Perchè farsi un sito, in mezzo a questa bolgia fotografica.

Cosa rende diverso l’avere un sito, dalla semplice condivisione delle proprie immagini sui social media?

Sono da sempre sostenitrice della necessità di mostrare il proprio lavoro. I modi sono tanti e diversi.

Che tu sia un professionista o meno, condividere il tuo lavoro per un confronto con altri,  ti farà comunque crescere come fotografo.

Fino ad una decina di anni fa, avere un sito web, non era poi così scontato. Qualcuno aveva una pagina Facebook, Flickr ( che recentemente ha anche cambiato condizioni, difatti  dal 5 febbraio,  la piattaforma consentirà a ogni account di conservare al massimo mille immagini. Oltre questo limite procederà alla cancellazione) o successivamente Instagram , solo i professionisti, e non tutti, pubblicavano un sito.

Spero vi siate resi conto anche voi di come queste piattaforme stiano creando una grande confusione, nella selezione delle fotografie.

Ormai scansioniamo lo schermo dei nostri device  ad una velocità con la quale, è spesso difficile stabilire la qualità di un’immagine, ma più di tutto la qualità del lavoro che ci sta dietro.

Spesso le mie foto migliori, sono quelle che ricevono meno consenso, mentre le più facilmente leggibili ad un livello quasi esclusivamente estetico, vengono riempite di like, facendomi rimanere a sbavare per la rabbia, con la sensazione, insomma, che la gente non ci capisca un cacchio, oppure che non capisca un cacchio io.

Un sito, con le gallerie suddivise e le presentazioni ai propri progetti evidenziate,  ti consente di curare ciò che i tuoi follower vedono, ti consente di capire cosa davvero possa essere percepito come più meritevole di attenzione.

Certo è, che non per tutti, i social network, rappresentano una vetrina legata al lavoro, un modo per trovare ingaggi o contatti che non siano esclusivamente intrappolati dal veloce click su un like.

Quindi mi rivolgo soprattutto a chi intende presentarsi come fotografo in un modo più professionale.

Vero è che molti trovano lavoro proprio grazie ai social network, anche se molti meno di quanto anche io mi immaginassi.

Instagram è straordinario, mi dicono.  A livello mondiale ha oltre 600 milioni di utenti attivi ogni mese (dati di statista.com).

Twitter, Snapchat e LinkedIn sono ancora lontani da questo traguardo.

Però, non puoi certo fare milioni di euro semplicemente pubblicando due o tre foto al giorno utilizzando gli hashtag più popolari del momento. Ci  vogliono tempo, dedizione e strategie elaborate. Complicato. Davvero tanto.

Tutta la nostra attività sui social può, a mio parere, andare ad accompagnare la pubblicazione di un sito fatto bene, che permetta di essere visionato da chi davvero è interessato al nostro lavoro e al  nostro percorso in fotografia.

I motivi per farsi un sito sono questi:

  • avere un sito web è un modo professionale per costruire il tuo marchio e ti dà il pieno controllo, su come rappresenti te stesso e il tuo lavoro.
  • tutto ciò che riguarda il tuo sito web può essere personalizzato per costruire la tua impresa. Quando i clienti ti assumono, ti stanno assumendo per le tue foto e per te. La tua personalità e il tuo stile.
  • avere un sito web ti permetterà di semplificare le comunicazioni con i clienti potenziali, quello che fai è spiegato nel sito.
  • pubblicare il tuo sito web è ormai facile, ci sono opzioni disponibili per ogni budget e gusto estetico.
  • oggi quasi tutti si aspettano che ogni persona che vuole lavorare professionalmente, abbia un sito web.
  • la gente (che è curiosa) ama andare online e scoprire cose di te, prima di contattarti direttamente.

Ciao a tutti, Sara

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Selfie col morto!

26172943_10215113733546638_8946061208491372200_oSara Munari, Positano 2018

I selfie sono ovunque nel mondo dei social media.

Mentre alcune persone li amano, altri li odiano, anche se sono più popolari che mai.

Ogni tanto penso che, quando mio nipote tra qualche anno, farà una ricerca sul web, di qualsiasi cosa, cercando “immagini” gli compariranno, pizze con faccia, tette con faccia, facce con faccia, culi con faccia (?), sushi e altre cose di questo tipo. Spero abbia la voglia e la perseveranza di approfondire.

