Verita Monselles, rivendicando sessualità, libertà e il diritto all’azione politica della donna

Articolo di Giovanna Sparapani

VERITA MONSELLES ( Buenos Aires 1929-Firenze 2004)

Le immagini che propongo sono l’oggettivazione della crisi esistenziale della donna, che vede posto in discussione il suo ruolo di fronte alla maternità, alla famiglia, alla religione, alla sessualità, nel contesto di una società repressiva…” (V.M.)

Ritratto femminile: nudo – Vaso – Fiori di Anthurium – Tenda – Collezione Mufoco –

Nata a Buenos Aires in Argentina nel1929, nei primi anni Settanta si trasferisce a Firenze dove inizia ad occuparsi di fotografia, prediligendo la messa in scena di ‘tableaux vivants’, al fine di realizzare immagini in cui mettere a fuoco il ruolo femminile all’interno della famiglia, con uno sguardo attento alle problematiche legate ad una società patriarcale e maschilista. La sua critica è indirizzata soprattutto nei confronti dei messaggi pubblicitari in voga nei paesi occidentali, a evidenziare figure di donne passive di fronte allo strapotere degli uomini che tendono a considerarle come oggetti e non come esseri pensanti, indipendenti e autonomi.  Non abbandonerà mai questa ricerca che arricchirà di spunti ed indagini nel corso di tutta la sua vita, affiancandola ad attività commerciali soprattutto nel campo della moda; famose sono le innumerevoli copertine realizzate per “Effe”, la prima rivista femminista nata in Italia nel 1973.  Affiancata da Romana Loda – vivace gallerista bresciana, critica d’arte contemporanea e curatrice di mostre innovative –  la Monselles è invitata a partecipare a esposizioni personali e collettive presso prestigiose gallerie, divenendo un’importante esponente della ‘fotografia al femminile’ anche in ambito europeo. Ricordiamo la sua presenza alle due collettive, “ Magma” al Castello Oldofredi a Iseo nel 1975 e “Altra Misura” alla Galleria ‘Il Falconiere’ di Ancona nel 1976.

In piena sintonia con il dibattito artistico culturale di quegli anni in cui si pone l’attenzione sulla funzione subordinata della donna all’interno della famiglia patriarcale (vedi ad es. l’episodio La Famiglia felicedi Marco Ferreri, in La marcia nuziale del 1965), Verita, in Amore I e Amore II del 1974, rovescia i ruoli tradizionali e scatta due immagini in cui la donna appare come un essere pensante protagonista della sua vita, mentre l’uomo viene rappresentato da un fantoccio e il bambino che tiene in braccio da un bambolotto.

Senza titolo 1976 di Verita Monselles

Al 1975 risalgono due splendide fotografie su questa tematica – Superstar e Bijoux – in cui il pargoletto ritratto nelle due scene rimanda all’immagine di Gesù Bambino; in una scena ricca di elementi barocchi con tendaggi e drappeggi arabescati, la giovane donna dai capelli scuri e ondulati è inginocchiata su un tappeto di chiara origine persiana, colta in un atteggiamento pensoso, con gli occhi che guardano lontano. Si tratta di esempi complessi e raffinati di ‘staged photography’, genere fotografico che nel corso degli anni Settanta vide un rigoglioso sviluppo con interessanti e provocatorie proposte. In tandem con l’artista Bianca Menna, in arte Tomaso Binga, in una serie di mostre in tour per l’Italia negli anni a cavallo tra il 1976 e il 1977, affronta una tematica scabrosa: nel lavoro dal titolo “Ecce Homo”, è già chiaro il messaggio politico che vede le due artiste prendere posizione contro la dimensione decisamente maschilista all’interno della chiesa cattolica.

Ecce Homo 1976 di Verita Monselles

Sul finire degli anni Settanta, Verita prosegue la sua ricerca sui temi legati all’affermazione dell’identità femminile: splendida e carica di ironia la sua immagine, realizzata nel 1977, dedicata alla statua marmorea di Paolina Borghese, scolpita nei primi anni dell’Ottocento da Antonio Canova e conservata alla Galleria Borghese di Roma. La giovane donna, sorella di Napoleone Bonaparte, rappresentata dallo scultore come una dea, viene trasformata in una Venere Contestatrice che con le dita fa il ‘gesto della vagina’ tipico dei cortei femministi dell’epoca, di cui diviene un’icona: “Materializzare la vagina, farle un doppio con le dita, fu anche un modo per esorcizzarne il problema, per liberarla e liberarci di lei in quanto schiavitù”. (V.M.)  

