Corso di Storytelling fotografico, i lavori degli studenti!

Buongiorno, oggi vi mostro i progetti che alcuni dei “ragazzi” hanno prodotto durante il mio corso di Storytelling. Un corso a cui tengo molto, perché mi da il tempo di far sbocciare, attraverso il confronto e lo studio collettivo, un linguaggio personale in ognuno, sfruttando al meglio le vostre possibilità. Sono contenta dei risultati. Ho chiesto loro di fare un editing di 12 immagini circa per progetto, i lavori sono spesso più lunghi e articolati.

Spero vi interessino e vi colpiscano.

Buona giornata

Sara

Dermaδέρμαcon-fine

Pellestrina. Tra la mia casa e l’isola, sulla carta geografica, intercorrono solo ottanta chilometri, ma questa distanza si traduce in un vero e proprio viaggio. Due ore e mezza di percorso, prima in auto, poi su un vaporetto e infine su un autobus che si lascia traghettare di isola in isola procedendo snellamente e assecondando pazientemente le fermate. Il mio approdo finale avviene con la Linea 11, su una “corriera” che compie ripetitivi viaggi quotidiani e accarezza come un’onda l’isola lunga undici chilometri: una linea di terra sottile, sospesa sull’acqua talvolta per pochi metri di larghezza, un tracciato che ti fa sentire quasi inerme davanti alla spettacolarità naturale del luogo. Il viaggio diviene propedeutico, un adeguamento progressivo, una educazione alla trasformazione. Tutto è scandito da un ritmo di attese. Poi, all’arrivo, l’acqua, il vento, il sale manifestano immediatamente l’unicità di questo lembo di terra dove si respira diffusamente la laguna. Qui si percepisce l’essenziale, entro un microcosmo che silenziosamente ti accoglie e ti scava dentro. La mia prima conoscenza dell’isola avvenne quasi vent’anni fa, durante una gita estiva in bicicletta con amici. In quell’occasione, dispersiva e quasi vacanziera, non riuscii a cogliere nulla di preciso, ma qualcosa di latente mi rimase dentro. Qualche anno fa ci sono ritornata da sola, d’inverno, quasi in seguito a un richiamo e ne sono rimasta folgorata. Ho subito amato la qualità del silenzio e la semplicità un po’ ruvida e malinconica che avvolge tutto. Ho meditato a lungo sul modo di esprimere ed interpretare col mio sguardo la profondità di questo luogo anfibio; soffermandomi inizialmente sul nome dell’isola ho pensato alla pelle, un’associazione forse banale, se accolta senza considerazioni. La pelle, ovvero la superficie delle cose, la prima barriera con l’esterno. Ho cercato di figurare l’epidermide del luogo, partendo dal presupposto che in un territorio così esposto la superficie esterna non può che celare una grandissima profondità. A poco a poco è sorta una personale immagine dell’isola attraverso l’espressione della sua fisionomia sensibile, degli isomorfismi creati dagli agenti atmosferici, dal sale, dalle acque, da piccole creature marine e dall’uomo. Dietro a questa scorza si respirano tradizioni, fatica, lavoro e un’infinita dolcezza. Il mio desiderio è consistito nel tentativo di espressione sensibile dello scorrimento temporale, del flusso vitale, della fragilità e del senso di vulnerabilità – ambientale, fisica, umana – che trasuda dalla microstoria del luogo. Ho pensato alla laguna di Venezia e alla sua labilità, ai suoi delicati equilibri, ponendoli in relazione con la fugacità della vita umana, rispecchiando la lotta contro il tempo della nostra esistenza nell’immagine di una laguna che tenta, mutando, di sopravvivere e di sopravviverci: un mondo tenace che si trasforma e resiste. L’isola sussurra il passato, officia la sua e la nostra caducità entro il processo perpetuo e metamorfico di fragili creature strappate all’acqua, in una relazione dinamica con il mare la cui progressiva precarietà, anche a causa dell’invadenza antropica, è accoratamente evidente.

