Mostre per dicembre

Anche per dicembre il calendario delle mostre si annuncia quanto mai ricco. Ve ne segnalo alcune tra le più interessanti.

Cercate di sfruttare il periodo di vacanza per andarne a vedere almeno qualcuna, perchè vi assicuro che c’è molto da imparare!

Ciao

Anna

James Nachtwey – Pietas

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Considerato universalmente l’erede di Robert Capa per la sua capacità di cogliere momenti tragici a una distanza ravvicinata, e con una tecnica e precisione sconvolgente, Nachtwey è un testimone di eccezione. Pietas raccoglie oltre 200 immagini dai suoi celebri reportage in una produzione nuova e con un montaggio innovativo.

Dal 01 Novembre 2016 al 30 Aprile 2017 – Milano  – Palazzo della Ragione Fotografia

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Give me yesterday

21 Dic 2016 – 12 Mar 2017
“Give Me Yesterday”, a cura di Francesco Zanot, apre la programmazione di Osservatorio, il nuovo spazio espositivo della Fondazione Prada in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano dedicato alla fotografia e ai linguaggi visivi.

In un percorso che comprende i lavori di 14 autori italiani e internazionali (Melanie Bonajo, Kenta Cobayashi, Tomé Duarte, Irene Fenara, Lebohang Kganye, Vendula Knopova, Leigh Ledare, Wen Ling, Ryan McGinley, Izumi Miyazaki, Joanna Piotrowska, Greg Reynolds,  Antonio Rovaldi, Maurice van Es), il progetto esplora l’uso della fotografia come diario personale in un arco di tempo che va dall’inizio degli anni Duemila a oggi.

In un contesto caratterizzato dalla presenza pervasiva di  dispositivi fotografici e da una circolazione ininterrotta di immagini prodotte e condivise grazie alle piattaforme digitali, una generazione di giovani artisti ha trasformato il diario fotografico in uno strumento di messa in scena della propria quotidianità e dei rituali della vita intima e personale. Consapevoli delle ricerche di autori come Nan Goldin e Larry Clark negli Stati Uniti o Richard Billingham e Wolfgang Tillmans in Europa, i fotografi presentati in “Give Me Yesterday” sostituiscono l’immediatezza e la spontaneità dello stile documentario con un controllo estremo dello sguardo di chi osserva ed è osservato. Creano così un nuovo diario nel quale si confonde la fotografia istantanea con quella allestita, si imita la catalogazione ripetitiva del web e si usa la componente performativa delle immagini per affermare un’identità individuale o collettiva.

Ospitato al quinto e sesto piano di uno degli edifici centrali della Galleria Vittorio Emanuele II, Osservatorio si trova al di sopra dell’ottagono, al livello della cupola in vetro e ferro che copre la Galleria realizzata da Giuseppe Mengoni tra il 1865 e il 1867. Gli ambienti, ricostruiti nel secondo dopoguerra a seguito dei bombardamenti che hanno colpito il centro di Milano nel 1943, sono stati sottoposti a un restauro che ha reso disponibile una superficie espositiva di 800 mq sviluppata su due livelli.

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Vivian Maier – Where the streets have no name

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Quando nel 1987 la rock band irlandese degli U2 pubblicò la canzone “Where the Streets Have No Name”, cantando contro l’anonimato delle società divise e di divisione, in cui l’indirizzo di una persona, l’accento, il colore della pelle, il sesso, lo stato mentale o l’abbigliamento possono determinare, in base alla nostra valutazione, la sua vita e le sue conquiste personali, una fotografa di strada ancora sconosciuta stava scattando a Chicago quelle che probabilmente sarebbero state le ultime immagini di una costante e produttiva documentazione. Il suo lavoro può essere affiancato a quello dei grandi fotografi di strada del 20° secolo. Era un’imparziale opportunista che ritraeva persone provenienti da tutti i ceti social ma con la mente critica e l’occhio di un’osservatrice politicamente coscienziosa. Molte delle sue immagini sono ormai entrate nella nostra memoria collettiva. Le sue migliori fotografie rimarranno con noi per sempre e ci ricorderanno l’umile natura di perseguire con una macchina fotografica la verità nelle strade. Si tratta di un duro lavoro che raramente ripaga. Nel 1987, gli U2 hanno cantato, “Voglio correre, voglio nascondermi, voglio abbattere i muri che mi tengono dentro. Voglio toccare con mano la fiamma. Dove le strade non hanno nome”. Queste parole sembrano risuonare autentiche anche per Vivian Maier, ma noi non lo sapremo mai davvero …
ILEX Gallery è orgogliosa di presentare la prima mostra di Vivian Maier a Roma con oltre 30 stampe in gelatina d’argento.

 Vivian Maier (1926 – 2009) è stata una fotografa americana nata a New York City. Tata di professione, la fotografia di Vivian Maier è stata scoperta da John Maloof in una casa d’aste di Chicago. Nel corso di cinque decenni, Vivian Maier ha esposto oltre 2.000 rotoli di pellicola, 3.000 stampe e più di 100.000 negativi, la maggior parte scattati con la sua Rolleiflex a Chicago e New York City e mai condivise con nessuno. Le sue fotografie in bianco e nero offrono uno delle finestre più affascinanti nella vita americana della seconda metà del ventesimo secolo.

4 novembre 2016 – 5 gennaio 2017  – ILEX Gallery @ 10b Photography Gallery

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Robert Frank – Gli Americani

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“Quella folle sensazione in America, quando il sole picchia forte sulle strade e ti arriva la musica di un jukebox o quella di un funerale che passa.

È questo che ha catturato Robert Frank nelle formidabili foto scattate durante il lungo viaggio attraverso qualcosa come quarantotto stati su una vecchia macchina di seconda mano”.

Jack Kerouac 

La mostra, con il patrocinio del Comune di Milano, è realizzata in collaborazione con la MEP, Maison Européenne de la Photographie di Parigi, e promossa da Forma Meravigli, un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto.

Per la prima volta in mostra a Milano 83 fotografie vintage; la serie completa del progetto fotografico che, a metà degli anni ’50, ha cambiato il modo di pensare al reportage; nelle sale di Forma Meravigli, l’America immortalata on the road dall’obiettivo del più grande fotografo vivente, Robert Frank.

Fino al 19 febbraio 2017 – Forma Meravigli – Milano

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Nan Goldin – blood on my hands

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Matthew Marks is pleased to announce Nan Goldin: blood on my hands, the next exhibition in his gallery at 523 West 24th Street. It is the first public exhibition of Goldin’s drawings, and it includes five new large-scale “grids” of multiple photographs composed in a single frame.

Goldin has kept a diary since childhood, often filling the pages with drawings. Recently those drawings have taken on a new life as independent works of art. Emerging from her regular practice of daily reflection, they share the charged emotional atmosphere of her photographs, but their symbolic imagery, handwritten texts, and complex surfaces, made with a variety of mediums, introduce an expressive element that is new to her work.

Goldin selects the photographs for her grids according to formal or psychological themes. For the new grids, the unifying element is color: pink, blue, gold, red, or black. Each color unites moments she has captured in different countries across the decades. The grid format, which she has been working with for over twenty years, emerged from the same associative impulse as her slide shows. As Elisabeth Sussman has written, “The grid, an echo of the slide show, sums up her view that history and time exist as an aggregate of individual lives.”

Nan Goldin’s work has been the subject of two major touring museum retrospectives, one organized by the Whitney Museum of American Art (1996) and the other by the Centre Georges Pompidou (2001). Her awards include the French Legion of Honor (2006), the Hasselblad Award (2007), and the Edward MacDowell Medal (2012). An exhibition of Goldin’s work, including The Ballad of Sexual Dependency presented in its original 35mm slide format, is on view at the Museum of Modern Art in New York through February 12.

This is Goldin’s tenth one-person exhibition at the Matthew Marks Gallery since 1995.

Nan Goldin: blood on my hands is on view at 523 West 24th Street from November 5 to December 23, 2016

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Be the Bee Body Be Boom – Sara Munari

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Il progetto Be the Bee Body Be Boom verrà esposto in occasione del Festival Internazionale di Fotografia Angkor Photo Festival & Workshps, che si terrà dal 3 al 10 dicembre 2016 a Siem Reap in Cambogia.

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Letizia Battaglia – per pura passione

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a cura di Paolo Falcone, Margherita Guccione e Bartolomeo PietromarchiOltre 200 scatti, provini e vintage print inediti provenienti dall’archivio storico della grande fotografa, insieme a riviste, pubblicazioni, film e interviste
Non solo “Fotografa della mafia” ma anche testimone della vita e della società del nostro Paese: Letizia Battaglia è riconosciuta come una delle figure più importanti della fotografia contemporanea non solo per i suoi scatti saldamente presenti nell’immaginario collettivo, ma anche per il valore civile ed etico da lei attribuito al fare fotografia.

Una grande mostra monografica per testimoniare quarant’anni di vita e società italiana
Un album ininterrotto che passa dalle proteste di piazza a Milano negli anni Settanta al volto di Pier Paolo Pasolini, dai tanti morti per mafia, alla inconsapevole eleganza delle bambine del quartiere della Cala a Palermo; e poi le processioni religiose, lo scempio delle coste siciliane, i volti di Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fino al feroce boss Leoluca Bagarella.

Un ritratto a 360 gradi per restituire l’intensità che caratterizza tutto il suo lavoro: dagli scatti all’impegno politico, dall’attività editoriale a quella teatrale e cinematografica sino alla recente istituzione del Centro internazionale di fotografia a Palermo.

24 novembre 2016 – 17 aprile 2017 – Maxxi Roma

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FOTOGRAFIA – Festival Internazionale di Roma XV edizione: ROMA, IL MONDO

Sala Bianca, Studio #1 e #2, Foyer
XV edizione di FOTOGRAFIA – Festival Internazionale di Roma, promosso da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, organizzato da Zètema Progetto Cultura, con la direzione artistica di Marco Delogu e co-curatore Alessandro Dandini de Sylva.

L’esposizione, che, come di consueto, ospita fotografi di fama internazionale e offre una ricognizione importante sullo stato della fotografia contemporanea, quest’anno è interamente dedicata alla città di Roma con il tema centrale “Roma, il mondo”, scelto nel duecentesimo anniversario della pubblicazione del primo volume di Viaggio in Italia di Goethe, per sottolineare come Roma voglia ancora con tutte le forze essere un grande crocevia d’incontro della cultura internazionale attraverso l’arte fotografica (quest’anno la Commissione Roma è stata affidata a 4 fotografi internazionali) nell’unica città al mondo che, eredità del “Grand Tour”, ha un sistema di accademie di cultura estere che sempre collaborano con il festival.

LA MOSTRA COLLETTIVA
Nella grande mostra collettiva principale, a cura di Marco Delogu, sono confluiti i lavori di tutti i fotografi delle passate edizioni della “Rome Commission”: Josef Koudelka, Olivo Barbieri, Anders Petersen, Martin Parr, Graciela Iturbide, Gabriele Basilico, Guy Tillim, Tod Papageorge, Alec Soth, Paolo Ventura, Tim Davis, Paolo Pellegrin, Hans Christian Schink e lo stesso Marco Delogu).

Si aggiungono i lavori della XIV edizione della Commissione Roma affidata quest’anno a:  Roger Ballen, Jon Rafman, Simon Roberts, Leo Rubinfien.

LE ALTRE MOSTRE

Pino Musi “Opus”
Il lavoro “Opus” è composto da una serie di tredici fotografie in successione lineare che prende in considerazione molteplici aspetti della sapienza costruttiva ed architettonica nell’antica Roma.

Alfred Seiland “Imperium Romanum”
L’autore ha esplorato e fotografato una serie di luoghi – dai paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo fino a quelli del Nord Europa e oltre – dove sopravvive, o rivive, l’idea dell’Antica Roma.

Martin Bogren “Rome, portraits”
Le sue foto-documento, catturate durante lunghe passeggiate fatte la mattina presto o la sera tardi, offrono un universo personale e poetico dove spazio e tempo sono sempre subordinati all’incontro con un altro essere umano.

Pier Paolo Pasolini
Una raccolta fotografica dedicata a Pasolini dalla collezione privata di Giuseppe Garrera e in un allestimento a cura di Alessandro Dandini de Sylva. La mostra raccoglie un gruppo di fotografie inedite che indagano il denso ed eccezionale rapporto di grandi fotografi con il volto e il corpo di Pasolini (William Klein, Ugo Mulas, Mario Dondero, Tazio Secchiaroli, Mario Tursi, Dino Pedriali e molti altri).

Kate Steciw & Letha Wilson “Fold and unfold”
Le due artiste americane Letha Wilson e Kate Steciw oltrepassano i confini tradizionali della fotografia, liberando l’immagine fotografica dai limiti della bidimensionalità.

