Ciao, ecco com’è fatta un’ottica fotografica, buona giornata
Sara
Un obiettivo fotografico è un sistema ottico complesso progettato per raccogliere e concentrare la luce in modo da formare un’immagine nitida sul sensore della fotocamera. È costituito da un insieme di lenti di diverso tipo, disposte in gruppi e alloggiate in un corpo cilindrico di metallo o plastica.
Le lenti e i gruppi ottici
Le lenti all’interno dell’obiettivo sono realizzate con vetri ottici speciali, che hanno proprietà specifiche per ridurre le distorsioni e migliorare la qualità dell’immagine. Si dividono in:
Lenti semplici: costituite da un unico elemento in vetro.
Lenti composte: formate da più elementi incollati insieme o montati in un sistema meccanico per ottenere particolari effetti ottici.
Ogni lente ha un suo indice di rifrazione, ovvero la capacità di piegare la luce quando questa passa da un mezzo all’altro (per esempio, dall’aria al vetro). Questa rifrazione è essenziale per dirigere la luce in modo controllato verso il sensore della fotocamera.
Le lenti sono disposte in gruppi per correggere le aberrazioni ottiche e migliorare la nitidezza. Alcune tipologie di lenti specializzate includono:
Lenti asferiche, che riducono l’aberrazione sferica.
Lenti a dispersione extra bassa (ED), che limitano l’aberrazione cromatica.
Lenti flottanti, che migliorano la qualità dell’immagine quando si mette a fuoco da vicino.
Il diaframma: controllo della luce e profondità di campo
All’interno dell’obiettivo troviamo il diaframma, un insieme di sottili lamelle metalliche disposte in cerchio che si aprono e si chiudono per controllare la quantità di luce che entra nell’obiettivo. Il diaframma influisce su:
L’esposizione: un’apertura più ampia (numero f/ basso, es. f/1.8) lascia entrare più luce, mentre un’apertura più chiusa (numero f/ alto, es. f/16) ne lascia entrare meno.
La profondità di campo: con un diaframma molto aperto (f/1.8 – f/2.8) si ottiene uno sfondo sfocato (bokeh), mentre con un diaframma chiuso (f/11 – f/22) tutto risulta più nitido.
Messa a fuoco e zoom
Gli obiettivi includono un meccanismo per modificare la distanza tra le lenti, consentendo la messa a fuoco su soggetti posti a diverse distanze. Esistono due tipi principali di obiettivi:
Obiettivi a focale fissa, con una sola lunghezza focale (es. 50mm, 85mm).
Obiettivi zoom, con una lunghezza focale variabile (es. 24-70mm, 70-200mm).
Alcuni obiettivi dispongono di autofocus (motorizzato) e altri solo di messa a fuoco manuale. Tecnologie avanzate come il motore a ultrasuoni (USM) o il motore passo-passo (STM) migliorano la rapidità e la silenziosità della messa a fuoco.
Percorso della luce all’interno dell’obiettivo
Quando la luce entra nell’obiettivo:
Le prime lenti la raccolgono e la concentrano.
Le lenti successive correggono le aberrazioni ottiche e affinano l’immagine.
La luce viene direzionata sul sensore della fotocamera, formando un’immagine dettagliata.
Ad esempio, se vuoi fotografare un fiore:
La luce riflessa dal fiore entra nell’obiettivo.
Le lenti anteriori la catturano e la focalizzano.
Le lenti correttive minimizzano le distorsioni.
L’immagine finale viene proiettata sul sensore della fotocamera.
Correzione delle aberrazioni ottiche
Un obiettivo di alta qualità è progettato per minimizzare difetti ottici come:
Aberrazione sferica: distorsione ai bordi dell’immagine.
Aberrazione cromatica: aloni colorati intorno ai soggetti.
Distorsione: linee dritte che appaiono curve.
Vignettatura: oscuramento degli angoli dell’immagine.
Questi problemi vengono corretti con l’uso di lenti speciali e trattamenti antiriflesso (come i rivestimenti multistrato, tipo Nano Coating).
Conclusione
L’obiettivo è una delle componenti più importanti di una fotocamera. Ogni elemento, dalle lenti al diaframma, lavora in sinergia per ottenere un’immagine nitida, luminosa e priva di distorsioni. Conoscere la sua struttura e il suo funzionamento ti aiuta a scegliere l’obiettivo giusto per le tue esigenze fotografiche.
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d inaugurare il programma espositivo del neonato Centro della Fotografia di Roma è la grande mostra IRVING PENN. PHOTOGRAPHS 1939 – 2007, dal 30 gennaio sino al 29 giugno 2026, che presenta al pubblico una selezione di 109 stampe provenienti dalla prestigiosa collezione della Maison Européenne de la Photographie (MEP) di Parigi, realizzate tra il 1939 e il 2007. La collezione della MEP è il risultato di un lungo rapporto di collaborazione con l’artista e, negli anni più recenti, di un dialogo continuo con la Irving Penn Foundation, istituzione fondata dallo stesso Irving Penn per preservare e promuovere il suo lascito artistico. La mostra è curata da Pascal Hoël, Head of Collections MEP, Frédérique Dolivet Deputy to Head of Collections MEP e Alessandra Mauro curatrice per il Centro della Fotografia di Roma, promossa da Roma Capitale e Fondazione Mattatoio e organizzata da Civita Mostre e Musei. La Maison Europe enne de la Photographie ed il Centro di Fotografia ringraziano la Irving Penn Foundation di New York per la collaborazione.
“Ogni immagine è il risultato di lunghe riflessioni che hanno portato a composizioni senza tempo, realizzate con sofisticate tecniche di stampa. Gran parte di queste opere sono diventate icone intramontabili della storia della fotografia” , affermano i curatori della mostra.
Irving Penn (1917–2009) è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi maestri della fotografia del Novecento. Per oltre sessant’anni protagonista della scena internazionale e firma storica della rivista Vogue, Penn ha rivoluzionato i generi della fotografia di moda, del ritratto e della natura morta, con uno stile inconfondibile fatto di rigore formale, eleganza essenziale e straordinaria attenzione ai dettagli. Le sue immagini, per lo più realizzate in studio, sono celebri per la loro apparente semplicità e per la capacità di restituire, con la stessa intensità, soggetti famosi e persone comuni. Accanto ai ritratti di artisti, scrittori e celebrità, Penn ha dedicato grande attenzione a progetti personali diventati iconici, come le nature morte con mozziconi di sigarette o oggetti abbandonati, trasformati in immagini di sorprendente bellezza. La mostra, articolata in sei sezioni, offre una panoramica completa della sua opera, mettendo in luce non solo la potenza della sua visione artistica, ma anche la sua straordinaria abilità di stampatore. Penn seguiva, infatti, ogni fase del processo con estrema cura, sperimentando tecniche raffinate come la stampa al platino, per ottenere immagini senza tempo, oggi considerate pietre miliari della storia della fotografia.
Il percorso espositivo si apre con i Primi lavori (1939-1947), cioe le prime fotografie che realizza lungo le strade di New York, poi nel sud degli Stati Uniti e poi ancora in Messico nel 1941. Nel 1945 e in Europa e in Italia, come autista volontario di ambulanze dell’esercito americano e utilizza la sua macchina fotografica per raccogliere testimonianze visive di quel periodo travagliato. In mostra anche la celebre fotografia dedicata al “gruppo d’intellettuali italiani al Caffe Greco” realizzata a Roma da Irving Penn per Vogue nel 1948. La seconda sezione e dedicata ai numerosi Viaggi tra il 1948 ed il 1971 per Vogue, dal Peru al Nepal, dal Camerun alla Nuova Guinea, nei quali realizza ritratti degli indigeni immersi nella luce naturale, dopo averli isolati dal loro ambiente in uno spazio neutro. La sezione numero tre riguarda invece i Ritratti (1947 – 1996) soprattutto delle celebrita e che vengono fotografate per lo piu nel suo studio, dove Penn crea i suoi set. Nella quarta sezione troviamo i Nudi (1949 – 1967): una serie molto personale di fotografie di nudi femminili, per i quali sceglie modelle professioniste per pittori e scultori con l’obiettivo di inquadrare i corpi il piu da vicino possibile, senza mai mostrare i volti, celebrando la loro bellezza scultorea. Sottopone poi i suoi negativi a tecniche di stampa sperimentali, sbiancando e rielaborando le sue stampe fino a ottenere toni diafani che variano sempre da una stampa all’altra. La sua forza creativa e evidente anche nel lavoro che realizza nel 1967 per il Dancers’ Workshop di San Francisco in cui non cerca di dare un preciso significato a una coreografia specifica, ma piuttosto sceglie un’interpretazione piu libera dei corpi in movimento che si esibiscono solo per essere fotografati. Infine, le ultime due sezioni: Moda e bellezza (1949 – 2007), durante la sua lunga carriera per Vogue, la moda e parte essenziale del suo lavoro e Still Life (1949 – 2007), nella quale dimostra grande creativita nella messa in scena di oggetti inanimati, con una costante determinazione a rimuovere il superfluo. Spesso include nelle sue realizzazioni riferimenti alla Vanitas e al memento mori dell’arte antica, che conferiscono alle sue immagini un potere e una presenza senza tempo. E anche interessato a soggetti che a prima vista possono sembrare banali, insignificanti o ripugnanti, come i mozziconi di sigarette trovate in strada o le gomme da masticare usate, che Penn glorifica in sontuose stampe al platino-palladio. Così , esplorando nuovi soggetti con nuove tecniche, continua sempre a forzare i confini creativi del mezzo fotografico.
Dal 30 gennaio 2026 al 29 giugno 2026 – Centro della Fotografia Roma
SAUL LEITER – Una finestra punteggiata di gocce di pioggia
“Mi capita di credere nella bellezza delle cose semplici.
Credo che la cosa meno interessante possa essere molto interessante”
– Saul Leiter –
126 fotografie in bianco e nero (tra stampe vintage e moderne), 40 fotografie a colori, 42 dipinti, 5 riviste originali dell’epoca e un documento filmico.
Saul Leiter raccontò con sguardo lirico e intimista la New York del secondo ‘900, ritraendo scene urbane e ritratti, e prestando il suo obiettivo al mondo della moda.
Antidivo e refrattario alla fama, stampò in vita solo alcuni dei tanti scatti realizzati, riemersi dopo la sua morte e rappresentativi del realismo fiabesco tipico del suo stile.
Vertigo Syndrome, in collaborazione con diChroma photography, Saul Leiter Foundation, il patrocinio del Comune di Bologna e con la curatela di Anne Morin, presenta a Palazzo Pallavicini di Bologna, dal 5 marzo al 19 luglio 2026, la grande mostra dedicata a Saul Leiter, uno dei più raffinati maestri della fotografia del XX secolo.
Intitolata “Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia”, l’esposizione riunisce 126 fotografie in bianco e nero, 40 fotografie a colori, 42 dipinti e rari materiali d’archivio — tra cui riviste originali d’epoca e un documento filmico. La mostra comprende sia stampe vintage che moderne, primi lavori sperimentali e celebri immagini di moda realizzate per testate come Harper’s Bazaar.
Un percorso che mette in luce ciò che distingue Leiter dai suoi contemporanei e spiega perché la sua opera continua a ispirare generazioni di fotografi.
L’allestimento è concepito anche come un’esperienza immersiva e partecipativa: la disposizione degli spazi, delle luci e dei punti di vista invita i visitatori a osservare e a fotografare come faceva lo stesso Saul Leiter. Alcune sezioni della mostra sono studiate per consentire al pubblico di sperimentare in prima persona le sue modalità di inquadratura e composizione, ricreando giochi di riflessi, trasparenze e frammenti visivi tipici del suo sguardo poetico.
New York in un gesto, un dettaglio, quasi nulla
Mentre i fotografi della sua epoca miravano a rappresentare la grandezza e la modernità di New York, Saul Leiter scelse una via opposta: trasformare la quotidianità in poesia visiva. Nelle sue immagini il reale diventa lirico — il vapore che sale dai tombini, gli ombrelli nella pioggia, i riflessi sulle vetrine — frammenti discreti e sognanti di una città colta più per allusioni che per descrizioni.
La sua visione rifiuta l’approccio documentaristico dominante del dopoguerra per creare invece “haiku fotografici”, brevi rivelazioni dove realtà e astrazione si fondono.
“Leiter si divertiva con ciò che vedeva. Non era interessato al carattere egemonico di New York o alla sua mostruosa modernità — spiega la curatrice Anne Morin —. Inventava giochi ottici, intrecci di forme e piani che nascondono e rivelano ciò che si cela negli intervalli, nelle vicinanze, nei margini invisibili.”
Perché questa mostra è straordinaria
Viviamo un paradosso affascinante: mentre gli algoritmi perfezionano ossessivamente ogni pixel, il pubblico, logorato da instagram, torna a desiderare ciò che è fuori fuoco, appena evocato, impreciso. L’arte, ancora una volta, vive di contraddizioni.
Le fotografie non perfette parlano un linguaggio involontario ma potente.
Foto che altri avrebbero scartato ma che Saul Leiter ha invece cercato e sono il cuore della sua poetica: l’ostruzione diventa linguaggio, il taglio fotografico non centrato diventa stile. Leiter avrebbe rifiutato la perfezione ossessiva dei nostri contemporanei, preferendo la sporcatura casuale e naturale alla definizione perfetta.
A differenza dei colleghi che cercavano nitidezza e definizione, Leiter abbracciava l’imperfezione, fotografando attraverso vetri appannati, tende, pioggia o neve — elementi che trasformava in parte integrante della composizione. Le sue immagini, dense di livelli e trasparenze, sfumano il confine tra fotografia e pittura.
