In un periodo in cui le persone
rimangono scandalizzate dalla mancanza di rispetto verso l’altro e dalla
propensione degli individui di pensare a se stessi come fossero l’unico
soggetto da tutelare, voglio presentarvi una fotografa che ha fatto della sua
vita una lotta attiva e quotidiana contro la violenza e le discriminazioni. Mi
piace farlo ora perché penso che, in fondo, la mancanza di rispetto abbia le
stesse radici dell’arroganza che impedisce in ogni parte del mondo e a tutte le
persone di poter vivere liberamente, senza pericoli, la propria vita qualunque
essa sia.
Tutte le immagini sono di ZANELE MUHOLI
La fotografa in questione è
Zanele Mhuoli: lei ama definirsi “attivista visiva”, in conseguenza della
scelta di dedicare la propria fotografia alla rappresentazione della comunità
LGBT in Sudafrica.
Il lavoro della Muholi diventa
negli anni un documento, un “elenco” dettagliato di persone ed eventi che
caratterizzano e compongono la comunità alla quale la stessa autrice
appartiene; un “elenco per immagini” col quale cerca di mettere in contatto il
soggetto rappresentato e chi l’osserva, al fine di abbattere quelle barriere di
preconcetti che impediscono a una fetta specifica della società di vivere
integrata.
Tutte le immagini sono di ZANELE MUHOLI
L’inizio del cammino della
Mhuoli nel mondo delle arti visive avviene nel
2004 presso la Johannesburg Art Gallery, dove realizza la sua prima personale.
Nelle immagini vengono rappresentate persone che hanno subito stupri ed
aggressioni, senza che vengano mostrati i loro volti.
Ciò perché, pur essendo tutelata legalmente l’omosessualità in
Sudafrica, per molte persone è ancora difficile mostrarsi pubblicamente per il
timore di subire discriminazioni e violenze.
Dopo la prima esposizione, si
susseguono una serie di progetti e mostre, il cui tema e ambito di ricerca rimane
sempre la condizione della donna nera e lesbica in Sudafrica, che la fotografa
cerca di rappresentare attraverso le individualità delle persone, restituendo
dignità alla loro esistenza e sostenendo, attraverso i loro ritratti, il
diritto ad una vita normale.
La Mhuoli vuole ricostruire, in
fondo, la propria storia; cerca di ritrovare le proprie origini e di dare una
risposta alle domande che si fece scoprendosi lesbica; cerca di dare voce ad un
mondo ai margini cosicché, coloro i quali ne fanno (e ne faranno parte),
possano perdere quel senso di isolamento di cui essa stessa aveva sentito il
rumore.
I suoi ritratti
sono quindi sfrontati, le protagoniste guardano verso lo spettatore,
restituendo un senso di fierezza e consapevolezza e, così facendo, raccontano
un mondo fino a quel momento nascosto, che grazie al lavoro della Mhuoli lo è
un po’ meno.
Tutte le immagini sono di ZANELE MUHOLI
Di seguito due link: al primo trovate un’intervista pubblicata nel 2019 da Artribune in occasione dell’esposizione delle immagini alla Biennale di Venezia; al secondo un intervento registrato presso la Penny W. Stamps School of Art & Design University of Michigan. Il video della durata di un’ora (è un po’ lungo, ma interessante) include un documentario che racconta la realizzazione del suo lavoro “Faces and Phases”, ma non solo.
Annalisa Melas
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Dal 26 aprile gran parte dell’Italia è tornata in zona gialla. Riapriranno quindi musei e gallerie e si potrà tornare a visitare anche le mostre di fotografia.
Di seguito trovate alcune che dovrebbero tornare ad essere visitabili, molte le avevamo già segnalate negli scorsi mesi, ma poi erano state chiuse a causa del lockdown.
Mi raccomando, seguite le indicazioni di sicurezza previste da ogni luogo di esposizione!
Anna
Capa in color
Per la prima volta in Italia, i Musei Reali presentano una raccolta di oltre 150 immagini a colori di Robert Capa, lettere personali e appunti dalle riviste su cui furono pubblicate. L’esposizione è nata da un progetto di Cynthia Young, curatrice della collezione al Centro Internazionale di Fotografia di New York, per illustrare il particolare approccio di Capa verso i nuovi mezzi fotografici e la sua straordinaria capacità di integrare l’uso del colore nei reportage realizzati tra il 1941 e il 1954, anno della morte. La collezione è presentata da ICP-International Center of Photography, grazie a ICP Exhibitions Committee e ai fondi pubblici del New York City Department of Cultural Affairs in partnership con il consiglio cittadino.
Robert Capa è internazionalmente noto come maestro della fotografia in bianco e nero, ma ha lavorato regolarmente con pellicole a colori fino alla morte, nel 1954. Sebbene alcune fotografie siano state pubblicate sui giornali dell’epoca, la maggior parte degli scatti a colori non erano mai stati presentati in un’unica mostra. Dichiara Enrica Pagella, Direttrice Musei Reali: «La verità è l’immagine migliore, la miglior propaganda. Con questa frase celebre, Robert Capa afferma l’importanza del mezzo fotografico come arma di testimonianza e di denuncia. Noto universalmente come figura emblematica del fotoreporter di guerra, Capa documentò in bianco e nero i principali conflitti del Novecento, dalla guerra civile spagnola alla Seconda Guerra Mondiale, dal conflitto arabo-israeliano alla prima guerra di Indocina. Sperimentò l’uso del colore mentre si trovava sul fronte della seconda guerra sino-giapponese, nel 1938, e si avvicinò al cinema intervenendo in una pellicola prodotta da Luis Buñuel (Spagna 36) o quale fotografo di scena sul set del film Notorious, diretto da Alfred Hitchcock, che gli consentì di introdurre al neorealismo di Rossellini l’amata Ingrid Bergman. Un’estetica calata nella realtà e un uomo sempre pronto a misurarsi con le miserie, il caos e la storia, fino alla morte avvenuta nel 1954 in Vietnam, mentre scattava una foto. Capa è stato tra i fondatori della storica agenzia Magnum Photos con Henri Cartier-Bresson, David Seymour, Georges Rodger e William Vandivert nel 1947, ancora oggi tra le più importanti agenzie di fotogiornalismo mondiali. Dopo la Seconda Guerra Mondiale la sua poetica si concentrò soprattutto sulle pellicole a colori, ritraendo la vita decadente dell’alta società europea per le riviste, così come attori e artisti. A questa produzione meno nota, ma altrettanto affascinante e inconsueta, è dedicata la mostra Capa in color: il percorso è costituito da 150 immagini che appartengono alla collezione conservata all’International Center of Photography di New York e che sono arrivate a Torino qualche mese prima dell’emergenza sanitaria. Grazie all’accordo con la Società Ares, è ora possibile presentare per la prima volta in Italia, in un’unica mostra, un ritratto della multiforme società internazionale del dopoguerra, grazie al sapiente ed elegante uso del colore. Una mostra importante, sia per la qualità delle immagini che per l’opportunità di estendere l’offerta dei Musei Reali all’attività di un grande maestro del Novecento. Una sfida espositiva che accompagna la ripresa dopo i mesi del confinamento, un modo per “andare più vicino” al pubblico e alla vita, proprio come suggeriva uno degli insegnamenti di Capa: Se le vostre foto non sono abbastanza buone, non siete andati abbastanza vicino».
Fino al 31 Maggio 2021 – Musei Reali Torino – Sale Chiablese
Tina Modotti, fotografa, attivista e attrice italiana, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della fotografia contemporanea. I suoi celebri scatti, che compongono le collezioni dei più importanti musei del mondo, sono il simbolo di una donna emancipata e moderna, la cui arte fotografica è indissolubilmente legata al suo impegno sociale. Poverissima e costretta ad emigrare, Tina avrebbe potuto seguire la carriera di attrice, e sfruttare la sua rara bellezza per il facile ottenimento di agi economici ma la sua scelta di libertà la porta invece verso lo studio e l’approfondimento delle sue innate doti artistiche. Tina espresse la sua idea di libertà attraverso la fotografia e l’impegno civile soprattutto in Messico, Paese che l’aveva accolta e di cui divenne un’ icona, ma oltrepassò ben presto i confini delle Americhe, per essere riconosciuta sulla scena artistica mondiale.
Durante la sua breve vita, insieme al compagno Vittorio Vidali, si impegnò in prima linea per un’umanità più libera e giusta, per portare soccorso alle vittime civili di conflitti come la Guerra di Spagna.
Non potrà mai tornare nella sua amata terra natale a causa delle sue attività antifasciste e di una morte prematura avvenuta ad appena 46 anni, alla quale resero omaggio artisti come Picasso, Rafael Alberti e Pablo Neruda che le dedicò una celebre poesia.
Nell’ambito del palinsesto 2020 del Comune di Milano “I talenti delle donne”, la mostra offre un centinaio di fotografie, stampe originali ai sali d’argento degli anni Settanta, lettere, documenti e video che avvicineranno il pubblico a questo spirito libero che attraversò miseria e fama, arte e passione politica, arresti e persecuzioni, ma che suscitò ammirazione per il pieno e costante rispetto di sé stessa, del suo pensiero e della sua libertà.
“Dove il mare incontra la terra” Fotografi marchigiani raccontano la costa ___________________________________
Mostra a cura di Simona Guerra
e degli studenti delle classi 4B e 3D Linguistico del Liceo “E. Medi” di Senigallia
opere di
Claudio Colotti, Luca Blast Forlani, Eriberto Guidi, Alvaro Stoppani, Mario Giacomelli, Renzo Tortelli, Domenico Taddioli, Silvio Pellegrini, Studio Cingolani, Carlo Traini, Ottaviano Lasconi, Ignacio Maria Coccia, Adriana Argalia, Alìta – Rita Santanatoglia, Giorgio Granatiero, Simone Francescangeli, Archivio Storico Leopoldi, Benedetta Montini, ed altri.