Muri Socchiusi
Progetto proiettivo della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, MACRO, della Direzione Casa Circondariale “Regina Coeli” in collaborazione con VO.RE.CO – VOlontari REgina COeli e con Shakespeare and Company2, a cura di Claudio Crescentini. Video, frames e fotografie narrano gli interventi artistici realizzati, a partire da marzo 2016, sulle pareti interne di “Regina Coeli”, che, per la prima volta si apre all’arte, grazie all’operatività e la creatività di tre artiste fotografe e video-maker Laura Federici, Camelia Mirescu e Pax Paloscia e di alcuni detenuti del carcere.

Carlo Gianferro, Tommaso Ausili “Jubilee people”
Come i pittori alla Pompeo Batoni della Roma di Sette e Ottocento lavoravano per immortalare i turisti del Grand Tour, così Carlo Gianferro e Tommaso Ausili realizzano oggi una storia visiva del Grande Viaggio e dei suoi protagonisti. Nel loro progetto “Jubilee People”, ritraggono i pellegrini che sono passati durante l’ultimo Giubileo.

Daniele Molajoli e Flavio Scollo “Distruzione / Ricostruzione”
In collaborazione con Poste Italiane e il Circolo – Italian Cultural Association London, la XV edizione di FOTOGRAFIA Festival Internazionale presenta un importante progetto dedicato alla raccolta fondi – tramite il sito del festival ed altre iniziative – per il restauro di alcuni beni storico-artistici di Amatrice e delle altre zone colpite dal sisma dello scorso agosto.
I borghi medievali, le chiese affrescate e gli edifici storici oggi sono in gran parte ridotti ad un cumulo di macerie ed è doveroso pensare anche alla ricostruzione di questi luoghi. La mostra propone un reportage ricco di fotografie inedite che racconta la storia dei luoghi danneggiati, creando una sorta di mappatura dei più importanti beni storici e culturali danneggiati o distrutti dal terremoto. Una prima parte del progetto (per rispetto dell’emergenza umanitaria) è stato svolto in Val Nerina, nella provincia di Norcia, e la seconda parte coinvolgerà invece i comuni di Amatrice, Accumuli ed Arquata del Tronto.

21/10/2016 – 08/01/2017 – Macro via Nizza – Roma

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Taylor Wessing Photographic Portrait Prize 2016

17 November 2016 – 26 February 2017 – National Portrait Gallery – London

The Taylor Wessing Photographic Portrait Prize 2016 is the leading international competition, open to all, which celebrates and promotes the very best in contemporary portrait photography from around the world.

Showcasing talented young photographers, gifted amateurs and established professionals, the competition features a diverse range of images and tells the often fascinating stories behind the creation of the works, from formal commissioned portraits to more spontaneous and intimate moments capturing friends and family.

The selected images, many of which will be on display for the first time, explore both traditional and contemporary approaches to the photographic portrait whilst capturing a range of characters, moods and locations. The exhibition of fifty-seven works features all of the prestigious prize winners including the winner of the £15,000 first prize

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Prima Visione 2016 – I fotografi e Milano

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Torna alla Galleria Bel Vedere, Prima Visione, la mostra dedicata a Milano, in collaborazione con il G.R.I.N. (Gruppo Redattori Iconografici Nazionale) e giunta alla dodicesima edizione. Tra le proposte dei 42 autori selezionati che nel 2016 hanno realizzato almeno un’immagine della città, oltre ai monumenti storici in tutta la loro bellezza e alle immancabili periferie, anche qualche visione di una Milano quasi inedita, negli interni, nella nebbia, notturna e romantica.
Non mancano poi le persone, ritratte in solitario, o durante feste ed eventi, come il Capodanno cinese, le corse di auto d’epoca, al museo, o riprese in pose curiose e un po’ surreali.

Dal 18 Novembre al 21 Dicembre – Galleria Bel Vedere – Milano

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Robert Capa in Italia 1943-44

Robert Capa 937; 536.WAR.ITA.032; 43-4-28; 1943

Robert Capa 937; 536.WAR.ITA.032; 43-4-28; 1943

La mostra Robert Capa in Italia 1943 – 1944, dedicata al grande fotoreporter di guerra, con immagini che raccontano gli anni della seconda guerra mondiale in Italia.La mostra, che resterà aperta sino al 15 gennaio 2017, è organizzata e prodotta dalla Fratelli Alinari Fondazione per la Storia della Fotografia in collaborazione con il Museo Nazionale Ungherese di Budapest, con il patrocinio e la collaborazione del Comune di Parma, il patrocinio della Regione Emilia Romagna ed il supporto del Lions Club Parma Maria Luigia.

L’esposizione è curata da Beatrix Lengyel e promossa dal Ministero delle Risorse Umane d’Ungheria, dal Consolato Onorario Ungherese di Bologna, e dall’Associazione Culturale Italia-Ungheria e presenta 78 immagini in bianco e nero scattate da Capa in Italia nel biennio 1943 – 44.

Considerato da alcuni il padre del fotogiornalismo, da altri colui che al fotogiornalismo ha dato una nuova veste e una nuova direzione, Robert Capa (Budapest, 1913 – Thái Binh, Vietnam, 1954) pur non essendo un soldato, visse la maggior parte della sua vita sui campi di battaglia, vicino alla scena, spesso al dolore, a documentare i fatti: “se le tue fotografie non sono all’altezza, non eri abbastanza vicino”, ha confessato più volte.

In oltre vent’anni di attività ha seguito i cinque maggiori conflitti mondiali: la guerra civile spagnola, la guerra sino-giapponese, la seconda guerra mondiale, la guerra araboisraeliana del 1948 e la prima guerra d’Indocina.

A settanta anni di distanza, la mostra racconta lo sbarco degli Alleati in Italia con una selezione di fotografie provenienti dalla serie Robert Capa Master Selection III conservata a Budapest e acquisita dal Museo Nazionale Ungherese tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. La serie, composta da 937 fotografie scattate da Capa in 23 paesi di 4 continenti, è una delle tre Master Selection realizzate da Cornell, fratello di Robert Capa, anch’egli fotografo, e da Richard Whelan, biografo di Capa, all’inizio degli anni Novanta e oggi conservate a New York, Tokyo e Budapest. Le serie, identiche tra loro e denominate Master Selection I, II e III, provengono dalla collezione dell’International Center of Photography di New York, dove è conservata l’eredità di Capa.

Esiliato dall’Ungheria nel 1931, Robert Capa inizia la sua attività di fotoreporter a Berlino e diventa famoso per le sue fotografie scattate durante la guerra civile spagnola tra il 1936 il 1939. Quando arriva in Italia come corrispondente di guerra, ritrae la vita dei soldati e dei civili, dallo sbarco in Sicilia fino ad Anzio: un viaggio fotografico, con scatti che vanno dal luglio 1943 al febbraio 1944 per rivelare, con un’umanità priva di retorica, le tante facce della guerra spingendosi fin dentro il cuore del conflitto.

Le immagini colpiscono ancora oggi per la loro immediatezza e per l’empatia che scatenano in chi le guarda. Lo spiega perfettamente lo scrittore John Steinbeck in occasione della pubblicazione commemorativa di alcune fotografie di Robert Capa: “Capa sapeva cosa cercare e cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può ritrarre la guerra, perché è soprattutto un’emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell’emozione conoscendola da vicino”.

Ed è così che Capa racconta la resa di Palermo, la posta centrale di Napoli distrutta da una bomba ad orologeria o il funerale delle giovanissime vittime delle famose Quattro Giornate di Napoli. E ancora, vicino a Montecassino, la gente che fugge dalle montagne dove impazzano i combattimenti e i soldati alleati accolti a Monreale dalla gente o in perlustrazione in campi opachi di fumo, fermo immagine di una guerra dove cercano – nelle brevi pause – anche il recupero di brandelli di umanità.

Settantotto fotografie per mostrare una guerra fatta di gente comune, di piccoli paesi uguali in tutto il mondo ridotti in macerie, di soldati e civili, vittime di una stessa strage. L’obiettivo di Robert Capa tratta tutti con la stessa solidarietà, fermando la paura, l’attesa, l’attimo prima dello sparo, il riposo, la speranza.

Così Ernest Hemingway, nel ricordare la scomparsa, descrive il fotografo: “ Ѐ stato un buon amico e un grande e coraggiosissimo fotografo. Era talmente vivo che uno deve mettercela tutta per pensarlo morto”.

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Around Ai Weiwei Photographs 1983 – 2016

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A cura di Davide Quadrio

La mostra Around Ai Weiwei. Photographs 1983-2016 mette in evidenza i diversi momenti del percorso artistico di Ai Weiwei – figura provocatoria e controversa – indagando non solo la sua poetica artistica dagli esordi fino ai giorni nostri ma anche il suo ruolo nel dibattito culturale, sociale e politico, cinese e internazionale. La mostra esplora la genesi di Ai Weiwei come personaggio pubblico e come icona del mondo asiatico, oltre a stimolare una riflessione sul modo in cui l’ambiente contemporaneo lo abbia trasformato, piuttosto che interrogarsi su “chi” Ai Weiwei sia diventato.

“In un panorama di mostre che presentano le opere monumentali di Ai Weiwei abbiamo concepito questo progetto – racconta il curatore Davide Quadrio – espressamente per riorientare lo sguardo del pubblico verso gli elementi documentari che circondano la vita dell’artista, in quanto testimonianze del suo affascinante viaggio come uomo, creatore e attivista. Per i più, Ai Weiwei è ormai un prodotto globale di origine cinese.”

All’ingresso di Camera ci troviamo davanti a un’unica opera d’arte monumentale Soft Ground, un tappeto lungo 45 metri con una riproduzione fotografica in scala 1:1 delle tracce lasciate da carri armati su una carreggiata a sud-ovest di Pechino e che ricordano quelle lasciate dai carri inviati a Piazza Tiananmen durante le proteste del 1989.

Lungo il muro, alla destra del tappeto, scorre la vita di Ai Weiwei nel contesto newyorkese grazie all’esposizione di una serie di fotografie dal titolo New York Photographs 1983-1993: come fermi immagine di un film in bianco e nero, gli 80 scatti, selezionati tra gli oltre 10.000 della serie, costituiscono una sequenza di momenti privati e incontri che l’artista fece quando visse negli Stati Uniti dal 1983 al 1993.

Dopo questa passeggiata introduttiva, e come risultato di tutto ciò che essa rappresenta, la mostra si sviluppa in modo cronologico e per capitoli tematici. Come raggruppamenti principali all’interno della narrazione complessiva, le due opere video Chang’an Boulevard (“Viale Chang’an”) e Beijing: The Second Ring (“Pechino: il secondo anello”) descrivono lo scenario della capitale cinese nei primi anni 2000. Ai Weiwei documenta attraverso riprese di paesaggi urbani e frammenti di vita le radicali trasformazioni che investono Pechino, dissezionando e indagando una città in continua metamorfosi.

Viene presentata anche una rara video-intervista condotta da Daria Menozzi, Before Ai Weiwei (1995) che mostra l’artista coinvolto in un dialogo intimo, offrendoci così uno scorcio dei primi anni del suo ritorno in Cina dopo il soggiorno newyorkese. Questo documentario pressoché inedito conferma il decisivo contributo di Ai Weiwei all’interno del discorso intellettuale, culturale e artistico nella Cina degli anni Novanta, rivelandoci anche l’essenza del suo pensiero e della sua attività artistica durante quell periodo.

Con questo approccio fotografico, che mette in evidenza l’urbanistica e l’architettura dell’epoca, la mostra presenta Beijing Photographs 1993-2003 (“Fotografie di Pechino, 1993-2003”). Questa serie inedita di fotografie ritrae la vita, le azioni e l’entourage di Ai Weiwei appena prima del rapido processo di trasformazione che avrebbe reso Pechino la città globale di oggi.

L’immagine guida scelta dall’artista, capace di riassumere e illustrare la mostra, è una fotografia del 2003 dal titolo The Forbidden City during the SARS Epidemic (“La Città Proibita durante l’epidemia SARS” – sala 5). In questo autoritratto, che somiglia a un selfie ante litteram, Ai Weiwei è solo nella Città Proibita, svuotata dall’epidemia che ha isolato la Cina dal resto del mondo per sei mesi e che ha trasformato in città fantasma moltissimi tra villaggi e cittadine.

La trama autobiografica della mostra è scandita anche da una selezione di sculture che diventano simboli dello svolgersi della vita di Ai Weiwei nel corso di quattro decenni. I readymade dell’artista e le opere in porcellana rappresentano le molteplici capacità e le ricche sfumature espressive che l’artista utilizza. Ogni scultura si manifesta come punto di riflessione, come una sospensione del tempo che i visitatori possono esperire attraverso le sale di Camera.

L’ultima sezione offre un’anteprima di uno degli ultimi progetti di Ai Weiwei: Refugee Wallpaper, ovvero 17.000 immagini scattate da Ai durante il suo continuo contatto con l’emergenza rifugiati che si sta dispiegando in Europa, in Medio Oriente e altrove. Questa serie monumentale sembra voler far interrogare il pubblico sulle implicazioni dell’attivismo dell’artista. All’interno dei confini divenuti fragili sotto il peso degli eventi globali e della politica internazionale, il dramma della migrazione diviene spettacolo come tutto il resto.