Eliana Bozzi

sito: www.elianabozzi.it

Instagram: @elianatamago

HAJIME, 1980.

“Hajime” è la parola che in giapponese significa“Inizio”ed è la stessa che viene usata dagli arbitri al via di ogni incontro di judo. 

New York, 29-30 novembre 1980. 149 atlete provenienti da 27 paesi del mondo mettono piede nel Madison Square Garden, pronte a scrivere una pagina della storia dello sport. Fortemente voluti dalle judoka di tutto il mondo e soprattutto dalla leggendaria figura di Rusty Kanokogi, i primi campionati del mondo di judo femminile trovano il proprio via. 

È un evento unico, dove per la prima volta si respira un’aria diversa, davvero di universalità. È qualcosa a cui oggi noi siamo abituate, ma che risulta totalmente nuovo a chi, fino a quel momento, si vedeva negata la possibilità di viverlo.
E tra tutte le 149 judoka presenti, c’erano anche loro: le 7 azzurre di New York. Anna De Novellis, Patrizia Montaguti, Maria Vittoria Fontana, Laura di Toma, Nadia Amerighi, Margherita De Cal. Sette donne che hanno scritto parte di questo “hajime”, a cui voglio rendere un piccolo tributo attraverso questo lavoro.
La memoria è corta, si dà spesso per scontato tutto quello che abbiamo, ma a monte c’è sempre un pioniere che apre la strada a tutti coloro che vengono dopo.
Le medaglie olimpiche femminili di judo, sono tutte figlie dei nomi che hanno partecipato a quel primo storico evento.
“Hajime” è il racconto di quel nuovo inizio che si snoda nei ricordi di queste sette meravigliose donne, creato raccogliendo i loro volti e ciò che il tempo conserva ancora tra fotografie, documenti e articoli di giornali. 

Erika Zucchiatti

Sito web: http://www.erikazucchiatti.com

Instagram: https://www.instagram.com/zuksku/

TITOLO: N’VALéRAUN PAESE SI RACCONTA

In questo paese, Novellara, sono nata ed ho vissuto sino all’adolescenza.

L’ ho lasciato per studio prima, per lavoro poi, perché “mi stava stretto”, infatti cercavo spazi più aperti e opportunità che non mi offriva.

Il mio interesse, tardivo, per Novellara si rispecchia in quello che aveva coinvolto mio padre che, fotografo dilettante, negli anni ’60 e ’70 del 1900, aveva documentato, insieme ai suoi colleghi del gruppo fotografico novellarese, gli aspetti del centro antico che andavano modificandosi a seguito del boom economico.

Nell’ Archivio Storico Comunale ho trovato le loro testimonianze, ma anche alcune risalenti ai primi decenni del secolo, a cui ho accostato immagini di oggi cercando di mantenere lo stesso loro punto di vista.

La mia indagine, iniziata alla fine del 2020, è nata dallo studio storico dei Conventi che hanno segnato la crescita dell’antico borgo medioevale a partire dal XIV secolo e che erano ancora presenti alla fine del XVIII secolo. Successivamente ho inserito alcuni “luoghi”, compresi nell’antico perimetro paesano, attorno a cui ruota ancora oggi la vita sociale, artistica e politica della comunità.

Ne è nato un corpus di immagini che raccontano, con continui confronti, un ideale viaggio nel passato.

L’ evolversi del mio lavoro mi ha portato a comprendere con occhi nuovi l’ interesse per il paese che aveva mio padre a cui, ora, mi sento più vicina e a cui lo dedico per il sostegno e l’ incoraggiamento silenzioso con cui mi ha sempre accompagnato.

Maura Bartoli

HABITO

Dal latino : abitare, portare abitualmente, essere solito tenere, ma anche stare, trovarsi, trattenersi, fermarsi…

Il progetto è nato con l’intento di tenere viva la memoria di una piccola congregazione religiosa: le “Ancelle della Provvidenza per la salvezza del Fanciullo” della quale sono ormai rimaste le ultime sei suore.

