Mostre di fotografia consigliate per settembre

Bellissime mostre ed interessanti festival di fotografia ci aspettano a settembre, non perdeteveli!

Anna

MAN RAY – Forme di luce

Larmes 1932 © Man Ray 2015 Trust / ADAGP-SIAE – 2024, image: Telimage, Paris

Man Ray è senza dubbio uno dei grandi protagonisti dell’arte del XX secolo. Fu uno dei primi a utilizzare la fotografia come un vero e proprio medium creativo, realizzando opere emblematiche che sono entrate a far parte della storia dell’arte del Novecento. 

La retrospettiva in programma da settembre 2025 a Palazzo Reale permetterà al pubblico di ripercorrere le tappe biografiche e della carriera di Man Ray. Grazie a un importante nucleo di materiali originali (stampe vintage, negativi, collage, documenti) è possibile documentare la storia di Man Ray dalla nascita (1890, Philadelphia), agli ambienti newyorkesi dove scopre le avanguardie europee e stringe amicizia con Marcel Duchamp, fino all’approdo parigino del 1921. 

A Parigi viene accolto dai poeti André Breton, Louis Aragon, Paul Éluard e incontra poi la cantante e modella Kiki de Montparnasse, sua amata e musa, creando fotografie immortali come Noire et blanche o Le Violon d’Ingres. In seguito, si dedicherà al mondo della moda e alla realizzazione delle famose “rayografie” e “solarizzazioni”. Rientrato negli Stati Uniti nel 1940, torna a Parigi nel 1951, dove rimane fino alla morte nel 1976. 

Attraverso un percorso tematico (gli autoritratti, le muse, i nudi, le rayografie e solarizzazioni, la moda), questa mostra propone la riscoperta di un artista unico nel suo genere e un geniale pioniere. 

24 settembre 2025 – 11 gennaio 2026 – Palazzo Reale – Milano

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BRUNO BARBEY. Gli Italiani

Bruno Barbey, Palermo, 1963
© Bruno Barbey / Magnum Photos | Bruno Barbey, Palermo, 1963

La fotografia è sempre più al centro del calendario espositivo di Palazzo Falletti di Barolo di Torino, che dal 12 settembre 2025 all’11 gennaio 2026 presenta la mostra BRUNO BARBEY. Gli Italiani. Prodotta da Ares in collaborazione con Magnum Photos e l’Archivio Bruno Barbey, l’esposizione nasce da una selezione fatta dallo stesso Bruno Barbey (Marocco 1941 – Parigi 2020) e si compone di un centinaio di fotografie in bianco e nero realizzate tra il 1962 e il 1966.
 
In particolare, il nucleo di scatti ricalca il reportage dedicato all’Italia e agli italiani che l’autore negli anni sessanta aveva presentato all’editore francese Robert Delpire, il quale avrebbe voluto pubblicarlo come terzo volume dell’Encyclopédie essentielle, collana di libri che accostavano testo e immagini e che già comprendeva Les Américains di Robert Frank (1958) e Les Allemands di René Burri (1962).
 
Nonostante le circostanze dell’epoca ne impedirono la realizzazione, il portfolio dedicato alla Penisola – immortalata da piazza del Duomo a Milano ai vicoli di Napoli, dalla scalinata di Piazza di Spagna a Roma al centro di Palermo – convinse Magnum Photos, nel 1964, a invitarlo a collaborare con l’agenzia. Eppure, Barbey dovette aspettare il 2002 per vedere realizzato il proprio progetto (Editions de La Martinière). Solo nel 2022 la casa editrice Contrasto pubblicò il lavoro, postumo, nel volume Gli Italiani, definendo il modello che oggi viene assunto come spartito per riprodurre la selezione in mostra.
 
A integrare il percorso espositivo è presente un video di 10 minuti girato da Caroline Thiénot-Barbey, moglie dell’artista, che ripercorre genesi e sviluppo del reportage, insieme a una serie di citazioni di figure di spicco dello spettacolo e della cultura, che aiutano a contestualizzare gli scatti nell’ambito sociale e artistico degli anni sessanta.
 
Un’epoca in cui, studente di fotografia in Svizzera, Barbey esplorò con il suo maggiolino l’Italia in tutta la sua estensione, per lui ricca di fascino esotico nonostante la vicinanza, piena di luce ed energia, registrando con la sua macchina fotografica una realtà in pieno cambiamento, ancora fiaccata dalla guerra ma già rinvigorita da nuove speranze, evidenziando analogie e differenze tra una regione e l’altra, con il Nord lanciato verso il sogno metropolitano e il Sud che faticava nella ricostruzione.
 
Barbey ha fotografato così tutti gli strati della società: l’Italia delle cerimonie religiose e delle feste di paese, del boom economico e delle tradizioni antiche, degli operai e dei contadini, dei proletari e dei borghesi, dei nuovi ricchi e soprattutto degli umili, che con la loro fierezza si facevano interpreti della più profonda identità italiana. A tratti, gli scatti di Barbey sembrano raccogliere i personaggi di una moderna Commedia dell’arte, popolata da mendicanti, preti, suore, carabinieri, contadini, famiglie, figure archetipiche che negli stessi anni davano sostanza e popolarità ai film di Pasolini, Visconti e Fellini.
 
Barbey non è stato solo un fotografo. È stato anche un radiologo – scrive Giosuè Calaciura nel testo che introduce il volume Gli Italiani, edito da Contrasto (2022) – In queste foto, con uno sguardo profondissimo, è riuscito a cogliere le permanenze di un’antropologia complicata, ancestrale. Quello che non cambia o che muta solo nei tempi lentissimi delle Ere. È il rapporto intimo con la propria antichità”.
 
Nella visione in bianco e nero dell’autore ritroviamo e riscopriamo così il nostro recente passato, quello dei nostri genitori e dei nostri nonni, la memoria di un’epoca che la guerra aveva privato delle sue certezze e che guardava al futuro con l’urgenza di ricreare prima di tutto una vita e una rete sociale, i legami e le storie che più d’ogni altra cosa tengono unito un popolo.
 
La mostra, prodotta da Ares in collaborazione con Magnum Photos e l’Archivio Bruno Barbey, è realizzata con il patrocinio di Torino Metropoli e con il supporto di freecards e Contrasto; Media partner Sky Arte.

Dal 12 Settembre 2025 al 11 Gennaio 2026 – Palazzo Falletti di Barolo – Torino

PhEST 2025 – THIS IS US – A Capsule to Space

©Martin Parr, Magnum Photos

È con gran voce che si acclama la X edizione del PhEST di Monopoli! Sede ormai storica, che ospiterà oltre 30 mostre di uno dei festival internazionali di fotografia e arte più rinomati d’Italia in uno scenario suggestivo, e che fino al 16 novembre si trasformerà in un palcoscenico di cultura e creatività. Mostra madrina di quest’anno la celebre Pleased to Meet You di Martin Parr. Inoltre, in anteprima assoluta sarà presente la mostra fotografica Jitter Period del visionario regista Yorgos Lanthimos (The LobsterThe FavouritePoor Things).

Ritroviamo alla direzione artistica Giovanni Troilo, con la curatela fotografica di Arianna Rinaldo, a quella dell’arte contemporanea di Roberto Lacarbonara e la direzione organizzativa di Cinzia Negherbon.

Un decimo anniversario che guarda avanti senza dimenticare da dove viene. Il PhEST 2025 prende il titolo di THIS IS US – A Capsule to Space, coniugando celebrazione del passato e visioni future in uno spazio ancor più esteso.

Come anticipato, ad aprire le danze e caratterizzare i dieci anni di festival la serie Pleased to Meet You di Martin Parr. Autore di cui abbiamo parlato a più riprese, tra i più pop e iconici dei nostri anni, che dà voce nei suoi scatti vibranti alle idiosincrasie della società moderna. Donne e uomini imbruttiti dal consumismo, immortalati tra i loro vizi e sprechi non certo senza una lacerante ironia.

In mostra anche nomi meno noti, ma che segnano l’importanza nazionale e non che la fotografia riveste. Si ammirano così gli scatti di Sam Youkilis di Under the SunAlexey Titarenko con City of Shadows e Pietro Terzini con Just One More Glass, Amore Mio.

Seguono le serie Rhi-Entry di Rhiannon AdamBangers di Arianna Arcara, ospite della Residenza 2025, e See Naples and Die 2014-2022 di Sam Gregg.

In collaborazione con Photoworks & IIC London, PhEST porta a Monopoli anche la serie The Silent Sun, Brighton di Piero Percoco, ospite a giugno 2025 della Residenza speciale a Brighton. Inoltre, il festival espone gli scatti di Dylan Hausthor in What The Rain Might Bring, un progetto interdisciplinare che esplora le complessità della narrazione, della fede, del folklore e dell’intrinseca stranezza del mondo naturale. L’italiano Lorenzo Poli presenterà invece la serie in corso The Geoglyphs of our Time, dove protagonista è la terra e le mutazioni antropocentriche che ne hanno trasfigurato il volto.

Un’edizione che spazia in lungo e in largo nel vasto panorama fotografico, accostando il surrealismo di Philip Toledano alla vena provocatoria di Gregg Segal, autore di 7 Days of Garbage. Infine, nelle antiche stalle annesse alla Casa Santa, l’artista José Angelino presenta il progetto site-specific Waiting for the Sun. Resistenze 2025, a cura di Melania Rossi. Una serie di installazioni scultoree e video che raccontano l’esperienza quotidiana sul pianeta terra.

Dal 9 Agosto AL 16 Novembre 2025 – Monopoli – Sedi Varie

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Città Aperta 2025 – Alex Majoli, Paolo Pellegrin, Diana Bagnoli

La città è un corpo che si muove, respira e si trasforma. Roma, Urbs per eccellenza, ne è un esempio perfetto: osservarla vuol dire verificare quali possano essere, in una città da sempre ritratta, fotografata, rappresentata ed evocata, i confini reali e immaginari del suo spazio in continuo cambiamento. L’anno del Giubileo rappresenta quindi una sfida straordinaria: la possibilità di registrare come Roma riesca a trasformarsi rinnovando la sua tradizione, il suo spirito di accoglienza, la sua necessità di innovazione e di apertura.

Le immagini di Alex Majoli sono dedicate in modo specifico alla “scena drammaturgica” del Giubileo; i volti dei fedeli sono catturati dallo sguardo di Paolo Pellegrin che realizza anche un personale “viaggio dentro Roma”, mentre Diana Bagnoli propone le sue visioni a colori di un misticismo diffuso, mobile, itinerante, in sintonia con lo spirito del Giubileo.

L’attenzione alla realtà vista con sguardo intenso e nuovo, la possibilità di trasfigurare le azioni e i gesti in scene dal forte valore simbolico, l’empatia che contraddistingue il loro lavoro concorrono a offrire un’interpretazione visiva contemporanea, originale e profondamente evocativa del Giubileo a Roma.

dal 26 giugno al 28 settembre 2025 – Sala Zanardelli del Vittoriano – Roma

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Texas Trigger – Luca Santese e Marco P. Valli

The Texas Trigger exhibition, mirroring the recently published eponymous book, retraces the timeline of Santese and Valli’s journey across Texas at the height of the U.S. presidential election campaign, which culminated in Donald Trump’s victory. Over the course of just over a month, they drove approximately 5,000 miles, documenting a wide range of environments that are shaping American society today: immigration policy, the proliferation of firearms, political and cultural tensions, and the ongoing clash between conservative ideals and progressive movements. 
The photographic sequence, almost unchanged from the volume, is arranged in 33 modular frames that reflect the same dimensions and meanings of the triggers in the work. With 71 c-print photographs, the Texas Trigger exhibition also seeks to emphasize the material presence of the images and the narrative tension running through them. The authors will be present at the opening to introduce the project and guide you through the exhibition.

From 4 to 28 September 2025 – Palazzo Grillo, Genova

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SARA MUNARI: LAPILLI

3 – 7 Settembre 2025 – SONOGNO – VERZASCA FOTO FESTIVAL

LAPILLI: Fin dall’antichità, i vulcani sono stati considerati simboli della furia degli dei, porta dell’inferno o donatori di beni. Sono temuti e ammirati in egual misura. Ogni volta che esplode un vulcano, vengono riesumate vecchie leggende e teorie che si muovono tra terrore e fantascienza.
E perché questa violenta eruzione? E perché adesso? E perché tanta distruzione e tanti morti? Cosa c’è veramente nelle profondità della terra?
I libri scientifici teorizzano cosa riempie la palla rotante in cui viviamo: la crosta terrestre, le placche tettoniche, il magma…e se fosse qualcos’altro di insidioso e molto più perverso? Finora nessuno si è tuffato nelle profondità del pianeta per attestare cosa c’è là, a parte gli avventurieri di Viaggio al centro della Terra, il romanzo di Jules Verne. Pura finzione, ma terrificante.
Per i greci e i romani, i vulcani e le loro eruzioni erano associati a manifestazioni divine. Il Cristianesimo li ha considerati come l’opera di Satana o come segno divino. Quando avviene un’eruzione, soprattutto nei paesi latini, viene posta una Madonna per bloccare l’evento e sembra che in qualche caso sia avvenuto
Le menti degli uomini di fronte a un’eruzione vulcanica, sono affascinate dall’indiscutibile bellezza e magia di quei fuochi che sembrano uscire dall’inferno stesso.

Il mio lavoro esplora il connubio tra l’imponente potenza dei vulcani e l’umanità, tentando di raccontare il modo in cui queste maestose formazioni naturali hanno influenzato le credenze, le leggende e le pratiche religiose e come invece, nel rapporto reale, la vicinanza con questi monti condizioni e cambi “il vivere” effettivo. Gli spettatori saranno invitati a esplorare come le eruzioni vulcaniche siano state interpretate come segni divini o punizioni, e come abbiano influenzato la vita e la cultura delle popolazioni circostanti nel corso dei secoli.
Senza le premesse scientifiche, cosa è sembrato agli abitanti di tanti secoli precedenti? Paura, sicuramente stupore, si aggiungono all’infinito dell’inspiegabile, come tante cose dell’universo. Le leggende sono un tipo di narrazione che manca di un autore specifico e di una versione originale conosciuta, si trasmettono di generazione in generazione, soprattutto oralmente, e raccontano di eventi soprannaturali, fantastici o religiosi, localizzati in un luogo e in un tempo ben preciso della storia. Storia che aiuta a renderli più credibili. Le leggende sopravvivono al passare del tempo cambiando il loro contenuto e adattandosi alle nuove generazioni, che lo modificano e lo adattano al loro modo di vivere o, al contrario, lo dimenticano.
Nella realtà, il vulcano è una struttura geologica molto complessa, generata all’interno della crosta terrestre dalla risalita, in seguito ad attività eruttiva, di massa rocciosa fusa, il magma, formatasi al di sotto o all’interno della crosta terrestre.
La fuoriuscita di materiale è detta eruzione e i materiali eruttati sono lava, cenere, lapilli, gas, scorie varie e vapore acqueo. La forma e l’altezza di un vulcano dipendono da vari fattori tra cui l’età del vulcano, il tipo di attività eruttiva, la tipologia di magma emesso e le caratteristiche della struttura vulcanica sottostante al rilievo vulcanico.
Sulla superficie terrestre il 91% dei vulcani è sottomarino (in gran parte situati lungo le dorsali medio oceaniche), mentre circa 1500 sono quelli oggi attivi sulle terre emerse.
In questo lavoro sono stati visitati i vulcani europei per indagare visivamente quel filo che corre tra realtà, leggenda e religione.