La mostra è curata da Davide Quadrio con la collaborazione di You Mi, curatore aggiunto e Ryan Nuckolls, ricerca e coordinamento in Cina.

La mostra è realizzata grazie al sostegno di Compagnia di San Paolo e Lavazza, ed è promossa e organizzata con Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze affiancandosi alla grande retrospettiva Ai Weiwei. Libero.

Dal 28 ottobre 2016 al 12 febbraio 2017

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The Radical Eye: Modernist Photography from the Sir Elton John Collection

 

 

This is a once-in-a-lifetime chance to see one of the world’s greatest private collections of photography, drawn from the classic modernist period of the 1920s–50s. An incredible group of Man Ray portraits are exhibited together for the first time, having been brought together by Sir Elton John over the past twenty-five years, including portraits of Matisse, Picasso, and Breton.

With over 70 artists and nearly 150 rare vintage prints on show from seminal figures including Brassai, Imogen Cunningham, André Kertész, Dorothea Lange, Tina Modotti, and Aleksandr Rodchenko, this is a chance to take a peek inside Elton John’s home and delight in seeing such masterpieces of photography.

10 November 2016 – 7 May 2017 – Tate Modern London

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Indagine ai limiti di una città

 

Gli spazi di Officine Fotografiche Roma accoglieranno, per circa un mese, sette progetti fotografici di altrettanti fotografi italiani che hanno intrapreso un viaggio personale intorno al concetto di margine: Vincenzo Labellarte, Daniele Cametti Aspri, Mauro Quirini, Paolo Fusco, Michele Miele, Gabriele Lungarella e Michele Vittori.

L’idea che sta alla base di questo progetto espositivo e di questa riflessione corale e fotografica prende spunto dalla frase del sociologo e filosofo Zygmunt Bauman:

“…I confini dividono lo spazio; ma non sono pure e semplici barriere. Sono anche interfacce tra i luoghi che separano…”

I fotografi che partecipano alla collettiva, attraverso la loro sensibilità e la loro visione soggettiva, si sono confrontati direttamente sul concetto di confine espresso da Bauman, che non è inteso solo come confine di spazio, né soltanto come misura di tempo: è un idea in grado di rappresentare una dimensione altra, multiforme e mutevole.

 Così, dalle cinte murarie di Roma alle piccole frazioni, dalle spiagge silenziose agli appezzamenti di terreno, dai quartieri popolari al “drizzagno del Tevere”, fino al Monte Terminillo, il progetto espositivo messo a punto da Massimo Siragusa consente un continuo dialogo tra piani e punti di vista diversi su Roma e dintorni della Capitale, in una dimensione corale che tende più a sottolineare le similitudini piuttosto che a rimarcare le differenze.

 Il progetto fotografico in mostra a Officine Fotografiche diventerà presto un libro, di oltre 100 pagine, dal titolo LìMINE. Indagine ai limiti di una città, a cura di Doll’s Eye Reflex Laboratory su progetto di Irene Alison, in uscita nel 2017 e da oggi in prevendita sul sito http://www.dollseyereflex.org.

dal 17 Novembre al 7 Dicembre 2016 – Officine Fotografiche – Roma

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Afro-Iran | The Unknown Minority – Mahdi Ehsaei

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Afro-Iran | The Unknown Minority, la serie fotografica e il libro realizzato dal fotografo iraniano-tedesco di nascita, Mahdi Ehsaei, rivela un lato dell’Iran sconosciuto persino a molti iraniani. Un viaggio in terre abitate dai discendenti di schiavi e mercanti africani, guida il fotografo alla scoperta di una popolazione iraniana incredibilmente unica.

La provincia di Hormozgan, sul Golfo Persico, è una regione tradizionalmente e storicamente caratterizzata da una popolazione etnicamente differente e poco conosciuta. È inserita all’interno di paesaggi incomparabili e persone dalla personalità profondissima. Sono iraniani che continuano ancora oggi a mantenere la loro ricca eredità culturale africana attraverso l’abbigliamento, la musica, le danze, le tradizioni tramandate oralmente e i loro rituali.
I ritratti di Mahdi Ehsaei – mostrando il confronto tra la cultura persiana e la coscienza africana – rivelano volti ben lontani dalle comuni rappresentazioni dell’Iran, documentando la secolare storia di questa minoranza etnica.
Da questo confronto fra la cultura persiana e la consapevolezza africana, insolita per l’Iran, si presenta agli occhi dello spettatore un’esperienza sorprendentemente nuova.

WSP photography ospiterà una selezione di 20 fotografie tratte dal progetto complessivo e il libro fotografico che accompagna la serie. La sera dell’inaugurazione sarà presente il fotografo Mahdi Ehsaei, in conversazione con Alessandra Migani (curatrice) e Antonello Sacchetti (giornalista, scrittore, blogger, appassionato di Iran).

 Nato in Germania da genitori iraniani, Mahdi Ehsaei (27 anni) non è estraneo alla vita tra culture diverse, esplorando la sua doppia identità all’interno di questi mondi. Si è laureato come designer e fotografo presso la Facoltà di Design presso l’Università di Scienze Applicate di Darmstadt, in Germania. Per il suo lavoro sugli Afro-Iraniani è partito per l’Iran per fare luce e documentare visivamente una comunità di persone che, come lui, rappresentano la complessità di una doppia identità, utilizzando la sua grande passione per la fotografia.
La serie Afro-Iran è stata esposta finora in Germania e in Colombia.

La mostra sarà esposta fino al 15 dicembre –  WSP photography – Roma

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Torna FotoLeggendo!

Torna dal 9 giugno al 2 luglio a Roma FotoLeggendo, la rassegna di fotografia e lettura delle immagini che dal 2005 coinvolge appassionati e professionisti del mondo dell’immagine e dell’arte contemporanea prodotta e organizzata (dal 2008) da Officine Fotografiche.

 

Ecco il nuovo FotoLeggendo e, come preannunciato, rinnovato in tutto per la sua dodicesima edizione.

FotoLeggendo si è sempre distinto per essere un festival trasversale, inclusivo ed auto-prodotto dall’associazione Officine Fotografiche Roma.

La sua crescita è passata attraverso la rete di collaborazioni e contaminazioni con l’esterno, ma soprattutto è dipesa dal fatto che lo abbiamo sempre pensato come a una grande festa della fotografia. È anche per questo che non l’ho mai delimitato con un “tema” specifico e da quest’anno, ho anche scelto di rompere i confini dello spazio, portando le mostre per la strada.

Dopo tanti anni di festival organizzato all’interno dell’ISA – Istituto Superiore Antincendi, avevamo forse raggiunto il massimo che si poteva dallo spazio che ci ha accompagnato per 11 anni. Così abbiamo sfidato noi stessi, scegliendo una nuova casa, e un nuovo format. Una sfida a noi organizzatori, lanciata pensando al pubblico che interverrà.

Oggi siamo tutti interessati a provare esperienze culturali più articolate e meno confinate al genere. Per questo abbiamo in qualche modo spogliato la fotografia delle sue regole e l’abbiamo lasciata scomporre tra street art, collages e glitch art, per ricomporsi nei racconti e nelle suggestioni. In questa nuova edizione sono le mostre ad adattarsi ai luoghi, alle strade e agli spazi della vita. Un rinnovamento voluto per abbattere i cliché che definiscono l’arte, per aprire la fotografia ad un pubblico sempre più vasto.

Questo è il concept del nuovo FotoLeggendo, queste sono le Contaminazioni.

Il programma è ricco di mostre, incontri, letture portfolio e incontri con gli autori.

Qua trovate tutte le informazioni.

Anna

Mostre

Trovate sempre l’indicazione di tutte le mostre in corso sulla pagina dedicata

Elliot Erwitt ICONS

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Un progetto espositivo di Civita e SudEst57, a cura di Biba Giacchetti, promossa dal Comune di Terni in collaborazione con Indisciplinarte.

La mostra ripercorre la carriera e i temi principali della poetica del grande fotografo e artista americano Elliott Erwitt (1928), attraverso 42 scatti da lui stesso selezionati come i più rappresentativi della sua produzione artistica. Sarà esposta inoltre una serie di 9 autoritratti, esclusivi di questa mostra, che costituiscono un “evento nell’evento”.

Tra gli autoritratti esposti anche quelli a colori in cui l’artista veste i panni di André S. Solidor, alter ego inventato per ironizzare sul mondo dell’arte contemporanea e sui suoi stereotipi. Andrè S. Solidor (si noti l’acronimo irriverente) ed Elliott Erwitt saranno anche protagonisti del film “I Bark At Dogs” che sarà proiettato in mostra. (Qua un articolo sull’ironia in fotografia pubblicato su Mu.Sa. che citava proprio Erwitt)

Grande autore Magnum, reclutato nel 1953 all’interno della celebre agenzia direttamente da Robert Capa, Elliott Erwitt ha firmato immagini diventate icone del Novecento.Tra queste, in mostra a Terni alcune delle più celebri: il bacio dei due innamorati nello specchietto retrovisore di un’automobile, una splendida Grace Kelly al ballo del suo fidanzamento, un’affranta Jacqueline Kennedy al funerale del marito, i ritratti di Che Guevara e Marilyn Monroe, alcune foto appartenenti alla serie di incontri tra i cani e i loro padroni, iniziata nel 1946. E ancora, gli scatti che Erwitt, reporter sempre in viaggio, ha raccolto per il mondo, a contatto con i grandi del Novecento ma anche con la gente comune. E i paesaggi, le metropoli. Gli scatti di denuncia, in cui al suo sguardo di grande narratore, si mescola sempre ironia e leggerezza, e la sua capacità di trovare i lati surreali e buffi anche nelle situazioni più drammatiche.

Dal 4 febbraio al 30 aprile – Terni

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Jacques Henri Lartigue – Life in colour

Foam presents the work of famed French photographer Jacques Henri Lartigue (1894 – 1986). Lartigue is above all renowned for his spectacular photos of car races, aeroplanes and people and animals in motion. But his breath-taking colour photography is less well known. Lartigue, Life in Colour reveals this seldom-seen aspect of his oeuvre.

Lartigue’s legacy encompasses a total of 117,577 black-and-white negatives and colour transparencies, and nearly 40 per cent of his work is in colour. His colour photography began with autochrome images in his youth, and in the 1950s he started using Ektachrome film. The impressive collection spans nearly the entire 20th century, from the first photo he took in 1902 as an eight-year-old boy, to the final image taken in 1986 at the age of 92. He could capture fleeting moments of happiness like no other. Lartigue’s oeuvre offers a light and cheerful perspective on life in France in the early 20th century.

Lartigue was one of those unique people who was able to hold on to his childlike freshness, curiosity and wonder throughout his entire life. Colour and innocence went hand-in-hand for him. Photography was a way to escape his own contemporary time, so that his images have a limitlessly modern character. Lartigue unintentionally created an oeuvre in both colour and black-and-white. Most of the photos on show at Foam come from his albums, where he collected photos telling the story of his life, like an encyclopaedia. For Lartigue, who viewed himself more as a painter than a photographer, colour was mainly a way to unite the two art forms. He was regularly heard to loudly proclaim, ‘I view everything through the eyes of an artist.’

Lartigue occasionally sold  photos to the press and exhibited work at a presentation in Paris alongside photos by major figures such as Man Ray and Brassaï (1955). Yet his reputation as photographer was not established until at the age of 69 his work appeared in a retrospective at MoMA, in New York. Worldwide fame followed three years later with the publication of his books The Family Album (1966) and Diary of a Century (1970), the last one compiled by Richard Avedon. In his final years Lartigue was much in demand as a photographer for fashion magazines.

On Saturday, March 19th Foam organizes a special afternoon in collaboration with Kriterion on how Lartigue’s colour photography inspired the work of director Wes Anderson. With film screenings, high tea and lecture by curator Zippora Elders.

The exhibition has been conceived and produced by the Association des Amis de Jacques Henri Lartigue, Ministère de la Culture, France, known as the Donation Jacques Henri Lartigue, in collaboration with diChroma photography, Madrid.

More info here

Se desiderate sapere qualcosa di più su Lartigue, qua trovate un approfondimento pubblicato tempo fa su Mu.Sa.

Fashion. Moda e stile negli scatti di National Geographic

Una grande mostra fotografica ideata e prodotta da National Geographic Italia.

62 immagini di grande formato, realizzate da 36 maghi dell’obiettivo, offrono un’affascinante prospettiva globale sul significato storico e culturale dell’abbigliamento e dell’ornamento e su ciò che ruota intorno al concetto di stile.

