Mostre di fotografia consigliate per luglio

Il mese di luglio offre numerose mostre di fotografia da ammirare, sia che siate in vacanza, sia che rimaniate a casa. Guardate un po’!

Anna

Elliott Erwitt

© Elliott Erwitt | Elliott Erwitt, Marilyn Monroe, New York, 1956

Dai cani agli esseri umani, dalle persone comuni ai grandi personaggi come Marilyn Monroe, JFK, Muhammad Ali e tanti altri: ecco le foto divenute icone della nostra società. La mostra è di altissimo livello qualitativo: il team curatoriale ha scelto, infatti, una selezione inedita con le foto più iconiche e significative dalla summa della produzione del Maestro, con in mostra le serie ICONS, Kolor, Family, Self Portrait. 190 opere, di cui 110 in mostra e oltre 80 in una video proiezione in HD. L’esposizione è organizzata dalla Fondazione Federico II con il Patrocinio del Ministero della Cultura, del Consolato Generale degli Stati Uniti d’America Napoli. Spazio anche all’inclusione sociale: quattro persone con disabilità hanno firmato un contratto di lavoro stagionale e saranno impiegati proprio per fare fronte ai grandi flussi attesi per la mostra.

La Fondazione Federico II ha presentato a Palazzo Reale di Palermo la mostra di uno dei più grandi fotografi della storia: Elliott Erwitt, noto in tutto il mondo per i suoi scatti, divenuti simbolo della nostra società, veri e propri sistemi di riferimento antropologico per approfondire ed evocare gli accadimenti storici più importanti. Erwitt rappresenta una delle figure più influenti e originali del mondo della fotografia perchè fu capace di catturare con una visione unica momenti di vita quotidiana, rendendoli in immagini iconiche che combinano umorismo e profondità di
osservazione. Già Presidente della celebre Magnum Photos, Elliott Erwitt sintetizza nelle sue opere l’interesse per l’uomo e il gusto dell’attimo che sa cogliere con ineguagliabile magia.Tra i suoi soggetti preferiti figurano i cani: la sua capacità di osservare e rappresentare le abitudini di questi animali e dei loro proprietari ha dato vita a immagini che raccontano molto sulla società e sulle relazioni umane. Le sue fotografie canine sono state raccolte in diversi libri, veri e propri riferimenti per gli amanti della fotografia e degli animali. Non meno importante è il suo lavoro come fotografo di personaggi famosi. Erwitt ha immortalato figure leggendarie come Marilyn Monroe, John F. Kennedy, Muhammad Ali, realizzando veri e propri ritratti che vanno oltre la semplice schematizzazione, per rivelare introspezioni e aspetti sorprendenti dei suoi soggetti. Celebre è la foto di Marilyn Monroe con il vestito che si solleva, scattata sul set di “Quando la moglie è in vacanza”, un’immagine che è diventata parte dell’iconografia del XX secolo, con un valore pressoché identico a quello dei più noti quadri della storia dell’arte.
“La Fondazione Federico II – ha detto Gaetano Galvagno, Presidente dell’Ars e della stessa Fondazione – vuole essere protagonista della scena internazionale, proponendo al quasi milione di visitatori che nell’anno 2024 hanno ammirato le bellezze storiche del Palazzo Reale di Palermo, un’importante offerta espositiva dal respiro cosmopolita. Con la mostra di Elliott Erwitt, il Palazzo Reale di Palermo continua a vivere un’appassionante stagione di arte contemporanea, regalando ai fruitori un intero secolo di cronaca e di raffinati studi che l’artista ci presenta attraverso il suo obiettivo fotografico”.
“Elliott Erwitt – ha detto Biba Giacchetti, co-curatrice della mostra, una delle massime conoscitrici di Erwitt a livello internazionale – non è stato solo un fotografo, ma un narratore visivo senza eguali, capace di trasformare l’istante in storia, il quotidiano in arte, l’ironia in poesia. Le sue immagini evocano in chi le osserva emozioni che si muovono su registri diversi, dalla commozione al sorriso, fino al divertimento più spontaneo. Scomparso nel novembre del 2023 all’età di 95 anni, ci ha lasciato un’eredità immensa: un archivio di fotografie che attraversano epoche, culture e sentimenti con un linguaggio universale, invitandoci a guardare il mondo con più indulgenza e meraviglia, mettendosi sempre al nostro fianco in quella leggerezza profonda che lui stesso definiva “The Art of Observation”. “Elliott Erwitt – ha commentato il co-curatore Gabriele Accornero – è, come le sue fotografie: ironico, enigmatico, sfuggente, aereo. Dietro a tutto questo si percepiscono una grande personalità e un’acuta intelligenza, quasi spiazzanti. II valore artistico dell’opera di Erwitt pare raggiungersi quasi incidentalmente, non è mai perseguito e forse per questo è così spesso centrato. Non si addicono a Erwitt sterili schemi di lettura mutuati dalla Storia dell’Arte, lui si preoccupa solo di fare buone fotografie; le fotografie di Erwitt sono generalmente leggere, spensierate, luminose. Ma ciò non toglie che alcune immagini assurgano a manifesti”.

Dal 29 May 2025 al 30 November 2025 – Palazzo Reale – Palermo

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Roger Ballen: Animalism

Roger Ballen, Sheep on cupboard, 2003
Roger Ballen, Sheep on cupboard, 2003

Dal 27 maggio al 27 luglio 2025, il Padiglione 9a del Mattatoio di Roma presenta Roger Ballen Animalism, promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e da Azienda Speciale Palaexpo, organizzata da Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con ISTMO, a cura di Alessandro Dandini de Sylva in collaborazione con Marguerite Rossouw e con un’installazione sonora di Cobi van Tonder. 

Roger Ballen (nato a New York nel 1950, vive da oltre quaranta anni in South Africa) è uno dei maggiori e più noti fotografi contemporanei. Con Animalism, una ricerca che conduce da oltre due decenni, esplora il rapporto profondo e spesso inquietante tra esseri umani e animali. Le immagini in mostra sfumano il confine tra comportamento umano e animale, mettendo in discussione la natura stessa di questa distinzione. Pensata per lo spazio espositivo del Mattatoio di Roma – un ex macello dove un tempo venivano uccisi gli animali per l’alimentazione degli umani – la mostra è concepita come un’unica installazione: un teatro tipicamente “ballenesco”, in cui regnano l’assurdo e gli istinti primordiali. Il Mattatoio stesso, simbolo di violenza storica e del dominio umano sugli animali, diventa parte dell’opera, reinventato come spazio di riflessione. 

La mostra si snoda in tre ambienti offrendo un’esperienza immersiva e al contempo contemplativa dei lavori di Ballen: si passa da un luminoso spazio introduttivo in cui è esposta una selezione di ventuno fotografie realizzate tra il 1996 e il 2016, a un spazio oscuro centrale animato da otto proiettori che presentano, in modo asincrono, oltre ottanta fotografie appartenenti ai principali progetti di Ballen, tra cui Outland, Shadow Chamber, Boarding House, Asylum of the Birds e Roger’s Rats; per giungere, infine, allo spazio caratterizzato da quattro lightbox e da una video-animazione della serie Apparitions. L’ambiente centrale del Padiglione, immerso nell’oscurità, è concepito per coinvolgere e avvolgere i visitatori e le visitatrici. Le fotografie disposte cronologicamente, dall’ingresso verso il fondo, tracciano un percorso che riflette l’evoluzione del linguaggio visivo dell’artista: da una pratica più propriamente documentaria a un’intensa messa in scena dello spazio fotografico, fino alle creazioni più sperimentali e di impatto pittorico.

Attraverso composizioni surreali e un’oscura assurdità, Animalism rivela come l’animale sia al tempo stesso una presenza esterna e una parte intrinseca della psiche umana, svelando le profonde connessioni tra civiltà e natura selvaggia.

La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Quodlibet, disegnato da Filippo Nostri, con una conversazione tra Roger Ballen e il curatore Alessandro Dandini de Sylva e le tavole di tutte le immagini esposte.

Infine, Roger Ballen, che ha più volte dichiarato la sua ammirazione e il suo debito artistico nei confronti di Mario Giacomelli, è presente, in un dialogo diretto, nel percorso espositivo della mostra “Mario Giacomelli. Il fotografo e l’artista” visitabile a Palazzo Esposizioni Roma dal 20 maggio al 3 agosto 2025. Dal 5 giugno al 30 settembre 2025, inoltre, Ballen parteciperà con l’installazione di una sua capanna alla quarta edizione del Festival des cabanes 2025 in programma presso l’Accademia di Francia a Roma -Villa Medici.

