Buongiorno, inizio questa serie di articoli che avevo abbandonato tempo fa, sulla storia di alcune singole fotografie di grandi autori che mi hanno particolarmente colpita negli ultimi anni, spero coinvolgano voi quanto me, ciao
Sara
“La mia fotografia cerca di rappresentare il mondo in una forma che rifletta la complessità della realtà contemporanea.”Andreas Gursky
FOTOGRAFIA di Andreas Gursky -Pyongyang IV – Anno 2007
Questo è l’occhio di Andreas Gursky, il fotografo tedesco che ha catturato l’essenza dei giochi di Arirang a Pyongyang. Non si tratta di una semplice documentazione, bensì di una trasfigurazione della realtà in un’opera d’arte che sfida la nostra percezione.
Nel 2007, il fotografo tedesco Andreas Gursky ha realizzato “Pyongyang IV”, una delle immagini più emblematiche della sua serie dedicata alla Corea del Nord. La fotografia ritrae una scena dei Mass Games dell’Arirang Festival, un evento annuale che celebra il leader defunto Kim Il Sung. In questa manifestazione, oltre 50.000 ginnasti eseguono coreografie sincronizzate davanti a 30.000 bambini che, con cartoncini colorati, creano giganteschi mosaici umani come sfondo. Gursky ha catturato l’essenza di questo spettacolo di massa, evidenziando la natura militaristica e totalitaria del regime nordcoreano.
Gursky non si limita a mostrarci un evento, ma ci costringe a interrogarci sulla natura stessa della massa, sulla sua capacità di trasformarsi in un organismo unico, pulsante, quasi astratto. Le ballerine, migliaia di punti colorati, si fondono in un disegno ipnotico, dove il singolo scompare nell’insieme.
La prospettiva aerea, marchio di fabbrica di Gursky, ci priva di un punto di riferimento, ci disorienta. Siamo sospesi, come osservatori di un mondo alieno, dove la disciplina e la sincronia raggiungono livelli estremi. La fotografia diventa così una riflessione sulla potenza del collettivo, sulla sua capacità di creare bellezza e terrore allo stesso tempo.
E poi c’è il contesto, la Corea del Nord, un regime che fa della propaganda un’arma. I giochi di Arirang sono uno spettacolo grandioso, un’esibizione di forza e unità. Gursky, però, non si lascia ingannare dall’apparenza. La sua fotografia non è una celebrazione del regime, ma una meditazione sulla condizione umana, sulla nostra vulnerabilità di fronte al potere.
“Pyongyang IV” è un’opera che ci interroga, che ci sfida a guardare oltre la superficie, a cercare il significato nascosto dietro l’immagine. È un’esperienza visiva che ci lascia senza fiato, che ci fa sentire piccoli e insignificanti di fronte alla vastità del mondo.
Biografia
Andreas Gursky è nato nel 1955 a Lipsia, Germania, e attualmente vive e lavora a Düsseldorf. È noto per le sue fotografie di grande formato che rappresentano scene di vita quotidiana, spesso manipolate digitalmente per enfatizzare pattern e dettagli. Le sue opere sono esposte in musei di tutto il mondo e hanno stabilito record nelle aste d’arte contemporanea.
In qualità di fondatrice di Musa Fotografia, una scuola dedicata all’arte della fotografia, desidero chiarire l’utilizzo di immagini di grandi autori sul mio blog.
Le fotografie di maestri come Andreas Gursky, che appaiono nei miei articoli, sono utilizzate esclusivamente a scopo didattico e divulgativo. Il mio intento è quello di analizzare e condividere la bellezza e la tecnica di queste opere con i miei studenti e con tutti gli appassionati di fotografia.
Tengo a sottolineare che:
Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità. Gli articoli sono scritti con intenti didattici. L’obiettivo è quello di fornire spunti di riflessione e di approfondimento sulla storia della fotografia e sulle diverse tecniche utilizzate dai grandi maestri. Il mio impegno è verso la diffusione della cultura fotografica. Credo che l’analisi di opere significative sia fondamentale per la crescita e l’apprendimento di ogni fotografo. Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.
Spero che questa dichiarazione possa chiarire il mio approccio e la mia passione per la fotografia.
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Nuove mostre ci aspettano a giugno, date un’occhiata!
Anna
Chi sei, Napoli? – JR
Le Gallerie d’Italia – Napoli, dal 22 maggio al 5 ottobre 2025, presentano la mostra dell’artista francese JR ‘Chi sei, Napoli?’, dedicata all’ottavo capitolo delle della serie ‘Chronichles’ , che dopo Dopo Clichy-Montfermeil (2017), San Francisco (2018), New York (2018), Miami (2022), Kyoto (2024), tre città americane (Dallas, Saint Louis e Washington DC) per un murale sul tema delle armi in America (2018), e quindici città di Cuba (2019) giunge nella città partenopea con la prima installazione di questo tipo in Italia, realizzata con il patrocinio del Comune di Napoli.
L’opera site-specific di JR verrà svelata sulla facciata del Duomo di Napoli, trasformata in un mosaico di volti locali, incarnando lo spirito comunitario, la resilienza, l’energia e l’anima polimorfa della città.
Nel settembre 2024, l’artista francese JR ha iniziato a Napoli un’esplorazione profonda dell’identità culturale complessa della città. In una settimana, dal 23 al 29 settembre, sono stati protagonisti i cittadini di sette quartieri, attraverso set fotografici allestiti presso Piazza Sanità, Piazza Dante, Fuorigrotta, Mergellina, San Giovanni a Teduccio, Piazza Cavour e Borgo Sant’Antonio Abate. Durante questo periodo intenso, sono stati raccolti i ritratti e le storie di 606 napoletani provenienti da diversi background sociali e culturali, catturando così l’essenza di Napoli.
Il risultato del lavoro di JR è un collage fotografico monumentale sulla facciata del Duomo e raccontato nella sua composizione in una mostra alle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo in via Toledo, dove si potrà rivivere anche il ‘dietro le quinte’. In mostra verranno presentati anche tre murali della serie ‘Chronicles’, realizzata in Francia (Chroniques de Clichy-Montfermeil), a Cuba (Las Crónicas de Cuba) e in USA (The Gun Chronicles: A Story of America), per mostrare come l’arte di JR possa stimolare conversazioni creando un potente impatto visivo.
Dal 22 maggio al 5 ottobre 2025 – Gallerie d’Italia – Napoli
Dal 25 aprile al 28 settembre 2025 arriva a Padova, al Centro Culturale Altinate | San Gaetano, VIVIAN MAIER. The exhibition, la più grande mostra mai dedicata alla celebre fotografa americana, con più di 200 fotografie a colori e in bianco e nero, scatti iconici, oggetti personali, documenti inediti, sale esperienziali e immersive, registrazioni audio e filmati Super 8, esposti in via eccezionale soltanto per questa retrospettiva.
Dopo il grande successo conseguito con la mostra di Monet, che ha segnato un nuovo record, il Comune di Padova e Arthemisia tornano a proporre insieme una straordinaria iniziativa.
Vivian Maier (1926 – 2009) è una delle artiste più amate al mondo. La sua incredibile storia ha commosso e continua a commuovere milioni di visitatori. La Maier faceva la tata di mestiere, si è occupata per tutta la vita di accudire i bambini, coltivando segretamente una grande passione per la fotografia. Dopo la sua morte sono stati ritrovati per caso, in un magazzino venduto ad un’asta fallimentare, migliaia di rullini accumulati durante l’intera vita, che hanno svelato al mondo un’artista intelligente, acuta, ironica e sensibile, che ha documentato per decenni la vita quotidiana americana tra Chicago e New York, osservando con incredibile sensibilità le persone, i bambini, le donne, gli anziani, fermando nel tempo attimi eterni.
Curata da Anne Morin – la più grande esperta e studiosa della vita dell’artista – l’esposizione è suddivisa in sezioni tematiche che esplorano i soggetti e gli aspetti distintivi del suo stile: dagli intensi autoritratti alle scene di vita urbana, dai ritratti di bambini alle immagini di persone ai margini della società.