Tra i fotografi in mostra: Clifton R. Adams, William Albert Allard, Stephen Alvarez, James L. Amos, Alexander Graham Bell, Horace Brodzky, John Chao, Jodi Cobb, Greg Dale, Mitch Feinberg, Georg Gerster, Robin Hammond, David Alan Harvey, Chris Johns, Beverly Joubert, Ed Kashi, Keenpress, Lehnert & Landrock, Mrs. Mary G. Lucas, Horst Luz, Luis Marden, Pete McBride, Charles O’Rear, Randy Olson, Steve Raymer, Roland W. Reed, Reza, J.Baylor Roberts, Joseph F. Rock, Eliza R. Scidmore, Stephanie Sinclair, Tino Soriano, Maggie Steber, Anthony B.Stewart, Amy Toensing, Maynard Owen Williams.

Torino – Palazzo Madama dal 4 febbraio 2016 al 2 maggio 2016

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Paolo Ventura – La città infinita

Morte-Anarchico

Lugano, Galleria Photographica FineArt – 10 marzo – 5 maggio 2016

Giovedì 10 marzo Photographica FineArt di Lugano inaugura una nuova esposizione dedicata al “mondo magico” di Paolo Ventura. La visione fantastica anima il lavoro di Paolo Ventura. Figlio di un famoso novellista per bambini, appena ha potuto emanciparsi a livello artistico, ha abituato la sua mente a volare tra fantasie irreali creando mondi virtuali, a lui paralleli, dove regnano enigmi, intrighi, sentimenti, tragedie e stravaganze. Luoghi gestiti da personaggi – fiabeschi come le sue scenografie – sempre plasmati nella fanciullesca visione di una persona che vuole mantenere uno stretto contatto con il mondo pre-adolescenziale, consapevole che questa è la porta della sua anima artistica. Il “mondo di Paolo” è sempre ripreso dalla sua fotocamera con angolature differenti da quelle razionali perché è un mondo illogico e inesistente nel quale l’artista stesso ne è addirittura protagonista.

Nel suo ultimo progetto artistico, La Città infinita, Paolo Ventura si evolve ancora una volta e crea la sua città realizzandola con pezzi di scenografie e di edifici che poi fotografa e monta come dei collages. Il progetto, che prende ispirazione dal cinema Neorealista degli anni ’50 e ‘60, presenta paesaggi urbani solitari e onirici punteggiati da figure umane, sempre impersonate da Ventura stesso. Sebbene le scene composte differiscano le une dalle altre, la linea dell’orizzonte rimane sempre la stessa, creando in questo modo un infinito paesaggio urbano, La Città Infinita.

Oltre a quest’ultimo lavoro di Ventura, in mostra verranno esposti alcuni lavori precedenti di War Souvenir (2006), Winter Stories (2008) dove i personaggi sono delle marionette vestitie secondo le tematiche del soggetto e le sue più recenti Short Stories, brevi racconti impersonati da Ventura stesso, sua moglie Kim e suo figlio Primo. Oltre alle opere esposte, una sala sarà dedicata alle sue scenografie costruite per la realizzazione delle opere esposte.

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Life Framer

Arriva a Officine Fotografiche il 19 febbraio alle ore 19 la mostra di LIFE FRAMER, il premio dedicato ai fotografi professionisti, emergenti e dilettanti in arrivo per la prima volta in Italia.

Nato nel cuore di Londra, nell’ottobre 2014 il progetto ha dato il via alla sua seconda edizione. Ogni mese LIFE FRAMER ha aperto un contest con un tema legato prima di tutto alla vita, chiamando a rapporto fotografi di ogni parte del mondo.

L’obiettivo è quello di dare libero spazio all’ispirazione e incoraggiare la creatività, per questo ogni tema è legato alla quotidianità, al mondo e alla visione che ognuno di noi ne ha. A giudicare i lavori, ogni mese interviene un ospite d’onore legato al mondo della fotografia, dalla fotografa Robin Schwartz a Katherine OktoberMatthews photoeditor della rivista Gup Magazine.

Il premio messo in palio: denaro, interviste e un’esposizione che gira il mondo al termine dei dodici mesi di contest.

La mostra presenterà gli scatti dei finalisti e degli ospiti che hanno partecipato al concorso, con l’intento di raccontare il panorama della fotografia contemporanea in questi anni di “spiccato fermento”.

Dal 19 al 26 febbraio 2016 –  Officine Fotografiche Roma

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Franco Fontana – Full color

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Quest’anno Seravezza Fotografia rende omaggio al maestro Franco Fontana con una retrospettiva intitolata “Full color” con sottotitolo “Polaroid e astrazioni architettoniche”, ospitata nelle sale di Palazzo Mediceo, Patrimonio Mondiale Unesco, che ripercorre gli oltre cinquant’anni dedicati alla fotografia. Fontana è stato un fotografo, tra i primi in Italia, a schierarsi con tanta convinzione e fermezza in favore del colore rendendolo protagonista, non come mezzo ma come messaggio, non come fatto accidentale, ma come attore. “Può sembrare che sia il paesaggio il protagonista della sua ricerca – spiega Denis Curti, direttore artistico della Casa dei Tre Oci e curatore della mostra “Full color” prodotta da Civita Tre Venezie -,  ma è il colore il vero soggetto della fotografia di Franco Fontana. Il colore trasforma il paesaggio, lo umanizza, lo rende vivo. È nella scelta dell’accostamento cromatico che Fontana dà significato alla sua fotografia e la vitalizza. Si avventura in un percorso creativo che rompe le regole, rendendo visibile l’invisibile di una realtà le cui soluzioni interpretative sono sempre variopinte, come le diverse situazioni e stati d’animo della vita”. La mostra e’ suddivisa in diverse sezioni tematiche: i paesaggi degli esordi (anni ‘60), i paesaggi urbani, indagati sotto diversi punti di vista, le piscine e il mare. Il percorso espositivo si conclude con la sala dedicata alle polaroid scattate nella fine degli anni ‘80 e quella dedicata ad una selezione di immagini realizzate per il progetto “Expo: vista d’autore”, il suo ultimo lavoro, commissionatogli da Canon. Franco Fontana ha realizzato una serie di fotografie sotto il titolo “astrazioni architettoniche”, in cui documenta, con il suo inconfondibile stile, l’architettura dell’esposizione milanese.

Dal 6 Febbraio 2016 al 10 Aprile 2016
Palazzo Mediceo Seravezza

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Emerging talents

Per la prima volta a Firenze, Emerging Talents è un progetto espositivo che promuove autori emergenti cui progetti fotografici hanno ricevuto importanti riconoscimenti a livello internazionale.
Le prime due edizioni si sono svolte durante le XIII e IV edizioni di FOTOGRAFIA, Festival Internazionale di Fotografia di Roma del 2014 e 2015.
In occasione di Emerging Talents sono state organizzate giornate di incontro e letture portfolio con Jim Casper (direttore ed editore di Lensculture) e Audrey Turpin (membro di Circulations, Festival de la jeune Photographie Européenne).
Emerging talents è ideato e curato da Sarah Carlet e Arianna Catania

In qs edizione sono presenti i lavori di:

Antoine Bruy. Scrublands

Salvi Danés. Black Ice, Moscow.

Jing Huang. Sight on surroundings.

Dina Oganova. My Place

Emerging Talents @ Leica Store Firenze
Dove: Leica Store, vicolo dell’Oro 12/14 Rosso, Firenze.
Quando: dal 10 febbraio al 6 aprile 2016.

Silvia Camporesi – Atlas Italiae

La Galleria del Cembalo, in collaborazione con z2o Sara Zanin Gallery, apre al pubblico dal 20 febbraio al 9 aprile una mostra dedicata al nuovo lavoro di Silvia Camporesi. Un viaggio nell’Italia abbandonata e in via di sparizione, fotografata come realtà fantasmatica.

Atlas Italiae rappresenta le tracce di un qualcosa di passato ma tuttora ancorato ai propri luoghi d’origine. Energie primordiali e impalpabili che diventano materiali tramite il mezzo fotografico.

Silvia Camporesi ha esplorato nell’arco di un anno e mezzo tutte le venti regioni italiane alla ricerca di paesi ed edifici abbandonati. Atlas Italiae è il risultato di questa raccolta di immagini, una mappa ideale dell’Italia che sta svanendo, un atlante della dissolvenza.

La serie fotografica si presenta come una collezione poetica di luoghi, fondata sulla ricerca di frammenti di memoria. Borghi disabitati da decenni che sembrano non esistere nemmeno sulle cartine geografiche, architetture fatiscenti divorate dalla vegetazione selvaggia, archeologie industriali preda dell’oblio, ex-colonie balneari decadenti che paiono imbalsamate nel tempo del “non più”.

“Nelle immagini dell’artista il velo dell’anonimato e del silenzio visivo si apre svelando l’anima di luoghi congelati nelle nebbie dell’amnesia generale. Qui lo sguardo di Silvia Camporesi va oltre la pura registrazione di uno stato della realtà, è indirizzato sia a cogliere la tensione silenziosa di un’Italia degli estremi sia a rivelare per la prima volta qualità liminari, inespresse, portatrici di un mistero e di un incanto”. Questo scrive Marinella Paderni nel testo che apre il volume Atlas Italiae, edito da Peliti Associati. La mostra, che presenterà per la prima volta una selezione così ampia di immagini, sarà suddivisa tra stampe grande formato a colori e stampe più piccole in bianco e nero, colorate a mano con un procedimento – omaggio al passato della fotografia – attraverso il quale l’artista cerca di restituire simbolicamente ai luoghi l’identità persa.

Silvia Camporesi, nata a Forlì nel 1973, laureata in filosofia, vive e lavora a Forlì. Attraverso i linguaggi della fotografia e del video costruisce racconti che traggono spunto dal mito, dalla letteratura, dalle religioni e dalla vita reale. Negli ultimi anni la sua ricerca è dedicata al paesaggio italiano. Dal 2003 tiene personali in Italia e all’estero – Terrestrial clues all’Istituto italiano di cultura di Pechino nel 2006; Dance dance dance al MAR di Ravenna nel 2007; La Terza Venezia alla Galleria Photographica fine art di Lugano nel 2011; À perte de vue alla Chambre Blanche in Quebec (CAN) nel 2011; 2112, al Saint James Cavalier di Valletta (Malta) nel 2013; Souvenir Universo alla z2o Sara Zanin Gallery di Roma nel 2013; Planasia al Festival di Fotografia Europea di Reggio Emilia nel 2014; Atlas Italiae all’Abbaye de Neumünster in Lussemburgo nel 2015. Fra le collettive ha partecipato a: Italian camera, Isola di San Servolo, Venezia nel 2005; Confini al PAC di Ferrara nel 2007; Con gli occhi, con la testa, col cuore al Mart di Rovereto nel 2012, Italia inside out a Palazzo della Ragione, Milano nel 2015. Nel 2007 ha vinto il Premio Celeste per la fotografia; è fra i finalisti del Talent Prize nel 2008 e del Premio Terna nel 2010; ha vinto il premio Francesco Fabbri per la fotografia nel 2013 e il premio Rotary di Artefiera 2015. Atlas Italiae è il suo terzo libro fotografico.

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Jakob Tuggener: Fabrik 1933-1953 e Nuits del bal 1934-1950

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La Fondazione MAST presenta due mostre dedicate al fotografo svizzero Jakob Tuggener (1904-1988), per la prima volta in Italia.

 Con Jakob Tuggener si apre il ciclo di mostre fotografiche del 2016 proposte dalla Fondazione Mast che promuove speciali esposizioni sui temi dell’industria e del lavoro, sia con immagini della propria collezione di fotografia industriale, sia con opere di raccolte private o archivi spesso inediti.

“Jakob Tuggener è considerato uno dei dieci fotografi industriali di maggior spicco che siano mai esistiti -sottolinea Urs Stahel, direttore della PhotoGallery del MAST e co-curatore della mostra -.  Il suo libro FABRIK è una pietra miliare nella storia dell’editoria fotografica, paragonabile a Paris de nuit di Brassaïs del 1933 e a The English at Home di Bill Brandt del 1936”.

“Il tratto distintivo della sua opera – continua Stahel – è rappresentato da uno sguardo penetrante sulle persone e sugli oggetti del mondo così ravvicinato e attento come se volesse sorprenderli, unito a una grande padronanza del gioco di luci e ombre”.

La mostra FABRIK 1933–1953 presenta nella Photogallery del MAST oltre 150 stampe originali del lavoro di Tuggener, sia tratte dal suo importante libro fotografico FABRIK – saggio unico nel suo genere con un approccio critico di grande impatto visivo e umano sul tema del rapporto tra l’uomo e la macchina – sia da altri scatti dell’artista che affrontano momenti del lavoro nel suo paese.

“Tuggener è stato al tempo stesso fotografo, regista e pittore. Ma si considerava anzitutto un artista – afferma Martin Gasser, co-curatore della mostra -. Influenzato dal cinema espressionista tedesco degli anni Venti, sviluppò una cifra artistica estremamente poetica destinata a fare scuola nel secondo dopoguerra. FABRIK consolidò la fama di Tuggener quale eccezionale fotoartista, aprendogli le porte di prestigiose esposizioni collettive come ‘Postwar European Photography’ del 1953 e ‘The Family of Man’ del 1955 al Museum of Modern Art di New York, o la ‘Prima mostra internazionale biennale di fotografia di Venezia’ del 1957.” In FABRIK Tuggener, oltre a ripercorrere la storia dell’industrializzazione, aveva come finalità, non sempre svelata, di illustrare il potenziale distruttivo del progresso tecnico indiscriminato il cui esito, secondo l’autore, era la guerra in corso, per la quale l’industria bellica svizzera produceva indisturbata.

