Ludovica De Sanctis, tra astrazione e realtà

“Ho sempre avuto un grande senso di astrazione dalla realtà, per questo ho deciso di approfondire la dimensione onirica e i suoi meccanismi”(L.D.S)

Fotografia di Ludovica De Sanctis da”Untitled”

Ludovica De Sanctis, nata a Roma nel 1991 e cresciuta in una cittadina di provincia del Centro Italia per poi spostarsi nella capitale, ha mostrato un interesse precoce per il cinema e la fotografia; trasferitasi nel 2011 a Parigi dove è rimasta per circa sette anni per seguire alla Sorbona un corso di studi in Storia dell’Arte con specializzazione  sul cinema russo e sovietico, attualmente vive e lavora a Milano come fotografa e video editor.  Nota con lo pseudonimo di Kamisalak, esperta di critica cinematografica a tutto tondo, durante il periodo universitario ha lavorato come assistente in varie produzioni cinematografiche e studi fotografici. Interessata alla fotografia analogica e soprattutto al suo metodo di sviluppo e stampa in camera oscura, non si sottrae alla sperimentazione delle più svariate tecniche, spaziando dal documentario alla video art, alla fotografia digitale e artistica. Interessata fin da giovanissima ad esplorare i meandri della psiche umana, per distaccarsi dalla pura realtà si è lanciata nell’esplorazione del mondo dei sogni dominati da meccanismi, talvolta oscuri;  la profonda conoscenza del cinema e della letteratura russa (vedi Gogol’, Dostoevskij, Tarkovskij…) in cui abbondano atmosfere oniriche, le ha permesso di indagare la psiche umana attraverso il mondo del soprannaturale e delle visioni surreali. Tra i suoi progetti più noti ricordiamo “Untitled” in cui la De Sanctis si concentra ad evidenziare le condizioni sociali e psicologiche delle periferie, riflettendo su temi come la solitudine esistenziale a causa dei repentini mutamenti della società che creano inquietudine e si riflettono pesantemente sulla psiche degli uomini.

Fotografia di Ludovica De Sanctis da”Untitled”

Nel suo lavoro più celebre – “Onironautica”- dalle parole greche sogno e marinaio– dopo approfonditi  studi sulle teorie del cosiddetto ‘sogno lucido’, utilizzando  vari metodi, come il Wake Back to Bed (WBTB) e il Mnemonic Induction of Lucid Dreams (MILD), la De Sanctis si rivolge all’analisi della sua prolifica attività onirica, particolarmente nei momenti dopo il risveglio quando i sogni rimangono impressi in modo più fulgido nella memoria: si viene così a  creare un  intricato mondo di immagini sovrapposte, strane e meravigliose che emergono dal proprio subconscio e possono rimanere vive anche durante le ore diurne: “La prossima volta che sognerò, mi ricorderò che sto sognando.” (L.D.S.)     Quando siamo immersi nel mondo onirico ci appaiono forme e figure verosimili che si accostano con meccanismi completamente diversi dai fenomeni reali : ed ecco serpenti acciambellati su un letto oppure un pesce che beve al rubinetto del bagno… , a richiamarci immagini create con l’AI. “Una sottile esplorazione delle interazioni tra intelligenza umana e artificiale nella creazione artistica”​. (www.lensculture.com)

Lavori recenti di Ludovica sono il photobook “Zagriz”, edito da Altana e la mostra personale intitolata “Le hasard fait bien les choses” allestita presso uno spazio d’arte contemporanea a Locarno in Svizzera.

I suoi lavori sono stati esposti a livello internazionale in città come Parigi, Berlino, Londra e Roma; sono inoltre numerosi i riconoscimenti ottenuti, tra cui il primo premio agli Art Photography Awards 2024 di LensCulture e il premio della Julia Margaret Cameron Foundation per le tecniche di manipolazione digitale.​ Il suo impegno nell’esplorazione dell’inconscio e della sua rappresentazione attraverso la fotografia, continua a renderla una figura significativa nell’arte contemporanea.