Già nel 1948 iniziò a sperimentare con il colore, in un’epoca in cui questo era considerato commerciale o frivolo. Leiter invece ne fece un linguaggio poetico, anticipando di decenni l’accettazione del colore nell’arte fotografica. Le sue tonalità audaci e vellutate trasformano le scene di strada in composizioni astratte e sensuali, attirando presto l’attenzione del mondo della moda.
Collaborò così con Esquire, Harper’s Bazaar e, nei due decenni successivi, con Show, Elle, British Vogue, Queen e Nova.
Un timido pittore con la Leica
La mostra sottolinea la doppia identità di Leiter come pittore e fotografo, rivelando come la sua sensibilità pittorica abbia modellato il suo sguardo fotografico. La sua formazione nelle arti visive gli permise di affrontare la fotografia a colori con un’eleganza e una delicatezza uniche, trattando ogni immagine come una tela.
“Non ho una filosofia. Ho una macchina fotografica — diceva Leiter —. Guardo attraverso l’obiettivo e scatto. Le mie fotografie sono solo una piccola parte di ciò che vedo e che potrebbe essere fotografato. Sono frammenti di possibilità infinite.”
Antidivo per natura, refrattario alla fama, Leiter pubblicò e mostrò solo una parte del suo vasto corpus. Molti negativi rimasero inediti, custodendo l’aspetto più intimo e poetico della sua ricerca. Nel 2018, cinque anni dopo la sua morte, emerse una serie poco conosciuta di nudi in bianco e nero — scattati tra la fine degli anni ’40 e i primi anni ’60 — realizzati in collaborazione con le donne della sua vita.
Il suo lavoro, intriso di un ordine segreto e di un equilibrio misterioso, rivela il poeta nascosto dietro il fotografo.
Saul Leiter secondo Anne Morin
“Le immagini di Leiter durano quanto il battito di un ciglio, posizionate sul bordo di qualcosa. Sono istantanee, forme brevi, frammentate, come annotazioni di realtà. Realizzate con una maestria e una metrica che ricordano gli haiku. Il suo gesto è quello di un calligrafo: veloce, preciso, senza scuse.”
5 marzo 2026 – 19 luglio 2026 – Bologna, Palazzo Pallavicini
Dopo un decennio di chiusura, il Centro Internazionale di Fotografia – Scavi Scaligeri riapre al pubblico e torna a essere uno spazio vivo di produzione culturale e confronto. Dal 20 febbraio, i suggestivi ambienti sotterranei nel cuore di Verona accolgono la mostra “Winter games! Gli sport invernali. Fotografie dagli archivi LIFE 1936-1972” che intreccia fotografia, sport, storia e immaginario collettivo, inserendosi nel palinsesto di iniziative che accompagnano la città nel percorso verso i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026, di cui Verona è protagonista.
Attraverso questa mostra, gli Scavi Scaligeri non segnano soltanto la riapertura di un luogo emblematico per la fotografia italiana, ma ribadiscono anche la centralità di Verona come polo di produzione culturale, confronto internazionale e riflessione sull’immaginario contemporaneo. Un ritorno a lungo atteso, fortemente voluto dall’Amministrazione attraverso l’Assessorato alla Cultura, che restituisce al pubblico uno spazio affascinante e unico, capace di guardare al futuro a partire da immagini che hanno segnato la storia.
La mostra, da un’idea di Giuseppe Ceroni e curata da Simone Azzoni, è promossa dal Comune di Verona e prodotta da Silvana Editoriale, in collaborazione con PEP Artists e Grenze Arsenali Fotografici, e porta negli Scavi Scaligeri uno sguardo iconico e senza tempo: quello della storica rivista LIFE, uno dei magazine fotografici più influenti del Novecento. A rendere unica questa esposizione è l’assoluta originalità del progetto, pensato e realizzato ad hoc per Verona e per questa occasione.
L’esposizione è inserita nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, Il programma multidisciplinare, plurale e diffuso che animerà l’Italia per promuovere i valori Olimpici e valorizzerà il dialogo tra arte, cultura e sport, in vista dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali che l’Italia ospiterà rispettivamente dal 6 al 22 febbraio e dal 6 al 15 marzo 2026.
Il percorso espositivo prende avvio dagli sport invernali, ma va ben oltre la dimensione della competizione e della pura performance atletica.
Le circa cento immagini selezionate, molte delle quali inedite, restituiscono lo sport come esperienza condivisa, spettacolo, rito collettivo e potente specchio del proprio tempo. Dalle Olimpiadi invernali di Garmisch-Partenkirchen del 1936 a quelle di Sapporo del 1972, passando per la storica edizione di Cortina 1956, LIFE racconta quasi quarant’anni di storia segnati da guerre, ricostruzioni, crescita economica e tensioni geopolitiche.
Fondata nel 1936 da Henry Luce, LIFE ha profondamente trasformato il linguaggio del giornalismo, ponendo la fotografia al centro della narrazione. Non si trattava soltanto di mostrare i fatti, ma di farli vivere: “vedere la vita, vedere il mondo; essere testimoni oculari dei grandi eventi”. Le immagini dovevano emozionare, coinvolgere, rendere il lettore parte dell’esperienza. Experienced era la parola chiave. Una visione che emerge con forza anche in questa mostra, dove il rigore documentario si intreccia al senso dello spettacolo e a una raffinata attenzione per l’estetica del gesto atletico.
Firmate da maestri della fotografia quali Alfred Eisenstaedt, George Silk, Ralph Crane e John Dominis, le immagini in mostra restituiscono il ritratto di un mondo in profonda trasformazione. L’eleganza dello sci alpino, la potenza del bob e la grazia sospesa del pattinaggio artistico si fanno metafore visive dei mutamenti sociali e culturali dell’Occidente. Gli atleti non sono rappresentati soltanto come campioni, ma come corpi in movimento, volti concentrati, individui colti in un equilibrio sottile tra tensione e leggerezza.
Accanto ai grandi appuntamenti sportivi, LIFE ha sempre riservato uno sguardo attento anche alla dimensione quotidiana e popolare dello sport. Vacanze in montagna, resort americani, mode sciistiche e nuovi modi di vivere il tempo libero raccontano come gli sport invernali diventino emblema di un’idea di progresso e benessere capace di ridefinire il rapporto con il paesaggio, la natura e il tempo libero. In questo racconto, lo sport non è mai autoreferenziale: è epica e competizione ideologica, ma anche gioco, evasione e strumento di costruzione di un immaginario e di un’identità collettiva.
Il percorso espositivo si articola in sei aree tematiche – Ice Lines, People, Experienced, Cortina 1956, Garmisch-Partenkirchen 1936 e Fun out of Life – che guidano il visitatore attraverso diversi livelli di lettura, offrendo una narrazione fluida e immersiva. Un vero e proprio viaggio nella memoria visiva del Novecento, capace di rendere il pubblico testimone e partecipe allo stesso tempo.
La visita alla mostra offre un’occasione speciale per riscoprire gli Scavi Scaligeri, che tornano accessibili al pubblico proprio in concomitanza con l’esposizione, dopo dieci anni di importanti lavori di restauro e valorizzazione. Con un unico biglietto, i visitatori potranno accedere sia alla mostra sia all’area archeologica, riscoprendo un luogo di straordinario valore storico, all’interno del quale si snoda l’allestimento, in un dialogo suggestivo tra fotografie, architettura e stratificazioni del passato.
Fitto il calendario degli appuntamenti che accompagnano la mostra. Un programma di incontri con docenti ed esperti approfondirà il rapporto tra sport e paesaggio, educazione e fotogiornalismo.
20 febbraio – 2 giugno 2026 – Centro Internazionale di Fotografia – Scavi Scaligeri – Verona
Giunta alla sua quarta edizione, la Biennale della Fotografia Femminile di Mantova (BFFMantova) inaugurerà il 6 marzo 2026, confermandosi come un appuntamento unico nel panorama mondiale. Per oltre un mese la città lombarda diventerà una vetrina internazionale che darà spazio a importanti artiste, talvolta poco conosciute nel nostro Paese. L’evento è promosso dall’Associazione La Papessa con il sostegno del Comune di Mantova e di FUJIFILM, il patrocinio della Regione Lombardia e della Provincia di Mantova. Il festival è diretto, come nelle edizioni precedenti, da Alessia Locatelli. Il team della BFF quest’anno ha scelto come titolo “Liminal”, termine che racchiude significati molteplici, attuali e affascinanti
“Liminal” è la soglia, lo spazio indefinito che precede l’arrivo a una destinazione. Un limbo da attraversare per raggiungere un traguardo vicino, ma ancora non del tutto delineato. In questa fase di passaggio, le regole considerate valide fino a quel momento possono perdere forza. Chi vive questa dimensione ambigua si trova a fare i conti con incertezza e smarrimento, consapevole che, se il passato è ormai fissato, il presente si sta trasformando sotto i propri piedi e il futuro appare più che mai nebuloso, privo di un approdo prevedibile. L’unica certezza è che è in corso un profondo processo di cambiamento, capace di scuotere le fondamenta della normalità e dell’ordine stabilito: talvolta aprendo a visioni di un futuro luminoso, talvolta riportando alla luce oscurità sopite che si agitano nelle viscere del mondo. È un tempo in cui tutto viene rimesso in discussione e le trasformazioni si accelerano, nel bene come nel male.
La Biennale Internazionale della Fotografia Femminile ha da sempre un’attenzione particolare verso i grandi temi sociali e geopolitici. Tra questi rientrano l’istruzione, le disuguaglianze di classe, le conseguenze delle migrazioni — che comportano la perdita di terre, risorse economiche e libertà civili — fino ad arrivare alle dinamiche del neo-colonialismo.
L’edizione 2026 segue lo stesso formato delle precedenti, con mostre principali di fotografe italiane e internazionali: Nadia Bseiso (Giordania) Infertile Crescent, Mackenzie Calle (USA) The Gay Space Agency, Lisa Elmaleh (USA) Tierra Prometida, Julia Fullerton-Batten (Germania) Contortion, Lee Grant (Australia) Ancestral Constellations, Pia-Paulina Guilmoth (USA) Flowers Drink the River, Keerthana Kunnath (India) Not What You Saw, Barbara Peacock (USA) American Bedroom, Gaia Squarci (Italia) The Cooling Solution (ricerca del team ENERGYA, a cura di Kublaiklan e coordinamento di Elementsix), Abbie Trayler-Smith (Regno Unito) The Big O e Kiss it! e una mostra d’archivio dal titolo Shifting the Focus che rilegge la rivoluzionaria opera di una pioniera della fotografia americana Imogen Cunningham (Portland 1883 – San Francisco, 1976). Numerose sono le altre iniziative, tra le quali una Open Call per un Circuito Off, letture portfolio, workshop, conferenze, laboratori didattici per bambini.
I luoghi deputati per le esposizioni sono Casa di Rigoletto, Casa del Mantegna, Galleria Disegno, Spazio Arrivabene2, Casa del Pittore.
La quarta edizione della Biennale di Fotografia Femminile conferma il progetto culturale solido e in continua crescita, sostenuto da partner storici e da un numero sempre più ampio di realtà che riconoscono il valore della cultura come motore di cambiamento sociale. L’edizione 2026 si fonda su una rete rinnovata e in espansione di partner e supporter, che contribuiscono attivamente alla realizzazione della manifestazione.
Cresciuta in un ambiente profondamente legato al mondo dello spettacolo — figlia dell’attrice del cinema muto Mary Ruby e testimone diretta del dietro le quinte della Hollywood degli anni ruggenti — Ruth Orkin accarezzò inizialmente il sogno di diventare regista, ma in un’epoca in cui alle donne era spesso precluso l’accesso alla macchina da presa, fu costretta a cercare altrove il proprio spazio espressivo. L’ostacolo iniziale non le impedì, infatti, di inseguire con determinazione la sua visione artistica. Grazie anche alla sua prima macchina fotografica — una Univex da 39 centesimi ricevuta in dono quando aveva solo dieci anni — Orkin trasformò quel sogno in un nuovo percorso, dando vita a un linguaggio fotografico originale e profondamente innovativo, capace di celebrare la vita nelle sue molteplici sfaccettature. Nelle sue opere emerge con forza il dialogo tra immagine fissa e movimento, una duplice dimensione temporale che richiama il linguaggio cinematografico. Il suo scatto più celebre, American Girl in Italy, che ritrae la ventitreenne Nina Lee Craig mentre attraversa una strada di Firenze sotto lo sguardo ammiccante di un gruppo di giovani uomini italiani, è emblematico di questo approccio: un’immagine capace di racchiudere in un solo fotogramma la forza narrativa del cinema, attivando l’immaginazione dello spettatore. In mostra 187 fotografie, due macchine fotografiche e alcuni importanti documenti, volti a consolidare il ruolo cruciale che spetta all’opera della Orkin nella storia della fotografia. Per l’artista statunitense, la narrazione visiva si costruisce attraverso una successione dinamica di immagini, caratteristica che si riscontra nell’affascinante serie Road Movie, realizzata nel 1939 durante il viaggio in bicicletta da Los Angeles a New York. L’influenza del cinema è altrettanto evidente nella serie Dall’alto, nella quale Orkin osserva e cattura la vita quotidiana dalla finestra, trasformando la strada in un palcoscenico spontaneo. I soggetti, inconsapevoli del proprio ruolo, diventano protagonisti di una narrazione scandita da alternanze di movimento e immobilità, conferendo al racconto una fluidità magnetica. Altrettanto ammalianti per lo sguardo i ritratti di personalità celebri come Albert Einstein, Marlon Brando, Robert Capa, Alfred Hitchcock, Orson Welles: immagini che mostrano in modo emblematico la sua capacità di narrare persone e ambienti con grande immediatezza ed efficacia espressiva. Oggi il lavoro di Ruth Orkin, riconosciuta come una delle più importanti fotoreporter del Novecento, viene riscoperto e riletto alla luce di una nuova prospettiva critica, restituendo piena attualità e valore a una produzione che ha segnato la storia della fotografia.