Lavoro completo 40 opere tra foto e tele

Durante il festival, offriamo una serie di mostre all’aperto e all’interno, presentazioni e incontri tra artisti e comunità locale, visite guidate, letture portfolio, proiezioni di progetti e musica dal vivo.
La nostra curatela si concentra su diversi temi accomunati da un profondo interesse per l’umanità, con i suoi sentimenti, le sue posizioni e il suo rapporto con l’ambiente circostante. Le nostre esposizioni esplorano realtà e narrazioni regionali e internazionali, con un’attenzione particolare alla diversità, all’inclusività e alla conservazione.

https://www.verzascafoto.com/it/inizio

SI FEST 2025: GEOGRAFIE VISIVE

SI FEST 2025: GEOGRAFIE VISIVE

Torna a Savignano sul Rubicone, per tre weekend consecutivi, uno degli appuntamenti più longevi e significativi nel panorama della fotografia italiana: SI FEST, giunto quest’anno alla sua 34ª edizione.
Il Festival, in programma dal 12 al 28 settembre 2025, è un progetto dell’associazione Savignano Immagini, promosso dal Comune di Savignano sul Rubicone, con la direzione artistica affidata a un comitato scientifico composto da Manila Camarini, Francesca Fabiani, Jana Liskova e Mario Beltrambini.

GEOGRAFIE VISIVE – Il tema 2025
In un’epoca segnata da fratture ambientali, tensioni geopolitiche, migrazioni forzate e identità in trasformazione, Geografie Visive nasce come invito a ripensare il modo in cui abitiamo il mondo non solo nello spazio fisico, ma anche nei luoghi della memoria, della percezione, dell’immaginazione.

Il tema scelto per il 2025 si propone di mappare i territori visibili e invisibili dell’esperienza contemporanea, attraverso linguaggi fotografici che esplorano il paesaggio naturale, urbano e interiore. La fotografia diventa così uno strumento per decifrare ciò che muta, per riconoscere ciò che persiste, per dare forma a ciò che ancora non ha un nome.

Attraverso Geografie Visive, SI FEST continua il suo lavoro di indagine culturale sul presente, raccogliendo e intrecciando sguardi provenienti da luoghi, storie e sensibilità diverse, in un momento storico che richiede ascolto, complessità e immaginazione.

“Viviamo un tempo in cui i confini si spostano, si sfaldano, si ridefiniscono. I confini tra uomo e ambiente, tra vero e artificiale, tra intimo e collettivo. Abbiamo scelto Geografie Visive perché sentiamo l’urgenza di costruire nuove mappe – non per orientarsi, ma per comprendere. Ogni fotografia di questa edizione è una traccia: un frammento di paesaggio, una memoria incisa, una soglia che ci aiuta a leggere il presente e a immaginare il futuro.” — Comitato artistico del SI FEST

Alcuni nomi già confermati ci parlano della direzione intrapresa: Hashem Shakeri, autore iraniano tra i più lucidi interpreti delle fratture contemporanee, porta un lavoro potente sull’Afghanistan dopo il ritorno dei Talebani. Le sue immagini raccontano un mondo precipitato nel buio: donne private del diritto all’istruzione, minoranze perseguitate, esistenze invisibili. Ma nella scelta poetica della composizione e nell’empatia dello sguardo, Shakeri ci restituisce la dignità della resistenza. Ogni immagine è una soglia sospesa tra silenzio e grido, testimonianza e speranza. Una narrazione tanto dura quanto necessaria, che rifiuta il sensazionalismo e cerca invece la complessità. A cura di Manila Camarini. 

A raccogliere la sfida dell’attualità è anche Skagit Valley di Michael Christopher Brown, autore già noto per il suo lavoro realizzato con lo smartphone durante la rivoluzione libica. Il progetto riflette sul futuro dell’agricoltura e della vita rurale nella Skagit Valley, stato di Washington, attraverso immagini generate interamente da intelligenza artificiale. In un paesaggio post-apocalittico, distorto e visionario, l’AI diventa strumento per indagare ciò che resta – o potrebbe restare – della relazione tra uomo e natura. Un lavoro che spinge la fotografia documentaria oltre i suoi confini tradizionali, interrogando il ruolo dell’immagine nell’evocare scenari possibili e nel rappresentare un reale ancora inesistente. A cura di Manila Camarini.

Dalla finzione visionaria al rigore assoluto della testimonianza: Where the World is Melting del fotografo islandese Ragnar Axelsson – da oltre quarant’anni testimone delle comunità artiche – ci conduce nei ghiacci dell’Artico, tra Groenlandia, Siberia e Islanda. Le sue immagini in bianco e nero non sono semplici reportage, ma elegie visive su un mondo che si sta sciogliendo: quello delle comunità artiche, dei loro animali, delle loro tradizioni, dei loro paesaggi. In ogni fotografia si percepisce l’urgenza di uno sguardo che resiste al tempo, e che chiede di essere ascoltato prima che sia troppo tardi.

Se in Axelsson la resistenza è geoclimatica, in Spandita Malik diventa invece gesto politico e corporeo. L’artista indiana, basata a New York, intreccia fotografia e artigianato in una pratica corale e femminista che restituisce voce a donne sopravvissute alla violenza domestica. In Jāḷī—Meshes of Resistance, Malik stampa i loro ritratti su khadi, tessuto legato alla resistenza gandhiana, e le invita a ricamarli. Ogni opera è unica, costruita a quattro mani, in un dialogo profondo tra soggetto e fotografa. È così che l’immagine si trasforma in spazio di autodeterminazione: la donna non è più oggetto del racconto, ma autrice della propria rappresentazione. Una delle mostre più intime e radicali dell’intero Festival.

Dalla resistenza politica e corporea di Malik si passa allo sguardo che custodisce e preserva il fragile nell’opera di Evgenia Arbugaeva. L’artista russa racconta la Siberia artica con uno stile sospeso tra il reportage e la fiaba. I suoi scatti – colorati, onirici, pervasi di silenzio – trasportano lo spettatore in un altrove incantato, dove la realtà sembra sciogliersi nella luce. In un tempo accelerato e caotico, Arbugaeva ci invita a rallentare, ad ascoltare i ritmi lenti della natura, a riconoscere la bellezza fragile dell’invisibile. È forse questa una delle geografie più sottili e preziose: quella che sfugge, quella che resta negli occhi quando la luce si spegne. A cura di Manila Camarini. 

Un invito al silenzio e all’ascolto che ritroviamo anche in Doppia Uso Singola, il progetto di Lorenzo Urciullo – in arte Colapesce – a cura di Patricia Armocida, che porta per la prima volta in un festival di fotografia il suo universo visivo. Cantautore tra i più originali e apprezzati della scena musicale italiana, autore di graphic novel, spettacoli teatrali e colonne sonore, Colapesce firma con Doppia Uso Singola un lavoro fotografico intimo e stratificato, nato da oltre dieci anni di scatti raccolti durante viaggi, tournée, ritorni a casa. Camere d’albergo vuote, oggetti dimenticati, interni familiari: in queste immagini si riflettono la solitudine, il transito, la costruzione dell’identità in un tempo incerto e nomade. Nessuna figura è presente, eppure ogni spazio è carico di tracce umane, di tensione affettiva, di storie invisibili. Tra malinconia e pudore, queste immagini raccontano la solitudine come condizione esistenziale, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, la vita in transito di chi è sempre altrove. 

Accanto ai progetti già citati, il percorso espositivo comprende una selezione di mostre che approfondiscono temi chiave del presente. La tedesca Barbara Diener esplora il desiderio di appartenenza e la spiritualità nelle comunità rurali tra Europa e Stati Uniti. L’iraniano Khashayar Javanmardi documenta l’agonia ecologica del Mar Caspio, lago senza sbocco minacciato dall’inazione politica. L’italiana Roselena Ramistella, attraverso un viaggio a dorso di mulo nei sentieri montani della Sicilia, restituisce un ritratto autentico della vita rurale contemporanea. Il franco-palestinese Taysir Batniji indaga il senso di perdita e l’esilio attraverso le chiavi di casa di chi ha dovuto abbandonare Gaza. La mostra collettiva “Oltre la soglia”, in occasione degli 80 anni della cooperativa Cocif, intreccia archivi e immagini contemporanee in un progetto inedito firmato da Mario Cresci.

Completano il programma i lavori premiati di Federico Estol (Uruguay), Aleks Ucaj (Albania/Italia) e Fabio Domenicali (Italia), il racconto corale dell’alluvione in Romagna, i laboratori con le scuole, e due importanti omaggi a Marco Pesaresi: uno dedicato al legame con la città di Bellaria Igea Marina, mentre l’altro – che si svolgerà a Rimini – è ispirato al libro Rimini di Pier Vittorio Tondelli ed è concepito come un dialogo tra il suo testo e le fotografie di Marco.

Dal 12 Settembre 2025 al 28 Settembre 2025 – Savignano sul Rubicone (FC)

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Ragusa Foto Festival 2025

Cristina Vatielli, dalla serie Terra Mater
© Cristina Vatielli | Cristina Vatielli, dalla serie Terra Mater

Un intero quartiere che si trasforma in una galleria d’arte contemporanea nel cuore del barocco ibleo, nel Val di Noto. Ragusa Ibla, tra i borghi più suggestivi d’Italia, assume il ruolo di una destinazione culturale dove la bellezza della Sicilia dialoga con la fotografia contemporanea internazionale. È questo lo scenario del Ragusa Foto Festival, prima rassegna siciliana di respiro internazionale dedicata ai diversi linguaggi della fotografia contemporanea e alla valorizzazione dei giovani artisti. In questi anni il Festival, ideato e diretto da Stefania Paxhia, giornalista e ricercatrice sociale, ha saputo unire la ricerca artistica all’attenzione per il territorio, trasformando Ibla, quartiere più antico della città, in una vera e propria piattaforma espositiva diffusa tra i magnifici palazzi iconici – Palazzo Cosentini, Palazzo La Rocca, Auditorium San Vincenzo Ferreri – e i luoghi della vita quotidiana, come il Giardino Ibleo, cuore verde e quartier generale del Festival.

Patrocinata dalla Commissione Italiana UNESCO
, la tredicesima edizione, “Oltre l’apparenza”, sotto la direzione artistica di Massimo Siragusa, fotografo e docente di fotografia, in programma dal 28 agosto al 28 settembre, apre con quattro giornate inaugurali – dal 28 al 31 agosto – e un programma ricco di appuntamenti. Talk, letture portfolio, premi, workshop, seminari, proiezioni, visite guidate e presentazioni di libri, animeranno il lungo weekend insieme ad autori, critici, fotografi, curatori e professionisti del settore, provenienti da tutta Europa, per incontrare tanti giovani e appassionati di fotografia.
Grazie alla capacità della fotografia di rendere visibile ciò che spesso diamo per scontato, Jessica BackhausStefano De LuigiCharles FrégerMaria LaxMaud RallièreAlessia RolloJohannes Seyerlein e Cristina Vatielli sono gli artisti in mostra che ci offriranno la loro visione sul tema di quest’anno. Insieme al progetto dedicato al territorio di Francesca Todde, giovane artista di respiro internazionale, in Residenza a Ragusa grazie al sostegno di Fondazione “Cesare e Doris Zipelli” della Banca Agricola Popolare di Sicilia.

Tra i progetti esposti, il corto “Compagni di Viaggio”, diretto da Sara De Martino e prodotto da Fondazione Con il Sud; grazie alla collaborazione con lo IED di Roma (Istituto Europeo di Design), un lavoro interdisciplinare sul tema di quest’anno, realizzato dagli studenti del II° anno, per offrire una concreta opportunità di crescita professionale e creativa. In mostra la vincitrice del premio Miglior Portfolio 2024, Flora Mariniello, e il progetto in menzione di Antonello Ferrara.

Inoltre, quest’anno saranno in mostra i progetti selezionati con due call internazionali che hanno raggiunto un risultato sorprendente, che attesta l’attenzione e la partecipazione diffusa in tutto il mondo ed evidenzia la voglia di esporre al Ragusa Foto Festival. Andrew RovenkoDanae PanagiotidiMelisa OechsleO’Shaughnessy Francis e Cataldo – De Marzo sono i fotografi selezionati tra 250 candidature per la call dedicata alla fotografia analogica, realizzata insieme al collettivo Analog Milano. Risultato importante anche per la call dedicata al Circuito OFF del Festival, curata da Alfredo Corrao e da Emanuela Alfanocon la collaborazione del Circolo Fotografico ASA 25 di Vittoria (Rg), con 148 candidature e un totale di 625 immagini inviateda tutto il mondo, segno tangibile di un dialogo costante tra visioni locali e sguardi globali. Circa 40 gli autori selezionati che saranno esposti sia on line, in un’apposita sezione del sito del Festival, sia presso le diverse realtà che hanno aderito al progetto del Circuito Off.

Tra gli appuntamenti imperdibili delle giornate inaugurali, la presentazione della riedizione del libro “Viaggio in Italia”diLuigi Ghirri, in collaborazione con il MUFOCO, Museo della Fotografia Contemporanea, presentata dal curatore Matteo Balduzzi e da Carmelo Arezzo, presidente della Fondazione Cesare e Doris Zipelli di Baps, seguita dalla proiezione del film “Viaggio in Italia vent’anni dopo”.

Occasione preziosa per aspiranti fotografi e appassionati per confrontarsi con esperti, sono le Letture Portfolio che culminano con l’assegnazione del Premio Miglior Portfolio, un premio in denaro e l’esposizione del progetto vincitore nella prossima edizione del festival. I lettori di quest’anno rappresentano un panorama ricco e autorevole della scena fotografica contemporanea: Benedetta Donato, curatrice e direttrice del Premio Romano Cagnoni Award; Denis Curti, curatore delle Stanze della Fotografia di Venezia; Jessica Backhaus artista e fotografa internazionale; Tiziana Faraoni,photo editor de L’Espresso; Irene Alison, curatrice del “Rifugio Digitale” di Firenze e fotografa; Claudio Corrivetti, fondatore di Postcart Edizioni; Alessia Paladini, curatrice e fondatrice della Alessia Paladini Gallery; Paola Sammartano, inviata del magazine internazionale  “L’Oeil de la Photographie”.