Dal 27 maggio 2025 al 27 luglio 2025 – Mattatoio di Roma

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BRASSAÏ. L’occhio di Parigi

Dal 19 luglio al 9 novembre 2025 torna al Centro Saint-Bénin di Aosta la grande fotografia internazionale con la mostra Brassaï. L’occhio di Parigi. La retrospettiva, promossa dall’Assessorato Beni e attività culturali, Sistema educativo e Politiche per le relazioni intergenerazionali della Regione autonoma Valle d’Aosta e prodotta da Silvana Editoriale, è curata da Philippe Ribeyrolles, studioso e nipote del fotografo che detiene un’inestimabile collezione di stampe di Brassaï e un’estesa documentazione relativa al suo lavoro di artista.

La mostra presenterà più di 150 stampe d’epoca, oltre a sculture, documenti e oggetti appartenuti al fotografo, per un approfondito e inedito sguardo sull’opera di Brassaï, con particolare attenzione alle celebri immagini dedicate alla capitale francese e alla sua vita.

Le sue fotografie dedicate alla Ville Lumière – dai quartieri operai ai grandi monumenti simbolo, dalla moda ai ritratti degli amici artisti, fino ai graffiti e alla vita notturna – sono oggi immagini iconiche che nell’immaginario collettivo identificano immediatamente il volto di Parigi.

Ungherese di nascita – il suo vero nome è Gyula Halász, sostituito dallo pseudonimo Brassaï in onore di Brassó, la sua città natale – ma parigino d’adozione, Brassaï è stato uno dei protagonisti della fotografia del XX secolo, definito dall’amico Henry Miller “l’occhio vivo” della fotografia.

In stretta relazione con artisti quali Picasso, Dalí e Matisse, e vicino al movimento surrealista, a partire dal 1924 fu partecipe del grande fermento culturale che investì Parigi in quegli anni. Brassaï è stato tra i primi fotografi in grado di catturare l’atmosfera notturna della Parigi dell’epoca e il suo popolo: lavoratori, prostitute, clochard, artisti, girovaghi solitari. Nelle sue passeggiate il fotografo non si limitava alla rappresentazione del paesaggio o alle vedute architettoniche, ma si avventurava anche in spazi interni più intimi e confinati, dove la società si incontrava e si divertiva.

È del 1933 il suo volume Paris de Nuit, un’opera fondamentale nella storia della fotografia francese.

Le sue immagini furono anche pubblicate sulla rivista surrealista “Minotaure”, di cui Brassaï divenne collaboratore e attraverso la quale conobbe scrittori e poeti surrealisti come Breton, Éluard, Desnos, Benjamin Péret e Man Ray.

“Esporre oggi Brassaï – afferma Philippe Ribeyrolles, curatore della mostra – significa rivisitare quest’opera meravigliosa in ogni senso, fare il punto sulla diversità dei soggetti affrontati, mescolando approcci artistici e documentaristici; significa immergersi nell’atmosfera di Montparnasse, dove tra le due guerre si incontravano numerosi artisti e scrittori, molti dei quali provenienti dall’Europa dell’Est, come il suo connazionale André Kertész. Quest’ultimo esercitò una notevole influenza sui fotografi che lo circondavano, tra cui lo stesso Brassaï e Robert Doisneau.”

Brassaï appartiene a quella “scuola” francese di fotografia definita umanista per la presenza essenziale di donne, uomini e bambini all’interno dei suoi scatti sebbene riassumere il suo lavoro solo sotto questo aspetto sarebbe riduttivo.

Oltre alla fotografia di soggetto, la sua esplorazione dei muri di Parigi e dei loro innumerevoli graffiti testimonia il legame di Brassaï con le arti marginali e l’art brut di Jean Dubuffet.

Nel corso della sua carriera il suo originale lavoro viene notato da Edward Steichen, che lo invita a esporre al Museum of Modern Art (MoMA) di New York nel 1956: la mostra “Language of the Wall. Parisian Graffiti Photographed by Brassaï” riscuote un enorme successo.

I legami di Brassaï con l’America si concretizzano anche in una assidua collaborazione con la rivista “Harper’s Bazaar”, di cui Aleksej Brodovič fu il rivoluzionario direttore artistico dal 1934 al 1958. Per “Harper’s Bazaar” il fotografo ritrae molti protagonisti della vita artistica e letteraria francese, con i quali era solito socializzare. I soggetti ritratti in quest’occasione saranno pubblicati nel volume Les artistes de ma vie, del 1982, due anni prima della sua morte.

Brassaï scompare il 7 luglio 1984, subito dopo aver terminato la redazione di un libro su Proust al quale aveva dedicato diversi anni della sua vita. È sepolto nel cimitero di Montparnasse, nel cuore della Parigi che ha celebrato per mezzo secolo.

19 luglio – 9 novembre 2025 – Aosta, Centro Saint-Bénin

Le mostre di Cortona On The Move 2025 – Come together

©Christopher-Anderson-Marion-Durand

Il tema di quest’anno è nato alla chiusura dell’edizione precedente del festival che è avvenuta il 4 di Novembre. Il giorno prima delle elezioni Americane. Al risultato di quelle mi sono reso conto che siamo in un mondo sempre più diviso, con fratture che si allargano fino a diventare ferite aperte e estremismi che si nutrono di polarizzazione, dove le parti opposte non comunicano ma urlano.

Mi sono chiesto se il festival dovesse essere lo specchio di questo mondo o cercare di indirizzare lo sguardo verso qualcosa di molto più difficile da raccontare ma molto più importate da realizzare. La riconciliazione. Quindi il tema della 15ª edizione di Cortona On The Move sarà “Come Together”. Ci occuperemo di ferite e guarigione. “Come Together” esplorerà il motivo per cui la riconciliazione è l’unica opzione possibile, analizzando alcuni dei molti modi per raggiungerla a livello sociale, politico e personale. Perché in effetti la riconciliazione non riguarda solo l’altro, ma soprattutto se stessi.

Questa edizione per il 15° anniversario non si propone di offrire risposte semplici. Piuttosto, esploreremo gli spazi tra le rotture e le riparazioni, tra il conflitto e l’unità, per comprendere cosa significhi trovare un terreno comune quando il terreno stesso sembra spesso cedere sotto i nostri piedi. Esplorando le complessità, ci rendiamo conto che la riconciliazione non è solo un compromesso, ma richiede cambiamenti di paradigma e il coraggio di nuovi modi di essere.

“Come Together” sarà bello, ma anche crudo, disordinato e ruvido. Si tratta della forza e del coraggio che ci spingono a tentare di ricucire le relazioni incrinate, sia all’interno delle famiglie, sia attraverso i confini, sia nel silenzioso e disperato tentativo di riconciliarsi con il proprio io. Osservando storie in cui la guarigione è possibile, anche se incompleta e imperfetta, “Come Together” vorrebbe offrire una visione del mondo non solo così com’è, ma anche come potrebbe essere.

Come cantava chi ha ispirato il titolo di questa edizione: “I know you, you know me. One thing I can tell you is you got to be free. Come together. Right now.”

Paolo Woods

Dal 17 luglio al 2 novembre – Cortona (AR) – sedi varie

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Alex Webb. Errand and Epiphany

CIttà del Messico, Messico, 2003. © Alex Webb/Magnum Photos

EARTH Foundation presenta, in collaborazione con Magnum Photos, il nuovo progetto espositivo Errand and Epiphany: personale del fotografo americano Alex Webb (San Francisco, 1952), membro dell’agenzia Magnum Photos. La mostra è aperta al pubblico da giovedì 27 marzo a domenica 21 settembre 2025 presso l’Art House di Eataly Verona.

Errand and Epiphany è stata presentata per la prima volta nel 2023 al Museum Helmond, nei Paesi Bassi, come prima indagine istituzionale sull’opera di Webb degli ultimi trent’anni, e arriva a Verona con un nuovo allestimento, pensato appositamente per gli spazi della Fondazione.