La mostra è stata promossa da Pallavicini srl, in collaborazione con diChroma photography, patrocinata dal Comune di Bologna, dalla FIAF Federazione Italiana Associazioni Fotografiche e AIRF Associazione Italiana Reporters Fotografi.
Dopo il grande successo della tredicesima edizione del Festival Fotografico Europeo, torna l’AFI, organizzato dall’Archivio Fotografico Italian, con il patrocinio della Commissione Europea e delle Amministrazioni Comunali di Legnano, Busto Arsizio, Castellanza e Olgiate Olona. L’iniziativa, curata da Claudio Argentiero, si avvale della collaborazione di numerosi partner culturali e istituzionali, tra cui la Rivista Africa, l’Istituto Italiano di Fotografia e l’Istituto Superiore “Giovanni Falcone” di Gallarate, oltre a gallerie e realtà private quali Galleria Boragno (Busto Arsizio), Albè & Associati – Studio Legale (Busto Arsizio e Milano), Spazio Immagine (Busto Arsizio) e Andreella Photo.
l programma 2026 comprende venti mostre in un percorso espositivo dedicato prevalentemente alla dimensione umana, riunito sotto il titolo Geografie Umane. Palazzo Marliani Cicogna (Busto Arsizio (VA), 8 marzo-26 aprile) ospita un tributo dedicato a Martin Parr, il fotografo e documentarista inglese recentemente scomparso. Sempre a Busto Arsizio, nell’ex Carcere e Palazzo Cicogna (21 marzo-26 aprile), sono presenti le mostre firmate da Giorgio Bianchi dal titolo Cosa resta di Palmira e La battaglia per salvare i tesori della Siria. La moda di primo Novecento la si scopre al Museo del tessile (Busto Arsizio (VA), 7 marzo-26 aprile) con un percorso che espone fotografie d’epoca. Infine, sempre a Busto Arsizio (VA), dall’11 al 19 aprile, il progetto Insomnia Brasiliensis di Luca Bonaccini è ospitato alla Galleria Boragno. All’aeroporto di Malpensa (Photo Square, terminal 1, 9 aprile-31 maggio) è presente una selezione di ritratti (1970-2000) di Gabriele Maria Pagnini. Nella città di Legnano (MI), Palazzo Leone da Perego (8 marzo-26 aprile) accoglie la ricerca visiva di Monika Bulaj (premio alla carriera 2026), Khashayar Javanmardi, Emanuele Carpenzano, Elisabetta Rosso e del collettivo In God’s country. A Villa Pomini (8 marzo-19 aprile), a Castellanza (VA), il visitatore può intercettare, oltre a una scelta di scatti realizzati da un gruppo di fotografe irachene, le opere di Francesco Cito e Paolo Patruno. Al Monastero di Santa Maria Assunta (Cairate (VA), 15 marzo-19 aprile), il percorso espositivo pone in luce il dialogo tra l’uomo e l’ambiente grazie a una collettiva di autori.
dal 7 marzo al 26 aprile – Varie sedi in provincia di Varese e Milano
Davide Sartori. Giovane Fotografia Italiana | Premio Luigi Ghirri
Davide Sartori, Renderti Orgoglioso, 2024
La ricerca di Davide Sartori indaga il rapporto tra presenza e assenza e il modo in cui la fotografia può influenzare la costruzione dei ricordi personali e collettivi. Il suo lavoro ha vinto la dodicesima edizione di Giovane Fotografia Italiana | Premio Luigi Ghirri, iniziativa promossa insieme al Comune di Reggio Emilia, dedicata alla valorizzazione dei giovani talenti della fotografia in Italia.
La mostra The Shape of Our Eyes, Other Things I Wouldn’t Know è intimamente legata alla figura del padre dell’artista e affronta temi di vulnerabilità e trauma intergenerazionale, mettendo in discussione norme socialmente consolidate. Il percorso si sviluppa attraverso una serie di tentativi di avvicinamento al padre, utilizzando la fotografia come strumento centrale per indagare il loro rapporto. Attraverso azioni collaborative documentate fotograficamente, ritratti e materiali d’archivio, il progetto restituisce al contempo distanza e desiderio di connessione.
Giovane Fotografia Italiana | Premio Luigi Ghirri è un progetto promosso dal Comune di Reggio Emilia, di cui Triennale Milano è partner dal 2022, dedicato alla valorizzazione di talenti emergenti della fotografia in Italia. L’iniziativa è realizzata con la partnership di Fondazione Luigi Ghirri e Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma e in collaborazione con GAI – Associazione per il Circuito dei Giovani Artisti Italiani, Fotografia Europea; Fotodok, Utrecht; Fotofestiwal Łódz in Polonia; Photoworks, Brighton. Con il contributo di Reire srl, Gruppo Giovani Imprenditori Unindustria Reggio Emilia. Il progetto GFI#12 | Premio Luigi Ghirri 2025 è stato realizzato grazie ai Fondi europei della Regione Emilia-Romagna.
Dall’11 febbraio 2026 al 22 marzo 2026- Triennale Milano
Pordenone si prepara ad accogliere l’opera della fotografa austriaca Stefanie Moshammer (1988), che si inserisce all’interno della rassegna promossa dal Comune edall’Assessorato alla Cultura di Pordenone, prodotta e organizzata da Suazes con il sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.
La programmazione, già avviata lo scorso autunno per rendere Pordenone protagonista della scena artistica nazionale, rappresenta un percorso strategico indirizzato al 2027, anno in cui la città sarà Capitale Italiana della Cultura. Il filo conduttore di questa stagione è la parola “leggere”: un termine quanto mai appropriato per Pordenone che, storicamente, funge da cartina di tornasole delle dinamiche economiche e culturali del nostro Paese.
L’esposizione, curata da Marco Minuz e realizzata in collaborazione con Fotohof, rimarrà aperta al pubblico dal 14 febbraio fino al 6 aprile, fa parte di un progetto espositivo diffuso che abiterà gli spazi del Museo Civico d’Arte Ricchieri e i nuovi ambiti dei Mercati Culturali, all’interno della galleria “Die Gelbe Wand”.
Il progetto: “Grandmother said it’s okay”
Con il titolo evocativo Grandmother said it’s okay, Stefanie Moshammer presenta un’esplorazione profonda e sfaccettata delle culture della memoria familiare e del valore intrinseco degli oggetti quotidiani. Il progetto non è solo una cronaca visiva, ma una forma poetica e potente di empowerment che permette all’artista di confrontarsi con il proprio passato, mettendolo in discussione e reinterpretandolo attraverso il dialogo con le figure che costituiscono il fondamento della sua storia personale.
Il punto di partenza della ricerca sono le fotografie, i racconti e gli oggetti trovati legati alla vita dei suoi nonni nel Mühlviertel, in Alta Austria. Si tratta di un’esistenza caratterizzata da una semplicità creativa e da un uso estremamente rispettoso e sostenibile delle risorse, valori che Moshammer traduce in un linguaggio visivo contemporaneo.
Una narrazione tra documento e messa in scena
A distanza di anni, l’artista ricostruisce questi ricordi davanti alla sua macchina fotografica, creando un complesso intreccio di metafore visive. Il lavoro della Moshammer si distingue per la capacità di combinare l’approccio documentaristico con la fotografia messa in scena: gli oggetti d’uso comune vengono assemblati in modi nuovi e sorprendenti, trasformando il quotidiano in straordinario.
Attraverso questa ricerca visiva di tracce, il colore e le somiglianze anatomiche fungono da collante narrativo, mentre il suo linguaggio — sensibile e acuto al tempo stesso — gioca con le aspettative del fruitore e sovverte i cliché consolidati. Il risultato è un’opera che riflette sui temi della vecchiaia, dei rituali quotidiani e della transitorietà della vita.
Riflessioni sul tempo e sulla sostenibilità
L’esposizione invita il visitatore a una riflessione più ampia sulla cultura materiale e sul cambiamento: cosa perdura nel tempo e come si trasforma il nostro rapporto con le cose? Con un mix di umorismo stravagante e osservazione intima, Moshammer evoca una speciale vicinanza alla casa e alle storie dei suoi nonni, trasformando il ricordo stesso in un vero e proprio atto artistico.
Grandmother said it’s okay diventa così un invito universale a riflettere sulla visibilità, sulla cura e sulla bellezza che si nasconde nelle pieghe della quotidianità.
14 febbraio – 6 aprile 2026 – Pordenone, Museo Civico d’Arte Ricchieri e Mercati Culturali
“C’è un tèmpo è un luogo giusto pèrchè qualsiasi cosa abbia principio è finè…” dal film Picnic at Hanging Rock (1975) di Peter Weir
La mostra C’è un tempo e un luogo, che apre al pubblico sino al 29 giugno nei nuovi spazi del Centro della Fotografia di Roma Capitale, è curata da Federica Muzzarelli, ed è dedicata al lavoro fotografico di Silvia Camporesi. Il titolo trae ispirazione dal film Picnic at Hanging Rock (1975) di Peter Weir, opera cult intrisa di mistero e sospensione temporale, in cui i luoghi diventano protagonisti assoluti di una narrazione senza soluzione e nasce da una riflessione profonda sul concetto di frattura: tra reale e artificiale, natura e cultura, presenza e assenza, passato e presente. Come nel film, anche nelle immagini di Silvia Camporesi il tempo sembra arrestarsi e lo spazio si carica di un’ènèrgia ènigmatica. I luoghi – veri, alterati, ricostruiti o immaginati – non sono mai sèmplici soggètti, ma l’èsito visibilè di un procèsso più profondo: il viaggio, l’èspèriènza fisica è mèntalè dèll’artista attravèrso tèrritori gèografici, storici èd èmotivi.
“Sono i luoghi i protagonisti indiscussi delle fotografie di Silvia Camporesi: veri, falsi, modificati, inventati, vissuti, stravolti o, invece, solo trovati. Ma questi luoghi, queste fotografie, sono il punto finale, l’esito oggettuale, di qualcosa di molto più importante e fondante per il suo lavoro di artista. Che è il percorso, l’esperienza, il viaggio attraverso e insieme a quei luoghi. Da La terza Venezia a Journey to Armenia, da Atlas Italie ad Almanacco Sentimentale e da Mirabilia all’Omaggio al Mattatoio, il lavoro di Silvia Camporesi rappresenta molto bene quella speciale e magica fusione tra l’espressione artistica e il bisogno autobiografico che la fotografia riesce a rendere in modo speciale. Un’attrazione verso quello che non sta dove dovrebbe stare, e che ti chiede di essere aiutato e sostenuto per essere reso ancora più strano e perturbante. In sostanza, quel segreto che sta dentro le cose, e che per questo non può che stare anche dentro l’anima della fotografia”, dichiara la curatrice Federica Muzzarelli, Profèssorèssa Ordinaria di Storia dèlla Fotografia prèsso il Dipartimènto dèllè Arti, Univèrsita di Bologna è coordinatricè dèl Cèntro di Ricèrca FAF (Fotografia Artè Fèmminismi).
Il percorso espositivo, che si articola in cinque sezioni e riunisce cinque serie fondamentali rèalizzatè nèll’arco di quindici anni di attività: La terza Venezia, Journey to Armenia, Atlas Italiæ, Almanacco sentimentale e Mirabilia, contempla anche Omaggio al Mattatoio, opera che entrerà a far parte del neonato Archivio del Centro della Fotografia. Progetti diversi ma interconnessi, che testimoniano una pratica fotografica in equilibrio costante tra documento e finzione, rigore metodologico e libertà immaginativa. Dalla Vènèzia sospèsa è rèinvèntata, alla stratificazionè storica è umana dèll’Armènia; dai paesi abbandonati italiani, luoghi di memoria e cura, fino alla ricostruzione fotografica di eventi mai avvenuti o irrisolti e alle architetture visionarie di Mirabilia, Camporesi costruisce un atlante poetico in cui la fotografia diventa strumento di conoscenza, controllo e insieme di smarrimento. Al cèntro dèlla ricèrca èmèrgè l’idèa dèlla fotografia comè èspèriènza di fratturè: frattura temporale, che costringe passato e presente a coesistere; ontologica, tra verità e manipolazione; simbolica, tra apparenza e sostanza. In questa tensione si colloca una pratica artistica chè uniscè il bisogno autobiografico all’indaginè sul paèsaggio, trasformando l’immaginè in luogo di mèditazionè, silènzio è mistèro. Una riflèssionè sulla fotografia comè confine: tra vero e falso, naturale e artificiale, passato e presente. Le immagini mettono in discussione ciò che vediamo e ciò che crediamo di conoscere, invitando lo spettatore a rallèntarè lo sguardo è ad accèttarè l’incèrtèzza comè partè dèll’èspèriènza.
C’è un tempo e un luogo è quindi un racconto per immagini che parla di memoria, fragilità e trasformazione. Una mostra che invita a perdersi nei luoghi e nei loro segreti, ricordandoci che, come nella fotografia, anche nella realtà esistono spazi e momenti che sfuggono a ogni spiegazione. La mostra restituisce una visione coerente e stratificata del lavoro di Silvia Camporesi, confermandone il ruolo centrale nel panorama della fotografia contemporanea italiana: una ricerca capace di rivelare, attraverso i luoghi, ciò che resta nascosto, fragile e indicibile.
La mostra è promossa da Roma Capitale e Fondazione Mattatoio e organizzata da Civita Mostre e Musei. Accompagna la mostra un catalogo a cura di Cimorelli Editore.
