Oggi vi propongo uno stralcio del mio libro “Storytelling a chi?” che sono andata a cercare a seguito di una discussione con un mio alunno, spero possa servirvi, ciao
Sara
Be the bee body be boom – est west – Sara Munari – New York
Target, a chi interessa la mia storia? Pensate che strano, ci sono persone che sono interessate a vedere le nostre fotografie…non sembra vero, ma è così, qualcuno è interessato davvero, ci segue e ci stima. Questo avviene a livelli differenti, per ognuno di noi! I canali attraverso i quali far passare i nostri progetti sono davvero molti e dipendono dagli ambiti nei quali ci muoviamo. La scelta del vostro target deve riflettere la vostra identità. A chi rivolgerai le vostre storie? Giornali, pubblicazioni on line, gallerie, agenzie giornalistiche, critici, gli amici del circolo fotografico, la famiglia, gli amici ecc. Vi siete mai fermati a pensare quanto questo termine significhi davvero per voi ? Una buona definizione potrebbe essere: il target è quel gruppo di persone a cui rivolgere le vostre storie, che può seguirvi nel tuo percorso di fotografo, che acquisirà fiducia in voi e nelle vostre capacità di esprimervi fotograficamente. Il vostro target, può anche alimentare i guadagni, è interessato in ciò che fate, ha un bisogno di voi e del vostro prodotto, per documentarsi, per vendere, per conoscere cose che grazie a voi, può vedere, ma che fino a quel momento non conosceva. Quello che, in poche parole, nel tempo dovreste fidelizzare, che parla bene di voi, che costruisce la vostra reputazione e che vi accompagna in quello che fai. Una volta che avete capito a chi rivolgervi, passate a studiare bene il tuo potenziale spettatore/acquirente. Perché è importante scegliere il target giusto? Le vostre storie non piaceranno a tutti, non tutti le troveranno interessanti, utili o vendibili. Ma se non direzionerete il vostro lavoro, che sia per gli amici o per una testata nazionale, farete un grave errore.
Mi spiego meglio. Facciamo finta che vogliate aprire un negozio di scarpe: senza una scelta preliminare del target finireste con l’acquistare decina o centinaia di scarpe e scarpette diverse, con la presunzione di accontentare il più grande numero di persone, e sapete quale effetto raggiungereste? Puntualmente l’ opposto di quello desiderato. Certo, magari nel negozio entrerebbero tanti curiosi, attratti dalla possibilità di trovare tutto quello che cercano, ma non riuscireste a soddisfare tutti e rimarreste con tanta, tanta merce in magazzino. Come fareste a soddisfare chi cerca le scarpe da calcio e quelle per un matrimonio in grande stile? Lasciate stare, datemi retta, cercate di direzionare il lavoro, ancor prima di cominciarlo, anche perché una modalità come quella sopracitata vi allontanerebbe dalla possibilità di essere cercati da quelli “giusti”, proprio perché trattate spesso determinati argomenti, in un determinato modo, soprattutto per chi vorrebbe vivere di fotografia. Non vi resta che decidere: preferite rivolgervi alla sposa o allo sportivo? Il vostro lavoro, come abbiamo già detto, rappresenta voi stessi, i vostri pensieri, le vostre azioni. Fotografare vuol dire (anche) parlare a un pubblico, un target di pubblico. Ci sono almeno altri due importanti motivi che consigliano un’ accorta scelta del vostro target :
Comunicare al pubblico giusto significa parlare a chi potenzialmente interessato a quello che produci. E parlare a un pubblico attratto preannuncia l’aumento delle probabilità di convertire gli spettatori in potenziali clienti (per chi è interessato alla vendita)
Specializzarvi vi consentirà di diventare riconoscibili agli occhi degli spettatori, che vi cercheranno ancora successivamente, se coinvolti prima.
Diretto da Richard Bright, The Many Lives of William Klein fa parte di una serie televisiva della BBC. Nel cast alcuni dei grandi maestri della fotografia come: Don McCullin, Martin Parr e William Klein stesso. Il film è stato girato a New York un mese prima di una grande mostra della Tate Modern che celebra il suo lavoro, William Klein + Daido Moriyama, nel 2012.
Fotografia di William Klein
William Klein (19 aprile 1928) è un fotografo americano noto per aver incorporato elementi insoliti nelle sue fotografie e nei suoi video. Nato a New York, ebreo in una zona in cui l’antisemitismo era molto presente, si avvicina alla fotografia per sfuggire ai suoi coetanei. W.Klein studia al City College di New York. Nel 1948, parte per un viaggiò in Francia, studia pittura con Fernand Léger e si iscrive successivamente alla Sorbona.