Il percorso espositivo include 78 fotografie che svelano l’originalità di uno dei pionieri della seconda generazione di fotografi attivi con il colore, capace di trasformare il linguaggio visivo in una narrazione emotiva e vibrante. A suggerire il titolo è la scrittrice americana Rebecca Solnit, che in un suo scritto afferma «La magia della strada è il connubio tra missione ed epifania». Per Webb la missione è raccogliere frammenti di storie di gente in luoghi remoti della terra e l’epifania è il momento della rivelazione, in cui la banalità si trasforma in sorpresa.

on una formazione storico-letteraria, Alex Webb decide poco più che ventenne di dedicarsi alla fotografia come fotoreporter. Dopo un primo esercizio in bianco e nero, che immortala la vita di una piccola cittadina dell’America del Sud, Webb inizia a scattare a colori nei suoi lunghi viaggi che lo portano ai confini del mondo: Haiti, Messico, Africa subsahariana, India, Turchia, Stati Uniti, sono i paesi in cui ricerca, con sguardo famelico e curioso, storie di vita quotidiana, di emarginazione e soprusi, per trasformarle in narrazioni dal tono magico.

Le fotografie di Alex Webb raccolte in mostra ne rivelano lo spirito da street photographer, come lui stesso si definisce. Il suo approccio è mosso dal senso di curiosità e di scoperta verso i luoghi e le persone che li abitano: «Ogni progetto è un viaggio senza una destinazione chiara. Una volta iniziato il viaggio, è la fotografia a indicarmi dove andare». Gli scenari immortalati da Webb non solo raccontano storie, ma suggeriscono visioni e prospettive inaspettate. Racchiusa in composizioni armoniche, ogni immagine svela scene quotidiane di lavoro, svago, gioco, fuga, attesa, in un alternarsi di ombre marcate e geometrie nette, in cui i soggetti, spesso inconsapevoli, diventano protagonisti di un teatro quotidiano che in alcuni casi non manca di lasciare inquieto chi li osserva.

Scattando per strada, Alex Webb cattura istanti di pura vivacità destinati a trasformarsi in tutt’altro in pochissimo tempo. Lo stile del fotografo è definito un caos organizzato, al limite della saturazione, non solo per l’uso di colori vividi, ma anche per la moltitudine di soggetti che popolano i suoi scatti. Webb è capace di sintetizzare nell’immagine la sua visione delle cose, attenta ai dettagli e alla narrazione, che ritorna nella sovrapposizione di più piani fino allo sfondo, a chiudere una scenografia complessa.

L’uso della pellicola a colori connota in modo personalissimo la ricerca fotografica di Alex Webb, affascinato dalla luce accecante e dai colori intensi dei territori che visita. «Per me il colore è fondato sulle emozioni. Non si tratta di vedere i colori, ma di percepire l’emozione che trasmettono», afferma l’artista. I colori giocano un ruolo decisivo anche nel processo creativo di Webb, che lo guidano visivamente ed emotivamente nei suoi viaggi di scoperta. La componente emozionale è quindi centrale nel lavoro del fotografo americano, che si muove libero da preconcetti, spinto dalla curiosità e dall’intuito. La fotografia di Alex Webb tiene conto anche delle influenze letterarie degli anni giovanili, da Graham Green a Gabriele García Màrquez, e di quelle filosofiche, che ne hanno ispirato l’immaginario poetico.

Dal 27 marzo al 21 settembre 2025 – Art House di Eataly Verona

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Langhe Photo Festival – Possibilità

©Rinko Kawauchi

Il festival internazionale di fotografia nel cuore delle Langhe. Dal 6 luglio al 2 novembre 2025, 8 mostre con oltre 250 fotografie esposte.

Torna con la terza edizione il LanghePhotoFestival, evento dedicato alla fotografia d’autore che, attraverso mostre diffuse in edifici storici e spazi a cielo aperto, porta autori di rilievo internazionale tra le vie del borgo di Neive (CN).

Il tema Possibilita’ interroga la fotografia come linguaggio aperto, capace di accogliere l’unicità di chi osserva e scatta.
È l’autore, con la sua singolarità, a rendere possibile l’immagine: non esiste fotografia senza uno sguardo che la generi, senza una coscienza che scelga cosa mostrare e cosa escludere.

Scegliere di guardare significa scegliere di affermare.
Ogni fotografia è, in questo senso, una forma di apertura al mondo e di svelamento.
Mostrare ciò che c’è di invisibile per gli altri, non solo in termini visivi, ma soprattutto esperienziali.
Un linguaggio, declinabile in infinite forme e dimensioni, capace più di tutti, di raccontare universalmente altrettante infinite prospettive.

Il LanghePhotoFestival diventa così teatro di un linguaggio polifonico, dove ogni nota può dialogare o scontrarsi con le altre.
Le soggettività si sovrappongono, creando un punto bianco che accoglie ogni riflesso.
Non è un vuoto, ma uno spazio aperto in cui ciascuno può trovare la propria prospettiva e il proprio significato.

Tra le mostre di quest’edizione segnaliamo in particolare: Rinko Kawauchi – M/E, Francesco Comello – L’isola della salvezza, Francesco Anselmi – Borderlands

Dal 6 luglio al 2 novembre 2025 – Neive (CN)

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Tina Modotti, Donna, Fotografa, Militante. Una vita fra due Mondi

Tina Modotti, Giorno dell'inaugurazione della Escuela Libre de Agricultura No. 2 Emiliano Zapata a Ocopulco, 1928
Tina Modotti, Giorno dell’inaugurazione della Escuela Libre de Agricultura No. 2 Emiliano Zapata a Ocopulco, 1928

Circa 60 tra fotografie, lettere, testi, documenti e articoli raccontano la vita e l’opera della fotografa, attrice e attivista politica italo-americana protagonista della mostra Tina Modotti, Donna, Fotografa, Militante. Una vita fra due Mondi, figura di rilievo che accomuna la cultura italiana e quella messicana.

La mostra è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e organizzata a cura dell’associazione Storia e Memoria Aps di Albano Laziale, in collaborazione con la Segreteria di Cultura del Governo del Messico, l’archivio della Fototeca Nazionale dell’INAH. Media partner NOIDONNE, servizi museali Zètema Progetto Cultura.

Le opere in mostra illustrano il percorso di Tina Modotti fotografa della realtà sociale messicana, la sua integrazione, il vincolo sentimentale e artistico con gli ambienti culturali dell’epoca e la radicalizzazione nelPartito Comunista Messicano, fino alle ultime foto scattate durante l’esilio di Berlino, nel 1930.

Completano la mostra anche numerosi documenti che contribuiscono a illustrare le vicende umane e politiche di Tina Modotti dell’ultima fase, quale componente del Partito Comunista, nonché Dirigente delle Brigate Internazionali del Soccorso Rosso, fino alla morte, avvenuta a Città del Messico nel 1942 a soli 45 anni.

Dal 14 maggio 2025 al 21 settembre 2025 – Museo di Roma in Trastevere

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ANIMATI. God, Human, Animal, Machine

Per la prima volta in Italia, l’archivio fotografico di un museo pubblico viene analizzato attraverso la computer vision. Un dialogo tra arte e intelligenza artificiale prende forma al Museo di Fotografia Contemporanea.

Un esperimento pionieristico in cui l’intelligenza artificiale viene applicata al processo curatoriale, dialogando con uno dei più importanti archivi fotografici pubblici italiani. La rete neurale CLIP di Open-AI ha analizzato il patrimonio del MUFOCO, interrogandolo con parole chiave radicali e universali: coscienza, anima, morte, nascita, conflitto, famiglia. Attraverso un motore di ricerca locale creato ad hoc per la mostra, l’algoritmo seleziona le immagini rispondendo a query che ruotano attorno alla domanda: cosa significa essere umani oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale? Il risultato è una nuova forma di curatela aumentata, dove l’intelligenza artificiale partecipa attivamente all’interpretazione iconografica.

La mostra propone 137 immagini di 77 autoriitaliani e internazionali: da Gabriele Basilico, Lisetta Carmi a Mimmo e Franceso Jodice, da Günter Brus a Bernard Plossu. Le fotografie sono esposte senza indicare a quale parola chiave corrispondano, lasciando spazio a libere associazioni. “ANIMATI” è un’esperienza immersiva e riflessiva, che ridefinisce il confine tra arte e tecnologia e invita a immaginare nuovi scenari per il futuro della cultura. In un tempo in cui le macchine imparano anche a vedere.

