Erwin Olaf, sensibilità, umorismo e narrativa surreale

Nato nel 1959 a Hilversum (Paesi Bassi), Erwin Olaf è un vero genio della moderna fotografia di ritratto: mischia il reportage con la foto realizzata in studio e il ritratto posato.

E’ un artista interdisciplinare perché lavora anche nel campo del video e dell’installazione.

Vive e lavora ad Amsterdam, dagli inizi degli anni 80, in uno studio fotografico ricavato da una vecchia chiesa sconsacrata.

Dopo aver studiato alla Utrecht School for Journalism, è emerso sulla scena artistica internazionale quando la sua serie Chessmen ha vinto il premio Young European Photographer of the Year nel 1988.

I suoi lavori affrontano questioni come il sesso, il desiderio, la bellezza, la violenza e la libertà e rivelano l’attrito di una realtà imperfetta nascosta sotto una facciata perfettamente curata.

©Erwin Olaf Keyhole 2011-2013

La scena preferita da Erwin Olaf è la dimensione privata: l’interno delle case, gli sguardi e le atmosfere spesso ispirate ai film anni Cinquanta, in cui fa muovere i protagonisti delle sue creazioni ( stage photography ).

Con sensibilità, umorismo e distanza brechtiana, Olaf ci attira nella sua narrativa surreale e filmica, pur mantenendo la distanza dell’osservatore critico. “È bello rinchiudere le persone in un mondo molto formale in cui tutto è quasi perfetto e poi rompere qualcosa. Poi hai il tuo dramma”, dice l’artista.

Nelle sue fotografie si passa dalla pornografia alla moda, attraverso la storia dell’arte, dalla controcultura al pop, per giungere a film di artisti come David Lynch e Brian De Palma.

I suoi lavori sono in realtà radiografie destabilizzanti dell’immaginario mediatico contemporaneo. Nonostante la diversità e frammentarietà di contenuti, è riconoscibile uno stile unico, che fa da filo conduttore, caratterizzato dalla provocazione, dalla fantasía, l’erotismo, la satira e l’umorismo.

Al fotografo olandese sono state dedicate importanti mostre personali allo Stedelijk Museum di Amsterdam, al Groninger Museum in Olanda, al Frankfurter Kunsteverein e al Ludwig Museum in Germania, al Paris Photo, alla Flatland Gallery di Utrecht, alla Wessel O’Connor di New York e all’Espacio Minimo di Madrid.

Un approccio audace e talvolta controverso ha fatto guadagnare all’artista una serie di prestigiose collaborazioni, da Vogue e Louis Vuitton, allo Stedelijk Museum di Amsterdam. Ha lavorato come ritrattista ufficiale per la famiglia reale olandese nel 2017 e nel 2013 ha vinto l’incarico di ridisegnare le monete in euro olandesi, in circolazione dal 2014.

©Erwin Olaf – Rain

È stato premiato come Fotografo dell’anno agli International Color Awards 2006 e come Artista olandese dell’anno 2007 dalla rivista Kunstbeeld, oltre ad aver vinto il prestigioso Premio Johannes Vermeer dei Paesi Bassi. Ulteriori riconoscimenti internazionali includono il Leone d’argento al Festival dei leoni di Cannes per la pubblicità e un Lucie Award dagli Stati Uniti per l’intera sua opera.

SITOGRAFIA:

https://www.erwinolaf.com/biography

https://fotografiaartistica.it/erwin-olaf-il-desiderio-di-disinibizione/

Il post ha solo scopo didattico e divulgativo, le immagini sono di proprietà dell’autore e non verranno usate per scopi commerciali.

Articolo di Rossella Mele

Larry Sultan, “Pictures from home”

Larry sultan vede la famiglia come una istituzione, un insieme di valori e di credenze a cui crediamo, un ambiente complesso.