Ho voluto onorare le loro vite fatte di dedizione al bene, rendendole, al contempo, protagoniste attive.

Questa Congregazione religiosa ebbe umili origini e un graduale sviluppo  a Milano, nell’ultimo decennio del secolo XIX, per opera del sacerdote milanese Don Carlo San Martino; nel piccolo gruppo  veniva  coltivato lo spirito di pietà, umiltà e obbedienza, non disgiunto da una grande abnegazione a servizio dei fanciulli poveri e abbandonati.

Le Zie, come le chiamavano le numerose piccole vite fragili che da loro hanno ricevuto accoglienza, cura, educazione, oggi, sono tutte a un bel traguardo di vita e ancora vivono umilmente per insegnare a tutti noi il profondo senso di devozione e di disponibilità verso gli altri.

Ho scattato fotografie che diventano momenti preziosi, intimi, soprattutto veri, in un  mondo che sempre più tende a dimenticare chi ha dato la vita per gli altri: pregando, insegnando, costruendo.

HABITO è un omaggio a delle persone meravigliose che possono solo essere l’esempio da imitare e da seguire; è il luogo dei ricordi di chi ha fatto della Fede la propria vita e diventa anche il luogo dove trasmettere questi ricordi, un testimone da passare alle generazioni future, per non dimenticare e per continuare a coltivare l’amore verso il prossimo e l’amore per la vita.

Monica Testa

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TITOLO: A VITA-E

Un lavoro dedicato a mio padre. Un regalo per lui, per ringraziarlo di tutto ciò che ha fatto e continua a fare per me e tutto quello che è stato ma soprattutto non è stato per me. Un lavoro semplice, pulito, sintetico e allo stesso tempo esaustivo, proprio come lui.

Papà è una persona difficile da fotografare e non perché non sia fotogenico ma perché per timidezza ed imbarazzo difficilmente riesce a guardare dritto in camera, anche se glielo si chiede espressamente. Credo non voglia darsi il permesso di esporsi e quindi di ammorbidirsi.

Nel tentativo di semplificarmi la vita durante gli scatti e di rendere più spontanee le sue espressioni ho pensato di ritrarlo nella sua seconda casa, il suo capannone, il suo regno, il luogo in cui ancora oggi lavora quotidianamente con tanta passione e dedizione, chiedendogli espressamente ogni volta di non rivolgere lo sguardo in camera e ponendo sempre tra me e lui un terzo elemento “filtrante”. 

Così facendo per alcuni giorni l’ho affiancato e “tormentato”. Mi sono immersa con lui e per lui nella sua giornata lavorativa tra compressori ad aria, pezzi di ricambio, filtri d’aria, residui di olio di macchine sul pavimento e getti d’acqua..

Insieme al suo tempo questo è ciò che mi donato. 

In questi scatti riconosco bene mio padre: il suo essere inafferrabile come il fumo, impalpabile, invisibile e vitale come l’aria, sfuggente come l’acqua, trasparente come un vetro e il suo essere sempre e delicatamente ombra al mio fianco.

Cristina Rozzoni

https://www.instagram.com/cristina_rozzoni/

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Vene di terra
Il territorio del confine tra Appennino reggiano/modenese e la Pianura Padana, nel dopoguerra, colse favorevoli impulsi per lo sviluppo dell’industria ceramica destinata all’abitare, complice il crescente boom economico.
L’aumento della domanda incrementò l’offerta con una rilevante fioritura di imprese che adottarono un modello di industrializzazione adeguato.
La loro localizzazione era giustificata da un’agevole connessione con la rete stradale e lo sfruttamento delle risorse naturali appenniniche.
Dagli anni ‘90 l’estrazione delle terre iniziò a calare in concomitanza con l’importazione di materiali esteri, in quanto con l’evoluzione del prodotto finale, la tipologia di argilla locale non possedeva più le idonee caratteristiche.
Oggi l’attività delle cave è ridotta o cessata, lasciando insanabili ferite sul territorio creando le premesse per ampi smottamenti e favorendo la formazione di calanchi.
Il mio lavoro è la testimonianza di come nel 2021 in questo territorio siano ancora presenti i segni di quel passato sfruttamento.