La mostra in 300 caratteri Il termine costa è sinonimo di svago e vacanza ma in realtà le coste sono – prima – aree naturali in cui regna un delicato equilibrio. Le coste delle Marche (185 km) sono cambiate nel tempo e le 27 opere in mostra – tutti autori della regione, ben noti – provano a raccontare parte di questo cambiamento.
8 febbraio – giugno 2021 Spazio Piktart per la Fotografia Via Mamiani 14, Senigallia – AN
Catalogo sostenuto daAddpower – Gruppi Statici di Continuità info e prenotazioni visitetel. 338.8048294
Lisette Model – Street Life
La mostra dedicata a Lisette Model, a cura di Monica Poggi, è la prima antologica realizzata in Italia. Con una selezione di oltre 130 fotografie, l’esposizione ripercorre la carriera dell’artista sottolineandone l’importanza avuta negli sviluppi della fotografia degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Il suo nome è spesso associato al periodo di insegnamento, durante il quale ha avuto come allievi diversi autori che sarebbero poi diventati a loro volta fotografi fra i più celebri del Novecento, come Diane Arbus e Larry Fink. La sua influenza, tuttavia, ha avuto un raggio d’azione ben più vasto, anche grazie a una spiccata capacità nel cogliere con ironia e sfrontatezza gli aspetti più grotteschi della società americana del dopoguerra. Nel periodo di maggiore crescita per gli Stati Uniti, dove tutto sembrava proteso verso il più roseo futuro, ha ‘osato vedere’, la realtà in tutte le sue forme, anche in quelle meno piacevoli. Le inquadrature ravvicinate, l’uso ricorrente del flash, i contrasti esasperati sono tutti espedienti volti ad accentuare le imperfezioni dei corpi, gli abiti appariscenti, la gestualità sguaiata. Non c’è interazione fra Model e i suoi soggetti, colti tendenzialmente all’improvviso, mentre mangiano, cantano o gesticolano goffamente, trasformati dai suoi scatti in personaggi da osservare e indagare. La strada, gli anfratti del Lower East Side e i bar sono per lei i palcoscenici perfetti sui quali agiscono ignari attori di un’irriverente commedia umana. Questa sua rivisitazione personale all’approccio documentario la rende, di fatto, precorritrice di un modo di utilizzare la fotografia che troverà poi piena realizzazione con gli autori dell’epocale mostra “New Documents” al MoMA nel 1967.
Il percorso di mostra prende avvio in Francia, dove Model inizia a fotografare negli anni Trenta grazie agli insegnamenti della sorella Olga. In questo periodo realizza Promenade des Anglais, una delle sue serie più note, dedicata alla borghesia pigra e decadente che passa l’estate in villeggiatura a Nizza, e racconta la vita dei parigini che trascorrono le loro giornate fra le strade della città. Dopo il trasferimento negli Stati Uniti inizia sistematicamente a fotografare gli abitanti di New York con uno sguardo sprezzante e ironico, realizzando alcune delle sue immagini più iconiche. In mostra, tuttavia, saranno presenti anche progetti meno conosciuti, come il reportage dedicato alla Lighthouse di San Francisco, organizzazione che offre lavoro e assistenza a persone cieche o quello realizzato durante le gare equestri a Belmont Park. La città è presente anche nelle prime serie realizzate subito dopo il suo arrivo: Reflections e Running Legs, dove viene ritratta attraverso i riflessi creati dalle vetrine dei negozi e attraverso le gambe di frenetici passanti. Le merci e gli edifici si fondono e confondono con le persone che passeggiano, in un insieme che è al contempo surreale e documentario. Non mancano ovviamente anche i suggestivi scatti realizzati all’interno dei locali di musica Jazz, da lei stessa definiti come luoghi dove ricercare la vera essenza degli Stati Uniti. Fra i personaggi da lei ritratti in questo contesto troviamo alcuni dei grandi di questo genere, come Bunk Johnson, Count Basie, Dizzy Gillespie, Bud Powell, Percy Heath, Chico Hamilton, Ella Fitzgerald e Louis Armstrong.
La mostra è realizzata grazie alla collaborazione con la mc2gallery di Milano, la Galerie Baudoin Lebon, di Parigi e la Keitelman Gallery di Bruxelles.
Fino al 4 luglio 2021 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino
Il percorso espositivo curato da Giangavino Pazzola si sviluppa in maniera cronologica e, con una selezione di oltre 150 opere di vario formato, prende in considerazione i principali periodi creativi di Horst, ripercorrendone la storia negli snodi fondamentali della sua evoluzione, dagli esordi alle ultime realizzazioni.
Le diverse sezioni si articolano in maniera tale da sottolineare alcuni punti salienti dell’intera produzione artistica di Horst: il legame con l’arte classica che, tuttavia, non esclude le influenze delle avanguardie; l’indagine visiva sull’armonia e l’eleganza della figura umana impreziosita dalla perfetta padronanza dell’illuminazione della scena; la proficua e duratura collaborazione con “Vogue”, rivista per la quale il fotografo ha firmato decine di copertine; i ritratti di personaggi del mondo della moda e dell’arte, spesso ambientati nelle proprie dimore, immagini attraverso le quali l’autore rivela ancora una volta le sue indiscutibili capacità compositive.
La prima sezione funge da introduzione all’autore e ai suoi interessi di ricerca: il rapporto natura-cultura, il ritratto ambientato e la grande cura del dettaglio, elementi riscontrabili sia nelle fotografie nelle quali immortala il milieu intellettuale della Parigi degli anni Trenta che negli autoritratti e nelle nature morte. Nella seconda sezione, trovano spazio le opere realizzate durante la fase parigina e quella newyorchese, periodi molto prolifici, influenzati dal romanticismo e dal surrealismo, durante i quali realizza immagini iconiche quali Mainbocher Corset, Paris, 1939, e Hand, Hands, New York, 1941. L’uso del colore nella fotografia di moda è il soggetto che apre la sezione nella quale vengono ospitate le più celebri copertine di “Vogue”. A fare da trait d’union troviamo le sorprendenti immagini d’interni realizzate a partire dagli anni Quaranta e divenute presto una delle occupazioni principali del fotografo, anche grazie all’interesse di Diana Vreeland (direttrice di “Vogue” dal 1962), che commissiona ad Horst una serie di servizi su case e giardini degli artisti e delle celebrità. Tra tanti realizzati dall’autore, un focus viene dedicato all’Italia, con l’appartamento romano dell’artista Cy Twombly, adornato di proprie opere e sculture classiche, e con il fascino senza tempo della tenuta di Villar Perosa, all’interno della quale posa un’elegantissima Marella Agnelli.
A completare la mostra, che si muove sempre a cavallo tra le opere più note dell’autore e una serie sorprendenti inediti, le immagini tratte dalla rinomata serie Round the clock, New York, 1987, ultima sintesi di radicalità, talento e visione di una delle figure di spicco della fotografia del XX secolo.
La mostra è realizzata grazie alla collaborazione con l’Horst P. Horst Estate e Paci contemporary gallery di Brescia.
Fino al 4 luglio 2021 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino
Mai come durante il periodo fra le due guerre, caratterizzato da un impareggiabile fervore immaginativo, le possibilità creative offerte dalla fotografia furono esplorate in modo così ricco e diversificato. In questo particolare momento storico si delinea infatti un approccio innovativo nell’affrontare soggetti documentari, astratti e architettonici, restituito in modo straordinario dalle oltre trecentocinquanta fotografie appartenenti alla collezione Thomas Walther del Museum of Modern Art di New York. Il MoMA ha acquisito queste fotografie dalla collezione privata di Thomas Walther, comprendente straordinarie immagini realizzate dai protagonisti della storia della fotografia accanto a preziose opere di oltre cento altri autori meno conosciuti. Questa mostra, inoltre, mette in evidenza l’opera di artisti a cui Walther dedicò particolare attenzione, fra cui André Kertész, Germaine Krull, Franz Roh, Willi Ruge, Maurice Tabard, Umbo e Edward Weston.
Realizzate sia all’esterno sia in studio, destinate a mostre d’avanguardia e alla carta stampata, queste fotografie offrono una panoramica eccezionale sui propositi radicalmente innovativi perseguiti dai loro autori. La circolazione transatlantica di idee, immagini, oggetti e persone stimolava dibattiti animati sulla trasformazione della visione, oltre che sui vari usi e possibilità offerti dal medium fotografico. La mostra, organizzata in sezioni tematiche che sottolineano le connessioni tra le opere, riflette il dinamismo della modernità, aspetto particolarmente evidente nei ritratti e negli scatti che documentano l’esperienza urbana, così come nella scelta di espedienti tecnici sperimentali quali punti di vista inusuali e distorsioni. Presentando per la prima volta questa collezione in Europa, “Capolavori della fotografia moderna 1900-1940. La collezione Thomas Walther del Museum of Modern Art, New York” racconta la storia di questo capitolo innovativo nella storia della fotografia.
Tappa unica in Italia, la mostra dedicata al grande fotografo dell’agenzia Magnum Photos documenta con oltre cento spettacolari immagini lo straordinario viaggio fotografico di Koudelka alla ricerca delle radici della nostra storia nei più importanti siti archeologici del Mediterraneo.