Anche io sono colpevole, sulla mia stessa pagina facebook, mi è capitato di postare qualche selfie.

Cosa dicono esattamente i selfie delle persone ritratte?

Per capire i selfie, le persone hanno bisogno di capire le motivazioni che stanno dietro queste immagini, insieme ai motivi per cui tendono a diventare virali.

Le persone si fanno selfie ovunque, facendo qualsiasi cosa.

Pubblicano poi le immagini sui social media dove centinaia di persone potranno vederle. Solo un paio di decenni fa, gli individui con tale esposizione, sarebbero state considerate delle celebrità.

Stiamo forse cercando notorietà in ogni modo possibile?

Del resto farsi un selfie costa davvero poca energia…e allora, selfiamoci tutti!

I social media sono stati creati per aiutare le persone a connettersi l’un l’altro e molte persone usano questa scusa come “spinta” dietro la pubblicazione di tutto, dal nuovo paio di scarpe alle foto di matrimonio, dei figli, di cibo ecc.

Diventa subito chiaro che una cosa che molte persone cercano tramite i loro selfie è una “botta” di autostima. Da un punto di vista psicologico, sono probabilmente alla ricerca di una strada per soddisfare questo bisogno e la hanno trovata su facebook o simili. Ogni condivisione , ogni commento positivo è una spinta alla loro fiducia e via altri selfie…

“Guardami, io sono questo. Sono bello, buono e felice.”

Nella vita reale, le persone cercano costantemente di emergere, con le parole, con gli abiti, con ciò che acquistano. Non è sempre logico, ma è così.

I selfie rappresentano questo, una dichiarazione al mondo per distinguersi, per essere parte di qualcosa.

Questa voglia è un aspetto comune del comportamento umano e potrebbe indicare le ragioni alla base della popolarità che cerchiamo con gli autoscatti.

Siamo cresciuti con l’avvento di Internet. Milioni di persone in tutto il mondo, stanno cercando uno “fine” e lo stanno facendo anche online.

I selfie sembrano avere un ruolo importante per rispondere a questi bisogni psicologici. Da fuori, potrebbe sembrare un’esplosione narcisistica, ma uno sguardo più attento chiarisce che non è solo questo. Un selfie è l’espressione dell’identità di una persona, un metodo per trovare se stessi, per conoscersi.

Serve per dimostrare che siamo stati qui e abbiamo fatto la differenza.

Forse.

Certo se li accomuno alla fotografia fatta con consapevolezza, rabbrividisco un po’…ma ormai rabbrividisco di fronte a molta fotografia!

Poi arrivano gli eccessi. Ultimamente mi sono imbattuta in selfie spaventosi, a mio parere.

Il caso dell’incidente ferroviario con l’uomo che si fa il selfie mentre la donna investita è senza gambe (perchè tranciate dal treno) sui binari.

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Questo ragazzo ruba il corpo della sua donna all’obitorio e lo posta su internet.

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Kinana Allouche lavora per la tv filogovernativa in Siria e mostra i suoi selfie mentre lavora al fianco dell’esercito, su Facebook.

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Gli esempi sono infiniti, basta cercarli in rete.

Stiamo superando i limiti? E’ tutto concesso?  Quando, questo comportamento, non è più da considerarsi normale? Il rispetto per un defunto, un ferito e chiunque sia in difficoltà, passa in secondo piano, terzo, quarto e subentra un comportamento che mi sembra quantomeno strano. La condanna morale da parte mia è inevitabile.

Chi insegnerà a mio nipote quali sono i limiti? Spero di poterlo fare io.

I limiti non hanno a che fare con la fotografia (anche se abbiamo visto nella storia immagini crude e violente di qualsiasi soggetto), hanno a che fare con l’uomo e il rispetto dell’uomo.

Il ritrarre una scena stando dietro la macchina fotografica ha un sapore meno violento del coinvolgersi in un avvenimento legato morte o sofferenza. Perché dovrebbe venire la voglia di parteciparvi? Io non ho risposta.

Un fotografo di cronaca o  fotogiornalista si trova di fronte al dolore spesso e lo fa di mestiere. Perchè un cittadino comune, senza intento documentario, senza motivazione  apparente logica, desidera essere lì?

Ci devo pensare su.

Ciao

Sara

I motivi per cui alcune persone non desiderano essere fotografate, rispettateli!

