“Open See” di Jim Goldberg

Buongiorno, questo libro mi ha sempre colpita per contemporaneità del linguaggio e struttura! Ve lo propongo! Buona giornata

Sara

Questo libro è composto da quattro parti differenti con copertina morbida, rilegati in modo indipendente e assemblati successivamente con una fascetta di cartone. Tre sono saggi fotografici che riguardano persone provenienti da diverse regioni del mondo che cercano un posto migliore dove vivere in Europa occidentale. La loro speranza è di vivere in una terra sicura, dal punto di vista economico, religioso e politico. Le fotografie sono spesso accompagnate da testi, segni, disegni, simboli e dipinti creati dagli stessi soggetti di Goldberg.

©Jim Goldberg – Left, Julian Silva, a 17-year-old West Haven, Conn., Boy Scout. Right, a photo of an affluent San Francisco couple from “Rich and Poor.”Credit…Left to right: Jim Goldberg; Jim Goldberg/Steidl

Il primo libro si apre con una strada sfocata con basso contrasto, che dà la sensazione di essere in viaggio verso una destinazione sconosciuta e misteriosa. Questa è la storia di coloro che risiedono nell’Europa dell’Est, in Russia e nelle nazioni dell’ex blocco sovietico e sognano di sfruttare le possibilità che si aprono potenzialmente in Occidente. Allo stesso modo, il secondo libro parla di coloro che risiedono in India, Bangladesh ed Estremo Oriente con sogni e speranze simili. Il terzo libro documenta coloro che in Africa risiedono nei campi profughi e vivono in condizioni pessime rispetto agli standard occidentali, sognando e pensando all’Europa come luogo di rinnovamento e speranza. Le persone sono documentate in movimento, nel tentativo di realizzare i loro sogni. Nel quarto libro il loro sogno di vivere in Europa sembra realizzato e ora affrontano la realtà che non è sempre quella che si aspettavano.

Il libro sembra essere una narrazione incerta e confusa, priva di didascalie e di impaginazione. Le fotografie non sono sempre nitidamente a fuoco e creano un senso di disagio poiché potrebbero essere di un principiante.

©Jim Goldberg “Eropa.” A former fisherman whose livelihood has been destroyed by over fishing by European countries has no choice but to think about emigrating to Europe where the there is hope of work and money (…)

Le fotografie interne sembrano essere attaccate alle pagine come se si trattasse di un album di immagini, una registrazione grezza di pensieri, emozioni e ricordi. Le fotografie non sono presentate con un linguaggio coerente. Ve ne sono alcune con una messa a fuoco nitida, una messa a fuoco morbida, profondità di campo ridotta, molta profondità di campo, un’inquadratura stretta, un’inquadratura larga, un contrasto basso, un contrasto alto, polaroid, foto decorate, foto dritte, sparse per le pagine, in bianco e nero o a colori.

Sfruttando questa modalità, viene creata una meravigliosa analogia con i difetti dell’umanità. Si commettono errori e si prendono decisioni difficili che causano errori, tristezza, infelicità, angoscia, problemi e tristezza. La vita non è mai perfetta, quindi Goldberg propone fotografie della vita che non possono essere perfette.

I suoi soggetti sono clandestini, senza documenti, poveri, costretti a scegliere o forse spinti a una vita illegale per sopravvivere.

Per approfondire

https://www.magnumphotos.com/newsroom/conflict/jim-goldberg-open-see/

https://jimgoldberg.com/projects/open-see

Per l’acquisto del libro

L’articolo ha solo scopo didattico e non commerciale, le immagini sono di proprietà dell’autore, vietata la vendita o la riproduzione.

Come scegliere il linguaggio dei nostri progetti fotografici

Dopo aver contestualizzato il nostro racconto fotografico, dovremo definire come declinarne lo svolgimento, quindi scegliere il modo con cui lo esporremo. Abbiamo a vostra disposizione modalità narrative infinite, anche se ne esistono di basilari.

La nostra storia potrebbe avere un andamento lineare, quindi prevedere un inizio, uno svolgimento e un finale, che sia lieto o meno; oppure potrebbe essere altalenante: in questo caso si alternano momenti differenti con picchi di percezione direzionati a sentimenti o elementi contrastanti. Queste modalità si associano a differenti emozioni che il nostro pubblico proverà. Per entrare in connessione con esso in maniera più avvincente, abbiamo a disposizione buone alternative.