Il lavoro presentato è il frutto di un progetto unico nel suo genere, durato trent’anni, e realizzato esplorando e ritraendo con tenacia e continuità alcuni dei più rappresentativi e importanti siti archeologici del Mediterraneo.
Gli straordinari scatti in bianco e nero presentati in mostra sono realizzati dal fotografo ceco tra Siria, Grecia, Turchia, Libano, Cipro (Nord e Sud), Israele, Giordania, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Portogallo, Spagna, Francia, Albania, Croazia e naturalmente Italia. Essi accompagnano il visitatore in una inedita e personalissima riflessione sull’antico, sul paesaggio, sulla bellezza che “suscita e nutre il pensiero”. I panorami senza tempo, ricchi di anima e fascino, caratterizzati da prospettive instabili, inaspettate, ambivalenti, ben rappresentano il lessico visuale e la cifra stilistica propri di Koudelka che, rifuggendo la semplice illustrazione e documentazione delle rovine, sceglie di dare respiro a ciò che resta delle vestigia delle antiche civiltà del Mediterraneo, rappresentandole in un’eterna tensione tra ciò che è visibile e ciò che resta nascosto, tra enigma ed evidenza.
Allestita nella cornice del Museo dell’Ara Pacis, a contatto diretto con le testimonianze monumentali della grande storia di Roma, la retrospettiva Radici vuol essere un eccezionale viaggio nell’opera di uno degli ultimi grandi maestri della fotografia moderna dedicatosi alla ricerca della bellezza caotica delle rovine e del paesaggio antico, trasformati dal tempo, dalla natura, dall’uomo. Le fotografie di Koudelka, esposte in stretto dialogo con uno dei monumenti più significativi della prima età imperiale, acquistano così, in questa speciale occasione, il valore unico, forte, di immagini memorabili, in un rapporto intenso di rimandi e di echi di una memoria che a Roma più che altrove diventa presente.
La retrospettiva è accompagnata dal volume Radici pubblicato da Contrasto
A Castelnovo ne’ Monti, in provincia di Reggio Emilia, è nato un festival di fotografia dedicato a tematiche contemporanee cruciali per il futuro della società e del pianeta. Penalizzato alla sua inaugurazione in febbraio 2021 dal lockdown, Pangea Photo Festival è stato ideato e organizzato da un gruppo informale di giovani abitanti dell’Appennino Reggiano, insieme al Comune di Castelnovo ne’ Monti e con il sostegno di A.S.C. Teatro Appennino. Attraverso il linguaggio diretto delle immagini, il festival vuole portare consapevolezza e aumentare la soglia di attenzione su importanti temi che troppo spesso passano inosservati nelle nostre vite, ma che hanno un forte impatto sul nostro presente e sul nostro futuro.
La prima edizione di Pangea Photo Festival ospita sei mostre, in diverse sedi outdoor e indoor, di fotografi nazionali e internazionali che affrontano grandi tematiche dell’attualità globale, come il cambiamento climatico, i conflitti, le migrazioni, la relazione uomo/natura e uomo/potere, e che accendono domande su come questi temi impattino sulle comunità locali e sulla vita di ciascuno di noi. “Crediamo fortemente – dicono gli ideatori – che la narrazione attraverso la fotografia d’autore possa aiutare a riconnettersi profondamente con storie all’apparenza lontane, ma che riguardano tutti e talvolta possono anche essere determinate dalle piccole scelte quotidiane di ciascun individuo”.
“Pangea è tutta la terra. Tutto il mondo, o almeno una sua parte rilevante, che arriva e viene ospitato in un piccolo paese al centro dell’Appenino reggiano” sottolinea Emanuele Ferrari, vicesindaco e assessore alla cultura del Comune di Castelnovo ne’ Monti, che ha creduto fin da subito nell’iniziativa proposta dagli organizzatori. “Storie scritte in immagini che raccontano il nostro tempo, che si possono incontrare camminando per il paese, o salendo alla Pietra di Bismantova, cantata da Dante nel Purgatorio. Altre invece si potranno visitare nella sala mostre delle ex scuderie di Palazzo Ducale. Una molteplicità di sguardi e storie che hanno un orizzonte comune: quello della sostenibilità, della visione di un futuro possibile, declinato in una prospettiva di ecologia integrale, di dialogo tra le culture, valorizzazione delle differenze”.
La mostra “Human Nature // Frontcountry” del fotografo Lucas Foglia, esposta a Palazzo Ducale, in via Roma 12, su gentile concessione di Micamera, consta di due progetti che indagano la relazione fra l’uomo e l’ambiente. Dopo che l’uragano Sandy è entrato nella vita del giovane fotografo americano, Foglia sente che è necessario occuparsi dell’argomento come un problema diventato ormai globale. “Human Nature” ci trasporta in diversi e meravigliosi ambienti, fra città, foreste, deserti, paesaggi ghiacciati e oceani, attraverso immagini accomunate dal desiderio di investigare le complesse e confittuali forze che intercorrono fra uomo e natura. “Frontcountry” racconta le più remote pieghe dell’ovest americano, fra cowboy e minatori, raccoglie le storie di una trasformazione sociale che vede il costante avanzamento dell’industria mineraria ed energetica e un contestuale sconvolgimento dei paesaggi rurali e degli abitanti che ad essi si relazionano organizzando la propria sopravvivenza. Lucas Foglia, nato in una piccola fattoria a New York nel 1983, è un fotografo di fama internazionale e insegna fotografia presso il San Francisco Art Institute. Le sue opere appartengono a diverse collezioni permanenti, presso il Denver Art Museum, il Museum of Fine Arts Houston, il Philadelphia Museum of Art e il Victoria & Albert Museum.
Sempre a Palazzo Ducale è allestito un altro progetto dell’agenzia NOOR, “Occupied Pleasures” della fotografa Tanya Habjouqa, che narra la quotidianità nei territori palestinesi. Le sue fotografie presentano un ritratto sfumato e multidimensionale della capacità umana di trovare momenti di benessere in circostanze difficili nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme e a Gaza.
La Pietra di Bismantova è palcoscenico di eccellenza per la mostra open air “Arctic New Frontier” di Khadir Van Lohuizen e Yuri Kozirev (in collaborazione con NOOR e Fondation Carmignac), per la prima volta in Italia. Le suggestive immagini, che testimoniano i 15 mila km percorsi dai fotografi per raccontare i cambiamenti climatici nel circolo polare artico, sono esposte sui muri che dal piazzale Dante conducono all’Eremo di Bismantova.
La Corte Campanini, il cortile interno della Biblioteca Crovi dell’Istituto Merulo, in via Roma 4, ospita la mostra “Future Studies” di Luca Locatelli, finalista al World Press Photo 2018, che racconta di pratiche agricole innovative e soluzioni per ridurre il problema della la fame nel mondo. Accessibile negli orari di apertura della Biblioteca, racconta un viaggio di sette anni, ancora in corso, per esplorare nuovi modi di vivere sul nostro Pianeta.
Altre sedi in centro accoglieranno due fotografi reggiani: tra piazza Peretti e piazza Martiri della Libertà è esposta la mostra di Piergiorgio Casotti “Sometimes I cannot smile”, un viaggio intimo e personale nel difficile mondo giovanile groenlandese, mentre in via Roma 7 nell’ex Pretura, l’indagine fotogiornalistica “Fulani” di Michele Cattani, che ritrae la complessa società maliana nelle sue varie sfaccettature.
“Mai come in questo periodo, proprio a causa della pandemia di Covid-19, abbiamo avuto l’occasione di riflettere su quale dovrebbe essere il nostro atteggiamento in futuro, nello sforzo di ristabilire un sano rapporto con la natura e la Terra” concludono gli organizzatori. In un periodo difficile per il settore culturale, Pangea Photo Festival cerca così di portare un segno di speranza e inclusione, garantendo un accesso alle mostre in totale sicurezza e in conformità alle normative anti-covid vigenti.
Le mostre indoor di Luca Locatelli, Tanya Habjouqa e Lucas Foglia sono aperte fino al 28 maggio. Le mostre outdoor “Arctic New Frontier” di Khadir Van Lohuizen e Yuri Kozirev e quelle di Michele Cattani e Piergiorgio Casotti si potranno visitare in qualsiasi orario fino al 27 giugno 2021, compatibilmente con i DPCM in vigore.
Il progetto è finanziato dal bando Shaping Fair Cities della Regione Emilia Romagna, per la diffusione dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU. Con la volontà di collaborare, per quanto possibile in questo periodo di distanziamento sociale, con istituti scolastici e insegnanti per la realizzazione di progetti educativi legati al Festival.
Pangea Photo Festival è anche un’importante occasione di promozione del territorio, anche grazie al coinvolgimento di varie associazioni locali in attività di animazione culturale e sensibilizzazione: collaborano al progetto Associazione Al Bayt, Associazione Centro Storico di Castelnovo ne’ Monti, Associazione Maliana Badegna, Condotta Slow Food Appennino Reggiano, Extinction Rebellion Reggio Emilia, Fa.Ce. Famiglie Cerebrolesi Associazione Provinciale di Reggio Emilia, Gaom, Vogliamo La Luna e CGIL.