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Sara Munari, Vietnam

Quali sono i motivi per cui alcune persone non amano o non desiderano essere fotografate.

Le ragioni sono svariate e spesso dipendono da ragioni che non sta a noi fotografi giudicare, piuttosto, rispettare.

Vi faccio alcuni esempi che spero possano avvalere la mia tesi sul rispetto.

Una ragione logica potrebbe essere la condizione in cui ci si trova  la persona (volontariamente o meno) in termini di mancanza di permessi di soggiorno, situazioni di consapevolezza della propria situazione disagiata, in un periodo specifico della sua vita.

Perché fotografare gente di colore chiaramente in situazione difficile, ‘barboni’, poveri, feriti, malcapitati di tutti i generi che non hanno voglia di essere ripresi?

Voi direte, per documentare una situazione sociale. Bene, sappiate che fotogiornalisti di professione avranno già trattato lo stesso tema e meglio. Entrando in contatto con il gruppo o l’individuo in questione e raccontandone le vicende. Se siete in grado di farlo in modo professionale, siete i benvenuti, ma scattare per strada a poveri o ‘esclusi’ di qualsiasi genere,  senza progettualità o consapevolezza, non fa di fotografi ma avvoltoi…

Un altro motivo logico può essere la vergogna, il provare vergogna, per ragioni differenti, di fronte all’obiettivo. Quindi, se non strettamente necessario, perché insistere?

Nel mio caso, per esempio, l’immagine di me bidimensionale, non mi piace particolarmente. Se c’è da fare una foto, la faccio tranquillamente, già consapevole di non piacermi, quindi eviterei nella maggior parte dei casi. 

Probabilmente è legato al fatto che si abbia la sensazione di non poter controllare il risultato per evitare che la propria immagine, non particolarmente amata, giri per il mondo.

Quindi se posso evitare e non mi va, non mi faccio fotografare e rispetto la stessa necessità da parte di altri individui.

Altro motivo potrebbe essere la quantità di immagini in circolazione, il finire in mezzo al marasma di fotografie del cacchio che circolano, è un pensiero al quale si potrebbe dare peso. 

In qualche caso, soprattutto all’estero, ci sono motivi religiosi che spingono le persone a non amare l’essere fotografate.

Conviene proprio adeguarsi per evitare casini…come è capitato a me, con relativa fuga e inseguimento. Ho imparato a rispettare le regole che esistono nel luogo in cui mi reco e ad avere riguardo sia dei posti che delle persone che per scelta personale o scelta imposta, non vogliono essere riprese.

Vi do un consiglio, chiedetevi sempre se voi, nella stessa condizione, vorreste essere fotografati. Se la risposta è NO, perché lo imponete ad altri?

Sara

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Web: www.saramunari.it

 

 

La fotografia in Italia, siamo alle cozze?

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Buongiorno! Grazie per la visita al blog!

Ecco  a cosa ho pensato.

Molti di noi cercano di farsi conoscere, di trovare lavoro come fotografi, come curatori, critici.

Mandiamo curriculum, fotografie, progetti. In molti, troppi casi, non si riceve risposta. Questa, vi assicuro, è una prerogativa tutta Italiana: la grandiosa, generosa, confortevole “non risposta via mail”. A me partirebbe il vaffanzoom diretto, generalmente mi contengo.

Mi è capitato perfino di ricevere una richiesta esplicita: mi mandi il tuo lavoro? Tu mandi e magicamente la persona sparisce, non risponde più. Rimandi una mail dopo qualche tempo e niente. Io rimango lì così,  tra lo stupito e il “ma perché non te ne vai a….?”

Fortunatamente non mi capita quasi più.

Cerco sempre di rispondere a chi scrive, qualche volta potrebbe essermi sfuggito, spero poche volte…

Non so come possa fare una persona che si avvicini oggi alla fotografia e suppongo questo valga in molti settori. Non so bene quale sia il modo giusto per farvi ascoltare se non lavorare bene con perseveranza, costanza e testa.

Anche se sai che stai facendo il meglio, stai lavorando bene, studi, ti impegni può essere che i risultati non arrivino.

Sembra comunque che la raccomandazione e le conoscenze siano ancora le strade più semplici. Non sapete quanto mi dispiace ammetterlo e chi mi conosce, lo sa bene.