Dal 29 gennaio 2026 al 29 giugno 2026 – Centro della Fotografia Roma
Il Magazzino delle Idee di Trieste presenta, dal 14 febbraio al 7 giugno 2026, la mostra JAPAN. Corpi, memorie, visioni prodotta e organizzata da ERPAC – Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia e a cura di Filippo Maggia e Guido Comis.
La mostra di Trieste intende raccogliere attorno a tre temi – Memoria e Identità, Corpo e Corpi, Realtà e Visione – un nucleo di lavori di artisti giapponesi contemporanei che attraverso l’utilizzo delle immagini offrono una panoramica di grande respiro sull’attuale scena fotografica e video nipponica, dal dialogo con i maestri alle ricerche delle nuove generazioni impegnate a rileggere la storia recente del Giappone, interrogandosi sulle questioni di genere, sul quotidiano e usando talvolta il corpo come mezzo politico.
«Riconosciuta sin dagli anni Trenta del secolo scorso come una delle scuole fotografiche più importanti a livello internazionale, capace di affermarsi nei primi anni del terzo millennio con autori come Hiroshi Sugimoto, Nobusyoshi Araki, Daido Moriyama e altri ancora, la fotografia giapponese contemporanea – osserva il curatore Filippo Maggia – sembra oggi aprirsi a interpretazioni che corrispondono a un rinnovamento generazionale certamente più vicino a temi e istanze di derivazione occidentale». Se infatti la fotografia giapponese del Novecento è stata a lungo caratterizzata da un linguaggio fortemente identitario e autoreferenziale, si assiste oggi a un cambio di direzione significativo: molti artisti giovani e già affermati assumono come riferimento non solo la complessità del proprio Paese, ma anche i mutamenti globali, costruendo un dialogo serrato con temi di matrice occidentale, quali le questioni di genere, la memoria collettiva, le relazioni sociali, l’ambiente e la percezione dell’immagine. Memoria e Identità Gli sguardi di Noriko Hayashi e Tomoko Yoneda rileggono periodi e avvenimenti cruciali della storia giapponese recente attraverso un approccio insieme documentaristico e partecipato. Susumu Shimonishi, con una ripresa zenitale e un’immagine in movimento che diventa misura del tempo, riflette sulla continuità e sulle fratture del passato. La vita quotidiana della penisola di Okunoto – ancora oggi sospesa tra tradizione e marginalità – è al centro delle opere di Naoki Ishikawa, allievo di Moriyama. Le celebrazioni e i riti che definiscono il tessuto culturale del Paese emergono nelle fotografie di Keijiro Kai, mentre i video di Miyagi Futoshi indagano la memoria personale e la costruzione dell’identità di genere, attraverso un racconto intimo di ricordi e relazioni. Corpo e Corpi Una seconda sezione è dedicata al corpo. Corpo come spazio sociale, come luogo politico, come materia viva che risponde ai mutamenti del contemporaneo. Aya Momose lavora sulla distanza – e talvolta sull’incomprensione – fra codici visivi orientali e occidentali. Yurie Nagashima restituisce la delicatezza del quotidiano familiare, mentre Ryoko Suzuki affronta in modo diretto i temi della violenza e della pressione sociale sulla donna. Le fotografie di Sakiko Nomura, per anni assistente di Araki, raccontano attraverso i nudi maschili una timidezza esistenziale che sembra filtrata dal ritmo dispersivo di Tokyo, immensa e impersonale.
Realtà e Visione Nella sezione Realtà e Visione, il dialogo fra ciò che vediamo e ciò che immaginiamo attraversa le opere di Hiroshi Sugimoto, maestro nel rendere il tempo materia tangibile. Le sue immagini essenziali e meditative si confrontano con le scenografie luminose di Tokihiro Sato, costruite con interventi tecnici che trasformano la fotografia in spazio narrativo. Le grandi visioni di Risaku Suzuki emergono dalla foresta come quadri sospesi, mentre Daisuke Yokota dissolve contorni e riferimenti in immagini evanescenti. Nel lavoro di Rinko Kawauchi il reale diventa un palcoscenico emotivo, dove sono le sensazioni, più che i soggetti, a emergere. Yoko Asakai invita infine lo spettatore a “varcare lo schermo”, trasformando il flusso di immagini video in un’esperienza che sembra germogliare dentro lo sguardo.
Gli artisti in mostra: Asakai Yoko, Hayashi Noriko, Ishikawa Naoki, Kai Keijiro, Kawauchi Rinko, Momose Aya, Nagashima Yurie, Nomura Sakiko, Shimonishi Susumu, Sato Tokihiro, Sugimoto Hiroshi, Suzuki Risaku, Suzuki Ryoko, Tomoko Yoneda, Miyagi Futoshi, Yokota Daisuke.
Dal 13 Febbraio 2026 al 7 Giugno 2026 – Magazzino delle Idee – Trieste
Una straordinaria avventura visiva approda nel cuore dell’Umbria, nello splendido borgo di Montefalco, con uno sguardo unico e potente. Dopo oltre 10 anni dalla prima esposizione “Sensational Umbria”, il celebre fotografo americano Steve McCurry torna in Umbria con il suo racconto dedicato a questa terra straordinaria.
Dal 4 dicembre 2025 al 3 maggio 2026 il Complesso museale San Francesco di Montefalco (Pg) ospita la mostra “Steve McCurry – Umbria”, curata da Biba Giacchetti. A Montefalco McCurry, maestro della fotografia mondiale, porta alcuni degli scatti più iconici del suo archivio personale e alcune immagini inedite, esposte per la prima volta al pubblico. Sessanta fotografie permetteranno di ammirare l’Umbria vista con gli occhi di uno dei fotografi più amati al mondo. Uno storytelling di luoghi, persone, storie, feste, colori,eventi, paesaggi e comunità che trasmette tutto il calore e le emozioni provate da McCurry durante il suo viaggio.
La mostra è promossa da Comune di Montefalco e Regione Umbria con il patrocinio di Regione Umbria, Provincia di Perugia, Anci e Unione dei Comuni Terre dell’Olio e del Sagrantino, in collaborazione con Orion57. Partner sono Camera di Commercio dell’Umbria, Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno, Fondazione Cassa di Risparmio di Spoleto, Fondazione Perugia, Consorzio Tutela Vini Montefalco e La Strada del Sagrantino. L’organizzazione è affidata a Maggioli Cultura e Turismo.
Spiega Steve McCurry:“Sentivo che fosse giunto il momento di tornare con una mostra in un luogo che mi aveva dato così tanto. Gli anni trascorsi lavorando a Sensational Umbria sono stati pieni di calore, curiosità e scoperte inattese. Tornare a Montefalco con immagini note e con una serie di inediti è stato come chiudere un cerchio o, forse, aprirne uno nuovo. C’era ancora molto da dire sullo spirito di questa regione e volevo condividerlo”.
L’esposizione narra il viaggio che McCurry ha compiuto in diverse occasioni e del fascino che l’Umbria e la gente di questi luoghi hanno esercitato su di lui. Una terra dai colori vivi e un popolo intrisi di suggestioni ed echi di un passato millenario, fatto di solidi e forti valori che ne costituiscono l’identità. Da Montefalco a Gubbio, passando per Foligno, Bevagna, Assisi, Perugia, Orvieto, Spoleto, Trevi, il lago Trasimeno e tanti luoghi inaspettati, oltre ai grandi eventi come Umbria Jazz, la Quintana di Foligno, la Festa dei Ceri, le Gaite di Bevagna e il Festival dei Due Mondi. Gente comune, artisti e celebrità che si uniscono in un mosaico chiamato Umbria. Perché la mostra di McCurry non è una semplice antologia: è un racconto libero, affettuoso, intimo. Una sorprendente galleria di immagini dinamiche e vere.
Spiega la curatrice Biba Giacchetti: “L’Umbria è una terra che non si attraversa: si vive. In questi anni ho accompagnato Steve McCurry in un viaggio profondo tra borghi, feste, botteghe, musei e paesaggi che custodiscono un patrimonio umano e artistico unico. L’Umbria lo ha accolto con una gentilezza discreta e autentica, rivelandosi in tutta la sua spiritualità, nelle sue tradizioni e nella forza silenziosa delle persone che la abitano. Per Montefalco, ho riletto con Steve l’intero corpus del lavoro, riscoprendo fotografie inedite, come quella usata per comunicare la mostra, che, accanto alle immagini più note, aggiungono nuove sfumature al racconto. Ne nasce una selezione costruita appositamente per questa mostra: non una semplice raccolta, ma un percorso intimo e libero che restituisce la magia di una regione capace di sorprendere a ogni ritorno. Questa mostra è il mio omaggio a quell’incontro: un invito a ritrovare, nelle fotografie di Steve, l’essenza più profonda dell’Umbria e l’inizio di un viaggio che desideriamo continuare insieme”.
La mostra al Complesso museale di Montefalco è arricchita da un video esplicativo sulle esperienze vissute da Steve McCurry durante il suo viaggio in Umbria. Il visitatore potrà così rivivere quei momenti e scoprire come nascono i suoi scatti iconici. Grazie alla sua capacità narrativa, ogni fotografia di McCurry diventa una finestra sui luoghi e sulla vitadei soggetti raffigurati, ed è capace di trasmettere storie antiche, segreti condivisi e vita autentica. Quel senso di magia che l’Umbria sa creare senza sforzo.
Dal 3 Dicembre 2025 al 3 Maggio 2026 – Complesso museale San Francesco – Montefalco (Perugia)
Sarà dedicata alla collezione di Valerio De Paolis la mostra Lanterne magiche, ospitata al Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese dal 14 febbraio al 6 settembre 2026.
L’esposizione, a cura di Alessandra Mauro, Roberto Koch con Suleima Autore, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, ed è organizzata da Cinema con la collaborazione di Contrasto. Il catalogo è edito da Contrasto. Servizi museali: Zètema Progetto Cultura.
La mostra Lanterne magiche propone una serie di itinerari visivi all’interno della collezione De Paolis, mettendo in dialogo sguardi, spazi e contesti differenti, protagonisti e luoghi emblematici della contemporaneità. L’esposizione presenta per la prima volta al pubblico una selezione di capolavori della fotografia internazionale, offrendo un’occasione inedita per esplorare la ricchezza e la profondità della collezione.
Considerata uno dei primi dispositivi di narrazione per immagini, antesignana tanto della fotografia quanto del cinema, la lanterna magica permetteva di proiettare su uno schermo, da una scatola chiusa contenente la luce di una candela, vedute esotiche, monumenti, ritratti e sequenze figurative, dando vita a veri e propri racconti visivi. Queste proiezioni, statiche o animate, hanno a lungo affascinato gli spettatori e continuano ancora oggi a evocare mondi lontani, a sorprendere e a risvegliare emozioni e memorie. Come tante proiezioni di lanterna magica, le fotografie della collezione De Paolis danno vita a uno spettacolo di immagini unico ed emozionante. Valerio De Paolis ha costruito il proprio percorso umano e professionale all’insegna delle immagini: il cinema ha rappresentato il fulcro della sua attività per molti anni, declinata in ruoli diversi, dal direttore di produzione al produttore, fino al distributore di film. Parallelamente, De Paolis ha sviluppato nel tempo un intenso interesse anche per altre passioni “di immagini”, collezionando nel tempo opere d’arte, pittura, scultura e, appunto, fotografia. Accanto al linguaggio cinematografico, la fotografia ha assunto per lui un ruolo centrale come spazio di memoria, confronto e riconoscimento visivo: immagini scelte per affinità formali, per echi di visioni precedenti o per la capacità di evocare esperienze e sguardi sedimentati lungo il suo percorso professionale.
La mostra si articola in tre nuclei tematici. La prima sezione, Un’idea di donna, mette a confronto le interpretazioni del corpo femminile attraverso le visioni di fotografe e fotografi, dando vita a un dialogo che attraversa i temi della seduzione, dell’identità e dello sguardo. La seconda sezione, Un’idea di spazio, è dedicata alla rappresentazione dello spazio — prevalentemente urbano — indagato e analizzato da alcuni dei maggiori protagonisti della fotografia, con un’attenzione particolare all’opera di Luigi Ghirri, presente con un ampio gruppo di lavori. Chiude il percorso la terza sezione, Lo spazio dell’arte, dove le ricerche dei grandi autori delle avanguardie si intrecciano in un confronto tra protagonisti e installazioni.
L’esposizione riunisce oltre cento fotografie di formati differenti, firmate da alcuni tra i più importanti protagonisti della scena internazionale, tra cui Nobuyoshi Araki, Lillian Bassman, Letizia Battaglia, Gianni Berengo Gardin, Luca Campigotto, Henri Cartier-Bresson, Elisabetta Catalano, Tracy Emin, Luigi Ghirri, Ren Hang, Candida Höfer, Dennis Hopper, Mimmo Jodice, Abbas Kiarostami, Saul Leiter, Flaminia Lizzani, Vera Lutter, Dora Maar, Man Ray, Domingo Milella, Tina Modotti, Abelardo Morell, Youssef Nabil, Shirin Neshat, Gianluca Pollini, Herb Ritts, Thomas Ruff, Mario Schifano, Cindy Sherman, Paolo Ventura, Edward Weston e Francesca Woodman.
La mostra Lanterne magiche. Fotografie dalla collezione Valerio De Paolis sarà accompagnata da un ciclo di proiezioni curato nell’ambito della collaborazione tra la Casa del Cinema e la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.
Dal 14 Febbraio 2026 al 6 Settembre 2026 – Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese – Roma
THE NATURE OF HOPE. Tributo a Jane Goodall e alle donne che ha ispirato
Jane Goodall. Courtesy of Vital Impacts
Cremona si prepara a ospitare un viaggio visivo straordinario che intreccia scienza, etica e il potere dello sguardo femminile. Protagonisti gli scatti iconici di Michael Nichols e la visione di Ami Vitale, in una mostra che è molto più di un’esposizione: è un manifesto per il Pianeta.