Paolina Borghese come venere contestatrice di Verita Monselles

A Firenze, sua città di adozione, dove in  quegli anni fiorivano interessanti stimoli culturali, diventa  la fotografa ufficiale della compagnia teatrale d’avanguardia  Magazzini Criminali, composta da Federico TiezziSandro Lombardi e Marion d’Amburgo.

Gli ultimi anni in cui subisce un drastico rallentamento la sua attività professionale nella moda e nella pubblicità, vedono Verita Monselles interessarsi al recupero dal suo archivio di vecchie immagini in bianconero che rielabora e trasforma, grazie a sapienti sperimentazioni in campo del digitale.

Da ricordare la sua partecipazione, soprattutto negli anni Ottanta, a importanti mostre a Parigi, Napoli, Milano, in Germania e in Francia.

Sitografia

Bibliografia

Wanda Wulz, ambiguità, mistero e quella sottile ironia.

Noi vogliamo glorificare la guerra, sola igiene del mondo, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna. (F. T. Marinetti, Primo Manifesto del Futurismo)

Portrait of Wanda and Marion Wulz, Trieste, c.1920 (glass plate) by Wulz, Carlo (1874-1928)

Le dure parole di Marinetti nei confronti dell’universo femminile non impressionarono Wanda Wulz che, in uno scatto del 1932, immortalò il fondatore del Futurismo. Quest’ultimo, attratto dall’interesse per la sperimentazione notata nei lavori della fotografa, l’aveva invitata, unica donna, ad una mostra a Trieste in compagnia di altri artisti futuristi. Incuriosita dalle innovazioni fotografiche e cinematografiche di Anton Giulio Bragaglia, e soprattutto interessata agli esperimenti di ‘fotodinamismo’ – alla cui tecnica il regista laziale dedicherà nel 1911 un saggio ispirato alla poetica del futurismo – Wanda con determinazione seppe affiancare all’attività commerciale della ditta di famiglia guidata insieme alla sorella Marion, una personale attività artistica, frutto di tenaci ricerche. Durante lunghe sedute in camera oscura, mise a punto sofisticate tecniche di fotomontaggio che la portarono a creare una foto diventata famosa in tutto il mondo: l’opera “ Io + gatto” realizzata sovrapponendo due negativi di un suo ritratto e di una foto della gatta Mucincina. Il volto, di una novità sorprendente senza uguali in Italia in quegli anni, nasce dalla particolare sensibilità della fotografa triestina che ama l’ambiguità, il mistero, il tutto velato di sottile ironia: la scelta di identificarsi con un felino che è l’animale domestico più indipendente, non è affatto casuale e tradisce il desiderio da parte della Wulz di affermare un nuovo modello femminile, volto ad emanciparsi da una vita fatta solo di matrimonio e famiglia. Altri suoi lavori in piena sintonia con i dettami dell’estetica futurista, si addentrano nel mondo della musica e della danza con titoli assai esplicativi: “Wunder – bar”,“Jazz band”, “Ballerina viennese” e “Esercizio”, realizzati nei primi anni trenta del Novecento.

Autoritratto di Wanda Wulz. Fotografia usata per la sovrimpressione “Io + gatto”1932

La formazione di Wanda e Marion avvenne a Trieste, loro città natale, nello studio fotografico di famiglia fondato dal nonno Giuseppe ed ereditato dal padre Carlo che amava insegnare la tecnica del ritratto alle due figlie, sue splendide modelle. La maggiore delle sorelle mostrò un carattere determinato fin da giovane quando volle iscriversi al Liceo, rifiutando di frequentare la Scuola Magistrale perché reputata ‘troppo da femmine’; Marion studiò dapprima pittura, per poi dedicarsi a tempo pieno alla fotografia. Entrambe specializzate nella ritrattistica mostrarono particolare predilezione per i soggetti femminili, con evidente intenzione di creare con le foto un nuovo modello di donna alla ricerca di un’affermazione e di una riscossa sociale in un mondo decisamente patriarcale e maschilista. Oltre ai ritratti in studio, Wanda si dedicherà anche alle foto di moda, collaborando con importanti sartorie del tempo, come l’atelier gestito dalla famosa stilista Anita Pittoni.