JRNL 20 – FotoFilmic

www.ludovicadesanctis.com

Ludovica De Santis racconta la psicogeografia | Collater.al

Ludovica De Santis | Portfolio | PhotoVogue

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

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hanno solo scopo didattico e informativo”

Non è un crimine sostenere che l’arte può essere semplicemente bella!

Amo la moda e guardo molte cose.  Non è un crimine sostenere che l’arte può essere semplicemente bella” ALINA GROSS

Fotografia di ALINA GROSS

Nata nel 1980, Alina Gross, fotografa di origini ucraine, vive e lavora a Bochum in Germania. In un’interessante intervista riportata nel Neighbourhood Magazine, racconta con dovizia di particolari come la sua carriera sia iniziata a diciotto anni quando, giovane modella, fu scelta da un compagno di università per realizzare degli scatti quasi per gioco, scatti che inaspettatamente ebbero un certo successo anche nel sofisticato ambiente parigino. Questa divertente esperienza fu però breve perché Alina comprese ben presto come fosse molto più interessante fotografare e dunque diventare un soggetto attivo, invece di esporsi passivamente agli scatti di altri.

Fotografie di ALINA GROSS

Interessata ad esplorare con le sue fotografie il corpo femminile, alla ricerca dei dettagli più intimi e nascosti, sintetizza la sua visione in una frase: “Il nostro corpo è un paese delle meraviglie.… ho in me tutte le forme del mondo”.

Fotografia di ALINA GROSS

Alina con coraggio non arretra davanti ai difetti, alle imperfezioni, alla vecchiaia di alcune sue protagoniste oppure davanti a particolari intimi, incappando spesso nella censura di alcuni social media che non tollerano immagini troppo dirette. Attivista del movimento ‘Body positivy’ è sempre pronta a sfidare gli stereotipi riguardanti la bellezza al femminile, sfida che la spinge – sulla base delle sue esperienze personali come donna e artista – a ricercare immagini schiette ed autentiche con prospettive bizzarre e insolite al di là delle più ovvie convenzioni. Le sue fotografie vivaci e giocose attraversano con originalità il campo della moda, dai modelli casual all’haute couture: assistita da poche persone di fiducia, i suoi scatti avvengono all’interno di piccoli set, con una cura particolare rivolta alle luci anche naturali. Alina collabora con famose maison di moda e con numerose riviste internazionali, come Vogue e Harper’s Bazaar che apprezzano il suo stile originale molto glamour, talmente innovativo da includere anche il sapiente uso dell’Intelligenza Artificiale per creare spettacolari abiti floreali, pezzi unici nati dalla combinazione sofisticata tra fashion ed elementi naturali. Nei suoi lavori prettamente artistici, come il recente Calla /Lilly, la fotografa crea le sue seducenti immagini grazie ad uno stretto connubio tra fotografia tradizionale e gli algoritmi di AI, cercando una stretta relazione tra la figura femminile e il sensuale fiore della calla, quasi a voler sottolineare i confini sfumati tra il mondo reale e quello artificiale.

