Il motivo per cui decidiamo di iniziare a raccontare una storia condizionerà la sua struttura e tutte le scelte legate al linguaggio e alla modalità narrativa.
Potete avvicinarvi alla storia con una finalità documentaria, in questo caso vorrete descrivere soggetti, eventi storici, eventi geografici o antropologici; perseguirete quindi la necessità di essere compresi, per far sì che il destinatario si senta coinvolto e prenda una posizione personale. Rientrano in questa finalità tutti i lavori di fotogiornalismo o di reportage descrittivo.
Differentemente, se vi interessa soltanto il raccontare una storia o spiegare la vostra concezione di un determinato argomento, non avete velleità documentarie e non volete che i fatti siano esplicitati con dovizia informativa, la finalità è narrativa. Volete rendere il fruitore partecipe della vostra visione delle “cose” del mondo. Faranno parte di questo gruppo tutte le storie, sia di reportage che più concettuali, volte a spiegare il vostro punto di vista, anche il più personale.
Se l’impatto delle vostre fotografie è fortemente legato alla forma, all’armonia, ai colori, nell’intento di accentuare le caratteristiche esclusivamente legate all’aspetto di un determinato soggetto, in questo caso la finalità è estetica. Questa risiede in tutti i gruppi di fotografie, presentato spesso come elenco di immagini simili, che rispondono alle medesime composizioni e scelte illuminotecniche o cromatiche, come per esempio, un insieme di fotografie scattate a Burano per mostrare i colori delle casette della laguna, o un insieme di fotografie di fiori.
La finalità sarà di spettacolarizzazione nel momento in cui una scena di qualsiasi tipologia, diventa il soggetto principale ed il motivo per cui abbiamo prodotto le fotografie, quindi il luogo o l’evento diventano essi stessi uno spettacolo. Per esempio, le fotografie di un’aurora boreale o di un atleta nella raffigurazione dell’atto massimo della sua performance sportiva.
Quando ci troviamo di fronte a un’immagine, possiamo dare atto a una lettura immediata, spesso molto soggettiva, che prevede un’interpretazione basata su chi siamo, come ci sentiamo in quel momento, che tipo di esperienze, educazione e contesto abbiamo vissuto. Questo tipo di approccio alla lettura della fotografia è quello più diffuso e spesso gli viene erroneamente attribuito valore universale: se io vedo questo e comprendo questo, tutti faranno lo stesso. La verità è che, di fronte ad una stessa fotografia, senza indicazioni testuali o istruzioni da parte del produttore dell’immagine, ci troveremo a confrontarci con una miriade di possibili e veritiere letture differenti.
Solamente un approccio approfondito può accompagnare verso una potenziale comprensione del messaggio contenuto in un’immagine.Si passa in questo caso, da una lettura confusa e frammentaria a una più complessa che può infine collimare con le intenzioni dell’autore.
Ogni immagine porta con sé significati differenti che vanno approfonditi oltre alla semplicità dell’oggetto o soggetto fotografato. Tra l’altro, molto più spesso di quanto si pensi, la percezione della stessa fotografia può evolversi nel tempo, cambiando.
Sebbene esista un metodo coerente per la lettura di una fotografia, non esistono regole specifiche che si possano applicare in ogni luogo e in ogni momento.
Lo stesso vivere, fare esperienza, cambiare nel tempo, influenza molto il nostro avvicinamento alle fotografie, sia in termini di produzione che di ricezione.
Suggerirò qui un metodo che vi permetterà di approcciarvi all’immagine fotografica al fine di ottenere una lettura abbastanza completa che porti ad un’interpretazione il più coerente possibile. Vi darò quindi qualche indicazione che vi metta nelle condizioni si poter leggere correttamente una fotografia, in quanto rimango completamente convinta del fatto che se non si sa leggere un’immagine, diventa molto difficile saperla produrre consapevolmente.
Quando ci troviamo di fronte a una fotografia dovremmo sapere chi è l’autore, se l’immagine ha un titolo e se la produzione è avvenuta su committenza oppure è stata prodotta per necessità personale del fotografo. Stabilire anche il periodo storico in cui è stata prodotta sarà utile ad assegnarle un valore coerente allo stesso. Questo ci serve ad avere un quadro generale di base che serve da punto di partenza per un’interpretazione più accurata.
Una volta stabilito quale sia il soggetto e la sua ambientazione, dovremmo essere in grado di comprendere il genere fotografico al quale l’immagine appartiene (reportage, paesaggio, street photography, still life, schifezza ecc.).