Fotografia di William Klein
Klein studia pittura e ha lavora brevemente come assistente di Fernand Léger a Parigi, anche se non ha mai ricevuto una effettivamente un formazione in fotografia, lavora nella moda (pubblicherà su Vogue) ed èpubblica numerosi libri fotografici iconici, tra cui Life is good e good for you in New York (1957) e Tokyo (1964). Negli anni ’80, si è dedica a progetti cinematografici producendo numerosi documentari e film memorabili, come Muhammed Ali, The Greatest (1969). Klein fotografa inizialmente con una Rolleiflex, passerà poi a Leica. Soltanto all’inizio degli anni ’80, riprende a fotografare e in questa occasione vengono riscoperte anche le sue prime fotografie.
Fotografia di William Klein
Con Klein nasce un nuovo modo di fotografare, le sue immagini sembrano accidentali, deformate caratterizzate dal mosso e dal contrasto esagerato. Per questo William Klein è considerato una della figure più anticonformiste della fotografia americana del dopoguerra. Klein attualmente vive e lavora a Parigi, in Francia. Le sue opere sono conservate nelle collezioni del Museum of Modern Art di New York, della National Gallery of Art di Washington, DC e dell’Art Institute di Chicago, tra gli altri.
Buongiorno, ecco i lavori prodotti durante il workshop di fotografia svoltosi a Palermo durante l’ultimo periodo di Pasqua. Io sono molto felice dei risultati e spero troviate piacevole la consultazione! Buona giornata!
Sara
P.S. I lavori sono inseriti in ordine alfabetico
PALCOSCENICOSI DI PALERMO di Pietro Arrigoni
Un microcosmo rispecchiante il macrocosmo, il variegato riflesso di una società nelle sue contraddizioni.
La Settimana Santa a Palermo, non è riducibile solo a ciò che “mostra” al pubblico. Il momento dell’esibizione, della rappresentazione scenica è la sintesi di aggregazioni pubbliche che si muovono e agiscono nel corpo sociale.
VISIONI E SGUARDI NEL MERAVIGLIOSO
E’ dentro l’azione della persona nella sua quotidianità che la fotografia si rende comprensibile e attraverso gli scatti, carpire l’accadimento della Settimana Santa dentro le vie e i quartieri di Palermo.
Una “narrazione” per le immagini e la definizione di una competenza: saper intendere, saper dire e saper fare “che mette in gioco i rapporti della Comunità che partecipa/agisce durante il periodo pasquale con sé stessa e il suo ambiente”.
Una duplice lettura di questo progetto è stata quella di “immortalare”, la “ Processione” e la laicità dei Pupi Siciliani in una battaglia che affronta il tema della morte come consapevolezza, perché: “fin quando noi esistiamo, la morte non c’è e quando la morte è presente noi non esistiamo”.
Nella Passione di Cristo, c’è la morte e la Resurrezione; Nel Teatro dei Pupi, il sipario rosso con la sua chiusura e apertura scenica.
Tutto questo in un evento momentaneo, stabilito da una preparazione scenica fra persone che decidono di diventare figuranti di una processione e pupari di una “baracca di legno della finzione” impegnati a costruire tra l’incipit e l’explicit una temporalità, effimera se si vuole, in quanto legata alla narrazione, ma significativa e significante.
La narrazione attraverso la fotografia per una “macchina che produce emozioni infinite di senso”.
L’esperienza sul campo per identificare lo “strano/puro” che appartiene a quei racconti dove si narrano avvenimenti che non si possono spiegare mediante le leggi della ragione, ma che in un modo o in un altro sono incredibili, straordinari, impressionanti, singolari, inquietanti, insoliti e necessari.
Ho cercato di cogliere tutti questi aspetti attraverso la lettura laica e religiosa ed ha la straordinaria capacità di trasformare i pensieri, i sentimenti, l’inconscio e il subconscio delle persone come in un libro aperto: ciò che nei nostri dialoghi umani di solito è mascherato e invisibile, sebbene in qualche modo percepito da tutti inconsciamente, nella drammaturgia della Passio Christi e nell’ Orlando Furioso dei Pupi Siciliani, diventa un gioco a carte scoperte.
La mia idea di documentare la Settimana Santa/Opera dei Pupi non è stata quella di elevare tutta questa sconfinata spiritualità sommersa verso la sua liberazione e il suo compimento, ma, attraverso le immagini di rivelarla, di metterla a nudo, di farla esprimere, di metterla alla luce del sole.