Con questo progetto ha deciso di indagare le caratteristiche della sua famiglia per fare un viaggio dentro di sè e trovarne un nuovo significato, allo stesso tempo è divenuto un progetto di impronta sociale:

Erano gli anni di Reagan, quando l’istituzione della famiglia veniva usata come simbolo ispiratore dai conservatori. Io volevo rompere questa mitologia della famiglia e mostrare cosa succede quando siamo guidati da immagini di successo. Ed ero disposto a usare la mia famiglia per dimostrare la mia tesi”. larry sultan

Quando Larry ha iniziato non aveva idea di cosa stesse facendo, all’inizio seguiva i genitori dappertutto nel quotidiano della vita domestica, poi nei viaggi, è stato un adattarsi passo dopo passo alle dinamiche che si andavano instaurando.

Il confronto è stato costante, il progetto è il risultato dell’incontro del modo di vedere del fotografo e quello dei suoi genitori.


Il testo riportato nel libro di “Pictures from Home” ricrea il processo attraverso il quale le immagini sono state realizzate, il continuo alternarsi fra testimone e partecipante dell’artista stesso, la battaglia tra lui e i suoi soggetti per il controllo:

Golf Trophy, 1984, Larry Sultan, Project Pictures from home

Mom Peeking Through Curtain Peeking Through Curtain 1989 Larry Sultan Pictures From Home ART205 LS204

Reading at the kitchen, 1984, Larry Sultan, Project Pictures from home

Padre del fotografo:

“Non so cosa stai facendo. Sembra che tu sia confuso quanto me. Voglio dire, fai i capricci; la metà delle volte il registratore non funziona e vuoi che io ripeta conversazioni che sono avvenute spontaneamente. E d’altra parte fai la stessa foto più volte e non sei ancora soddisfatto dei risultati. Per me non ha molto senso. Non capisco cosa vuoi ottenere. Qual è il problema?”.”

Larry Sultan:

“Molte volte non ha senso nemmeno per me. So solo che ogni volta che cerco di fare una fotografia, tu mi guardi con occhi di ghiaccio – penetrante ma impenetrabile, duro e con controllo. Oppure infili le mani in tasca e guardi verso un futuro mitico, che per qualche motivo si trova a circa 45 gradi alla mia sinistra. È come se recitasse il ruolo dell’eroico dirigente in un rapporto annuale o in un diorama sul successo. Forse stai cercando un’immagine pubblica di te stesso, mentre a me interessa qualcosa di più privato, quello che succede tra un evento e l’altro, quel breve momento tra i pensieri in cui ti dimentichi di te stesso”.

Il tipo di fotografia utilizzata è un fondersi di più generi, prima fotografia di stage, poi riprese più naturali, l’utilizzo vero e proprio di un un collage narrativo, composto da immagini di vecchi filmati amatoriali, interviste e conversazioni trascritte con i suoi genitori, istantanee e ricordi storici di famiglia, uniti a scritti e fotografie dello stesso Sultan; ciò per creare questa dimensione di pubblico e privato che vivono in contemporanea.

Didascalie

Los Angeles, Early Evening 1986, Larry Sultan, project Pictures From Home

Empty Pool, 1991, Larry Sultan, Project Pictures from home

Mom in Green NIght Gown, 1992, Larry Sultan, Project Pictures from home

Dad at Whiteboard, 1984, Larry Sultan, Project Pictures from home

NIghtStand, 1984, Larry Sultan, Project Pictures from home

Flaming Weber BBQ Fire, Larry Sultan, Project Pictures from home

“ Fotografare mio padre è diventato un modo per affrontare la mia confusione su cosa significhi essere un uomo in questa cultura. Ignorando gli impulsi più profondi, mi convinsi che volevo mostrare cosa succede quando – come interpretavo il destino di mio padre – le aziende scartano i loro dipendenti non più giovani, e come le frustrazioni e i sentimenti di impotenza che ne derivano si riversano nelle relazioni familiari.” Larry Sultan

Sitografia:

Qui un’intervista all’autore

https://landscapestories.net/en/archive/2014/family/projects/larry-sultan

https://museemagazine.com/features/2021/1/8/interiors-larry-sultans-pictures-from-home

https://www.newyorker.com/culture/photo-booth/how-larry-sultan-made-his-father-a-metaphor-for-dashed-american-dreams

https://www.npr.org/transcripts/121605471

https://www.npr.org/transcripts/121605471

Articolo scritto da Eric De Marchi

Tutte le immagini sono proposte a scopo didattico e divulgativo. Tutte le immagini sono di proprietà dell’autore.