Dovremmo poi concentrarci sulla composizione dell’immagine, sulle linee (oblique, orizzontali, verticali, curve, spezzate ecc), le forme e la loro collocazione all’interno del riquadro fotografico. Queste possono essere presenti nelle strutture dei soggetti riprodotti o create dal fotografo attraverso la distribuzione degli elementi inseriti. Sempre a livello compositivo potremmo considerare la prospettiva scelta, il punto di vista adottato dal fotografo e la dimensione di soggetti e oggetti nell’immagine. Infine possiamo determinare se tutte queste scelte sono funzionali a proporre un insieme equilibrato, armonioso, simmetrico, dinamico, statico, semplice o complesso.
La luce è un altro elemento fondamentale da prendere in considerazione. Che luce ha scelto il fotografo? Dura, Morbida, naturale, artificiale? Che ombre produce?
I colori scelti dal fotografo, sia nel momento dello scatto che come preferenza in termini di fotoritocco, che caratteristiche hanno? Sono colori forti, tenui, esprimono drammaticità o risultano leggeri e armoniosi? La gamma tonale utilizzata è ampia, quindi ci troviamo di fronte a molti toni che sfumano gradatamente o è molto ristretta, quindi i passaggi tonali sono prepotenti e repentini? Si, perché ricordate che i colori che proponiamo, così come la quantità di toni, producono reazioni diverse.
Approfondendo il grado di lettura potremmo cominciare a distinguere gli elementi connotativi da quelli denotativi.
Produrre una fotografia non vuol dire solamente “far vedere”, ma anche significare qualcosa per mezzo dell’immagine, serve quindi conoscere gli effetti visivi che servano al destinatario per condurlo verso l’interpretazione voluta.
Il livello denotativo della lettura si riferisce all’individuazione degli elementi costitutivi dell’immagine (persone, case, strade), ciò che è effettivamente presente. Possiamo attribuire alla lettura denotativa il livello base, il punto di partenza, l’impatto iniziale.
A livello connotativo, invece, il lettore cerca di decifrare anche codici non presenti concretamente, piuttosto appartenenti alla propria cultura, età, sensibilità ecc., sulla base dei quali conferisce all’immagine “alcuni” significati più personali. Che sensazioni suscita? Vuole comunicarci felicità, agitazione, tranquillità, paura, conforto o drammaticità? A me nello specifico, cosa arriva?
Nella foto sottostante, per esempio, a livello denotativo vediamo un uomo, con alcuni disegni sul muro dietro di lui, che sorregge una grande radio portatile con una mano e un cellulare con l’altra mano. A livello connotativo potrei dire che mi ricorda vagamente quel rompiscatole dell’insegnante di ginnastica delle medie, che forse sta cercando una canzone sul telefono e la trasmetterà a tutto volume con la sua radio gigante. Il tutto mi trasmette molta allegria!
La lettura completa e approfondita di una fotografia necessita di molto tempo e risorse, quello che vi ho suggerito qui, vuole solo essere uno spunto di riflessione per un primo approfondimento. L’interpretazione corretta di una fotografia non potrà mai provenire rigorosamente da schemi dettagliati o imposti, piuttosto proviene da un’attività dialettica, che considera tutti gli elementi, le forze in gioco e i contrasti.
Fotografia di Sara Munari
Una volta tentata un’interpretazione personale potremmo proseguire con il chiederci quale sia la funzione specifica dello scatto e se la nostra decodificazione corrisponde a quella operata dal fotografo.
Quella che vi ho presentato ora è solo una parte di ciò che un’immagine contiene, ma se vi allenate un pochino seguendo la modalità che vi ho scritto, vedrete che non solo capirete molte più cose delle immagini che incontrerete, ma con tanta felicità da parte mia, probabilmente comincerete a selezionare con più attenzione anche quelle che scatterete.
Il 19 agosto 1839 è oggi riconosciuta come la data in cui nasce la fotografia presentata formalmente questo giorno presso l’accademia delle scienze e quella delle arti visive. Al principio si sviluppa come strumento ricreativo per le classi più abbienti per poi diffondersi in tutti i ceti sociali. Da quei giorni a oggi possiamo dire che siano state esplorate praticamente tutte le strade che il mezzo, così come tradizionalmente riconosciuto, permette.
La fotografia, fin dalla sua nascita, non è mai stata una testimone assolutamente fedele della verità, il fotografo deforma le cose del mondo a seconda della sua visione, del ritocco, della costruzione dell’immagine stessa e con l’avvento del digitale, alcuni di questi aspetti sono cresciuti esponenzialmente.
