare anche voi a me, quando dedicate tempo a guardare la “vita nelle mie immagini”.

Il bagaglio (anche se io parto con uno zaino davvero piccolo) si fa più pesante e ho l’impressione che cresca la solitudine che provo.

Abbandonati pregiudizi e preconcetti ci si sente soli e vuoti finché non troviamo occhi nuovi con cui rubare vita agli altri e di conseguenza a noi stessi.

Costruiamo memoria e moriamo un po’.

Uaaaaaauaaaauaaauaaa (faccina che piange a dirotto)

Vado a fare un giro, va’.

Ciao Sara

Nessuna fotografia mi stupisce più.

27Ciao! Buongiorno!

Ieri pensavo, ma come mai così poche cose mi stanno stupendo in fotografia?

Come mai mi stupiscono maggiormente lavori di grandi autori del passato?

Mi son data alcune possibili risposte:

La prima riguarda la comprensione legata alla ‘riconoscibilità’ nel tempo.

Mi son detta che è più semplice riconoscere un lavoro che conoscerlo da zero. Le foto del passato sono già (non tutte una ad una ☺), per il nostro hard disk interno, incasellabili come genere, stile, linguaggio. In sostanza le stiamo inserendo in scatole che già abbiamo confezionato, conosciamo spesso gli eventi a cui sono legate, i tempi e i risvolti. Più semplici da digerire, insomma.

La seconda riguarda la comprensione, da parte degli ‘artisti’ in generale, delle faccende del mondo. Gli artisti prevedono, svelano, ci spiegano. Che l’arte stia dormendo/morendo un po’ perché la realtà ha superato le più grandi proiezioni della nostra fantasia?

Ci si ritrova così, senza pensieri sufficienti e idee che possano essere sfruttate per srotolare dubbi e svelare sorprendenti soggetti. Già fatto, già visto, già pensato, già compreso: è troppo tardi.

Eppure questa è una condizione che credo naturale, ci siamo sempre sentiti un po’ così…

Probabilmente non ci si aspetta nemmeno più che le “cose” siano reali o che un avvenimento sia davvero accaduto. Anche se la “verità” è una caratteristica che abbiamo sempre attribuito alla fotografia. Se è nella fotografia, è stato nella realtà.

Questa ‘realtà’ dei soggetti non è più richiesta (se non nel fotogiornalismo in cui si richiede una lucidità nella ricostruzione degli eventi), forse nemmeno più desiderata. Si spera quasi che nella fantasia, asciugata nelle opportunità, come ho detto prima, viva ancora qualcosa che verosimilmente ci possa compiacere piuttosto che qualcosa di veramente vero (scusate il gioco di parole).

Sembra l’era della verità verosimile, una post verità non proprio reale. In questo senso, se non devo concentrarmi sulla realtà, posso quindi tranquillamente spostare la mia attenzione, come fotografo, come comunicatore, sull’estetica. Quindi, in circolazione ci sono delle gran belle foto che effettivamente non dicono, non svelano, non raccontano una cippa! Si sentono tanto belle anche da sole e basta a tutti così.

Terza possibilità riguarda una sana invidia, una cosa del tipo: Ma cosa cacchio ci fa sta cagata in un museo quando io sono molto, ma mooolto meglio come fotografo? Mi rifiuto di capire e vorrei parlare con il curatore. Datemi il suo cellulare, per favore!

Non per capire, piuttosto per insultarlo, lui e il fotografo. Suvvia, basta con ‘ste boiate! 😂

Ecco, questi i miei dubbi di oggi sulla fotografia. Chiaramente ci saranno illuminati più luminosi che la vedranno differentemente, in questo caso: mi spegneranno!

Ciao

Sara

 

Tutti critici, ignoranti.

comic-characters-2026313_960_720Buongiorno a tutti!

Ho postato, attraverso il blog, fotografie di un autore che ha lavorato prevalentemente negli anni sessanta/settanta. Non che dopo non abbia fatto più niente, diciamo che viene ricordato soprattutto per i lavori prodotti in quel periodo.
Lui è Lewis Baltz.
Ecco il link all’articolo

La gente, al solito, si è messa a commentare le fotografie di questo autore dicendo, questa mi piace, questa non mi piace, questa poteva farla meglio!
Pazzesco non credete?
Mario Pellegrino Rossi che commenta le fotografie di un autore che ha, da parte sua, consolidato quello che ancora oggi si definisce “minimalismo”, in fotografia…

Ma quando è successo che ci siamo trasformati tutti in critici e fotografi?
Questa faccenda mi sconvolge sempre.