Non cerco la salvezza di questa realtà, mi fermo prima: cerco di osservarla, di registrarla, di far sapere che c’è e com’è. Non si può cercare una guida verso la verità, mi accontento di svolgere un compito preliminare, cioè di mettere in scena/scatto (come faccio da oltre trent’anni con il teatro) ciò che noi tendiamo a nascondere perché non si scopra quel che siamo, che sentiamo, di cui siamo colpevoli, di cui abbiamo bisogno.
Un evento teatro/rappresentazione dove è il rimando di un linguaggio apparentemente statico alla ricerca di un equilibrio o di un limite.
La stabilità di un avvenimento, di un’opera che si perde nella sua chiusura e tutto ciò che resta, sta nell’immagine.
Pietro Arrigoni – Per conoscere Pietro @arrigoniregista su Instagram
Tutte le fotografie sono di Pietro Arrigoni, chiedere il permesso in caso di pubblicazione
I Pupi
Home is wherever I am with you di Pietro Calligaris
“Home is wherever I am with you” è un progetto che racconta l’accoglienza dei profughi ucraini nell’area di Palermo. Nel contesto della più grande crisi d’accoglienza di profughi in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale, la comunità locale ha dimostrato grande solidarietà fin dall’inizio del conflitto Russo-Ucraino; offrendo il loro aiuto in ogni modo possibile, hanno dato casa a chi non ne aveva più una.
Da quel 24 marzo in cui la notte fece fragore e il giorno diede alla luce la notizia di una nuova guerra, quella tra la Russia e Ucraina, il numero di profughi ucraini continua ad aumentare ogni giorno.
Mentre le forze armate dei due paesi coinvolti si fronteggiano, i civili sono le prime vittime, con circa tredici milioni di rifugiati ucraini. Ci sono quasi otto milioni di sfollati interni e più di cinque milioni di rifugiati che hanno dovuto lasciare il proprio Paese. Tra questi, ci sono soprattutto donne e bambini che hanno bisogno di essere accolti, visto che hanno lasciato tutto, anche i loro mariti e parenti.
La guerra in Ucraina ha causato la più grande crisi nell’accoglienza dei profughi in Europa dopo la fine della Seconda guerra mondiale; la Sicilia, grazie alle numerose iniziative pubbliche e private a sostegno dell’Ucraina, si è rivelata un centro nevralgico fondamentale.
“Home is wherever I am with you” è un progetto che racconta l’accoglienza dei profughi ucraini nell’area di Palermo. I suoi abitanti e le associazioni locali si sono mobilitati dall’inizio della guerra per accogliere famiglie, amici, sconosciuti, offrendo le loro case, organizzando spedizioni di generi di prima necessità e medicinali in Ucraina, mettendo a disposizione le proprie attività, i propri servizi, le proprie competenze o denaro.
Nonostante le difficoltà e le contraddizioni nell’accoglienza delle persone, il progetto mira a mettere al centro le iniziative concrete che sono state realizzate per l’accoglienza dei rifugiati e le storie di coloro che ne sono stati protagonisti.
Per conoscere Pietro @pietrocalligaris su Instagram
Tutte le fotografie sono di Pietro Calligaris, chiedere il permesso in caso di pubblicazione
SETTIMANA SANTA A PALERMO di Paolo Panero “Venerdissanto contingentato, Cristo sta in fila al supermercato.” (Ahmed il lavavetri) Il Venerdì Santo a Palermo è speciale. Le processioni delle molte Confraternite riempiono una parte del Centro Storico, le bande musicali passano suonando marce funebri dal ritmo lento e solenne, molti giovani e anziani in costume sollevano con grande sforzo fisico i pesanti baldacchini del Cristo Morto. Contemporaneamente, a poco distanza, la Palermo turistica beve aperitivi e mangia fritture nelle vie in cui le processioni non passeranno. Da due anni le manifestazioni del Venerdì Santo erano state sospese a causa della pandemia da COVID, l’ultima volta si erano svolte nel 2019. Credere che il Cristo risorgerà dalla morte è un atto di fede. La religione non si discute ma si crede, non c’è il dubbio ma c’è la speranza e la ricerca della consolazione dalle tragedie del mondo terreno. A Palermo le processioni del Venerdì Santo avvolgono la città in un’aria di redenzione, e questo è esteticamente molto bello, forse molto più bello che altrove, anche per un non credente. Non ci si può sottrarre da questo miracolo terrestre, perché la Settimana Santa a Palermo è meravigliosa. Per conoscere Paolo Panero https://www.facebook.com/paolo.panero.7/
Tutte le fotografie sono di Paolo Panero, chiedere il permesso in caso di pubblicazione
NIOFAR, STARE INSIEME – di Giulia Rosco
A Palermo l’associazione Senegalese, durante il periodo del ramadan, si ritrova nella propria sede per preparare e distribuire pasti caldi.