“Io + gatto”: sovrimpressione del volto di Wanda Wulz con l’immagine del proprio gatto1932

Dopo la parentesi di ricerca e sperimentazione svolta negli anni Trenta nell’ambito del movimento futurista, la Wulz decise di rallentare la sua ricerca artistica personale, impegnandosi totalmente nella ditta di famiglia, insieme alla sorella: lo studio fotografico fu chiuso nel 1981 e nel 1986 venne acquistato dai fratelli Alinari con sede a Firenze; nel 2019 l’archivio è stato acquisito dalla Regione Toscana, divenendo patrimonio pubblico.

WANDA WULZ (Trieste, 1903-1984). “Wunder bar”, 1932. Trieste. Futurist exhibition. 

Di recente nella mostra “Fotografe!” allestita nelle sedi fiorentine di Villa Bardini e Forte Belvedere dal giugno all’ottobre 2022, le foto di Wanda e Marion sono state esposte in due ampie sale, spazi centrali di tutta l’esposizione, in cui i magnifici ritratti delle loro figure femminili si presentavano di fronte agli spettatori in tutto il loro splendore.

 BIBLIOGRAFIA:

 Italo Zannier ed Elvio Guagnini, “La Trieste dei Wulz 1989 = La Trieste dei Wulz: volti di una storia. Fotografie 1860 – 1980”, Firenze 1989.

 Italo Zannier, “ Storia della fotografia italiana”, Roma 1986

Walter Guadagnini, Emanuela Sesti, “Fotografe!” dagli Archivi Alinari a oggi, Catalogo della mostra presso Villa Bardini, Firenze 2022

https://blog.bridgemanimages.com/

Wanda Wulz, la seducente fotografa del Futurismo (elle.com)

Articolo di Giovanna Sparapani

Tutte le immagini sono e rimangono di proprietà dell’autore. L’articolo ha solo scopo informativo e didattico.

Deborah Turbeville, da modella a fotografa

Articolo di Giovanna Sparapani

“C’è un senso di autodistruzione nelle mie immagini” (D.T.)

DEBORAH TURBEVILLE Stigmata, scuola di belle arti 1977

Da ricercata modella a redattrice per Harper’s Bazaar  il passo è breve, ma fondamentale per la sua carriera nel mondo della moda. A partire dalla metà degli anni Sessanta, Deborah scopre la passione per la fotografia, grazie alla frequentazione con Richard Avedon e con il direttore artistico della sopracitata rivista.

© DEBORAH TURBEVILLE

Il primo servizio dal titolo Il bianco e blu di maglia molle, è ambientato in un’atmosfera nebbiosa, tra i pioppi e i ruderi di un’antica casa di campagna vicino a Mantova, la stessa in cui Bernardo Bertolucci nel 1976 ambientò il film Novecento. La sua poetica che si mostra da subito originale e anticonvenzionale – «…io non fotografo abiti tout court, ma sono sempre affascinata da come la gente si veste, da come si esprime attraverso ciò che indossa…» (intervista a Vogue Italia nel 2011) – la guida a produrre delle fotografie lontane dal conformismo che regna negli ambienti del fashion, alla ricerca di immagini dalle atmosfere misteriose e sognanti, popolate da figure diafane, enigmatiche, sospese nel tempo.

Le parole di Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia ed estimatrice dei lavori della Turbeville, ci suggeriscono in modo sintetico il metodo di lavoro della fotografa statunitense: «A volte un art director diceva che i suoi scatti erano fuori fuoco, ma quello era il suo modo di far sembrare il mondo ultraterreno» (intervista rilasciata al Guardian nel 2013, anno della morte della Turbeville ).