Emanuela Torelli

e-mail:  emanuela.torelli@cheapnet.it

Se vi interessano i lavori, contattate gli interessati!

Per iscriversi al corso di quest’anno

Diritto d’autore in fotografia, in pillole…


Buongiorno, qui trovate appunti su una lezione dedicata al diritto d’autore in fotografia. Spero possano esservi utili.

Buona lettura! Cristina

(Legge sulla protezione del diritto d’autore del 22 Aprile 1941 n.633)
1) Il diritto d’autore tutela tutte le opere dell’ingegno di carattere creativo, che appartengono alla letteratura, alla musica, all’architettura, al teatro, alla cinematografia e alle arti figurative (tra cui la fotografia) qualunque sia il modo o la forma di espressione. (Art.1-2 Legge sulla protezione del
diritto d’autore del 22 Aprile 1941 n.633)
La prima cosa da capire è cosa s’intende in questa legge per “carattere creativo” di un’opera fotografica, dato che si tratta del requisito principale per cui una fotografia possa essere tutelata dal diritto d’autore.
Secondo la legge si può parlare di creatività quando l’opera fotografica è originale e nuova.
Con “nuova” non s’intende che l’opera fotografica deve essere una novità in senso assoluto (una fotografia può essere creativa anche se ha per soggetto lo stesso soggetto già trattato da altri fotografi), ma s’intende in senso soggettivo, vale a dire che deve mostrare l’impronta della
personalità dell’autore.
Inoltre affinché un’opera fotografica sia tutelata deve avere anche una forma espressiva, vale a dire deve assumere una qualche forma concreta. Il diritto d’autore infatti non tutela le idee finché rimangono nella testa dell’autore!


2) In ambito fotografico la legge sul diritto d’autore fa una distinzione precisa sulle “fotografie”. Le divide in tre categorie: le opere fotografiche, le fotografie semplici e le fotografie di mera documentazione.
Le opere fotografiche sono le fotografie dotate di creatività e di forma espressiva (nel senso di presenza dell’impronta della personalità dell’autore e di forma espressiva concreta percepibile). Le fotografie appartenenti a questa categoria hanno la tutela di diritto d’autore piena, hanno quindi il
livello massimo di tutela sia per quanto riguarda i diritti patrimoniali d’autore che quelli morali.
Le fotografie semplici sono le fotografie che possono avere come oggetto persone, eventi naturali o sociali, comprese le fotografie che ritraggono altre opere d’arte (per esempio le fotografie di una statua o di un’opera pittorica) ed i fotogrammi delle pellicole cinematografiche.
Quello che manca in queste fotografie è quindi il carattere creativo, ovvero la presenza di una reinterpretazione personale da parte dell’autore. Sono fotografie dotate di una forma espressiva e, pur possedendo anche un alto livello tecnico di realizzazione, non possiedono la creatività per
cui l’autore inserisce qualcosa di sé. Le fotografie appartenenti a questa categoria sono quelle che hanno un livello di tutela di diritto d’autore inferiore (si parla di diritto connesso).
Infine le fotografie di mera documentazione sono gli scatti di documenti, scritti, disegni tecnici o prodotti simili. A differenza delle fotografie semplici che hanno scopi pubblicitari, commerciali, di cronaca…, queste fotografie hanno scopo esclusivamente riproduttivo e di documentazione.
Queste fotografie non sono oggetto di alcuna tutela.