Eppure la fotografia porta con sé ancora oggi un forte valore di denuncia e di documentazione. Facendovi ragionare su questo aspetto vorrei semplicemente che imparaste a utilizzarla in modo consapevole, sia come produttori che come utenti, cercando di raccogliere tutte le occasioni che le nuove tecnologie ci offrono.
La parola “comunicazione” è utilizzata in molti ambiti differenti e se sul termine e il suo utilizzo si è molto discusso, la maggior parte degli studiosi afferma che, perché si parli di comunicazione, sia necessario un codice, un sistema di regole che faciliti il passaggio di un messaggio. Probabilmente avrete già sentito dire che la fotografia è un messaggio senza codice, quindi senza regole precise per essere letta e compresa.
Roland Barthes, che su questo argomento scrive un libro (La camera chiara, Einaudi) sostiene questa idea e ci si avvicina con un approccio profondamente emotivo e biografico, riflettendo sulla soggettività dell’interpretazione. Partendo da questo presupposto, che condivido totalmente, possiamo affermare che praticamente tutta la produzione contemporanea di immagini nasca oggi più che mai, grazie ad una spinta molto personale. Fotografiamo tutto: il bimbo nella culla, la pasta e fagioli che stiamo per mangiare, le labbra rosse nello specchio…spesso gli stessi soggetti si ripetono all’infinito, centinaia di labbra rosse e di bimbi che dormono. Siamo tutti narcisisti persi dentro sé stessi? Dal mio punto di vista, no. La fotografia è diventata una delle modalità più importanti di condivisione tra le persone. Attestiamo chi siamo e cosa facciamo attraverso le immagini che condividiamo e con questo atto possiamo dire al mondo “Io vivo così, ho questo aspetto e sono qui”.
Dall’introduzione della fotografia digitale sono nate una serie di nuove opportunità legate all’utilizzo dello strumento, prendendolo in considerazione sia dal punto di vista del linguaggio, della tecnica che delle implicazioni sociali che tale evento ha introdotto.
La fotografia è ormai parte della vita quotidiana di ognuno, soddisfacendo cinque aspetti fondamentali per l’uomo: il riparo contro lo scorrere del tempo, la necessità di comunicazione con gli altri, la manifestazione dei propri sentimenti, la realizzazione di sé, la reputazione sociale e il divertimento, concetti ben espressi da Pierre Bourdieu in “Un’arte media. Saggio sugli usi sociali della fotografia”.
La fotografia è un rito sociale legato alla necessità di comunicare delle persone, sia come produttrici che come fruitrici di immagini.
Nella società contemporanea la fotografia ha stipulato un patto indissolubile con l’uomo e in questo senso, l’evoluzione tecnologica ha modificato drasticamente il modo di vivere la quotidianità, tanto che il ruolo dell’immagine è diventato determinante. I rapporti e gli status sociali, le opinioni generali, gli acquisti e le abitudini, sono tutti veicolati tramite queste.
Le pagine dei nostri social sono diari personali e pubblici allo stesso tempo e ci catapultano in una posizione di disponibilità collettiva continua. All’interno di questo flusso costante di immagini abbiamo imparato che scattare fotografie non basta, è necessario “saper catturare l’attenzione” per avere consensi maggiori, diventare popolari e continuare ad esprimerci e partecipare, quindi esistere.
Purtroppo alla diffusione smisurata della fotografia non è corrisposta a una valida educazione relativa alla stessa e al suo utilizzo. Molto del nostro tempo è dedicato alla produzione e alla visione di immagini, ma pochi sono in grado di comprendere criticamente i messaggi visivi contenuti in esse affinché questi vengano impiegati in modo consapevole e responsabile.
Come abbiamo detto, l’uomo ha sempre utilizzato le immagini per descrivere la realtà ma, mai come oggi è necessario comprenderle, per saperle produrre e leggere. Sia durante la fase di visione che di realizzazione si attivano funzioni psicologiche legate alle nostre precedenti esperienze connesse a tutti gli ambiti delle nostre vite, diventando bagaglio emozionale che talvolta offusca la percezione delle cose, la sua interpretazione e quindi la sua riproposizione. La comunicazione visiva assume quindi un ruolo centrale, data la velocità con cui siamo chiamati a decifrare la realtà che ci circonda.