Da un progetto diVertigo Syndrome ein collaborazione con diChroma photography, la mostra è realizzata con il contributo di AcegasApsAmga e vede come mobility partnerFrecciarossa Treno Ufficiale. Il catalogo è realizzato da Moebius in collaborazione con Réunion des musées nationaux (RMN) – Grand Palaise Musée du Luxembourg, Paris.
“Questa non è solo una grande mostra di fotografia è anche l’occasione per conoscere, per quanto possibile, la figura di una donna, certamente straordinaria, che solo dopo la sua scomparsa, ha visto riconosciuto il grande valore documentaristico, storico e soprattutto artistico della propria attività di fotografa. Vivian Maier, rimarrà per sempre un personaggio misterioso, e forse il fascino attorno a lei si deve anche alla storia quasi incredibile della sua vita e delle sue fotografie. Era certamente una donna colta che si mimetizzava col suo umile lavoro di babysitter, un’osservatrice raffinata e attentissima che ci ricorda il personaggio della portinaia intellettuale creato da Muriel Barbery nello straordinario romanzo “L’eleganza del riccio”. Per tutte queste ragioni la mostra che dedichiamo a Vivian Maier, splendidamente curata da Anne Morin e prodotta da Arthemisia arte e cultura con la collaborazione fondamentale di Vivian Maier’s Estate e della John Maloof’s Collection si inserisce fra i principali eventi culturali dell’estate padovana confermando il ruolo centrale della nostra città come meta di un turismo culturale di qualità, che spazia dagli affreschi del ‘300 dell’Urbs picta, all’arte contemporanea, fino alla fotografia, alla musica e al teatro” – dichiara l’Assessore alla Cultura Andrea Colasio.
“Per il 25esimo anniversario di Arthemisia – dice Iole Siena, Presidente di Arthemisia – non potevamo per nessuna ragione mancare l’appuntamento con quella che considero una delle artiste più appassionanti del Novecento. Vivian Maier emoziona, commuove, fa al contempo sorridere e riflettere sulla natura umana; tengo molto a questa mostra, e tanto più mi fa piacere che sia proprio a Padova, città che ci ha già regalato grandi soddisfazioni con la mostra di Monet.”
“È nel cuore della società americana, a New York dal 1951 e poi a Chicago dal 1956, che Vivian, osserva meticolosamente il tessuto urbano che riflette i grandi cambiamenti sociali e politici della sua storia. È il tempo del sogno americano e della modernità sovraesposta, il cui dietro le quinte costituisce l’essenza stessa del lavoro di Vivian Maier”, spiega la curatrice Anne Morin. “Vivian Maier, il mistero, la scoperta e il lavoro: queste tre parti insieme sono difficili da separare”. “La mostra”, aggiunge Morin, “vuole concentrarsi sull’opera dell’artista piuttosto che sul suo mistero, evitando di cavalcare la curiosità sulla sua particolare vicenda umana e professionale, ma contribuendo invece ad elevare il nome della Maier. La sua storia è la storia di una donna che ha fatto della fotografia la sua ragione di vita, senza mai esporsi, ma nascondendosi dietro l’obbiettivo, con il quale catturava immagini indimenticabili, spaccati di vita quotidiana che ha reso eterni”.
Dal 25 Aprile 2025 al 28 Settembre 2025 – Centro Alinate San Gaetano – Padova
Simbolo di memoria, cultura, resilienza, il cibo ha da sempre ricoperto un significato profondo nell’esistenza dell’uomo. Mentre le culture occidentali ne fanno il centro di una narrazione che intreccia arte, competizione, spettacolo, la fotografia di Steve McCurry si colloca in controtendenza, restituendo al cibo la sua accezione più autentica e universale. Dal 24 maggio al 28 settembre la mostra fotografica “Steve McCurry – Cibo” trasformerà il Museo Civico Archeologico di Vieste in un caleidoscopio di umanità a colori. Settanta immagini, selezionate dal fotografo statunitense e da Biba Giacchetti, sua storica collaboratrice e curatrice della mostra in collaborazione con Peter Bottazzi, Orion57 e Giuseppe Benvenuto per il Comune di Vieste, saranno i filo conduttore di un viaggio che restituisce il cibo nella sua accezione primaria, quella che fonda e rinnova i rapporti tra gli esseri umani, intorno a un piatto, seduti a terra in strada.
Da sempre sensibile alle storie dei fragili, dai bambini vittime dei conflitti agli emarginati, agli animali, la fotografia umanista di McCurry incrocia il tema del cibo ritraendo il pane come elemento essenziale, insinuandosi tra i mercati come luoghi di energia e bellezza, immortalando i pasti consumati intorno al focolare, momenti di conforto, legame, dignità.
“In luoghi torturati da guerre o da calamità naturali o più semplicemente da una natura impervia – ricorda Biba Giacchetti – il cibo ha un valore profondo che sconfina nel sentimento, lenisce paure e accomuna gli esseri umani. Nelle immagini di Steve ritroviamo infine l’antica dolcezza del focolare domestico, tanto consolatoria in situazioni estreme”. Così attraverso la fotografia raggiungiamo luoghi devastati dai conflitti, dove il cibo assume un valore quasi sacro, riscoprendo il sorriso di un bambino con un frutto in mano, tuffandoci nella vitalità dei mercati, scoprendo l’ingegno umano che trasforma ciò che la terra offre in nutrimento e bellezza. Da maggio a settembre la mostra sarà aperta dal martedì alla domenica dalle 18 alle 22; nei mesi di luglio e agosto da martedì a domenica dalle 18:30 alle 23:30.
Dal 24 maggio al 28 settembre – Museo Civico Archeologico di Vieste
Il programma espositivo del 2025 di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino prosegue con una grande mostra inedita, dal 13 giugno al 21 settembre, che celebra in Italia il fotografo Alfred Eisenstaedt. Autore della famosa immagine “V-J Day in Times Square“, in cui un marinaio bacia un’infermiera in mezzo a una folla festante al termine della Seconda Guerra Mondiale, Eisenstaedt è stato uno dei principali fotografi della rivista “Life”, per la quale ha raccontato il mondo e la sua contemporaneità attraverso uno sguardo divertito e indagatore. A trent’anni dalla sua morte e aottanta dalla realizzazione del celebre scatto, l’esposizione curata da Monica Poggi presenta una selezione di 150 immagini, molte delle quali mai esposte, a partire dai primi scatti nella Germania degli anni Trenta, dove realizzò le inquietanti fotografie ai gerarchi nazisti, tra cui quella celeberrima a Joseph Goebbels. La mostra a CAMERA – la prima in Italia del 1984 – ripercorre tutto l’arco della sua carriera, passando dalla vita vertiginosa degli Stati Uniti del boom economico, al Giappone post-nucleare, fino alle ultime opere realizzate negli anni Ottanta. Davanti al suo obiettivo ritroviamo anche personaggi come Sophia Loren, Marlene Dietrich, Marilyn Monroe, Albert Einstein e J. Robert Oppenheimer.
Due sezioni della mostra sono inoltre dedicate all’importante reportage che Eisenstaedt realizza in Europa prima della Seconda Guerra Mondiale e a quello realizzato in Italia nel dopoguerra, dove i cartelloni stradali iniziano a cambiare le prospettive e i paesaggi, riflettendo le trasformazioni sociali ed economiche in corso.
Lo stile di Eisenstaedt si inserisce nella grande tradizione documentaria americana, ma si arricchisce talvolta di visioni poetiche, che richiamano la pittura dell’Ottocento – come negli scatti dedicati alle ballerine di danza classica dove risuona l’eco delle opere di Degas – oppure di arguta ironia, costruita tramite scenari stranianti che richiamano gli espedienti dell’arte surrealista europea. «Quando scatto una fotografia – affermava Alfred Eisenstaedt – cerco di catturare non solo l’immagine di una persona o di un evento, ma anche l’essenza di quel momento».