ANIMATI. God, Human, Animal, Machine” è molto più di una mostra: è un laboratorio aperto sul senso delle immagini nell’era algoritmica, un invito a riconsiderare la fotografia non solo come documento o arte, ma come specchio delle nostre domande più profonde. In un mondo in cui le macchine imparano a vedere, il gesto umano dell’osservare assume un valore nuovo. Una riflessione urgente e poetica sul nostro tempo, sul confine tra naturale e artificiale, tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando.

Dal 18 maggio al 31 agosto 2025 – MUFOCO – Museo di Fotografica Contemporanea – Cinisello Balsamo (MI)

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Juergen Teller. 7 ½

La Fondazione Sabbioneta Heritage annuncia un evento imperdibile per gli appassionati di arte contemporanea: dal 13 aprile al 23 novembre 2025, la Galleria degli Antichi e la Sala degli Specchi di Palazzo Giardino ospiteranno “7 1/2“, la nuova mostra personale del celebre fotografo Juergen Teller.

Curata da Mario Codognato, l’esposizione rappresenta il progetto più intimo e personale dell’artista, che racconta gli ultimi anni del suo percorso creativo. Teller, noto per il suo stile iconico e anticonvenzionale, ha saputo rivoluzionare la fotografia di moda e influenzare profondamente il linguaggio visivo contemporaneo. “7 1/2” si concentra sul suo recente rinnovamento artistico, arricchito dal sodalizio con la moglie Dovile Drizyte, con cui condivide un’intensa ricerca espressiva.

L’allestimento, concepito dallo stesso Teller insieme a Codognato e progettato da Federico Fedel, si inserisce armoniosamente nella maestosa cornice di Palazzo Giardino. La Galleria degli Antichi, con i suoi 97 metri di lunghezza, e la suggestiva Sala degli Specchi offrono lo spazio ideale per un dialogo tra la fotografia contemporanea e l’architettura rinascimentale di Sabbioneta.

La mostra, accompagnata da un catalogo bilingue edito da Marsilio, è realizzata con il patrocinio del Comune di Sabbioneta e il supporto di Regione Lombardia, Fondazione Banca Agricola Mantovana e Fondazione della Comunità Mantovana, insieme a numerosi sponsor privati.

Il Direttore della Fondazione Sabbioneta Heritage, Ezio Zani, sottolinea l’importanza di questa esposizione nel percorso di valorizzazione del patrimonio culturale della città: “Ospitare Juergen Teller significa confermare Sabbioneta come palcoscenico internazionale per l’arte contemporanea, offrendo ai visitatori un’esperienza unica e coinvolgente”.

13/04/2025 – 23/11/2025 – Sabbioneta, Palazzo Giardino, Galleria degli Antichi e Sala degli Specchi

PORTO ROMA. Mohamed Keita

Mohamed Keita, Corso D'Italia, 2024
© Mohamed Keita | Mohamed Keita, Corso D’Italia, 2024

Dal 27 maggio al 27 luglio 2025, il Padiglione 9b del Mattatoio di Roma presenta PORTO ROMA Mohamed Keita, promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e da Azienda Speciale Palaexpo, organizzata da Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con Mosaico Studio, a cura di Carmen Pilotto.

La mostra racconta la città di Roma attraverso lo sguardo unico di Mohamed Keita, giovane fotografo nato in Costa d’Avorio che oggi vive e lavora tra Roma e Bamako (Mali). Le sue immagini, estranee ai luoghi comuni e alle rappresentazioni patinate, conducono in un universo di dettagli nascosti, paesaggi urbani intimi e presenze umane che narrano storie di quotidianità e resilienza.

Visitatori e visitatrici sono invitati a immergersi nel continuo vagare di Keita per Roma, alla ricerca del soggetto da immortalare, per scoprirla a misura d’uomo, con le sue imperfezioni, meraviglie e segreti.

Il titolo della mostra, Porto Roma, rispecchia la visione personale del fotografo, restituendo al pubblico la Roma vissuta da Keita attraverso la sua ricerca: non solo città eterna ma porto dell’anima, dove l’antico dialoga col presente, l’umanità si fonde col silenzio degli spazi. La mostra, nel suo insieme, è un ritratto di Roma: porto d’accoglienza, luogo aperto a chi arriva da fuori, come è accaduto al fotografo, ma anche punto di partenza per chi la lascia, come i romani che sono andati via; luogo in cui il tempo scorre e si intreccia con le vite di chi vi abita e vi transita, al contempo casa, rifugio e palcoscenico di incontri.

Il percorso espositivo inizia con alcune delle fotografie realizzate da Keita durante i primi dieci anni trascorsi a Roma e raccolte nel volume Roma 10/20. La mostra prosegue con la sua più recente ricerca fotografica, che documenta il suo incessante ritorno negli stessi luoghi per coglierne mutamenti e suggestioni: ogni fotografia diventa una meditazione sul tempo e sui cambiamenti che trasformano i luoghi, sulle ombre fugaci che raccontano storie diverse, sui volti che si confondono nel paesaggio, ridefinendolo. Il suo sguardo di flâneur trasforma ogni scorcio urbano in un’opera da contemplare. La spontaneità dello scatto, il gioco di luci e ombre, i dettagli spesso trascurati diventano elementi chiave della sua poetica visiva.

 ritratti presentati sono punti cardine di una mappa artistica e personale della capitale. Attraverso questi scatti Roma si svela nella sua complessità e ricchezza culturale, offrendo un contenuto autentico e in continua evoluzione. Il punto di partenza simbolico è la Stazione Termini, luogo chiave per Keita, essendo stato il primo spazio vissuto al suo arrivo a Roma. La sua prima fotografia è stata scattata proprio qui, e il progetto rilegge i luoghi della sua esperienza romana, espandendosi dal centro alle periferie, raccontando una città profondamente stratificata e multietnica. Prima-Dopo, nasce invece dall’urgenza di documentare i cambiamenti dei luoghi e delle cose giorno dopo giorno. Keita ritorna ripetutamente negli stessi posti, catturandone le trasformazioni e gli effetti della luce e del passare del tempo sul paesaggio urbano, mettendo in dialogo passato e presente.

La mostra è accompagnata da un catalogo edizioni Drago, con testi di Massimiliano Smeriglio, Marco Delogu, Luigi Bartone e Felice Castrignanò, della curatrice Carmen Pilotto e le tavole delle immagini esposte.

Dal 27 maggio 2025 al 27 luglio 2025 – Mattatoio di Roma

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ISOLE MINORI Note sul fotografico dal 1990 ad oggi

Foto © Massimo Vitali

Il MAN Museo d’Arte della Provincia di Nuoro e la Galleria comunale d’arte di Cagliari, sono lieti di presentare Isole minori. Isole minori. Note sul fotografico dal 1990 ad oggi, grande mostra fotografica che riunisce sedici progetti di autori e autrici internazionali sul tema della rappresentazione dell’isola dall’inizio del nuovo secolo ad oggi.

Con inaugurazione prevista per il 26 giugno a Cagliari e il 27 giugno a Nuoro, il progetto espositivo orienta la sua riflessione non solo alla dimensione geografica, ma anche alla dimensione culturale e sociale dell’idea di isolanità. Curata da Walter Guadagnini e Giangavino Pazzola, la mostra presenta le opere fotografiche di Jacopo Benassi, Paola De Pietri, Charles Freger, Ralph Gibson, Mimmo Jodice, Salvatore Ligios, Bernard Plossu, Marinella Senatore, Giovanna Silva, Massimo Vitali, Lorenzo Vitturi, Vanessa Winship e George Georgeou (a Nuoro); Arianna Arcara, Francois Xavier Gbré, Luca Spano, Karla Hiraldo Voleau (a Cagliari).

Fotografata in passato da grandi autori come August Sander, Henri Cartier-Bresson, Lisetta Carmi e tanti altri, nella maggior parte dei casi la Sardegna è stata interpretata e trasmessa secondo una lettura reportagistica del territorio e delle comunità che abitavano le sue aree interne. Tali testimonianze hanno alimentato un immaginario sociale polarizzato tra stato centrale e periferia, che ha prodotto rappresentazioni, miti e ideologie che, nel corso del tempo, hanno condizionato sia il modo di vedersi degli isolani, sia la percezione del contesto da parte di chi alla Sardegna guardava. La percezione stereotipata di luogo al di fuori del tempo, una sorta di Eden, si alternava alla visione incrinata dalla presenza – non meno esotica – dei banditi protagonisti della cronaca nera, della periferia lontana e di altri riferimenti inerenti il tema del sottosviluppo.