 Le proiezioni  NUITS DE BAL 1934–1950 al livello 0 del MAST presentano immagini di balli ed altre occasioni mondane. Tuggener affascinato dall’atmosfera spumeggiante delle feste dell’alta società aveva iniziato a fotografare a Berlino le dame eleganti e i loro abiti di seta, ma è a Zurigo e a St Moritz che con la sua Leica, indossando lo smoking, ha colto le misteriose sfaccettature delle NUITS DE BAL. Riprendeva con il suo obiettivo anche “il lavoro invisibile” dei musicisti, dei camerieri, dei cuochi, dei valletti, dei maître, che attraversavano  silenti il mondo festoso ed autoreferenziale degli incuranti ospiti. Questi ultimi osteggiarono la pubblicazione del materiale dedicato ai balli, in quanto preferivano rimanere anonimi e non essere visti in intrattenimenti  danzanti.

“È stato soprattutto il contrasto tra la luminosa sala da ballo e il buio capannone industriale a caratterizzare la percezione della sua opera artistica. Il fotografo stesso, affermando: ‘Seta e macchine, questo è Tuggener’, si collocava tra questi due estremi – spiega ancora Gasser – . Di fatto amava entrambi, il lusso sfrenato e le mani sporche dal lavoro, le donne seducenti e gli operai sudati. Li riteneva di egual valore artistico e rifiutava di essere classificato come un critico della società che contrapponeva due mondi antitetici. Al contrario, gli opposti rientravano appieno nella sua concezione della vita: amava vivere intensamente gli estremi, senza tralasciare le sfumature più tenui tra i due poli”.

Accanto alle 150 immagini delle fabbriche e allo slide show del lavoro sui balli, MAST propone una raccolta di “menabò” di libri fotografici, che lo stesso Tuggener impaginava manualmente.

 Inoltre per rappresentare l’eclettismo e l’eccezionalità di questo artista, il percorso è arricchito da filmati caratterizzati da una regia dinamica e una tecnica di montaggio che deve molto alle teorie di Ejzenštejn, con passaggi dal campo totale al primo piano.

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An ordinary day – Umberto Verdoliva

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La Città di Abano Terme presenta: “An ordinary day” una mostra fotografica di Umberto Verdoliva presso VILLA ROBERTO BASSI RATHGEB Via Appia Monterosso 52 Abano Terme (PD)

Apertura dal 27 febbraio al 13 marzo 2016

Nel panorama odierno, nel quale la Street Photography viene largamente apprezzata, ci sembra che l’approccio al genere stia mutando rapidamente, distanziandosi notevolmente dalle sue origini. Quando abbiamo cominciato ad occuparci di fotografia di strada, negli anni novanta, abbiamo dovuto trovare i nostri riferimenti nella storia della fotografia nazionale e soprattutto internazionale. E abbiamo scoperto che esiste una tradizione colta e, al disopra di tutto, che questa tradizione è caratterizzata da valori condivisi. La recente moda che sta avvicinando sempre più persone a questo genere, punta invece agli aspetti più “d’effetto”, superficiali e immediati. A volte non sembra che si basi su una vera e propria ricerca. L’esperienza di Umberto Verdoliva, invece, ci appare come un caso fuori dal comune, quasi inaspettatamente positivo considerato il panorama attuale, e ci fa ben sperare per il futuro della Street Photography. E’ per questo che il gruppo Mignon ha deciso di promuovere il suo lavoro, attingendo liberamente dal suo archivio e articolando il lavoro secondo uno schema che potremmo definire “emotivo”. Nella visione fotografica di Umberto ritroviamo quella curiosità propria di chi sente, nell’assecondare il proprio impulso creativo, di doversi comunque confrontare con chi lo ha preceduto, per individuarne la strada e coglierne l’ispirazione intuendo che, in quell’incontro, può trovare solo crescita. Nella sua magistrale lucidità visiva, fatta di molti piccoli lavori, spesso ancora in itinere, rivediamo alcuni aspetti della nostra stessa ricerca. Nel suo prolifico rapporto con la storia e gli autori del passato, cogliamo quell’indagine della luce, nel buio della produzione fotografica contemporanea, che fa ben sperare. Nel suo approccio di scambio e condivisione, che lo ha portato a fondare il collettivo SPONTANEA, rivediamo lo spirito di gruppo che ha caratterizzato e favorito, fin dalle origini, l’evoluzione del mezzo fotografico. Umberto ha intercettato in modo costruttivo quanto di meglio si può ricavare dai nuovi sistemi di scambio e comunicazione attraverso il web, e soprattutto risulta un esempio che attrae l’attenzione degli altri, proponendo una fotografia che è, genuinamente e positivamente, autorale.

Altre info qua e qua

Tempo fa avevamo pubblicato un’intervista ad Umberto: la trovate qui

Ryan McGinley – The four seasons

Dal 19 febbraio al 15 maggio 2016, la GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo e lieta di presentare l’ampia mostra di Ryan McGinley (Ramsey, New Jersey, 1977. Vive e lavora a New York), in assoluto la prima personale in un’istituzione italiana del celebre artista americano e la prima che la GAMeC dedica a un giovane fotografo del panorama internazionale.

McGinley è considerato uno dei più importanti e influenti artisti contemporanei, tanto che il Whitney Museum e il MoMA P.S.1 di New York gli hanno dedicato una personale rispettivamente nel 2003 e nel 2004. Nel 2007 è stato nominato Giovane fotografo dell’anno dal prestigioso International Center of Photography di New York.

 Cresciuto prima nel New Jersey e poi nell’East Village newyorkese all’interno di quella inarrestabile comunità underground di graffitari, skateboarders e artisti, ha immortalato questo gruppo di ragazzi, nei loro eccessi e nell’irrequietudine delle loro vite, facendolo diventare il primo soggetto del suo lavoro, concretizzato nella prima pubblicazione dal titolo The Kids Are Alright (1999).

L’opera di Ryan McGinley è testimone e portavoce della sottocultura degli anni Novanta, poi esplosa in modo definitivo nel nuovo millennio; le sue fotografie digitali ruotano attorno alle tematiche della giovinezza, della libertà, dell’edonismo, degli eccessi, dello spirito vitale e del rapporto tra uomo e natura. Sono opere ricche di forza, attrazione e fascinazione la cui carica energetica si diffonde nei luoghi in cui le figure sono immerse.

Affermando a proposito della sua attività che “quello che facciamo è estremamente romantico”, McGinley crea un legame e un richiamo tra la sua opera e il mito romantico del Buon selvaggio che ha connessioni dirette con il Romanticismo e con la filosofia romantica e illuminista di Jean-Jacques Rousseau. Nei soggetti delle fotografie rappresentate pare proprio che l’uomo immerso, quasi incorporato, nella natura trovi in modo innato il giusto equilibrio con il mondo in cui vive, guardando il mondo con un’ingenuità benevola. E i soggetti delle fotografie di Ryan McGinley sembrano agire secondo il proprio istinto, un istinto che si armonizza naturalmente e necessariamente con la realtà che vivono. È quanto viene egualmente espresso, ma in modo ancor più influente sulla controcultura statunitense, dal libro Walden, resoconto dell’avventura dell’autore Henry David Thoreau, che dedicò due anni della propria vita nel cercare un rapporto intimo con la natura. In particolare, la Beat Generation ha visto nell’esperienza di Thoreau e nella sua forte volontà di un ritorno alla natura un contrasto con la crescente modernizzazione delle metropoli americane e questo pensiero si è riplasmato e diffuso largamente agli inizi del nuovo millennio.

La struttura espositiva, come spiega il curatore della mostra Stefano Raimondi, “procede con il ritmo musicale delle Quattro Stagioni di Vivaldi: in ciascuna sala si succedono orizzonti, colori, musicalità e atmosfere completamente diversi ma legati gli uni agli altri”.

La mostra si articola in quattro sale e presenta oltre quaranta lavori di medio e grande formato della produzione artistica più recente”. In particolare, le fotografie invernali e autunnali rappresentano un nuovo momento di ricerca e organizzazione del lavoro e sono concepite come un lavoro autonomo. Se dal 2004 e per una durata di dieci anni McGinley ha infatti viaggiato in tutto il continente alla ricerca delle location più diverse, realizzando gli scatti che idealmente compongono la quadrilogia delle stagioni, queste ultime due serie sono più circoscritte e in un certo modo più intime, legate a territori ben conosciuti ed esplorati.

L’inverno, che apre la mostra, è glorioso e maestoso, dominato dal colore del ghiaccio bianco-blu. Imponenti paesaggi innevati, stalattiti, grotte di ghiaccio e bufere di neve rendono epico il rapporto tra i corpi nudi e le condizioni climatiche estreme. Eppure non è ravvisabile alcuna sofferenza o rassegnazione; al contrario, si nota un totale adattamento, convivenza e compresenza, tempesta e impeto.

La primavera si sviluppa su toni delicati con una musicalità leggera, il suono del vento e il profumo dell’erba. L’uomo si fonde nella natura, disteso nei prati di un verde intenso o in fonti d’acqua, tra canneti e arbusti. Le fotografie della primavera, così come quelle dell’estate sono state scattate nel corso dei lunghi e già mitizzati viaggi fotografici realizzati dall’artista, che lo hanno portato alla scoperta di tutti gli Stati Uniti.

L’estate si apre con toni accesi e violenti, riflettendo la carica esplosiva della stagione. Una tempesta è prima annunciata dall’incupirsi del cielo e dai fulmini che si stagliano all’orizzonte, poi si scatena in tutta la sua potenza con l’uomo che la asseconda e la ascolta. Con la tempesta alle spalle, l’acqua rilasciata sul terreno diventa occasione per momenti di festa, passione e aggregazione.

Per l’autunno McGinley ha preso ispirazione da paesaggisti romantici americani ritratti da Frederic Edwin Church e da altri artisti appartenenti al movimento della Hudson River School, sviluppatosi nel XIX secolo. E proprio le zone nord di New York sono il punto di partenza di tutte le fotografie che compongono la serie. Le tonalità del colore diventano intensissime, i rossi e i gialli dominano la scena, le immagini trasmettono grande tranquillità ed empatia.

Le fotografie di Ryan McGinley presentate alla GAMeC sono di una bellezza sublime, spesso pervase da un tocco di nostalgia, sempre accompagnate da una musicalità ora soffice, ora impetuosa, ora silenziosa. La natura viene pensata sempre in termini di colori e forme; le fotografie vengono spesso realizzate alle luci dell’alba o di primo mattino oppure all’ora del tramonto o verso notte, quando l’atmosfera si fa più delicata ed emozionante. C’è qualcosa che accomuna la sua pratica fotografica alla ricerca pittorica: “Essendo un fotografo sei sempre in cerca di colori, e questo è ciò che accade quando sono in cerca dei luoghi in cui scattare. Nello stesso modo in cui un pittore deciderebbe un colore con cui dipingere, io cerco i colori nei luoghi”.

Ma se l’ambiente è una delle componenti centrali dell’opera di Ryan McGinley, altrettanto fondamentale è la presenza dell’uomo. Modelli maschili e femminili abitano questi paesaggi sconfinati come stessero vivendo o riconquistando un paradiso terrestre. Sono corpi innocenti e inevitabilmente nudi, in cui i colori e la forma del corpo, degli occhi e dei capelli viene messa in costante relazione con la natura circostante fino a diventare un tutt’uno, come dimostrano le opere Big Leaf Maple e Sugar (2015). Una natura che spesso è primordiale e completamente priva di ogni traccia di civilizzazione ma che in brevi frangenti, come si può vedere per esempio nelle fotografie I-Beam (Bolt) o Red Beetle (2015) reca i segni di una modernizzazione fuori luogo che vengono però resi innocui e riconvertiti a una dimensione innocente dall’utilizzo che ne viene fatto.

Qua altre info

Ryan McGinley è anche tra gli autori contemporanei che Mu.Sa vi propone. Qua trovate un approfondimento su di lui.

Daido Moriyama in Color

A distanza di sei anni dalla retrospettiva dedicata al suo lavoro in bianco e nero, Fondazione Fotografia Modena ha il piacere di presentare Daido Moriyama in Color, una nuova personale dedicata al maestro giapponese della street photography, e di mostrare i più recenti sviluppi della sua ricerca fotografica, segnata dalla riscoperta del colore.