Nato nel 1898 a Dirschau, nella Prussia Occidentale (oggi Polonia), il suo primo approccio con la fotografia avviene durante l’adolescenza, quando uno zio gli regala una Eastman Kodak Nr. 3, che lo accompagna durante tutti gli anni di studio. Alla fine degli anni Venti, inizia a lavorare per l’Associated Press, a cui segue nel 1929 la pubblicazione delle prime immagini sulla rivista tedesca “Berliner Illustrirte Zeitung”. Nel 1935, per fuggire alle leggi razziali, emigra negli Stati Uniti dove l’anno seguente inizia a collaborare con la celebre rivista americana “Life” con cui firmerà alcuni dei suoi servizi più conosciuti. Eisenstaedt muore nel 1995, all’età di novantasette anni, nella casa di villeggiatura sull’amata isola di Martha’s Vineyard.
Dal 13 Giugno 2025 al 21 Settembre 2025 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino
10 Corso Como presenta Da un’altra parte, una mostra personale di Guido Guidi, a cura di Alessandro Rabottini e allestita nella Galleria di 10 Corso Como dal 7 maggio al 27 luglio 2025. Concepita come un’ampia indagine sulla sua opera fotografica, la mostra si concentra sul tema dell’ombra, intesa come il risultato dell’incontro tra la luce, lo spazio e il tempo, ossia tre delle principali coordinate della ricerca di Guidi.
Guido Guidi (Cesena, 1941) è un autore internazionalmente riconosciuto per il suo contributo al campo della fotografia a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, celebrato per una visione sul paesaggio, l’architettura e le cose che è insieme lirica e analitica. Le sue immagini distillano una riflessione sulle forme più quotidiane, marginali e antimonumentali che abitiamo e che ci circondano, rendendo tattile e sospeso nel tempo ciò che spesso siamo propensi a trascurare. Nei decenni, Guidi ha affermato la necessità di una “poetica dell’attenzione”: nelle sue opere l’atto stesso del vedere non è mai dato per scontato ma, al contrario, analizzato da molteplici punti di vista, da quello esistenziale fino ai suoi significati formali e teorici. Attraverso la costanza con cui ha scrutato e scruta gli aspetti più laterali della realtà, Guidi ha influenzato generazioni di fotografi, attraverso un linguaggio che è tanto sottile quanto seminale.
Da un’altra parte raccoglie un’ampia selezione di fotografie realizzate tra i primi anni Settanta e il 2023, in un allestimento incentrato sulla persistenza e la ricorrenza di certi temi attraverso i decenni. Nonostante Guidi concepisca, pubblichi e mostri il proprio lavoro attraverso il formato della serie fotografica, in questa mostra le opere sono state selezionate concentrandosi su singole immagini, estrapolate dalle serie di appartenenza. Le opere sono poste in dialogo le une con altre secondo un principio di tensione poetica e formale, al di là della successione cronologica e della separazione tra i generi del ritratto, della natura morta e della fotografia di architettura.
Dal 07 Maggio 2025 al 27 Luglio 2025 – Galleria 10 Corso Como – Milano
Il Mart dedica una mostra-omaggio a Daniele Tamagni. Negli spazi della Galleria Civica, a cura di Chiara Bardelli Nonino, Gabriele Lorenzoni, Aïda Muluneh e in collaborazione con la Daniele Tamagni Foundation, l’esposizione ripercorre la breve carriera dell’artista.
Daniele Tamagni (Milano, 1975 – 2017) inizia a fotografare in età adulta e fin da subito ottiene ottimi riscontri e riconoscimenti come il Canon Young Photographer Award, l’ICP Infinity e il World Press Photo Awards. Noto negli ambienti della fotografia della moda, profondamente legato al Trentino, dove ha trascorso parte della sua infanzia e l’adolescenza, Tamagni utilizza la fotografia come strumento di indagine sociale. I suoi scatti nelle megalopoli africane o dal Sud America mostrano la gioia di vivere, la capacità di adattamento, l’orgoglio e la gioia delle comunità urbane per l quali la moda è uno strumento per posizionarsi in una società reinventata. Le immagini dei sapeur congolesi, degli afrometals del Botswana, delle lottatrici boliviane, dei giovani gruppi di danza di Johannesburg ci ricordano il valore sovversivo e politico della moda.
Dal 17 maggio 2025 al 6 luglio 2025 – Galleria Civica Trento
Cosa accade quando due sguardi, radicalmente diversi per tempo e traiettoria, si mettono in ascolto l’uno dell’altro, raccontando lo stesso Paese? Non un confronto, né una sfida. Ma un dialogo. O meglio: una conversazione.
Leica Galerie Milano ospita dal 4 giugno a fine luglio 2025 la mostra In conversation.Un dialogo fotografico tra ieri e oggi: tra Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930) e Roselena Ramistella (Gela, 1982). Con oltre 40 immagini esposte, In conversation mette in relazione due visioni che si muovono lungo binari differenti, eppure non opposti: non per accostare due generazioni ma per esplorare modi distinti di abitare il mondo con la fotografia. Gianni Berengo Gardin, maestro del bianco e nero, ha attraversato il Novecento con l’urgenza di restituire un’Italia autentica: quella del lavoro, dei riti quotidiani, delle marginalità e della bellezza inattesa. Roselena Ramistella, artista raffinata e profondamente contemporanea, parla invece di un’Italia interiore, frammentata, fatta di attese, memorie, corpi e paesaggi che raccontano identità complesse e stratificate.
Dopo Los Angeles, Madrid, Monaco di Baviera e New York, arriva a giugno la tappa italiana di In conversation,il progetto, parte del palinsesto internazionale di celebrazioni per i 100 anni della Leica I, che comprende una serie di 12 mostre ospitate in 12 Leica Galerie nel mondo per mettere a confronto un fotografo Leica Hall of Fame con un giovane talento.
Attraverso le mie fotografie ho sempre cercato di documentare i diversi aspetti della “commedia umana”: i piccoli gesti quotidiani, le relazioni, il lavoro, i legami tra le persone e gli ambienti in cui vivono, gli interni domestici, gli emarginati, le piccole e le grandi storie.La Leica, con la sua maneggevolezza, la qualità eccezionale delle ottiche e la portabilità, è stata la mia compagna fedele per tutti questi anni. Le ho usate tutte, restando sempre fedele all’analogico.La mia prima M3, acquistata nel 1954, funziona ancora perfettamente e non è mai stata revisionata.
Gianni Berengo Gardin In conversation, in occasione delle celebrazioni del centenario della Leica I, non è solo un omaggio alla macchina che ha rivoluzionato il mondo della fotografia ma è un invito ad ascoltare due voci distinte, autentiche, che si sfiorano, si interrogano, si rispettano. Due fotografie che non cercano di somigliarsi, ma che si riconoscono. Una conversazione che continua.
4 giugno – 30 luglio 2025 – Leica Galerie Milano
Giorgio Lotti. Photographer of an ERA + Maria Vittoria Backhaus
A Brescia la nuova casa della fotografia ha i colori della Cavallerizza, il nuovo spazio espositivo, a disposizione della collettività, destinato ad accogliere mostre, laboratori di fotografia e attività culturali, mirate alla valorizzazione e alla promozione dell’arte fotografica, soprattutto italiana. Il Centro ha aperto i battenti lo scorso 12 aprile con due personali dedicate a Giorgio Lotti e Maria Vittoria Backhaus, maestri della fotografia contemporanea italiana, parte integrante del programma dell’ottavo appuntamento con il Brescia Photo Festival, promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con la Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana, con la curatela artistica di Renato Corsini.
Giorgio Lotti. Fotografo di un’Epoca è il titolo della rassegna in corso alla Cavallerizza fino all’8 giugno, curata da Renato Corsini e Laura Tenti. Fulcro del percorso è il racconto della carriera del fotografo milanese, classe 1937, tra i migliori interpreti del fotogiornalismo, una lunga collaborazione con riviste, da Epoca a Paris Match, e scatti prestigiosi conservati in importanti musei americani, ma anche a Tokyo, Pechino, al Royal Victoria and Albert Museum di Londra, al Cabinet des Estampes di Parigi.