Dal 28 Agosto 2025 al 28 Settembre 2025 – Ragusa – Sedi varie

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Grenze Arsenali Fotografici. VII Edizione

Tianyu Wang, Hidng and Seeking
© Tianyu Wang | Tianyu Wang, Hiding and Seeking

Inaugura venerdì19settembre a Verona l’ottava edizione del Festival Grenze-Arsenali Fotografici, il festival Internazionale di Fotografia che coinvolge il quartiere di Veronetta e il Bastione delle Maddalene.
Il concept di quest’anno è “Anfällig”, cagionevolevulnerabilefragile, da un momento all’altro può cadere o ricadere.  Non siamo del tutto guariti ma ritorniamo nel mondo con una nuova delicatezza.
Il concept di Grenze 2025 – pensato dalla direzione artistica di Francesca Marra e Simone Azzoni – propone di esplorare la debolezza insita nelle cose, nelle persone e nelle situazioni quotidiane. Interpretare come la fragilità si manifesti, sfumando il confine tra la vita e la sua instabilità.
“Cagionevole”, dal latino causionabilis, “che può essere causato”. Siamo indeboliti dalle incertezze, influenzati, e influenzabili dal dubbio. Precari, con l’equilibrio sempre in bilico. Difficile affrontare le sfide con stabilità e forza, fermezza. Nell’apparente sicurezza, siamo minacciati e non possiamo resistere.
“Cagionevole” diventa così l’esposizione nuda alla bellezza nella debolezza, senza nascondere la sofferenza o l’incertezza che essa comporta. La fotografia diventa uno strumento per trasformare la fragilità in parte essenziale e inevitabile della nostra umanità.
Il Festival è organizzato in collaborazione con Assessorato ai Rapporti UNESCO e l’Assessorato alla Cultura – Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri del Comune di Verona.
Ad affiancare la direzione artistica ci sarà la curatela di Erik Kessels, artista, designer e curatore olandese. Colleziona fotografie che trova nei mercati delle pulci, nelle fiere, nei negozi dell’usato, ricontestualizzandole e pubblicandole con KesselsKramer Publishing. “Un maestro nel trovare vecchi album di famiglia, mostrandoceli sotto un nuovo volto, nella loro mondana bellezza e stranezza. È interessato dalle storie contenute nelle fotografie, piuttosto che dalle fotografie in sé”.
MAIN PROJECT Progetto d’eccezione all’ottava edizione del festival sarà Vida Detenida di Pedro Almodóvar. La mostra in esclusiva assoluta per l’Italia, raccoglie Still Life di oggetti quotidiani tolti dallo splendore del Pop cinematografico del regista spagnolo e abbandonati ad un riposo, ad una quiete domestica che ne rivela la malinconica e solitaria natura.
Le opere sono gentilmente prestate da Opera Gallery di Madrid. Abbinato alla mostra, curata da Simone Azzoni, il catalogo di LazyDogPress.
La mostra sarà allestita nello spazio de Il Meccanico di Via San Vitale 2b.
MAIN SECTION ➔    Bastione delle Maddalene – Vicolo Madonnina 12
Quattro i progetti esposti al Bastione selezionati dalla call:
◆     Nuno Alexandre Serrão con IcebergsUnderstanding the world by travelling inward:
un progetto intimista, sulla solitudine, sui mondi chiusi al di là dei silenzi, a cura di Simone Azzoni.

◆     FrédériqueDimarco con EIDOLONS: è una riflessione sul risvegliare gli occhi alla vulnerabilità del mondo in cui viviamo e a catturare, anche solo per un istante, la connessione con gli elementi e con il vivente. In relazione ai disturbi visivi, la fotografa sviluppa una tensione tra apparizione e scomparsa. A cura di Francesca Marra.
◆     Tianyu Wang con Hiding and Seeking che utilizza la performance art come processo creativo e le immagini come mezzo per far riflettere sulla violenza. A cura di Erik Kessel.
◆     Florine Thiebaud con COMING BACK, in cui l’artista dà voce ad un tremendo tumulto interiore. A cura di Erik Kessel.
➔    Prosegue invece la collaborazione e la rete con altre realtà Internazionali che si occupano di fotografia con i progetti
◆     Katarina Marković con InPassing – in collaborazione con Belgrade Photo Month e Sarajevo Photography Festival.
◆     Emanuela Cherchi con Tumbarino, selezionato dal Premio MUSA.
➔    – Il Meccanico, Via San Vitale 2B
◆     Alfio Tommasini con Via Lactea. L’autore ha visitato per lo più piccoli agricoltori e allevatori di bovini nelle Alpi e nelle Prealpi, nonché i grandi laboratori di latte e di inseminazione in Svizzera. Via Lactea presenta paesaggi che si estendono attraverso cinque inverni, oltre a dettagliati e al tempo stesso intimi e pittorici, ritratti di contadini e animali da fattoria. Tommasini intraprende uno studio visivo del rapporto tra uomo, animali e topografia nel contesto di un’agricoltura e di un’industria casearia in rapida evoluzione e sempre più meccanizzata.
SEZIONE OFF La sezione a cura di Lisangela Perigozzo arriva quest’anno a Veronetta.
Negozi, bar e locali ospiteranno durante tutto il festival i progetti di
●      Francesco Anderloni con Suspensia

●      Toby Binder con Common future for a Divided Youth

●      Federica Carducci con Yet still, rebirth. In the ordinary ache of waking

●      Francisco Macfarlane con Codificaciones

●      Marco Sempreboni con Impermanenze

●      Romina Zanon con Disperso e presente

Il progetto URBAN celebra la prima sinergia d’intenti tra Grenze e Tocatì:
➔    fotografia manifesta / poster photography.
In collaborazione con AssociazioneGiochiAntichi: nel quartiere di Veronetta saranno affissi i manifesti con uno dei celebri scatti di Dario Mitidieri, “Children playing in Gorazde, Bosnia 1995”: due bambini che nonostante la guerra, scendono da una discesa su un carrettino di legno.

Dal 19 Settembre 2025 al 20 Ottobre 2025 – Bastione delle Maddalene – Verona

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PASSAGGI. Mario Giacomelli e Simone Massi

n occasione del centenario della nascita del Maestro della fotografia del Novecento Mario Giacomelli, il Premio nazionale Gentile da Fabriano e l’Associazione Gentile Premio presentano a Zona Conce a Fabriano, dal 21 giugno al 19 ottobre 2025, la mostra “Passaggi. Mario Giacomelli e Simone Massi” curata da Gianluigi Colin e Galliano Crinella: un inedito confronto tra il celebre fotografo e Simone Massi illustratore, autore, regista e maestro dell’animazione, entrambi marchigiani. Due linguaggi, lontani cronologicamente ma estremamente connessi nella rappresentazione della realtà, che svelano affinità elettive.

La mostra, resa possibile dal contributo di Diatech Pharmacogenetics, realizzata in collaborazione con l’Archivio Mario Giacomelli, Carifac’Arte e Zona Conce e con il patrocinio del Consiglio Regionale delle Marche e il Comune di Fabriano Città Creativa UNESCO, sarà l’unica esposizione nella regione Marche che durante l’estate e parte dell’autunno celebrerà Mario Giacomelli, artista cui le Marche hanno dato i natali e che nella sua opera ha raccontato costantemente il territorio marchigiano e le sue radici.

L’esposizione fabrianese vuole essere un tentativo di dare una rappresentazione dell’opera di Giacomelli che va oltre il paesaggio e per questo è stata messa a confronto con le illustrazioni di Simone Massi.

Mario Giacomelli (Senigallia, 1925 – Senigallia, 2000), al quale nel 1997 fu conferito dal Sen. Prof. Carlo Bo il Premio nazionale Gentile da Fabriano alla sua prima edizione, è un fotografo conosciuto e celebrato a livello internazionale. Simone Massi (Pergola, 1970), è un artista che lavora per il cinema, considerato oggi uno dei principali autori di cortometraggi di animazione italiani nel mondo, vincitore di un “David di Donatello”, quattro “Nastri d’Argento” e un Premio “Ennio Flaiano”, oltre che autore della sigla di tre edizioni della “Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia”.

In mostra 35 immagini dalle serie più iconiche di Mario Giacomelli come “Storie di terra”, i seminaristi di “Io non ho mani che mi accarezzino il volto”, “La buona terra”, ma anche “Scanno” e “Lourdes”. Ad affiancarle, altrettanti disegni a matita e pastelli di Simone Massi, che ritrae raschiando, quasi incidendo, la stessa terra, gli stessi volti e le stesse passioni.

Dal 21 giugno al 19 ottobre 2025 – Zona Conce – Fabriano (AN)

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Il Sole Nero. La fotografia africana dal periodo delle indipendenze ai giorni nostri

Il Sole Nero. La fotografia africana dal periodo delle indipendenze ai giorni nostri, Maschio Angioino, Napoli

In occasione del suo anniversario millenario, Napoli si presenta al mondo come una città che guarda al futuro attraverso il dialogo culturale. Il progetto Il Sole Nero si propone come una piattaforma culturale articolata tra Napoli e il continente africano, valorizzando il ruolo della città partenopea come crocevia di culture mediterranee e ponte naturale verso il Sud globale.

Dall’11 agosto al 24 settembre, le Antisale dei Baroni del Maschio Angioino ospitano l’esposizione principale, dedicata alla fotografia africana dal periodo delle indipendenze ai giorni nostri, con oltre 250 opere di 44 artisti e studi fotografici da tutto il continente.

Prodotta da Andrea Aragosa per BlackArt, la mostra è curata da Simon Njami, in collaborazione con Carla Travierso e Alessandro Romanini, con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e del Comitato Neapolis 2500, in collaborazione con il Comune di Napoli e le Università Federico II e L’Orientale. Il Museo delle Civiltà di Roma ha concesso il patrocinio.

Accanto alla sede napoletana, il progetto prevede una seconda fase internazionale, attuata attraverso la rete degli Istituti Italiani di Cultura, dedicata alla dimensione immateriale, rituale e sonora della relazione tra Napoli e l’Africa. E’ in questo quadro che si inserisce la performance musicale in Africa di Enzo Avitabile, concepita come gesto di restituzione e attraversamento simbolico: una musica frutto di una ricerca delle proprie radici ma fortemente connessa con il continente africano e che restituisce e ricollega ciò che la modernità coloniale ha spezzato. Nell’occasione sarà proiettato un video con i contenuti della mostra Il Sole Nero, presso un Istituto italiano in Africa.
Una conferenza istituzionale, aperta al pubblico, con la partecipazione di Simon Njami ed Enzo Avitabile è prevista il giorno 17 settembre presso gli spazi espositivi del Maschio Angioino a Napoli.
Il Sole Nero si configura così come un progetto bilaterale che collega territori, linguaggi e sensibilità, promuovendo una narrazione culturale condivisa tra l’Italia e l’Africa. Un’iniziativa che riflette lo spirito di Neapolis 2500 e le direttrici del Piano Mattei, contribuendo a rafforzare la presenza culturale italiana nei Paesi partner e offrendo a Napoli un ruolo da protagonista nel disegnare nuove geografie della cooperazione culturale.

Illuminanti le parole di Simon Njami: « È impossibile parlare dell’Africa. È impossibile parlarne nei termini convenzionali del mondo dell’arte o dell’Accademia. Perché l’Africa, fin dagli albori dei tempi, è fantasia. Un contenitore fantastico in cui ognuno deposita le proprie angosce, paure o desideri. Come possiamo dunque narrare questo spazio contraddittorio? Come possiamo parlarne nella sua storia e geografia senza rivedere il nostro passato e mettere in discussione ciò che credevamo di aver capito? È fondamentale “disimparare l’Africa”. Ricostruirla con nuovi strumenti. E questi strumenti dipendono dalla contemporaneità. Solo il contemporaneo può tentare di rendere la molteplicità delle dimensioni di un territorio oscuro attraverso la sua trasparenza. Trasparente perché oscuro. ».

Il contributo teorico di Carla Travierso guida la lettura curatoriale della mostra: «Nel contesto post-coloniale, la fotografia africana si afferma come strumento critico e poetico, capace di raccontare un tempo “altro”, che attraversa la frattura storica senza rimuoverla. Non cerca di emulare estetiche europee né di rispondere a immaginari esotici: diventa invece spazio di confronto con l’invisibile e con ciò che la storia ha reso indicibile. Diventa luogo di riconciliazione: non semplice rappresentazione, ma pratica capace di mettere in discussione narrazioni consolidate, genealogie identitarie, categorie estetiche, geografie di appartenenza».

Come osserva la dottoressa Marilù Faraone Mennella, membro del Comitato Neapolis 2500: «Napoli, città plurale e crocevia di saperi e culture, ha oggi l’opportunità di rileggere criticamente la propria storia, mettendo a fuoco la persistenza di immaginari e disuguaglianze. Il Sole Nero, in questa cornice, diventa parte integrante della riflessione che la città propone su sé stessa in occasione del suo anniversario millenario. Una riflessione non celebrativa, ma consapevole, capace di fare della memoria uno strumento attivo e del passato un terreno di confronto».

Il Prefetto di Napoli e presidente del Comitato Neapolis 2500, Michele Di Bari, aggiunge: «In un momento in cui il Mediterraneo è attraversato da tensioni, migrazioni e sfide complesse, Napoli riafferma il suo ruolo di città-ponte: un luogo di dialogo e confronto con l’Africa contemporanea e la sua diaspora. Crediamo che solo attraverso una profonda conoscenza del passato e una cultura inclusiva, radicata nel rispetto e nel dialogo, si possa costruire una società più equa e aperta, capace di affrontare con coraggio le sfide del presente e del futuro».

Il Sole Nero partecipa alla ridefinizione del ruolo culturale di Napoli nello scenario internazionale, offrendo uno spazio di confronto, consapevolezza e rigenerazione culturale.

La mostra raccoglie in 91 cornici più di 250 opere di 44 artisti e studi fotografici. Tra questi: Omar Said Bakor, N.V. Parek, Malik Sidibé, Mama Casset, Salla Casset, Seydou Keita, Ambroise Ngaimoko, Jean Depara, Sanlé Sory, Studio Venavi, Tidiani Shitou, J.D. Okhai Ojeikere, Mory Bamba, Oumar Ly, Sanou Bakari, Bassirou Sanni, Cornelius Azaglo, Francis Ahehehinnou, Michel Kameni, Mombasa Studio, Adama Kouyaté, Ricardo Rangel, Adeghola Photo, Clement Fumey, Danisco Studio, Ali Maiga, Photo Sedab, Studio Mehomey, Studio Kwanyainchi, K.W. Ambroise, Studio Begbawa, W.K. Jerome, Islam Photo, M.A. Aliou, Maison Osseni, Photo Belami.

Dal 11 Agosto 2025 al 24 Settembre 2025 – Castel Nuovo – Maschio Angioino – Napoli

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Storia di una fotografia – Richard Prince – Untitled (Cowboy) –

Buongiorno, ecco un’altra fotografia che mi ha fatto molto ragionare, buona giornata

Sara

FOTOGRAFIA di Richard Prince – Untitled (Cowboy) – Anno 2001-2002

La serie “Cowboy” di Richard Prince, presentata tra il 2001 e il 2002, ha scatenato un vero e proprio terremoto nel mondo dell’arte, ponendo interrogativi fondamentali sull’originalità e la proprietà intellettuale. Prince, con un gesto che ha diviso critica e pubblico, ha ri-fotografato immagini pubblicitarie della Marlboro Man, l’iconico cowboy simbolo del marchio di sigarette, senza richiedere il permesso ai fotografi originali. Queste immagini, rielaborate e presentate come opere d’arte, hanno dato vita a un acceso dibattito che perdura ancora oggi.

La questione centrale ruota attorno al concetto di “fair use”, l’utilizzo legittimo di materiale protetto da copyright. Prince ha sostenuto che la sua opera rientrava in questa categoria, trasformando immagini esistenti in qualcosa di nuovo e originale. Tuttavia, molti hanno visto in questa operazione una violazione del diritto d’autore e un’appropriazione indebita del lavoro altrui. Il caso ha sollevato interrogativi cruciali sulla natura stessa dell’arte nell’era della riproduzione digitale: cosa significa essere un artista originale? Dove si colloca il confine tra ispirazione e plagio?

Un aspetto particolarmente controverso è stato il successo commerciale delle opere di Prince. Alcune delle sue fotografie “Cowboy” sono state vendute a cifre astronomiche, nonostante non fossero scatti originali. Questo ha alimentato ulteriormente la polemica, mettendo in discussione il valore dell’arte e il ruolo del mercato.

Indipendentemente dalle opinioni individuali, è innegabile che la serie “Cowboy” abbia avuto un impatto significativo sull’arte contemporanea. Prince ha sfidato le convenzioni, costringendo il mondo dell’arte a confrontarsi con questioni fondamentali sulla creatività e la proprietà intellettuale. La sua opera ha influenzato generazioni di artisti, aprendo nuove strade all’esplorazione dell’appropriazione e della ri-fotografia.