3) Differenza di tutela da parte della legge sul diritto d’autore tra un’opera fotografica e una fotografia semplice.
I diritti patrimoniali su opere fotografiche riguardano la possibilità di utilizzare un’opera fotografica a scopo di lucro e il diritto al compenso a fronte di alcune utilizzazioni dell’opera.
Questi diritti contemplano una serie di diritti esclusivi di utilizzazione di un’opera per cui qualsiasi cosa si voglia fare, va sempre chiesto il permesso all’autore. Rientrano tra i diritti patrimoniali il diritto di: pubblicazione, riproduzione, comunicazione, distribuzione, modificazione, elaborazione
e pubblicazione in raccolta e noleggio e prestito.
I diritti di utilizzazione economica durano tutta la vita dell’autore fino a 70 anni dopo la sua morte.
Trascorso tale termine l’opera fotografica “cade in pubblico dominio”, e quindi può essere utilizzata liberamente. Rimane però sempre l’obbligo di citare sempre il nome dell’autore (perché questo è il diritto morale di paternità dell’opera che dura in eterno infatti dal momento in cui viene
a mancare l’autore questo diritto può essere esercitato dagli eredi).
I diritti morali su opere fotografiche sono i diritti a difesa della personalità dell’autore. Questi diritti sono: il diritto di rivendicare e di rivelare la paternità dell’opera, il diritto di disconoscere la paternità di un’opera falsamente attribuita, il diritto di opporsi a deformazioni o modificazioni
dell’opera e a ogni altro atto a danno dell’opera stessa, che possano essere di pregiudizio all’onore o alla reputazione dell’opera stessa, il diritto di ritiro dell’opera dal commercio per gravi ragioni morali.
Questi diritti non hanno nessuna limitazione temporale, infatti una volta morto l’autore dell’opera fotografica, questi diritti possono essere esercitati dagli eredi.
I diritti patrimoniali su fotografie semplici riguardano invece il diritto esclusivo di utilizzare economicamente una fotografia in caso di riproduzione, diffusione e spaccio (cioè la distribuzione degli esemplari materiali) e il diritto al compenso a fronte di alcune utilizzazioni dell’opera.
I diritti di utilizzazione economica durano solo 20 anni dalla produzione della fotografia.
I diritti morali su una fotografia semplice non sono espressamente riconosciuti dalla legge sul diritto d’autore, ma la giurisprudenza tende comunque a riconoscere al fotografo autore di una fotografia semplice almeno il diritto di paternità.


4) Specifica extra…
Per le fotografie semplici la legge non impone di mettere il nome dell’autore, ma in tutta la giurisprudenza i giudici dicono che il nome va comunque messo. Quindi anche per le fotografie semplici i giudici riconoscono questo diritto, perché ritengono di fondamentale importanza per la professionalità di un fotografo essere riconosciuto come autore delle proprie opere. Per legge invece il nome va messo per le opere fotografiche.
Il diritto del fotografo dell’indicazione del suo nome ha radici nella Costituzione Italiana, perché è un diritto umano, della persona. Dunque la radice di questo diritto non è neanche nella legge sul diritto d’autore ma è nell’Articolo 2 della Costituzione Italiana che tutela la dignità della persona e il diritto della persona di realizzarsi nella società, nonché il diritto al lavoro…Quindi questo diritto di menzione del nome dell’autore ovunque ha radice costituzionale.

Gli edifici abbandonati e nascosti di James Kerwin

© James Kerwin
© James Kerwin
© James Kerwin
© James Kerwin
© James Kerwin
© James Kerwin
© James Kerwin
© James Kerwin
© James Kerwin

James Kerwin è un fotografo inglese con la profonda passione per la “Urban Exploration”, ossia l’esplorazione urbana di luoghi nascosti, dimenticati e poco accessibili. 

Andando in giro per il mondo è alla continua ricerca di edifici decadenti, sconosciuti e pericolanti all’interno dei quali la natura si riprende lentamente tutti i suoi spazi.