ZANELE MUHOLI, storia visiva nera e trans del Sud Africa

Articolo di Giovanna Sparapani

“La mia missione è riscrivere una storia visiva nera e trans del Sudafrica, affinché  il mondo sappia della nostra esistenza e resistenza ai crimini d’odio nella mia terra ed oltre”. ZANELE MUHOLI

Nata a Umnazi, Durban (Sudafrica) nel 1972, ultima di cinque figli, cominciò a lavorare come parrucchiera, coltivando segretamente il sogno di diventare un’artista visiva: la sua formazione avvenne a Johannesburg e in seguito a Toronto.

 Definendosi “attivista visiva ”, attraverso una documentazione fotografica acuta ed elegante supportata da  un fine dichiaratamente politico, si propone di difendere i diritti degli individui soggetti a vari tipi di intolleranza, purtroppo ancora diffusi in tutto il mondo. Dai primi anni duemila ha iniziato a documentare le vite delle persone appartenenti a comunità lesbiche, gay, trans, queer del Sudafrica, per opporsi a pregiudizi e discriminazioni che rendono difficile affermare con dignità la propria esistenza per una fetta di umanità ‘diversa’ e dunque da emarginare, soprattutto nel continente africano. Nelle sue fotografie parla di povertà, di emarginazioni, di dolori condivisi, di intolleranze razziali, anche se il focus principale di tutto il suo lavoro è diretto verso il mondo LGBTQIA+.

 Nei suoi intensi ritratti e autoritratti in bianconero, i soggetti sono  per lo più immortalati in pose che richiamano canoni classici, ma gli orpelli che li adornano – soprattutto vesti,  gioielli e copricapi – sono assolutamente contemporanei, composti con materiali di uso quotidiano, come spugne, retine per i piatti, mollette per i panni, pettini, corde…… ; presenti talvolta anche elementi vegetali tipici della flora del suo paese a cui Zanele è particolarmente legata.

 Le serie di foto riunite sotto il titolo “Volti e fasi”, che l’ha fatta conoscere al mondo, contiene centinaia di ritratti di donne di colore, realizzati entrando con coraggio nella vita e nell’intimità dell’universo femminile omosessuale: nessuna immagine contiene elementi ridicoli o sopra le righe, tutto è risolto con grande serietà e sobrietà. Non solo fotografa, ma anche regista, Zanele nel 2010 dirige a fianco di Petre Glodsmid,”L’Amore difficile”, un documentario ‘senza veli’ che ci introduce all’interno del suo mondo creativo e della sua sfera privata: 48 minuti in cui si possono trovare immagini e situazioni molto crude, ma sempre autentiche e coraggiose, “ un autoritratto potente e commovente di un’artista e di una militante totale”. Dopo questo importante lavoro, cominciano ad arrivare i riconoscimenti: nel 2013 viene nominata Prof.sa di cinema e fotografia presso l’Accademia di Brema in Germania e nel 2017 è considerata l’artista più importante all’interno di una mostra organizzata a Parigi presso la Fondazione Louis Vuitton. Nel 2020 i suoi ritratti e autoritratti sono ospitati alla Tate Modern di Londra, riscuotendo un grande successo di pubblico e critica.

Alla  58.esima Biennale di Venezia del 2019, viene presentato il suo progetto più impegnato e più celebre  che contiene una serie eccezionale di autoritratti a partire dal 2012: “Somnyama Ngonyama” (in italiano, “Ciao, leonessa nera”): le pose e le vesti sono le più diverse, i volti dagli sguardi intensi  vengono rivolti con fierezza verso l’osservatore, alla ricerca di una piena affermazione di sé. La fotografa ci tiene a sottolineare che i ritratti sono stati realizzati alla luce del giorno, senza effetti luministici artificiosi, il suo volto è volutamente molto scuro, quasi a volersi uniformare e confondersi con i fondi neri: le sclere bianche degli occhi e le labbra spesso dipinte con colori molto chiari e luminosi, creano affascinanti contrasti con la pelle del volto dalle sottili luminescenze.