Se usiamo con coerenza il linguaggio più funzionale ai nostri obiettivi, il nostro messaggio risulterà più persuasivo. Nel momento in cui scegliamo il tono narrativo dobbiamo quindi, prima di tutto, decidere l’accento emozionale del racconto. Una storia costruita bene ha la possibilità di tranquillizzare, di infiammare il cuore, di scuotere, di portare allegria oppure di impaurire. Se è sufficientemente forte, nella scelta del soggetto e dal punto di vista narrativo, potrebbe anche rimanere impressa nello spettatore per sempre.

Per trasmettere il tono adeguato del nostro racconto fotografico, analizziamo le emozioni primarie che vogliamo provare a innescare negli spettatori, tratteggiamo i nostri personaggi e manteniamo la modulazione designata fino a che la storia non sarà terminata.

Avere chiara l’atmosfera che si desidera restituire rende molto più coerente la realizzazione, evitando di farci commettere errori che precludano la percezione corretta del messaggio.

I linguaggi delle immagini sono visivamente differenti e ognuno genera sensazioni diverse. Possiamo, per esempio, voler dare l’impressione di qualcosa senza descriverla precisamente, con l’intento di creare senso di instabilità, di dinamicità o confusione. In questo caso utilizzare immagini mosse, realizzate con un fuoco selettivo o con l’utilizzo di filtri, potrebbe essere di grande aiuto (come nella prossima figura).

Abbraccio tra due ragazzi che ballano in una piccola balera a Sofia, Bulgaria

Abbraccio tra due ragazzi che ballano in una piccola balera a Sofia, Bulgaria. Il mosso dell’immagine, più visibile nel contesto che sui personaggi principali, rende l’immagine poetica, intangibile e ricca di atmosfera. Non stiamo descrivendo il locale e non vogliamo dare indicazione su chi siano i ragazzi, semplicemente stiamo dando l’impressione di un legame forte. Immagini di questo tipo si offrono a moltissime interpretazioni differenti da parte dei fruitori.

Se la nostra necessità, invece, è che tutto venga percepito bene, cercheremo un approccio più realistico. In questo caso, l’elemento più importante è la scena, non gli espedienti usati o l’effetto prodotto. L’obiettivo è fornire a chi guarda dettagli che permettano di capire i luoghi, i contesti e i soggetti affinché la comunicazione sia più immediata e semplice (come nella figura seguente).

Un uomo ben vestito esegue esercizi di stiramento sulla banchina del fiume Hudson, a New York

Un uomo ben vestito esegue esercizi di stiramento sulla banchina del fiume Hudson, a New York, Stati Uniti. In questo caso l’uomo è ben visibile, così come il contesto e altri elementi molto descrittivi che non danno molto spazio a interpretazioni personali.

Si utilizza questo linguaggio nel reportage in ogni sua declinazione e in tutti i casi in cui il fotografo lo ritenga funzionale al progetto.

Un’altra opportunità potrebbe essere legata a una scelta formalista da parte del fotografo che, in questo caso, organizza la realtà all’interno dell’immagine basandosi su elementi strutturali molto forti (si veda la figura sottostante). In alcuni casi è la conformazione stessa del soggetto a motivare lo scatto, in altri è la qualità formale della posizione o della struttura degli elementi presenti a creare interesse.

Questa immagine è stata ripresa nello zoo di Rovaniemi, in Finlandia, al circolo polare artico

Questa immagine è stata ripresa nello zoo di Rovaniemi, al circolo polare artico, Finlandia. La forma del muro, la ripetitività delle figure e lo scontro concettuale tra il muro dipinto con un aspetto naturale e la natura stessa, sono il motivo per cui ho scattato. Non abbiamo, in questo caso, soggetti umani: è solo il complesso di elementi che ha reso ai miei occhi lo scatto (in qualche modo) interessante.

Si utilizza questo linguaggio quando si vuole porre l’attenzione su equilibri, simmetrie, piani, colore, luce e ritmo.

Come già detto, non è raro che linguaggi diversi siano presenti nello stesso progetto. Non esistono regole da seguire, ma ogni sperimentazione dipende da scelte personali. L’unico compito che abbiamo è incuriosire al punto tale da portare chi osserva le nostre immagini a fermarsi, riflettere, interrogarsi e conoscerci.

Questo articolo richiama contenuti da Raccontare per immagini.

Questo è un piccolo estratto del mio libro “Raccontare con le immagini“, spero possa interessarvi il tema!