Fotografia di ALINA GROSS

Nella serie Visions of Femininity realizzata in collaborazione con la pittrice Vanessa Hitzfeld, la Gross si concentra sul legame tra flora e femminilità, a sottolineare una connessione delicata e armoniosa tra natura e corpo umano dipinto al di là di ogni bellezza convenzionale, richiamando mondi onirici e surreali. Un altro interessante lavoro di Alina, The Wonderland of the Human Body, esplora in modo del tutto originale il tema della maternità, utilizzando temi botanici per simboleggiare la nascita e il processo di trasformazione nella vita delle donne, specialmente dopo il parto Nell’ introduzione al suo primo libro, “The Beauty of Imperfection“, Dorothee Achenbach che ne cura l’introduzione, scrive: “Disturbanti, seducenti, straordinariamente diverse, impossibili da ignorare, le fotografie di Alina Gross hanno un enorme potere suggestivo. La fotografa, rinomata a livello internazionale, ha sviluppato un linguaggio visivo e fotografico che affascina immediatamente lo spettatore; i suoi soggetti sono le donne e i loro corpi, le metafore e le ambivalenze della sessualità e del genere. Con invenzioni visive insolite, combina corpi e parti di esso con fiori, tessuti, gioielli e colori dai toni vivaci e brillanti per dipingere al meglio la grande forza, autostima e potenza delle donne”.

Fotografa freelance famosa su scala internazionale, oltre alla collaborazione  con importanti riviste di moda, espone in numerose mostre internazionali:  ha partecipato alla Riga Biennale of Photography nel 2021 e al Queer Archive Festival ad Atene nel 2022, al Vogue Photo Festival di Milano nel 2023 e alla mostra collettiva “New Femininity” a Lisbona.

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

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SITOGRAFIA

Alina Gross – Thursday’s Child (thursdayschild.global)

Alina Gross Photography | Fotografie Metropole Ruhr (alina-gross.com)

L’impatto dell’IA sulla fotografia di moda: la storia di Alina Gross | Artribune

https://www.youtube.com/watch?v=f4PWcSW9Bt0. Intervista ad Alina

Il momento decisivo, cos’è?

Valle dello Shenandoah, Virginia (U.S.A.) © Sara Munari

Nel corso degli anni si è parlato molto del “momento decisivo” nella fotografia. l’idea di un momento decisivo legato alla fotografia di strada viene da the decisive moment di Henri Cartier-Bresson, (Simon And Schuster/Editions verve, new york-paris 1952) ma l’idea, in realtà, deriva dagli scritti del XVII secolo delL: «il n’y a rien dans ce monde qui n’ait un moment décisif» (non c’è nulla in questo mondo che non abbia un momento decisivo).
La prefazione del libro di Cartier-Bresson descrive il rapporto del fotografo con la fotografia da più punti di vista: reportage, composizione, tecnica e il concetto, appunto, di “momento decisivo”. Henri Cartier-Bresson Scrive: «per me, la fotografia è l’individuazione simultanea, in una frazione di secondo, del significato di un evento e di una precisa organizzazione di forme che danno a quell’evento la sua giusta espressione». il momento decisivo, quindi, non è mai l’attimo in sé, disconnesso dal resto, nella fotografia. è sempre l’intera fotografia.
La comunicazione tra gli elementi di quella immagine rende lo scatto unico, inconsueto, stravagante, ironico.
Catturare una buona immagine di strada è la combinazione dell’essere al momento giusto nel posto giusto, mentre si ha in mano una macchina fotografica (quando la si sa usare).
Ma il momento giusto per lo scatto va atteso o inseguito?
Chiaramente non c’è una regola.
Possiamo camminare incessantemente (quello che tendo a fare io) e auspicare di incontrare qualcuno o qualcosa che rappresenti la base per una buona fotografia.
Diversamente, possiamo cercare un’ambientazione interessante, una buona luce e inquadrare la scena aspettando che qualcosa si presenti a rendere perfetto lo scatto. Questa seconda opzione ci porta a lunghe attese ma, con un po’ di pazienza, riusciremo a concretizzare immagini attraenti.
Da fotografi, siamo noi a creare le nostre combinazioni. In ogni fotografia c’è un elemento di casualità, anche se in realtà, intorno a noi, i momenti “fortunati” accadono di continuo, solo che non sempre ce ne accorgiamo.
Non esiste il metodo giusto, la scelta ha a che fare più verosimilmente con il carattere, io sono una donna impaziente e raramente mi fermo in attesa. Alcuni fotografi sono molto disinvolti e speri- colati, altri più tranquilli e timidi.