© DEBORAH TURBEVILLE

Le ombre giocano un ruolo fondamentale nelle sue fotografie, in aperta controtendenza con le immagini traslucide e perfette delle giovani modelle che campeggiano felici nei loro abiti sfolgoranti sulle pagine delle riviste di moda del tempo. Per le ambientazioni predilige luoghi particolari, come boschi umidi, strade deserte, capannoni abbandonati, bordi di piscine e bagni pubblici: il tutto venato di mistero e melanconia. La forza e l’ originalità di Deborah Turbeville, consiste nel sua capacità di cogliere le ansie che travagliano la vita privata delle sue modelle, in fotografie che sembrano assimilarle a statici manichini, ma che invece pulsano di vita silenziosa. Per creare un deciso distacco da una visione diretta della realtà, oltre al “fuori fuoco”, la fotografa ama intervenire direttamente sui negativi ‘sporcandoli’ con tagli e graffi, inserendo talvolta sabbia e polvere, al fine di comunicare l’idea della fragilità delle immagini fotografiche, conferendo valore alle imperfezioni. Un’altra tecnica molto usata dalla Turbeville sono i collage composti da strappi effettuati sulle sue stampe: i ritagli vengono poi ricomposti in sequenze estranianti, a costituire un invito alla riflessione e spesso a suscitare scalpore anche tra i suoi estimatori. Proprio a questa parte della produzione è dedicata la mostra allestita da Photo Elysée, a Losanna, dal titolo ‘Photocollage’ (fino al 25 febbraio 2024).

© DEBORAH TURBEVILLE

Nella lunga carriera ha realizzato servizi per celebri riviste di moda, quali ‘Vogue”, “Harper’s Bazaar”, “Marie Claire” e “Mademoiselle”; le sue fotografie sono state pubblicate su testate importanti come il “New York Times”. Ricordiamo anche la sua collaborazione con famose maison tra cui Ralph Lauren, Bruno Magli, Valentino e Nike…

Nel 1979 Jackie Onassis le chiese di fotografare le stanze ed i luoghi più interessanti e meno conosciuti della reggia di Versailles: riunite in un magnifico libro, “Unseen Versailles”, pubblicato nel 1981, le preziose immagini realizzate con rara maestria ci fanno immergere nell’atmosfera sfarzosa della magnifica residenza regale.

© DEBORAH TURBEVILLE

Al 1988 risale il suo lavoro dedicato agli appartamenti privati di Coco Chanel, affascinata dalle atmosfere oscure e oniriche suggerite dalla fotografa statunitense.

 Dopo una lunga malattia, ‘ la fotografa del sogno’ è scomparsa nel 2013; il suo ultimo lavoro è un bellissimo fotolibro, Deborah Turbeville: The Fashion Pictures.

DEBORAH TURBEVILLE ( Boston,1932 –New York,2013 )

SITOGRAFIA:

Deborah Turbeville che rivoluzionò i canoni della fotografia di moda | Vogue Italia

https://donna.fanpage.it/

Chi era Deborah Turbeville, la rivoluzionaria fotografa di moda (lifeandpeople.it)

La storia di Deborah Tuberville, fotografa di moda dall’anima dark (elle.com)

Riassunto corpi di moda – CORPI DI MODA Deborah Tuberville e la fotografia di moda degli anni – Studocu   

© DEBORAH TURBEVILLE

Tutte le immagini presenti nell’articolo sono e rimangono di proprietà di Catherine Opie e qui hanno solo scopo didattico informativo.

“Ordos” la città fantasma, di Anthony Reed

Buongiorno, ho scovato questo autore con questo lavoro su una città fantasma in Mongolia. Spero vi piaccia, ciao

Sara

Ordos, nella Mongolia interna, è una città desertica in rapida espansione urbana. La scoperta di grandi riserve di carbone ha dato il via a un investimento governativo di 1,1 trilioni di yuan (161 miliardi di dollari) per la costruzione di una nuova città. Concepita all’inizio degli anni 2000, la visione prevedeva che la città appena completata potesse ospitare un milione di abitanti e fungere da nuovo centro culturale, politico ed economico della regione.

La costruzione è iniziata nel 2004, ma il nuovo distretto non è riuscito ad attirare i residenti e si è rapidamente guadagnato l’etichetta indesiderata di “città fantasma”. I funzionari locali, tuttavia, hanno insistito sul fatto che c’era sempre un piano a lungo termine in gioco e che i progressi sono rimasti sulla buona strada. Nel 2021 la città era occupata al 30% e si dice che il numero sia in aumento, ma è difficile non notare l’inquietante silenzio che regna qui.

Musei d’arte contemporanea, stadi da 80.000 posti, ospedali nuovi di zecca, sono tutti vuoti, come se aspettassero l’arrivo di un futuro lontano. È un ambiente alienante e surreale, manifestazione di una visione poco fantasiosa ma coraggiosa. Cosa riserverà il futuro a questa città così poco comune?