Dal 22 Aprile 2021 al 27 Giugno 2021 – CASTELNOVO NE’ MONTI (REGGIO EMILIA) – Sedi varie
Alfred Seiland, Il Capitolium di Brixia, Brescia, Italia, 2019
Brescia Photo Festival, curato da Renato Corsini, è promosso dal Comune di Brescia e da Fondazione Brescia Musei con la collaborazione di MaCof – Centro della fotografia italiana. Il tema di quest’anno, Patrimoni, si collega alle celebrazioni per il ritorno a Brescia della Vittoria Alata, una delle più straordinarie statue in bronzo di epoca romana, dopo due anni di restauro, attraverso un programma di mostre ed eventi fotografici interamente dedicato ai patrimoni culturali, archeologici e storici interpretati dall’obiettivo di autori quali Elio Ciol, Donata Pizzi, Bruno Cattani, Gianni Berengo Gardin, Ferdinando Scianna, Maurizio Galimberti, Giovanni Gastel, Franco Fontana, Federico Veronesi e molti altri. Tra gli appuntamenti più attesi, vi è ALFRED SEILAND. IMPERIVM ROMANVM. Fotografie 2005-2020, la prima retrospettiva italiana del fotografo austriaco.
dal 08.05.2021 al 17.10.2021 – Brescia Sedi varie (anche online)
La Casa dei Tre Oci di Venezia presenta l’ampia retrospettiva “Mario De Biasi. Fotografie 1947-2003”, dedicata a uno dei più grandi fotografi italiani, instancabile narratore del mondo, Mario De Biasi. La rassegna, che ripercorre l’intera produzione del fotoreporter, dagli esordi della sua collaborazione con la rivista Epoca fino agli ultimi lavori, inizialmente programmata dal 12 marzo al 31 luglio 2021, aprirà al pubblico dal 13 maggio al 9 gennaio 2022. E’ curata da Enrica Viganò in collaborazione con l’Archivio Mario De Biasi, organizzata da Civita Tre Venezie con Admira e promossa dalla Fondazione di Venezia.
Frutto di un’immensa ricerca nell’archivio De Biasi, l’esposizione raccoglie 216 fotografie, metà delle quali inedite, e procede diacronicamente per nuclei tematici attraverso dieci sezioni, passando per il racconto dei grandi eventi storici, i viaggi esotici, i ritratti di personaggi potenti e famosi, le scene di vita quotidiana, i volti anonimi, sfociando poi nel concettuale e nell’astratto. “Era il momento! – osserva la curatrice Enrica Viganò. Si sentiva la necessità di una mostra antologica che celebrasse il talento di Mario De Biasi in tutte le sue sfaccettature. Il fotoamatore neorealista, il fotoreporter di Epoca, il testimone della storia, il ritrattista di celebrità, l’esploratore di mondi vicini e lontani, l’artista visuale, l’interprete di madre natura, il disegnatore compulsivo e creativo. Tutto il suo lavoro è un inno alla vita”.
Tra i tantissimi inediti, la Casa dei Tre Oci espone, per la prima volta, l’intera sequenza della fotografia più celebre e probabilmente più amata di De Biasi: Gli Italiani si voltano, realizzata nel 1954 per il settimanale di fotoromanzi Bolero Film e scelta da Germano Celant come immagine guida della sua mostra al Guggenheim Museum di New York, “The Italian Metamorphosis 1943-1968”. Una splendida Moira Orfei vestita di bianco passeggia per il centro di Milano, attirando lo sguardo di un gruppo di uomini.
Gli anni ’50 del Novecento costituiscono uno dei fulcri del percorso espositivo con le immagini di un’Italia devastata dalla guerra, dove si coglie, tuttavia, la voglia di rinascita e di ricostruzione; gli scorci memorabili di New York; o ancora la prospettiva ravvicinata dell’insurrezione ungherese del 1956, sotto il tiro delle pallottole, che feriscono De Biasi e gli fanno guadagnare il titolo di Italiano Pazzo. Sono brani visivi “di un ‘900 che oggi appare lontano – precisa Denis Curti, direttore artistico della Casa dei Tre Oci – ma che non smette di muovere curiosità”.
Al 1964 risalgono due incredibili servizi, che testimoniano l’ostinazione di De Biasi: quello in Siberia, con temperature sotto i 65 gradi, e quello tra le lingue di lava dell’Etna in eruzione. Non mancano momenti di leggerezza e quotidiana intimità, che De Biasi ha indagato in tutti e cinque i contenti, con le foto dei baci, dei barbieri di strada e delle pause pranzo realizzate da Londra a Parigi, da Roma a Vienna, dal Cairo a Teheran, dalla Tailandia al Brasile, da Israele al Nepal.
In mostra anche le immagini dello sbarco sulla luna, i suoi più famosi ritratti, tra i quali quelli di Sofia Loren, Brigitte Bardot, Fellini, Maria Callas; alcuni degli innumerevoli viaggi, in particolare a Hong Kong, in Sud America e in India. L’ultima sezione si concentra sull’amore per la natura, di cui sono rivisitati forme e segni, resi in foto come una sorta di “poesia visiva”.
Accanto alle fotografie verranno esposti molti materiali, volumi, i numeri originali della rivista Epoca, alcuni telegrammi, tra i quali quelli di Enzo Biagi e Arnoldo Mondadori, quaderni e due approfondimenti audiovisivi. L’intervista di Laura Leonelli in cui Mario De Biasi racconta la sua esperienza di fotografo e una proiezione di immagini, selezionata dalla figlia e responsabile dell’Archivio, Silvia De Biasi, con i servizi per la collana di Epoca intitolata Le meraviglie del mondo.
Oltre a essere un grande fotografo, Mario De Biasi, appassionato di arte e di pittura, era anche un originale disegnatore. Un universo di tinte forti e infinita fantasia “rivestirà” la Casa dei Tre Oci, restituendo continuità stilistica all’allestimento lungo i tre piani del palazzo neogotico con la raffigurazione di soli, occhi, teste e cuori. “La Casa dei Tre Oci è una meraviglia per gli occhi, già di per sé – dichiara Enrica Viganò. E la sua struttura complessa e versatile stimola noi curatori a inventare nuove soluzioni per il percorso espositivo. La mostra su De Biasi è spettacolare in tutta la sua originalità e ricchezza di contenuti.”
DAL 13 MAGGIO 2021 AL 9 GENNAIO 2022 – Casa dei Tre Oci di Venezia
La mostra fotografica “THE CULT OF RIFO – A Bloody Beetroots Journey” inaugurerà alla Leica Galerie Milano, il 20 aprile per proseguire fino al 15 maggio 2021, con le immagini scattate dall’artista, musicista e produttore Sir Bob Cornelius Rifo (The Bloody Beetroots). 25 scatti d’autore impressi nel suo viaggiare, o a volti sconosciuti o molto conosciuti, come Steve Jones dei Sex Pistols, Jimmy Webb ( icona punk della scena Newyorkese, mancato nel 2020), Jay Buchanan dei Rival Sons, Penny Rimbaud dei CRASS ( nonché mentore dell’artista), Tommy Lee, o il frontman dei Refused, Dennis Lyxzén, tra i più straordinari festival internazionali come l’Austin SXSW o il Burning Man, tra lavoro e ricerca, guardando il mondo oltre al suo apparire superficiale. Volti sconosciuti o molto conosciuti, come Steve Jones dei Sex Pistols, Jimmy Webb ( icona punk della scena Newyorkese, mancato nel 2020), Jay Buchanan dei Rival Sons, Penny Rimbaud dei CRASS ( nonché mentore dell’artista), Tommy Lee, o il frontman dei Refused, Dennis Lyxzén, si mostrano all’obbiettivo dell’artista con struggente sincerità. “THE CULT OF RIFO – A Bloody Beetroots Journey” è la nuova mostra curata da Denis Curti, critico ed esperto di collezionismo fotografico, per Leica Galerie Milano ed è composta da 25 immagini che l’artista Sir Bob Cornelius Rifo (The Bloody Beetroots) ha impresso Panorami, dettagli e ritratti che emergono dal buio, per mostrare la propria anima più profonda, segnati e trasfigurati da sentimenti potenti, ma spesso invisibili e disturbanti come lastre di vetro trasparenti. Un bianco e nero che pare illuminato solo dalla luce di passaggio tra la notte e l’alba, uno spazio onirico dove è sufficiente uno scatto per raccontare tutta una storia. Un intenso e personale percorso di ricerca e in un certo senso di guarigione, come dichiara l’autore stesso, ma che non esclude l’osservatore, anzi lo porta con sé anche nei panorami più oscuri. “Vivo di musica dal 2006 “ dichiara l’artista “e da allora non ho mai smesso di girare il mondo. A un certo punto del 2012 iniziai a sentirmi davvero male, triste e con un’incredibile rabbia interiore. Stavo dimenticando il tempo e lo spazio, stavo creando nella mia mente una versione distopica e alienata del mondo. Quindi, piuttosto che perdermi nel cliché rock and roll di destino votato all’autodistruzione, provai un modo diverso per curarmi, facendo foto. Solo per ricordare, solo per mantenere in una forma visiva persone, luoghi, ricordi.” “Le fotografie di Sir Bob Cornelius Rifo” commenta il curatore Denis Curti “sono la somma di una enorme quantità umana e di un desiderio preciso di raccontare le cose del mondo senza mediazioni. I suoi ritratti arrivano dritti al cuore e i suoi pochi paesaggi sono sentimenti sospesi nel tempo. Il suo bianco e nero è concentrazione. Il suo merito è quella indiscutibile capacità di operare per sottrazione. In questi scatti ritrovo il rigore di una grammatica, questa volta non per le parole, ma per le immagini.”
Dal 20 Aprile 2021 al 15 Maggio 2021 MILANO – Leica Galerie
“Sguardi oltre”: giovani fotografi di IIF in mostra
Istituto Italiano di Fotografia inaugura la IIFWALL online, la galleria virtuale che permette di fruire le proprie esposizioni fotografiche anche da remoto per consentire un più facile ed ampio accesso alle mostre in questo periodo così complesso. IIFWALL online rappresenta quindi una nuova ed ulteriore vetrina per valorizzare il talento ed il punto di vista originale dei talentuosi fotografi che hanno recentemente concluso il Corso Professionale Biennale di Fotografia.