Biografia di Richard Prince:

Richard Prince, nato nel 1949 a Panama, è un artista americano noto per il suo lavoro di appropriazione di immagini e testi. La sua carriera è stata caratterizzata da una costante provocazione e dalla messa in discussione dei concetti di originalità e proprietà intellettuale. Prince ha iniziato la sua carriera negli anni ’70, ri-fotografando immagini pubblicitarie e fotografie di altri artisti. Le sue opere esplorano temi come l’identità, la celebrità e la cultura di massa, spesso con un tono ironico e dissacrante. Prince ha esposto in musei di tutto il mondo e le sue opere sono state oggetto di numerose mostre personali e collettive.

In qualità di fondatrice di Musa Fotografia, una scuola dedicata all’arte della fotografia, desidero chiarire l’utilizzo di immagini di grandi autori sul mio blog.

Le fotografie di maestri, che appaiono nei miei articoli, sono utilizzate esclusivamente a scopo didattico e divulgativo. Il mio intento è quello di analizzare e condividere la bellezza e la tecnica e la storia di queste opere con i miei studenti e con tutti gli appassionati di fotografia.

Tengo a sottolineare che:

Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità.
Gli articoli sono scritti con intenti didattici. L’obiettivo è quello di fornire spunti di riflessione e di approfondimento sulla storia della fotografia e sulle diverse tecniche utilizzate dai grandi maestri.
Il mio impegno è verso la diffusione della cultura fotografica. Credo che l’analisi di opere significative sia fondamentale per la crescita e l’apprendimento di ogni fotografo.
Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.

Spero che questa dichiarazione possa chiarire il mio approccio e la mia passione per la fotografia.

Mostre di fotografia consigliate per agosto

Ciao, date un’occhiata alle mostre in programma ad agosto. Sia che siate in spiaggia che rimaniate in città, ce ne sono di interessantissime!

Buone vacanze!

Anna

Les Rencontres d’Arles – Disobedient Images

“Our identities (…) aren’t rooted in a single territory. They extend, crossbreed, shift and constantly recreate themselves”.
In the spirit of the thought of Édouard Glissant, who extols the intertwining of cultures and the richness of encounters, this new edition of the festival proposes the exploration of the image in polyphonic form. Here, photography is not limited to an exoticizing gaze: it inscribes the elsewhere in a dynamic of exchange and ‘cultural translation’, extending the reflection of the anthropologist Alban Bensa. Photography is thus envisioned as an instrument of resistance, testimony, and social transformation in the face of contemporary crises.

Commitment pervades the entire program of this 56th edition. From Australia to Brazil, through North America and the Caribbean, while the world is shaken by rising nationalism, nihilism and environmental crises, the photographic perspectives presented offer a crucial counterpoint to the prevailing discourse, celebrating the diversity of cultures, genders and origins.

Through a dialogue between contemporary and emerging art, vernacular photography and modernism, the exhibitions presented as part of the Brazil-France 2025 Season celebrate the artistic vigor of the Latin American country. Ancestral Futures proffers a reflection on memory and identity: through a reinterpretation of visual archives, the artists question the colonial legacy and the struggles of the Afro-Brazilian, indigenous and LGBTQIA+ communities. Through a critical lens, they redefine representations, opening new perspectives on history and the future, while the debates on the restitution of patrimony and the rewriting of founding narratives intensify. In Retratistas do Morro, the daily life of the Serra community in Belo Horizonte, Brazil’s largest and oldest favela, is revealed through a collection of 250,000 negatives by photographers João Mendes and Afonso Pimenta. This dynamic is further explored in the exhibition dedicated to Claudia Andujar, whose activism is rooted in the struggles of the 1960s and 70s, before she devoted her work to the indigenous Yanomami people. Fort its part, the Foto Cine Clube Bandeirante (FCCB), founded in São Paulo in 1939 illustrates a pivotal period in Brazilian modernist photography, influenced by Neo-Concrete Art, Cinema Novo and Bossa Nova.

Another continent discloses a fascinating panorama of its photographic creation, from works by indigenous artists to its contemporary art scene. On Country: Photography from Australia explores the deep and spiritual relationship that Aboriginal people have with their land, which extends far beyond the merely geographical. In transcending colonial history and modernity, this bond is expressed through works in which photography becomes a tool of transmission and resilience in the face of climatic and political disturbances that threaten this cultural legacy.

The question of territories and their transformations extends to other geographical areas. U.S. Route 1 revisits Berenice Abbott’s unfinished project:  Anna Fox and Karen Knorr explore the mythical road between Maine and Florida, exposing the economic fractures, migration crises and identity tensions exacerbated by recent political turmoil.

With Raphaëlle Peria, winner of the BMW Art Makers program, the crossing of an expanse of territory is evoked through childhood memories, leading us to the banks of the Canal du Midi.

The exhibition dedicated to the foundational work of Louis Stettner links the American and European continents, exploring his role as a bridge between American Street Photography and French Humanist vision. Through 150 images and previously unpublished documents, his social and political commitment and the diversity of his artistic experiments are revealed from a fresh perspective. His images convey a deep sensitivity to social realities, an approach similarly found in the work of Letizia Battaglia. The Italian artist has captured the violence of the Sicilian Mafia with unrivalled intensity, while magnifying the beauty and vitality of Palermo. Her work resonates in the face of growing threats to investigative journalism and press freedom, a delicate issue also tackled by Carine Krecké, winner of the Luxembourg Photography Award, who questions how we comprehend information and remember conflicts.

Among the outstanding participants of this edition, Nan Goldin, winner of the 2025 Kering Women in Motion Award and emblematic figure of the festival, returns with a new proposal that reflects her unique, uncompromising visual style, focusing specifically on the bonds of family and friendship. What connects individuals hinges on complex relationships. Diana Markosian, Keisha Scarville, Camille Lévêque and Erica Lennard explore these diverse ties, forged by social, cultural and political dynamics. The works of Carmen Winant, Carol Newhouse and Lila Neutre redraw the contours of the notion of kinship. By integrating identitary and emotional legacies, they challenge the boundaries between biological and elected family.

Agnès Geoffray’s work on the reformatories for underage girls in France questions our relationship to history in a memorial register marked by acts of rebellion and emancipatory aspirations. Through photographic and textual re-compositions, she gives voice and presence to those who were labeled ‘uneducable’. In querying the social norms of her time, she brings to light ignored layers of the past.

In the wake of these forgotten narratives, the richness of anonymous images is made manifest through the Marion and Philippe Jacquier Collection. Comprising nearly 10,000 anonymous and amateur prints, it offers a vast corpus of visual stories that combine the intimate, the documentary, and the peculiar. This exploration of vernacular photography reveals fragments of past lives and snapshots of the everyday.

The exhibition Yves Saint Laurent and Photography, formed in collaboration with the Musée Yves Saint Laurent Paris and based on its collections, embodies the intertwining of photography and other disciplines. It offers an immersion into the world of the couturier, exploring his relationship with the photographers of his time, and his inner inspirations. Between rigor and graphic daring, his fashion finds a new dimension in photography, oscillating between thought and feeling.

Finally, the Festival upholds its commitment to showcasing emerging talent. The Louis Roederer Foundation 2025 Discovery Award exhibition, curated by César González-Aguirre, continues its exploration of contemporary issues in photography and returns to the Espace Monoprix venue.

Together with Aurélie de Lanlay and the entire Festival team, we look forward to welcoming you in Arles from 7 July to discover a vigorous and committed edition. More than ever, the image asserts itself as a space for awareness and reinvention.

From July 7 to October 5 – Arles

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WILLIAM KLEIN – encore. still. ancóra

William Klein, Simone + Nina, Piazza di Spagna, Rome (Vogue), 1960 - courtesy © the artist | Ikona Gallery, Venezia
William Klein, Simone + Nina, Piazza di Spagna, Rome (Vogue), 1960 – courtesy © the artist | Ikona Gallery, Venezia

Il 28 luglio 2025, Ikona Gallery inaugura la mostra WILLIAM KLEIN – encore. still. ancóra, una personale dedicata al fotografo a quarantasei anni esatti dall’apertura della galleria, avvenuta il 28 luglio 1979.

William Klein, già presentato da Ikona Photo Gallery a Venezia nel 1981, ritorna ora con una selezione di sedici stampe originali in bianco e nero, provenienti dallo Studio Klein di Parigi. Le immagini scelte, dedicate ai temi delle città (New York, Mosca, Tokyo, Roma) e della Moda, raccontano una fotografia che ancóra – e sempre – afferma e condensa in sé l’avanguardia, la complessità e il contraddittorio.

Il sottotitolo di questa esposizione – encore. still. ancóra – esprime la continuità e il cambiamento.Tornare alla fotografia, che Ikona Gallery ha sempre messo in luce in questi quarantasei anni di presenza, significa affermare attraverso l’immagine, il significato di un avverbio che tanto parla di Klein quanto di Ikona. Significa inoltre proseguire nell’azione del presentare per chiedersi ancóra quale senso abbia fare, esporre e guardare la fotografia oggi. È significativo riconoscere nell’opera di William Klein un ideogramma dell’inedito che offre la chiave potente per dischiudere nuove letture della realtà.

Con questo sguardo, Ikona Gallery sceglie di esserci – encore, still, ancóra – nell’odierno nuovo capitolo di presenze a Venezia.

Dal 28 luglio 2025 al 30 novembre 2025 – Ikona Gallery – Venezia

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Luigi Ghirri. Blu Infinito. In viaggio con Gianni Celati e Giacomo Leopardi

Ph. Luigi Ghirri
Ph. Luigi Ghirri

Luigi Ghirri approda al MARV: un evento di rilevanza nazionale nel cuore delle Marche
Una mostra inedita, un intreccio magistrale tra fotografia, cinema, poesia e paesaggio. Dal 12 luglio al 21 settembre 2025, il MARV – Museo d’Arte Rubini Vesin di Gradara presenta Luigi Ghirri. Blu Infinito. In viaggio con Gianni Celati e Giacomo Leopardi: un progetto espositivo di straordinaria rilevanza, che propone per la prima volta al pubblico 84 fotografie inedite del maestro emiliano, donate a una collezione privata dallo stesso autore e oggi rese per la prima volta visibili con il consenso della Fondazione Luigi Ghirri.

La mostra, curata da Luca Baroni, direttore della Rete Museale Marche Nord, nasce da una ricerca pluriennale condotta nei primi anni ’90 da Luigi Ghirri e Gianni Celati sul paesaggio padano e sulle sue tensioni poetiche e percettive. Al centro di questa indagine – concretizzata nel documentario Strada provinciale delle anime (1991), diretto da Celati e prodotto dalla casa di produzione Pierrot e la Rosa – vi è un viaggio sospeso tra reale e immaginario, a bordo di una corriera blu carica di amici, parenti, scrittori e musicisti. La pianura attraversata dallo sguardo di Ghirri non è solo uno spazio geografico, ma un territorio dell’anima, costellato di presenze umane, oggetti, dettagli altrimenti invisibili.

Queste fotografie, stampate sotto la supervisione diretta dell’artista, costituiscono un corpus autonomo, rarefatto e potentemente lirico. Le cornici blu scelte da Ghirri per riquadrarle – tema ricorrente che ritorna anche nel titolo della mostra – sono dispositivi visivi e simbolici: evocano il fuori campo, il fantastico, l’altrove inafferrabile dell’immagine e della parola. Come scrive Ghirri stesso, “blu oltremare è dove confluiscono tutti gli azzurri, è l’estremo punto del mondo, è l’altrove che continuamente si sposta”.

Oltre alle fotografie, e grazie al prestito straordinario della Fondo Gianni Celati della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, la mostra propone anche materiali filmici originali, appunti, carte e memorie del lavoro condiviso da Ghirri e Celati in quegli anni. Si ricostruisce così, in una narrazione profonda e delicata, un laboratorio creativo irripetibile che ha segnato la cultura visiva italiana del secondo Novecento.

La mostra  è realizzata con il patrocinio della Regione Marche, della Direzione Regionale Musei Marche, della Fondazione Marche Cultura, della Rocca Demaniale di Gradara e dell’associazione Gradara Contemporanea. Essa rientra tra le attività promosse dal Comune di Gradara e dalla Rete Museale Marche Nord, con la collaborazione del Comune di Apecchio e dell’Associazione Terræ. Il progetto è reso possibile grazie al sostegno del Comune di Gradara, di Gradara Innova s.r.l. e di sponsor privati. Gli allestimenti sono curati da NEXT s.r.l. di Fossombrone.

Ghirri, Leopardi, le Marche: un dialogo mai raccontato
L’intuizione curatoriale che anima Blu Infinito è potente e inedita: accostare lo sguardo di Luigi Ghirri alla visione leopardiana del mondo. Un confronto solo in apparenza paradossale, che invece rivela profonde affinità. Come la celebre “siepe” dell’Infinito diventa soglia tra realtà e immaginazione, così le cornici, le finestre, le ringhiere e i telescopi nelle fotografie di Ghirri si fanno dispositivi visivi per oltrepassare il visibile, per toccare l’altrove. In questo orizzonte simbolico, il blu – che per Ghirri è “l’estremo punto del mondo, l’altrove che continuamente si sposta” – diventa il filo conduttore di una poetica dell’infinito, del desiderio e della meraviglia.

Dal 12 July 2025 al 21 September 2025 – MARV – Museo d’Arte Rubini Vesin

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Razza Umana

Arriva a Milano Marittima Razza Umana, il progetto corale ideato dal grande maestro della fotografia e realizzato grazie agli scatti di Toscani, dei suoi allievi e dei collaboratori. Una serie di fotografie in maxi formato, installate su totem, saranno posizionate su un tratto del lungomare per tutta l’estate, diventando parte di un dialogo visivo con il mare e celebrando la bellezza della diversità. Razza Umana by Oliviero Toscani Studio è uno studio socio-politico, culturale e antropologico che cattura la morfologia delle persone per osservarne peculiarità e caratteristiche, catturando differenze e similitudini. Oliviero Toscani, insieme al suo team, ha girato il mondo ritraendo esseri umani nelle piazze e nelle strade, allestendo di volta in volta uno studio fotografico itinerante e raccogliendo, a oggi, un archivio di circa 100mila immagini. Un corpus che esprime il senso della fotografia di Toscani: “mi commuovo di fronte all’unicità di ogni individuo e per questo fotografo gli esseri umani nelle molteplici espressioni”. 

Da luglio a settembre – Milano Marittima

Franco Carlisi e Francesco Cito. ROMANZO ITALIANO

Francesco Cito, Romanzo italiano - Matrimoni Napoletani
© Francesco Cito | Francesco Cito, Romanzo italiano – Matrimoni Napoletani

Dal 23 luglio al 27 agosto 2025 la Galleria d’Arte Moderna di Catania (GAM) si trasforma in uno spazio di incanto visivo e sonoro per accogliere la mostra-concerto “Romanzo italiano”, un’esperienza artistica che supera il concetto di semplice mostra fotografica e abbraccia la potenza evocativa del suono.

Promossa da GT Art Photo Agency in collaborazione con SMI GroupOperae Milò e il Comune di Catania, “Romanzo Italiano” intreccia le visioni di due maestri della fotografia italiana, Franco Carlisi e Francesco Cito, con l’intensità musicale del pianista e compositore Davide Ferro, che nella serata inaugurale di mercoledì 23 luglio si esibirà in un concerto live che darà voce e respiro alle emozioni evocate dalle opere esposte.

In mostra oltre 120 fotografie in bianco e nero raccontano, in un continuo scambio visivo e narrativo sospeso tra intimità e coralità, il rito nuziale attraverso linguaggi che si allontanano consapevolmente dalla tradizione. Lontani da stereotipi estetici, Carlisi e Cito restituiscono al matrimonio la sua complessità: un microcosmo di dinamiche emotive, aspettative, identità culturali e tensioni sociali. Le loro opere si alternano come voci diverse di un’unica sinfonia visiva componendo un autentico romanzo per immagini con uno sguardo poetico, talvolta ironico e altre volte disilluso, per una rilettura originale, contemporanea e suggestiva del matrimonio.