Promossa da Fondazione Fotografia Modena e Fondazione Cassa di risparmio di Modena in collaborazione con la Galleria Carla Sozzani di Milano e in partnership con UniCredit, gruppo bancario da sempre impegnato in favore dell’arte e delle iniziative culturali nei territori dove è presente, Daido in Color sarà allestita al Foro Boario di Modena dal 6 marzo all’8 maggio 2016. Il percorso, a cura di Filippo Maggia, comprende una selezione di 130 fotografie, realizzate tra la fine degli anni sessanta e i primi anni ottanta.

Pur essendo noto prevalentemente per la sua produzione in bianco e nero, Daido Moriyama (Osaka, 1938) ha iniziato negli ultimi anni a rivalutare la fotografia a colori, rimettendo mano al suo vastissimo archivio e cominciando a pubblicare fotografie inedite, riferite soprattutto agli anni settanta. In quel periodo, Moriyama ha scattato in maniera quasi ossessiva, realizzando una quantità di fotografie a colori che non erano mai state pubblicate e che sono poi state raccolte nei recenti volumi fotografici Kagero and Colors (2008) e Mirage (2013). Fanno parte di questo filone a colori anche alcune rare fotografie bondage, commissionate all’artista dallo scrittore erotico giapponese Oniroku Dan, che Moriyama realizzò per pagarsi i viaggi in Europa, e altri scatti destinati all’edizione giapponese di Playboy.

Daido Moriyama in Color

Quando: 6 marzo – 8 maggio 2016

Dove: Foro Boario, via Bono da Nonantola 2, Modena

Qua tutti i dettagli

Jacopo – Michele Brancati

Associazione Culturale WSP Photography presenta

“JACOPO”
Mostra fotografica di Michele Brancati
a cura di Teodora Malavenda

Dal 13 febbraio al 10 marzo

Ci sono situazioni in cui il mezzo fotografico può rappresentare un valido aiuto per meglio comprendere un evento straordinario, che irrompe improvvisamente nella nostra vita rendendola diversa da com’era prima. La nascita di un figlio, per esempio, è uno di questi. Un bel giorno ti svegli e prendi coscienza, con inedita consapevolezza, di un’inversione di ruoli e dello sconvolgimento delle tue categorie. Il breve tempo di una carezza si traduce in una corrispondenza d’amorevoli gesti e in una reciprocità di sguardi e intese. È il momento in cui instauri, con il nuovo “altro”, un rapporto intimo e privilegiato.

Jacopo è nato nel quartiere punk di Kreuzberg, a Berlino, l’1 febbraio 2013. Come la maggior parte dei suoi coetanei è un bambino vivace che ama giocare all’aria aperta, correre nei prati, saltellare sulla spiaggia, buttarsi a terra e rotolare tra le foglie. Lo incuriosiscono gli alberi e lo ipnotizzano i fiori. L’acqua del mare, se da un lato lo intimorisce, dall’altro lo incita a sfidare il pericolo obbligandolo a immergere goffamente le sue manine. A Jacopo piace ascoltare la musica, ha un debole per De Andrè. Il papà di Jacopo si chiama Michele, ed è profondamente innamorato del figlio. Trascorrono molto tempo assieme e, col passare dei mesi, sono diventati amici inseparabili. Subito dopo la nascita di Jacopo, senza alcuna premeditazione, Michele prende in mano la sua macchina fotografica e inizia a immortalare i primi passi di Jacopo verso il futuro. Con grande sensibilità e profondo amore racconta scene di vita quotidiana. Filtrate dall’obiettivo, esse restituiscono poetici frammenti evocativi di gioia e tenerezza. In questo progetto si dipanano poco più di tre anni di vita del piccolo Jacopo: un percorso appena iniziato ma già ampiamente vissuto e “documentato”. Dinanzi a questi scatti sarà facile immaginare quante saranno ancora, per Jacopo, le discese sullo scivolo e le corse a piedi scalzi. Con un sorriso sincero, gli auguriamo il miglior futuro tra tutti quelli possibili

Teodora Malavenda

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WAR IS OVER! L’Italia della Liberazione nelle immagini dei U.S. Signal Corps e dell’Istituto Luce, 1943-1946

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A cura di Gabriele D’Autilia ed Enrico Menduni, la mostra propone un confronto tra due diversi sguardi che raccontano la Liberazione in Italia: quello delle fotografie a colori dei Signal Corps dell’esercito americano e quello delle immagini in bianco e nero dei fotografi dell’Istituto Luce, molte delle quali inedite o precedentemente censurate. La mostra è promossa e organizzata da Istituto Luce-Cinecittà e da Forma Meravigli, un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto, con il patrocinio dell’Università degli Studi Roma Tre e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

10 febbraio – 10 aprile 2016 – Forma Meravigli – Milano

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Lasciti – Roberto Toja

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Fotografie di fotografie ritrovate all’interno di case rurali abbandonate in Valdossola, in cui era ancora possibile ritrovare fotografie, lettere e documenti cartacei di chi vi aveva abitato decenni prima. L’interesse partiva dall’induguare quanto una foto-ricordo di una persona, in quanto tale, sopravviveva ed era conservata fino al momento in cui era mezzo e media di una memoria, di un nome o volto da ricordare. L’abbandono di questi ‘cimeli’ corrispondeva ad una seconda morte, ad una sorta d’induista ‘dissoluzione dell’ego’ di coloro che erano raffigurati. Al fotografo (o meglio all’intruso) rimaneva soltanto il compito ‘archeologico’ del ritrovare, del ‘riordinare’ ricordi e presenze di un periodo (mi ero concentrato solo su immagini tra la fine dell’Otto e i primi trent’anni del Novecento) di un periodo storico svanito.

Barbara Falletta – Zerodue

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Fin dalla sua nascita, la fotografia ha avuto un rapporto diretto con la città. Parigi interpretata da Daguerre, Nadar, Atget; New York fotografata da Riis, Stiglitz, Abbot. Lo sviluppo e le trasformazioni delle grandi città sono tuttora tra i temi che sollecitano maggiormente il lavoro dei fotografi. Senza dubbio le caratteristiche del mezzo e in primis il suo rapporto imprescindibile con la realtà, ne fanno uno strumento ideale per seguire e documentare nel tempo l’evoluzione urbanistica, architettonica, sociale e culturale delle città. La fotografia di città è diventata un vero e proprio genere nell’ambito del quale confluiscono diverse modalità operative, differenti approcci tematici e atteggiamenti espressivi: dalla street photography alla fotografia analitica del paesaggio urbano, dagli intenti di carattere più documentario agli interventi maggiormente “creativi” e di elaborazione dell’immagine. Barbara Falletta, fotografa che predilige il bianco e nero e che ben conosce l’utilizzo del procedimento analogico negativo/positivo – da bambina si è appassionata alla fotografia seguendo il lavoro di stampa in camera oscura – ci propone, in questa sua recente ricerca, una personale lettura della città di Milano. Milano è la città del nostro paese che ha subito in questi ultimi anni i mutamenti più importanti e radicali. L’imporsi dell’economia dei servizi sulla produzione industriale, la chiusura delle grandi fabbriche, l‘incremento della popolazione multietnica e altri fattori di carattere socio-economico ne hanno innescato un repentino cambiamento sia in ambito sociale, che per quanto concerne gli aspetti urbanistici e architettonici – si pensi alla zona di Porta Nuova, all’area dell’ex Fiera (Milanocity) o a situazioni più periferiche come i quartieri Adriano e Santa Giulia.

Le immagini di Falletta hanno un rapporto diretto con i cambiamenti e le trasformazioni del capoluogo lombardo. Le sue fotografie del paesaggio urbano milanese sono spesso caratterizzate dalla presenza di palazzi in costruzione, cantieri sovrastati da gigantesche gru metalliche, strade e ponti “in lavorazione”. Ma il cambiamento si legge, ad esempio, anche in immagini come quella dove due ragazze dai lineamenti orientali, sedute al tavolo di un locale, hanno come sfondo l’iconica facciata del Duomo.

Un altro elemento che caratterizza fortemente questa serie di fotografie è il movimento. L’autrice sceglie di organizzare le sue composizioni in modo da accentuare l‘idea di città in movimento. Lo fa utilizzando linee che producono prospettive profonde (i binari della ferrovia, l’autostrada), utilizza tempi di posa lunghi per ottenere inquadrature completamente o parzialmente mosse, sceglie il formato panoramico per invitare lo sguardo a esplorare lo spazio, sfrutta l’andamento curvilineo dei profili delle nuove vertiginose architetture.

La città fatta di novità e movimento è però rappresentata utilizzando un bianco e nero denso, contrastato, a volte cupo o caratterizzato da una luce opaca filtrata da un cielo grigio e carico di pioggia. E’ proprio in questo contrasto, in questa contraddizione visiva tra l’idea di città rinnovata e in movimento e l’atmosfera cupa, chiusa che le immagini di Falletta rivelano un’originalità particolare. Una visione fuori dagli stereotipi di tanta fotografia contemporanea, dei panorami notturni, ripresi dall’alto, sfavillanti di luci multicolori che trasformano le città in tante surreali Gotham City.

La Milano di queste fotografie è invece una città vista dalla strada, meno luccicante, meno patinata, lontana anche dai clamori entusiastici (?) dell’Expo. Una città più intima, più personale, interpretata dalla particolare sensibilità della giovane autrice che, con i suoi toni scuri e contrastati, trasmette una certa sensazione d’inquietudine, d’insicurezza che fa stranamente pensare alle atmosfere lontane della Milano dei romanzi di Scerbanenco. L’arcobaleno squarcia le nuvole sopra le alte torri di vetro.

Gianni Maffi

Spaziofarini6 – Milano dal  5 Febbraio al 2016 al 4 Marzo 2016

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Michele Mattiello – Balkan Express

In treno da Trieste ad Istanbul, attraverso i Balcani
Il mio desiderio non era di vedere Istanbul, ma l’esperienza del viaggio per arrivarci, di perdermi nei Balcani

L’idea di arrivare ad Istanbul in treno mi era venuta leggendo un breve racconto di Paolo Rumiz.
Un giorno di fine gennaio ho preso lo zaino, la macchina fotografica e, senza nessuna prenotazione, sono partito per arrivare ad Istanbul.
Una specie di piccola avventura.
Trieste, e poi Lubiana.
Il giorno dopo, treno verso Belgrado, e la notte successiva verso Sofia.
Infine un altro treno notturno, il Balkan Express, che mi ha portato ad Istanbul.

Freddo, continue tempeste di neve, cercare un albergo, parlare dentro a fumosi bar con degli sconosciuti, incontrare persone ed entrare nelle loro case, o solo per qualche momento nelle loro vite.
Questo non e’ altro che il racconto fotografico di quello che ho visto dai finestrini sporchi dei treni, per strada, nelle case. Michele Mattiello

Libreria Pangea – Padova – dal 13 febbraio al 5 marzo 2016

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Marco Introini – Ritratti di monumenti

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GALLARATE (VA) AL MA*GA  DAL 20 FEBBRAIO AL 28 MARZO 2016

Dal 20 febbraio al 28 marzo 2016, il MA*GA DI Gallarate (VA) ospita la mostra di Marco Introini (1968) dal titolo Ritratti di monumenti presentata da Maddalena d’Alfonso con 30 fotografie inedite dell’artista milanese. Tali opere nascono dal suo interesse per l’architettura e per il monumento inteso come documento e stratificazione materiale della memoria collettiva e sono il frutto della collaborazione con la storica impresa di restauro Gasparoli. Oggetto dell’indagine sono alcuni importanti edifici storici, che sono stati recentemente oggetto di restauro a cura di Gasparoli Srl, come la Ca’ Granda, la Galleria Vittorio Emanuele, la Casa Manzoni, Sant’Ambrogio, San Lorenzo, a Milano, la Villa Reale di Monza, e ancora l’oratorio Visconteo di Albizzate (VA).

Fotografare i processi evolutivi urbani è una pratica che ha sempre accompagnato l’attività di Marco Introini e costituisce strumento originale per una riflessione sull’architettura e sulla città. La volontà di documentare il gesto conservativo e artistico del restauro diventa occasione per creare opere d’arte capaci di raccontare la storia -e la cura del patrimonio – con immagini di grande intensità artistica. La cifra più caratteristica delle fotografie di Marco Introini sta nella luce nitida che avvolge le architetture ritratte e porta alla celebrazione della cultura materiale. Questo atteggiamento conduce a porsi una questione di fondo: se da un lato, è inevitabile rendere merito all’eccellenza italiana, dall’altro, ci si deve chiedere come si possa vivere i luoghi storici senza perdersi nella loro aura poetica. Se l’architettura nasce per essere vissuta e la fotografia per immortalare un momento irripetibile, nelle opere di Introini, i due atteggiamenti si invertono; in questo caso, sono le immagini a raccontare la possibilità di vivere uno spazio che sembra perfetto. I lavori urbani che ritraggono monumenti ed edifici restaurati ci invitano a guardare le immagini perfette di una costruzione mentale tipicamente europea. Il restauro dei monumenti, la conservazione degli edifici storici, persino la tutela di intere parti di città e di territorio sono infatti pratiche comuni per luoghi carichi di storia e di narrazioni collettive.