L’attività espositiva di IIF riprende proponendo unarassegna di cinque mostre fotografiche dal titolo “Sguardi Oltre: giovani fotografi di IIF in mostra” a cura di Sanni Agostinelli, dall’8 aprile al 23 giugno 2021. La rassegna sarà comunque visitabile anche fisicamente presso la IIFWALL (via Enrico Caviglia 3, Milano) nel rispetto del protocollo di sicurezza.
Originali visioni sul contemporaneo per andare al di là dei rigidi schemi e dei banali preconcetti grazie alla capacità, non comune, di utilizzare il mezzo fotografico con grande sensibilità ed efficacia.
Dal 08 Aprile 2021 al 23 Giugno 2021 – MILANO – Istituto Italiano di Fotografia
Buongiorno, ecco i premi fotografici che scadono questo mese!
DOUG PENSINGER PHOTOGRAPHY FUND GRANTS AND MENTORSHIPS 2021
Istituito nel 2019, il Doug Pensinger Photography Fund supporta i fotografi sportivi emergenti e all’inizio della carriera con sovvenzioni e tutoraggi.
Le candidature si aprono a marzo di ogni anno e le candidature vengono giudicate dai fotografi professionisti e dagli editori dell’Advisory Board del DPPF.
Il DPPF supporta i fotografi sportivi emergenti e all’inizio della carriera. I candidati devono dimostrare di perseguire seriamente una carriera nella fotografia sportiva. I fotografi con più di 3 anni di esperienza professionale sostenuta sono considerati al di fuori dell’ambito dei programmi del DPPF.
Il Festival della Fotografia Etica è lieto di presentare l’undicesima edizione del World.Report Award.
La maturità e l’esperienza maturata in dieci anni di un concorso internazionale, al fianco di decine di giudici da tutto il mondo, rappresentano un patrimonio incredibile oltre che una sfida da migliorare continuamente.
Ogni anno il concorso realizza un affresco che racconta le storie del nostro Pianeta, i suoi grandi cambiamenti e le sue relazioni intime e personali che collegano gli esseri umani.
Una narrazione collettiva si svolge ogni anno dalla fiducia e dall’impegno che il mondo della fotografia offre insieme alla nostra continua promessa di fare del nostro meglio per supportare la comunità internazionale del fotogiornalismo.
Il Festival della Fotografia Etica di Lodi è nato ed è gestito in modo prettamente volontario. Il suo scopo è avvicinare il grande pubblico a contenuti eticamente significativi utilizzando la fotografia come mezzo di comunicazione e conoscenza, analizzando le diverse sfumature del delicato rapporto tra etica, comunicazione e fotografia.
Il Festival si è imposto all’attenzione del pubblico grazie alla qualità delle sue mostre e alla partecipazione di fotografi di fama internazionale presenti nelle precedenti edizioni. Il Festival vuole essere al servizio del fotogiornalismo, di quel tipo di fotografia che racconta storie, che fa riflettere e che è sempre più difficile vivere nei media.
I MonoVisions Photography Awards sono un bando internazionale aperto per i fotografi che utilizzano il mezzo in bianco e nero per esprimere il loro linguaggio visivo.
Il nostro obiettivo è scoprire i migliori fotografi monocromatici di tutto il mondo e offrire le migliori opportunità per essere riconosciuti e premiati per il loro lavoro. Puoi competere per $ 5000 in premi in denaro in due categorie: Foto in bianco e nero dell’anno 2021 e Serie in bianco e nero dell’anno 2021.
Il tuo lavoro può essere presentato in 2 sezioni: SINGOLA foto o SERIE di foto. Una serie è composta da un massimo di 8 foto, che condividono la stessa idea e concetto.
Le nostre categorie: Astratto, Architettura, Concettuale, Belle arti, Paesaggi, Natura e fauna selvatica, Nudo, Persone, Fotogiornalismo, Ritratto, Fotografia di strada e Viaggi.
Il basket fa parte della cultura e dello stile di vita urbano. Si esprime attraverso i suoi parchi giochi pubblici. I suoi giocatori sono orgogliosi del loro stile. Abbracciano valori e norme come la libertà, il fair play, l’uguaglianza di razze e di genere. La moda di strada e urbana così come la musica e le tendenze artistiche hanno spesso la loro origine qui. Sono sorelle e fratelli con ballerini di strada, pattinatori, artisti di parkour e graffiti.
Il basket 3 × 3 diventa più popolare grazie alla sua inclusione olimpica. “Dalle strade alle Olimpiadi” è diventato lo slogan del movimento.
Invia le tue immagini che mostrano la ricca e diversificata cultura del basket nelle città di tutto il mondo.
Il Concorso sarà un’opportunità unica per tutti i fotografi appassionati e gli amanti del basket di mostrare il proprio talento. In qualità di partecipante al concorso, è necessario inviare alla Fondazione FIBA, le tue migliori foto in collegamento con il tema scelto dalla Fondazione FIBA. Le migliori foto selezionate dalla giuria saranno esposte temporaneamente presso la House of Basketball Patrick Baumann, nella sede mondiale della FIBA a Mies (Svizzera).
Unisciti al raduno di appassionati di close-up, macro e micro fotografi per il terzo Close-up Photographer of the Year (CUPOTY). Questa è la tua occasione per mettere le tue foto di fronte a una giuria d’élite e al pubblico di tutto il mondo: mostra loro cose che non hanno mai visto prima, fagli guardare di nuovo qualcosa di familiare o stupiscili con la bellezza e la meraviglia del mondo.
Abbiamo due nuove categorie in cui entrare quest’anno: Sott’acqua e Farfalle e libellule. Si aggiungono a Animali, Insetti, Piante e Funghi, Paesaggio intimo, Artificiale, Micro e Giovani.
BFOTO Festival mette in scena il programma espositivo EMERGENTES per sostenere gli artisti e diffondere i loro progetti. Tra le attività che il festival ospita, il programma prevede una prospettiva della scena fotografica che espone i progetti selezionati.
Il bando è aperto a qualsiasi autore interessato, per conto proprio o di un collettivo. Saranno accettate solo proposte espositive legate alla fotografia, in una qualsiasi delle sue forme.
Saranno selezionati 9 progetti e ognuno avrà una mostra individuale.
Impegno del BFOTO Festival verso i partecipanti: Mostra individuale del progetto selezionato, remunerazione di 500 euro per la produzione, tasse incluse e due pernottamenti per una persona. Pubblicazione nel catalogo generale del festival e promozione dei partecipanti nell’ambito del festival, attraverso i media, il web, i social media, ecc.
Il CEWE Photo Award mette in contatto persone entusiaste della fotografia e celebra la bellezza del nostro mondo. Il più grande concorso fotografico del mondo torna alla sua quarta edizione con il motto “Il nostro mondo è bello”. Le foto possono essere presentate in dieci diverse categorie.
Il concorso principale includerà premi speciali a tema con durate più brevi. Questi premi speciali saranno organizzati in vari paesi (a livello regionale) e, a seconda dei casi, insieme ai partner di cooperazione. Le condizioni per la partecipazione alla competizione principale si applicano a tutti i premi speciali e annullano qualsiasi discrepanza. Fare riferimento alle pagine corrispondenti sulla piattaforma del concorso per normative diverse.
La fotografia collega il mondo, il potere pacifico della fotografia unisce nazioni, persone e continenti.
I migliori vincitori di ciascuna categoria del VIEpa Vienna International Photo Award saranno premiati nell’annuale VIEphoto Exhibition, che si terrà durante il Vienna Summer Photo Festival nell’estate del 2021. Le immagini e le collezioni selezionate saranno esposte a Vienna.
Il concorso internazionale URBAN Photo Awards inizia la dodicesima edizione con un montepremi del valore di oltre
23.000 € e diverse importanti novità, tra le quali spicca la presenza di una leggenda vivente della street photography a presiedere la giuria: Bruce Gilden!
Promosso dall’associazione culturale italiana dotART in collaborazione con Trieste Photo Days, Matrix4Design e Trieste Science + Fiction Festival, URBAN Photo Awards propone quattro categorie in cui i fotografi possono cimentarsi.
URBAN Photo Awards vede ogni anno migliaia di foto in competizione e centinaia di partecipanti da tutto il mondo. Si tratta di un contest internazionale in continua crescita, uno dei pochi a “varcare i confini” del web, offrendo ai fotografi una reale visibilità attraverso decine di mostre fotografiche nelle prestigiose cornici dei Trieste Photo Days, del Trieste Photo Fringe e dei Photo Days Tour (in Italia e all’estero).
L’edizione stampata di Dodho Magazine è un incredibile strumento promozionale incentrato principalmente su un pubblico professionale. Nelle sue pagine promuoviamo i fotografi più talentuosi, allontanandoci dal fugace successo dei social network, lontano dal semplice conteggio dei like e dalla somma dei follower.
Dodho Magazine offre al fotografo un riconoscimento reale e più selettivo del proprio lavoro, comprendendo che lo sviluppo professionale di un fotografo deve fondarsi su qualcosa di concreto e duraturo; permettendo la loro crescita nella giusta direzione.
Dopo 16 edizioni e più di 96 fotografi pubblicati, la nostra edizione cartacea ha dimostrato di essere un canale promozionale semplicemente efficace. I fotografi pubblicati sulle nostre pagine sono visti da migliaia di persone di tuo interesse.
La fotografia esiste da più di 180 anni. In questo periodo, i progressi della tecnologia hanno ampliato il dominio delle fotocamere dalla pellicola al digitale, dalle immagini fisse ai video.