Alla prossima, ciao a tutti! Sara

Chernobyl, di Pierpaolo Mittica

Il mio viaggio personale a Chernobyl è iniziato nel 2002 e ho capito subito che lassù c’era molto da raccontare: storie incredibili, storie nascoste, vite spezzate, ingiustizie, ma anche resilienza e amore per quella terra persa per sempre. Da allora, non ho mai smesso di andare in quelle terre. Sono stato affascinato e rapito da Chernobyl e mi sono immediatamente innamorato del luogo e della sua gente. Chernobyl è diventata parte di me e della mia vita e da vent’anni racconto le sue storie, perché quando si entra in certi luoghi si entra nella storia e si documentano eventi che hanno cambiato profondamente la vita di milioni di persone, il corso dell’umanità e la storia stessa.

Il 26 aprile 1986, all’1:24, si verificò la peggiore catastrofe tecnologica dell’era moderna, con conseguenze sulla vita di milioni di persone. Quella notte esplose il reattore numero quattro della centrale nucleare di Chernobyl. L’esplosione liberò nell’aria tonnellate di polvere radioattiva che, trasportata dai venti, contaminò entrambi gli emisferi del pianeta, depositandosi ovunque piovesse. Quasi tutta l’Europa fu contaminata: sessantacinque milioni di persone furono colpite. Oggi, nove milioni di persone in Bielorussia, Ucraina e Russia occidentale continuano a vivere in aree con livelli di radioattività molto elevati e consumano cibo e acqua contaminati. L’80% della popolazione di Bielorussia, Russia occidentale e Ucraina settentrionale soffre di numerose malattie legate alle radiazioni. Dopo l’incidente di Chernobyl, è stata creata una zona di esclusione intorno alla centrale nucleare con un raggio di trenta chilometri. Tutti gli abitanti dell’area furono evacuati. Ma l’area che doveva essere una zona di esclusione non lo è mai stata. Nella zona c’è molta vita e oggi più di 4.000 persone fanno parte della comunità della zona di esclusione di Chernobyl. Ecco perché negli ultimi sei anni mi sono concentrato sul racconto delle storie che esistono sia all’interno che all’esterno della Zona di esclusione.

Questo libro raccoglie gli ultimi sei anni di lavoro che ho svolto a Chernobyl, dal 2014 al 2019, dove ho documentato la vita all’interno e all’esterno della Zona di esclusione, in particolare le storie che non erano state raccontate prima, come gli Stalkers di Chernobyl, il pellegrinaggio degli ebrei Hassidi, o il riciclo dei metalli radioattivi. Ho anche raccontato le conseguenze del disastro di Chernobyl sulle persone e sull’ambiente, perché questo non può e non deve essere dimenticato. La maggior parte dei bambini malati di radiazioni che ho fotografato non sono più in vita oggi, così come molti anziani che ho fotografato e che vivevano nei villaggi della Zona di esclusione. Solo le loro fotografie rimangono a ricordare il loro mondo. Le radiazioni non cancellano solo le persone, ma anche la memoria di un luogo e la sua storia. Vorrei che questo libro fosse la memoria di quel luogo e di quelle persone per i posteri.

Vorrei realizzare questo libro perché Chernobyl è un mondo unico e pieno di contrasti, dove storie di vita e di morte si intrecciano e dove la natura è sempre la prima a pagare il prezzo dell’impatto dell’uomo sul pianeta Terra. La “zona morta” di Chernobyl oggi è piena di vita, vita colpita e mutata dal più grande e catastrofico incidente tecnologico che l’umanità abbia mai subito, un’umanità che non ha voce e che ne ha subito tutte le conseguenze.

Il lavoro su Chernobyl è stato pubblicato dalle principali riviste internazionali, tra cui:

National Geographic

Life goes on at Chernobyl 35 years after the world’s worst nuclear accident

https://www.nationalgeographic.com/newsletters/article/life-at-chernobyl-35-years-later-20210426

See Photos Taken on Illegal Visits to Chernobyl’s Dead Zone

https://www.nationalgeographic.com/travel/article/exclusion-zone-chernobyl-ukraine

Descendants of Chernobyl’s Jewish dynasty return to the exclusion zone 

https://www.nationalgeographic.com/travel/article/hasidic-jewish-ancestry-chernobyl

SPIEGEL

Die Stalker von Tschernobyl
https://www.spiegel.de/panorama/gesellschaft/tschernobyl-sperrgebiet-wie-die-letzten-menschen-auf-der-erde-a-1186440.html

süddeutsche zeitung

Leben im Sperrgebiet 
https://sz-magazin.sueddeutsche.de/neue-fotografie/leben-im-sperrgebiet-83170

Con il vostro aiuto vorrei pubblicare questo libro, che vuole essere una testimonianza del più grande disastro tecnologico dell’era moderna, un ricordo di una delle più grandi ingiustizie mai accadute contro le persone, ma anche una raccolta di storie di umanità e di amore eterno. E avrò l’opportunità di rendere omaggio a tutte le persone che ho incontrato nel corso degli anni, molte delle quali non sono più tra noi. Grazie per il vostro aiuto.