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Streetphotography – Scattare con lo smartphone

Ormai tutti i cellulari includono una fotocamera, spesso con una risoluzione dei file abbastanza elevata da permettere stampe di considerevoli dimensioni. Gli schermi sono abbastanza grandi e consentono l’inquadratura, anche in assenza di un mirino. Le applicazioni consentono di selezionare accuratamente dove posizionare il fuoco e dove prendere l’esposizione.

Ultimamente, in questa infinita marea di foto prodotte col cellulare si sono distinti veri e propri fotografi. Molti hanno creato gruppi di lavoro che diffondono la mobile photography. Molteplici esposizioni e premi internazionali sono dedicati a questo “nuovo” ramo della fotografia.

Quando si parla di fotografia con smartphone si finisce quasi sempre per creare una lotta tra chi ritiene che sia fotografia tanto quanto quella scattata con una reflex e chi la ritiene un insulto verso questa forma espressiva. Da parte mia, penso che ogni mezzo, se usato con consapevolezza, possa portare a ottimi risultati, quindi viva lo smartphone!

Personalmente, faccio un gran casino quando lo uso e preferisco di gran lunga la velocità e l’affidabilità delle macchine reflex o mirrorless. Ciò non toglie che, dopo aver visto e conosciuto foto- grafi che lo hanno sfruttato con risultati eccellenti, mi sono ulteriormente convinta della validità del mezzo.

La qualità degli smartphone ha raggiunto un livello veramente ottimo, in termini di elettronica e qualità delle lenti, anche se rimango dell’idea che, a oggi, il piccolo sensore dei telefoni non può raggiungere la qualità di una buona fotocamera. Ho notato differenze sull’ingrandimento dei file e sulla resa dei colori e delle luminanze. Inoltre, questo mezzo ha il limite di avere degli automatismi forzati che non permettono sempre di decidere esatta- mente come scattare.

Nonostante questi limiti, è certamente un oggetto che abbiamo sempre a disposizione e ci accompagna tutto il giorno, ormai non ce ne separiamo nemmeno al gabinetto! Questo lo rende uno

Strumento ininterrottamente disponibile e versatile: apri la fotocamera, punti, scatti ed è fatta.

La post-produzione con la smartphone, così come nella fotografia digitale in generale, è diventata semplice e veloce. Moltissime applicazioni permettono, anche con preset già impostati, di otte- nere risultati che, fino a non molto tempo fa, erano possibili sola- mente con programmi professionali di complicato utilizzo.

Grazie alla diffusione di social network come Instagram o Facebook, il ritocco può essere fatto direttamente con il programma interno al social, col rischio però che le post-produzioni siano tutte uguali e usate da milioni di altri utenti.

La post-produzione dovrebbe essere, invece, impiegata per potenziare il messaggio e offrire una comunicazione più efficace.

Fotografia scattata con lo smartphone all’interno di un tempio.

Ulaanbatar (Mongolia) © sara munari

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Guia Besana: una foto costruita che parla di cose reali.

“ …Nel mio lavoro ho bisogno che sia subito chiaro che no, questa non è la realtà. E’ una foto costruita, ma parla di cose reali…” ( G.B.)

Guia Besana è una fotografa italiana che vive e lavora tra Parigi e Barcellona: nata nel 1972 a Moncalieri vicino Torino, ha studiato media e comunicazione prima di trasferirsi in Francia nel 1994 per intraprendere la sua carriera di fotografa.