La mostra mette in rilievo come tale rappresentazione si sia modificata nel corso degli ultimi 25 anni, con un ampliamento dell’indagine visiva a nuove modalità di azione e relazione con territorio e comunità. Le rappresentazioni simboliche e ideologiche dello spazio insulare che ne emergono offrono uno spaccato di tematiche differenti, che vanno dalla storia delle culture alla trasformazione della società contemporanea, lasciando intravedere in trasparenza elementi di persistente subalternità. Guardando le coste ed il mare, nonché l’interno dei contesti urbani più estesi, artisti e artiste restituiscono un vocabolario visivo della Sardegna che ne consente una contestualizzazione culturale nell’area mediterranea allargata prima ancora che in quella italiana.

Apre la mostra un prologo-omaggio a quattro grandi autori attivi da molti anni, che hanno dedicato all’isola alcune fotografie significative sia all’interno del loro percorso che nella rilettura del paesaggio sardo: la metafisica marina legata alla cultura mediterranea di Mimmo Jodice ripresa a Punta Pedrosa (1998) e a Molara (1999), i vagabondaggi poetici di Bernard Plossu tra Carloforte e La Maddalena (2002), l’ironica rivisitazione del tema del nudo di Ralph Gibson (1986) e la spettacolare documentazione della presenza turistica in spiagge come il Poetto (1995)  di Massimo Vitali introducono lo spettatore nella mostra e nel nuovo secolo.

Divisi in stanze monografiche, gli autori presenti al MAN di Nuoro leggono la contemporaneità nella persistenza del ruolo della maschera nel racconto di antiche tradizioni e rituali, rivisitate da Salvatore Ligios per mettere in discussione la coscienza identitaria e la perdita degli elementi culturali locali (2007) oppure da Charles Fréger (2010-2011); oppure ancora nell’attesa eterna (e spesso invana) di una rinascita sociale, culturale ed economica come per l’evento di inaugurazione delle architetture per il mancato summit della Maddalena (Giovanna Silva, 2009); o nel rapporto tra passato e presente nel Monumento a Garibaldi e nelle fortificazioni di granito nell’isola di Caprera (Paola De Pietri, 2022). Pratiche di interazione e partecipazione tra arte e comunità si manifestano nel racconto delle diverse idee di cittadinanza nelle opere di Marinella Senatore (2013) e Vanessa Winship e George Georgeou (2014). Jacopo Benassi (2021) e Lorenzo Vitturi (2022) agiscono rispettivamente a Donori e in Valle della Luna, per affrontare concettualmente l’idea di isolamento.

Nella sede di Cagliari sono presenti quattro autori accomunati dal rapporto tra fotografia e letteratura, a fornire un’ulteriore interpretazione e formalizzazione di tematiche come quella dei rapporti interpersonali sui quali si concentrano, a partire dalla lettura dei racconti di Sergio Atzeni, il lavoro inedito di  Arianna Arcara (2025) e quello di Karla Hiraldo Voleau che cerca di rileggere la Generazione Z attraverso il lascito pasoliniano di Comizi d’amore (2023), mentre le costruzioni di mondi tra immaginazione e documentazione di Luca Spano (2020-2021) guardano all’esperienza letteraria di DH Lawrence. Il tema del viaggio e della nuova lettura del territorio è riscontrabile nei lavori di Francois Xavier Gbré dove viene mostrata la nuova configurazione sociale ed economica successiva al fenomeno delle migrazioni, con tutte le conseguenze che esso comporta.

La mostra presenta opere di straordinaria qualità visiva e propone visioni nuove di luoghi noti, attraverso le quali si possono aprire riflessioni di diversa natura intorno ai tanti temi sollevati dalle opere esposte. La mostra è accompagnata da un catalogo bilingue edito da Interlinea, contenente un dialogo fra i due curatori, la riproduzione delle opere esposte e le schede biografiche e critiche degli autori e delle autrici incluse nel progetto espositivo.

27 giugno – 16 novembre 2025 – MAN Museo d’Arte della Provincia di Nuoro e Galleria comunale d’arte di Cagliari

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The Heart of the Matter – Carrie Mae Weems

Carrie Mae Weems, Welcome Home, 1978–84. Dalla serie Family Pictures and Stories. © Carrie Mae Weems. Courtesy of the artist and Gladstone Gallery, New York, Fraenkel Gallery, San Francisco, and Galerie Barbara Thumm, Berlin

Le Gallerie d’Italia – Torino presentano la mostra dell’artista americana Carrie Mae Weems, aperta al pubblico dal 17 aprile al 7 settembre 2025 realizzata in collaborazione con Aperture, con la curatela di Sarah Meister, già curatrice del dipartimento di fotografia del MoMA di New York. La mostra è parte del programma principale della seconda edizione di EXPOSED Torino Foto Festival dal titolo Beneath The Surface, a cura di Menno Liauw e Salvatore Vitale.

Una nuova grande mostra dedicata all’artista di fama internazionale Carrie Mae Weems, nota per le sue indagini fotografiche sui temi dell’identità culturale, del sessismo e dell’appartenenza di classe.

In anteprima assoluta un progetto commissionato da Intesa Sanpaolo per questa esposizione, che si inserisce in una incisiva retrospettiva costituita da opere tratte dalle serie fotografiche più famose, che condurranno il visitatore lungo l’arco di tutta la carriera dell’artista, tracciandone un percorso spirituale e personale.

Le opere selezionate per questa mostra sottolineano il valore unico di Carrie Mae Weems nell’affrontare le complessità e le ingiustizie del mondo che ci circonda, radicando le sua fotografia in luoghi spesso esclusi dalle narrazioni: studi d’artista, piantagioni del sud degli Stati Uniti, spazi domestici, fino ad arrivare alle “istituzioni invisibili” nate come luoghi di culto della comunità nera durante le oppressioni, accostate a immagini di monumenti e musei che sono stati storicamente luoghi di esclusione.

Al centro della mostra c’è il nuovo progetto Preach, realizzato per questa esposizione su committenza originale, un’ambiziosa e intensa installazione che ripercorre la religione e spiritualità per gli afrodiscendenti americani attraverso le generazioni. La serie celebra le forme di culto profonde, appassionate e gioiose che definiscono l’esperienza della Chiesa nera di Weems, e al tempo stesso denuncia la violenza e l’oppressione che sono elementi inseparabili di questa storia. Weems scrive nel nuovo testo poetico che accompagna questa installazione: “Nelle fiamme e tra le bombe, prega dove e quando puoi, nei porti e nelle capanne, nei palazzi e nei seminterrati, nei teatri e nei club. Dal tuo nascondiglio segreto hai scoperto nuove forme di culto…” Usando sé stessa come musa e guida, Weems ci invita a unirci a questo risveglio spirituale e condannare la persecuzione che rende questi spazi sacri luoghi di rifugio e di attivismo. Preach intreccia insieme le prime immagini da Harlem, San Diego, e Sea Island, Georgia, con una vasta gamma di nuovi lavori che evocano la realtà trascendentale e profana dell’espressione religiosa per gli americani neri di oggi.

La retrospettiva comprende anche molti dei primi lavori di Weems, come la storica Kitchen Table Series (1990) e Museums (2006 – in corso); una selezione di progetti più recenti, come Scenes and Takes (2016) e Painting the Town (2021); e importanti installazioni video tra cui The Shape of Things (2021) e Leave Now! (2022). Insieme, queste opere accompagnano i visitatori in un viaggio che abbraccia l’intero arco della sua carriera, mostrando la profondità e la varietà del suo linguaggio artistico.

La mostra vede inoltre la collaborazione di Fondazione Compagnia di San Paolo che si concretizza in attività ispirate ai valori legati all’inclusione e alla valorizzazione di tutte le differenze come fonte di ricchezza, temi che vengono sollecitati dai contenuti in mostra e che caratterizzano le sfide strategiche della Fondazione stessa. La fotografia è strumento di racconto, di documentazione, ma anche di costruzione di identità capace di contribuire al processo di inclusione e creazione di comunità. Attraverso la realizzazione di campagne di comunicazione diffusa negli spazi urbani e la collaborazione nella realizzazione del public program #Inside, le attività della Fondazione hanno l’obiettivo di favorire la partecipazione e allargare a pubblici sempre più eterogenei i temi sollecitati dalla mostra, anche in considerazione della co-presenza in città del festival della Fotografia di Torino Exposed 2025.