La preparazione dei pasti inizia alle 14 e finisce alle 20 ed è tutta gestita dai ragazzi che, nonostante la stanchezza del digiuno di acqua e cibo, trovano le forze e il tempo per cucinare. I piatti vengono distribuiti non solo a persone di fede musulmana, ma a tutti coloro che si trovano in una situazione di difficoltà e di bisogno, senza nessuna distinzione.
Per conoscere Giulia @giulia_rosco su Instagram
Tutte le fotografie sono di Giulia Rosco, chiedere il permesso in caso di pubblicazione
UN’ALTRA SOGLIA di Giulia Rosco
In Sicilia, a Palermo, tutto è contaminazione, dall’arte al cibo, dalle tradizioni ai riti, un luogo che è crogiolo di esperienze e che oggi, nel caos post-moderno del nuovo millennio, ancora è capace di accogliere, fondere, conservare diverse esperienze e storie. Chi viene dal mondo a vendere i suoi prodotti, a cucinare per noi, per gli altri, a Palermo, in Sicilia, presidia la sua tradizione e la offre alla contaminazione, difende il suo territorio – sulla soglia, orgoglioso e geloso – e si offre al contatto, alla prova, all’offerta. Sulla soglia, che è confine e varco, insegna identitaria e spazio di comunicazione.
Per conoscere Giulia @giulia_rosco su Instagram – Sito internet
Tutte le fotografie sono di Giulia Rosco, chiedere il permesso in caso di pubblicazione
PALERMO FABER (HOMO FABER) di Salvatore Tassone
A Palermo basta fare un giro a piedi, con lentezza, nei vicoli del centro o nelle borgate fuori dalla città antica, per notare un fenomeno nuovo, in crescita.
Accanto alle poche botteghe artigiane sopravvissute, che da secoli tramandano antichi mestieri, nuovi laboratori creativi sono tornati a popolare i vecchi quartieri riprendendo e innovando tradizioni che sembravano destinate a scomparire.
Quartieri, cito la Kalsa dove il fenomeno è più evidente, dove vivono e nascono attività che propongono un modo di produrre nuovo ed allo stesso tempo antico. Fatto di manualità e creatività.
Sarti, ceramisti, cesellatori, restauratori, pupari, artigiani del cuoio, del tessuto, della carta, creatori di gioielli, e tanti altri: sono il patrimonio artigianale e artistico, senza tempo, di Palermo.
Un fenomeno inclusivo, multietnico, che coinvolge oltre a giovani isolani tanti altri giovani giunti a Palermo da ogni parte del mondo.
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Tutte le fotografie sono di Salvatore Tassone, chiedere il permesso in caso di pubblicazione
Sospesa di Chiara Vergani
Le città hanno molte anime e Palermo non fa eccezione.
Non a caso Roberto Alajmo, scrittore palermitano, definisce la sua città natale una “cipolla” e sfida il viaggiatore a scoprirne i diversi strati in un gioco potenzialmente infinito in cui “ogni volta che ne sbucci uno, ne resta un altro da sbucciare”.
“Sospesa” è uno di questi strati. Ho provato a raccontare l’anima onirica di Palermo, una città fuori dal tempo, sospesa a mezz’aria tra passato e presente, costantemente in bilico tra degrado e bellezza, caratterizzata da contrasti e contraddizioni che, non si sa come, finiscono per trovare un equilibrio e un’armonia tra loro.
I luoghi iconici della città – le piazze, le cupole delle chiese, i chiostri profumati di agrumi, i palazzi fatiscenti ravvivati dalla street art e le porte monumentali che si aprono verso il mare – assumono un aspetto rarefatto, sono visibili attraverso un velo visivamente quasi tangibile.
Un possibile sguardo sulla città, un punto di vista lontano dallo stereotipo chiassoso e colorato che solitamente la caratterizza. Una Palermo sospesa, eterna ed eterea.
Per conoscere Chiara @chiara.maria.vergani su Instagram
Tutte le fotografie sono di Chiara Vergani, chiedere il permesso in caso di pubblicazione
Da quando Baudelaire nel 1859, agli albori della fotografia, espresse una critica ferocissima e velenosa contro la fotografia: “Bisogna dunque che essa torni al suo vero compito, quello di essere la serva delle scienze e delle arti, ma la serva umilissima, come la stampa e la stenografìa, che non hanno né creato né sostituito la letteratura”, sono passati più di 150 anni.
Ormai, a mio avviso, non ha più senso porre in contrapposizione queste due forme di arte, ma può essere invece più interessante soffermarsi su quanto profondamente esse possano integrarsi.