A rendere la mostra “Romanzo italiano” ancora più coinvolgente è la colonna sonora “Evocazioni”, nata contestualmente al progetto espositivo nel 2023 e composta appositamente dal pianista e compositore Davide Ferro, che ha saputo tradurre in musica la forza emotiva delle fotografie. Trenta brani originali per pianoforte solo danno voce alle immagini e amplificano le suggestioni visive. Un dialogo armonico e coinvolgente tra fotografia e musica, un incontro stimolante tra la visione artistica di due maestri della fotografia e la sensibilità di un compositore capace di trasformare l’emozione visiva in esperienza sonora.
I brani musicali composti di sottofondo che accompagnano la mostra possono essere sempre ascoltati dal pubblico anche dal proprio smartphone, grazie ai QR code facilmente accessibili lungo il percorso.

Dopo essere stati esposti per la prima volta insieme a Palazzo Brancaccio a Roma e al Centro per le Nuove Culture (Mo.Ca) di Brescia, i progetti fotografici di Franco Carlisi e Francesco Cito arrivano alla Galleria d’Arte Moderna di Catania (GAM), per offrire al pubblico un’esperienza visiva immersiva e di particolare impatto emotivo.
Nonostante le loro distinte cifre stilistiche, i due autori affrontano con sorprendente coerenza e sintonia un tema universale e culturalmente radicato come il matrimonio. Ne nasce un racconto visivo insolito e disarmante, capace di esprimere una profonda sensibilità e, al tempo stesso, una commovente leggerezza.

Le fotografie di Franco Carlisi provengono dal progetto “Il Valzer di un giorno”, opera pluripremiata (Premio Bastianelli 2011 e Premio Pisa 2013) che esplora il tema del matrimonio in una Sicilia intima e lontana dai cliché. Le sue immagini, visivamente potenti e quasi barocche per intensità e ricchezza di dettagli, fissano frammenti di vita autentici: un abbraccio improvviso, uno sguardo rubato, una lacrima, la commozione di un genitore.

Andrea Camilleri, nell’introduzione al libro Il Valzer di un giorno, sottolinea come Franco Carlisi sia capace di trasformare la fotografia matrimoniale da un’evanescenza romantica a una rappresentazione vivida e carnale: “L’occhio di Franco Carlisi coglie continuamente dei ‘fuori campo’ e ce li restituisce, direi proprio da narratore, con straordinaria vivezza e intensità. Le foto matrimoniali di solito anelano all’evanescenza, alla leggerezza, alla purezza, alla solennità. Invece, attraverso lo sguardo di Carlisi, tutto diventa carnale, vissuto forte, reale, senza mezze tinte.”

La selezione fotografica di Francesco Cito proviene dal progetto “Matrimoni Napoletani” (o “Neapolitan Wedding”), vincitore del prestigioso World Press Photo nel 1995 (terzo premio nella categoria “Day in the Life”). Anche in questo caso, l’autore si distacca dalla tradizione della fotografia matrimoniale convenzionale, dando vita a un linguaggio visivo unico e fortemente personale.

Con uno sguardo critico e riflessivo, Cito esplora le dinamiche sociali del matrimonio, raccontandole con un approccio che sfida le rappresentazioni più tradizionali, come scritto da Michele Smargiassi nell’introduzione al libro Neapolitan Weddings: “Sposarsi qui non è solo folclore ed esibizione. Non è solo un giorno speciale…è la sospensione dell’ordinario, il trasferimento momentaneo ma radicale di un’intera comunità parentale, amicale, sociale in un’altra dimensione, senza più alcun rapporto con l’esistenza ordinaria di tutti.”

Come per le precedenti edizioni, la mostra a Catania è resa possibile grazie alla preziosa collaborazione di SMI Group, che rinnova il suo impegno a favore dell’arte e della cultura: Per le aziende del gruppo SMI, coltivare una passione significa innanzitutto imparare a rispettare sé stessi, gli altri e l’arte in tutte le sue forme. Iniziative come il progetto espositivo Romanzo italiano – che dopo le tappe di Roma e Brescia approda ora a Catania in una sede altrettanto prestigiosa – offrono un’occasione unica di incontro tra la passione e l’incanto che scaturisce dalle opere di due straordinari artisti.”  (Cesare Pizzuto, CEO).

L’edizione catanese della mostra vede due nuove partnership che hanno un ruolo importante nell’organizzazione: il Comune di Catania, che ha anche scelto di patrocinare l’iniziativa, e l’ente culturale Operae Milò di Catania, operativo sul territorio da 15 anni con finalità di promozione culturale e artistica e di diffusione del Design, dell’Artigianato e delle Arti Decorative.

Dal 23 Luglio 2025 al 27 Agosto 2025 – GAM – Galleria d’Arte Moderna – Catania

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Jacopo Benassi libero!

Jacopo Benassi libero!, Palazzo Ducale, Genova
Jacopo Benassi libero!, Palazzo Ducale, Genova

Con la più grande mostra mai realizzata sul suo lavoro, Palazzo Ducale esplora il mondo di Jacopo Benassi – designato dalla rivista Artribune “artista dell’anno” – in cui si riconoscono tutti i suoi soggetti più noti, dai ritratti ai luoghi della musica underground, dai più banali oggetti del quotidiano fino ai frammenti della natura.

La mostra si concentra sulla produzione recente dell’artista, mettendo a fuoco i passaggi fondamentali che lo hanno condotto allo sviluppo di un linguaggio personale, complesso e riconoscibile in cui si fondono fotografia, scultura e performance. Attraverso una serie di grandi installazioni che intrecciano tra loro alcune delle opere più note di Benassi con altre produzioni inedite, l’esposizione costituisce una profonda interrogazione sul ruolo della fotografia oggi e sulla sua capacità di resistere e confrontarsi con il contemporaneo.

Immagini tagliate, sovrapposte, capovolte e nascoste all’interno di un display di allestimento pensato appositamente per gli spazi di Palazzo Ducale, stimolano gli spettatori a ricercare un proprio punto di vista, frustrandone al contempo le aspettative. Nell’era della iper-visibilità, Benassi usa paradossalmente la fotografia come strumento ambiguo e opaco, che non si limita a dare visibilità al mondo, ma lo frantuma in una serie di visioni oscure e imprevedibili, sul confine tra apparizione e scomparsa.
La mostra sarà accompagnata da una serie di performance live che si svolgeranno in un’area dell’esposizione appositamente allestita.

Il progetto è anticipato da una residenza d’artista all’interno di Palazzo Ducale, che scaturisce da un bando indetto dal Ministero della Cultura. L’Associazione Blu Breeding and Learning Unit – vincitrice della selezione – realizzerà durante la residenza un’opera fotografica che sarà inserita in mostra e che sarà poi donata al Museo di Arte Contemporanea di Villa Croce. Durante la residenza, inoltre, Jacopo Benassi terrà incontri, workshop con studenti e una performance pubblica.

Dal 12 luglio 2025 al 14 settembre 2025 – Palazzo Ducale – Genova

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Olivo Barbieri. tOUR

Olivo Barbieri site specific, Roma 04
© Olivo Barbieri | Olivo Barbieri site specific, Roma 04

Dal 26 giugno al 26 settembre 2025 la Sala Pïana della Biblioteca Malatestiana di Cesena ospita la mostra tOUR, nata dal dialogo tra alcune opere dall’archivio di Olivo Barbieri e una selezione di volumi antichi provenienti dai fondi della stessa biblioteca.

La mostra, promossa dai comuni di Cesena e di Castelfranco Veneto (TV), dall’Università di Bologna e da OMNE Osservatorio Mobile Nord Est, è a cura di Stefania Rössl, Elena Mucelli e Paolo Zanfini e si inserisce nell’ambito del progetto OMNE LAND. Altre tempeste, sostenuto da Strategia Fotografia 2024 e promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

tOUR si sviluppa come un viaggio visivo e neurale che percorre epoche e linguaggi differenti confrontando, forse per la prima volta, l’archivio di un fotografo contemporaneo con un’antichissima biblioteca. Le vedute delle città e delle architetture conservati all’interno dei libri della Malatestiana, intessono relazioni analogiche o dissonanti con le opere contemporanee di Barbieri che, osservando il paesaggio prevalentemente dall’alto, ne mette in luce stratificazioni e trasformazioni.
La mostra nasce dall’incontro tra due mondi: da un lato il paesaggio contemporaneo, fotografato da Barbieri con sguardo analitico, dall’altro le vedute storiche che, assieme alle architetture monumentali contenute nei testi a stampa, portano alla luce un prezioso patrimonio documentale custodito presso la Malatestiana svelandolo proprio in occasione della mostra. A coniugare questi due mondi è l’idea di dettaglio – di paesaggio inteso come frammento – che guida il percorso espositivo offrendo al visitatore un’inconsueta chiave di lettura sull’Italia e sul mondo.

Le opere di Barbieri selezionate descrivono paesaggi urbani e architetture in cui l’inquadratura e l’uso della messa a fuoco selettiva rivelano significati inattesi e latenti. Le rappresentazioni contenute nei volumi antichi allo stesso modo restituiscono attenzione a ciò che spesso sfugge allo sguardo abituale e a sguardi precostituiti.

tOUR
 propone così un percorso che invita a riflettere sul significato dell’immagine, sui fondamenti culturali dell’immaginario e sul valore di uno sguardo critico in grado di svelare un potenziale inesplorato. Il dialogo tra fotografia e archivio, tra contemporaneo e antico, si traduce dunque in un inedito controcampo in cui le immagini di Barbieri e l’iconografia di mappe, vedute e incisioni storiche arricchiscono, confrontandosi, la riflessione sulla rappresentazione e sull’identità del paesaggio.

Per consolidare l’idea di viaggio tra le immagini, oltre alle 39 opere di Barbieri, di cui alcune inedite, la mostra ospita la proiezione LA CITTÀ PERFETTA, un film di 7942 immagini fisse riprese dall’alto, intercalate da partiture cromatiche -RGB- e 22 sequenze filmate da terra, che racconta un’area di 400 km di costa adriatica, da Vasto a Ravenna, attraversando Abruzzi, Marche e Emilia-Romagna, senza cedere a un approccio documentario o descrittivo.

In occasione della mostra sarà pubblicato il volume tOUR, edito da Skinnerboox. Il volume raccoglie immagini, ricerche bibliografiche e saggi critici proponendo un dialogo visivo e concettuale tra antico e contemporaneo.

La mostra tOUR è inserita nel più ampio progetto OMNE LAND. Altre Tempeste, che nell’arco dell’anno prevede diverse iniziative che coinvolgono sedi di eccellenza nella formazione, ricerca e promozione della cultura fotografica.  Il prossimo appuntamento sarà con la mostra “Altre Tempeste” ospitata al Museo Giorgione di Castelfranco Veneto (TV) dal 26 di settembre al 2 novembre 2025.

La mostra presenta in anteprima ed integralmente il nuovo corpus fotografico realizzato da Olivo Barbieri frutto di un’indagine sul paesaggio contemporaneo veneto ispirata alla figura e all’opera di Giorgione.

Avviata nel settembre 2023, la ricerca di Barbieri si concentra sulle trasformazioni urbanistiche, architettoniche e culturali del territorio veneto, intrecciando riferimenti storici e visioni contemporanee. Al centro del progetto, il dialogo tra pittura e fotografia, tra l’eredità simbolica del paesaggio raffigurato da Giorgione e la contemporaneità.

Dal 26 giugno 2025 al 26 settembre 2025 – Biblioteca Malatestiana – Cesena

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Walking Through – Daniele Cinciripini e Serena Marchionni

C’è un modo di camminare che non serve ad arrivare. Così è Walking Through, un archivio aperto, in movimento, che si lascerà attraversare.
Spazio Murat ospita dal 17 luglio al 31 agosto Walking Through, un progetto espositivo del duo Daniele Cinciripini e Serena Marchionni (fondatori di ikonemi), curato da Federica Mambrini. Frutto di un’accurata selezione estrapolata dall’archivio fotografico costituito a partire dal 2018 e in corso, la mostra raccoglie gli esiti di un lungo lavoro di ricerca sul campo, attraverso l’Italia e il tempo. 
Le fotografie in mostra sono il risultato della pratica artistica di ikonemi che nasce dal camminare, dall’andare a piedi come atto estetico e politico, come un modo di essere indifesi, tra le cose. Il paesaggio attraversato è quello ordinario, quotidiano. Lo sguardo attraversa e si lascia attraversare.

Walking Through è un invito a perdersi. A muoversi nella nebbia, nelle crepe, nei margini, nei vuoti. Camminare, in questo progetto, diventa un atto di fiducia.” _ Federica Mambrini, curatrice della mostra

Walking Through Da Palermo a Mazara del Vallo, da Castelfranco Veneto a Padova, passando per l’Adriatico tra San Benedetto del Tronto e Pescara: unisce contesti eterogenei in un archivio pulviscolare e irregolare. 
Le fotografie sono ordinate in sezioni che non seguono gerarchie o cronologie ma affetti. Per ikonemi la fotografia di paesaggio è intesa come pratica percettiva e narrazione aperta. La mostra propone un’installazione che rompe con la linearità e, come nel camminare, accoglie lo sguardo erratico di chi osserva.

Come scrive la curatrice Federica Mambrini nel testo critico:
“Walking Through è un invito […] a rimanere dove nulla è ancora definito. A stare dove le cose non sono ancora chiare, dove la ripetizione non è mai uguale a se stessa e si trasforma in sorpresa. Dove la fotografia non ferma, ma apre, scompone, interroga.”

Walking Through è anche un dispositivo editoriale: un ambiente da abitare fatto di testi, immagini, riflessioni. Naturale prosecuzione della mostra e strumento critico per chi voglia approfondire le pratiche del cammino e della fotografia a esso legata.

dal 17 luglio al 31 agosto – Spazio Murat – Bari

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Lovett/Codagnone. I Only Want You To Love Me

 Lovett/Codagnone, After Roxy, 1998/2015. Courtesy Estate of Lovett/Codagnone
© Lovett/Codagnone | Lovett/Codagnone, After Roxy, 1998/2015. Courtesy Estate of Lovett/Codagnone

Il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea presenta I Only Want You To Love Me, la prima antologica dedicata a Lovett/Codagnone, duo di artisti formatosi nel 1995 e composto da John Lovett (Allentown, Pennsylvania, 1962) e Alessandro Codagnone (Milano, 1967 – New Jersey, 2019).

La mostra, promossa dal Comune di Milano e realizzata in collaborazione con Participant Inc  di New York, è curata da Diego Sileo.

Al PAC saranno esposti alcuni primi lavori fotografici e video, insieme a installazioni scultoree più recenti e cartelloni pubblicitari, oltre a un’opera neon inedita, prodotta appositamente per la mostra.

Nella produzione dei due artisti amore e potere sono protagonisti di un gioco delle parti teso a smascherare i rapporti di forza nelle relazioni interpersonali e nelle strutture sociali. Attraverso fotografia, performance, video, suono e installazione, il loro lavoro fa proprie alcune tattiche di resistenza underground e riflette sui processi di normalizzazione che soffocano le sub-culture, le pratiche di dissenso e l’affermarsi dell’identità individuale. Da qui il costante riferimento a figure radicali per la storia della letteratura, del cinema, del teatro e della musica punk.
Nel 2008, il duo Lovett/Codagnone ha fondato la band CANDIDATE insieme al musicista Michele Pauli.