A parte questo.
Provate a pensare, quando siete di fronte a fotografie di grandi autori, perché decretati non solo dalla critica ma anche dal tempo, che se vi piacciono o meno le loro immagini, non frega niente a nessuno.

Provate solo a pensare per un attimo che parte del vostro modo di fotografare (le stesse cose), deriva proprio da quegli autori che per primi hanno visto e catturato il soggetto in quella precisa maniera. Spesso quello che viene dopo sono brutte copie, scattate tardi e senza lo stesso contenuto, svuotate anche dei concetti che avevano mosso i fotografi per produrre, in quel tempo, quei progetti. Solo in qualche caso (pochi, pochi) miglioriamo il lavoro di altri, se svolto allo stesso modo. Più che altro aggiungiamo frasi a racconti già intrapresi.
Il giudicare dicendomi: Ma scusa, perché non posso dire che mi fanno schifo?
Perché non posso dire che io l’avrei scattata diversamente e meglio?

I motivi sono parecchi:
1) Il lavoro di un autore, riguardo ad un determinato argomento, si giudica dal complesso delle immagini, non per il singolo scatto.
2) Il lavoro di un autore si giudica se si conosce il periodo storico nel quale sono state scattate le foto.
3) Il lavoro di un autore si giudica se si conosce il luogo nel quale sono scattate.
4) Il lavoro di un autore si giudica se si conoscono i concetti che stanno dietro alle foto.
5) Il lavoro di un autore si giudica se si conoscono le motivazioni che hanno spinto a trattare quell’argomento, in quel preciso momento, con quella precisa modalità.

Detto questo, il lavoro di un autore riconosciuto e affermato si guarda con attenzione, cercando di capire il più possibile, anche se non è nelle nostre corde, quindi non ci piace!

Tutto il resto sono chiacchiere da bar con un approccio tanto superficiale, quanto il giudizio che si da alle tette di Minnie a dodici anni (se si è uomini) e al culo di Robert Downey jr (se si è donne) … a tratti anche l’opposto.

Ciao
Sara

Cosa non dovete dire a un fotografo.

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È facile essere fotografi, vero?

Cosa c’è di difficile nello scattare una foto?

Quante volte l’ho sentito dire.

A me lo ha detto perfino mio padre.

Mi son fatta una bella lista delle cazzate che sento più spesso.

1) Per il matrimonio, le foto le fa mio cugino, oppure compriamo delle usa e getta e teniamo le foto prodotte con quelle, tanto cambia poco. Come mangiare una merendina dietetica (quelle in compensato) e dire che è uguale alla crostata al cioccolato con panna.

2) Bella foto, l’hai costruita in Photoshop!  Il mio motto è sempre stato: una foto di merda scattata, rimane una foto di merda ritoccata!

3) Che belle foto, devi avere una super macchina fotografica. Si, certo…di sicuro. Le foto le fa da sola difatti… manco so come si chiama la mia macchina e mi confondo regolarmente!

4 )Conosco uno che mi fa le foto ad un prezzo più basso! Sicuro lo conosci e magari è pure bravo, ma forse fa foto di merda! Comunque è meglio che tu vada da lui. Risparmiare è importante! Quando vi dicono questa frase sono, per esperienza, pianta grane. Creeranno altri problemi.

5) Mi raccomando, mi faccia bella! E vabbè, ci si prova.. ma se assomigli ad una pantegana, posso fare del mio meglio, ma al massimo assomiglierai a un topo! Alternativa è: Mi raccomando, mi faccia magra! 180kg di donna.

6) Questa foto sapevo farla anche io! Questo mi è successo personalmente. Commento ricevuto da un insospettabile conoscitore della materia. Rispondo: quando qualcuno dice così, significa che lo sa rifare, non fare. Altrimenti lo avrebbe già fatto. (Bruno Munari)

7) Bella foto, sembra un quadro! E qui mi parte proprio l’embolo.

8) Lo sfondo è mosso, lo puoi sistemare (lo sfondo è sfuocato e non si sistema)

9) Vieni a fare due scatti e io in cambio ti faccio pubblicità ( i due scatti sono 8 ore di lavoro e anche se fossero due scatti, si pagano cocco, altrimenti vieni a casa mia a cucinare o stirare due cose la sera, io ti faccio pubblicità)

10) Chissenefrega della reflex, col il cellulare le faccio meglio! Si, SICURO, perché non sai usare la reflex.

Ciao

Sara