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IMAGENATION 2016

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L’Associazione Culturale DeFactory è orgogliosa di presentare la sua nuova mostra annuale: ImageNation 2016: Occhi sul Mondo.

Dal 12 Marzo al 3 Aprile 2016, la Galleria Civica “G.B. Bosio” di Desenzano del Garda, ospiterà un collettivo di 60 fotografi: per quest’anno, infatti, DeFactory ha voluto aprire le sue porte anche a fotografi da tutto il mondo, raccogliendo un repertorio di storie e immagini, ma soprattutto di persone, di diversa origine ma con la comune passione per la fotografia. Il legame che unisce e stabilisce il dialogo tra questi e il visitatore è il racconto e, insieme, il desiderio di condividerlo e farlo conoscere attraverso quell’immediatezza che solo la fotografia riesce a veicolare.

Per mezzo di una raccolta per immagini da diversi Paesi e svariate realtà culturali, ImageNation 2016 e questi occhi sul mondo rappresentano uno spunto per riflettere sulla potenza del sentimento di identità dei popoli e per fermarsi ad osservare ciò che di bello il mondo mette a nostra disposizione. Sta solo a noi riconoscerlo, ammirarlo e, con cura, proteggerlo.

L’inaugurazione è in programma Sabato 12 Marzo, dalle ore 18. La Galleria Civica, sita in Piazza Malvezzi a Desenzano è aperta nei seguenti giorni e orari: Martedì, 10.30-12.30. Giovedì e Venerdì, 16.00-19.00. Sabato, Domenica e Lunedì di Pasqua: 10.30-12.30 e 16.00-19.00. L’ingresso è libero.

La mostra, curata da Martin Vegas, vede la partecipazione di 30 fotografi internazionali e altrettanti fotografi italiani, non solo locali. Tra questi, una fotografa italiana che vive a Parigi ha documentato, con profondo rispetto e nessun voyeurismo, i difficili giorni dopo gli attacchi terroristici del Novembre 2015. Mentre, tra i partecipanti internazionali, ben 4 di essi sono stati premiati come Photographer of the Year e altri 2 sono vincitori del prestigioso primo premio National Geographic. Altri, provenienti da Paesi del mondo dove la censura limita fortemente l’attività espressiva, stanno cercando, tra innumerevoli difficoltà, di superare questa sorta di invisibilità dovuta all’oscurantismo. Reportage e storie dal mondo, quindi, ma anche escursioni nelle nuove tendenze della fotografia contemporanea, dove l’estetica al servizio della creatività diventa protagonista di opere fine-art di alto livello.

Da questa importante iniziativa verrà tratto un libro fotografico di 130 pagine, con tutte le immagini in mostra e i progetti fotografici completi dai quali esse sono tratte. Il volume sarà disponibile dal giorno dell’inaugurazione presso la Galleria Civica di Desenzano del Garda.

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Italia O Italia – Federico Clavarino

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19 febbraio – 8 aprile 2016 – Spazio Labò, Bologna

Uno spazio nuovo, generato dall’incontro con la realtà, dove i luoghi non hanno nome e così nemmeno le presenze che li attraversano. È un labirinto di frammenti, sagome, scorci. Il centro, la meta, altro non è che la reazione del fotografo alla loro presenza lungo il cammino. Gli scatti sembrano ricalcati sull’occhio dell’autore, tanto accompagnano il percorso girovago del suo sguardo. Tessendo una rete di rimandi, associazioni e tranelli, Clavarino si rivolge – con quella dose di ironia che solo una relazione intima consente – alla monumentale staticità del paesaggio italiano, investendola di rinnovate allegorie. Così, prima di diventare fotografie, questi frammenti sono le città di Calvino, i versi di Montale, i vuoti di De Chirico, i colori di Morandi. La storia della rappresentazione dell’Italia si manifesta, più vivida del suo storicismo. Familiare, se non riconoscibile. Antiche rovine sono interrotte dalle tracce del presente, quasi un impiccio al silenzio di questo sogno senza tempo.
Testo critico a cura di Ilaria Speri

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Anna

 

Mostre consigliate da Mu.Sa. per Gennaio

SARAH MOON Omaggio a Mariano Fortuny

Dal 19 Dicembre 2015 al 13 marzo 2016 Venezia, Palazzo Fortuny

Lo stile personalissimo e visionario di Sarah Moon, l’intensità del suo sguardo e la poesia dei suoi scatti non potevano trovare luogo più suggestivo ed empatico di Palazzo Fortuny. Le luci tenui dell’inverno lagunare che penetrano dalle ampie vetrate, le pieghe, le volute e i giochi di rifrazione creati dai tessuti e dai panneggi degli abiti ideati da Mariano Fortuny, sono fonte d’ispirazione per questo nuovo progetto espositivo, a cura di Alexandra de Léal e Adele Re Rebaudengo, che la grande fotografa ha costruito nel corso degli anni durante le frequentazioni della casa/laboratorio di Palazzo Pesaro degli Orfei. Le sue fotografie, realizzate per rendere omaggio a Mariano Fortuny, che ci accolgono nei luminosi spazi al secondo piano del palazzo, innescano un percorso nella memoria, dove i segni del tempo rendono manifesta l’evanescenza della bellezza e la permanente condizione d’incertezza su cui riposa l’umana esistenza. Le stampe a getto d’inchiostro e ai sali d’argento raccontano frammenti di una storia interiore, che prende corpo nelle ombre create dal movimento delle stoffe, che richiamano la morbidezza dei plissé del Delphos, l’abito-icona della produzione di Fortuny e nelle linee – sfocate dal ricordo – delle architetture del Palazzo. L’artista francese, tra le maggiori fotografe di moda contemporanee, prima donna nel 1972 a scattare le foto per il Calendario Pirelli, da molti anni ha ampliato gli orizzonti del suo sguardo soffermandosi in particolare su tre temi: l’evanescenza della bellezza, l’incerto e lo scorrere del tempo. Il suo percorso si è declinato anche attraverso i video ed è stato oggetto di numerosi riconoscimenti, come il Grand Prix National de la Photographie nel 1995 e il Prix Nadar nel 2008. Catalogo Fondazione Musei Civici di Venezia, a cura di Daniela Ferretti, con saggi di Alexandra de Léal, Federica Mazzarelli. Continua a leggere

Mostre consigliate da Mu.Sa. questa settimana

 

Hrair Sarkissian. Back to the Future

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Dal 27 novembre 2015 al 21 febbraio 2016

Si è inaugurata giovedì 26 novembre 2015 presso la sede espositiva della Fondazione Carispezia la prima mostra personale italiana del fotografo armeno-siriano Hrair Sarkissian, fra i protagonisti del padiglione “Armenity”, vincitore del Leone d’Oro per la migliore partecipazione nazionale alla 56a Biennale di Venezia. Continua a leggere

Nuove imperdibili mostre! Italia ed estero. Le inaugurazioni da non perdere.

Conflict, time, photography

April 10 – July 5, 2015 Venue details: Museum Folkwang, Museumsplatz 1, 45128 Essen, Germany.

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2003 © Simon Norfolk

Conflict, Time, Photography brings together photographic reportages and artistic works that focus on war events and their settings, their visible effects and social consequences. The arrangement of the works in the exhibition is somewhat surprising, for it is informed solely by the temporal distance to the event the photographers and artists make reference to, from “moments, weeks, months later” at the beginning of the exhibition to “years and decades later” to “100 years later” in the last of the total of 12 rooms. This gives rise to neighbourhoods of documentary-photographic, photo-artistic and conceptual works that leave it open as to how observers are to view and understand their content – even if it is unmistakeably clear that they address the historical and contemporary fact of war and our ideas concerning it.

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© Don McCullin, courtesy Hamiltons Gallery, London

The exhibition title forgoes putting the terms war, time and photography in a clear relationship. Conflict, Time, Photography is not a photographic or media history of war, neither is it a history of war photography or photography in times of war. Instead the exhibition inquires as to the possibilities and strategies of using photography and art to cope with war and violence: eye-witnessing – searching for clues – stocktaking – remembering – artistic ways of reading archives – return to locations – suggesting the invisible. As an exhibition within the exhibition, the London-based Archive of Modern Conflict has conceived a presentation from its extensive collections of historical photographs, objects, print material and manuscripts. It brings together private shots, official photos, historical equipment and other objects from the years of the First and Second World Wars, fusing them into a multimedia installation. For Essen, a further chapter was added to Conflict, Time, Photography exploring reports on the Ruhr region and Rhineland immediately after the end of the Second World War. At that time local and regional photographers including Albert Renger-Patzsch, Willy van Heekern and Ruth Hallensleben, as well as foreign photojournalists such as René Burri and Margaret Bourke-White, cast their gaze on the destroyed cities and their inhabitants. Their pictures not only present highly diverse perspectives, but also reveal the different aims pursued with the photo reportages. On the one hand we see the suffering of the civilian population among the piles of rubble, on the other a critical evaluation of German society, which found itself confronted with the consequences of Nazi war policy.

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© Courtesy Luc Delahaye & Galerie Nathalie Obadia, Paris/Bruxelles

Artists: Jules Andrieu, Pierre Antony-Thouret, Nobuyoshi Araki, Archive of Modern Conflict, George N. Barnard, Margaret Bourke-White, Frank Breuer, Adam Broomberg, Oliver Chanarin, René Burri, Hermann Claasen, Luc Delahaye, Chloe Dewe Mathews, Ken Domon, Matsumoto Eiichi, Hugo Friedrich Engel, Roger Fenton, Toshio Fukada, Jim Goldberg, Ruth Hallensleben, Rudolf Herz, Dieter Hinrichs, Kenji Ishiguro, Kikuji Kawada, János Kender, Peter Kleu, An-My Lê, Jerzy Lewczyński, Emeric Lhuisset, Agata Madejska, Diana Matar, Don McCullin, Susan Meiselas, Angela Milden, Simon Norfolk, João Penalva, Richard Peter, Walid Raad, Jo Ractliffe, Albert Renger-Patzsch, Sophie Ristelhueber, George Rodger, Julian Rosefeldt, August Sander, Hrair Sarkissian, Michael Schmidt, Karl Hugo Schmölz, Ursula Schulz-Dornburg, Indrė Šerpytytė, Stephen Shore, Harry Shunk, Taryn Simon, Josef Stoffels, Wolf Strache, Shomei Tomatsu, Hiromi Tsuchida, Willy van Heekern, Nick Waplington, Franz Wiese, Jane Wilson, Louise Wilson, Sasaki Yuichiro

Organised by Tate Modern, London in association with Museum Folkwang, Essen and Staatliche Kunstsammlungen, Dresden.

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WU MING + TERRAPROJECT = 4. UN VIAGGIO DI FOTOGRAFIE E RACCONTI

Inaugurazione mostra venerdì 8 maggio ore 19.30 anticipata dalla presentazione editoriale alle 18.30 dei libri “4” di TerraProject e di “Hotel Immagine” di Simone Donati. Intervengono Michele Borzoni e Simone Donati, modera l’incontro Emiliano Mancuso. L’esperienza esplorativa di TerraProject e Wu Ming è racchiusa nella metafora dei quattro elementi – aria, acqua terra, fuoco – linee guida nella costruzione di immagini di vulcani, impianti industriali, coste, città fratturate e personaggi immaginari. Alle 18.30 Simone Donati Presenterà il libro Hotel Imma I quattro capitoli del progetto – aria, acqua, terra, fuoco – sono dunque il frutto di un processo di selezione collettiva, un nuovo punto di partenza, quattro nuclei dentro i quali Wu Ming 2 si è orientato nella costruzione di quattro racconti.

Questo nuovo organismo fatto di parole e figure diventa un dispositivo che sposta la mera natura documentaria portandoci in un territorio altro, letterario e non solo geografico, fatto di una narrazione punteggiata da precisi riferimenti visivi che diventano i protagonisti di nuove storie. La natura della rappresentazione fotografica si apre a nuove possibilità espressive, 4 diventa un lavoro a più mani che ha un nuovo ritmo fatto di scrittura e immagine integrate. Il progetto è diventato anche un libro illustrato a cura di Renata Ferri e con il design di Ramon Pez. Un progetto editoriale, completamente autoprodotto, in cui i due linguaggi – immagine e parola – sono intrinsecamente incastrati uno nell’altro. Per maggiori informazioni è online la pagina http://www.terraproject.net/quattro.