Dedicata alla memoria di Alessandro Codagnone, la mostra sarà un’occasione unica per comprendere la rilevanza del duo artistico nel panorama internazionale e la sua influenza sulle generazioni successive.

Dal 4 luglio 2025 al 14 settembre 2025 – PAC Padiglione d’Arte Contemporanea – Milano

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Storia di una fotografia “The Situation Room” di Pete Souza

Buongiorno, proseguiamo con la storia di alcune singole fotografie di grandi autori che mi hanno particolarmente colpita negli ultimi anni, spero coinvolgano voi quanto me, ciao.
Sara

“Una fotografia è un frammento di tempo che non ritornerà.” Pete Souza

FOTOGRAFIA di Pete Souza – The Situation Room – Anno 2011

Il Presidente Barack Obama e il Vicepresidente Joe Biden, insieme ai membri della squadra di sicurezza nazionale, ricevono un aggiornamento sulla missione contro Osama bin Laden nella Situation Room della Casa Bianca, il 1° maggio 2011. Nota: un documento classificato presente in questa fotografia è stato oscurato. (Foto ufficiale della Casa Bianca di Pete Souza)

Questa foto non è solo un documento storico, ma un vero e proprio racconto visivo. Souza era presente nella Situation Room della Casa Bianca durante l’operazione Neptune Spear, che portò all’uccisione di Osama bin Laden.
La fotografia mostra il presidente Obama e il suo team in un momento di intensa tensione. Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, si copre la bocca con la mano, un gesto che esprime la gravità del momento.
L’immagine è stata scattata con una macchina fotografica Leica M9, nota per la sua discrezione e la capacità di catturare immagini in condizioni di scarsa illuminazione, un dettaglio cruciale per preservare l’atmosfera della stanza.
Un aneddoto interessante è che, inizialmente, la foto venne scattata con Hillary Clinton che si copriva la bocca, in un secondo momento, dopo che la foto fece il giro del mondo, lei stessa disse che quel suo gesto era dovuto al trattenere un colpo di tosse.
L’impatto:
La fotografia ha avuto un impatto immediato, diventando un simbolo della determinazione americana nella lotta al terrorismo.
Souza ha dichiarato di aver scattato centinaia di foto quel giorno, ma questa in particolare catturava l’essenza del momento.

Biografia

Pete Souza è un fotografo americano noto per il suo lavoro come fotografo ufficiale della Casa Bianca durante le presidenze di Barack Obama e Ronald Reagan. Le sue immagini offrono uno sguardo dietro le quinte della politica americana.

In qualità di fondatrice di Musa Fotografia, una scuola dedicata all’arte della fotografia, desidero chiarire l’utilizzo di immagini di grandi autori sul mio blog.

Le fotografie di maestri, che appaiono nei miei articoli, sono utilizzate esclusivamente a scopo didattico e divulgativo. Il mio intento è quello di analizzare e condividere la bellezza e la tecnica e la storia di queste opere con i miei studenti e con tutti gli appassionati di fotografia.

Tengo a sottolineare che:

Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità.
Gli articoli sono scritti con intenti didattici. L’obiettivo è quello di fornire spunti di riflessione e di approfondimento sulla storia della fotografia e sulle diverse tecniche utilizzate dai grandi maestri.
Il mio impegno è verso la diffusione della cultura fotografica. Credo che l’analisi di opere significative sia fondamentale per la crescita e l’apprendimento di ogni fotografo.
Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.

Spero che questa dichiarazione possa chiarire il mio approccio e la mia passione per la fotografia.

Le immagini immaginanti

Immagini per creare altro: le chiamerò “immaginanti”. Non si chiamano così ma a me piace. Che cosa sono le immaginanti? Sono immagini con le quali è possibile “fare” qualcosa che le svuota del significato iniziale e diventa altro. Sono dedite alla performance e si prestano a un’azione artistica, se chi interagisce con esse, in termini progettuali, riesce ad avere un’idea.

Questa attribuzione di significato è motore di partenza per nuove forme di produzione “estetico-fotografiche”, nelle quali però il fotografo perde la sua funzione iniziale (che abbiamo a lungo dato per certa), cioè la riproduzione dal vivo della realtà.

Vi faccio un esempio: Sherrie Levine è un’artista americana che si è fatta notare negli anni Settanta e Ottanta grazie a un’idea tanto intelligente quanto semplice. Sentite qui.

Il suo lavoro rientra in quello che si definisce Appropriation art. Si tratta di una corrente artistica basata sulla riproposizione di opere già esistenti con metodi di contaminazione differenti. La ricerca di questa artista si basa sul rifotografare opere di altri autori, in particolare di fotografi come Edward Weston, Alexander Rodchenko e Walker Evans. In After Walker Evans, opera del 1981, Sherrie Levine riprende pari pari alcune fotografie di Evans (in particolare quelle realizzate per la Farm Security Administration), firmandole però con il proprio nome. Una pop photographer, direi, dal momento che si appropria di un oggetto già esistente (nel suo caso, una fotografia scattata da altri) trasformandolo in oggetto artistico. Una splendida operazione “di fantasia e intelletto”, che, quantomeno dal punto di vista concettuale, muta la fruizione del lavoro.

Walker Evans Alabama Tenant Farmer Wife (1936) Sherrie Levine (1981)

«Levine diventa simbolo della cultura postmoderna, nonché critica della mercificazione dell’arte, elogio della morte del modernismo, inteso come incapacità degli artisti a lei contemporanei di ricatturare il passato e cercare di creare significati sempre nuovi. Le fotografie di Evans non erano protette da copyright all’epoca, e paradossalmente le stesse fotografie sono invece protette da copyright nel caso dell’opera della Levine. Interessante, in questo contesto, è la creazione nel 2001 di due siti web da parte dell’artista e programmatore Michael Mandiberg (1977): http://www.aftersherrielevine.com e http://www.afterwalkerevans.com. L’artista ha scansionato le fotografie della Levine e di Evans e creato i due siti web per facilitarne la loro diffusione. Chiunque può stampare dal sito le fotografie con un certificato di autenticità da firmare che rende unica ogni immagine. L’idea di Mandiberg è di diffondere queste opere rendendone nullo il valore economico (tutti infatti possono scaricarle), ma aumentare, con la diffusione, il loro valore culturale.» Martina Lughi, tesi di laurea, La riproduzione dell’opera d’arte dalla fotografia a internet. Diritti, diffusione, valorizzazione.

Il procedimento artistico, quindi, si propone di suscitare nello spettatore un’analisi critica dell’opera affinché sia còlto il significato caratterizzante il nuovo prodotto, che in tal modo assume una propria singola e specifica identità.

Un altro artista che ha fatto molto parlare di sé per aver sfruttato immagini altrui è Richard Prince, che infatti ha costruito la sua intera carriera proprio sul concetto di appropriazione, subendo cause legali legate al copyright da mezzo mondo. Nel 1980, il cowboy Marlboro (pubblicità molto famosa in America) diventa l’oggetto di cui Prince prende possesso. Rimanendo fedele all’immagine stereotipata del cowboy a cavallo – lazo e sfondo erboso – Prince ha semplicemente ri-fotografato la pubblicità delle sigarette, rimuovendo il logo Marlboro. Sam Abell, il creatore delle immagini originali della Marlboro, ha dichiarato più volte: «Non sono particolarmente divertito, è ovviamente un plagio…». Deve essersi incazzato ancora di più quando una delle immagini di Prince, Untitled (Cowboy), 1989, nel 2005 è stata venduta per oltre un milione di dollari.

Immagine Richard Prince Untitled (Cowboy), 1989 Ektacolor photograph 50 x 75 inches

Significativa è la storia di un’istantanea di Gary Gross del 1975 con Brooke Shields a dieci anni, nuda, in piedi nella vasca da bagno, con le labbra rosse e luccicanti (non la metto perchè mi sembra fastidiosa) . L’istantanea aveva già raccolto una gran dose di critiche, quando, nel 1983, Prince alza la posta rifotografando la stessa immagine e ribattezzandola Spiritual America, titolo di un primo piano che Alfred Steiglitz aveva scattato ai genitali di un cavallo maschio. Nel 2009 la polizia obbliga la Tate Modern Gallery a rimuovere l’immagine per paura che potesse “infrangere inavvertitamente la legge o offendere i visitatori”; successivamente, l’account Instagram di Prince è stato temporaneamente sospeso dopo che il post contenente questa immagine era stato segnalato per oscenità. Nel 1992 Gross aveva ceduto i diritti di questa immagine a Richard Prince. Anche quest’opera di Prince ha avuto un grande successo ed è stata venduta all’asta per 151.000 dollari.

Sara

Dal mi libro “Troppa fotografia, poca fotografia. Riflessioni sui linguaggi contemporanei” Disponibile qui

Le fotografie inserite nel testo sono e rimangono di proprietà dell’autore, qui hanno solamente scopo didattico informativo.

Mostre di fotografia da non perdere a giugno

Nuove mostre ci aspettano a giugno, date un’occhiata!

Anna

Chi sei, Napoli? – JR

Le Gallerie d’Italia – Napoli, dal 22 maggio al 5 ottobre 2025, presentano la mostra dell’artista francese JR ‘Chi sei, Napoli?’, dedicata all’ottavo capitolo delle della serie ‘Chronichles’ , che dopo Dopo Clichy-Montfermeil (2017),  San Francisco (2018), New York (2018), Miami (2022), Kyoto (2024), tre città americane (Dallas, Saint Louis e Washington DC) per un murale sul tema delle armi in America (2018), e quindici città di Cuba (2019) giunge nella città partenopea con la prima installazione di questo tipo in Italia, realizzata con il patrocinio del Comune di Napoli.

L’opera site-specific di JR verrà svelata sulla facciata del Duomo di Napoli, trasformata in un mosaico di volti locali, incarnando lo spirito comunitario, la resilienza, l’energia e l’anima polimorfa della città.

Nel settembre 2024, l’artista francese JR ha iniziato a Napoli un’esplorazione profonda dell’identità culturale complessa della città. In una settimana, dal 23 al 29 settembre, sono stati protagonisti  i cittadini di sette quartieri, attraverso set fotografici allestiti presso Piazza Sanità, Piazza Dante, Fuorigrotta, Mergellina, San Giovanni a Teduccio, Piazza Cavour e Borgo Sant’Antonio Abate.
Durante questo periodo intenso, sono stati raccolti i ritratti e le storie di 606 napoletani provenienti da diversi background sociali e culturali, catturando così l’essenza di Napoli.

Il risultato del lavoro di JR è un collage fotografico monumentale sulla facciata del Duomo e raccontato nella sua composizione in una mostra alle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo in via Toledo, dove si potrà rivivere anche il ‘dietro le quinte’. In mostra verranno presentati anche tre murali della serie ‘Chronicles’, realizzata in Francia (Chroniques de Clichy-Montfermeil), a Cuba (Las Crónicas de Cuba) e in USA (The Gun Chronicles: A Story of America), per mostrare come l’arte di JR possa stimolare conversazioni creando un potente impatto visivo.

Dal 22 maggio al 5 ottobre 2025 – Gallerie d’Italia – Napoli

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Vivian Maier. The exhibition

Vivian Maier, Armenian woman fighting on East 86th Street, New York, NY, September 1956. Gelatin silver print, 2012, 40x50 cm. Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY
© Estate of Vivian Maier | Vivian Maier, Armenian woman fighting on East 86th Street, New York, NY, September 1956. Gelatin silver print, 2012, 40×50 cm. Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY

Dal 25 aprile al 28 settembre 2025 arriva a Padova, al Centro Culturale Altinate | San GaetanoVIVIAN MAIER. The exhibition, la più grande mostra mai dedicata alla celebre fotografa americana, con più di 200 fotografie a colori e in bianco e nero, scatti iconici, oggetti personali, documenti inediti, sale esperienziali e immersive, registrazioni audio e filmati Super 8, esposti in via eccezionale soltanto per questa retrospettiva.

Dopo il grande successo conseguito con la mostra di Monet, che ha segnato un nuovo record, il Comune di Padova e Arthemisia tornano a proporre insieme una straordinaria iniziativa.

Vivian Maier (1926 – 2009) è una delle artiste più amate al mondo. La sua incredibile storia ha commosso e continua a commuovere milioni di visitatori.
La Maier faceva la tata di mestiere, si è occupata per tutta la vita di accudire i bambini, coltivando segretamente una grande passione per la fotografia.
Dopo la sua morte sono stati ritrovati per caso, in un magazzino venduto ad un’asta fallimentare, migliaia di rullini accumulati durante l’intera vita, che hanno svelato al mondo un’artista intelligente, acuta, ironica e sensibile, che ha documentato per decenni la vita quotidiana americana tra Chicago e New York, osservando con incredibile sensibilità le persone, i bambini, le donne, gli anziani, fermando nel tempo attimi eterni.

Curata da Anne Morin – la più grande esperta e studiosa della vita dell’artista – l’esposizione è suddivisa in sezioni tematiche che esplorano i soggetti e gli aspetti distintivi del suo stile: dagli intensi autoritratti alle scene di vita urbana, dai ritratti di bambini alle immagini di persone ai margini della società.

Da un progetto di Vertigo Syndrome e in collaborazione con diChroma photography, la mostra è realizzata con il contributo di AcegasApsAmga e vede come mobility partner Frecciarossa Treno Ufficiale.
Il catalogo è realizzato da 
Moebius in collaborazione con Réunion des musées nationaux (RMN) – Grand Palais Musée du Luxembourg, Paris.

“Questa non è solo una grande mostra di fotografia è anche l’occasione per conoscere, per quanto possibile, la figura di una donna, certamente straordinaria, che solo dopo la sua scomparsa, ha visto riconosciuto il grande valore documentaristico, storico e soprattutto artistico della propria attività di fotografa. Vivian Maier, rimarrà per sempre un personaggio misterioso, e forse il fascino attorno a lei si deve anche alla storia quasi incredibile della sua vita e delle sue fotografie. Era certamente una donna colta che si mimetizzava col suo umile lavoro di babysitter, un’osservatrice raffinata e attentissima che ci ricorda il personaggio della portinaia intellettuale creato da Muriel Barbery nello straordinario romanzo “L’eleganza del riccio”. Per tutte queste ragioni la mostra che dedichiamo a Vivian Maier, splendidamente curata da Anne Morin e prodotta da Arthemisia arte e cultura con la collaborazione fondamentale di Vivian Maier’s Estate e della John Maloof’s Collection si inserisce fra i principali eventi culturali dell’estate padovana confermando il ruolo centrale della nostra città come meta di un turismo culturale di qualità, che spazia dagli affreschi del ‘300 dell’Urbs picta, all’arte contemporanea, fino alla fotografia, alla musica e al teatro” – dichiara l’Assessore alla Cultura Andrea Colasio.

“Per il 25esimo anniversario di Arthemisia – dice Iole Siena, Presidente di Arthemisia – non potevamo per nessuna ragione mancare l’appuntamento con quella che considero una delle artiste più appassionanti del Novecento. Vivian Maier emoziona, commuove, fa al contempo sorridere e riflettere sulla natura umana; tengo molto a questa mostra, e tanto più mi fa piacere che sia proprio a Padova, città che ci ha già regalato grandi soddisfazioni con la mostra di Monet.”