E con la diffusione di Internet, smartphone, social media e altre recenti innovazioni, è facile per chiunque oggi scattare foto e divertirsi a comunicare attraverso la fotografia.
Dato il mutato panorama intorno alla fotografia, abbiamo deciso di sfruttare il New Cosmos of Photography per accettare sia opere stampate tramite posta o corriere che opere digitali (immagini fisse e video) tramite invio online.
Il Nuovo Cosmo della Fotografia supporta i tentativi dei fotografi di creare immagini fisse o video / filmati o una fusione dei due, che vadano oltre i concetti e i generi fotografici precedenti. Consideriamo le immagini fisse e i video / filmati continui e consecutivi. Speriamo in video nuovi di zecca che nessuno ha mai visto prima.
Pertanto, incoraggiamo le iscrizioni di opere che offrono uno sguardo alla fotografia di domani e aprono nuove scene per la fotografia e l’arte.
Il Felix Schoeller Photo Award è promosso da Felix Schoeller Holding GmbH & Co. KG, Germania.
“Ogni partecipazione al Felix Schoeller Photo Award deve essere composta da non meno di tre e non più di cinque singole fotografie. Questi possono formare una serie o essere singole foto non correlate. Le immagini devono seguire un concetto e dimostrare come il concorrente si è avvicinato all’area del soggetto fotografico. Il progetto deve essere presentato in lingua inglese e non può superare la lunghezza massima di 1.000 caratteri.
• I fotografi professionisti possono inviare il loro lavoro nella categoria “Premio tedesco per la pace per la fotografia”. Questa categoria premia le opere che interpretano concettualmente il tema della “Pace” per mezzo della fotografia. Qui, il termine “Pace” può essere interpretato in modo molto ampio. Le fotografie inviate potrebbero essere, ad esempio, lavori giornalistici o ritratti, paesaggi, architettura o fotografia freestyle / concettuale.
• I fotografi emergenti possono inviare il loro lavoro solo nella categoria senza tema “Miglior lavoro di un fotografo emergente”. Le opere inserite in questa categoria non sono soggette ad alcun vincolo tematico.
N.B.: Vi ricordiamo, come sempre, di prestare attenzione prima di candidarvi ai premi. I concorsi da noi pubblicati sono frutto di ricerche su internet e anche se i dati inseriti sono stati selezionati, restano di carattere indicativo e pertanto sta a voi verificare con attenzione i contenuti e i regolamenti prima di partecipare ai premi. Ci scusiamo per eventuali errori di traduzione e trascrizione dei contenuti.
Provateci e in bocca al lupo ! Ciao Annalisa
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Sebbene ci siano molte difficoltà nello scegliere come soggetti i bambini, sono comunque uno dei “bersagli” preferiti nella fotografia di strada. Vi sono complicazioni soprattutto legate alla cultura del mondo occidentale, in molte altre parti del mondo riprendere i bambini è considerato assolutamente normale. I tempi sono cambiati e i giorni in cui fotografi di strada come Helen Levitt, William Klein e Vivian Maier giravano per le strade di New York e Chicago fotografando bambini di tutti i tipi, in tutte le situazioni, sono finiti.
Belgrado – Sara Munari
Quando un fotografo viene visto con la fotocamera, non è irragionevole che ci si chieda dove finirà la fotografia e, probabilmente, mi farei la stessa domanda se avessi figli. Sebbene i bambini siano sbattuti in faccia a tutti, ogni giorno su tutti i social network, scattare la foto di un bambino, in un luogo pubblico, sembra essere un sacrilegio. Sta di fatto che i piccoli umani sono un soggetto troppo appetitoso per non scattare. Io, per esempio, quando vedo dei bimbi, entro in uno stato di agitazione fotografica da ripresa: non posso, non posso, ma voglio, sì voglio, bello, trak, presa la foto. È fatta. Quando mi accade, sono più tranquilla in Oriente o in Sud America, dove la questione sembra essere più “morbida”, e ho qualche difficoltà in più qui in Europa e negli Stati Uniti.
Sofia – Sara Munari
Non voglio soffermarmi a lungo su questo argomento: semplicemente, usate la logica, cercate di informarvi sulle regole del Paese dove state fotografando e cercate di adattarvi alle usanze locali.
Suggerimenti sul fotografare bambini per strada Ecco i consigli riportati nel libro di David Gibson, Street photography. Manuale del fotografo di strada, tr. It. Il Castello, Cornaredo 2016:
❙❙ Siate consapevoli della presenza di genitori o insegnanti, se sono in prossimità dei bambini che intendete fotografare. ❙❙ Scattate velocemente, come fareste normalmente, non esagerate, fate pochi scatti e spostatevi. ❙❙ Se vi scoprono, sorridete. Un sorriso comunica che quello che state fotografando deve far sorridere e rassicura tutti. ❙❙ Un grande vantaggio potrebbe essere portare con voi i vostri figli. ❙❙ Non dovete fotografare i bambini in quanto bambini ma più semplicemente perché sono persone e sono parte della vita in strada. ❙❙ Cercate di vedere il bambino in un adulto, anche questo è street photography. ❙❙ Siate sensibili, ma non siate ansiosi di fotografare bambini.
Come comportarsi in Italia Dal punto di vista normativo, consiglio di attenervi a quanto stabilito dal Garante della privacy, nel Bollettino 50/maggio 2004. Diffusione di fotografie Le disposizioni che tutelano la riservatezza dei minori si fondano sul presupposto che la pubblicità dei loro fatti di vita possa arrecare danno alla loro personalità. Questo rischio può non sussistere quando il servizio giornalistico dà positivo risalto a qualità del minore e/o al contesto familiare in cui si sta formando. Pertanto può ritenersi lecita, ad esempio, salvo casi assai particolari, la diffusione di immagini che ritraggono un minore in momenti di svago e di gioco.
Resta comunque fermo l’obbligo per il giornalista di acquisire l’immagine stessa correttamente, senza inganno e in un quadro di trasparenza, nonché di valutare, volta per volta, eventuali richieste di opposizione da parte del minore o dei suoi familiari. Anche in tale ambito è comunque affidata al giornalista una prima valutazione in ordine al rischio che tale spettacolarizzazione possa incidere negativamente sul minore e sulla sua famiglia. Si dovrà in ogni caso evitare che la diffusione di tale tipo di dati assuma carattere sistematico: è infatti evidente la differenza che esiste fra la raccolta occasionale dell’immagine delle persone che in un dato momento si trovano in un luogo pubblico e invece la ripresa sistematica di tale situazione. Analoghe considerazioni in ordine alla liceità della diffusione possono essere formulate con riferimento alle immagini di neonati. Esse infatti si caratterizzano per avere una più ridotta valenza identificativa.
oggi vorremmo farvi conoscere questo fantastico fotografo paesaggista giapponese. Io lo trovo bravissimo nel genere, al pari di suoi colleghi più conosciuti, tipo Ansel Adams o Michael Kenna.
Purtroppo online non si trovano tantissime informazioni che lo riguardano, la biografia è striminzita.
Date un’occhiata alle immagini, sebbene anche su questo fronte non si trovi un granchè in rete! Ho visto alcuni libri suoi, ma a prezzi proibitivi…
Takeshi Mizukoshi è nato in Giappone nel 1938. Ha iniziato la sua carriera studiando silvicoltura alla facoltà di agraria dell’Università di Tokyo. Si sa che poi ha abbandonato gli studi, per dedicarsi alla sua vera passione, la fotografia. Si è dedicato prevalentemente alle foto di montagne. Sembra quasi voglia dimostrarci quanto siamo piccoli di fronte all’imponenza delle montagne.
Ha vinto numerosi premi, tra cui l’Annual Award of the Photographic Society of Japan, ilKen Domon Prize, e il Minister of Education, Culture, Sports, Science and Technology’s Award for Encouragement of the Arts.
Le sue immagini si trovano in molte gallerie e musei in tutto il mondo.
Questo è il suo sito, ma ahime quasi tutto solo in giapponese.
Buongiorno a tutti, ecco l’appuntamento coi “Compiti a casa” di Filippo Crea.
Per partecipare alle letture dovreste inviare le vostre fotografie a pensierofotografico@libero.it con l’indicazione di nome e cognome dell’autore, e città di residenza, e il titolo del tema trattato, entro il giorno 10 di ogni mese.
Ogni persona non potrà inviare più di 4 fotografie (in caso non si rispettasse questa regola, l’autore non verrà considerato).
Le fotografie dovranno rispettare questi parametri: formato JPG – profilo colore SRGB – risoluzione 72 – dimensione max 1920 pixel per il lato più lungo – peso max 2 MB. Le fotografie che non avranno queste caratteristiche o peseranno troppo, non verranno considerate.
Questa vuole essere un’opportunità per i fotografi che hanno voglia di condividere e capire le proprie immagini, non una vetrina per pochi eletti.
Ci scusiamo se non riusciremo a pubblicare tutte le immagini, nel caso ti dovesse succedere di non venire pubblicato, ritenta coi temi successivi.
I temi di questo mese:
l) LA MUSICA – per piacere, niente gruppuscoli musicali andini in centro città, niente bande musicali alla festa del Santo Patrono, niente violinisti con la ciotola per la raccolta delle monetine. OK per tutti?
2) LA NOTTE – niente fotografie della Chiesa Matrice del Paese, o del Monumento ai Caduti nella piazza principale.
3) LE OMBRE – Sono un’opportunità creativa superiore. Cercatele con impegno programmato e con una inossidabile volontà di catturare prede di grande suggestione.