L’esposizione “Carrie Mae Weems: The Heart of the Matter” sarà accompagnata da un catalogo co-pubblicato da Società Editrice Allemandi / Aperture. Oltre a numerose immagini delle opere dell’artista americana sarà arricchito da contributi di studiosi appartenenti a diverse generazioni, sottolineando il valore unico della visione di Carrie Mae Weems nell’affrontare queste tematiche.

Dal 17 aprile al 7 settembre 2025 – Gallerie d’Italia di Torino

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Albert Watson. Roma Codex

© Albert Watson | Albert Watson, Roma World, Bird Lady Giovanna, 2024

Dal 29 maggio Palazzo Esposizioni Roma presenta Roma Codex, la più grande mostra fotografica mai realizzata in Italia dedicata al fotografo Albert Watson, tra i più iconici del nostro tempo.

Promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e Azienda Speciale Palaexpo, prodotta e organizzata da Azienda Speciale Palaexpo con Studio F.P., la mostra – curata da Clara Tosi Pamphili – offre uno sguardo fotografico potente e intuitivo sulla città di Roma, esplorata ben oltre i suoi stereotipi visivi.

Il fotografo newyorkese Albert Watson sfida le rappresentazioni convenzionali della Città eterna, delineando un racconto antropologico contemporaneo della sua essenza più autentica.

In oltre cinque decenni di carriera, dal 1970 ad oggi, Watson si è affermato come uno dei fotografi più influenti e prolifici a livello mondiale. Fondendo arte, moda e fotografia commerciale con una versatilità e profondità senza pari, ha creato icone che sono entrate nell’immaginario collettivo.

Roma Codex è un progetto nato da un’idea originale di Studio F.P. che insieme all’Azienda Speciale Palaexpo, ha curato e prodotto interamente il lavoro fotografico interpretato dal grande fotografo ‘sir Albert Watson’, seguendolo durante tutte le riprese, coordinando le location, i soggetti e contribuendo alla narrazione artistica e visiva del progetto. Si ringrazia il primo municipio di Roma Capitale per la collaborazione alla realizzazione del progetto.

Roma vissuta, non solo osservata
Per oltre due anni Albert Watson ha percorso Roma senza un itinerario prestabilito. Guidato dal ritmo della Città e catturandone l’energia tra i suoi volti, le sue architetture e i suoi movimenti, il fotografo ne ha rintracciato lo spirito più autentico per un’esplorazione fotografica della dialettica tra grandeur storica e vitalità quotidiana. 

«Non ho voluto osservare Roma con idee preconcette o con la pressione di dover immortalare ciò che il pubblico si aspetta di vedere. La città trabocca di storia, ma io ero interessato a ciò che accade tra i monumenti, nell’energia delle sue strade, nei volti, nel movimento. Ho fotografato in modo istintivo, passando da scuole di danza a club underground, da studi d’artista a caffè notturni. Alcuni momenti erano pianificati, molti altri sono stati frutto del caso. È questa la magia di Roma: si svela, strato dopo strato, se si ha la pazienza di guardarla» – Albert Watson.

Tracciando un ritratto della Roma contemporanea, sospesa tra l’ingombro della sua storia e l’energia e avanguardia del presente, Albert Watson rifugge dall’ovvio. Roma Codex è un atlante stratificato dello spirito effervescente e pulsante della Città, un luogo in continua evoluzione sin dai tempi più remoti, crocevia di culture e mondi diversi. 

200 fotografie, una città da decifrare
La mostra presenta 200 fotografie in bianco e nero e a colori, spesso di grande formato, allestite nelle prime tre principali sale di Palazzo Esposizioni Roma. Le immagini sono disposte secondo una logica istintiva e non tematica, per riflettere una fruizione libera e contemporanea. Nel vasto spazio espositivo, momenti umani intimi e spontanei sono accostati all’imponenza architettonica e storica della Città, in un gioco di rimandi tra Roma e coloro che la abitano e la definiscono. Albert Watson abbatte le gerarchie: un ritratto, un paesaggio, un interno, un volto anonimo o una celebrità convivono con la stessa intensità narrativa. Nel suo complesso Roma Codex offre una bussola visiva, al tempo stesso istintiva e meticolosa, per decifrare una città ricca di contrasti.

Luoghi simbolici e ritratti inattesi
Tra i luoghi fotografati: il Colosseo, la Fontana di Trevi, l’Ara Pacis, il Foro Romano, Villa Medici, l’Altare della Patria, ma anche luoghi meno convenzionali come Cinecittà Studios, la Cripta dei Cappuccini, Campo de’ Fiori, la Via Appia Antica, la Terrazza del Gianicolo, Porta Portese, il Parco Archeologico di Ostia Antica, il Jazz Image Festival, l’Imperial Circus.

Un ritratto collettivo della Roma di oggi
La mostra è anche un omaggio al tessuto umano della città. Tra i protagonisti ritratti: Paolo Sorrentino, Valeria Golino, Luca Bigazzi, Luca Zingaretti, Isabella Ferrari, Benedetta Porcaroli, Riccardo Scamarcio, Celeste Della Porta, Kasia Smutniak, Saul Nanni, Pierfrancesco Favino, Toni Servillo, Roberto Bolle, Eleonora Abbagnato, Giuseppe Ducrot, Elisabetta Benassi, Pietro Ruffo, il Cardinale Silvano Maria Tomasi, il Gran Maestro dell’Ordine di Malta Giancarlo Giammetti.

Dal 29 maggio 2025 al 3 agosto 2025 – Palazzo Esposizioni Roma

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La noia dell’artista e l’intelligenza artificiale

Ciao, sono Sara Munari e oggi mi annoio davanti al pc.

“Ma dai, vuoi davvero che mi annoi? Io, un artista? Ma per favore! L’intelligenza artificiale può pure generare capolavori a bizzeffe, ma non potrà mai replicare la mia noia esistenziale, la mia sublime capacità di procrastinare e la mia infinita ricerca di scuse per non lavorare.

L’AI può dipingere un quadro in cinque secondi, ma ci metterà un’eternità a capire perché ho scelto proprio quel colore di blu per rappresentare la malinconia di un gatto persiano. Oppure perché ho deciso di incidere una patata e appenderla al muro. L’arte non è solo tecnica, è follia pura!

Immagine creata con AI

E poi, scusami, ma dove sta il divertimento a creare qualcosa senza sporcarsi le mani? Senza sentire l’odore dell’olio, la grana della tela, il peso della macchina fotografica, le stampe puzzolenti? Io voglio sentire la mia creatività scorrere nelle vene, voglio vivere la possibilità di “fare arte” con tutte le mie cellule.

Certo, l’AI può essere uno strumento utile, un compagno di giochi, ma non potrà mai sostituirci. L’arte è un atto umano, imperfetto, passionale. E io, nel mio piccolo, ci metterò sempre tutto me stessa, anche le mie più grandi frustrazioni e le mie più assurde idee.”

La relazione tra l’artista, i materiali e il processo creativo.

Tecnica, materiali e manualità: un legame indissolubile

La tecnica, l’uso dei materiali e la manualità sono elementi imprescindibili dell’atto creativo. Sono proprio queste componenti a conferire all’opera d’arte un’aura di unicità e autenticità, legandola indissolubilmente all’artista che l’ha realizzata.

  • La tecnica: Ogni artista sviluppa una tecnica personale, un insieme di gesti e procedure che diventano la sua firma stilistica. La tecnica non è solo un mezzo per raggiungere un fine, ma è parte integrante del processo creativo stesso.
  • I materiali: La scelta dei materiali è fondamentale per definire l’espressività di un’opera d’arte. Ogni materiale ha le sue caratteristiche e le sue potenzialità espressive, e l’artista deve saperle sfruttare al meglio.
  • La manualità: Il gesto manuale è un elemento essenziale dell’atto creativo. Il contatto diretto con il materiale, il sentire la resistenza, il vedere i colori mescolarsi sono esperienze sensoriali che arricchiscono profondamente l’esperienza artistica.

Immagine creata con AI

Perché l’artista non si annoia?