Anticipando le più urgenti tematiche sociali degli ultimi anni, con le inchieste sull’inquinamento e sul fenomeno dell’immigrazione, realizzate negli anni Settanta, Lotti ha sempre raccontato con sguardo lucido quell’Italia che, dopo il boom economico, andava scoprendo un nuovo modo di intendere la vita. È proprio durante uno dei suoi innumerevoli viaggi che realizza una delle fotografie più iconiche del secolo scorso: il ritratto del capo di governo della Repubblica Popolare Cinese, Zhou Enlai. Uno scatto emblematico che ha dato il via al viaggio ventennale alla scoperta di una terra allora ancora lontana dall’Italia del Dopoguerra, una Cina dal volto nuovo, con la sua vita politica, le tradizioni, la quotidianità. In mostra circa cento fotografie in bianco e nero e a colori ripercorrono la carriera di Lotti, dall’alluvione di Firenze del 1966 al disastro del Vajont del 1963, dal primo arrivo degli albanesi a Brindisi nel 1991 ai ritratti dei grandi personaggi del mondo dello spettacolo e della cultura. Una sezione ricorda i funerali di due figure emblematiche del Novecento, san Padre Pio a San Giovanni Rotondo, ed Enrico Berlinguer.
La seconda protagonista della Cavallerizza – Centro della Fotografia italiana è Maria Vittoria Backhaus, milanese, classe 1942, al centro della personale curata da Margherita Magnino e Carolina Zani. Fino all’8 giugno il viaggio artistico di Backhaus scorre attraverso un centinaio di fotografie, dai primi scatti in bianco e nero legati al reportage di ambito sociale e di costume, realizzati per testate come Tempo Illustrato, ABC e Il Mondo, alla moda, fino all’introduzione del colore e del digitale. A fare capolino sono la Milano degli anni Sessanta, ma anche il circo, i concorsi per cani, i ritratti di personaggi celebri come Caterina Caselli e Carla Fracci, e poi i gioielli o i collage con statuette votive, a dimostrazione della straordinaria versatilità e del costante desiderio di sperimentazione che hanno caratterizzato il suo lavoro.
Una pagina importante nella carriera di Maria Vittoria Backhaus è dedicata alla fotografia di moda, affrontata con iniziale diffidenza. Fu Walter Albini a farle cambiare atteggiamento insegnandole quanto la moda fosse complessa, ben lontana dall’essere solo un capriccio estetico. D’altra parte Maria Vittoria Backhaus più che il vestito della modella privilegiava la narrazione, considerando la fotografia come un mezzo per realizzare un progetto, per creare immagini che catturassero lo sguardo, che restituissero lo spirito dell’epoca e il contesto storico, portando il linguaggio del reportage all’interno della fotografia di moda.
I due progetti arricchiscono il corpus di mostre personali del Brescia Photo Festival, organizzate attorno al palinsesto Archivi, inaugurato con la prima vera antologica italiana di Joel Meyerowitz, in corso fino al 24 agosto al Museo di Santa Giulia, e che proseguirà alla Cavallerizza dal 13 giugno al 7 settembre con l’esposizione di Sandy Skoglund e l’omaggio a Tinto Brass.
Fino all’8 giugno nell’ambito del Brescia Photo Festival – Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana
Dal 23 maggio al 28 settembre 2025, la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, nello spazio CAMERA OSCURA dedicato alla fotografia, allestito all’interno del percorso del museo perugino, ospita la mostra “Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi”, a cura di Alessandra Mauro.
L’esposizione raccoglie 21 dei più significativi scatti realizzati da Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930) nel 1993, quando viene chiamato per documentare i luoghi dove ha lavorato il grande pittore emiliano, in occasione dell’apertura a Palazzo d’Accursio a Bologna del Museo Morandi. Prima di smantellare lo studio, era necessario che lo si immortalasse per sempre.
L’obiettivo di uno dei più importanti fotografi del Novecento penetra così negli ambienti dove sono nati i capolavori di Giorgio Morandi (Bologna, 1890-1964), per raccontare la stratificazione di luoghi tanto vissuti, l’usura e la familiarità evidente con quelle stanze che sono state abitate ogni giorno per anni.
Gianni Berengo Gardin entra così nell’intimità di Giorgio Morandi; si ferma sugli oggetti tante volte osservati e ritratti nelle tele. Con attento pudore, il fotografo registra lo spazio del pittore: il cappello lasciato sul letto, il materasso che sembra riportare ancora l’impronta del suo corpo, per proporre un piccolo grande “viaggio in una stanza” che ha la portata di una vera avventura esistenziale. Ma soprattutto Berengo Gardin fissa attraverso l’obiettivo i vasi, le bottiglie, i piatti, le caffettiere e tutte le cose che Morandi ha disposto con sapienza e ordine, prima e dopo averle riprodotte nei suoi quadri. All’interno di CAMERA OSCURA, osserviamo quindi il dietro le quinte del lavoro del maestro, con la possibilità di comprendere ancora meglio il segreto dei suoi dipinti.
“Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi” anche nella sua ‘spazialità’ intende omaggiare l’arte di Berengo Gardin, evocando, nella mente del visitatore, lo studio, il luogo raccolto, intimo, della creazione artistica.
Grazie a due eccezionali prestiti dal Museo Morandi di Bologna – Giorgio Morandi, Natura morta, 1951, olio su tela; Giorgio Morandi, Natura morta con oggetti bianchi su fondo scuro, 1930, incisione all’acquaforte da matrice di rame – l’esposizione perugina crea un inedito confronto tra le immagini di Berengo Gardin, nel loro impeccabile bianco e nero, e i colori delicatissimi di Morandi, che ha trasformato un’ossessione in pura poesia: la documentazione fotografica diventa evocazione poetica, registrazione puntuale di una pratica artistica fatta di misura e contemplazione.
La mostra è realizzata in collaborazione con il Museo Morandi di Bologna, con lo Studio Berengo Gardin di Milano e con il supporto de L’orologio società cooperativa – Business Unit Sistema Museo. Catalogo Silvana Editoriale.
Dal 22 maggio 2025 al 28 settembre 2025 – Galleria Nazionale dell’Umbria – Perugia
Karel Chotek. I viaggi italiani di un fotografo dal sangue blu
Dal 17 maggio al 22 giugno 2025 è possibile scoprire l’opera fotografica di Karel Chotek (Velké Březno, CZ 1853-1926). Appartenente ad una delle famiglie aristocratiche più importanti dell’Impero austro-ungarico, si dedicò alla fotografia dal 1885 quando, dopo la morte del padre, abbandonò le cariche diplomatiche per dedicarsi alla gestione dei patrimoni familiari. In particolare, in mostra è presentata un’ampia raccolta di scatti realizzati durante i frequenti viaggi in Italia, che l’autore aveva cominciato a compiere almeno fin dal 1895. Tra le sue mete preferite, oltre al Tirolo meridionale, c’era la Riviera Ligure. Una fotografia scattata nella località di villeggiatura di Nervi, ad esempio, fu pubblicata con il titolo An der Riviera nel 1895 sulla rivista Wiener Photographische Blätter. Per gran parte delle fotografie che Karel Chotek ha realizzato in Italia, è stato possibile identificare il luogo in cui sono state scattate. Tuttavia, alcune immagini restano avvolte nel mistero. I curatori invitano il pubblico italiano a riconoscere le località ritratte e contribuire così alla loro identificazione.
Le sue foto venivano di consueto pubblicate sulle riviste di settore. Tra quelle pervenute fino a noi ne troviamo una del 1897 sulla rivista Wiener Photographische Blätter. L’immagine raffigura una donna durante la mungitura del bestiame, lo scatto ci suggerisce un’attenzione di Chotek per lo stile dei pittori realisti.
Nei primi gruppi di fotografie, dedicati ai ritratti, il conte si serviva di tecniche specifiche, come la gomma bicromata e la stampa al carbone. Siccome la maggior parte del materiale a noi pervenuto è costituito da negativi su vetro, non possiamo affermare con certezza quale stile o tecnica di stampa avrebbe poi sviluppato maggiormente.L’opera fotografica di Karel Chotek era, di fatto, rimasta nell’oblio soprattutto durante gli anni del regime comunista. Fu solo nel 1999 che vennero scoperti, nella soffitta dell’ex scuola dei borghesi di Velké Březno, una macchina per proiettare fotografie e un pacco contenente negativi di vetro. Nel gennaio del 2001, poi, nel castello di Líčkov, vennero ritrovate diverse valigie piene di fotografie, che erano state spostate lì, intorno al 1962, dal castello di Velké Březno. Nel gennaio 2025, in un edificio vicino al castello di Velké Březno, è stata ritrovata un’altra valigia contenente negativi su vetro, molti dei quali danneggiati dal tempo. Ora si attende il lavoro dei restauratori per scoprire nuovi dettagli sul mondo fotografico di Karel Chotek.