 Attualmente a Parigi,  la Maison Européenne de la Phptographie (MEP) ospita fino al 23 maggio una nutrita esposizione con 200 fotografie, video, installazioni, documenti d’archivio, a partire dagli anni 2000, a documentare l’attività della fotografa fino ai giorni nostri.

Zanele Muholi: Somnyama Ngonyama, Hail the Dark Lioness, aperture Foundation,New York,2018

Zanele Muholi Somnyama Ngonyama, Ave leonessa nera, ed. 24 Ore cultura, 2021

NB: Le foto sono tutti autoritratti

Il posto ha solo scopo didattico, culturale e informativo, le immagini sono e rimangono di proprietà dell’artista

Articolo di Giovanna Sparapani

Karolina Wojtas, Play, Fun, Nonsense

Karolina Wojtas (nata nel 1996) – Fotografa e artista multimediale, scatta da quando aveva 13-14 anni. Ha studiato alla Film School di Lodz e all’Istituto di Fotografia Creativa della Repubblica Ceca.

Per eseguire i suoi progetti personali utilizza la camera digitale di quando aveva 14 anni, ne ha 17 tutte uguali.

Come illuminazione Utilizza il flash, per lei è una sorta di esplosione che le permette di catturare la scena.

Le sue fotografie sono prevalentemente “Staged”, prende ispirazione dal contesto quotidiano privato e pubblico del luogo dove vive, la Polonia.

Lavora su determinati temi a lei vicini, come la questione dell’educazione scolastica per esempio con il progetto “Abzgram”.

Nel progetto “Abzgram” esamina il rigido sistema scolastico polacco che sottopone i bambini a regole militaristiche.

Come apertura del progetto troviamo La “Procedura di ingresso in classe”, prevede che i bambini stiano fermi senza toccarsi, appoggiando lo zaino sul pavimento accanto alla gamba destra con le mani lungo i fianchi, lo sguardo fisso, silenzioso e immobile.

La sua espressione artistica, prevede installazioni Site Specific; in base al luogo di interesse, crea un ambiente a lei congeniale attuo a far immergere lo spettatore.

la fotografa definisce il suo lavoro in tre parole:

“Play, Fun, Nonsense.” Karolina Wojtas

Il suo processo di creativo deve essere come un gioco dove ci si diverte, con un senso che va costruendosi mano a mano scattando, informandosi leggendo e scattando nuovamente; partendo così da sensazioni personali, sino ad approfondire tematiche che toccano la sfera politica e sociale.

Riguardo alla scelta dei suoi soggetti fotografici, la sua attenzione si concentra su soggetti abitualmente considerati brutti e Kitsch; questa scelta, è per la fotografa, legata alla cultura in cui è immersa dove si possono trovare diversi elementi di questo tipo: “I live in a town where a Colosseum and pyramid were built! It’s so kitschy—we pretend we are rich, but the way we project that never looks good. I grew up in a time when it was fashionable to have glitter in your hair, wear frills, and own a red or green bag with matching shoes. This was the best outfit for formal occasions! I grew up around ugly things, but on the other hand, there is beauty in that ugliness. I love collecting strange materials, as well as bags and shoes” Karolina Wojtas

I soggetti non sono estranei, utilizza prevalentemente amici, parenti, sè stessa e quasi mai estranei a parte per qualche lavoro commerciale come il lavoro per MARNI, brand italiano.