Cosa significa avere speranza oggi? Non è un sentimento astratto, ma una forza concreta, un motore di cambiamento. È questa l’essenza di “The Nature of Hope – Un tributo a Jane Goodall e alle donne che ha ispirato“, la nuova esposizione ospitata nella splendida cornice del Museo Diocesano di Cremona. Il progetto, nato in seno al Festival della Fotografia Etica e già presentato con grande successo a Lodi nel 2024, approda a Cremona in una veste rinnovata. Si tratta di un’occasione unica per riflettere sul nostro legame con il mondo naturale attraverso gli occhi di chi ha dedicato la vita a raccontarlo.
Una vita per il Pianeta: l’eredità di Jane Goodall Al centro della mostra c’è lei, Jane Goodall. Figura leggendaria della ricerca scientifica, la Goodall ha rivoluzionato il nostro modo di intendere il rapporto tra uomo e animali, dimostrando che il confine tra noi e gli scimpanzé è molto più sottile di quanto pensassimo. Ma la mostra non celebra solo la scienziata: celebra la donna, la visionaria e l’attivista che ha mostrato a intere generazioni di donne come la propria voce possa realmente cambiare il corso della storia.
Il percorso espositivo: tra icone e nuove prospettive Il cuore pulsante dell’esposizione è rappresentato dal lavoro di Michael “Nick” Nichols, leggenda del National Geographic e tra i più influenti fotografi naturalisti al mondo. Nichols ha seguito Jane Goodall per decenni, documentando non solo le sue scoperte nel Gombe Stream National Park, ma anche i momenti di profonda intimità e connessione spirituale con gli scimpanzé. I suoi scatti sono diventati simboli universali di conservazione ambientale, capaci di catturare l’anima della foresta e di chi la abita.
“The Nature of Hope” è anche un palcoscenico per lo sguardo femminile. Accanto a Nichols, spicca la partecipazione di Ami Vitale, fotografa pluripremiata e fondatrice di Vital Impacts e fresca vincitrice del prestigioso riconoscimento Explorers at Large del National Geographic. Vitale è celebre per aver documentato storie di incredibile resilienza, come il ritorno in natura degli ultimi rinoceronti bianchi settentrionali o il lavoro delle comunità locali in Africa per la protezione degli elefanti. Il suo approccio non si ferma alla denuncia, ma cerca sempre la bellezza e la speranza, trasformando la fotografia in uno strumento di empatia universale. La partecipazione di numerose fotografe donne non è casuale: è una dichiarazione d’intenti che mira a riconoscere il contributo fondamentale del genere femminile nella fotografia naturalistica e nella conservazione ambientale. Il risultato è una trama corale che racconta la fragilità e, allo stesso tempo, l’incredibile forza della nostra “Madre Terra”.
Dal 7 Marzo 2026 al 17 Maggio 2026 – Museo Diocesano – Cremona
Buongiorno, chiariamo le differenze tra i formati e le modalità di utilizzo, ciao
Sara Munari
La scelta del formato in cui salvare un’immagine digitale è un passo cruciale nel processo fotografico. Ogni formato ha le sue caratteristiche specifiche e si adatta a determinate esigenze. il formato dipende dalle tue esigenze specifiche:
Il JPEG è il formato più diffuso e compatibile con la maggior parte dei dispositivi. Offre un buon compromesso tra qualità e dimensione del file, rendendolo ideale per la condivisione online sui social media, sui siti web e per l’invio via email. Utilizza una compressione con perdita, ovvero elimina parte dei dati dell’immagine per ridurre la dimensione del file. Questo può comportare una leggera perdita di qualità, soprattutto nelle aree con molti dettagli o colori vivaci. È perfetto per le foto destinate alla visualizzazione su schermo, come quelle per i social media o per le presentazioni.
Il TIFF è un formato senza perdita, ovvero mantiene tutti i dati dell’immagine originale. Questo lo rende ideale per la stampa professionale, dove è richiesta la massima qualità. Non utilizza una compressione aggressiva, garantendo un’immagine fedele all’originale. È consigliato per le immagini destinate alla stampa su carta fotografica di alta qualità, come quelle per i poster, i quadri o gli album fotografici.
Il RAW non è un formato di visualizzazione, ma un formato di acquisizione. Contiene tutti i dati grezzi catturati dal sensore della fotocamera, offrendo la massima flessibilità in post-produzione. Non subisce alcuna elaborazione da parte della fotocamera, quindi conserva tutte le informazioni necessarie per effettuare modifiche significative come l’esposizione, il bilanciamento del bianco, la nitidezza e la saturazione. È ideale per i fotografi professionisti e per chi desidera avere il massimo controllo sulla propria immagine durante la post-produzione.
In conclusione, la scelta del formato dell’immagine è una decisione importante che può influenzare la qualità, la dimensione e la versatilità delle tue fotografie. Considera le tue esigenze specifiche e sperimenta con i diversi formati per trovare quello che meglio si adatta al tuo approccio fotografico.
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Buongiorno, ecco tutti i premi fotografici in scadenza a Gennaio! Partecipate! Ciao
Annalisa
The Woman’s Gaze
La storia della fotografia vanta una lunga tradizione di rappresentazione delle donne come soggetti, ma ha meno da dire sulle donne come artiste. Oggi, il ruolo delle donne nella fotografia è sia dietro che davanti alla macchina fotografica. Chi comprende le donne meglio delle donne stesse? La prospettiva femminile offre una visione importante delle molteplici sfaccettature della femminilità e del loro ruolo nella società. Questa mostra è rivolta a fotografe che esplorino e celebrino i molteplici modi in cui rappresentano soggetti che si identificano con il femminile.
Il Concorso Fotografico Internazionale Vivian Maier celebra la fotografia in tutte le sue forme e rende omaggio all’opera unica di Vivian Maier, fotografa di strada e ritrattista il cui talento è stato riconosciuto solo dopo la sua scomparsa. Il concorso invita fotografi
da tutto il mondo, amatoriali e professionisti, a condividere la loro visione del mondo attraverso l’obiettivo, ispirati dallo sguardo sensibile e curioso di Maier.
L’evento mira a promuovere la creatività e le prospettive uniche della fotografia contemporanea. I partecipanti possono esplorare diversi temi, che spaziano dalla ritrattistica alla street photography, dalla vita urbana ai momenti quotidiani, catturando la bellezza, le emozioni e le storie nascoste della nostra società.
Numeri, simboli e lettere circolano nella vita quotidiana come sistemi di ordine, istruzione, misurazione e credenza. Tuttavia, quando vengono staccati dalle loro funzioni originarie, i personaggi passano dal linguaggio alla forma, da portatori di informazioni ad attori visivi.
Praxis ricerca opere che inquadrino, isolino, interrompano o ricombinino numeri, simboli e lettere, siano essi composti deliberatamente o scoperti casualmente. Questi approcci producono immagini che sorprendono, divertono o operano come forme visivamente accattivanti senza richiedere un’interpretazione fissa.
I contributi devono privilegiare l’organizzazione, il ritmo, la scala o le relazioni spaziali rispetto alla leggibilità o al significato. Immagini basate su parole, slogan e contenuti testuali sono benvenuti, ma il fulcro di questa mostra non è ciò che i personaggi dicono, ma come si comportano una volta liberati dal compito di dire. Sono benvenute tutte le opere d’arte basate su lenti.
Benvenuti a una celebrazione di creatività senza limiti: i Fine Art Photography Awards sono tornati e invitiamo tutti gli artisti che osano vedere il mondo in modo diverso.
Questo concorso è rivolto a coloro che sono in sintonia con la sperimentazione e guidati dal ritmo delle nuove tendenze artistiche. La fotografia artistica è il luogo in cui l’eccentricità, la diversità, la bellezza del mondo – e persino la sua bruttezza – vengono catturate attraverso il vostro obiettivo unico. E sì, potete assolutamente farlo a modo vostro.
Lasciatevi conquistare dall’affascinante fusione di semplicità e complessità. In un mondo ancora dominato da prospettive tradizionali, sappiamo quanto possa essere difficile colmare il divario tra tecniche classiche ed espressione moderna. Ma è esattamente per questo che siamo qui. Questa piattaforma celebra la vostra visione: senza filtri, audace e sfacciatamente vostra.
Il bando è rivolto ad artisti e auto-editori di tutto il mondo, con particolare attenzione a libri d’artista, libri fotografici autopubblicati, libri in edizione limitata, fanzine e pubblicazioni fai da te legate alla fotografia.
I libri selezionati saranno presentati al Photometria Photography Center, in occasione della 18a edizione del Photometria International Photography Festival, dal 26 settembre al 29 novembre 2026, e successivamente allo ZOETROPE di Atene in una data che verrà annunciata. I libri selezionati, al termine delle mostre, saranno catalogati e aggiunti alla biblioteca fotografica pubblica del Photometria Photography Center. Il festival si propone di diffondere il più ampiamente possibile le pubblicazioni selezionate prima che vengano catalogate e inserite nella biblioteca del P.P.C.
Phi Photo Awards è un concorso fotografico internazionale istituito da Bayt Visual, un’organizzazione di arti visive con sede a Dubai, Emirati Arabi Uniti. Prendendo il nome da Phi (ϕ), la sezione aurea, il premio premia le immagini in cui abilità artigianale, composizione e visione si fondono ad alto livello. Il concorso è aperto a tutti gli approcci fotografici – dalla pubblicità all’editoria, dalle belle arti alla natura e ai progetti personali – ed è pensato per i fotografi che desiderano che il loro lavoro venga valutato con serietà e presentato in un contesto professionale.
Il rosso è più di un colore. È un battito cardiaco visivo: l’eco della memoria, il peso dell’emozione, la traccia di una presenza che rifiuta la semplicità. Può urlare o sussurrare. Può essere tanto misurato quanto intenso. In questa mostra, non cerchiamo lo spettacolo: vogliamo immagini in cui il rosso emerga come qualcosa di vissuto, sentito e personale.
Che appaia audacemente nell’inquadratura o sottilmente ai margini della vostra visione, la vostra interpretazione del rosso dovrebbe essere inscindibile dal vostro modo di vedere il mondo. Invitiamo opere che rivelino come questa potente tonalità funzioni non come simbolo, ma come esperienza.
Il concorso fotografico Hasselblad Masters entra nella sua nuova fase: i fotografi professionisti possono ora inviare i propri lavori per l’edizione 2026.
Fin dalla sua nascita nel 2001, il concorso Hasselblad Masters si è posto l’obiettivo di mettere in mostra opere fotografiche eccezionali e di fornire una piattaforma globale per talenti affermati ed emergenti.
L’edizione 2026 comprende sette categorie: Paesaggio, Ritratto, Street, Architettura, Arte, Natura e Progetto // 21, riservata specificamente a fotografi di età pari o inferiore a 21 anni.
2026 Andrei Stenin International Press Photo Contest
Il Concorso Internazionale di Fotogiornalismo Andrei Stenin è stato istituito il 22 dicembre 2014 con il patrocinio della Commissione per l’UNESCO della Federazione Russa. Il Concorso Stenin è l’unico concorso in Russia che scopre nuovi nomi del fotogiornalismo internazionale e sviluppa standard di qualità per la fotografia documentaria. Il concorso mira a sostenere giovani fotoreporter dai 18 ai 33 anni, che possono presentare i propri lavori in cinque categorie. La nuova categoria “Energia della Vita” è aperta ai fotografi dai 34 anni in su.
Il concorso offre ai fotoreporter l’opportunità di far conoscere le proprie preoccupazioni. I temi principali del concorso includono le sfide umanitarie globali, l’identità nazionale, l’uguaglianza sociale e l’ambiente. Il numero di partecipanti al concorso e i paesi di provenienza sono cresciuti di anno in anno.
Il Kranj Foto Fest, uno dei principali festival di fotografia in Europa, celebrerà la sua sesta edizione nel 2026. Offre una piattaforma fondamentale per presentare il proprio lavoro e entrare in contatto con curatori e redattori. Il programma espositivo per il 2026 è ora aperto e vi invitiamo a candidarvi per avere la possibilità di vedere il vostro lavoro esposto nel programma ufficiale.
L’Open Call è aperta a tutti, senza restrizioni tematiche, di età o regionali. Fotografi di ogni provenienza sono invitati a candidarsi. Questo bando di concorso abbraccia un tema aperto, incoraggiando la presentazione di candidature senza vincoli tematici. Sentiti libero di inviare il tuo progetto o la tua serie fotografica esplorando qualsiasi tema tu scelga.
Per un mese, al culmine dell’estate europea, il centro storico di Kranj si trasformerà ancora una volta in un entusiasmante centro di fotografia contemporanea, riunendo fotografi emergenti e affermati da tutto il mondo. Invia il tuo lavoro per avere la possibilità di esporre al Kranj Foto Fest 2026, quando la città diventerà una galleria fotografica a cielo aperto.
N.B.: Vi ricordiamo, come sempre, di prestare attenzione prima di candidarvi ai premi. I concorsi da noi pubblicati sono frutto di ricerche su internet e anche se i dati inseriti sono stati selezionati, restano di carattere indicativo e pertanto sta a voi verificare con attenzione i contenuti e i regolamenti prima di partecipare ai premi. Ci scusiamo per eventuali errori!
Musa fotografia
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CAMERA presenta Edward Weston. La materia delle forme, la grande mostra organizzata da Fundación MAPFRE in collaborazione con CAMERA, che dopo le tappe di Madrid e Barcellona approda per la prima volta in Italia.