17 maggio – 22 giugno 2025 – Casa Toesca – Rivarolo Canavese (TO)
Mercoledì 7 maggio 2025, alle ore 15.00, negli spazi della Libreria Brunelleschi (Piazza San Giovanni 7, Firenze) si inaugura la mostra “Vertigine. Fotografie zenitali | Franco Zampetti” organizzata dall’Opera di Santa Maria del Fiore e a cura di Vincenzo Circosta e Giuseppe Giari.
All’inaugurazione interverranno Vincenzo Vaccaro, consigliere dell’Opera di Santa Maria del Fiore, l’autore Franco Zampetti e i due curatori dell’esposizione.
Si tratta della quarta mostra realizzata nello spazio espositivo della Libreria Brunelleschi che ha come tema i monumenti dell’Opera di Santa Maria del Fiore questa volta visti attraverso le spettacolari immagini zenitali realizzate da Zampetti.
In mostra una selezione di sette immagini di grande formato, scelte tra quelle che Zampetti ha dedicato al complesso monumentale della Cattedrale di Firenze, che hanno come soggetto il Battistero con i matronei e i mosaici della cupola, il Campanile di Giotto con una visione del suo interno e il Duomo con la controfacciata, l’abside e la Sacrestia delle Messe. Infine una ripresa esterna, realizzata tra la facciata del Duomo e il Battistero, nella zona chiamata “Paradiso”. In mostra è possibile vedere anche un video che presenta quattordici immagini zenitali, organizzate seguendo la successione cronologica di realizzazione dei monumenti della Cattedrale di Firenze.
Zampetti, architetto, fotografo, cultore della storia dell’architettura e di vari interessi nel campo della fotografia, a partire dal 2008 ha realizzato 820 foto zenitali (visibili nel suo sito web) di soggetti architettonici in Italia e nel mondo. La fotografia zenitale consente di sintetizzare da un unico punto di ripresa centrale sia la visione planimetrica che quella prospettica dello spazio. Zampetti ottiene queste immagini mediante una fotocamera progettata e fatta realizzare appositamente, un apparecchio unico nel suo genere che permette di produrre fotografie prive di distorsioni geometriche e con visione complessiva più ampia di quanto si potrebbe osservare ad occhio nudo.
“Franco Zampetti non si accontenta di riprese usuali – spiega Vincenzo Vaccaro, consigliere dell’Opera di Santa Maria del Fiore – ma con una visione non comune trasporta l’osservatore al centro dell’immagine. L’ampiezza del cono ottico dell’obiettivo ipergrandangolare supera il campo visivo fisiologico umano aprendo nuovi orizzonti. La fotocamera da lui stesso ideata è infatti realizzata in modo da riprendere tutto l’ambiente e far dilatare lo spazio, l’immagine così ottenuta si tramuta in un’opera d’arte che trascende l’architettura. L’osservatore che guarda queste immagini realizzate in spazi sacri, è preso da vertigine per la straordinaria visione che percepisce e viene proiettato verso l’infinito. La visione oggettiva dell’architettura diventa quindi momento soggettivo godibile come poesia pura”.
“Nell’osservare le fotografie zenitali di Franco Zampetti mi è immediatamente venuta in mente la prima volta che varcai la soglia di due monumenti molto famosi, il Museo Guggenheim di Bilbao e Palazzo Borromeo all’Isola Bella sul Lago Maggiore, afferma Vincenzo Circosta co-curatore della mostra. La verticalità dei due ingressi con il loro ascendere prospettico dalle reminiscenze bizantine, credo, rispecchino perfettamente la “Vertigine” zenitale orchestrata dal fotografo. Una sorta di sublimazione verso l’Empireo che, nelle immagini scattate da Franco al Complesso Monumentale di Santa Maria del Fiore, si tramuta da fotografia d’Architettura in una sorta di testimonianza iconografica sospesa tra terreno e divino”.
La fotografia di Franco Zampetti potrebbe essere letta come un’asettica fotografia di documentazione. Non è così – dichiara Giuseppe Giari, co-curatore della mostra – l’occhio perfettamente zenitale del fotografo è funzionale ad una operazione umanistica: la traslazione dei piani, da orizzontale a verticale, la ricerca finissima dell’equilibrio e dell’armonia delle linee e delle forme, il posizionamento delle architetture monumentali, quando anche non simmetriche, in un cerchio a sua volta inscritto in un quadrato, in un formato vitruviano, producono l’effetto di collocare noi osservatori al centro esatto dell’immagine, di rendere possibile a chi guarda, in questa inconsueta prospettiva, il misurarsi e il confrontarsi con la scala sovrumana delle architetture sacre”.
Dal 7 maggio 2025 al 31 agosto 2025 – Libreria Brunelleschi – Firenze
Guido Rey. Un amateur tra alpinismo, fotografia e letteratura
A quarant’anni di distanza, il Museomontagna dedica una nuova mostra a Guido Rey, figura poliedrica al crocevia tra alpinismo, fotografia e letteratura. I nuovi studi si sono basati sul riordino e la catalogazione, condotti nel 2024 grazie al sostegno della Regione Piemonte, del complesso di fondi Guido Rey – conservato al Centro Documentazione Museomontagna. Grazie a questo accurato lavoro, è emerso materiale fotografico e documentale inedito, finora poco valorizzato.
Un nuovo sguardo ha dunque consentito di rivalutare l’identità di un personaggio che in passato è stato confinato entro schemi fin troppo rigidi e che, invece, meriterebbe di essere riconsiderato nella molteplicità delle sue manifestazioni, valorizzando il suo legame con la cultura piemontese e la sua apertura verso contesti più ampi: attraverso viaggi e relazioni con figure internazionali dell’alpinismo e dell’arte, Rey ha saputo, infatti, assimilare e rielaborare le suggestioni offerte dalle sue molteplici esperienze.
Il titolo della mostra richiama la definizione di Rey come amateur, ossia dilettante, termine che tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo indicava chi si dedicava a un’attività per puro passatempo. Eppure, gli esiti alpinistici, fotografici e letterari di Rey sembrano far pensare a un professionista, se si considerano anche i premi e i riconoscimenti in Italia e all’estero di cui ha goduto in vita. D’altronde, l’essere un dilettante gli ha consentito la libertà espressiva per passare con naturalezza dal disegno alla scrittura e dalla scrittura alla fotografia, «libero di inseguire le proprie aspirazioni e di realizzare i propri ideali», come ha felicemente sintetizzato Giuseppe Garimoldi, curatore della precedente mostra del 1986.
Dal 18 April 2025 al 19 October 2025 – Museo Nazionale della Montagna- Torino
“Ho sempre avuto un grande senso di astrazione dalla realtà, per questo ho deciso di approfondire la dimensione onirica e i suoi meccanismi”(L.D.S)
Fotografia di Ludovica De Sanctis da”Untitled”
Ludovica De Sanctis, nata a Roma nel 1991 e cresciuta in una cittadina di provincia del Centro Italia per poi spostarsi nella capitale, ha mostrato un interesse precoce per il cinema e la fotografia; trasferitasi nel 2011 a Parigi dove è rimasta per circa sette anni per seguire alla Sorbona un corso di studi in Storia dell’Arte con specializzazione sul cinema russo e sovietico, attualmente vive e lavora a Milano come fotografa e video editor. Nota con lo pseudonimo di Kamisalak, esperta di critica cinematografica a tutto tondo, durante il periodo universitario ha lavorato come assistente in varie produzioni cinematografiche e studi fotografici. Interessata alla fotografia analogica e soprattutto al suo metodo di sviluppo e stampa in camera oscura, non si sottrae alla sperimentazione delle più svariate tecniche, spaziando dal documentario alla video art, alla fotografia digitale e artistica. Interessata fin da giovanissima ad esplorare i meandri della psiche umana, per distaccarsi dalla pura realtà si è lanciata nell’esplorazione del mondo dei sogni dominati da meccanismi, talvolta oscuri; la profonda conoscenza del cinema e della letteratura russa (vedi Gogol’, Dostoevskij, Tarkovskij…) in cui abbondano atmosfere oniriche, le ha permesso di indagare la psiche umana attraverso il mondo del soprannaturale e delle visioni surreali. Tra i suoi progetti più noti ricordiamo “Untitled” in cui la De Sanctis si concentra ad evidenziare le condizioni sociali e psicologiche delle periferie, riflettendo su temi come la solitudine esistenziale a causa dei repentini mutamenti della società che creano inquietudine e si riflettono pesantemente sulla psiche degli uomini.