Il suo primo lavoro di architetture cadute nell’oblio è “Decadence” (2014-2015), una serie di scatti di rovine abbandonate che il fotografo ha incontrato durante un suo viaggio attraverso l’Inghilterra, la Germania, il Belgio, l’Italia e la Bulgaria.

Alla domanda su quale sia la più grande bellezza architettonica italiana caduta in rovina e dimenticata che ha immortalato in una di queste sue avventure, egli ha risposto il Castello di Sammezzano in Toscana. (https://www.sammezzano.info)

Un altro lavoro di grande spicco è “Lebanon: a Paradise Lost” (2019), una raccolta di scatti realizzati a Beirut, una città che, dopo aver vissuto un periodo di splendore architettonico, tale da essere soprannominata la “Parigi del Medio Oriente”, è caduta letteralmente in rovina a causa dello scoppio della guerra.

Dando qualche consiglio ad aspiranti Urban Explorers il fotografo ha detto: “Fate la vostra ricerca online e iniziate dal vostro territorio – ci sono più edifici dismessi di quanto ci si aspetterebbe. Informatevi sulle leggi locali in materia. E portatevi sempre dietro un amico: gli spazi abbandonati sono pericolosi e di solito chiusi per un buon motivo“.

Kerwin ha inoltre dichiarato che “C’è un lato triste negli edifici che vengono lasciati a marcire, ma in molti casi, le foto di un Urban Explorer possono fare in modo che un edificio venga riscoperto e salvato”. Infatti è proprio grazie a delle sue fotografie che una residenza aristocratica in Polonia, caduta in abbandono durante il periodo comunista, ha ritrovato un nuovo futuro come albergo.

Il sito dell’autore è: jameskerwinphotographic.com

Buona navigazione!

Ciao, Cristina.

Ritratti di donne algerine costrette a posare togliendo il velo: ritratti di nudo?

Nel 1960 il fotografo francese Marc Garanger (1935-2020), mentre assolveva gli obblighi di leva militare durante il conflitto franco-algerino, che oppose la Francia coloniale agli indipendentisti algerini del Fronte di Liberazione Nazionale e si concluse con la proclamazione dell’indipendenza dello stato africano, realizzò una serie famosa di ritratti di donne algerine: “Femmes Algériennes 1960”.

Egli fu inviato dall’esercito francese, che stava occupando l’Algeria, in alcuni villaggi di montagna a sud-est di Algeri, come soldato-fotografo ufficiale dell’unità militare e fu costretto a fotografare gli abitanti del luogo per produrre le carte d’identità, di cui tutti dovevano dotarsi.

In 10 giorni realizzò circa 2.000 ritratti e furono soprattutto donne quelle che si presentarono davanti alla sua macchina fotografica. Donne che vennero fatte sedere su uno sgabello posto di fronte ad un muro bianco e furono obbligate a posare togliendosi il velo. Donne che furono quindi costrette a mostrare pubblicamente il loro volto, nonostante la religione vietasse (e vieta) loro di farlo in presenza di altri uomini, diversi dai propri mariti. 

A queste donne non rimase altro che opporsi a questo obbligo in silenzio, facendo parlare il loro sguardo, accusatorio e di sfida, e l’espressione del loro viso. 

Quindi, detto ciò, questi ritratti possono essere considerati a tutti gli effetti delle fotografie di nudo? 

Se con fotografia di nudo s’intende la fotografia del corpo umano privo di vestiti, allora anche queste fotografie possono esserlo, dal momento in cui il velo, per queste donne,  costituisce parte integrante del loro abituale modo di mostrarsi in pubblico.

Levare il loro velo di fronte ad un obiettivo, per mostrare la loro identità, fatta anche di capelli scomposti e tatuaggi, è stato per queste donne un vero e proprio atto di violenza psicologica, che il fotografo, abilmente e con cura, è stato in grado di immortalare come atto di denuncia alla guerra e alle sue ingiustizie e violenze di ogni genere.