4) L’ATTESA – Considerate quante <attese> sono in attesa di un autore. Saranno almeno 9.999, e saranno tutte portatrici di narrazioni super.
5) L’UOMO ED IL MANIFESTO – andando in giro guardatevi intorno. Individuate un manifesto ruffiano, o mercantile, o politico, o di varia attualità, ed aspettate che davanti ad esso si materializzi una persona (o più) che dia vita ad un insieme che sia divertente, disturbante, armonico.
Ecco le prime immagini presentate! Divertitevi! Ciao Sara
Giorgio Palmas di Corsico – LE OMBRE
Caro Giorgio, quando ci si sfida su un tema ben definito una esigenza irrinunciabile è il rispetto assoluto del … tema. E qui il tema era <le ombre>, e nella sua proposta non è certamente l’ombra l’ingrediente primario. La sua prova è elegante o, ancor meglio, <leccatina> – Rivela un buon bagaglio tecnico, ma ha poco da spartire con le ombre che debbono essere protagoniste immediate – Scrive un Maestro, Andreas Feininger “le ombre sono la testimonianza grafica della profondità perché soltanto oggetti in uno spazio tridimensionale possono proiettarle”. E nella sua foto non c’è alcunché che proietti qualcosa su qualcosa. Io ci riconosco nient’altro che un riflesso rimandato da una superficie specchiante.
Francesco Furlanetto di Noale – LA MUSICA
Un ambiente denso di atmosfera, si direbbe la cantina di un caseggiato dove pochi musicisti appassionati e di semplice matrice umana si ritrovano per <fare musica insieme>. Suggestiva e funzionale la suddivisione del fotogramma in tre distinti segmenti verticali. Quello centrale, chiaro, isola due presenze umane: a sinistra un estimatore, forse un amico, immobile e raccolto, è all’ascolto del suonatore che, a destra, funzionalmente sfuocato, vive un suo spazio personale. In alto, uno spot circolare, presenza non inutile, è coerente con la suggestione e la semplicità di questo spazio/musica. L’autore ha così “fabbricato” una suggestiva scenografia. Bravo davvero. Voto: 7 +
Un’immagine che avrebbe meritato una più attenta gestione tecnica. Un più graduale passaggio dei grigi e una messa a fuoco più mirata al pallone avrebbero fatto bene all’insieme. Chi mi conosce sa che io non sono un patito della giustezza tecnica e che, semmai, privilegio sempre le positività narrative. E qui il racconto c’è, ed è quello dell’attesa. Primo attore dell’insieme è il ragazzo decentrato a sinistra che attende lo svolgersi del gioco guidando in tal modo anche il nostro sguardo verso il fondo di questo palcoscenico. Il voto all’autore? Vada per la sufficienza.
Un purista troverebbe non pochi difetti in questa immagine che, a conti fatti non mi dispiace del tutto. Le notti regalate ai fotografi sono all’incirca 9.999 e tutte diverse tra di loro. C’è la notte del guardiano notturno, c’è quella del capannello davanti al chiosco dell’anguria, c’è la notte di chi è fermo alla fermata della corriera, c’è la notte dei ragazzi aggrumati davanti alla discoteca, Insomma di notte ce ne sono tantissime e voi potrete scovarle. La notte è straordinariamente fotogenica e stimola, talora, a decodificarne i fantasmi. Quali sono qui gli interrogativi da sciogliere? Qui si è stimolati a chiedersi cosa stanno guardando quei tre ragazzi, e cosa è quella presenza geometrica accesa in alto nel fotogramma. Io me lo sono chiesto e non sono riuscito a rispondermi. Pazienza, la vita continua! Non mi infastidisce, infine, il fuori fuoco del ragazzo in primo piano. Un voto di chiusura alla foto di questo amico? Io propongo 5 +. Ed è già tanto.
Francesco Furlanetto di Noale – LE OMBRE
Una immagine di bella fattura grafica. La prima evidenza è nella generale ed armonica convivenza dei neri e dei bianchi. Il fotogramma è suddiviso in due segmenti l’uno al servizio dell’altro. In alto un nero assoluto è l’ideale lavagna su cui si disegnano le due figure umane, sull’una delle quali è un‘ombra <portata> da una invisibile presenza fuori campo. In basso una scacchiera in bianco/nero correda suggestivamente l’insieme tutto. Francesco con questa sua opera supera brillantemente i suoi esami.
Angelo Notarmuzi di Torino – LE OMBRE
L’autore si aggiudica il primo CESTiNO della rubrica, la quale propone ben cinque temi. Ed il nostro amico fra venti opportunità (5 temi per quattro foto = 20) si è esibito con solo questa prova che evidentemente gli è parsa originale e super. Caro Notarmuzi, davvero niente di più potabile, e di meno inutile, nel suo archivio? E’ questo un genere fotografico abusato da fotografi che erano, e sono, buoni solo a riversare su corpi femminili carriolate di strisce nere omaggiate dalla tapperelle delle finestre di casa.
Ermanno Campalani di Sesto S.G. – L’UOMO E IL MANIFESTO
Controlliamo, il manifesto grande e ricco di colore e, quindi di energia vitale ospita, simpaticament disposte alle estremità del fotogramma in basso. E giocano un gradevole contrasto cromatico con il colore vivacissimo della lavagna che le ospita. Bravo all’Autore.
Nicola Congia di Sanluri – LA NOTTE
Una notte armonicamente con l’insieme di fattura geometrica delle case, e che è stata trattata con misura in post/produzione. L’opera ha il suo plus nel contrasto tra la zona illuminata e quella in ombra – La marcia in più è comunque nelle micro/figura a destra in basso che assegna vita al racconto, arricchendone la suggestione. Bene così!
Nicola Congia di Sanluri – LE OMBRE
Equilibrata la convivenza tra il giallo della parete a sinistra e l’oscurità di destra. L’autore ha evidentemente atteso il passaggio della figura che si disegna sul muro. Io sostengo da sempre che un accessorio che non deve mai mancare nella borsa del fotografo è la <pazienza>. O no? Congia, non superi il numero canonico delle foto ammesse oppure …. pagherà pegno. Garantito!
Antonio Riva di Vedano al Lambro –
Lei propone molte fotografie, troppe magari, ma solo poche di esse che pur rivelano doti di sicuro livello sono coerenti con i cinque temi proposti che richiedono immagini riprese dal reale e non inquinate da interventi <fabbricati> in studio. Lei ha di certo conoscenza di certa fotografia francese, quella della tribù definita “umanista” (vedi Robert Doisneau, Brassai, Edouard Boubat, ecc.). Una straordinaria corrente europea, nata in Francia, che raccontava l’uomo nei suoi ambienti sociali. Le sue proposte, Riva, appartengono ad una fattura -da studio- presumo finalizzata ad impieghi mercantili. Niente di male, ovviamente, ma la “naturalità” è cosa ben diversa.
Ed ora ecco questa sua fotografia: è un’opera delicata impreziosita dalla leggerezza della tonalità d’insieme e da armoniche presenze (lo spartito nel leggio, la lampada scaldata dal colore, ecc.) –
L’ombra della sua sedia, alterata da una misurata deformazione prospettica, è davvero ok. Stacca su una superficie indefinita e l’insieme è ascrivibile ad un genere figurativo vagamente surreale. Bene l’averla collocata al margine del fotogramma, lasciando così spazio funzionale alla lavagna di fondo. Brava!
Tiziana Cravero di Sommariva Bosco – LA MUSICA
Tiziana, stavolta lei è andata pesantemente fuori strada. Crede davvero che fotografare, anche male, la pagina di uno spartito sia una soluzione nuova al tema? A metterci accanto, allargando il campo di presa, una presenza diversa, complementare e coerente, non sarebbe stato meglio? Deve ripetere gli esami.
Emanuela Vanello di Carrara – L’ATTESA
No, Emanuela, con tutte le <attese> di marca super che possono scovarsi in una stazione ferroviaria, ei viene nel nostro spazio con una fotografiola malamente gestita, in cui il personaggio in attesa è una quasi illeggibile microscopica figura umana emarginata a sinistra in compagnia di quel che sembrerebbe una cane. Vada ancora, Emanuela, in quella stazione, e scoprirà che è una miniera inesauribile di foto/opportunità.
Emanuela, davvero ok. Ed anche fortunata, cosa che non fa male alla salute. Fortunata perché una grande lama di luce traversava l’area di presa, nella quale lei ha inserito la persona in primo piano ea figurina che è in fondo. Una prova di decisa suggestione.
Emanuela Vanello di Carrara – LA NOTTE
Una notte che è di notevole livello anche dal punto di vista compositivo. La parte inferiore del fotogramma, pesante e di non facile identificazione, introduce ed esalta lo spazio in luce della scena dove si muovono tre fantasmi estranei l’uno agli altri. Una scenografia che appare inquietante anche se nella realtà è solo un credibile e normale sito urbano. E’ la magia della fotografia che può essere od non essere documentaria.
Claudio Mormile di Napoli – ???
L’autore sia cortese, ci faccia sapere a quale dei nostri cinque temi è riconducibile la fotografia che ha titolato <biblioteca>. Grazie! Cari amici tutti, è difficile che qualcuno possa saltare a piè pari le regole del gioco.
Mathieu Coulié di Cupramontana -
Non tragga in inganno il nome: Sì, Mathieu è francese ma vive da anni in Italia, ed ha trovato a Cupramontana (AN) gli stessi umori culturali e di vita del villaggio nel quale ha vissuto in Francia. Di Mathieu ho visto alcune fotografie in Rete, e mi duole che si sia proposto con un trittico molto raffinato su <L’attesa>. Mi spiace, ma colgo l’occasione per precisare a beneficio di tutti i lettori del blog che “Compito a Casa” vuole, come nella sua vita precedente, proporsi come stimolo alla bella fotografia, non banale però. Io definisco questo obiettivo come <pane e formaggio>. Non ospiterò quindi opere di foto/scrittura sofisticata. Non so se “ho stato spiegato”. Spero di sì. Saluti al <pomodoro e basilico>.