PRIZE AND CONTESTS:

2017- ShowOFF – Kraków Photo Month, winner

2018- TIFF OPEN 2018 – Tiff Festival Wrocław, winner

2018- Scholarship of the Minister of Culture and National Heritage, Poland

2018- Talent of the year, PixHouse, Poznań, nomination

2018- Portfolio review winner, Bratislava Month of Photography 2018

2019- Publication of the year 2019, shortlist “kwas kwas kwas” Łódź, Poland

2019- Bird in Flight Prize 19 – shortlisted

2019- Talent of the year, PixHouse, Poznań, nomination

2019- ING Unseen Talent Award 2019, winner, Amsterdam, Holland

2019- Scholarship of the Minister of Culture and National Heritage, Poland

2020- Plat(t)form 2020 – special mention, Fotomuseum Winterthur, Switzerland

2020- reGeneration 4 The Challenges of Photography and its Museum for Tomorrow,

Musée de l’Elysée, Nomination​​​​​​​

OLO EXHIBITIONS

2020 -Fundacja Pełkińska XX Czartoryskich – Zamek w Pełkiniach, “Konik”

2020- Gallery  Naga -” Gatunek: brat. Jak unicestwić?” Warszawa

2019, “Abzgram” in Galeria F7, during Bratislava Month of Photography, Slovakia

2019 -Exhibition ‘Extremely rich fauna of the local area’ during FotoArtFestival in

Bielsko-Biała

2019-, Individual exhibition at the Museum in Pełkinie “Abzgram”

2019 Individual exhibition at the Museum in Pełkinie “The Extremely Rich Fauna of the Local

Area”

2018, Individual exhibition “Karolina Wojtas: Train to knowledge. TIFF Festival 2018 /

Cooperation”, Galeria u Agatki Wrocław, TIFF Festival, International festival

COLLECTIONS

ING Collection Netherlands, Muzeum Sztuki in Łódź

Sitografia

https://www.public-offerings.com/karolina-wojtas-ugly-pretty

https://karolinawojtas.com/abzgram

https://metcha.com/article/the-trunk-reverse-hotel-by-karolina-wojtas-for-marni-s-new-shoulder-bags

https://co-berlin.org/en/co-berlin-talent-award/2022

https://www.lensculture.com/articles/karolina-wojtas-making-a-mess

Articolo di Eric De Marchi

Le immagini sono solo a scopo didattico e culturale e rimangono di proprietà dell’autore

Giulia Bianchi ORDINATION: I THINK JESUS WAS A FEMINIST

Fotografia di Giulia Bianchi


Giulia Bianchi è una fotografa documentarista e insegnante di fotografia.
Nel 2010 ha frequentato il programma PJ dell’International Center Of Photography di New
York City si è iscritta all’Art Students League per studiare pittura a olio e ha iniziato a
frequentare corsi di filosofia, femminismo, arte ed estetica a Brooklyn.
Insegna fotografia in diverse scuole e associazioni tra cui Officine Fotografiche e Mohole a
Milano, Camera Torino, Nessuno Press a Brescia, Verona Fotografia, etc. Ha anche creato
un percorso formativo indipendente che si chiama IDA Fotografia.
La sua ricerca fotografica prende origine da una formazione umanista, indaga temi della
disobbedienza civile e del femminismo.

Fotografia di Giulia Bianchi


ORDINATION: I THINK JESUS WAS A FEMINIST
Progetto multimediale incentrato sulla disobbedienza religiosa, Giulia Bianchi lavora al
progetto dal 2012.
Nella Chiesa cattolica romana basata sul patriarcato, il sacerdozio è vietato alle donne,
l’articolo 1024 del codice del codice di diritto canonico prevede che solo un uomo battezzato
possa accedere al sacerdozio. Dal 2002, centinaia di suore e teologhe si sono fatte avanti e
sono state ordinate, costruendo un movimento mondiale chiamato RCWP (Roman catholic
women priests ). Nel 2010, la chiesa ha stabilito che il sacerdozio femminile è un crimine
grave quanto l’abuso sessuale nei confronti di minorenni;
la fotografa ha visitato 35 comunità negli Stati Uniti, in Canada e in Colombia con l’obiettivo
di creare un archivio storico di questo movimento; La documentazione offre una
contro-narrazione agli stereotipi religiosi e indaga la complessità della vita dei soggetti
scomunicati.