“È nel cuore della società americana, a New York dal 1951 e poi a Chicago dal 1956, che Vivian, osserva meticolosamente il tessuto urbano che riflette i grandi cambiamenti sociali e politici della sua storia. È il tempo del sogno americano e della modernità sovraesposta, il cui dietro le quinte costituisce l’essenza stessa del lavoro di Vivian Maier”, spiega la curatrice Anne Morin“Vivian Maier, il mistero, la scoperta e il lavoro: queste tre parti insieme sono difficili da separare”“La mostra”, aggiunge Morin, “vuole concentrarsi sull’opera dell’artista piuttosto che sul suo mistero, evitando di cavalcare la curiosità sulla sua particolare vicenda umana e professionale, ma contribuendo invece ad elevare il nome della Maier. La sua storia è la storia di una donna che ha fatto della fotografia la sua ragione di vita, senza mai esporsi, ma nascondendosi dietro l’obbiettivo, con il quale catturava immagini indimenticabili, spaccati di vita quotidiana che ha reso eterni”.

Dal 25 Aprile 2025 al 28 Settembre 2025 – Centro Alinate San Gaetano – Padova

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Steve McCurry – Cibo

Simbolo di memoria, cultura, resilienza, il cibo ha da sempre ricoperto un significato profondo nell’esistenza dell’uomo.
Mentre le culture occidentali ne fanno il centro di una narrazione che intreccia arte, competizione, spettacolo, la fotografia di Steve McCurry si colloca in controtendenza, restituendo al cibo la sua accezione più autentica e universale.
Dal 24 maggio al 28 settembre la mostra fotografica “Steve McCurry – Cibo” trasformerà il Museo Civico Archeologico di Vieste in un caleidoscopio di umanità a colori.
Settanta immagini, selezionate dal fotografo statunitense e da Biba Giacchetti, sua storica collaboratrice e curatrice della mostra in collaborazione con Peter Bottazzi, Orion57 e Giuseppe Benvenuto per il Comune di Vieste, saranno i filo conduttore di un viaggio che restituisce il cibo nella sua accezione primaria, quella che fonda e rinnova i rapporti tra gli esseri umani, intorno a un piatto, seduti a terra in strada.

Da sempre sensibile alle storie dei fragili, dai bambini vittime dei conflitti agli emarginati, agli animali, la fotografia umanista di McCurry incrocia il tema del cibo ritraendo il pane come elemento essenziale, insinuandosi tra i mercati come luoghi di energia e bellezza, immortalando i pasti consumati intorno al focolare, momenti di conforto, legame, dignità.

“In luoghi torturati da guerre o da calamità naturali o più semplicemente da una natura impervia – ricorda Biba Giacchetti – il cibo ha un valore profondo che sconfina nel sentimento, lenisce paure e accomuna gli esseri umani. Nelle immagini di Steve ritroviamo infine l’antica dolcezza del focolare domestico, tanto consolatoria in situazioni estreme”.
Così attraverso la fotografia raggiungiamo luoghi devastati dai conflitti, dove il cibo assume un valore quasi sacro, riscoprendo il sorriso di un bambino con un frutto in mano, tuffandoci nella vitalità dei mercati, scoprendo l’ingegno umano che trasforma ciò che la terra offre in nutrimento e bellezza.
Da maggio a settembre la mostra sarà aperta dal martedì alla domenica dalle 18 alle 22; nei mesi di luglio e agosto da martedì a domenica dalle 18:30 alle 23:30.

Dal 24 maggio al 28 settembre – Museo Civico Archeologico di Vieste

Alfred Eisenstaedt

Alfred Eisenstaedt, George Balanchine's School American Ballet. New York, USA, 1936
© Alfred Eisenstaedt_The LIFE Picture Collection | Alfred Eisenstaedt, George Balanchine’s School American Ballet. New York, USA, 1936

Il programma espositivo del 2025 di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino prosegue con una grande mostra ineditadal 13 giugno al 21 settembre, che celebra in Italia il fotografo Alfred Eisenstaedt. Autore della famosa immagine “V-J Day in Times Square“, in cui un marinaio bacia un’infermiera in mezzo a una folla festante al termine della Seconda Guerra Mondiale, Eisenstaedt è stato uno dei principali fotografi della rivista “Life”, per la quale ha raccontato il mondo e la sua contemporaneità attraverso uno sguardo divertito e indagatore.

A trent’anni dalla sua morte 
a ottanta dalla realizzazione del celebre scatto, l’esposizione curata da Monica Poggi presenta una selezione di 150 immagini, molte delle quali mai esposte, a partire dai primi scatti nella Germania degli anni Trenta, dove realizzò le inquietanti fotografie ai gerarchi nazisti, tra cui quella celeberrima a Joseph Goebbels. La mostra a CAMERA – la prima in Italia del 1984 – ripercorre tutto l’arco della sua carriera, passando dalla vita vertiginosa degli Stati Uniti del boom economico, al Giappone post-nucleare, fino alle ultime opere realizzate negli anni Ottanta.
Davanti al suo obiettivo ritroviamo anche personaggi come Sophia Loren, Marlene Dietrich, Marilyn Monroe, Albert Einstein e J. Robert Oppenheimer.
 
Due sezioni della mostra sono inoltre dedicate all’importante reportage che Eisenstaedt realizza in Europa prima della Seconda Guerra Mondiale e a quello realizzato in Italia nel dopoguerra, dove i cartelloni stradali iniziano a cambiare le prospettive e i paesaggi, riflettendo le trasformazioni sociali ed economiche in corso.
 
Lo stile di Eisenstaedt si inserisce nella grande tradizione documentaria americana, ma si arricchisce talvolta di visioni poetiche, che richiamano la pittura dell’Ottocento – come negli scatti dedicati alle ballerine di danza classica dove risuona l’eco delle opere di Degas – oppure di arguta ironia, costruita tramite scenari stranianti che richiamano gli espedienti dell’arte surrealista europea. «Quando scatto una fotografia – affermava Alfred Eisenstaedt – cerco di catturare non solo l’immagine di una persona o di un evento, ma anche l’essenza di quel momento».
 
Nato nel 1898 a Dirschau, nella Prussia Occidentale (oggi Polonia), il suo primo approccio con la fotografia avviene durante l’adolescenza, quando uno zio gli regala una Eastman Kodak Nr. 3, che lo accompagna durante tutti gli anni di studio. Alla fine degli anni Venti, inizia a lavorare per l’Associated Press, a cui segue nel 1929 la pubblicazione delle prime immagini sulla rivista tedesca “Berliner Illustrirte Zeitung”. Nel 1935, per fuggire alle leggi razziali, emigra negli Stati Uniti dove l’anno seguente inizia a collaborare con la celebre rivista americana “Life” con cui firmerà alcuni dei suoi servizi più conosciuti. Eisenstaedt muore nel 1995, all’età di novantasette anni, nella casa di villeggiatura sull’amata isola di Martha’s Vineyard.

Dal 13 Giugno 2025 al 21 Settembre 2025 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Guido Guidi. Da un’altra parte

© Guido Guidi
© Guido Guidi

10 Corso Como presenta Da un’altra parte, una mostra personale di Guido Guidi, a cura di Alessandro Rabottini e allestita nella Galleria di 10 Corso Como dal 7 maggio al 27 luglio 2025. Concepita come un’ampia indagine sulla sua opera fotografica, la mostra si concentra sul tema dell’ombra, intesa come il risultato dell’incontro tra la luce, lo spazio e il tempo, ossia tre delle principali coordinate della ricerca di Guidi.

Guido Guidi (Cesena, 1941) è un autore internazionalmente riconosciuto per il suo contributo al campo della fotografia a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, celebrato per una visione sul paesaggio, l’architettura e le cose che è insieme lirica e analitica. Le sue immagini distillano una riflessione sulle forme più quotidiane, marginali e antimonumentali che abitiamo e che ci circondano, rendendo tattile e sospeso nel tempo ciò che spesso siamo propensi a trascurare. Nei decenni, Guidi ha affermato la
necessità di una “poetica dell’attenzione”: nelle sue opere l’atto stesso del vedere non è mai dato per scontato ma, al contrario, analizzato da molteplici punti di vista, da quello esistenziale fino ai suoi significati formali e teorici. Attraverso la costanza con cui ha scrutato e scruta gli aspetti più laterali della realtà, Guidi ha influenzato generazioni di fotografi, attraverso un linguaggio che è tanto sottile quanto seminale.

Da un’altra parte raccoglie un’ampia selezione di fotografie realizzate tra i primi anni Settanta e il 2023, in un allestimento incentrato sulla persistenza e la ricorrenza di certi temi attraverso i decenni. Nonostante Guidi concepisca, pubblichi e mostri il proprio lavoro attraverso il formato della serie fotografica, in questa mostra le opere sono state selezionate concentrandosi su singole immagini, estrapolate dalle serie di appartenenza. Le opere sono poste in dialogo le une con altre secondo un principio di tensione poetica e formale, al di là della successione cronologica e della separazione tra i generi del ritratto, della natura morta e della fotografia di architettura.

Dal 07 Maggio 2025 al 27 Luglio 2025 – Galleria 10 Corso Como – Milano

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Daniele Tamagni. Style Is Life

Daniele Tamagni, "Willy Covary", 2008, stampa 2024, © Daniele Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni
Daniele Tamagni, “Willy Covary”, 2008, stampa 2024, © Daniele Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni

Il Mart dedica una mostra-omaggio a Daniele Tamagni. Negli spazi della Galleria Civica, a cura di Chiara Bardelli Nonino, Gabriele Lorenzoni, Aïda Muluneh e in collaborazione con la Daniele Tamagni Foundation, l’esposizione ripercorre la breve carriera dell’artista.

Daniele Tamagni (Milano, 1975 – 2017) inizia a fotografare in età adulta e fin da subito ottiene ottimi riscontri e riconoscimenti come il Canon Young Photographer Award, l’ICP Infinity e il World Press Photo Awards. Noto negli ambienti della fotografia della moda, profondamente legato al Trentino, dove ha trascorso parte della sua infanzia e l’adolescenza, Tamagni utilizza la fotografia come strumento di indagine sociale. I suoi scatti nelle megalopoli africane o dal Sud America mostrano la gioia di vivere, la capacità di adattamento, l’orgoglio e la gioia delle comunità urbane per l quali la moda è uno strumento per posizionarsi in una società reinventata. Le immagini dei sapeur congolesi, degli afrometals del Botswana, delle lottatrici boliviane, dei giovani gruppi di danza di Johannesburg ci ricordano il valore sovversivo e politico della moda.

Dal 17 maggio 2025 al 6 luglio 2025 – Galleria Civica Trento

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In conversation. Un dialogo fotografico tra ieri e oggi

©Gianni Berengo Gardin, Bologna, 1990
©Roselena Ramistella, Deepland, 2016-2021

Cosa accade quando due sguardi, radicalmente diversi per tempo e traiettoria, si mettono in ascolto l’uno dell’altro, raccontando lo stesso Paese? Non un confronto, né una sfida. Ma un dialogo. O meglio: una conversazione.

Leica Galerie Milano ospita dal 4 giugno a fine luglio 2025 la mostra In conversation. Un dialogo fotografico tra ieri e oggi: tra Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930) e Roselena Ramistella (Gela, 1982). Con oltre 40 immagini esposte, In conversation mette in relazione due visioni che si muovono lungo binari differenti, eppure non opposti: non per accostare due generazioni ma per esplorare modi distinti di abitare il mondo con la fotografia. Gianni Berengo Gardin, maestro del bianco e nero, ha attraversato il Novecento con l’urgenza di restituire un’Italia autentica: quella del lavoro, dei riti quotidiani, delle marginalità e della bellezza inattesa. Roselena Ramistella, artista raffinata e profondamente contemporanea, parla invece di un’Italia interiore, frammentata, fatta di attese, memorie, corpi e paesaggi che raccontano identità complesse e stratificate.

Dopo Los Angeles, Madrid, Monaco di Baviera e New York, arriva a giugno la tappa italiana di In conversation, il progetto, parte del palinsesto internazionale di celebrazioni per i 100 anni della Leica I, che comprende una serie di 12 mostre ospitate in 12 Leica Galerie nel mondo per mettere a confronto un fotografo Leica Hall of Fame con un giovane talento.

Attraverso le mie fotografie ho sempre cercato di documentare i diversi aspetti della “commedia umana”: i piccoli gesti quotidiani, le relazioni, il lavoro, i legami tra le persone e gli ambienti in cui vivono, gli interni domestici, gli emarginati, le piccole e le grandi storie. La Leica, con la sua maneggevolezza, la qualità eccezionale delle ottiche e la portabilità, è stata la mia compagna fedele per tutti questi anni. Le ho usate tutte, restando sempre fedele all’analogico. La mia prima M3, acquistata nel 1954, funziona ancora perfettamente e non è mai stata revisionata.

Gianni Berengo Gardin In conversation, in occasione delle celebrazioni del centenario della Leica I, non è solo un omaggio alla macchina che ha rivoluzionato il mondo della fotografia ma è un invito ad ascoltare due voci distinte, autentiche, che si sfiorano, si interrogano, si rispettano. Due fotografie che non cercano di somigliarsi, ma che si riconoscono. Una conversazione che continua.

4 giugno – 30 luglio 2025 – Leica Galerie Milano

Giorgio Lotti. Photographer of an ERA + Maria Vittoria Backhaus

Maria Vittoria Backhaus, Collage Icon #01, Filicudi, 2008 © Maria Vittoria Backhaus

A Brescia la nuova casa della fotografia ha i colori della Cavallerizza, il nuovo spazio espositivo, a disposizione della collettività, destinato ad accogliere mostre, laboratori di fotografia e attività culturali, mirate alla valorizzazione e alla promozione dell’arte fotografica, soprattutto italiana.
Il Centro ha aperto i battenti lo scorso 12 aprile con due personali dedicate a Giorgio Lotti e Maria Vittoria Backhaus, maestri della fotografia contemporanea italiana, parte integrante del programma dell’ottavo appuntamento con il Brescia Photo Festival, promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con la Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana, con la curatela artistica di Renato Corsini.

Giorgio Lotti. Fotografo di un’Epoca è il titolo della rassegna in corso alla Cavallerizza fino all’8 giugno, curata da Renato Corsini e Laura Tenti. Fulcro del percorso è il racconto della carriera del fotografo milanese, classe 1937, tra i migliori interpreti del fotogiornalismo, una lunga collaborazione con riviste, da Epoca a Paris Match, e scatti prestigiosi conservati in importanti musei americani, ma anche a Tokyo, Pechino, al Royal Victoria and Albert Museum di Londra, al Cabinet des Estampes di Parigi.

Anticipando le più urgenti tematiche sociali degli ultimi anni, con le inchieste sull’inquinamento e sul fenomeno dell’immigrazione, realizzate negli anni Settanta, Lotti ha sempre raccontato con sguardo lucido quell’Italia che, dopo il boom economico, andava scoprendo un nuovo modo di intendere la vita. È proprio durante uno dei suoi innumerevoli viaggi che realizza una delle fotografie più iconiche del secolo scorso: il ritratto del capo di governo della Repubblica Popolare Cinese, Zhou Enlai. Uno scatto emblematico che ha dato il via al viaggio ventennale alla scoperta di una terra allora ancora lontana dall’Italia del Dopoguerra, una Cina dal volto nuovo, con la sua vita politica, le tradizioni, la quotidianità.
In mostra circa cento fotografie in bianco e nero e a colori ripercorrono la carriera di Lotti, dall’alluvione di Firenze del 1966 al disastro del Vajont del 1963, dal primo arrivo degli albanesi a Brindisi nel 1991 ai ritratti dei grandi personaggi del mondo dello spettacolo e della cultura.
Una sezione ricorda i funerali di due figure emblematiche del Novecento, san Padre Pio a San Giovanni Rotondo, ed Enrico Berlinguer.