INFO MOSTRA QUI Dall’11 al 28 maggio 2015 Inaugurazione: venerdì 8 maggio ore 19.30 Orari mostra: dal lunedì al venerdì 10.30 – 13.30 / 14.30 – 19 sabato e domenica chiuso Via Giuseppe Libetta, 1 – Roma of@officinefotografiche.org

Fotografi Magnum/Contrasto per i Cluster di Expo Milano 2015

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l Tema di Expo Milano 2015 “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” rappresenta una fotografia planetaria – una immagine istantanea, precisa quanto variegata – di tutte le declinazioni possibili dell’alimentazione nel globo e, allo stesso tempo, di tutte le problematiche connesse alla sostenibilità, alla sicurezza, alla disponibilità del cibo per tutti gli abitanti del globo. La fotografia di conseguenza, tra le proposte della visitor experience, è il media che meglio interpreta la visione e la finalità dell’Esposizione Universale evidenziando e narrando gli aspetti più diversi dal reportage all’antropologia, dalla visione della natura a quella dell’arte. Il suo ruolo sempre più rilevante nella società come documento della realtà, come mezzo di comunicazione e come linguaggio artistico contemporaneo testimonia la capacità di portare verso il grande pubblico temi di grande importanza per il pianeta creando emozione e riflessione con un linguaggio artistico evocativo di forte empatia. I progetti dedicati alla fotografia di Expo Milano 2015 – dai Cluster del sito espositivo all’Area tematica “Arts & Foods. Rituali dal 1851” alla Triennale di Milano sino ai numerosi Festival e iniziative sia italiane che europee – sono stati presentati oggi all’Agorà del Castello Sforzesco da Giuseppe Sala, Commissario Unico Delegato del Governo per Expo Milano 2015 e Amministratore Delegato di expo 2015 SpA, James Msekela, Commissario Generale e Ambasciatore della Tanzania a Roma, Andrea Illy, Presidente e Amministratore Delegato di illycaffè SpA, Roberto Koch, Fondatore e Direttore di Contrasto, Ferdinando Scianna, fotografo Magnum Photos, Irene Kung, fotografa Contrasto, Enrico Deluchi, Amministratore Delegato Canon Italia SpA. “Le nove mostre fotografiche all’interno degli spazi comuni dei Cluster – ha affermato Giuseppe Sala – saranno uno dei fiori all’occhiello dell’offerta culturale di Expo, grazie al contributo di illy, che per primo ha portato Salgado, e alla collaborazione di Expo con Magnum/Contrasto, che ha costruito una grande mostra, con otto fotografi di fama internazionale chiamati a mostrare il loro sguardo con otto lavori originali sui temi specifici di ciascun Cluster”. James Msekela è intervenuto sull’importanza dei Cluster per i Paesi e sui caratteri innovativi di questo progetto collettivo di Expo Milano 2015 – che vede la Tanzania presente con un Padiglione di 125 metri quadrati all’interno del Cluster delle Spezie – oltre che sulla capacità attrattiva di queste straordinarie immagini fotografiche che aggiungono valore alla visita del pubblico rendendola unica e indimenticabile. “Magnum Photos e Contrasto sono davvero orgogliosi e lieti di portare la grande fotografia a Expo Milano 2015 – ha detto Roberto Koch – La collaborazione, avviata fin dall’inizio del 2014 e portata avanti con grande entusiasmo, ci ha permesso di realizzare un progetto con alcuni dei più importanti fotografi del mondo, ognuno dei quali si è impegnato a produrre immagini sui diversi temi dei Cluster. Molte produzioni speciali sono state realizzate in tutto il mondo, dalle Isole Oceaniche all’Asia, all’Africa, all’Europa, con i fotografi di Magnum (e non solo), con il lavoro di Gianni Berengo Gardin, Irene Kung, Joel Meyerowitz, Martin Parr, Alessandra Sanguinetti, Ferdinando Scianna, George Steinmetz, e Alex Webb. Una occasione imperdibile per mettere al centro di Expo la grande fotografia di documentazione d’autore, nella magnifica tradizione di Magnum Photos, consolidata nel mondo da 70 anni. Siamo grati a Expo e a Matteo Gatto di questa opportunità e orgogliosi che Milano, capitale del mondo durante Expo, sia anche il luogo di affermazione della grande fotografia, come insostituibile racconto del mondo.” Il progetto di mostre fotografiche sui temi dei Cluster di Expo Milano 2015 è stato realizzato da nove grandi autori della fotografia contemporanea – Ferdinando Scianna, Martin Parr, Gianni Berengo Gardin, Alex Webb, Irene Kung, Alessandra Sanguinetti, Joel Meyerowitz, George Steinmetz, Sebastião Salgado – che li hanno interpretati con linguaggi personali differenti per avvicinare e coinvolgere gli oltre venti milioni di visitatori attesi da tutto il mondo. Nove eventi artistici di grande qualità e richiamo mediatico, nove installazioni prodotte per questa occasione e pensate con un impianto scenografico dove i valori informativi sappiano emergere in un percorso immediato e attrattivo. Le filiere alimentari al centro dei nove Cluster sono Cacao, Caffè, Cereali-Tuberi, Frutta – Legumi, Isole Oceaniche, Biomediterraneo, Riso, Spezie, Zone aride e a ciascuna sarà dedicata una mostra fotografica che guiderà il pubblico nella conoscenza delle modalità con cui le diverse coltivazioni e il lavoro dell’uomo nutrono il pianeta e i suoi abitanti fornendo la vera ed essenziale energia del futuro. Cluster Riso. Terre di Riso: la Pianura Padana e altre piantagioni di riso immortalate dagli scatti dell’italiano Gianni Berengo Gardin, maestro della fotografia internazionale, che ha indagato per anni la coltura e la raccolta del riso, dalle valli del Piemonte e della Lombardia alla Cina e alla Francia.

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© Gianni Berengo Gardin

Cluster Frutta – Legumi – Il giardino delle meraviglie: la svizzera Irene Kung attraverso le sue fotografie artistiche mostrerà la straordinaria bellezza degli alberi da frutta e dei legumi.

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©Irene Kung

Cluster Cereali – Tuberi: la varietà delle diverse specie di Pane del mondo immortalate dall’americano Joel Meyerowitz con delle installazioni prodotte appositamente.

1392234839507 © Joel Meyerowitz

Cluster Cacao. Il cioccolato: il cioccolato prodotto, consumato e venduto in tutto il mondo grazie allo sguardo dell’inglese Martin Parr, Presidente di Magnum, che nel corso dei suoi viaggi, è stato testimone del consumo e della varietà con cui il cacao attraversa la vita di tutti gli abitanti del pianeta.

1392234903474 © Martin Parr

Cluster Caffè: il grande fotografo brasiliano Sebastião Salgado, ha lavorato negli ultimi dieci anni fotografando la coltivazione, la raccolta, l’essiccamento, la selezione e il trasporto del caffè, in vari paesi del mondo, con un racconto lirico ed epico degli uomini e delle donne che lo producono.

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© Sebastião Salgado

Cluster Isole del Pacifico: La natura primigenia, l’esotismo. La carnalità della Natura viste dall’americana Alessandra Sanguinetti di Magnum che mostrerà la vita delle famiglie nelle Isole Oceaniche, con tre storie diverse realizzate negli Oceani Atlantico, Pacifico e Indiano.

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© Alessandra Sanguinetti

Cluster Biomediterraneo: la cultura, la storia, il paesaggio illustrati attraverso le fotografie di Ferdinando Scianna, fotografo italiano di Magnum che del racconto del Mediterraneo ha fatto oggetto della ricerca artistica di tutta la sua vita, a partire dalle sue origini siciliane ed esplorando altri paesi per documentare la cultura, la vita e i riti che la accompagnano.

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© Ferdinando Scianna

Cluster Zone Aride- In volo sui deserti: l’americano George Steinmetz, mostrerà le Zone Aride del mondo dall’alto, attraverso un suo speciale deltaplano costruito appositamente, con delle magnifiche visione di queste zone in molti casi riadattate alla fertilità e alla coltivazione di prodotti agricoli.

1392234912861 © George Steinmetz

Cluster Spezie. La Via delle Spezie: l’americano Alex Webb, membro di Magnum e sognante interprete della fotografia di viaggio e uno degli autori più in vista del National Geographic, racconterà la grande varietà selle spezie attraverso un itinerario che lo porterà a ripercorrere l’antica Via delle Spezie e i mercati dell’Asia.

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© Alex Webb

The Western front – Stanley Greene

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Martedì 12 maggio alle ore 19.30 presso la Leica Galerie Milano (Via Mengoni, 4 – angolo Piazza Duomo), Leica Camera Italia inaugura la mostra “The Western Front” del celebre fotoreporter statunitense Stanley Greene, dal 2007 fondatore e membro dell’agenzia NOOR. L’esposizione, realizzata in collaborazione con aBcM – agenzia milanese che da anni sviluppa e produce progetti speciali dedicati alla fotografia d’autore -, per la prima volta in Italia offre ai visitatori la più importante edizione del lavoro di Greene con una selezione di 27 scatti, un lavoro unico sulla scena musicale punk a San Francisco negli anni ’70 e ‘80. Stanley Greene, fotoreporter di fama internazionale, nasce nel 1949 a Brooklyn (New York).Si avvicina al fotogiornalismo nel 1989, anno in cui il suo scatto “Kisses to All, Berlin Wall” diventa il simbolo indiscusso della caduta del Muro di Berlino. Nel corso della sua carriera documenta alcuni dei maggiori conflitti mondiali: dalla Georgia all’ Iraq, fino a Somalia, Kashmir, Libano e Ruanda. E’conosciuto in tutto il mondo in particolare per il suo reportage dedicato alla guerra in Cecenia, diventato poi un celebre libro (Open Wound). E’ inoltre vincitore del prestigioso Eugene Smith Humanistic Grant e del Getty Award for Editorial Images del 2011.

Per l’occasione, il fotografo sarà presente alla serata di inaugurazione.

Sebastião Salgado Profumo di Sogno. Viaggio nel mondo del Caffè

Tutte le immagini © Sebastião Salgado

In mostra a Venezia le immagini di Sebastião Salgado per Illy A cura di Lélia Wanick Salgado

Per la prima volta, dal 6 maggio al 27 settembre 2015, la mostra di Sebastião Salgado per illy, dal titolo PROFUMO DI SOGNO. Viaggio nel mondo del Caffè, sarà proposta alla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, con la collaborazione di Contrasto. La mostra è a cura di Lélia Wanick Salgado. La mostra, allestita negli spazi di Piazza San Marco, si compone di una selezione di 75 scatti più rappresentativi del viaggio fotografico compiuto dal grande maestro insieme a illy per omaggiare gli uomini e le donne del caffè: una storia di persone, di paesaggi, di rapporto armonioso con la terra raccontata attraverso immagini in bianco e nero dal forte impatto espressivo, evocativo ed emozionale. “PROFUMO DI SOGNO. Viaggio nel mondo del Caffè” si propone così come il più grande reportage mai realizzato prima dedicato al mondo del caffè. Dal 2003 ad oggi Salgado ha documentato negli anni dieci Paesi da cui illy acquista il caffè: Brasile, India, Indonesia, Etiopia, Guatemala, Colombia, Cina, Costa Rica, El Salvador e Tanzania.

L’anteprima dedicata alla stampa si svolgerà martedì 5 maggio 2015 dalle 11:00 alle 13:00 presso la Fondazione Bevilacqua LaMasa, Piazza San Marco 71/c – Venezia, alla presenza del grande fotografo Sebastião Salgado. La mostra è accompagnata anche dal libro pubblicato da Contrasto “PROFUMO DI SOGNO. Viaggio nelmondo del Caffè”, che racconta il viaggio nelle piantagioni di caffè attraverso le immagini del grande fotografo umanista e le parole di Andrea Illy, Luis Sepulveda, Angela Vettese e lo stesso Sebastião Salgado. Il libro è curato da Lélia Wanick Salgado, moglie del fotografo.

Brasiliano di origine, narratore del mondo per passione, Sebastião Salgado conosce bene la vita dei coltivatori di caffè, avendoli osservati fin dall’infanzia: nato nel 1944 in una numerosa famiglia dello Stato interno del Minas Gerais in Brasile, luogo da cui suo padre trasportava il caffè verso i porti lungo la costa, in seguito economista alla International Coffee Organization, ha scelto negli anni di farsi testimone dello sviluppo sostenibile del pianeta.

Sebastião Salgado. Profumo di Sogno – Viaggio nel mondo del Caffè Fondazione Bevilacqua La Masa, piazza San Marco, 71/c – Venezia 6 maggio – 27 settembre 2015

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Michael Kenna

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15 maggio – 28 giugno

Galleria 13 Reggio Emilia

Michael Kenna è un fotografo forse ancora non diffusamente conosciuto in Italia, nonostante sia da anni apprezzato dagli addetti ai lavori di tutto il mondo. I suoi soggetti sono la natura, i tesori architettonici, le città e le aree industriali, che si ammantano di una propria bellezza inquietante anche nel caso più eclatante delle centrali nucleari. Michael Kenna guarda a questi luoghi da inaspettati punti di vista fisici e mentali e lo fa muovendosi in certi momenti della giornata in cui la luce deve ancora manifestarsi completamente a plasmare i soggetti.

La mostra fa parte del Circuito OFF di Fotografia Europea

Galleria 13 – arte moderna e contemporanea via Roma 34/B Reggio Emilia

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Postato da Anna