Con inaspettata naturalezza la fotografia ha invaso molto del nostro mondo e questo sta delineando confini nuovi del senso stesso del “guardare”, la potenza delle immagini è palese e l’atto di vederle mette in relazione culture, biologie e emozioni. La reazione provocata nell’osservatore potrebbe anche essere intensa ma rimane spesso fugace e in qualche caso addirittura inconscia.
Chi guarda stabilisce un modo personale di interagire con le nostre fotografie e legge quello che vuole leggere o può leggere; queste fotografie non portano con sé un senso universale di comprensione, ma piuttosto indicano semplicemente qualcosa che è stato di fronte al fotografo e si prestano a innumerevoli interpretazioni differenti che possono, tra l’altro, cambiare nel tempo e nello spazio. Ormai non si è nemmeno certi che quella cosa sia in un momento qualsiasi, stata di fronte al fotografo e nonostante questo, il fruitore può intraprendere un rapporto di natura empatica con l’immagine mostrata.
La funzione della fotografia come mezzo di comunicazione non ha esclusivamente potere sociale, come abbiamo visto, ma genera in modo continuo e continuativo informazioni, richiamando emozioni immediate che dobbiamo imparare ad utilizzare per veicolare i nostri messaggi.
Per questo è necessario conoscere le differenti funzioni dell’immagine e la sua lettura nella realtà e nella percezione, al fine di impiegare al meglio le nostre piccole strategie di comunicazione.
In tutta la comunicazione che si rispetti, messaggio, contesto e codice svolgono un ruolo fondamentale. Spero che il mio contributo vi sia utile per produrre fotografie singole e, soprattutto, per i vostri futuri progetti. Ogni volta che scattiamo una fotografia, svolgiamo la funzione di emittenti: siamo coloro che svolgono l’atto comunicativo, che hanno l’intenzione di trasmettere un messaggio attraverso le immagini. Spesso, però, quando parlo con gli aspiranti fotografi dei loro progetti, mi svelano che non pensano a quale sia il destinatario del proprio lavoro. Semplicemente scattano per il gusto di farlo e per dire qualcosa attraverso la fotografia. Certamente non è un reato. Se, però, volete fare un passo avanti, è necessario comprendiate che, per mandare un messaggio, occorre sapere chiaramente a chi questo è destinato. In caso contrario, sarebbe come scrivere una lettera che non verrà mai spedita. La comunicazione finisce non con la ricezione del messaggio, ma con la sua comprensione. Conoscere i nostri target, come si muovono in fotografia e quanta necessità hanno di conoscere quello che abbiamo da dire è fondamentale affinché quello che produciamo abbia effettivamente senso. Il messaggio è l’insieme di informazioni che abbiamo deciso di inviare. Come abbiamo già accennato, ogni mezzo di comunicazione necessita di un codice per essere compreso. Questo è l’insieme delle regole attraverso le quali il vostro messaggio verrà decifrato, o meglio decodificato. Attraverso il nostro canale, la fotografia e tutti i media che decidiamo di inserire nel nostro progetto (testo, video, musica, mappe ecc.), trasmettiamo un determinato contenuto. Il contesto è invece il quadro d’insieme dei dati e apprendimenti (linguistici, storici, culturali e situazionali) che, essendo comuni sia al mittente sia al destinatario, consentono la comprensione più precisa possibile del messaggio. Sembra abbastanza facile. La verità, però, è che nemmeno la conoscenza del codice assicura la comprensione del messaggio e quindi il realizzarsi della comunicazione. Il contesto può essere di particolare aiuto per direzionare la comprensione dei nostri lavori e può riassumersi in tre tipologie differenti: • contesto situazionale, cioè l’ambiente fisico e l’insieme delle condizioni in cui avviene la comunicazione; • contesto linguistico, cioè l’insieme di informazioni forniteci dagli altri elementi testuali, come didascalie e presentazioni, oppure testi inseriti direttamente nelle opere; • contesto culturale, quindi la conoscenza di fatti, persone, idee, oggetti a cui il lavoro si riferisce. Questa conoscenza deve essere simile sia nell’autore che nel destinatario, affinché sia più semplice la comunicazione Ovviamente, anche se applichiamo al meglio le nostre conoscenze e queste informazioni che vi ho fornito, vi possono essere elementi che limitano o impediscono totalmente l’arrivo dei nostri messaggi. In parte può essere dovuto alla scarsità di conoscenza che potreste avere relativamente al linguaggio fotografico in generale o alla modalità narrativa della fotografia contemporanea. In sostanza, non parlate la lingua giusta. Un altro problema potrebbe scaturire dall’errore nella scelta delle modalità narrative in sé, per esempio utilizzare materiali o modalità espressive non funzionali al vostro progetto
Sbagliare i contesti in cui si mostrano le vostre immagini potrebbe ulteriormente mettere a rischio la comunicazione. Un esempio è partecipare a un premio fotografico nazionale legato a un’istituzione cattolica e presentare immagini di nudo spinto, come è successo a me! Provate a ragionare su queste indicazioni che spero vi siano utili per la strutturazione dei vostri prossimi progetti.