Fotografia di Ludovica De Sanctis da”Untitled”
Nel suo lavoro più celebre – “Onironautica”- dalle parole greche sogno e marinaio– dopo approfonditi studi sulle teorie del cosiddetto ‘sogno lucido’, utilizzando vari metodi, come il Wake Back to Bed (WBTB) e il Mnemonic Induction of Lucid Dreams (MILD), la De Sanctis si rivolge all’analisi della sua prolifica attività onirica, particolarmente nei momenti dopo il risveglio quando i sogni rimangono impressi in modo più fulgido nella memoria: si viene così a creare un intricato mondo di immagini sovrapposte, strane e meravigliose che emergono dal proprio subconscio e possono rimanere vive anche durante le ore diurne: “La prossima volta che sognerò, mi ricorderò che sto sognando.” (L.D.S.) Quando siamo immersi nel mondo onirico ci appaiono forme e figure verosimili che si accostano con meccanismi completamente diversi dai fenomeni reali : ed ecco serpenti acciambellati su un letto oppure un pesce che beve al rubinetto del bagno… , a richiamarci immagini create con l’AI. “Una sottile esplorazione delle interazioni tra intelligenza umana e artificiale nella creazione artistica”. (www.lensculture.com)
Lavori recenti di Ludovica sono il photobook “Zagriz”, edito da Altana e la mostra personale intitolata “Le hasard fait bien les choses” allestita presso uno spazio d’arte contemporanea a Locarno in Svizzera.
I suoi lavori sono stati esposti a livello internazionale in città come Parigi, Berlino, Londra e Roma; sono inoltre numerosi i riconoscimenti ottenuti, tra cui il primo premio agli Art Photography Awards 2024 di LensCulture e il premio della Julia Margaret Cameron Foundation per le tecniche di manipolazione digitale. Il suo impegno nell’esplorazione dell’inconscio e della sua rappresentazione attraverso la fotografia, continua a renderla una figura significativa nell’arte contemporanea.
“Amo la moda e guardo molte cose. Non è un crimine sostenere che l’arte può essere semplicemente bella” ALINA GROSS
Fotografia di ALINA GROSS
Nata nel 1980, Alina Gross, fotografa di origini ucraine, vive e lavora a Bochum in Germania. In un’interessante intervista riportata nel Neighbourhood Magazine, racconta con dovizia di particolari come la sua carriera sia iniziata a diciotto anni quando, giovane modella, fu scelta da un compagno di università per realizzare degli scatti quasi per gioco, scatti che inaspettatamente ebbero un certo successo anche nel sofisticato ambiente parigino. Questa divertente esperienza fu però breve perché Alina comprese ben presto come fosse molto più interessante fotografare e dunque diventare un soggetto attivo, invece di esporsi passivamente agli scatti di altri.
Fotografie di ALINA GROSS
Interessata ad esplorare con le sue fotografie il corpo femminile, alla ricerca dei dettagli più intimi e nascosti, sintetizza la sua visione in una frase: “Il nostro corpo è un paese delle meraviglie.… ho in me tutte le forme del mondo”.
Fotografia di ALINA GROSS
Alina con coraggio non arretra davanti ai difetti, alle imperfezioni, alla vecchiaia di alcune sue protagoniste oppure davanti a particolari intimi, incappando spesso nella censura di alcuni social media che non tollerano immagini troppo dirette. Attivista del movimento ‘Body positivy’ è sempre pronta a sfidare gli stereotipi riguardanti la bellezza al femminile, sfida che la spinge – sulla base delle sue esperienze personali come donna e artista – a ricercare immagini schiette ed autentiche con prospettive bizzarre e insolite al di là delle più ovvie convenzioni. Le sue fotografie vivaci e giocose attraversano con originalità il campo della moda, dai modelli casual all’haute couture: assistita da poche persone di fiducia, i suoi scatti avvengono all’interno di piccoli set, con una cura particolare rivolta alle luci anche naturali. Alina collabora con famose maison di moda e con numerose riviste internazionali, come Vogue e Harper’s Bazaar che apprezzano il suo stile originale molto glamour, talmente innovativo da includere anche il sapiente uso dell’Intelligenza Artificiale per creare spettacolari abiti floreali, pezzi unici nati dalla combinazione sofisticata tra fashion ed elementi naturali. Nei suoi lavori prettamente artistici, come il recente Calla /Lilly, la fotografa crea le sue seducenti immagini grazie ad uno stretto connubio tra fotografia tradizionale e gli algoritmi di AI, cercando una stretta relazione tra la figura femminile e il sensuale fiore della calla, quasi a voler sottolineare i confini sfumati tra il mondo reale e quello artificiale.
Fotografia di ALINA GROSS
Nella serie Visions of Femininity realizzata in collaborazione con la pittrice Vanessa Hitzfeld, la Gross si concentra sul legame tra flora e femminilità, a sottolineare una connessione delicata e armoniosa tra natura e corpo umano dipinto al di là di ogni bellezza convenzionale, richiamando mondi onirici e surreali.Un altro interessante lavoro di Alina, The Wonderland of the Human Body, esplora in modo del tutto originale il tema della maternità, utilizzando temi botanici per simboleggiare la nascita e il processo di trasformazione nella vita delle donne, specialmente dopo il parto Nell’ introduzione al suo primo libro, “The Beauty of Imperfection“, Dorothee Achenbach che ne cura l’introduzione, scrive: “Disturbanti, seducenti, straordinariamente diverse, impossibili da ignorare, le fotografie di Alina Gross hanno un enorme potere suggestivo. La fotografa, rinomata a livello internazionale, ha sviluppato un linguaggio visivo e fotografico che affascina immediatamente lo spettatore; i suoi soggetti sono le donne e i loro corpi, le metafore e le ambivalenze della sessualità e del genere. Con invenzioni visive insolite, combina corpi e parti di esso con fiori, tessuti, gioielli e colori dai toni vivaci e brillanti per dipingere al meglio la grande forza, autostima e potenza delle donne”.
Fotografa freelance famosa su scala internazionale, oltre alla collaborazione con importanti riviste di moda, espone in numerose mostre internazionali: ha partecipato alla Riga Biennale of Photography nel 2021 e al Queer Archive Festival ad Atene nel 2022, al Vogue Photo Festival di Milano nel 2023 e alla mostra collettiva “New Femininity” a Lisbona.
ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI
“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e hanno solo scopo didattico e informativo”
“Allora, immaginiamo di vivere in un mondo dove TUTTI si sentono dei grandi artisti e scrittori. Bello, no? Ma c’è un piccolo problema: con così tanta roba in giro, come facciamo a capire chi è davvero bravo? È come cercare un ago in un pagliaio, ma con i pagliai pieni di libri, fotografie e quadri! Il futuro dell’arte è bel mistero! Ma una cosa è certa: l’arte sarà sempre più social, più digitale e un po’ pazza. Immagina quadri che si muovono, libri che ti parlano e mostre d’arte direttamente a casa tua!
Il dilemma del “pagare per esporre” e del “pubblicare a proprie spese” è un fenomeno complesso che ha diverse sfaccettature:
Da un lato, queste pratiche hanno reso l’arte e la letteratura più accessibili a tutti. Chiunque, con le giuste risorse, può ora pubblicare un libro o organizzare una mostra. Questo ha portato a una maggiore diversità di voci e prospettive. La democratizzazione ha indubbiamente aperto le porte a una pluralità di voci e prospettive, ma ha anche creato un mercato ipercompetitivo. La sfida per gli artisti emergenti è trovare il giusto equilibrio tra la necessità di farsi conoscere e la qualità della propria opera.