Il fotografo stesso disse: “Potevo rifiutare e andare in prigione oppure accettare. Ho capito la mia fortuna: dovevo essere un testimone per far trasparire nelle mie immagini la mia opposizione alla guerra. Ho visto che potevo usare quello per cui sono stato costretto. Le immagini dicevano il contrario di ciò che le autorità volevano far loro raccontare. In dieci giorni ho realizzato duemila ritratti, duecento al giorno. Le donne non avevano scelta. Il loro unico modo di protestare era attraverso il loro aspetto”.

Nel 2004 Garanger ritornò in Algeria per incontrare coloro che aveva fotografato in quei giorni e scoprì che le foto che aveva scattato a queste donne furono le uniche che loro avessero mai avuto di sé stesse. 

Con questo lavoro Garanger vinse nel 1966 il premio fotografico Niépce.

Ciao, Cristina.

“El baño de Frida”: uno storytelling da una stanza da bagno.

Si può fare uno storytelling in una stanza da bagno?

Ebbene sì, e un egregio esempio in materia è stato realizzato dalla fotografa messicana Graciela Iturbide. Il titolo di questo suo celebre lavoro è “El baño de Frida”, per il quale ha ricevuto nel 2008 il prestigioso premio internazionale di fotografia della Hasselblad Foundation.

Questo piccolo ma interessantissimo libro fotografico è un breve racconto fatto di 12 scatti in bianco e nero ambientati nel bagno dell’abitazione privata della famosa pittrice messicana Frida Kahlo e dell’artista Diego Rivera a Coyoacán (Città del Messico).

Nel 2005, per la prima volta dopo 51 anni dalla morte della pittrice, le due stanze da bagno della Casa Azul, che erano state messe sotto chiave dallo stesso Rivera dopo la morte di Frida, sono state riaperte esclusivamente per la Iturbide. Da questo anomalo e privatissimo punto di vista la fotografa ha cercato di raccontare a modo suo l’anima di questa donna ed artista dalla vita tormentata. 

Entrando in questi spazi inviolati, la Iturbide compie un vero e proprio viaggio nella vita intima di Frida attraverso i suoi oggetti di dolore. Con l’ausilio della sua macchina fotografica è riuscita a realizzare degli scatti che sono divenuti una vera e propria testimonianza, commuovente e allo stesso tempo disturbante, di quella che è stata la reale quotidianità dell’artista. 

Il progetto fotografico nel dettaglio mostra corsetti e bustini strazianti, grembiuli ospedalieri macchiati, medicine, animali impagliati, attrezzi medici, stampelle, una gamba artificiale… ma anche un ritratto di Stalin, che forse le serviva per trarre ispirazione ed una borsa dell’acqua calda che forse le serviva per alleviare il suo costante dolore.

Il bagno per Frida era un luogo fondamentale, dove trascorreva molto tempo sia per i suoi problemi fisici che per la sua attività creativa (al suo interno ha infatti realizzato alcune opere).

Grazie a queste foto il bagno e tutti gli oggetti in esso contenuti diventano l’evidenza brutale delle lotte quotidiane che Frida ha dovuto affrontare e sopportare, svelando una realtà fatta di sofferenza assolutamente visibile e tangibile. 

Il breve percorso fotografico si conclude con un autoritratto che Iturbide realizza riproponendosi nella stessa posizione adottata da Frida in una sua celebre opera (autoritratto di Frida in vasca). Nel suo personale dialogo con l’artista e i suoi oggetti personali, la Iturbide diventa pian piano il suo alter ego. 

Con questo progetto la Iturbide è riuscita in modo vincente a restituisci e a raccontarci il dramma quotidiano vissuto da questa donna fragile e dal corpo martoriato, ma con una irriducibile volontà di andare oltre la sua immobilità e i confini del suo corpo grazie alla sua creatività.

Qui il sito dell’autrice

Ciao, Cristina.