Dal mio libro: Raccontare per immagini, dal singolo scatto alla narrazione fotografica. In vendita qui
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Dopo aver contestualizzato il nostro racconto fotografico, dovremo definire come declinarne lo svolgimento, quindi scegliere il modo con cui lo esporremo. Abbiamo a vostra disposizione modalità narrative infinite, anche se ne esistono di basilari.
La nostra storia potrebbe avere un andamento lineare, quindi prevedere un inizio, uno svolgimento e un finale, che sia lieto o meno; oppure potrebbe essere altalenante: in questo caso si alternano momenti differenti con picchi di percezione direzionati a sentimenti o elementi contrastanti. Queste modalità si associano a differenti emozioni che il nostro pubblico proverà. Per entrare in connessione con esso in maniera più avvincente, abbiamo a disposizione buone alternative.
Se usiamo con coerenza il linguaggio più funzionale ai nostri obiettivi, il nostro messaggio risulterà più persuasivo. Nel momento in cui scegliamo il tono narrativo dobbiamo quindi, prima di tutto, decidere l’accento emozionale del racconto. Una storia costruita bene ha la possibilità di tranquillizzare, di infiammare il cuore, di scuotere, di portare allegria oppure di impaurire. Se è sufficientemente forte, nella scelta del soggetto e dal punto di vista narrativo, potrebbe anche rimanere impressa nello spettatore per sempre.
Per trasmettere il tono adeguato del nostro racconto fotografico, analizziamo le emozioni primarie che vogliamo provare a innescare negli spettatori, tratteggiamo i nostri personaggi e manteniamo la modulazione designata fino a che la storia non sarà terminata.
Avere chiara l’atmosfera che si desidera restituire rende molto più coerente la realizzazione, evitando di farci commettere errori che precludano la percezione corretta del messaggio.
I linguaggi delle immagini sono visivamente differenti e ognuno genera sensazioni diverse. Possiamo, per esempio, voler dare l’impressione di qualcosa senza descriverla precisamente, con l’intento di creare senso di instabilità, di dinamicità o confusione. In questo caso utilizzare immagini mosse, realizzate con un fuoco selettivo o con l’utilizzo di filtri, potrebbe essere di grande aiuto (come nella prossima figura).
Abbraccio tra due ragazzi che ballano in una piccola balera a Sofia, Bulgaria. Il mosso dell’immagine, più visibile nel contesto che sui personaggi principali, rende l’immagine poetica, intangibile e ricca di atmosfera. Non stiamo descrivendo il locale e non vogliamo dare indicazione su chi siano i ragazzi, semplicemente stiamo dando l’impressione di un legame forte. Immagini di questo tipo si offrono a moltissime interpretazioni differenti da parte dei fruitori.
Se la nostra necessità, invece, è che tutto venga percepito bene, cercheremo un approccio più realistico. In questo caso, l’elemento più importante è la scena, non gli espedienti usati o l’effetto prodotto. L’obiettivo è fornire a chi guarda dettagli che permettano di capire i luoghi, i contesti e i soggetti affinché la comunicazione sia più immediata e semplice (come nella figura seguente).
Un uomo ben vestito esegue esercizi di stiramento sulla banchina del fiume Hudson, a New York, Stati Uniti. In questo caso l’uomo è ben visibile, così come il contesto e altri elementi molto descrittivi che non danno molto spazio a interpretazioni personali.
Si utilizza questo linguaggio nel reportage in ogni sua declinazione e in tutti i casi in cui il fotografo lo ritenga funzionale al progetto.
Un’altra opportunità potrebbe essere legata a una scelta formalista da parte del fotografo che, in questo caso, organizza la realtà all’interno dell’immagine basandosi su elementi strutturali molto forti (si veda la figura sottostante). In alcuni casi è la conformazione stessa del soggetto a motivare lo scatto, in altri è la qualità formale della posizione o della struttura degli elementi presenti a creare interesse.