Fotografia di Giulia Bianchi


Le foto del progetto ci mostrano una realtà proibita che potrebbe però diventare il futuro
della Chiesa; ciò a cui si vuole porre attenzione è la spiritualità femminile e il tipo di comunità
che la leadership delle donne crea: inclusiva, non gerarchica, non dogmatica e aperta a
persone di ogni razza, genere e condizione economica.
Per realizzare il progetto Giulia ha mantenuto uno stile documentaristico, documentando la
vita delle donne con cui ha stabilito un accordo che proponeva di essere ospitata e vivere a
stretto contatto per almeno 2-3 settimane, avere quindi il permesso di fotografare ogni
momento della loro vita privata oltre che poter catalogare ogni oggetto, documento che
reputasse utile per creare un archivio di dati relativo a queste donne.
Questa tipo di fotografia, porta la fotografa ad immergersi completamente nello stile di vita
della persona fotografata, aiutandole a svolgere anche le mansioni quotidiane.
Nausicaa Giulia Bianchi, nel lavorare con queste donne ha cercato di immortalare il loro
modo di vivere il divino e la comunità, il loro modo di contribuire a rendere il mondo un posto
migliore lottando per raggiungere diritti paritari.

Fotografia di Giulia Bianchi


Per Diane Dougherty (persona fotografata da Giulia Bianchi), che ha dedicato la sua vita a
essere una donna sacerdote e attivista cattolica, la sua lotta non è solo per l’inclusione delle
donne e delle persone LGBTQ nella Chiesa, ma anche contro l’ingiustizia sociale, il
razzismo e le leggi anti-immigrazione al di fuori della religione.

Fotografia di Giulia Bianchi


In merito all’obbiettivo del progetto la fotografa dice:
“Questo progetto vuole davvero abbattere gli stereotipi sulle donne nella Chiesa e ascoltare
ciò che hanno da dire”… “Sfidiamo ciò che la Chiesa dice essere sacro, ciò che la Chiesa
dice essere puro. Ascoltiamoci l’un l’altro e riconosciamo che l’idea che le donne non siano
abbastanza brave per essere in una posizione di potere nella Chiesa, o che il loro corpo sia
vergognoso, o che non possano definire il cattolicesimo nei loro termini, è una stronzata”.

Sitografia:
https://www.giuliabianchi.com/bio
https://www.ulilearn.com/costruire-uno-sguardo-r
http://www.womenpriestsproject.org/preview
https://www.nationalgeographic.com/photography/article/portraits-from-the-forbidden-priesth
ood-of-women
https://www.vice.com/en/article/3dx3xb/giulia-bianchi-women-priests-interview
https://www.vogue.com/projects/13543313/roman-catholic-women-priest-movement-giulia-bi
anch

Articolo di Eric De marchi

Le fotografie sono di proprietà dell’autrice e sono condivise a solo scopo didattico culturale.

Primi avvistamenti di extraterrestri sulla terra

Primi avvistamenti di extraterrestri sulla terra

Ciao a tutti!

Ultimamente (negli ultimi quattro anni) mi sono concentrata molto sul far funzionare la mia scuola e questo mi ha allontanata dalle persone come autrice.

Volevo quindi raccontare un pochino meglio quello che sto facendo!

Non ho abbandonato il mio percorso autoriale che, di fatto sta andando benone! 

Dopo essere stata ferma, in termini di esposizioni, per gli anni del Covid, il lavoro è ripartito e il mio progetto Don’t le my mother know, sta girando molto. 

Il lavoro è in finale al Premio Paolo VI per l’arte contemporanea e volerà all’Istituto Italiana di Cultura a Belgrado durante il mese della fotografia, successivamente verrà proiettato ad Arles durante uno dei festival di fotografia più grandi del mondo, Les Rencontres de la photographie d’Arles. 

Per vedere il progetto qui 

Il 29 Aprile alle 17 avrò una visita guidata alla Collezione Paolo VI sul progetto Don’t let my mother knowIl

Primo contatto con X23

Il 5/6/7 Maggio terrò un workshop ad Ancona sullo stile fotografico, per informazioni

Successivamente, nello stesso Festival verrà esposta una mostra inedita su un lavoro scattato in Finlandia che parla di felicità.