La parola giusta, detta alla persona giusta, nel momento giusto.

Altro modo semplice è pagare i “nomi” della fotografia giusti che ti faranno comunque fare strada, perché hai investito soldi. Anche qui, non tutti sono disposti a cedere alle lusinghe dei soldi, non tutti li accetteranno a prescindere dalla qualità del lavoro proposto.

Nonostante questo, vedo troppi lavori, davvero mediocri, farsi strada nel mondo della fotografia, senza logica apparente.

Le persone hanno capito come vendersi bene, hanno capito che frequentare gli ambienti giusti, avere sempre una frase da dire, sorridere e ammiccare, sono metodi decenti.

Si, perché sapersi vendere è un’altra prerogativa di chi cammina veloce, da sempre. Oggi, inoltre,  i mezzi che abbiamo a disposizione sono ancor più veloci e gli aspiranti nel mondo della fotografia, tanti.

E tanti si sanno vendere.

Non ho niente contro la capacità in sé, anzi trovo sia una caratteristica positiva. Ma se l’unica capacità che hai è quella e di fronte hai gente che non distingue fotografia di m…. e buona fotografia (o non ritiene sia importante, giusto, meglio capirlo) il risultato è la diffusione di fotografia pessima…e questo dispiace. Sto combattendo contro questa “cosa” da anni. Mi dispiace.

Come saprete, forse qualcuno di voi si è reso conto, sto girando in lungo e largo l’Italia. Tra corsi, mostre e letture portfolio sono sempre in giro, quindi non parlo per frustrazione.

Bene! Questo mi ha dato la possibilità di capire alcune faccende del mondo della fotografia che “conta” e di quella che non conta.

La piccola fetta di gente che ha soldi in gestione e potrebbe davvero fare cose belle, coinvolgere i giovani, prepararli alla fotografia sia praticamente che culturalmente, spingere gli autori che hanno qualcosa da dire, migliorare il settore commerciale, tutelare gli archivi e aprire centri per la diffusione, i soldi se li “magna”.

Con questo non sto assolutamente affermando che ci siano singoli personaggi che prendono denaro. Questo non lo so e spero non sia così.

Sto dicendo che, anche dove ci sono fondi e potrebbero essere usati bene, niente, si perdono, vengono suddivisi malamente, non fruttano quanto dovrebbero, vengono affidati a persone che, a loro volta, li gestiscono male.

Non vale per tutti chiaramente, ho in mente esempi di festival gestiti con cura e associazioni fantastiche, in piedi da anni.

Ora.

Dato che conosco molte persone che si stanno impegnando seriamente, che amano la fotografia e non ‘spingono’ per convenienza gli amici e gli amici degli amici, piuttosto chi lo merita, mi chiedo: la modalità da raccomandazione molto Italiana, che porta alla lunga al disfacimento di un settore che si ritrova a non crescere, subentra perché cominciano a girare i soldi o già la scelta di chi viene messo a dirigere cose, fa schifo?

Sono i meccanismi troppo elaborati della burocrazia accompagnati dall’incapacità di incompetenti? Non so, non capisco.

Ci sono realtà che funzionano e che appena crescono, per bravura e perseveranza di chi crea questi circuiti di tipologie differenti (vedi festival, grosse associazioni, scuole ecc) niente, diventano un puttanaio.

Si litiga, ci si disgrega. Non si capisce più chi fa cosa e perché se non fa niente o fa da schifo, stia lì comunque.

Non si capisce perché la qualità dei lavori esposti in troppi casi decresce, tu chiedi e ti viene risposto candidamente, ah, ma questi vanno inseriti per forza.

Per forza?

Relativamente a questo, mi chiedo come stiano andando le cose successivamente agli ‘Stati generali della fotografia’, vi ricordate che furore l’anno scorso? Bene, qualcuno sa cosa stiano facendo? Non è una domanda polemica eh! Non lo so proprio e vorrei capirlo.

Qualcuno sa perché più di una volta mi hanno detto, lascia stare, non partecipare alle selezioni, sanno già chi scegliere.

Qualcuno sa perché spesso (mooolto) vengono presi autori stranieri per mostre, workshop ecc. Non siamo sufficientemente bravi o preparati qui? Fa figo lo straniero?

Qualcuno sa quale sia la motivazione per cui non si riesca ad unirsi in gruppi,  condividere a crescere per lasciare qualcosa a ‘sti ragazzi che si stanno avvicinando a questo mondo?