Siti come Amazon Kindle Direct Publishing, Etsy o Instagram hanno abbattuto le barriere all’entrata, ma hanno anche reso più difficile emergere dal rumore di fondo.
Anche gli artisti più talentuosi devono sapersi promuovere efficacemente sui social media e attraverso altre canali digitali e far parte di una comunità di artisti può essere fondamentale per ricevere feedback, collaborare a progetti e trovare nuove opportunità.
Dall’altro lato, questa accessibilità ha generato una sovrabbondanza di contenuti. Con così tante opere in circolazione, è diventato più difficile per gli artisti emergenti farsi notare senza investire denaro in promozione e visibilità se consideriamo poi la mancanza di figure professionali come critici e curatori, che un tempo svolgevano un ruolo fondamentale nella selezione e nella valutazione delle opere, non possiamo non notare una diluizione dei criteri di qualità.
Senza considerare che molti artisti, fotografi e scrittori hanno inseguito il successo commerciale a tutti i costi, talvolta sacrificando la propria originalità. L’arte in generale è da tempo un bene di lusso, acquistato da collezionisti e investitori più che da appassionati. Questo ha portato a una speculazione che ha allontanato l’arte dal suo scopo originario.
La mancanza di figure come critici e curatori ha portato inoltre a una relativizzazione dei criteri di qualità e gli algoritmi dei social media influenzano pesantemente ciò che vediamo e consumiamo, creando bolle di filtri che possono limitare la nostra esposizione a nuove idee e prospettive.
L’importanza dell’educazione artistica: Una maggiore educazione artistica fin dalla tenera età potrebbe aiutare a sviluppare un gusto critico e a distinguere l’opera d’arte dal prodotto commerciale.
Nonostante le difficoltà, si stanno affermando nuove forme di critica e di valorizzazione dell’arte. Sono sempre più numerosi i blog e i podcast dedicati all’arte e alla letteratura, che offrono analisi approfondite e recensioni di opere. Piattaforme come Reddit o Discord permettono agli artisti di interagire con il pubblico e di ricevere feedback immediati. . Molti autori scelgono di auto-pubblicare i propri libri in modo consapevole, sfruttando gli strumenti digitali per raggiungere un pubblico specifico e fidelizzato e si stanno moltiplicando i progetti che mettono in rete artisti, favorendo la collaborazione e lo scambio di idee.
La democratizzazione dell’accesso alla pubblicazione e all’esposizione ha portato a un’esplosione di contenuti. Per il pubblico, questo significa una maggiore scelta ma anche una maggiore difficoltà nel distinguere tra opere di qualità e prodotti di massa. I lettori e gli spettatori sono chiamati a diventare sempre più critici e a sviluppare strumenti per valutare autonomamente le opere ma il pubblico ha bisogno di strumenti per orientarsi e selezionare i contenuti di qualità.
Una buona formazione culturale e artistica è fondamentale per sviluppare un gusto personale e per apprezzare la complessità delle opere d’arte. Guide, critici, curatori e insegnanti possono aiutare il pubblico a orientarsi nel vasto panorama dell’arte ed è importante sviluppare un approccio critico e porsi delle domande sulle opere d’arte che si incontrano.
Le istituzioni culturali devono reinventarsi per affrontare le sfide del presente, sostenendo gli artisti emergenti e offrire loro spazi di esposizione e di confronto ed essere aperte all’innovazione sperimentando nuove forme di comunicazione e di coinvolgimento del pubblico.
Le istituzioni culturali tradizionali, come gallerie, musei e case editrici, si trovano a dover affrontare una sfida importante tentando di continuare a svolgere un ruolo di selezione, proponendo al pubblico opere di qualità e offrendo un punto di riferimento per la critica e il dibattito.
Il futuro dell’arte è incerto ma sicuramente sarà caratterizzato da una maggiore interconnessione tra il mondo fisico e quello digitale. Possiamo aspettarci che sempre più persone avranno gli strumenti per creare e diffondere le proprie opere. Artisti e scrittori lavoreranno sempre più in rete, creando opere collettive e sperimentando nuove forme di espressione. L’IA potrebbe rivoluzionare il modo in cui creiamo, consumiamo e distribuiamo l’arte.
Il panorama artistico è in continua evoluzione. Le sfide sono molte, ma anche le opportunità. È fondamentale che artisti, istituzioni e pubblico collaborino per costruire un futuro in cui l’arte e la letteratura possano continuare a svolgere il loro ruolo fondamentale nella società.
In conclusione, la situazione attuale è complessa e presenta sia sfide che opportunità. È fondamentale che gli artisti e gli scrittori si dotino degli strumenti necessari per navigare in questo panorama in continua evoluzione, cercando di mantenere la propria autenticità e di trovare un equilibrio tra la necessità di farsi conoscere e la difesa della propria visione artistica.
Cosa ne pensi di questa analisi? Vorresti approfondire qualche aspetto in particolare?
Ciao Sara Munari
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Valerie Belin Copyright (c) 2007 Philippe Lenepveu
“Io immagino la fotografia come una tela vergine” ( V.B.)
Valérie Belin è una fotografa francese nata nel 1964 a Boulogne-Billancourt nei pressi di Parigi dove attualmente vive e lavora. Famosa per il suo approccio del tutto personale alla fotografia, oltrepassa le regole tradizionali del mezzo, interrogandosi sui confini tra il mondo reale e quello artificiale, smuovendosi tra realtà e illusione. Ha studiato all’École des Beaux-Arts di Bourges e in seguito alla Sorbona con studi rivolti al minimalismo americano e all’arte barocca italiana, per giungere ben presto alla fotografia che diviene il suo mezzo artistico preferito, procurandole fama internazionale.
Fotografia di Valerie Belin Copyright (c)
Particolarmente interessata alla resa degli effetti luministici, inizia a lavorare nel 1993 fotografando varie sorgenti luminose, con un’attenzione particolare ai riflessi prodotti da preziosi manufatti di cristallo. Durante questa prima fase della sua attività, preferisce scattare in bianconero e gli oggetti che più attraggono la sua attenzione – come ad esempio specchi, abiti, automobili, motori… – vengono immortalati con estrema definizione, secondo uno stile raffinato e decisamente minimalista. Curiosa sperimentatrice dotata di notevole fantasia, spazia in molteplici settori e, intorno alla fine degli anni Novanta, introduce nei suoi lavori la figura umana ripresa frontalmente e isolata sopra sfondi neutri bianchi o neri. In questo periodo Belin scatta in analogico e fino al 2006 predilige fotografie monocromatiche, per passare improvvisamente all’uso del colore in parallelo ad una sua incursione nel mondo del digitale che le consente, attraverso l’uso del fotoritocco, di manipolare le immagini: alla ricerca di una proliferazione e superfetazione di segni e dettagli che suggeriscono diversi livelli di lettura di un’opera, Valérie usa sovrapposizioni, doppie esposizioni, solarizzazioni assai spinte e, grazie alla sua esperienza nel campo dell’illuminazione artificiale, riesce a creare immagini che sembrano iperreali e quasi pittoriche, con chiari riferimenti alla fotografia commerciale o pubblicitaria.
Fotografie di Valerie Belin Copyright (c)
I suoi lavori, organizzati con estrema precisione in serie fotografiche, affrontano tematiche complesse da cui emerge con chiarezza la sua volontà di mettere in evidenza gli aspetti negativi del mondo attuale in cui diventa sempre più necessario trasformarsi e uscire da sé, grazie a trucchi, belletti o strani abbigliamenti per voler ‘apparire’ ed imporsi in modo non autentico all’interno di una sfrenata società consumistica. Afferma Valérie: “Un cliché diventa un cliché perché è un oggetto del desiderio: il desiderio di bellezza, il desiderio di appartenere, il desiderio di riconoscimento sociale, il desiderio di essere qualcun altro. Gli stereotipi affascinano per la loro capacità di generare il desiderio di identificarsi con l’imitazione o la rivalità. Conformarsi è diventare un oggetto del desiderio.” (V.B.) Sulla tematica della perdita di individualità in favore di un’identità modellata su un’icona globale, è particolarmente significativa la serie fotografica del 2014 dedicata ad un idolo delle folle come Michael Jackson’s Doppelgängers, in cui la Belin immortala alcuni sosia del famoso cantante pop ripresi su fondi neutri, alla ricerca di un ‘artificioso realismo’ ricercato nella perfezione dei dettagli, dalla pelle ai costumi, fino alle espressioni facciali.