L’intelligenza artificiale può essere uno strumento potente, ma non può sostituire l’esperienza umana. Ecco alcuni motivi per cui gli artisti non rischiano di annoiarsi:

  • L’imprevisto: L’arte è un’esplorazione continua, un viaggio verso l’ignoto. Anche utilizzando strumenti tecnologici avanzati, l’artista si trova sempre di fronte a risultati inaspettati e imprevedibili.
  • L’emozione: L’arte è un’espressione di emozioni e sentimenti. L’intelligenza artificiale può simulare l’emozione, ma non può viverla.
  • La relazione con il pubblico: L’arte è una forma di comunicazione. L’artista crea opere per essere viste, interpretate e discusse. Il feedback del pubblico è fondamentale per la crescita artistica.
  • Il continuo apprendimento: L’arte è un campo in continua evoluzione. Gli artisti sono sempre alla ricerca di nuove tecniche, nuovi materiali e nuove forme di espressione.

In conclusione, l’intelligenza artificiale può essere un valido alleato per l’artista, ma non può sostituirlo. La creatività umana è un dono prezioso, che si nutre dell’esperienza, dell’emozione e della relazione con il mondo. L’artista che sa coniugare la tradizione con l’innovazione, la manualità con la tecnologia, è destinato a trovare sempre nuove fonti di ispirazione e a creare opere uniche e significative.

Sara Munari

Sulla fotografia contemporanea

La medusa, generata con AI

Articolo di Giovanna Sparapani

La fotografia contemporanea, dinamica e sfaccettata, è caratterizzata da una serie di elementi che riflettono l’evoluzione tecnologica e i cambiamenti socioculturali del mondo attuale. Mentre le tecnologie digitali continuano a evolversi, i fotografi cercano modi innovativi per utilizzare questi strumenti, esplorando territori visivi che implicano connessioni con la poesia, la letteratura il cinema, e altre forme multimediali come le installazioni, le performances o il design grafico.

 Questa interdisciplinarità espande i confini della fotografia tradizionale attraverso pratiche che vengono definite ‘postfotografiche’ prevedendo l’appropriazione di immagini di altri autori, il mixaggio, il riciclo, il recupero degli archivi, “mettendo in crisi le tradizionali nozioni di originalità, proprietà, verità, memoria legate alle immagini”.

La Medusa dal mito all’IA

Joan Fontcuberta intitola il suo fondamentale saggio “ La furia delle Immagini – Note sulla  postfotografia” (ed. Einaudi, Torino 2018), indicandoci con chiarezza come questa analisi si rivolga a tematiche di stretta attualità : “ La postfotografia fa riferimento alla fotografia che fluisce nello spazio ibrido della socialità digitale e che è conseguenza della sovrabbondanza visuale…” (J.F., pag.3). Lo scrittore spagnolo sottolinea, come in una società ipertecnologica dominata dagli smartphone e dalla condivisione compulsiva delle immagini sui socialnetwork, il senso tradizionale della fotografia come portatrice di verità e memoria si stia ampiamente modificando. Dal suo osservatorio privilegiato di docente, curatore e fotografo, a partire dal 2010, ha rivolto il suo sguardo alla pratica dei ‘selfies’ oggi accessibile a tutti, che permette a chiunque di raccontarsi visivamente, alla ricerca di una forma di espressione personale e identitaria che spesso inclina ad un narcisismo esasperato. Con una visione apocalittica, il filosofo coreano Byung-Chul Han, critico acuto e severo della società contemporanea, introduce il concetto del ‘phono sapiens’ che sta gradualmente sostituendo ‘l’homo faber’ in un crescente desiderio di catturare informazioni che diventano fini a se stesse, allontanandoci sempre più dalla realtà delle cose concrete. ( B.C.H., “ Le non cose, come abbiamo smesso di vivere il reale” Einaudi, 2022).

Sul piano della fotografia, le immagini digitali facilmente condivise e distribuite in rete, raramente vengono stampate e la loro vita diventa effimera in mezzo a milioni di altri scatti, a differenza delle foto cartacee che possono essere conservate e tramandate. Nell’epoca della ‘postfotografia’, software come Photoshop e Lightroom, permettono una manipolazione molto più facile delle fotografie, per non parlare dell’ IA (Intelligenza Artificiale) che consente di creare immagini del tutto inventate, senza alcun rapporto diretto con la realtà. In questo contesto, la fotografia concettuale sta guadagnando spazio, con artisti che esplorano idee e concetti astratti, enfatizzando l’interpretazione soggettiva piuttosto che la rappresentazione diretta della realtà. A partire dagli anni ’90 del Novecento, ‘la staged photography’ che si basa su sapienti e articolate messe in scena da parte dei fotografi, evidenzia in modo chiaro il contrasto tra realtà e finzione.

Piattaforme come FB, Instagram, TikTok e Pinterest sono diventate vetrine fondamentali per fotografi amatori e professionisti: la condivisione immediata e il feedback in tempo reale influenzano la produzione e il consumo di immagini. Di pari passo con l’avanzare della tecnica digitale, in un cerchio abbastanza ristretto di appassionati, c’è un crescente interesse per le tecniche fotografiche tradizionali, come la pellicola analogica e i processi di stampa in camera oscura: questo ritorno alle origini è spesso visto come una forma di resistenza alla velocità e all’effimero dell’universo digitale.

 Le immagini sono state create con l’Intelligenza Artificiale Generativa  da Giovanna Sparapani, autrice dell’articolo: La Medusa dal mito antico all’Ai (1 e 2).

 Bibliografia:

Joan Fontcuberta “ La furia delle Immagini – Note sulla  postfotografia” (ed. Einaudi, Torino 2018).

Byung-Chul Han, “ Le non cose, come abbiamo smesso di vivere il reale” Einaudi, 2022.

Arte e AI: Un binomio in evoluzione

Buongiorno, due pensieri su questo argomento e sui punti che mi hanno riflettere maggiormente! Buona lettura

Sara

L’incontro tra arte e intelligenza artificiale rappresenta una delle frontiere più affascinanti e dibattute del nostro tempo. L’AI, con la sua capacità di generare contenuti creativi, sta rivoluzionando il modo in cui concepiamo l’arte, sfidando le nostre nozioni di originalità, autore e bellezza.

Come l’AI sta trasformando l’arte

  • Generazione di immagini: Algoritmi come DALL-E 2 e Midjourney sono in grado di creare immagini fotorealistiche o astratte a partire da semplici descrizioni testuali.
  • Stile: L’AI può essere utilizzata per applicare stili artistici specifici a immagini esistenti, creando opere uniche e sorprendenti.

Le implicazioni etiche e filosofiche

Originalità e autore: Se un’opera d’arte è creata da un algoritmo, chi è l’autore? L’artista che ha fornito i dati o l’algoritmo stesso? La domanda sull’autore di un’opera d’arte generata da un algoritmo è al centro di un dibattito complesso e in continua evoluzione. Non esiste una risposta univoca e definitiva, ma possiamo analizzare le diverse prospettive e argomentazioni.

Immagine di Sofia Crespo Neural Zoo, Realisation

Prospettive sull’autore:

  • L’artista come curatore: Secondo alcuni, l’artista che fornisce i dati e i parametri all’algoritmo agisce come un curatore, selezionando e organizzando gli elementi che l’algoritmo utilizzerà per creare l’opera. In questo senso, l’artista mantiene un ruolo fondamentale nel processo creativo, anche se la realizzazione finale è affidata all’algoritmo.
  • L’algoritmo come co-creatore: Altri sostengono che l’algoritmo stesso è un co-creatore dell’opera d’arte, in quanto apporta un contributo originale e inaspettato al processo creativo. L’algoritmo, infatti, è in grado di generare combinazioni e associazioni che l’artista non avrebbe potuto prevedere.
  • L’opera come prodotto collettivo: Una terza prospettiva considera l’opera d’arte generata dall’AI come il prodotto di un processo collettivo, in cui l’artista, l’algoritmo e i dati utilizzati per addestrare l’algoritmo stesso contribuiscono in modo paritario alla creazione dell’opera.

Argomentazioni a sostegno delle diverse prospettive:

A favore dell’artista: L’artista definisce i parametri creativi e seleziona i dati, esercitando un controllo significativo sul risultato finale. Inoltre, l’interpretazione e la valorizzazione dell’opera rimangono un compito esclusivo dell’artista.