Stare fuori da questi circuiti è difficile, e anche se qualcuno potrebbe pensare di me (come mi ha fatto notare un mio amico fotografo) che io ci sia dentro in pieno, si sbaglia e non sa il culo che ti fai per starne lontano e continuare a lavorare sempre e al meglio.

Chiaramente ho amici, pochi (più nemici incazzati, non so manco per cosa) in questo mondo e se mi chiedono di esporre o di partecipare di qui e di là, io ci sono, sempre con gioia e tanta riconoscenza.

Ma mai ho chiesto: per favore mi fai fare questo o quello, mi coinvolgi che ne ho bisogno? Mai ho pagato per esporre, ho invece partecipato a premi in cui si prevedesse un’iscrizione in denaro. Mai ho ceduto a lusinghe velate o proposte esplicite che mi avrebbero condizionata nelle scelte successive. Chi mi conosce lo sa bene.

Molto di questo ha a che fare col fatto che vorrei sentirmi sempre libera di mandare a quel paese chi voglio, quando voglio.

La situazione mi preoccupa, anche se la mia strada è presa.

Ciao Sara

Quando la fotografia è inutile.

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Buongiorno a tutti!

Vi scrivo questo pensiero sulle fotografie che produciamo. Il mio ragionamento parte da un vecchio post, scritto per ridere che mi ha portato a fare piccoli ragionamenti su quello che “prendiamo” fotograficamente.

Nel 2016, secondo Deloitte, 2.5 trilioni di fotografie sono state condivise online e il 90% di queste scattate con uno smartphone.

Vi scrivo in numero per farvi capire meglio: 2.500.000.000.000.000.000

Nel mio post, prendendo la notizia in internet e senza pensarci troppo, ero stata stretta. Avevo affermato 1.300.000.000.000.000.000 nel 2017.

Inoltre avevo dichiarato che 1.299.000.000.000.000.000, fossero inutili, salvandone 1.000.000.000.000.000.

Mi sembrava un numero grandioso, ma no.

Qualcuno (più di uno) ha pensato che la differenza facesse 1 e mi ha accusata di essere presuntuosa dicendo che l’unica buona per me, fosse la mia. Carino!

Spiego, a questo punto, cosa intendo per fotografia utile e fotografia inutile.

Faccio una premessa secondo me fondamentale, ritengo una fotografia utile quando lo è per la comunità, per la società, non per il singolo individuo, altrimenti, ogni fotografia potrebbe essere utile, adeguata per chi la scatta, valida per chi la guarda. Valide ma non indispensabili.

Ma credo ci sia una differenza tra queste due foto che vi propongo, oppure no?

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“tette” non so di chi
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The ‘Tank Man’ stopping the column of T59 tanks on 5th June 1989. Photograph: Stuart Franklin/Magnum Photos

Certo, per qualcuno potrebbe essere più emozionante la prima, ma credo che tutti siano d’accordo con la valenza maggiore della seconda, oppure no?

Quindi, una fotografia è utile, secondo me, se mostra fatti che non erano mai stati visti, il fotogiornalismo in generale (indispensabile), oppure mostra interpretazioni di luoghi, personaggi e cose, come non erano mai state mostrate e interpretate (essenziale) allo stesso modo.

Come faccio ad avere certezza che non siano mai state interpretate in quel modo?

Il punto di riferimento per la maggior parte di noi, è sé stesso.

Per ognuno di noi il “mai visto” dipende da molti fattori, troppi e l’asticella si alza in base alla propria cultura visiva (quante immagini ho visto e capito) e a tutti quegli elementi che determinano la lettura di un’immagine (cultura, il luogo di nascita, la religione o l’età ecc.).

Però mi sono fatta una domanda. Torniamo indietro di qualche anno.

Che foto non avremmo mai fatto con le vecchie pellicole, quali sono le fotografie di cui avremmo fatto a meno?

Avremmo fotografato tutte ‘ste tette, culi, pizze, piedi, gatti, cani, sushi, vestiti ecc.? Credo di no. Gli scatti si pagavano, costava stamparli. Non le avremmo fatte o meglio le avremmo fatte ma non avremmo voluto pagare per guardarle. Non erano indispensabili.