Grazie! Cari amici tutti, è difficile che qualcuno possa saltare a piè pari le regole del gioco.
Filippo Crea
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oggi vi presentiamo una fotografa newyorkese, che è stata lungamente ignorata e sottovalutata per gran parte della sua carriera.
New York è il suo soggetto preferito, si focalizza su ciò che accade per strada, con un’attenzione particolare a chi vive per strada, mettendo in evidenza le contraddizioni e le ambiguità della metropoli.
Purtroppo nel 2019 è mancata.
Se non la conoscevate, fateci avere la vostra opinione.
Anna
Crowds watch skaters on the ice rink at the Rockefeller Center, New York City, 1972. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
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82-year-old Phyllis Bodyn feeds her two flocks of pigeons on Riverside Drive, Upper West Side, New York City, 1986. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
8320/ 16A
A couple lean against a shop shutter in Midtown Manhattan, New York City, 1979. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
Shorty the clown, of the Clyde Beatty-Cole Bros. Circus, 1971. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
Two elephants in the Clyde Beatty-Cole Bros. Circus show, USA, 1971. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
Two residents of Resurrection City, a three thousand person tent city on the Washington Mall set up as part of the Poor People’s Campaign protest, Washington DC, May 1968. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
Residents from New York City set up camp at Resurrection City, a three thousand person tent city on the Washington Mall set up as part of the Poor People’s Campaign protest, Washington DC, May 1968. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
Brenda, a young resident of Resurrection City, a three thousand person tent city on the Washington Mall set up as part of the Poor People’s Campaign protest, Washington DC, May 1968. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
Fishermen wait at the shore in their boats, Ireland, circa 1974. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
A farmer takes his sheep to fair day in Drumkeerin, County Leitrim, Ireland, 1973. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
John Doherty plays the violin in his rented room above a pub, Donegal, County Donegal, Ireland, circa 1974. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
A man enjoys a pint of Guinness in a bar in Drumkeeran, County Leitrim, Ireland, circa 1974. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
Four friends pose for a picture in Listowel, County Kerry, Ireland, circa 1974. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
A dog crouches down to defecate into a drain, Greenwich Village, New York, 1986. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
An accordion player with a canine accompanist on the Dingle Peninsula, County Kerry, Ireland, 1988. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
A dog sits on the pavement while a man writes a slogan about economic reform in chalk on the road, University Place, Greenwich Village, New York, 1978. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
A Doberman Pinscher leaps toward the camera in Greenwich Village, New York, 1984. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
Two firefighter’s from the FDNY embrace after a ‘five-alarm fire’, New York City, 1976. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
A firefighter carries a rescued cat wrapped in a sheet, New York City, 1973. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
Children play with a leaking fire hose in the South Bronx, New York City, 1976. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
NYPD Police officers stop and search a car in Midtown Manhattan, New York City, 1979. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
Officers of the NYPD 9th Precinct recover stolen goods in Alphabet City, New York City, 1978. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
‘Rocky’, an officer of the NYPD 9th Precinct on the Lower East Side, New York City, 1978. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
Officers of the NYPD 9th Precinct cast an amused glance at an eccentric passer-by on 2nd Avenue, East Village, New York City, 1978. (Photo by Jill Freedman/Getty Images)
Jill Freedman era ebrea e nacque nel quartiere di Squirrel Hill a Pittsburgh nel 1939 da un venditore ambulante e da un’infermiera.
A sette anni trova in soffitta dei vecchi numeri della rivista Life: non ha mai visto nulla del genere, è sconvolta ed emozionata, ma i genitori bruciano tutte le copie per non turbarla.
Tuttavia questo gesto non serve a molto perché la bambina non dimentica.
Nel 1961, Freedman si è laureata in sociologia presso l’Università di Pittsburgh. Ha riscoperto la fotografia solo casualmente, sperimentando con la fotocamera di un amico.
Dopo il college, la Freedman è andata in Israele, dove ha lavorato in un kibbutz. Ha finito i soldi e ha cantato per guadagnarsi da vivere; ha continuato a cantare a Parigi e in un varietà televisivo a Londra. La Freedman è arrivata a New York City nel 1964, ha lavorato nella pubblicità e come copywriter. Come fotografa, è stata autodidatta, influenzata da André Kertész, idolatrando W. Eugene Smith, ma aiutata principalmente dal suo barboncino Fang: “Quando camminavo per strada con Fang vedevo tutto, sentivo tutto. Aveva un grande istinto. Mi ha insegnato a guardare, perché non si perdeva mai nulla”.
Dopo aver saputo dell’assassinio di Martin Luther King, la Freedman lasciò il suo lavoro e andò a Washington, DC. Ha vissuto a Resurrection City, una baraccopoli gestita dalla Poor People’s Campaign nel Washington Mall nel 1968, e lì ha fotografato. Le fotografie della serie furono pubblicate all’epoca su Life e raccolte nel suo primo libro, Old News: Resurrection City.
La Freedman ha poi vissuto in una Volkswagen kombi, seguendo il Clyde Beatty-Cole Brothers Circus. Per due mesi, ha fotografato “due spettacoli al giorno e uno ogni domenica. Sette settimane di una notte” e si è spostata attraverso New York, Massachusetts, New Jersey, Rhode Island, New Hampshire, Vermont, Pennsylvania e Ohio. Il suo intento era di fotografare gli artisti come persone.
Il lavoro è stato pubblicato come libro, Circus Days, nel 1975. La Freedman ha fotografato l’allora squallida area della 42nd Street e la scena artistica di Studio 54 e SoHo. Nel 1975, la Freedman iniziò a fotografare i vigili del fuoco ad Harlem e nel Bronx. Ci sono voluti due anni; viveva con i vigili del fuoco, dormiva nell’auto del capo e sul pavimento. Ne risultò un libro, Firehouse, pubblicato nel 1977 – secondo una recensione un libro “imperfetto … da riproduzione scadente e layout inetto”. Alcuni dei vigili del fuoco erano stati precedentemente poliziotti e suggerirono che la Freedman potesse fotografare il lavoro della polizia. Lei non amava la polizia, ma pensava che tra loro dovevano esserci buoni poliziotti. Per la sua serie Street Cops (1978-1981), ha accompagnato la polizia in una zona di New York City tra cui Alphabet City e Times Square, trascorrendo del tempo con quelli che sembravano buoni poliziotti. Il lavoro ha portato al libro Street Cops.
Negli anni Settanta, la Freedman è stata brevemente associata a Magnum Photos, ma non ne è diventata membro. Voleva raccontare storie tramite la fotografia, ma voleva anche evitare i compromessi richiesti per ottenere commissioni; e quindi ha preferito rimanere indipendente. Aveva difficoltà a guadagnarsi da vivere, ma vendeva stampe in uno stand allestito fuori dall’edificio del Whitney Museum. Nel 1983, il critico del New York Times Andy Grunberg ha riconosciuto la sua fotografia di strada in bianco e nero a New York, assimilandola con Lee Friedlander, Fred R. Conrad, Bruce Davidson, Roy DeCarava, Bill Cunningham, Sara Krulwich e Rudy Burckhardt. Nel 1988, Freedman ha scoperto di essere malata. Le spese mediche significavano che doveva lasciare il suo appartamento sopra la Sullivan Street Playhouse; nel 1991 si è trasferita a Miami Beach; lì era insoddisfatta ma riusciva leggere molto. A volte ha lavorato per il Miami Herald. È anche riuscita a pubblicare un fotolibro di cani che è stato elogiato per “[sfidare] le immagini cliché” della fotografia di cani. Ha anche pubblicato il secondo di due libri fotografici d’Irlanda, uno che secondo Publishers Weekly “cattura con amore gli aspetti duraturi della tradizione irlandese”. Intorno al 2003, la Freedman è tornata a New York. Era scioccata e rattristata dalla ripulitura della città durante la sua assenza: “Quando ho visto che avevano trasformato la 42esima Strada in Disneyland, … sono rimasta lì e ho pianto”. Durante la prima parte della sua carriera, Freedman è stata affascinata dal processo della stampa fotografica. Scattava Kodak Tri-X e amava usare un obiettivo da 35 mm e luce disponibile, e stampare su carta Agfa Portriga Rapid. Alla fine del 2016, non aveva né una camera oscura né ne sntiva la mancanza. Ha sottolineato che la fotocamera, sia essa cinematografica o digitale, è solo uno strumento. Quando le è stato chiesto in un’altra occasione, ha citato Elliott Erwitt per non essere noioso e per aver tentato di fare un lavoro eccellente; le questioni tecniche e persino i posteri non dovrebbero essere una preoccupazione
Freedman è stata uno dei 13 fotografi ripresi a fotografare New York in Everybody Street, un film del 2013 di Cheryl Dunn. Insieme a Richard Kalvar, Alex Webb, Rebecca Norris Webb, Maggie Steber e Matt Stuart, è stata ospite del Miami Street Photography Festival 2016 allo HistoryMiami Museum durante la settimana di Art Basel.
Il 9 ottobre 2019, la Freedman è morta in una struttura di cura a Manhattan.
Fonte: libera traduzione da Wikipedia
Questo è il sito dove trovate tutti i suoi lavori, e qua trovate un articolo apparso sul NYT in occasione della sua morte.