Voi cosa intendete quando parlate di fotografia?

Fotografia di Sara Munari

Il 19 agosto 1839 è oggi riconosciuta come la data in cui nasce la fotografia presentata formalmente questo giorno presso l’accademia delle scienze e quella delle arti visive. Al principio si sviluppa come strumento ricreativo per le classi più abbienti per poi diffondersi in tutti i ceti sociali. Da quei giorni a oggi possiamo dire che siano state esplorate praticamente tutte le strade che il mezzo, così come tradizionalmente riconosciuto, permette.

La fotografia, fin dalla sua nascita, non è mai stata una testimone assolutamente fedele della verità, il fotografo deforma le cose del mondo a seconda della sua visione, del ritocco, della costruzione dell’immagine stessa e con l’avvento del digitale, alcuni di questi aspetti sono cresciuti esponenzialmente.

Eppure la fotografia porta con sé ancora oggi un forte valore di denuncia e di documentazione. Facendovi ragionare su questo aspetto vorrei semplicemente che imparaste a utilizzarla in modo consapevole, sia come produttori che come utenti, cercando di raccogliere tutte le occasioni che le nuove tecnologie ci offrono.

La parola “comunicazione” è utilizzata in molti ambiti differenti e se sul termine e il suo utilizzo si è molto discusso, la maggior parte degli studiosi afferma che, perché si parli di comunicazione, sia necessario un codice, un sistema di regole che faciliti il passaggio di un messaggio. Probabilmente avrete già sentito dire che la fotografia è un messaggio senza codice, quindi senza regole precise per essere letta e compresa.

Roland Barthes, che su questo argomento scrive un libro (La camera chiara, Einaudi) sostiene questa idea e ci si avvicina con un approccio profondamente emotivo e biografico, riflettendo sulla soggettività dell’interpretazione. Partendo da questo presupposto, che condivido totalmente, possiamo affermare che praticamente tutta la produzione contemporanea di immagini nasca oggi più che mai, grazie ad una spinta molto personale. Fotografiamo tutto: il bimbo nella culla, la pasta e fagioli che stiamo per mangiare, le labbra rosse nello specchio…spesso gli stessi soggetti si ripetono all’infinito, centinaia di labbra rosse e di bimbi che dormono. Siamo tutti narcisisti persi dentro sé stessi? Dal mio punto di vista, no. La fotografia è diventata una delle modalità più importanti di condivisione tra le persone. Attestiamo chi siamo e cosa facciamo attraverso le immagini che condividiamo e con questo atto possiamo dire al mondo “Io vivo così, ho questo aspetto e sono qui”.

Dall’introduzione della fotografia digitale sono nate una serie di nuove opportunità legate all’utilizzo dello strumento, prendendolo in considerazione sia dal punto di vista del linguaggio, della tecnica che delle implicazioni sociali che tale evento ha introdotto.

La fotografia è ormai parte della vita quotidiana di ognuno, soddisfacendo cinque aspetti fondamentali per l’uomo: il riparo contro lo scorrere del tempo, la necessità di comunicazione con gli altri, la manifestazione dei propri sentimenti, la realizzazione di sé, la reputazione sociale e il divertimento, concetti ben espressi da Pierre Bourdieu in “Un’arte media. Saggio sugli usi sociali della fotografia”.

La fotografia è un rito sociale legato alla necessità di comunicare delle persone, sia come produttrici che come fruitrici di immagini.

Nella società contemporanea la fotografia ha stipulato un patto indissolubile con l’uomo e in questo senso, l’evoluzione tecnologica ha modificato drasticamente il modo di vivere la quotidianità, tanto che il ruolo dell’immagine è diventato determinante. I rapporti e gli status sociali, le opinioni generali, gli acquisti e le abitudini, sono tutti veicolati tramite queste.

Le pagine dei nostri social sono diari personali e pubblici allo stesso tempo e ci catapultano in una posizione di disponibilità collettiva continua. All’interno di questo flusso costante di immagini abbiamo imparato che scattare fotografie non basta, è necessario “saper catturare l’attenzione” per avere consensi maggiori, diventare popolari e continuare ad esprimerci e partecipare, quindi esistere. 

Purtroppo alla diffusione smisurata della fotografia non è corrisposta a una valida educazione relativa alla stessa e al suo utilizzo. Molto del nostro tempo è dedicato alla produzione e alla visione di immagini, ma pochi sono in grado di comprendere criticamente i messaggi visivi contenuti in esse affinché questi vengano impiegati in modo consapevole e responsabile.

Come abbiamo detto, l’uomo ha sempre utilizzato le immagini per descrivere la realtà ma, mai come oggi è necessario comprenderle, per saperle produrre e leggere. Sia durante la fase di visione che di realizzazione si attivano funzioni psicologiche legate alle nostre precedenti esperienze connesse a tutti gli ambiti delle nostre vite, diventando bagaglio emozionale che talvolta offusca la percezione delle cose, la sua interpretazione e quindi la sua riproposizione. La comunicazione visiva assume quindi un ruolo centrale, data la velocità con cui siamo chiamati a decifrare la realtà che ci circonda.

Con inaspettata naturalezza la fotografia ha invaso molto del nostro mondo e questo sta delineando confini nuovi del senso stesso del “guardare”, la potenza delle immagini è palese e l’atto di vederle mette in relazione culture, biologie e emozioni.  La reazione provocata nell’osservatore potrebbe anche essere intensa ma rimane spesso fugace e in qualche caso addirittura inconscia.

Chi guarda stabilisce un modo personale di interagire con le nostre fotografie e legge quello che vuole leggere o può leggere; queste fotografie non portano con sé un senso universale di comprensione, ma piuttosto indicano semplicemente qualcosa che è stato di fronte al fotografo e si prestano a innumerevoli interpretazioni differenti che possono, tra l’altro, cambiare nel tempo e nello spazio. Ormai non si è nemmeno certi che quella cosa sia in un momento qualsiasi, stata di fronte al fotografo e nonostante questo, il fruitore può intraprendere un rapporto di natura empatica con l’immagine mostrata.

La funzione della fotografia come mezzo di comunicazione non ha esclusivamente potere sociale, come abbiamo visto, ma genera in modo continuo e continuativo informazioni, richiamando emozioni immediate che dobbiamo imparare ad utilizzare per veicolare i nostri messaggi.

Per questo è necessario conoscere le differenti funzioni dell’immagine e la sua lettura nella realtà e nella percezione, al fine di impiegare al meglio le nostre piccole strategie di comunicazione.

Sara

Incipit del mio libro “Raccontare per immagini. Dal singolo scatto alla narrazione fotografica” disponibile qui