Questa immagine è stata ripresa nello zoo di Rovaniemi, al circolo polare artico, Finlandia. La forma del muro, la ripetitività delle figure e lo scontro concettuale tra il muro dipinto con un aspetto naturale e la natura stessa, sono il motivo per cui ho scattato. Non abbiamo, in questo caso, soggetti umani: è solo il complesso di elementi che ha reso ai miei occhi lo scatto (in qualche modo) interessante.
Si utilizza questo linguaggio quando si vuole porre l’attenzione su equilibri, simmetrie, piani, colore, luce e ritmo.
Come già detto, non è raro che linguaggi diversi siano presenti nello stesso progetto. Non esistono regole da seguire, ma ogni sperimentazione dipende da scelte personali. L’unico compito che abbiamo è incuriosire al punto tale da portare chi osserva le nostre immagini a fermarsi, riflettere, interrogarsi e conoscerci.
La situazione o l’avvenimento, talvolta, sono il motivo per cui si inizia a lavorare. Per esempio, c’è una processione religiosa in Sicilia e allora decidiamo di andare a raccontarla. In altri casi, invece, la motivazione è data dalle azioni che il personaggio o i personaggi svolgono durante la storia.
In qualche caso il nostro portfolio non avrà una struttura narrativa, ma sarà piuttosto costruito come un elenco di immagini di genere simile, per esempio un insieme di ritratti, oppure fotografie d’architettura. In questi casi i nostri soggetti non svolgono nessuna azione e l’evento non sarà al centro delle nostre necessità di costruzione del lavoro.
Un’altra tipologia di progetto a elenco è quella del ritratto ambientato: in questo caso, il luogo e l’ambientazione svolgono un ruolo fondamentale nella percezione del fruitore finale. In questa occasione dovremo porre attenzione alla location, che tenderà a rappresentare la vita e a mostrare dettagli che rivelino particolarità del soggetto, mettendolo al centro dell’esposizione.
Nell’immagine seguente possiamo vedere un momento dei festeggiamenti di Capodanno a Napoli. L’aria era pervasa da colore giallo dovuto alla quantità immensa di fuochi di artificio sparati per l’occasione. Questo è stato, appunto, il pretesto per raccontare una piccola storia. L’avvenimento è il contesto entro il quale mi muovo con particolari di natura differente, che andranno a spiegare i personaggi e l’atmosfera nella quale essi hanno vissuto l’evento.
Napoli, ultimo dell’anno.
Una guida ricca di spunti e consigli, adatta a tutti coloro che vogliono imparare i segreti dello storytelling fotografico.
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Il luogo fornisce il contesto della storia, non solo dal punto di vista geografico: può dare indicazioni anche di tipo temporale e ambientale. Tutti questi elementi creano l’atmosfera del progetto e introdurranno il fruitore verso il tipo di sentimento che devono provare di fronte alle immagini. Si possono utilizzare piani ampi o più ravvicinati, fino a dettagli specifici che indirizzino la lettura, orientino il pubblico e mantengano alta l’attenzione, arricchendo la storia di elementi di contorno (come in questa figura).
Bambina che gioca con le suo oche in un piccolo paesino in Turchia. Fotografia con un’ambientazione che ci accompagna alla lettura del nostro soggetto, rende l’atmosfera dell’immagine lontana nel tempo e arricchisce la possibile interpretazione con rimandi emotivi coinvolgenti.
Ogni racconto fotografico è ambientato in un determinato spazio: interno, esterno, collettivo, documentato, reale, immaginario. Ogni luogo può essere descritto fotograficamente con modalità differenti:
precisione scrupolosa (ricca di dettagli);
generale (con uno sguardo d’insieme);
modalità denotativa (oggettiva, reale);
modalità connotativa (soggettiva, immaginifica);
funzione narrativa (essenziale per far comprendere il racconto);
funzione simbolica (ha un significato più legato al sentire relativo al luogo);
funzione neutra (fine a se stessa, quando il luogo è di contorno);
con punto di vista fisso (un unico punto di osservazione nei confronti del luogo);
con punto di vista mobile (l’osservatore si sposta nello spazio);
con finalità informativa (fornisce informazioni utili alla storia);
con finalità persuasiva (vuole convincere il lettore o un personaggio della storia);
con finalità poetica (esterna sentimenti ed emozioni).
Questo è un piccolo estratto del mio libro “Raccontare con le immagini“, spero possa interessarvi il tema!
Alla prossima, ciao a tutti! Sara
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