E non dobbiamo pensare che ciò sia avvenuto solo in un certo periodo storico o con limitate modalità. Se in un primo tempo il “pittorialismo” fu, almeno in certi casi, espressione di una sorta di sudditanza della fotografia nei confronti della pittura, non dobbiamo ignorare per converso l’importante corrente “iperrealista” in pittura, che giunse sino a produrre dipinti monocromatici non facilmente distinguibili da fotografie in bianco e nero (pensiamo allo spagnolo Bernardo Torrens ad esempio).
Nei prossimi appuntamenti vorrei di volta in volta proporre, attraverso l’osservazione di fotografie realizzate da Artisti visivi differenti fra loro per caratteristiche, l’incredibile varietà di commistioni che fin dal XIX secolo si sono verificate fra fotografia e pittura e che hanno sinergicamente contribuito alla realizzazione di varie opere di arte visiva.
Questo mese possiamo provare a confrontare le immagini di due Autori che appartengono ad epoche estremamente diverse, che hanno quindi operato con mezzi ovviamente molto differenti, e che hanno in comune solo il Paese in cui le immagini sono state scattate.
Takamastu Mika san copyright Chloé JaféFacchino, collezione Giglioli Muciv, Roma Felice Beato (1832/4-1909)
Felice Beato, italiano ed europeo (nato a Corfù, poi naturalizzato britannico), uno dei primissimi Autori di reportage di guerra molto crudi in cui erano anche presenti cadaveri, ma qui dedito a tutt’altro e cioè alla rappresentazione ad uso degli Occidentali del mondo nipponico in un periodo peculiare (quello in cui il Giappone usciva dall’isolamento legato alla dominazione degli Shogun). Beato rimase in Giappone a lungo: fra il 1863 e il 1877. Ne diede, verosimilmente anche con finalità commerciali, una visione volutamente vicina all’immaginario europeo dell’epoca più che alla realtà giapponese: in aggiunta agli aspetti estetici, i lunghi tempi di esposizione allora necessari furono verosimilmente di stimolo per inquadrare e posizionare accuratamente i soggetti delle sue fotografie. Eseguiva stampe all’albumina da lastre in vetro al collodio umido e fu un pioniere delle tecniche di colorazione a mano delle fotografie, che eseguiva sistematicamente. Le sue opere, di ottima fattura, sono raccolte in vari Musei italiani.
Chloé Jafé, francese ed europea, artista contemporanea, si è a sua volta stabilita in Giappone per un consistente periodo (dal 2013 al 2019) allo scopo di indagare un aspetto poco noto e difficilmente accessibile ai più (la Yakuza al femminile), un qualcosa di cui gli occidentali non sanno nulla, realizzando una fotografia documentaria (reportage), accompagnata da una personalissima estetica intimistica. A differenza di Beato in certi casi ha avuto necessità di scattare velocemente per non perdere momenti decisivi (ha ricorso a volte anche ad una pocket camera, come afferma in una recente intervista su Artribune a cura di Manuela De Leonardis), ma ha pur realizzato fotografie in bianco e nero (dal ritratto al reportage), usando diversi tipi di fotocamera e di obiettivi ed eseguendo sulle stampe in BN interventi successivi, utilizzando la pittura e i glitter. Attratta da soggetti delicati e difficili, spesso apparentemente marginali, Chloé Jafé oltrepassa decisamente i limiti della fotografia in senso stretto lavorando direttamente su stampe, in acrilico e pennello. Ciascuna delle sue serie ha dato origine a un libro in edizione limitata, rilegato e realizzato a mano dall’artista.
E’ verosimile che ambedue questi artisti conoscessero l’antica tecnica ukiyo-e (una serie di blocchi di legno veniva inchiostrata in diversi colori, che successivamente venivano impressi su carta a più riprese) di cui sembra cogliersi a tratti qualche richiamo formale, ma è evidente quanto lo stimolo che li ha portati a realizzare le loro opere fosse profondamente diverso sia dall’antica originaria finalità dell’ukiyo-e (fornire stampe a buon mercato a chi non poteva permettersi dipinti) sia dal loro personale obiettivo. Se nel caso di Beato lo scopo era quello di fornire un’immagine stereotipata di un Paese nel XIX secolo sconosciuto ai più, nel caso di Chloè Jafè è evidente che l’impegno principale è quello di far emergere un aspetto nascosto (le donne della Yakuza in teoria non esistono se non come “addette” agli uomini dell’organizzazione) di una società, come quella giapponese, che oggi nel XXI secolo globalizzato, abbiamo l’illusione di conoscere sufficientemente, ma che in realtà ancora riserva situazioni oscure.