Fotografie di Anthony Reed

Anthony Reed è un fotografo e regista di origine inglese che lavora e vive a Shanghai. La sua pratica esplora l’interpretazione soggettiva dell’ambiente e i rapidi processi di cambiamento in Cina. Nelle sue opere si percepisce il denso tessuto urbano della città. Blocchi di appartamenti stretti, lotti recentemente demoliti, interni abbandonati, individui isolati, grattacieli torreggianti rivestiti di neon. Tutto si combina per rivelare la natura sfaccettata della città. Le persone stanno trasformando il mondo, ma allo stesso tempo ne sono trasformate. Reed si diverte a presentare la trasformazione della “materia fisica” attraverso il tempo, ma anche la solitudine intangibile e immutabile che è legata alle persone nelle grandi metropoli.

Fotografie di Anthony Reed

Per lui, le città sono il luogo in cui le persone sole stanno ammassate. Egli cattura questo contrasto nelle sue immagini ed esplora emozioni astratte con immagini figurative. Cercare senza meta con la macchina fotografica è il suo modo terapeutico di fare fotografia. Il mondo è un luogo fiorente, promettente e talvolta deprimente. La fotografia è il suo meccanismo di reazione per affrontare il mondo. Con milioni di persone che vivono in un unico luogo, le lunghe passeggiate, l’esplorazione e la documentazione sono un modo per registrare queste molteplici facciate del mondo in drastica transizione, non importa se in progresso o in regresso, le immagini rappresentano fette di momenti della memoria collettiva.

Fotografie di Anthony Reed

Per maggiori informazioni anthony-reed.com

L’articolo ha solo scopo didattico e divulgativo. Le immagini sono di proprietà dell’autore e non possono essere riprodotte o utilizzate per scopi commerciali.

“Cognition” di Bence Bakonyi

Buongiorno, vi presento oggi questa serie di immagini che mi è piaciuta molto. Spero vi piaccia! Buona giornata

Sara

Fotografia di Bence Bakonyi

Bence Bakonyi è nato nel 1991 a Keszthely. Una delle più grandi città intorno al lago Balaton, in Ungheria. Durante gli anni del liceo ha studiato fotografia da autodidatta. Dopo il diploma è stato ammesso all’Università d’Arte e Design Moholy-Nagy, dove i suoi maestri sono stati, tra gli altri, Gábor Arion Kudász e Mátyás Misetics. I suoi primi lavori sono stati fortemente influenzati dalle opere di Marina Gadonneix e Mathieu Bernard Reymond. All’inizio dei suoi vent’anni ha vissuto in Cina e ha viaggiato in Asia, dove le sue serie di fotografie di scena sono state integrate con fotografie documentarie. Nonostante la giovane età, Bence Bakonyi ha già partecipato a numerose mostre e fiere d’arte ed è rappresentato da molte gallerie in tutto il mondo. Collabora con gallerie di Hong Kong, Parigi, Svezia e Budapest. Le sue opere sono state incluse in mostre collettive organizzate dal Museo Ludwig e dalla Hall of Art di Budapest, in Costa Rica e a Toronto, organizzate dalla Nicholas Metivier Gallery. Ha inoltre partecipato a mostre personali organizzate, tra gli altri, dalla galleria Artify di Hong Kong e dallo Xuhui Art Museum di Shanghai. Per quanto riguarda le pubblicazioni, le sue opere sono state incluse nelle selezioni di The Guardian, Wired, Blink, Étapes Magazin e The Red List. Le opere fotografiche di Bence Bakonyi rappresentano i simboli di libertà, ariosità e transustanziazione. Al di sotto della loro estetica contemporanea e giovane, ci offrono strati interpretativi più profondi. Gli spazi generosi delle sue fotografie e la loro capacità di collegare realtà e fantasia ci allontanano dai problemi della vita quotidiana e indirizzano i nostri pensieri verso le questioni molto più universali e dignitose dell’esistenza umana. Attualmente Bakonyi lavora tra Budapest e il Kuwait.