Chiaramente, ci sono fotografie personali che non riguardano la comunità intera, le fotografie di famiglia, per esempio. Ognuno scatta le sue, le stampa e hanno valenza per una piccola comunità, amici e parenti. Per qualcuno dei familiari sono indispensabili, tanto quanto una fotografia che ha cambiato la storia del mondo.

Ma torniamo alle fotografie che ritengo inutili e che ho elencato sopra. La percezione che se ne ha non riguarda la cultura, il luogo di nascita, la religione o l’età, (tette, pizze e vestiti, hanno lo stesso valore, in termini fotografici, ovunque) non varieranno di molto e forse nemmeno di un po’, la vita della gente.

Siamo parte di una cultura che avvalora ogni azione, esperienza, dettaglio, ogni accadimento in ogni momento prende presunto valore e vita infinita, attraverso lo scatto fotografico. Si riceve un minuto di fama, sufficienti “mi piace”, per poi scivolare via velocemente, lasciando spazio ad altre fotografie” inutili” in cerca di attenzione. ognuno è il centro del mondo.

In questo senso le fotografie che prendiamo,  sono essenziali per noi e basta, evidentemente. Solo in questo senso, ogni fotografia è utile.

Ciao Sara

 

La solitudine del fotografo

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Be the bee body be boom. Sara munari

Qualsiasi fotografo che per un progetto specifico o per un lavoro continuativo (penso ai fotogiornalisti) abbia deciso di andare, partire per un posto vicino o lontano, sa a cosa mi riferisco.

Oggi vi parlo della mia solitudine, la solitudine di un fotografo.

La solitudine prende la testa e accompagna anche il corpo di chi viaggia, spesso per tutto il percorso. Non trovo sia una cosa negativa, è un modo, un sentimento che si insinua sulla strada che segui.

Non è il “lasciare le cose”, gli amici e la famiglia a casa.

Questo è per me anzi, stimolante.

Così come trovo insostituibile le sensazioni che si sentono nel provare nuovi cibi, vedere nuove facce, regalare gli occhi e la mente ad altri luoghi, per raccogliere immagini.

Ognuna di queste esperienze ti fa rivalutare te stesso, ti da l’opportunità di ridurre pregiudizi e povere categorie mentali.

Sembra tutto positivo.

Poi, in me, subentra questo sentimento che mi avvolge il giorno e peggiora durante la notte.

Non dipende dal fatto che tu sia solo o accompagnato.

Forse riguarda la comprensione delle cose, la presa di coscienza, la consapevolezza della fluidità della nostra vita, che tenti di bloccare ingenuamente su piccoli riquadri di carta bidimensionali.

Creo un legame sottile quanto un foglio di carta da stampa, con questi uomini, queste donne, imprigionate nelle mie “cornici”.

In qualche caso il legame è intenso e mi da l’opportunità di annodare anche voi a me, quando dedicate tempo a guardare la “vita nelle mie immagini”.

Il bagaglio (anche se io parto con uno zaino davvero piccolo) si fa più pesante e ho l’impressione che cresca la solitudine che provo.

Abbandonati pregiudizi e preconcetti ci si sente soli e vuoti finché non troviamo occhi nuovi con cui rubare vita agli altri e di conseguenza a noi stessi.

Costruiamo memoria e moriamo un po’.

Uaaaaaauaaaauaaauaaa (faccina che piange a dirotto)

Vado a fare un giro, va’.

Ciao Sara

Vuoi aprire un blog di fotografia? Ecco come fare!

INV150601OldCameras-2-2-1024x488Ciao a tutti!

Oggi vorrei condividere la mia esperienza e le motivazioni per cui ho aperto un blog di fotografia.

Ho aperto il blog a gennaio 2015. Non so nemmeno perché l’ho fatto. Soprassediamo…

Da subito o quasi, ho coinvolto due amici nell’avventura. Oggi siamo in 5 più due collaboratrici.

L’esperienza è positiva e interessante, a tratti stressante! 🙂

Inizialmente postavo articoli ogni giorno fino ad arrivare a due, tre articoli a settimana dell’ultimo periodo.

Il 99% dei blog chiude dopo pochi mesi. Seguire un blog non è semplice e implica molto impegno e costanza.

Diciamo che continui per passione e amore per la materia che decidi di trattare.