Dal 14 Giugno sarò a Lanzarote a tenere un workshop sul racconto fotografico, tutte le informazioni qui

A luglio vi aspetto ad Arles l’8 luglio 2023 a La nuit de l’anee (the Night of the Year) Per ora basta, vi mando un abbraccio, grazie per avermi seguita fin qui!

Sara 

Il Pianeta Musa 23

U.PHO.S. Unidentified Photographic Subjects

Unidentified Photographic Subjects

Per oltre vent’anni Mauro Fiorese ha documentato luoghi e situazioni al limite tra reale e immaginario. Ciò che lo ha spinto in quest’indagine è stata la necessità di andare oltre le informazioni visive in cui ci imbattiamo ogni giorno per scoprire, tramite la fotografia, nuove realtà.

Dopo un lungo periodo di ricerca iconografica, condotto sia su archivi amatoriali on-line che in archivi di Stato recentemente resi pubblici, l’autore ha intrapreso innumerevoli viaggi in remote località del nostro Pianeta con l’intento di produrre il primo archivio ufficiale di Soggetti Fotografici non Identificati (U.Pho.S.).

Le fotografie di Fiorese ci parlano contemporaneamente di presenza e di assenza: il soggetto fotografato è reale, in quanto esistente dinnanzi al fotografo nel momento dello scatto, ma rimane sempre e misteriosamente difficile da identificare. Si tratta infatti spesso di oggetti lontani dal nostro quotidiano oppure di oggetti comuni che, decontestualizzati, subiscono una trasfigurazione suggerendoci sensazioni inquietanti.

L’opera finale assume il significato di “prova fotografica”, in un’accezione quasi scientifica del termine, chiamata a testimoniare un momento solo cronologicamente e geograficamente definito.

Mauro Fiorese è stato autore e docente di fotografia per oltre vent’anni, ha tenuto corsi presso l’Accademia di Belle Arti e l’Università degli Studi di Verona, allʼIstituto Europeo di Design di Milano e alla University of Illinois at Urbana-Champaign.
I suoi lavori sono stati premiati ed esposti dal 1996 negli Stati Uniti, in Giappone, Canada, ed Europa, in gallerie private, istituzioni pubbliche, festival e rassegne internazionali inclusa la 54esima Biennale di Venezia. Le sue opere fanno parte di collezioni private e pubbliche internazionali (Museum of Fine Arts di Houston, Texas, Bibliothèque nationale de France di Parigi, Museo di Fotografia Contemporanea di Milano).
Negli Stati Uniti è stato inserito nella TOP 100 World Photographers list dellʼedizione 1997 dellʼErnst Haas/Golden Light Award e, nel 2012, ha esposto presso la George Eastman House di Rochester (New York), il primo e più importante museo americano dedicato alla Fotografia e al Cinema.
Ha organizzato diversi incontri sulla fotografia dʼautore e ha curato mostre di alcuni tra i più grandi maestri della fotografia contemporanea presso il Centro Internazionale di Fotografia “Scavi Scaligeri” del Comune di Verona.
Il suo progetto U.Pho.S. Unidentified Photographic Subject, è stato incluso nel libro “Dalla Fotografia d’Arte all’Arte della Fotografia” edito da ALINARI 24Ore ed esposto nel 2014 in occasione della 3.a Quadriennale di Düsseldorf.
Nel 2015 e 2016 tre nuovi traguardi: uno scatto del progetto Treasure Rooms si aggiudica il primo premio di Codice Mia, assegnato da una giuria internazionale; mentre nell’ambito di ArtVerona la Fondazione Domus acquisce Depositi della Galleria degli Uffizi – Firenze, 2014 e la Galleria d’Arte Moderna Achille Forti, con l’istituzione del Premio “Ottella For GAM”, un lavoro dal titolo Treasure Rooms degli Scavi di Pompei – Napoli 2015.
A gennaio 2016 è stato invitato come Cultural Leader al World Economic Forum di Davos.
Si spegne per una malattia nella sua Verona a soli 46 anni nel dicembre 2016.
Sulla sua vita è in lavorazione un docu-film.

Per andare al sito dell’autore vai qui

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Le immagini hanno solo scopo culturale e didattico, rimangono di proprietà dell’autore.