Epoche ed intenti quindi totalmente diversi, tecniche assolutamente differenti, ma alla fine non ci si può non rendere conto che in entrambi i casi fotografia e pittura hanno contribuito a rappresentare, integrandosi, il pensiero dell’artista.
Incontro, durante i miei corsi, molte persone che, sebbene vogliano imparare a scattare per strada, sono bloccate da una serie di timori che, in qualche caso, possono essere anche leciti, in altri sono completamente inutili. Prima su tutte, la paura di essere malmenati o insultati. Può capitare di incontrare chi non gradisce essere fotografato. Avete due opportunità: ❙ procedere velocemente facendo finta di nulla, possibilmente con un sorriso ebete sul viso, che sdrammatizzi, comunque… ❙ avvicinare la persona con estrema gentilezza spiegando il motivo della fotografia. Se l’incomprensione prosegue, cancellate la foto, l’incolumità vostra e della macchina fotografica viene prima di tutto! Se avete paura che qualcuno poco propenso a essere fotografato possa danneggiare l’attrezzatura, cercate di stare calmi e pensate prima a voi che alla macchina fotografica. Il secondo motivo che crea tensione è la paura di rimanere senza batterie o che l’attrezzatura non funzioni correttamente per qualche motivo. ❙ Per quanto riguarda le batterie, ricordatevi di averne almeno una di scorta, anch’essa carica (grande consiglio! Eh, ma se vi scordate di caricare o di portare con voi la batteria di scorta, cosa posso dirvi di diverso, se non: «Ma brutto/a beep, ma si può essere così beep da dimenticare di sistemare le cose per poter uscire a scattare?»). ❙ Per esperienza personale, posso dire che la macchina fotografica mi ha tradita in un’unica occasione ed è stato per il troppo caldo (ero in India, c’erano circa 47/48 gradi). Sono andata in un locale pubblico, raffreddato dall’aria condizionata e la macchina è ripartita in pochi minuti. Per il resto, non ho mai avuto complicazioni di questo tipo legate all’attrezzatura e raramente ho sentito di altri che ne abbiano avute. La paura di danneggiare la propria attrezzatura, in particolare le lenti frontali, anche per involontaria caduta, si supera tenendo la macchina ben salda e vicina al corpo il più possibile.
Vi mostro come tengo la macchina io, spero possa essere un consiglio utile anche per voi, anche se, sicuramente, non è l’unico modo e non è l’unico modo giusto: è semplicemente il metodo che ho trovato più veloce nella realizzazione dello scatto e più sicuro per me e la fotocamera.
Come vedete, avvolgo la tracolla della macchina fotografica intorno al polso (calcolando prima la lunghezza giusta per me). Quando arrivate all’ultimo giro di polso, dovrebbe avanzare un tratto di tracolla che andrete a bloccare, portandola dietro la macchina fotografica. Se la lunghezza è giusta, questa parte tratterrà la macchina al polso e la macchina sembrerà anche più leggera. Io tengo la macchina sempre dietro la chiappa destra, in modo da essere meno visibile possibile. Non tengo mai, per abitudine e per scelta, la fotocamera sul petto.
Tutte queste paure si possono superare con un po’ di attenzione e malizia. Se siete rilassati e a vostro agio per strada, nel tempo, le tensioni si dissolveranno.
Vi svelo un segreto. Non si scatta in bianco e nero perché ci piace di più o perché le fotografie hanno un non so che di poetico e lontano nel tempo. Almeno, la scelta non dovrebbe essere legata a questo se si tratta di un racconto, di un progetto che si è deciso di intraprendere. Il bianco e nero e il colore hanno finalità differenti. Il bianco e nero resta una scelta di molti fotografi, anche dopo l’entrata nel mondo della fotografia del colore. La fotografia a colori, quando è nata, ha fatto presupporre a molti che fosse una ripresa più veritiera della realtà. I colori delle immagini dovrebbero corrispondere ai colori dei soggetti fotografati. I dati del mondo vengono quindi rispettati. Siamo sicuri sia così?
La fotografia rimane, a colori o in bianco e nero, un’illusione. Diciamo che il bianco e nero ha minor presunzione di assomigliare alla realtà, ecco. Entrambe le scelte restano astrazioni della realtà. Per molti anni, il bianco e nero è stato considerato lo strumento documentale più valido. Scattando in bianco e nero, effettivamente l’occhio dello spettatore non è distratto dagli impulsi ai quali i pesi tonali delle differenti “parti cromatiche” lo sottoporrebbero. Per il piacere di produrre immagini siete liberi di non considerare le informazioni che seguono. Siete liberi di scattare a colori, tornare a casa e dire a voi stessi: “Oh, che bella, questa la porto in bianco e nero perché sta meglio!”. In generale, però, un fotografo con le idee chiare sa, prima di uscire di casa, se scatterà in bianco e nero oppure a colori, perché l’approccio al lavoro cambia totalmente. Se osserviamo la fotografia che segue, non possiamo sperare di ottenere lo stesso effetto se la scattiamo in bianco e nero.