Per me il blog è diventato il modo di offrire un servizio che spero, in qualche caso, possa dare spunti o fare ragionare su argomenti relativi alla fotografia.

Perché aprire un blog

Chiedetevi subito quanta passione coltivate per la fotografia.

Davvero questa materia vi interessa a fondo?

Siete curiosi e perseveranti nella comprensione dei temi attinenti questa materia?

Puoi trattare argomenti diversi: tecnica, storia, critica, cultura generale, elementi di approccio partico oppure offrire una newsletter su eventi relativi.

Nel mio blog io parlo della mia esperienza personale, rispondo alle domande che mi vengono fatte durante i corsi e workshop che tengo in giro per l’Italia e all’estero, offro un servizio relativo ad eventi, mostre e premi, propongo autori, interviste a fotografi ed una piccola parte tecnica.

Subito dovresti chiederti: ma quanto so di questi argomenti? Posso offrire contenuti che altri non sarebbero in grado di dare?

Spesso scopro che qualcuno copia o prende in parte articoli miei per comporre i propri, non mi infastidisce, non importa, ma sappiate che a lungo la gente si accorgerà della provenienza dei vostri contenuti e potrebbe stancarsi presto!

Eh sì, perché oltre al vostro impegno, che potrebbe essere anche stratosferico, un blog non ha senso di esistere se non c’è nessuno che lo segue.

Scegliersi il ‘target’ diventa quindi un fattore fondamentale.

A che tipo di pubblico rivolgo i miei articoli?

Potete scegliere un pubblico legato alla fotografia professionale oppure amatoriale. Nel tempo potreste approfondire alcuni argomenti fino a toccare tutti e due i settore (con me ha funzionato!).

Quali sono le piattaforme più utilizzate?

Io uso WordPress ma ho sentito parlare bene anche di:

Tumblr

Blogger

LiveJournal

Medium

In tutte avrete l’opportunità di sfruttare plug-in (piccoli un programmi non autonomi che interagisco con il blog per ampliarne le funzionalità originarie) coi quali incrementare le prestazioni del blog.

Potete scegliere il tema (struttura ed estetica del sito) e questo potrà essere gratuito o a pagamento. In generale, a pagamento, offre opzioni in più come plug-in e opportunità di controllo.

Anche il tipo di abbonamento alla piattaforma cambia le cose. Se il piano che scegliete è gratuito, avrete meno possibilità di andare a fondo nelle faccende tecniche come statistiche e funzionalità specifiche.

Inserire i contenuti, dopo un impatto iniziale non semplicissimo, non mi ha mai creato grossi problemi.

Pubblicare con costanza è importante. Appena salto un giorno, la gente mi scrive e chiede come mai non ho postato niente. Questo perché nel tempo potreste essere considerati ‘punti di riferimento’ e anche questo diventa una responsabilità da sostenere.

Non scrivete troppo, sia in termini di quantità di articoli, sia in termini di lunghezza degli stessi.

Attenzione: Avviso ai naviganti!

Con il blog è difficilissimo guadagnare.

Mi spiego meglio.

Io non sono stata in grado di far monetizzare il blog, nonostante il numero di visualizzazioni ed entrate considerevole.

Se lo fate per questo, sappiate che è davvero mooolto difficile.

Qualche consiglio:

  1. Scegliete un nome accattivante che determini anche ad una prima lettura i contenuti che tratterete.
  2. Mettete nella home un richiamo per la possibilità di iscriversi al blog con facilità.
  3. Fate in modo che pulsanti di condivisione siano ben visibili.
  4. Inserite ben chiare le info per i vostri contatti.
  5. Siate sempre (finche riuscite, a me non riesce sempre!) gentili e pazienti nelle risposte e nei commenti.
  6. Create collegamenti con i social network. Il mio blog è collegato con Facebook, twitter e Linkedin.
  7. Quando pubblico un articolo, esce in contemporanea su questi social.
  8. Controllate sempre su tutti i social se ci sono risposte da dare a chi è intervenuto nei commenti.
  9. Non prendetevi troppo sul serio, alla lunga rompereste le scatole.
  10. Io ho scelto di scrivere come se parlassi ad un amico. Non mi preoccupo molto della forma, piuttosto del contenuto che deve essere serio e supportato da conoscenza della materia.
  11. Create collegamenti con altri blog.
  12. Studiate, studiate, studiate…

 

Ciao, baci. Sara