Fotografie di Guia Besana ©Guia Besana POISON

Frequentando fin dalla giovane età il laboratorio del padre che operava e commerciava nel settore dei tessuti, ha lavorato per circa otto anni a fianco del fotografo – specializzato nell’uso del banco ottico – che aveva il compito di creare il campionario per le vendite. In mezzo a stoffe, tendaggi, trame e colori che resteranno una costante nelle sue immagini, Guia si rende utile andando in giro a cercare oggetti strani e curiosi che possano servire per la creazione di set in cui collocare la merce da fotografare. Anche più avanti nel tempo, già immersa totalmente nella sua professione di fotografa, Guia ama dedicarsi alla ricerca dei più vari elementi con cui costruire le scene per gli scatti: non vede ostacoli davanti a sé ed è capace di intercettare con ostinazione da un apicoltore centinaia di api morte o pezzi di aerei dismessi in una discarica, fino a trasportare sulla testa, con notevole sforzo fisico, una poltrona di tessuto verde abbandonata in Grecia sul ciglio di una strada, oppure ricercare uova di ragno da mettere in un barattolo per vedere come riescono a prolificare. “… Mia sorella mi chiama ‘falegname’ perché so riparare di tutto, oggetti, sedie, finestre…” (G.B.) Unica tra i suoi cinque fratelli animata da un forte desiderio di controllo, ama conservare con ordine le foto di famiglia, spesso accompagnate dalla registrazione delle voci dei vari componenti, a voler fissare sensazioni ed emozioni intime e private.

Fotografie di Guia Besana ©Guia Besana Under pressure

All’età di circa trenta anni decide di percorrere fino in fondo la strada che la porta a dedicarsi totalmente alla fotografia e, mostrando da subito un particolare interesse per l’universo femminile, viaggia in diversi paesi per esplorare e immortalare la condizione delle donne dal punto di vista dell’identità privata e personale per allargare la sua indagine anche a questioni sociali. Svolgendo il ruolo di ricercatrice per un fotografo dell’agenzia Magnum, si reca in Sudafrica per un reportage sulle gravi conseguenze dell’aids: fotografa spazi vuoti, case abbandonate, il tutto estremamente desolante. In Iran, dove si reca da sola superando la paura di volare, rivolge lo sguardo alle donne riprese senza velo in casa, mentre all’aperto sono obbligate a tenere la testa coperta che le rende figure femminili quasi anonime.

Abbandonati i reportage, scopre di essere attratta dalla ‘staged photography’ che si basa su intriganti ‘mise en scène’: “……Non amo fotografare quel che vedo, ma quel che penso. All’inizio immagino una scena, poi cammino per la città in cerca di oggetti….”, oggetti che le possano servire per dare corpo all’idea iniziale, anche banali come un pezzo di stoffa, un vestito abbandonato, un legno con una curvatura… In linea con i due artisti/fotografi Cindy Sherman e Gregory Crewdson, suoi punti di riferimento, ritiene che le fotografie vanno immaginate prima di essere scattate, pensate in ogni minimo particolare, dalla location, alle luci, agli abiti, ai capelli, ai colori dominanti nelle scene. In un’intervista, Guia racconta che il periodo della gravidanza in cui era costretta ad un riposo forzato, è stato fondamentale per aiutarla ad elaborare idee e pensieri da trasformare in set scenici per fissare fotograficamente problemi della realtà attuale – come la condizione della donna e i cambiamenti climatici – con immagini di finzione incisive e pregnanti di significato. Nel 2011 per il progetto “Baby Blues”, attraverso ritratti simbolici e intriganti messinscena, esplora le emozioni e le sensazioni profonde legate alla maternità, concentrando lo sguardo e il pensiero su aspetti del suo vissuto che si allarga a tutto il mondo femminile. Per la serie “Under Pressure” del 2013, sceglie come location la casa di campagna nei pressi di Biella della nonna materna, in cui le donne portano avanti per abitudine il loro ruolo di casalinghe a vita. In “Poison” del 2015, uno dei suoi lavori più significativi, affronta il tema dell’eccessivo consumismo e dello sfruttamento indiscriminato della natura, con uno sguardo particolare al mondo marino, come ben si intuisce dalla sua famosa immagine “La Sirena”.