Be the bee body be boom, est west – Sara MunariBe the bee body be boom, est west – Sara Munari
Non fraintendetemi, la lettura dell’azione che si svolge all’interno della fotografia non cambia. Togliendo il colore dall’immagine, togliamo parecchie informazioni sul soggetto e questo provoca una lettura parziale della fotografia. Per questo si sceglie di scattare a colori. Questa foto creerebbe la stessa tensione in bianco e nero? Sicuramente no. Quello che sostengo è che in una fotografia a colori, il colore deve diventare parte dell’informazione che la fotografia vuole trasmettere. Questo succede a prescindere dal fatto che vi sia un messaggio effettivo a livello connotativo. Vale anche se la fotografia si basa su presupposti esclusivamente estetici. Trovo la fotografia a colori decisamente più complicata della fotografia in bianco e nero. Gli aspetti di cui ci si deve occupare, negli scatti a colori, sono sicuramente maggiori rispetto al bianco e nero. Una fotografia a colori, scattata senza rispettare l’equilibrio tra i pesi tonali, potrebbe distrarre l’attenzione con elementi dell’immagine non funzionali, o addirittura inutili per il messaggio che si vuole far passare. Scattare a colori è più complicato e ci mette nelle condizioni di dover prestare attenzione a molteplici fattori che con uno scatto in bianco e nero passerebbero in secondo piano. Potete disapprovare affermando che: “Ci sono fotografie che stanno meglio a colori, altre in bianco e nero”. E io rispondo così. Questo vale solo se ipotizzate che il vostro progetto non abbia finalità particolari, ma come ho ripetuto tante volte, tutte le scelte che potete fare da fotografo sono dettate dalle vostre necessità comunicative. Che finalità ha il vostro portfolio? Torniamo al portfolio, sì, perché non riesco a immaginare una fotografia sola, buttata lì, mi riferisco sempre a progetti ben strutturati che abbiano un target, una motivazione precisa, una finalità necessaria. Sono mille le motivazioni per cui un fotografo sceglie la fotografia a colori, piuttosto che il bianco e nero e viceversa. L’importante è che non facciate questa scelta senza un criterio preciso. Nella fotografia in bianco e nero potrete costruire immagini che si basano sulle tonalità di grigio presenti, oltre al bianco e al nero. Il bianco e nero ci dà l’opportunità di far percepire bene i contrasti, oppure di estendere al massimo la scala tonale dei grigi e rafforza il peso dell’azione dei soggetti, che non vengono messi in secondo piano, da nessuna informazione legata al colore. Sono due scelte molto diverse che avranno ricadute su molti aspetti della vostra fotografia. Sono tutti fattori di cui tenere conto a livello comunicativo e su cui ragionare in termini di necessità e consapevolezza da parte del fotografo.
Ciao
Sara
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Ho organizzato questa settimana di studio e esercizi sullo sviluppo personale del linguaggio fotografico a Creta, Venite con me? Ciao Sara
Il programma del workshop è articolato in sezioni pratiche e teoriche. La mattina sarà dedicata allo studio, la docente proporrà argomenti relativi al linguaggio fotografico, alla produzione di storie, ad autori contemporanei e alla narrativa fotografica, che serviranno poi allo svolgimento degli esercizi giornalieri, successivamente discussi con il gruppo. Verranno assegnati testi sulla fotografia da leggere e materiale esplicativo, relativo agli esercizi. Gli esercizi riguarderanno più generi fotografici, il workshop non è incentrato su un singolo approccio. Il workshop è studiato per chi desidera migliorare la propria espressività, cercando il linguaggio più efficace per ogni storia che si desideri raccontare. Le lezioni sono adatte a chi si avvicina alla fotografia oppure a chi incontra difficoltà nell’esprimersi e trovare il giusto percorso per costruire storie o progettare lavori fotografici. Il corso parte da zero, non è necessaria nessuna preparazione. Per fare gli esercizi basta un qualsiasi mezzo possa produrre fotografie.
Il partecipante sarà libero di raccontare una propria storia relativa al luogo, oltre o grazie ai ragionamenti sulla fotografia che verranno effettuati in gruppo.