A favore dell’algoritmo: L’algoritmo è in grado di generare risultati imprevedibili e sorprendenti, che vanno oltre le intenzioni iniziali dell’artista. In questo senso, l’algoritmo può essere considerato un vero e proprio co-creatore.

A favore del processo collettivo: La creazione di un’opera d’arte generata dall’AI è un processo complesso e multifattoriale, in cui tutti gli elementi coinvolti (artista, algoritmo, dati) contribuiscono al risultato finale.

Implicazioni legali e commerciali:

La questione dell’autore ha importanti implicazioni legali e commerciali. Chi detiene i diritti d’autore su un’opera d’arte generata dall’AI? L’artista, l’azienda che ha sviluppato l’algoritmo o entrambi? Al momento non esiste una normativa chiara e univoca a livello internazionale, e le leggi nazionali variano notevolmente.

Proprietà intellettuale: Chi detiene i diritti d’autore su un’opera generata dall’AI? L’artista che ha addestrato l’algoritmo, la piattaforma che lo ospita o l’algoritmo stesso?

Valore artistico: Un’opera d’arte creata da un’AI può essere considerata vera arte? Quali criteri utilizziamo per valutare la sua qualità e il suo valore?

Impatto sociale: L’uso diffuso dell’AI nell’arte potrebbe portare alla democratizzazione dell’accesso alla creazione artistica, ma potrebbe anche minacciare la sopravvivenza di alcuni mestieri tradizionali.

Esempi di artisti che utilizzano l’AI

Mario Klingemann istallazione

Il futuro dell’arte e dell’AI

L’integrazione tra arte e AI è destinata a crescere sempre di più. Possiamo aspettarci di vedere:

  • Nuove forme di collaborazione: Artisti e algoritmi lavoreranno insieme per creare opere uniche e innovative.
  • Personalizzazione dell’arte: L’AI ci permetterà di creare opere d’arte personalizzate in base ai nostri gusti e preferenze.
  • Esperienze artistiche immersive: L’AI sarà utilizzata per creare installazioni e performance artistiche che coinvolgono tutti i sensi.

Opera di Refik Anadol

Conclusioni

L’arte e l’AI rappresentano un binomio in continua evoluzione. Mentre l’AI offre nuove possibilità creative, solleva anche importanti questioni etiche e filosofiche. È fondamentale affrontare queste sfide in modo aperto e costruttivo, per garantire che l’arte continui a essere una fonte di ispirazione e di arricchimento per l’umanità. La domanda sull’autore di un’opera d’arte generata dall’AI non ha una risposta semplice e definitiva. La risposta dipende da una serie di fattori, tra cui la complessità dell’algoritmo, il grado di controllo esercitato dall’artista e le convenzioni culturali e legali.

È probabile che in futuro si affermi una visione più sfumata e complessa dell’autore, in cui l’artista e l’algoritmo siano considerati entrambi co-creatori dell’opera d’arte.

Ciao Sara

Sfruttare l’Intelligenza Artificiale per la Fotografia: Esplorando le Potenzialità di ChatGPT

Negli ultimi anni, l’intelligenza artificiale ha rivoluzionato molti settori, tra cui la fotografia. Uno strumento particolarmente interessante che sta guadagnando sempre più popolarità è ChatGPT, un modello di linguaggio sviluppato da OpenAI che può essere utilizzato per una vasta gamma di scopi, compresi quelli relativi alla fotografia. In questo articolo, esploreremo come ChatGPT può essere impiegato nel mondo della fotografia e quali opportunità di lavoro potrebbe aprire.

1. Generazione di Idee Creative:

ChatGPT può essere un prezioso alleato per i fotografi che cercano ispirazione per nuovi progetti fotografici. Chiedendo al modello di linguaggio di suggerire concetti, temi o approcci artistici, i fotografi possono ottenere una varietà di idee fresche e stimolanti. Ad esempio, se un fotografo sta pianificando una sessione fotografica all’aperto e vuole creare un’atmosfera particolare, potrebbe chiedere a ChatGPT di suggerire parole chiave come “natura selvaggia”, “avventura”, “libertà” e “esplorazione”, ottenendo così spunti creativi per la sua sessione fotografica.

2. Analisi delle Immagini:

ChatGPT può essere utilizzato anche per analizzare e descrivere immagini fotografiche in modo accurato e dettagliato. Attraverso una breve descrizione o una domanda specifica, il modello può fornire un’interpretazione approfondita delle immagini, identificando soggetti, emozioni, colori predominanti, composizione e altri elementi tecnici. Ad esempio, un fotografo potrebbe caricare un’immagine e chiedere a ChatGPT di descriverla, ottenendo una valutazione oggettiva e dettagliata dell’immagine stessa.

3. Consigli Tecnici:

ChatGPT può essere un utile consulente tecnico per i fotografi, fornendo consigli mirati per migliorare la qualità tecnica delle loro foto. Chiedendo al modello domande specifiche sulla composizione, la messa a fuoco, l’esposizione o altri aspetti tecnici della fotografia, i fotografi possono ottenere consigli pratici e utili per affinare le proprie abilità. Ad esempio, un fotografo alle prime armi potrebbe chiedere a ChatGPT come migliorare la messa a fuoco delle sue immagini, ricevendo suggerimenti chiari e dettagliati su come regolare le impostazioni della fotocamera o modificare l’angolazione di ripresa per ottenere risultati migliori.

4. Ricerca e Analisi di Tendenze:

Utilizzando ChatGPT per esplorare forum, blog e social media, i fotografi possono ottenere informazioni preziose su tendenze, stili emergenti e pratiche migliori nel mondo della fotografia. Chiedendo al modello di linguaggio di analizzare le conversazioni online e identificare i trend più rilevanti nel settore fotografico, i fotografi possono rimanere aggiornati sulle ultime novità e adattare la propria pratica di conseguenza. Ad esempio, un fotografo potrebbe chiedere a ChatGPT di individuare le tendenze più popolari nel mondo della fotografia di moda, ottenendo così informazioni utili su nuove tecniche di ripresa, stili di editing e modelli di fotocamere preferiti dagli esperti del settore.

Le competenze nell’utilizzo di ChatGPT e altre tecnologie simili potrebbero essere sfruttate per lo sviluppo di una vasta gamma di strumenti e applicazioni software specificamente progettati per il settore della fotografia. Certo questo richiede un impegno maggiore e maggiori conoscenze, che io non ho ma questi strumenti potrebbero addirittura includere:

Assistenti Virtuali per Fotografi: I fotografi potrebbero sviluppare assistenti virtuali basati su intelligenza artificiale, alimentati da modelli come ChatGPT, per fornire supporto e consulenza durante il processo creativo e tecnico della fotografia. Questi assistenti virtuali potrebbero essere in grado di rispondere a domande, offrire suggerimenti e fornire feedback personalizzato basato sullo stile e le preferenze del fotografo.

Software di Analisi delle Immagini: Utilizzando le capacità di analisi delle immagini di ChatGPT, i fotografi potrebbero sviluppare software specializzati per l’analisi e la valutazione automatica delle immagini fotografiche. Questi software potrebbero essere utilizzati per identificare automaticamente i soggetti, valutare la qualità tecnica delle immagini e suggerire miglioramenti o modifiche da apportare.

Applicazioni per l’Editing Fotografico: Le competenze nell’utilizzo di ChatGPT potrebbero essere sfruttate per lo sviluppo di applicazioni avanzate di editing fotografico, in grado di suggerire automaticamente modifiche e miglioramenti alle immagini. Queste applicazioni potrebbero utilizzare l’intelligenza artificiale per analizzare le immagini e suggerire correzioni o miglioramenti alla composizione, alla messa a fuoco, all’esposizione e altro ancora.

Piattaforme di Condivisione e Collaborazione: I fotografi potrebbero sviluppare piattaforme online basate su intelligenza artificiale per la condivisione, la collaborazione e la distribuzione delle proprie immagini fotografiche. Queste piattaforme potrebbero utilizzare ChatGPT per facilitare la comunicazione e lo scambio di feedback tra fotografi, clienti e altri professionisti del settore.

In conclusione, l’utilizzo di ChatGPT offre una serie di vantaggi significativi per i fotografi, permettendo loro di generare idee creative, analizzare e migliorare le proprie immagini, ottenere consigli tecnici e rimanere aggiornati sulle tendenze del settore. Integrare questa potente tecnologia nella pratica fotografica può aiutare i fotografi a raggiungere nuovi livelli di creatività e successo professionale.