Fotografie di Guia Besana ©Guia Besana “Carry on”

Realizzata nel 2022, la serie di 15 fotografie dal titolo “Carry on”, scaturita dalla paura di volare e concepita come spezzoni di un film che attraverso la finzione occhieggia alla realtà, vede come protagonista una giovane donna circondata da oggetti vari sparpagliati in modo caotico sui sedili e sulla moquette dell’aereo, a testimoniare l’inquietudine che l’accompagna durante il viaggio, alludendo anche al suo mondo interiore.

Ritratto di Guia Besana

Besana ha collaborato con diverse agenzie fotografiche e i suoi lavori sono stati pubblicati in numerosi giornali e riviste internazionali come The New York Times, Le Monde, Marie Claire e Vanity Fair; è rappresentata da varie gallerie e le sue opere sono state esposte in città come Los Angeles, New York, Buenos Aires, e molte altre in Europa e Asia.

 Concita De Gregorio, “ Chi sono io?”, ed. Contrasto, Roma 2017

Guia Besana. Carry on – Mostra – Milano – STILL Fotografia – Arte.it

INTERVIEW: Guia Besana – Cortona On The Move

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

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Tutti i corsi in partenza da Musa fotografia – Marzo – Aprile – Maggio

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Il corso sarà condotto da Lorenzo Linthout, un fotografo e architetto di rinomata esperienza, noto per la sua abilità nel catturare la bellezza e la complessità degli spazi urbani. 🔜 Inizio: 12 Aprile 2025

WORKSHOP sul racconto fotografico A ISTANBUL, PREVISTO DAL 21 AL 28 APRILE 2025 posti finiti

Eventi in programma per Marzo e Aprile

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🕕 Ore dalle 14,30 alle 18,00
📖 Letture portfolio da Musa fotografia

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📅 SAVE THE DATE: 11 Aprile 2025
🕕 Ore dalle 14,00 alle 18,00
📖 Incontro con il fotografo Lorenzo Linthout il paesaggio e l’architettura

ore 20,30 presso Musa fotografia

A presto, Il team di Musa Fotografia

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L’accostamento di colori complementari nella fotografia di strada

Si definisce colore complementare il colore opposto nella ruota cromatica. Per esempio, il colore complementare del giallo è il viola e viceversa; il colore complementare del rosso è il verde e viceversa; il colore complementare del blu è l’arancio e viceversa.

Scala cromatica dal sito Logogenie

Nella prima fotografia potete vedere un esempio di contrasto cromatico: l’accostamento di rosso e verde e giallo e azzurro del cielo.
Più in generale, posso affermare che quando gran parte della fotografia è di una tonalità più o meno omogenea, agli occhi dell’osservatore l’area più ampia funge da sfondo e quella più piccola
tende a diventare soggetto, dato che lo sguardo si dirigerà prepotentemente verso quest’ultima.
Una foto monocromatica, come la terza, è quella nella quale è presente, di base, un solo colore, che può essere coniugato in diverse tonalità e sfumature. L’immagine, in questo caso, potrebbe risultare noiosa. Chiaramente non sempre, dipende sia dai toni che dal contenuto.


Questo rischio può essere scongiurato attraverso un’azione o un soggetto interessante.
Questo tipo di fotografia, in qualche caso, potrebbe avere la stessa valenza comunicativa anche se “portata” in bianco e nero.
Il contrasto di sbilanciamento del soggetto si ottiene, invece, quando l’elemento principale, come nella seconda fotografia, si trova posizionato in una parte circoscritta dell’immagine e non è bilanciato da altri elementi.
In questo caso, occupando il soggetto una piccola parte di fotogramma, abbiamo anche uno sbilanciamento di dimensione, nel senso che, pur coprendo un piccolo spazio nel riquadro, diventa comunque soggetto principale.

Dal mio libro: Street photography ATTENZIONE! PUÒ CREARE DIPENDENZA

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