La seconda protagonista della Cavallerizza – Centro della Fotografia italiana è Maria Vittoria Backhaus, milanese, classe 1942, al centro della personale curata da Margherita Magnino e Carolina Zani.
Fino all’8 giugno il viaggio artistico di Backhaus scorre attraverso un centinaio di fotografie, dai primi scatti in bianco e nero legati al reportage di ambito sociale e di costume, realizzati per testate come Tempo Illustrato, ABC e Il Mondo, alla moda, fino all’introduzione del colore e del digitale. A fare capolino sono la Milano degli anni Sessanta, ma anche il circo, i concorsi per cani, i ritratti di personaggi celebri come Caterina Caselli e Carla Fracci, e poi i gioielli o i collage con statuette votive, a dimostrazione della straordinaria versatilità e del costante desiderio di sperimentazione che hanno caratterizzato il suo lavoro.

Una pagina importante nella carriera di Maria Vittoria Backhaus è dedicata alla fotografia di moda, affrontata con iniziale diffidenza. Fu Walter Albini a farle cambiare atteggiamento insegnandole quanto la moda fosse complessa, ben lontana dall’essere solo un capriccio estetico. D’altra parte Maria Vittoria Backhaus più che il vestito della modella privilegiava la narrazione, considerando la fotografia come un mezzo per realizzare un progetto, per creare immagini che catturassero lo sguardo, che restituissero lo spirito dell’epoca e il contesto storico, portando il linguaggio del reportage all’interno della fotografia di moda.

I due progetti arricchiscono il corpus di mostre personali del Brescia Photo Festival, organizzate attorno al palinsesto Archivi, inaugurato con la prima vera antologica italiana di Joel Meyerowitz, in corso fino al 24 agosto al Museo di Santa Giulia, e che proseguirà alla Cavallerizza dal 13 giugno al 7 settembre con l’esposizione di Sandy Skoglund e l’omaggio a Tinto Brass.

Fino all’8 giugno nell’ambito del Brescia Photo Festival – Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana

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Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi

© Gianni Berengo Gardin
© Gianni Berengo Gardin

Dal 23 maggio al 28 settembre 2025, la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, nello spazio CAMERA OSCURA dedicato alla fotografia, allestito all’interno del percorso del museo perugino, ospita la mostra “Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi”, a cura di Alessandra Mauro.

L’esposizione raccoglie 21 dei più significativi scatti realizzati da Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930) nel 1993, quando viene chiamato per documentare i luoghi dove ha lavorato il grande pittore emiliano, in occasione dell’apertura a Palazzo d’Accursio a Bologna del Museo Morandi. Prima di smantellare lo studio, era necessario che lo si immortalasse per sempre.

L’obiettivo di uno dei più importanti fotografi del Novecento penetra così negli ambienti dove sono nati i capolavori di Giorgio Morandi (Bologna, 1890-1964), per raccontare la stratificazione di luoghi tanto vissuti, l’usura e la familiarità evidente con quelle stanze che sono state abitate ogni giorno per anni.

Gianni Berengo Gardin entra così nell’intimità di Giorgio Morandi; si ferma sugli oggetti tante volte osservati e ritratti nelle tele. Con attento pudore, il fotografo registra lo spazio del pittore: il cappello lasciato sul letto, il materasso che sembra riportare ancora l’impronta del suo corpo, per proporre un piccolo grande “viaggio in una stanza” che ha la portata di una vera avventura esistenziale. Ma soprattutto Berengo Gardin fissa attraverso l’obiettivo i vasi, le bottiglie, i piatti, le caffettiere e tutte le cose che Morandi ha disposto con sapienza e ordine, prima e dopo averle riprodotte nei suoi quadri. All’interno di CAMERA OSCURA, osserviamo quindi il dietro le quinte del lavoro del maestro, con la possibilità di comprendere ancora meglio il segreto dei suoi dipinti.

Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi” anche nella sua ‘spazialità’ intende omaggiare l’arte di Berengo Gardin, evocando, nella mente del visitatore, lo studio, il luogo raccolto, intimo, della creazione artistica.

Grazie a due eccezionali prestiti dal Museo Morandi di Bologna – Giorgio Morandi, Natura morta, 1951, olio su tela; Giorgio Morandi, Natura morta con oggetti bianchi su fondo scuro, 1930, incisione all’acquaforte da matrice di rame – l’esposizione perugina crea un inedito confronto tra le immagini di Berengo Gardin, nel loro impeccabile bianco e nero, e i colori delicatissimi di Morandi, che ha trasformato un’ossessione in pura poesia: la documentazione fotografica diventa evocazione poetica, registrazione puntuale di una pratica artistica fatta di misura e contemplazione.

La mostra è realizzata in collaborazione con il Museo Morandi di Bologna, con lo Studio Berengo Gardin di Milano e con il supporto de L’orologio società cooperativa – Business Unit Sistema Museo.
Catalogo Silvana Editoriale.

Dal 22 maggio 2025 al 28 settembre 2025 – Galleria Nazionale dell’Umbria – Perugia

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Karel Chotek. I viaggi italiani di un fotografo dal sangue blu

Dal 17 maggio al 22 giugno 2025 è possibile scoprire l’opera fotografica di Karel Chotek (Velké Březno, CZ 1853-1926). Appartenente ad una delle famiglie aristocratiche più importanti dell’Impero austro-ungarico, si dedicò alla fotografia dal 1885 quando, dopo la morte del padre, abbandonò le cariche diplomatiche per dedicarsi alla gestione dei patrimoni familiari. In particolare, in mostra è presentata un’ampia raccolta di scatti realizzati durante i frequenti viaggi in Italia, che l’autore aveva cominciato a compiere almeno fin dal 1895. Tra le sue mete preferite, oltre al Tirolo meridionale, c’era la Riviera Ligure. Una fotografia scattata nella località di villeggiatura di Nervi, ad esempio, fu pubblicata con il titolo An der Riviera nel 1895 sulla rivista Wiener Photographische Blätter. Per gran parte delle fotografie che Karel Chotek ha realizzato in Italia, è stato possibile identificare il luogo in cui sono state scattate. Tuttavia, alcune immagini restano avvolte nel mistero. I curatori invitano il pubblico italiano a riconoscere le località ritratte e contribuire così alla loro identificazione.

Le sue foto venivano di consueto pubblicate sulle riviste di settore. Tra quelle pervenute fino a noi ne troviamo una del 1897 sulla rivista Wiener Photographische Blätter. L’immagine raffigura una donna durante la mungitura del bestiame, lo scatto ci suggerisce un’attenzione di Chotek per lo stile dei pittori realisti.

Nei primi gruppi di fotografie, dedicati ai ritratti, il conte si serviva di tecniche specifiche, come la gomma bicromata e la stampa al carbone. Siccome la maggior parte del materiale a noi pervenuto è costituito da negativi su vetro, non possiamo affermare con certezza quale stile o tecnica di stampa avrebbe poi sviluppato maggiormente.L’opera fotografica di Karel Chotek era, di fatto, rimasta nell’oblio soprattutto durante gli anni del regime comunista. Fu solo nel 1999 che vennero scoperti, nella soffitta dell’ex scuola dei borghesi di Velké Březno, una macchina per proiettare fotografie e un pacco contenente negativi di vetro. Nel gennaio del 2001, poi, nel castello di Líčkov, vennero ritrovate diverse valigie piene di fotografie, che erano state spostate lì, intorno al 1962, dal castello di Velké Březno. Nel gennaio 2025, in un edificio vicino al castello di Velké Březno, è stata ritrovata un’altra valigia contenente negativi su vetro, molti dei quali danneggiati dal tempo. Ora si attende il lavoro dei restauratori per scoprire nuovi dettagli sul mondo fotografico di Karel Chotek.

17 maggio – 22 giugno 2025 – Casa Toesca – Rivarolo Canavese (TO)

Vertigine. Fotografie zenitali | Franco Zampetti

Franco Zampetti, Campanile di Giotto
© Franco Zampetti | Franco Zampetti, Campanile di Giotto

Mercoledì 7 maggio 2025, alle ore 15.00, negli spazi della Libreria Brunelleschi (Piazza San Giovanni 7, Firenze) si inaugura la mostra “Vertigine. Fotografie zenitali | Franco Zampetti” organizzata dall’Opera di Santa Maria del Fiore e a cura di Vincenzo Circosta e Giuseppe Giari.
 
All’inaugurazione interverranno Vincenzo Vaccaro, consigliere dell’Opera di Santa Maria del Fiore,  l’autore Franco Zampetti e i due curatori dell’esposizione.
 
Si tratta della quarta mostra realizzata nello spazio espositivo della Libreria Brunelleschi che ha come tema i monumenti dell’Opera di Santa Maria del Fiore questa volta visti attraverso le spettacolari immagini zenitali realizzate da Zampetti.
 
In mostra una selezione di sette immagini di grande formato, scelte tra quelle che Zampetti ha dedicato al complesso monumentale della Cattedrale di Firenze, che hanno come soggetto il Battistero con i matronei e i mosaici della cupola, il Campanile di Giotto con una visione del suo interno e il Duomo con la controfacciata, l’abside e la Sacrestia delle Messe. Infine una ripresa esterna, realizzata tra la facciata del Duomo e il Battistero, nella zona chiamata “Paradiso”. In mostra è possibile vedere anche un video che presenta quattordici immagini zenitali, organizzate seguendo la successione cronologica di realizzazione dei monumenti della Cattedrale di Firenze.
 
Zampetti, architetto, fotografo, cultore della storia dell’architettura e di vari interessi nel campo della fotografia, a partire dal 2008 ha realizzato 820 foto zenitali (visibili nel suo sito web) di soggetti architettonici in Italia e nel mondo. La fotografia zenitale consente di sintetizzare da un unico punto di ripresa centrale sia la visione planimetrica che quella prospettica dello spazio. Zampetti ottiene queste immagini mediante una fotocamera progettata e fatta realizzare appositamente, un apparecchio unico nel suo genere che permette di produrre fotografie prive di distorsioni geometriche e con visione complessiva più ampia di quanto si potrebbe osservare ad occhio nudo.
 
“Franco Zampetti non si accontenta di riprese usuali – spiega Vincenzo Vaccaro, consigliere dell’Opera di Santa Maria del Fiore –  ma con una visione non comune trasporta l’osservatore al centro dell’immagine. L’ampiezza del cono ottico dell’obiettivo ipergrandangolare supera il campo visivo fisiologico umano aprendo nuovi orizzonti. La fotocamera da lui stesso ideata è infatti realizzata in modo da riprendere tutto l’ambiente e far dilatare lo spazio, l’immagine così ottenuta si tramuta in un’opera d’arte che trascende l’architettura. L’osservatore che guarda queste immagini realizzate in spazi sacri, è preso da vertigine per la straordinaria visione che percepisce e viene proiettato verso l’infinito. La visione oggettiva dell’architettura diventa quindi momento soggettivo godibile come poesia pura”.
 
“Nell’osservare le fotografie zenitali di Franco Zampetti mi è immediatamente venuta in mente la prima volta che varcai la soglia di due monumenti molto famosi, il Museo Guggenheim di Bilbao e Palazzo Borromeo all’Isola Bella sul Lago Maggiore,   afferma Vincenzo Circosta co-curatore della mostra. La verticalità dei due ingressi con il loro ascendere prospettico dalle reminiscenze bizantine, credo, rispecchino perfettamente la “Vertigine” zenitale orchestrata dal fotografo. Una sorta di sublimazione verso l’Empireo che, nelle immagini scattate da Franco al Complesso Monumentale di Santa Maria del Fiore, si tramuta da fotografia d’Architettura in una sorta di testimonianza iconografica sospesa tra terreno e divino”.
 
La fotografia di Franco Zampetti potrebbe essere letta come un’asettica fotografia di documentazione. Non è così –  dichiara Giuseppe Giari, co-curatore della mostra – l’occhio perfettamente zenitale del fotografo è funzionale ad una operazione umanistica: la traslazione dei piani, da orizzontale a verticale, la ricerca finissima dell’equilibrio e dell’armonia delle linee e delle forme, il posizionamento delle architetture monumentali, quando anche non simmetriche, in un cerchio a sua volta inscritto in un quadrato, in un formato vitruviano, producono l’effetto di collocare noi osservatori al centro esatto dell’immagine, di rendere possibile a chi guarda, in questa inconsueta prospettiva, il misurarsi e il confrontarsi con la scala sovrumana delle architetture sacre”.

Dal 7 maggio 2025 al 31 agosto 2025 – Libreria Brunelleschi – Firenze

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Guido Rey. Un amateur tra alpinismo, fotografia e letteratura

Guido Rey. Un amateur tra alpinismo, fotografia e letteratura

A quarant’anni di distanza, il Museomontagna dedica una nuova mostra a Guido Rey, figura poliedrica al crocevia tra alpinismo, fotografia e letteratura. I nuovi studi si sono basati sul riordino e la catalogazione, condotti nel 2024 grazie al sostegno della Regione Piemonte, del complesso di fondi Guido Rey – conservato al Centro Documentazione Museomontagna. Grazie a questo accurato lavoro, è emerso materiale fotografico e documentale inedito, finora poco valorizzato.

Un nuovo sguardo ha dunque consentito di rivalutare l’identità di un personaggio che in passato è stato confinato entro schemi fin troppo rigidi e che, invece, meriterebbe di essere riconsiderato  nella molteplicità delle sue manifestazioni, valorizzando il suo legame con la cultura piemontese e la sua apertura verso contesti più ampi: attraverso viaggi e relazioni con figure internazionali dell’alpinismo e dell’arte, Rey ha saputo, infatti, assimilare e rielaborare le suggestioni offerte dalle sue molteplici esperienze.

Il titolo della mostra richiama la definizione di Rey come amateur, ossia dilettante, termine che tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo indicava chi si dedicava a un’attività per puro passatempo. Eppure, gli esiti alpinistici, fotografici e letterari di Rey sembrano far pensare a un professionista, se si considerano anche i premi e i riconoscimenti in Italia e all’estero di cui ha goduto in vita. D’altronde, l’essere un dilettante gli ha consentito la libertà espressiva per passare con naturalezza dal disegno alla scrittura e dalla scrittura alla fotografia, «libero di inseguire le proprie aspirazioni e di realizzare i propri ideali», come ha felicemente sintetizzato Giuseppe Garimoldi, curatore della precedente mostra del 1986.

Dal 18 April 2025 al 19 October 2025 – Museo Nazionale della Montagna- Torino

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Le triangolazioni nella street photography

La cosa più importante quando decidiamo di scattare una fotografia è la consapevolezza di come sarà l’immagine finale.

Come vi ho già ripetuto, non esistono regole universali per comporre bene un’immagine. Ogni scelta dipende dal tipo di emozione o messaggio che vogliamo far passare. La composizione è una scelta creativa, certo personale, ma esistono indicazioni estetiche, che si usano anche inconsapevolmente, per equilibrare la distribuzione degli elementi nelle immagini.

Per organizzare i differenti elementi in una composizione si introducono forme geometriche, in modo da creare un’unione spontanea tra gli elementi della scena. Per esempio, possiamo inserire più disposizioni a triangolo e l’occhio dello spettatore sarà sempre guidato da queste linee immaginarie.

La ricerca di triangolazioni nelle fotografie rimane, probabilmente, una delle possibilità più dinamiche, in termini di composizione. Inoltre, incorporare triangoli in una scena è un modo particolarmente efficace per introdurre la tensione dinamica.

L’Avana (Cuba)© Sara Munari

L’Avana (Cuba)© Sara Munari

Saintes Marie de la Mer (Francia) © Sara Munari

Guia, Gran Canaria (Spagna) © Sara Munari

Dal mio libro “Street photography, attenzione può creare dipendenza” in vendita qui