FINALITA’
Gli esercizi proposti, oltre a far ragionare sulle proprie possibilità espressive, stimoleranno la creatività e la capacità narrativa. Lo scopo del workshop è dare le basi per poter poi sviluppare progetti personali in autonomia.
PROGRAMMA
Il ritrovo presso l’albergo o la struttura che ci ospiterà durante il workshop, deve avvenire nella giornata di Martedì 26 Luglio 2022. Tutti i dettagli verranno forniti all’atto dell’iscrizione.
Ore di studio giornaliere 2/4 a seconda delle giornate e degli esercizi previsti Ore di pratica giornaliera 2/4 a seconda della persona che partecipa
CHI PUO’ PARTECIPARE
Il corso parte da zero, non è necessaria nessuna preparazione. Per fare gli esercizi basta un qualsiasi mezzo possa produrre fotografie.
ATTREZZATURA
Macchina fotografica pulita e sempre carica, portatile, chiavetta usb. Un quaderno per appunti, matita e penna. Se c’è brutto tempo, vestiario impermeabile
A CHI E’ ADATTO IL CORSO
A tutte le persone che abbiano voglia di mettersi in gioco, dal punto di vista pratico, con spirito di adattamento al gruppo e ai luoghi. A chi vorrebbe capire come si pensa un lavoro, come si affronta un determinato linguaggio e una determinata narrativa. A chi ha capacità di lavorare con la fotografia per 6/8 ore al giorno, tra lezioni teoriche e pratiche.
CHI TIENE IL CORSO
Il corso è tenuto da Sara Munari, fotografa vincitrice di molti premi a livello internazionale, da 20 anni docente di fotografia in molte scuole a livello italiano (Storia della fotografia, Linguaggio fotografico, Comunicazione visiva e Storytelling fotografico). Scrittrice di quattro libri teorici sulla fotografia e altri cinque libri prodotti (non autoprodotti :)) di immagini proprie. Scopri chi è Sara
DOVE SI ALLOGGIA
L’alloggio a Creta è a 15 minuti dall’aereoporto di Creta Heraklion. L’albergo è un tre stelle superior e la colazione è inclusa. L’albergo è in una piccola cittadina a 300 metri dalla spiaggia.
Come arrivare alle gallerie, premi e festival. Con Alessia Locatelli, direttrice della biennale di fotografia femminile di Mantova, curatrice indipendente.Provare a farsi conoscere come fotografo oggi non è semplice. Riuscire a capire come muoversi in questa realtà con le sue regole, i suoi referenti e le sue dinamiche diventa più facile se qualcuno con esperienza ci prende per mano e ci guida. Alessia Locatelli, curatrice e critica fotografica indipendente, direttrice artistica della Biennale di fotografia femminile di Mantova, attraverso esempi pratici ed immagini vi aiuterà in modo semplice e concreto a capire come iniziare a presentarsi e presentare il proprio lavoro ai foto festival – con tutte le informazioni inerenti e un Case Study su Arles – cosa sono e come partecipare alle Open call, ai premi e conoscere i festival Off. Illustrerà inoltre le modalità di contatto e presentazione del lavoro alle differenti tipologie di galleria per capire senza perdere tempo come dare al proprio progetto la direzione corretta. E’ un corso utile perché oltre lo scatto, è necessario anche sapersi presentare e muovere bene per farsi conoscere. Mu.Sa cerca sempre di potervi aiutare nella realizzazione della vostra passione o di una futura professione e in questo senso l’incontro con un curatore è fondamentale.
INFORMAZIONIData corso: 14 Maggio 2022Orario: dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 18.00Vai al sito
LINGUAGGIO FOTOGRAFICOONLINE con Sara MunariPer poter capire il valore di una fotografia, sia essa prodotta da noi o di autori già affermati, è necessario comprenderne il valore e le qualità. Come per la scrittura, nelle immagini fotografiche si asseconda una grammatica, che spesso non si conosce, che possiamo seguire o stravolgere. Abbiamo l’opportunità di produrre un gran numero di immagini, sembra che ogni istante della nostra vita debba essere fotografato.Proprio perché il potere delle immagini è sempre più rafforzato e presente, dobbiamo essere in grado di conoscerne i principi, le caratteristiche e gli elementi principali, per usarle e leggerle con più consapevolezza. Il corso si pone come obiettivo quello di mettervi nelle condizioni di sapere quali siano gli elementi utili per una corretta analisi di un’immagine.Ricordate un blocco per gli appunti e la macchina fotografica carica.
INFORMAZIONIData corso: 24 – 26 – 30 Maggio e 1 Giugno 2022Orari: 19.15 – 20.45