Dal 12 febbraio al 2 giugno 2026, l’esposizione riunisce 171 fotografie e offre una vasta antologia dell’opera di Edward Weston (Illinois, 1886 – California, 1958), una delle figure centrali della fotografia moderna nordamericana.
Curata da Sérgio Mah, la mostra ripercorre oltre quarant’anni di attività, dal 1903 al 1948, dalle prime sperimentazioni pittorialiste alla piena maturità della straight photography. Il percorso mette in luce il ruolo di Weston – cofondatore del Group f/64 – nel definire la fotografia come linguaggio autonomo, rigoroso e profondamente moderno, in dialogo e in contrasto con le avanguardie europee.
Attraverso immagini in bianco e nero di straordinaria precisione formale, realizzate con la fotocamera a grande formato, Weston esplora nature morte, nudi, paesaggi e ritratti diventati iconici. Radicata nel paesaggio e nella cultura statunitense, la sua opera offre una prospettiva unica sull’affermazione della fotografia come elemento centrale della cultura visiva contemporanea.
12 febbraio – 2 giugno 2026 – Camera – Centro Italiano per la Fotografia – Torino
Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio I Courtesy Marsilio
La mostra Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio arriva a Milano con un’ampia e inedita selezione delle opere più iconiche, potenti e anticonformiste del fotografo statunitense, tra i più originali, raffinati e controversi artisti del XX secolo.
L’esposizione sarà allestita nelle sale di Palazzo Reale dal 29 gennaio al 17 maggio 2026 e rientra nel programma culturale dei Giochi Olimpici invernali di Milano Cortina 2026.
La retrospettiva, curata da Denis Curti, è il secondo atto di una più ampia trilogia, che ha avuto inizio a Venezia ne Le Stanze della Fotografia e proseguirà poi a Roma. Ogni evento esplora un percorso di studio e ricerca volto ad approfondire un differente aspetto della figura di Mapplethorpe.
A Milano il curatore accompagna il pubblico in un viaggio nella ricerca estetica del fotografo, tra i suoi nudi sensuali che si distinguono per la perfezione formale, una mimesi greca olimpica, in cui risaltano muscolatura e tensione fisica.
Accompagnano la mostra il podcast – disponibile dal 21 ottobre su Spotify, Apple Music e sulle principali piattaforme – Mapplethorpe Unframed, scritto e condotto da Nicolas Ballario e il catalogo pubblicato da Marsilio Arte, che indaga la vasta produzione e l’evoluzione del linguaggio di Mapplethorpe attraverso 257 opere.
Una mostra promossa da Comune di Milano-Cultura prodotta da Palazzo Reale e Marsilio Arte in collaborazione con la Fondazione Robert Mapplethorpe di New York.
Dal 29 gennaio 2026 al 17 maggio 2026 – Palazzo Reale – Milano
“Fotografare è una necessità e non un lavoro. Rendere eterno un incontro tra due anime mi incanta”. Giovanni Gastel
Dal 30 gennaio al 26 luglio 2026, Palazzo Citterio a Milano rende omaggio a Giovanni Gastel (Milano, 1955-2021), uno dei maestri della fotografia contemporanea, e alla sua parabola artistica.
La mostra, curata da Uberto Frigerio, realizzata da La Grande Brera con l’Archivio Giovanni Gastel, in collaborazione con l’Agenzia Guardans-Cambó, si presenta come un viaggio emotivo e immersivo che consente di rivedere la sua intera carriera da una nuova prospettiva, non cronologica ma tematica, poetica e profondamente personale. Il suo stile si è distinto per una visione unica, filtrata dalla sua interiorità; tra i pochissimi fotografi italiani a sperimentare la post-produzione digitale fin dagli anni ’90, Gastel ha saputo unire artigianalità e innovazione, analogico e digitale, trasformando la fotografia in un linguaggio riconoscibile.
“È stato Giovanni stesso – racconta Uberto Frigerio – a guidarci in tutta la mostra. La ricerca del materiale tra testi e appunti privati è stata condotta con l’intento che fossero le sue parole a raccontare ogni frammento della sua vita, come capitoli emotivi. Ogni sezione nasce infatti dal suo pensiero, dalla sua voce interiore perché nessuno più di Giovanni sapeva trasformare la memoria in immagine e l’immagine in racconto. È un percorso in cui il visitatore non osserva soltanto: ascolta. Una narrazione costruita da Giovanni per Giovanni, restituita al pubblico nella sua forma più autentica”.
“A cinque anni esatti dalla scomparsa – afferma Angelo Crespi, Direttore Generale Pinacoteca di Brera – l’idea di celebrare non solo la carriera da fotografo, ma in primis la persona di Giovanni, mi sembra il modo migliore di rendere onore a un grande artista che ha saputo essere libero e creativo, e che tutti ricordano per l’umanità e l’empatia con cui si relazionava con gli altri nella vita di tutti i giorni. Il suo talento gli permise di creare un mondo che oggi appare, nelle sale allestite di Palazzo Citterio, esorbitante e immaginifico. Come nella recente mostra di Armani, sono convinto che l’obiettivo della Grande Brera sia di essere il centro di una città in cui buon gusto, forma e misura, bellezza e senso sono i valori fondanti; e Gastel ha esaltato al massimo grado lo stile di Milano allo stesso tempo rigoroso e audace”.
Il percorso espositivo, allestito da Gianni Fiori, si sviluppa all’interno di Palazzo Citterio attraverso oltre 250 immagini – di cui 140 inedite 30 scatti iconici, 10 in grande formato, polaroid, i Fondi oro – dalle prime copertine di moda del 1977 agli still life più innovativi, dalle campagne che hanno segnato la storia della moda fino ai ritratti di figure iconiche del nostro tempo, a cui si aggiungono oggetti personali e strumenti di lavoro. Per la prima volta, una mostra proporrà alcuni dei suoi scritti e delle sue poesie, che sono state da sempre parti integranti del suo immaginario.
La rassegna è anche l’occasione per riaffermare il rapporto che ha legato Gastel alla sua città. Milano, infatti, non è semplicemente lo sfondo della sua storia professionale ma una vera e propria matrice culturale, familiare, sociale e creativa che ne ha forgiato lo stile e lo sguardo. Cresciuto in un ambiente aristocratico milanese (la madre apparteneva alla famiglia Visconti), Gastel ha vissuto in una dimensione a metà tra aristocrazia e borghesia, cultura e industria, poesia e pragmatismo. Da questa alchimia è nata la sua cifra stilistica elegante, precisa, intellettuale e, al tempo stesso, leggera, ironica e libera. Milano lo ha accolto, formato, ispirato e lui ha ricambiato con immagini che ne hanno raccontato lo spirito più autentico. Non a caso Harpers Bazaar USA lo ha definito “l’ambasciatore di Milano per eccellenza, il più internazionale e il più elegante”. Il suo impegno per la città è stato concreto: ha sostenuto iniziative sociali come Progetto Itaca Milano e la nota campagna per lo IEO di Umberto Veronesi, a testimonianza di un legame affettivo che andava oltre la fotografia.
Accompagna la mostra un catalogo Allemandi Editore, curato da Luca Stoppini, di oltre 300 pagine e più di 200 immagini, che ripercorrono integralmente la carriera di Giovanni Gastel, con contributi e testimonianze di amici, storici dell’arte e curatori.
Dal 30 gennaio 2026 al 26 luglio 2026 – Palazzo Citterio – Milano
I tempi dello sguardo. 90 anni di fotografia italiana in due atti – Il Bianco e il Nero
Mario De Biasi, Milano, 1949
Dal 16 gennaio al 28 febbraio 2026, THE POOL NYCin Palazzo Fagnani Ronzoni a Milano, presenta il secondo capitolo del format I tempi dello sguardo. 90 anni di fotografia italiana in due atti, che ripercorre la storia della fotografia italiana, dal Futurismo alla grande stagione del Neorealismo, dalle ricerche concettuali all’esperienza fondamentale di Viaggio in Italia ideata da Luigi Ghirri.
Il titolo del progetto allude alla capacità degli artisti di segnare con il loro sguardo un’epoca, “un tempo” della nostra storia, e insieme invita a ritrovare il tempo – fuori dagli eccessi della produzione visiva di oggi – per riscoprire gli straordinari talenti che hanno reso unica, anche a livello internazionale, la fotografia italiana.
Dopo l’appuntamento dedicato a quei maestri che hanno avuto nell’uso del colore una delle loro cifre più caratteristiche, ecco quello che propone le opere di autori che si sono distinti nell’utilizzo del bianco e nero.
Il percorso espositivo, composto da 80 fotografie di 28 maestri italiani e internazionali, prende avvio dal Futurismo di Renato Di Bosso, seguito dal Neorealismo di Alfredo Camisa, passando per le sperimentazioni formali del primo Mario De Biasi, quindi, approdando agli straordinari capitoli del realismo astratto e magico di Mario Giacomelli, in cui le colline e i campi coltivati delle Marche sono ridotti a segni grafici, come se il risultato finale fosse prodotto dal bulino di un incisore e non dall’obiettivo e di Antonio Biasiucci, che esplora le tracce della cultura contadina nel sud Italia, dove riti e memorie diventano oggetto da interrogare, in un dialogo crudo e spirituale con l’identità collettiva.
Franco Vaccari trasforma il banale in significativo, il marginale in poetico, e il quotidiano in arte. La sua fotografia è un manifesto che anticipa molte delle riflessioni contemporanee sull’arte partecipativa, sulla fotografia come documento, e sull’identità collettiva.
Mario Cresci cattura l’essenza della memoria e dell’identità, con uno sguardo che attraversa paesaggi e interni popolari, traducendo in immagini le tracce sottili di culture sospese tra tradizione e mutamento.Luigi Erba lavora per ripetizione e variazione, costruendo griglie sottili in cui lo spazio si sfalda in segni minimi che rimandano a un reale ormai lontano.
Anche per questo secondo episodio, si instaurerà un dialogo con fotografi internazionali, tra cui Elliott Erwitt, Jan Groover, Horst P. Horst, Michael Kenna, William Klein, Minor White.
Durante il periodo di apertura, Palazzo Fagnani Ronzoni ospiterà una serie di eventi collaterali, come incontri, talk, presentazione di libri, serate a tema con artisti, storici e critici della fotografia.
Artisti: Antonio Biasiucci, Alfredo Camisa, Giuseppe Cavalli, Franco Chiavacci, Mario Cresci, Mario De Biasi, Patrizia Della Porta, Renato Di Bosso, Mario Dondero, Luigi Erba, Mario Giacomelli, Franco Grignani, Pio Monti, Enzo Obiso, Franco Vaccari, Luigi Veronesi, Egon Egone, Elliot Erwitt, Ralf Gibson, Arthur Gerlach, Jan Groover, Lucien Hervé, Horst P. Horst, Kennet Josephson, Michael Kenna, William Klein, Joost Schmidt, John Stewart, Minor White, Silvio Wolf, Willy Zielke.
Dal 15 gennaio 2026 al 28 febbraio 2026 – The Pool NYC | Palazzo Fagnani Ronzoni – Milano
Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza
Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza, Museo di Roma a Palazzo Braschi
Un percorso che porta il pubblico dentro il lavoro di chi fa ricerca sui beni culturali, mostrando non solo ciò che del patrimonio è visibile, ma soprattutto ciò che solitamente resta nascosto: metodi, strumenti, competenze e interpretazioni che ogni giorno permettono di comprenderlo, conservarlo e raccontarlo. È questo lo spirito di “Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza”, la mostra a cura di Fabio Beltotto e organizzata dalla Fondazione CHANGES, che apre il 16 gennaio 2026 nelle storiche sale del Museo di Roma – Palazzo Braschi. L’esposizione nasce nell’ambito del progetto CHANGES – Cultural Heritage Active Innovation for Sustainable Society, finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca con fondi PNRR – NextGenerationEU, e che riunisce università, istituzioni culturali e imprese impegnate a ripensare il rapporto tra patrimonio, società e innovazione. Il percorso si sviluppa attraverso fotografie, video, installazioni e materiali digitali, frutto di una collaborazione diretta tra i fotografi — Alessandro Cristofoletti, Mario Ferrara, Paolo Pettigiani, Claudia Sicuranza, Francesco Stefano Sammarco e Futura Tittaferrante — e i team di ricerca dei partner nazionali del progetto CHANGES, tra cui Sapienza Università di Roma, Università Ca’ Foscari Venezia, Università degli Studi Roma Tre, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Università degli Studi di Napoli Federico II, il Consiglio Nazionale delle Ricerche e molte altre realtà coinvolte nelle diverse linee progettuali.
Le immagini e le installazioni interattive in mostra raccontano le principali aree della ricerca applicata ai beni culturali: dall’archeobotanica, che permette di ricostruire gli ambienti e le ecologie del passato, al patrimonio della moda come sistema complesso di memorie materiali e immateriali; dalle indagini sul paesaggio come intreccio dinamico tra storia, comunità e territorio, alle sperimentazioni sui digital twin che rendono accessibili nel tempo opere d’arte, allestimenti, collezioni e contenuti museali. Ogni sezione è il risultato di un lavoro congiunto tra ricercatori e artisti, un dialogo che permette alla fotografia di diventare non semplice documento, ma strumento di interpretazione capace di far emergere connessioni e storie spesso invisibili.