Fotografie di Bence Bakonyi

Descrizione del progetto

La serie Cognition è stata realizzata a Dunhuang, al confine con il deserto del Gobi, in Cina. La città era un importante punto di controllo per le carovane commerciali dell’antica Via della Seta. Avevo programmato il mio viaggio nel periodo di una settimana di vacanza cinese, dove ho seguito e osservato i turisti presenti per una settimana. Esamino dalla posizione di uno spettatore esterno e distante il tipo di comprensione che è possibile solo attraverso un notevole distacco. Attraverso il particolare punto di vista delle fotografie, cerco di rappresentare lo spirito del gruppo. Non mi concentro quindi sull’individuo, ma sulla comunità: la vediamo muoversi, traccia il suo percorso e quindi il processo attraverso il quale questa massa di persone scopre l’ignoto. Poiché i protagonisti delle fotografie scattate a Dunhuang sono turisti, il paesaggio era altrettanto estraneo e affascinante per loro, quanto lo era per me, quando l’ho documentato.

Fotografie di Bence Bakonyi

Per maggiori informazioni https://bencebakonyi.com/menu/

L’articolo ha solo scopo didattico e divulgativo. Le immagini sono di proprietà dell’autore e non possono essere riprodotte o utilizzate per scopi commerciali.

Un nuovo autore Mu.Sa: Nicola Buonomo

Ciao, siamo felici di presentarvi un nuovo autore Mu.Sa. , viene dalla Sicilia e si chiama Nicola Buonomo. Il lavoro che ci ha inviato si chiama Serendipity. Ecco qui le fotografie, speriamo il lavoro vi piaccia!

Ciao! Buona giornata! Musa fotografia

Serendipity

Il progetto presentato, che considero “un archivio in progress”, nasce dall’esplorazione di spazi periferici siciliani, situati sulla soglia tra la campagna e i territori in via di urbanizzazione. Questi luoghi ibridi, ancora in bilico tra il desiderio di ritorno al selvaggio e l’inevitabile spinta al progresso architettonico-tecnologico, rappresentano per me il terreno fertile nel quale operare un tentativo di comprensione. In questi “non-luoghi”, ancora non connotati da un’identità definita, diventa più facile rintracciare gli archetipi promotori dei cambiamenti del paesaggio e, di conseguenza, del destino dell’uomo “civilizzato”. “Serendipity” è lo status critico ed emotivo con cui ho condotto la mia indagine: cercando di tenere distante il pre-giudizio sulle cose ho lasciato che fossero le immagini a presentarsi al mio sguardo, in maniera quasi anonima, mantenendomi da esse ad una distanza critica che mi permettesse di poterle “vedere nuovamente”, contemplandole semplicemente per quel che sono.

Biografia

Sono un fotografo italiano di 34 anni. Vivo in Sicilia. Ho conseguito una laurea in medicina ed una specializzazione in Neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza. Parallelamente agli studi medici ho studiato teatro e preso parte a diverse esibizioni di teatro sperimentale dove il primum movens della ricerca è stato tendere verso una verità della forma e dell’emozione rifiutando ogni tipo di clichè formale. Da alcuni anni ho approfondito l’arte fotografica attraverso un percorso da autodidatta e, successivamente, attraverso un percorso individuale con un fotografo professionista che mi ha permesso di affinare la tecnica ma, soprattutto, di comprendere le radici storiche e culturali dell’immagine fotografica. Oggi, la fotografia è per me uno strumento di comprensione delle “cose” del mondo ed un pretesto per restituire un senso all’apparente caos del quotidiano. Mi piacciono le immagini intrise di un certo grado di ambiguità, quelle che lasciano spazio a più possibilità interpretative. Preferisco le immagini che propongono domande, piuttosto che “certe” risposte parziali.  Allontanandomi dal clichè figurativo, la mia ricerca tende alla conquista dello svelamento del “vero” attraverso un ‘immagine che richiede la presenza di uno sguardo lento, lontano dal chiasso dello stereotipo della figura, ma vicino al silenzio delle “cose ​​periferiche”.

Sito: https://nicolabuonomo.com/

Patrick Willocq, le sue fotografie mi lasciano a bocca aperta

Ciao a tutti!

Oggi vi presento questo fotografo francese di origini africane.

I suoi ritratti coloratissimi sono davvero molto belli e i suoi soggetti sempre affascinanti.

A prima vista si notano l’estetica perfetta ed il sapiente uso del colore, ma in realtà le sue opere veicolano importanti messaggi sociologici e umanistici.

Ho visto una sua mostra qualche anno fa al Photolux di Lucca, le sue stampe di grandi dimensioni catturano l’occhio del fruitore. Sarei rimasta ore a guardare ogni singolo particolare di quelle immagini magnetiche e di quegli allestimenti curatissimi e perfetti.

Che ne dite?

Anna Continua a leggere