Fotografie di Valerie Belin Copyright (c)
Nella serie Still Life del 2014, occhieggiando ad un’estetica kitsch, vengono immortalati frutti di plastica lucente o manichini/avatar che si sporgono dalle vetrine, in un susseguirsi di atmosfere ambigue ricche di artifici che ci aiutano a riflettere sulla società attuale, in cui, ribadisce con forza la fotografa, le apparenze tendono a sopraffare la realtà.
Fotografia di Valerie Belin Copyright (c)
Importanti sono le molteplici serie dedicate alle figure femminili, come ad esempioBlack-Eyed Susan del 2010, in cui immagini di fiori si sovrappongono a ritratti di donne, creando preziosi effetti onirici di fusione indissolubile tra la sfera umana e la natura. Seguono altri lavori come Têtes couronnées (2009), Brides (2012), Super Models (2015), All Star (2016), Painted Ladie, (2017). In quest’ultimo lavoro, affiancata dalla truccatrice londinese Isamaya Ffrench, la Belin ha trasformato i volti delle modelle con fantasiose pennellate ed un sapiente fotoritocco, affermando in tutta sincerità: “Potrebbero essere creazioni digitali, ma gli occhi sono ancora molto umani quindi c’è di nuovo un paradosso, tra l’irrealtà e l’umanità degli occhi delle ragazze”.
I molteplici lavori di Valèrie scaturiti da una profonda e variegata sensibilità artistica, sono stati esposti in importanti mostre ospitate al MoMa di New York, al Centre Pompidou a Parigi, al Victoria and Albert Museum di Londra. Nel 2015 ha vinto il Prix Pictet (Disorder) ed è stata nominata ufficiale dell’Ordre des Arts et des Lettres in Francia nel 2017 e nello stesso anno, una mostra itinerante è stata co-prodotta dal Three Shadows Photography Art Center di Pechino, dal SCôP di Shanghai e dal Chengdu Museum.
Fino ad ottobre 2024, nelle sale del Museo di Belle Arti di Bordeaux (MusBA), Valérie Belin propone Silent Visions, una mostra personale con circa 100 opere che ripercorrono la carriera dell’artista, dalla fine degli anni ’90 a serie più recenti. L’esposizione mette in luce la dimensione pittorica della sua opera dove appaiono numerosi riferimenti dell’artista alla storia dell’arte, attraverso nature morte, ritratti, nudi e body worship, creando un nuovo e stimolante dialogo con le importanti collezioni d’arte del Museo di Bordeaux. (24 aprile-28 ottobre 2024. MusBA, Galleria e Museo).
Bibliografia
Valérie Belin, Quentin Bajac, Jennifer Blessing “Valérie Belin” Steidl, 2007
Adam Mazur, Lukasz Ronduda, “Contemporary Photography from Eastern Europe: History, Politics, and Everyday, Black Dog Publishing, 2013
Frequentando fin dalla giovane età il laboratorio del padre che operava e commerciava nel settore dei tessuti, ha lavorato per circa otto anni a fianco del fotografo – specializzato nell’uso del banco ottico – che aveva il compito di creare il campionario per le vendite. In mezzo a stoffe, tendaggi, trame e colori che resteranno una costante nelle sue immagini, Guia si rende utile andando in giro a cercare oggetti strani e curiosi che possano servire per la creazione di set in cui collocare la merce da fotografare. Anche più avanti nel tempo, già immersa totalmente nella sua professione di fotografa, Guia ama dedicarsi alla ricerca dei più vari elementi con cui costruire le scene per gli scatti: non vede ostacoli davanti a sé ed è capace di intercettare con ostinazione da un apicoltore centinaia di api morte o pezzi di aerei dismessi in una discarica, fino a trasportare sulla testa, con notevole sforzo fisico, una poltrona di tessuto verde abbandonata in Grecia sul ciglio di una strada, oppure ricercare uova di ragno da mettere in un barattolo per vedere come riescono a prolificare. “… Mia sorella mi chiama ‘falegname’ perché so riparare di tutto, oggetti, sedie, finestre…” (G.B.) Unica tra i suoi cinque fratelli animata da un forte desiderio di controllo, ama conservare con ordine le foto di famiglia, spesso accompagnate dalla registrazione delle voci dei vari componenti, a voler fissare sensazioni ed emozioni intime e private.
All’età di circa trenta anni decide di percorrere fino in fondo la strada che la porta a dedicarsi totalmente alla fotografia e, mostrando da subito un particolare interesse per l’universo femminile, viaggia in diversi paesi per esplorare e immortalare la condizione delle donne dal punto di vista dell’identità privata e personale per allargare la sua indagine anche a questioni sociali. Svolgendo il ruolo di ricercatrice per un fotografo dell’agenzia Magnum, si reca in Sudafrica per un reportage sulle gravi conseguenze dell’aids: fotografa spazi vuoti, case abbandonate, il tutto estremamente desolante. In Iran, dove si reca da sola superando la paura di volare, rivolge lo sguardo alle donne riprese senza velo in casa, mentre all’aperto sono obbligate a tenere la testa coperta che le rende figure femminili quasi anonime.
Abbandonati i reportage, scopre di essere attratta dalla ‘staged photography’ che si basa su intriganti ‘mise en scène’: “……Non amo fotografare quel che vedo, ma quel che penso. All’inizio immagino una scena, poi cammino per la città in cerca di oggetti….”, oggetti che le possano servire per dare corpo all’idea iniziale, anche banali come un pezzo di stoffa, un vestito abbandonato, un legno con una curvatura… In linea con i due artisti/fotografi Cindy Sherman e Gregory Crewdson, suoi punti di riferimento, ritiene che le fotografie vanno immaginate prima di essere scattate, pensate in ogni minimo particolare, dalla location, alle luci, agli abiti, ai capelli, ai colori dominanti nelle scene. In un’intervista, Guia racconta che il periodo della gravidanza in cui era costretta ad un riposo forzato, è stato fondamentale per aiutarla ad elaborare idee e pensieri da trasformare in set scenici per fissare fotograficamente problemi della realtà attuale – come la condizione della donna e i cambiamenti climatici – con immagini di finzione incisive e pregnanti di significato. Nel 2011 per il progetto “Baby Blues”, attraverso ritratti simbolici e intriganti messinscena, esplora le emozioni e le sensazioni profonde legate alla maternità, concentrando lo sguardo e il pensiero su aspetti del suo vissuto che si allarga a tutto il mondo femminile. Per la serie “Under Pressure” del 2013, sceglie come location la casa di campagna nei pressi di Biella della nonna materna, in cui le donne portano avanti per abitudine il loro ruolo di casalinghe a vita. In “Poison” del 2015, uno dei suoi lavori più significativi, affronta il tema dell’eccessivo consumismo e dello sfruttamento indiscriminato della natura, con uno sguardo particolare al mondo marino, come ben si intuisce dalla sua famosa immagine “La Sirena”.
Realizzata nel 2022, la serie di 15 fotografie dal titolo “Carry on”, scaturita dalla paura di volare e concepita come spezzoni di un film che attraverso la finzione occhieggia alla realtà, vede come protagonista una giovane donna circondata da oggetti vari sparpagliati in modo caotico sui sedili e sulla moquette dell’aereo, a testimoniare l’inquietudine che l’accompagna durante il viaggio, alludendo anche al suo mondo interiore.
Ritratto di Guia Besana
Besana ha collaborato con diverse agenzie fotografiche e i suoi lavori sono stati pubblicati in numerosi giornali e riviste internazionali come The New York Times, Le Monde, Marie Claire e Vanity Fair; è rappresentata da varie gallerie e le sue opere sono state esposte in città come Los Angeles, New York, Buenos Aires, e molte altre in Europa e Asia.
Concita De Gregorio, “ Chi sono io?”, ed. Contrasto, Roma 2017