«Questa esposizione rappresenta un momento di restituzione fondamentale per l’intera rete di partner coinvolti in CHANGES. Negli ultimi tre anni l’intero partenariato ha contribuito a creare un sistema nazionale capace di innovare il modo in cui il patrimonio viene studiato, condiviso e vissuto. in Beyond Heritage questa missione prende vita, mostrando come la ricerca — nelle sue dimensioni scientifiche, sociali e culturali — sia un processo collettivo che rafforza la nostra capacità di comprendere il patrimonio come risorsa viva e collettiva». – Antonella Polimeni, Presidente della Fondazione CHANGES «Beyond Heritage nasce dal desiderio di valorizzare il lavoro quotidiano delle ricercatrici e dei ricercatori. La mostra non restituisce solo risultati: rende visibili i processi, le tecniche, le pratiche e le collaborazioni che trasformano il patrimonio in un uno strumento di scambio e conoscenza. È un omaggio alla rete interdisciplinare che sostiene il progetto CHANGES e alla sua capacità di costruire nuove forme di interpretazione e di tutela del patrimonio culturale». – Fabio Beltotto, curatore La mostra “Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza” è in collaborazione con Musei in Comune Roma e Zetema Progetto Cultura.
Dal 16 gennaio 2026 al 28 febbraio 2026 – Museo di Roma a Palazzo Braschi
Il mondo e la tenerezza. Walter Rosenblum Master of Photography
Oltre 110 fotografie vintage raccontano il Novecento attraverso uno sguardo umano, empatico e potente. Dal 3 dicembre 2025 al 19 febbraio 2026, il Centro Culturale di Milano ospita la mostra Il mondo e la tenerezza, dedicata a Walter Rosenblum, uno dei grandi maestri della fotografia sociale del XX secolo. Un progetto espositivo di respiro internazionale che porta in Italia, per la prima volta, una selezione ampia e significativa del suo lavoro.
La mostra, curata da Roberto Mutti, offre un’occasione rara per entrare in contatto con uno sguardo capace di unire rigore documentaristico e profonda empatia.
Walter Rosenblum (1919–2006) è stato una figura centrale della fotografia americana del XX secolo. Il suo lavoro si colloca tra la fotografia sociale di Lewis Hine e il reportage umanistico di Paul Strand, ma trova una voce del tutto personale nel modo in cui racconta le persone comuni.
Per Rosenblum la fotografia non è mai distanza. È incontro, ascolto, rispetto. Le sue immagini non cercano l’eccezionale, ma l’essenziale: la vita quotidiana, le relazioni, la dignità che resiste anche nelle condizioni più difficili.
Come suggerisce il titolo della mostra, Il mondo e la tenerezza convivono due dimensioni apparentemente opposte. Da un lato la realtà storica, sociale e politica del Novecento; dall’altro uno sguardo intimo e partecipe che attraversa anche la guerra, la povertà e l’emarginazione.
Il percorso espositivo attraversa l’intera carriera di Rosenblum, dalle prime immagini scattate negli anni Trenta fino ai lavori più maturi. Le fotografie raccontano l’esperienza degli immigrati negli Stati Uniti, la vita nei quartieri popolari di New York, le conseguenze dei conflitti europei, fino alle immagini realizzate durante la Seconda Guerra Mondiale.
Ogni scatto restituisce centralità all’essere umano, che non viene mai ridotto a semplice soggetto fotografico, ma diventa protagonista di una storia più ampia.
Ancora giovanissimo, Rosenblum entra nella Photo League, un collettivo che ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della fotografia sociale americana. Qui matura una visione etica della fotografia come strumento di responsabilità civile. Durante la Seconda Guerra Mondiale lavora come fotoreporter per l’esercito americano. Documenta lo sbarco in Normandia e realizza le prime riprese del campo di concentramento di Dachau. Esperienze che segnano profondamente il suo lavoro e il suo modo di guardare il mondo, senza mai rinunciare a uno sguardo umano.
All’interno del programma della mostra è prevista la proiezione del film “Walter Rosenblum. In Search of Pitt Street”, diretto da Nina Rosenblum, figlia del fotografo e regista di rilievo internazionale. La proiezione si terrà giovedì 4 dicembre 2025 presso l’Auditorium del Centro Culturale di Milano, con ingresso libero su prenotazione.
Dal 3 dicembre 2025 al 19 febbraio 2026 – Centro Culturale di Milano
Una retrospettiva di circa 300 fotografie di un fotografo che con delicatezza, rigore e sapienza ha raccontato l’Italia che rinasceva dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale.
È stato il fotografo più̀ amato de Il Mondo di Mario Pannunzio, dove in 14 anni ha pubblicato 573 foto, e collaboratore tra i più assidui del settimanale Tempo, con reportage dall’Italia e dal mondo. Ha ritratto divi del cinema, scrittori, artisti, nobiltà̀, intellettuali e gente comune. Ha percorso le coste italiane con Pier Paolo Pasolini raccontando le vacanze degli italiani. Le sue foto, riscoperte dalla figlia dopo più di cinquant’anni di oblio, sono state presentate in modo organico, per la prima volta, in una grande mostra al MAXXI di Roma nel 2019. Oggi, a cento anni dalla nascita, Silvia Di Paolo ha rivisitato l’archivio di suo padre e insieme a Giovanna Calvenzi propone un nuovo sguardo sul suo sorprendente lavoro che inizia con le inedite immagini realizzate agli esordi, ripercorre il lungo impegno dedicato a raccontare i mutamenti della società italiana, il mondo del cinema, i viaggi all’estero.
La mostra, che mescolerà molte fotografie inedite e per la prima volta anche a colori, insieme a materiali d’archivio, video, riviste d’epoca e documenti originali, avrà un focus dedicato alla città di Genova.
EDEN. Il giardino dell’anima – Anna Caterina Masotti
Dopo Thea Maris. Risonanze del Mare, Anna Caterina Masotti torna a Bologna nell’ambito di ART CITY Bologna 2026 e ART CITY White Night, con il patrocinio di Azimut, in occasione di Arte Fieracon un progetto inedito che si svilupperà negli spazi dello splendido Palazzo Tubertini, sede bolognese di Azimut Capital Management SGR SpA, società del gruppo Azimut, tra le più importanti realtà indipendenti nella gestione dei patrimoni. La mostra è organizzata da Laura Frasca Art Manager della fotografa, ed è accompagnata da un testo di Benedetta Donato, curatrice e critica della fotografia.
Il suo nuovo lavoro si intitola Eden. Il Giardino dell’anima. L’Eden che Anna Caterina prova a scoprire e a portarci è un luogo dove uomo e natura, corpo e materia si ascoltano in silenzio. Nel punto in cui si sfiorano accade qualcosa, una forma viva prende respiro.
Le immagini non raccontano una storia, ma una soglia: un luogo dove la percezione diventa presenza e dove l’umano non domina, ma accoglie.
Questo percorso trova la sua più compiuta sintesi concettuale e visiva nella sala principale di Palazzo Tubertini, sede di Azimut a Bologna, che diventa il cuore pulsante dell’esposizione.
L’ambiente, caratterizzato da ampie vetrate in ferro battuto, da un soffitto che richiama l’architettura di una serra e da colonne decorate, evoca con forza l’atmosfera dei Giardini d’Inverno vittoriani e Liberty. Un luogo sospeso tra interno ed esterno, tra natura e architettura, che diventa metafora visiva ed emotiva del progetto espositivo.
La mostra presenta diciassette opere fotografiche, un numero carico di significati simbolici. È tradizionalmente associato alla speranza, alla trasformazione spirituale, alla realizzazione del desiderio e all’immortalità dell’anima. Rappresenta un cammino di evoluzione e crescita interiore, riflettendo il bisogno di mutamento e di libertà che attraversa l’universo femminile al centro della ricerca dell’artista.
Le foto, come da tratto distintivo di Anna Caterina, sono stampate su chiffon in seta con ricami in Lurex color oro a creare dei piccoli e delicati contrappunti all’interno dell’immagine.
La selezione iconografica si articola attorno a nuclei tematici precisi.
Le figure femminili, incarnazione dell’anima della donna, sono interpretate dalla figlia dell’artista, elemento che introduce un profondo livello di autenticità legato alla maternità, all’identità e alla continuità generazionale.
Elementi centrali della narrazione visiva sono la farfalla, simbolo universale di trasformazione, rinascita ed evoluzione dell’anima, e i dettagli botanici. I primi piani di piante come Monstera deliciosa, papiro ed edere rampicanti richiamano il vocabolario decorativo dell’Art Nouveau e del Liberty, che celebravano la vitalità, la sinuosità e la forza generativa della natura.
Infine le ombre, spesso avvolgenti le figure, assumono un ruolo simbolico potente: rappresentano l’inconscio, il paesaggio interiore e le zone non illuminate dell’identità femminile, suggerendo una dimensione introspettiva e psicologica che attraversa l’intera esposizione.
L’esperienza della mostra è completata da un allestimento sensoriale e multimediale che amplifica il concetto di giardino interiore. È stato creato infatti un brano musicale che lo accompagnerà, una rielaborazione curata dal produttore musicale Giorgio Cencetti. La composizione unirà brani di musica classica moderna a un tappeto sonoro tipico dei giardini d’inverno, includendo il cinguettio dei passeriformi all’interno delle voliere e il suono ambientale della pioggia che colpisce il vetro della serra.
Nella sala secondaria, a sinistra dell’ingresso, un video mapping di una fontana proiettato sulla parete introduce l’elemento dell’acqua, simbolo di emozione, vita e flusso interiore, evocando al contempo il lusso decorativo dei giardini d’inverno storici.
Il corridoio d’entrata diventa infine un percorso intimo verso l’inconscio. Qui, due installazioni guidano il visitatore: sul fondo del corridoio, la proiezione di un’ombra femminile che sussurra una frase e batte le ciglia accompagna simbolicamente l’ingresso nel “Giardino dell’anima”; nella sala adiacente a destra, un video mapping di rami e foglie mossi dal vento simula la luce filtrata da una vetrata, alludendo al mondo esterno che sfiora delicatamente la serra.
Eden. Il Giardino dell’anima si configura così come un’esperienza immersiva e poetica, in cui fotografia, spazio, suono e immagine in movimento concorrono a costruire un racconto intimo e universale sul femminile, sulla trasformazione e sulla ricerca di un luogo interiore di armonia.
“Attraverso dettagli fugaci — una spalla nuda accarezzata da una farfalla, l’edera che si arrampica su un muro antico, la pelle che si fa corteccia — si dischiude un mondo in cui ogni forma vivente è eco dell’altra. Il corpo si fa paesaggio e la natura assume tratti umani. Come nei manifesti di Mucha o nelle architetture vegetali di Gaudí, anche nel mio progetto ogni immagine si fa ornamento, ogni frammento si lega con l’altro in un fluire armonioso di forme e sensazioni. Fiori che sembrano sussurrare, fontane che si aprono come petali d’acqua, cortecce che portano i segni del tempo: sono tracce, segni lasciati dalla natura sulla pelle del mondo, e viceversa. Non si tratta solo di osservare, ma di sentire il battito comune che unisce ciò che cresce, si trasforma, si posa, respira. Un invito alla tenerezza, alla cura, alla consapevolezza di far parte di un tutto più grande. In un tempo in cui il legame con la natura è spesso spezzato o dimenticato, vorrei suggerire una bellezza che non urla, ma sussurra. Una bellezza che si arrampica silenziosa come l’edera, si posa lieve come una farfalla, e ci ricorda che vivere è appartenere.”
Dal 29 gennaio al 12 febbraio 2026 – Bologna, Palazzo Tubertini
Italia di mezzo – Autori Vari
Com’è articolata e quali sono i temi che pone alla transizione socio-ecologica tutta quella parte intermedia del Paese, compresa tra aree metropolitane e aree interne, tra grandi città e territori periferici e marginali? L’Italia di mezzo, come la definiamo, corrisponde a circa il 60% del territorio nazionale e comprende un insieme variegato di contesti, paesaggi, comunità e storie locali: città medie, reti policentriche di piccoli e medio-piccoli comuni, pianure e colline abitate, sistemi urbanizzati pedemontani e vallivi, contesti di dispersione insediativa. Dopo decenni di attenzione alle aree metropolitane e, in anni più recenti, alle aree remote e interne, la maggior parte del territorio italiano è rimasta priva di rappresentazioni e di visioni, rendendo questi territori meno attrezzati per affrontare le sfide del presente e cogliere le opportunità nel prossimo futuro. La mostra e il ciclo di seminari ed eventi che la accompagnano racconta il lavoro di ricerca e di esplorazione territoriale condotto negli ultimi tre anni da un ampio gruppo di ricercatrici e ricercatori del Politecnico di Milano e di altri Atenei nella provincia italiana. L’obiettivo è duplice: da un lato, comprendere le trasformazioni in atto attraverso un’analisi approfondita di processi nazionali e di fenomeni locali; dall’altro, immaginare traiettorie possibili, più sostenibili, inclusive e resilienti. La mostra restituisce e discute alcuni temi e questioni rilevanti (scuola, casa, produzione, agricoltura, suolo, energia) attraverso un percorso di esplorazione che ha utilizzato strumenti diversi: mappe e repertori cartografici per restituire dati e dinamiche territoriali; voci e storie di luoghi, pratiche e contesti; racconti fotografici che permettono di cogliere i paesaggi e costruire sguardi. Un ciclo di tre seminari discuterà le ipotesi e gli esiti della ricerca attraverso i volumi pubblicati (Italia di mezzo, Donzelli 2024; Collana dei Ritratti dell’Italia di mezzo, 2025-26) e le campagne fotografiche; un programma di proiezioni affiancherà visioni cinematografiche e storie (tre serate cineforum); una giornata di studio concluderà i lavori riflettendo sulle prospettive di ricerca e di azione per i ritratti dell’Italia di mezzo.
Fotografie: Enrico Bedolo, Tomaso Clavarino, Cédric Desasson, Giovanni Hänninen, Peppe Maisto, Paolo Mazzo, Michele Nastasi, Gioia Onorati, Andrea Pertoldeo, Fausta Riva, Filippo Romano, Andrea Simi.
21.01.26 – 13.02.26 – Politecnico di Milano
Il paese della biodiversità. Il patrimonio naturale italiano
Arriva al largo pubblico, dopo lo straordinario successo riscosso lo scorso anno, dal 22 gennaio al 27 febbraio 2026 nello spazio Corner del MAXXI – il Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, la mostra Il paese della biodiversità. Il patrimonio naturale italiano di National Geographic Italia e del National Biodiversity Future Center(NBFC), il primo centro di ricerca italiano sulla biodiversità finanziato da PNRR-Next Generation EU.
Una cinquantina di magnifici scatti di The Wild Line – il collettivo di fotografi naturalistici composto da Marco Colombo, Bruno D’Amicis e Ugo Mellone – selezionati da National Geographic Italia esplorano in modo altamente suggestivo il complesso rapporto tra l’uomo e l’ambiente, e il modo in cui le attività umane incidono sulla biodiversità. La mostra risponde al desiderio di utilizzare la forza delle immagini per trasmettere ad un pubblico intergenerazionale e multisociale, un messaggio importante: la biodiversità italiana e mediterranea va protetta con la forza del sapere, della scienza e dell’innovazione.
La missione di conservazione e valorizzazione ambientale, restituendo centralità a ciò che ci circonda e ripristinando l’equilibrio perduto tra l’uomo e la natura, rimanda a una responsabilità condivisa. «NBFC fa della scienza non solo un ponte tra paesi – attraverso la recente ratifica di accordi internazionali e l’inaugurazione di una stagione della diplomazia scientifica – ma anche tra discipline. Afferma Luigi Fiorentino, presidente di NBFC. La collaborazione del centro con National Geographic Italia nell’allestimento della mostra ne è la dimostrazione concreta e nasce con l’intento di parlare attraverso le immagini ad un pubblico sempre più ampio capace di coinvolgere anche giovani e giovanissimi, stimolando curiosità per lo studio scientifico e per la salvaguardia della biodiversità, come sancito dall’art 9 della nostra Costituzione. La fotografia diventa una nuova forma di comunicazione che va oltre il soggetto inquadrato, uno strumento di sensibilizzazione rispetto a tematiche di estrema urgenza.»
Il percorso espositivo multimediale rappresenta un vero e proprio viaggio alla scoperta del lato più selvaggio e meno conosciuto della flora e della fauna del nostro paese. Lo fa attraverso lo sguardo di tre fotografi naturalistici, scienziati, che danno testimonianza di un paesaggio policromato e della stupefacente varietà della biodiversità italiana. Grazie alla sua posizione strategica protesa nel Mediterraneo, alla sua geomorfologia, e al fatto di trovarsi sulle importanti rotte migratorie di molte specie di uccelli tra l’Africa e il Nord Europa, l’Italia è il paese europeo con la più grande varietà di specie viventi e il più alto tasso di specie endemiche. Più del 50% delle specie vegetali e il 30% delle specie animali in Europa sono presenti esclusivamente nel nostro paese. La sua posizione privilegiata, con l’intera area mediterranea considerata un hotspot, la espone, tuttavia, a rischi significativi legati al cambiamento climatico: siccità e desertificazione nelle regioni meridionali, aumento della temperatura del mare e incremento degli eventi meteo estremi sono tutti elementi che possono concorrere ad alterare ecosistemi fragili, spesso già sotto pressione per l’impatto delle attività umane.
Lo spiega bene il documentario che quest’anno arricchisce l’esposizione: il National Biodiversity Future Center ha identificato nel recupero a lungo termine e duraturo della biodiversità vegetale e animale e nel ripristino degli ecosistemi terrestri e marini una delle sfide cruciali per l’Italia e l’intero bacino del Mediterraneo, i cui ecosistemi sono gravemente compromessi (oltre il 30%), poiché la tutela della biodiversità non è solo una questione ambientale ma è anche intrinsecamente legata alla dimensione economica di un paese. Ogni ecosistema, infatti, produce valore grazie a cose come l’acqua pulita, il suolo fertile e l’aria respirabile: elementi invisibili e nondimeno fondamentali, che conferiscono alla biodiversità un valore economico ed essenziale per la salute dei cittadini.
«Il potere evocativo delle immagini esposte in mostra invita i visitatori a riflettere sulla ricchezza e sulla fragilità degli ecosistemi italiani e sull’urgenza di adottare nuove strategie per conservare gli habitat naturali – spiega iI direttore generale di NBFC Riccardo Coratella che ha coordinato i lavori. Dalle piante agli invertebrati, dagli uccelli agli animali acquatici, ad alcuni dei mammiferi più iconici del nostro patrimonio naturalistico, ogni fotografia è il racconto di una specie, del suo comportamento, dei rischi a cui è sottoposta.»
«Questa mostra è, prima di tutto, un piccolo racconto della ricchezza del nostro patrimonio naturale, che ritrae specie iconiche come l’orso marsicano, il lupo, la lince, ma anche animali di cui molti di noi non conoscono nemmeno l’esistenza e che pure hanno un ruolo cruciale nei nostri ecosistemi. In questo senso, il messaggio che racchiude è che la natura va salvaguardata nel suo insieme, nella sua complessità, e che la biodiversità del nostro paese è un capitale di valore inestimabile» afferma Marco Cattaneo,direttore di National Geographic Italia.
Dal 21 gennaio 2026 al 27 febbraio 2026 – MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo – Roma
Buongiorno, sono curiosa di sapere cosa pensate di questo lavoro! Buona lettura, ciao Sara
FOTOGRAFIA di Wolfgang Tillmans “Freischwimmer” 99, 2004 – Anno 2000
“Freischwimmer” (Nuotatore libero), realizzato nel 2000 da Wolfgang Tillmans, è un’opera che sfida le convenzioni della fotografia tradizionale. In questa serie, Tillmans esplora le possibilità della fotografia senza macchina fotografica, creando immagini astratte e luminose attraverso l’uso di un ingranditore e di carta fotografica esposta alla luce.
Il tema centrale di “Freischwimmer” è l’esplorazione delle proprietà intrinseche della luce e della materia fotografica. Tillmans, attraverso il suo approccio sperimentale, ci invita a riflettere sulla natura stessa della fotografia, sulla sua capacità di creare immagini che trascendono la rappresentazione del mondo reale. Le immagini, con i loro colori vibranti e le loro forme fluide, evocano un senso di libertà e di indeterminazione, suggerendo un mondo di possibilità infinite.
L’approccio di Tillmans si distingue per la sua libertà creativa e la sua capacità di innovare. Le sue opere, che spaziano dalla fotografia di moda al ritratto, dall’astrazione alla documentazione, sono caratterizzate da un’estetica spontanea e da un’attenzione ai dettagli. La sua tecnica, che combina riprese analogiche e digitali, gli consente di creare immagini che sembrano catturare l’essenza del momento, l’energia della vita.
Dal punto di vista visivo, “Freischwimmer” è una serie di grande impatto. Le immagini, con la loro luminosità intensa e le loro forme organiche, creano un’esperienza visiva coinvolgente e stimolante. Tillmans ci mostra la bellezza nascosta nella casualità, trasformando un processo tecnico in un’opera d’arte che ci invita a esplorare i confini della percezione.
Biografia di Wolfgang Tillmans:
Wolfgang Tillmans, nato nel 1968 a Remscheid, è un fotografo tedesco noto per la sua esplorazione dei confini della fotografia e per la sua capacità di catturare l’energia del momento. Dopo aver studiato arte al Bournemouth & Poole College of Art and Design in Inghilterra, ha sviluppato un linguaggio visivo unico, caratterizzato da un’estetica spontanea, un’attenzione ai dettagli e un’apertura alla sperimentazione. Le sue opere sono state esposte nei più importanti musei e gallerie del mondo, consacrandolo come uno dei fotografi più influenti della nostra epoca.
In qualità di fondatrice di Musa Fotografia, una scuola dedicata all’arte della fotografia, desidero chiarire l’utilizzo di immagini di grandi autori sul mio blog.
Le fotografie di maestri, che appaiono nei miei articoli, sono utilizzate esclusivamente a scopo didattico e divulgativo. Il mio intento è quello di analizzare e condividere la bellezza, la tecnica e la storia di queste opere con i miei studenti e con tutti gli appassionati di fotografia.
Tengo a sottolineare che:
Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità.
Gli articoli sono scritti con intenti didattici. L’obiettivo è quello di fornire spunti di riflessione e approfondimento sulla storia della fotografia e sulle diverse tecniche utilizzate dai grandi maestri.
Il mio impegno è verso la diffusione della cultura fotografica. Credo che l’analisi di opere significative sia fondamentale per la crescita e l’apprendimento di ogni fotografo.
Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.
Spero che questa dichiarazione possa chiarire il mio approccio e la mia passione per la fotografia.
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Ciao a tutti! Come sapete tengo questo blog dal 2015, voglio cambiare un pochino! Non scrivo solo io, ma ogni articolo scritto da me in senso “critico” sarà un piccolo tentativo di fare il contrario di ciò che il tempo ci chiede: inseguire il presente, rincorrere la moda, adeguarsi. Io preferisco l’anacronismo. Non perché sia romantico o “figo”, ma perché è l’unico modo per inventare davvero qualcosa di mio e, forse, anche di vostro. Qui si parla di immagini che non hanno fretta, di estetiche che non viaggiano sui trend topic e di scelte visive che spesso fanno storcere il naso. E se riusciremo a ridere un po’ delle nostre stesse fissazioni, ancora meglio. Perché l’ironia, ve lo assicuro, è l’unico filtro che rende sopportabile il mondo della fotografia contemporanea. Benvenuti quindi in questa serie: un viaggio fuori tempo, con qualche deviazione imprevista, un paio di scivoloni controllati e la speranza che, alla fine, qualcuno possa davvero guardare il mondo in modo un po’ diverso. A chi pensa che mi rivolga a tutti con parole semplici perché non saprei fare di più: venite a testarmi, invitatemi al vostro tavolo! Immergetevi nel mio lavoro e capirete che spiegare, comunicare e farsi capire non è mai banale, che semplice non significa superficiale.” Sara Munari
Armenia – Sara Munari
La fotografia nell’arte contemporanea: un tempo strumento diretto, capace di catturare il mondo e restituirlo con verità e poesia. Oggi, invece, è spesso diventata un esercizio di cifre e cripticismo, dove a più di una mostra che ho visitato, sembra dirmi: “Se non mi capisci, è colpa tua, non hai la conoscenza necessaria”. Quasi sempre, questo approccio funziona da scudo per giustificare opere che altrimenti sembrerebbero incomprensibili o prive di senso.
Il paradosso è delizioso. Da un lato, il fotografo che sempre più spesso usa media differenti dalla fotografia semplicemente (mi ci metto pure io) deve compiacere il mercato, fare “wow” alle fiere e ai collezionisti per sopravvivere; dall’altro, può scatenare il concettualismo più astruso e presentarlo come prova di profondità. La fotografia, che una volta parlava a chiunque, oggi è spesso un club esclusivo: chi non ha la “conoscenza necessaria” resta fuori. E se osi chiedere “Ma cosa sto vedendo?”, la risposta implicita è quasi sempre la stessa: “Se non lo capisci, il problema è tuo, studia”. Cosa che in parte condivido, soprattutto se riferita ad autori con un lungo percorso alle spalle che spesso giustifica e anzi sostiene le scelte di linguaggio effettuate per molti progetti. Su autori con un lungo percorso alle spalle, questa posizione può avere senso: un lavoro coerente e stratificato può richiedere competenze o conoscenze pregresse per essere pienamente compreso, e quasi sempre giustifica le scelte di linguaggio effettuate nei vari progetti.
Il problema si complica quando la fotografia è fatta da amatori o giovani autori. In questi casi, il cripticismo spesso non nasce da una riflessione consapevole o da un percorso consolidato, ma da un tentativo di apparire “intellettuali” o di posizionarsi nel mondo dell’arte contemporanea. Le immagini possono diventare incomprensibili quasi per principio: composizioni volutamente ambigue, soggetti sfocati, concetti astratti senza contesto, tutto giustificato con frasi come “è la mia visione” o “è un linguaggio personale”. Quasi sempre, però, manca quella profondità che giustificherebbe il rifiuto della chiarezza.
Questo atteggiamento ha conseguenze evidenti: il pubblico si sente escluso, è se sei all’inizio della tua “carriera” ti assicuro che può essere pericoloso, la partecipazione reale diminuisce, e la fotografia rischia di diventare un esercizio di stile autoreferenziale. Invece di creare dialogo, l’opera comunica quasi esclusivamente con chi “sa già”, chi ha seguito corsi, letture o tendenze specifiche. Per i giovani autori, è facile cadere nella trappola di equilibrare tra il desiderio di distinguersi e l’esigenza di essere compresi: il rischio è che l’equilibrio penda sempre verso il criptico, dimenticando che la forza della fotografia – anche nella sperimentazione più estrema – è prima di tutto nel poter parlare a qualcuno.
In altre parole, mentre i fotografi consolidati possono permettersi di complicare il linguaggio perché il loro percorso sostiene le loro scelte, per chi è agli inizi o non ha ancora un corpo di lavoro riconosciuto, il “club esclusivo” spesso diventa una barriera inutile: uno specchio di ambizioni e aspirazioni che, se non mediato dalla capacità di comunicare, rischia di trasformarsi in autoesclusione.
E il paradosso storico persiste. Come da circa 200 anni a questa parte, sembra che la fotografia debba complicarsi la vita per essere considerata arte: il vecchio discorso si ripete, mai effettivamente superato. E mentre il mercato e il concettualismo più criptico celebrano la propria autoreferenzialità, la fotografia rischia di perdere quella capacità semplice e rivoluzionaria che l’ha resa potente.
Sara Munari
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