Sono un fotoreporter che ama la vita e il nostro mondo e odia le ingiustizie. Per questo motivo, da oltre venticinque anni, racconto storie legate all’ambiente e alle questioni sociali. Cerco di dare voce a chi non ha voce. Da vent’anni mi occupo di ambiente e di disastri ambientali causati dall’uomo, perché credo che l’emergenza ambientale sia il problema più grande che l’umanità si trovi ad affrontare. Oltre a Chernobyl, ho documentato i disastri nucleari di Fukushima e Mayak, l’eredità lasciata dal poligono nucleare sovietico di Semipalatinsk in Kazakistan, l’inquinamento industriale in Russia e molte altre storie. Sono stato pubblicato da importanti testate internazionali come l’Espresso, Internazionale, Corriere della Sera, Repubblica, Days Japan International, Asahi Shinbum, The Telegraph, The Guardian, Sueddeutsche Zeitung, Spiegel, Die Zeit, Wired USA, Asian Geo, Newsweek, National Geographic USA, e ho ricevuto più di novanta premi internazionali.

Sono anche regista e videomaker e coautore con Alessandro Tesei di venticinque documentari brevi e tre lunghi, tra cui “The Zone, Road to Chernobyl”, trasmessi da Amazon Video, Al Jazeera, Discovery Channel USA, RSI Swiss TV, TVN 24 (Polonia), Societé Radio Canada (Canada), Slovakia 1 E 2 (Slovacchia), InsideOver, Internazionale.

ho pubblicato sette libri:

Balcani, dalla Bosnia al Kosovo (Interattiva, Italia 2000),

Chernobyl la herencia oculta (Ellago ediciones, Spagna 2006),

Chernobyl the hidden legacy (Trolley LTD, Regno Unito 2007),

Cip is not Afraid (CRO – CRAF, Italia 2010),

Chernobyl 20 anni dopo (Kashiwa Shobo, Giappone 2011),

Ashes/Ceneri Storie di un fotoreporter (Comune di Pordenone, Italia 2014),

Tokai, A life in Chains (Torri del Vento Edizioni, Italia 2022).

Link per acquisto:

https://www.kickstarter.com/projects/gblimitededitions/chernobyl-by-pierpaolo-mittica?ref=ajge4t&token=bdd66066

GOST BOOK

Fondata nel 2012, GOST Books è una casa editrice indipendente di arti visive e fotografia con sede a Londra, e uno degli editori di fotografia più innovativi e importanti al mondo oggi. Ha pubblicato molti libri premiati.

Ha una produzione non categorizzabile di soggetti e design diversi: dalla cronaca di sette uomini che sostengono di essere il Messia, a uno studio sulle soap opera turche, alle opere d’arte ispirate alla più grande area di riproduzione di fenicotteri dell’emisfero meridionale, alle fotografie d’archivio del dipartimento di polizia di Città del Messico, fino ai ritratti dei vincitori di concorsi statali in Bielorussia.

L’obiettivo di GOST non è solo quello di fornire una piattaforma per il lavoro di artisti emergenti, ma anche di contribuire a stampare il lascito dei maestri del settore. Ha pubblicato autori emergenti e grandi fotografi che hanno fatto la storia tra gli altri Don McCullin, Bruce Gilden, Elliot Erwitt, Moises Saman, Ian Berry, Marc Power, Larry Towell, Martin Parr.

Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di Pierpaolo Mittica

Quali situazioni o avvenimenti scegliere per raccontare le nostre storie

Situazione o avvenimento

La situazione o l’avvenimento, talvolta, sono il motivo per cui si inizia a lavorare. Per esempio, c’è una processione religiosa in Sicilia e allora decidiamo di andare a raccontarla. In altri casi, invece, la motivazione è data dalle azioni che il personaggio o i personaggi svolgono durante la storia.

In qualche caso il nostro portfolio non avrà una struttura narrativa, ma sarà piuttosto costruito come un elenco di immagini di genere simile, per esempio un insieme di ritratti, oppure fotografie d’architettura. In questi casi i nostri soggetti non svolgono nessuna azione e l’evento non sarà al centro delle nostre necessità di costruzione del lavoro.

Un’altra tipologia di progetto a elenco è quella del ritratto ambientato: in questo caso, il luogo e l’ambientazione svolgono un ruolo fondamentale nella percezione del fruitore finale. In questa occasione dovremo porre attenzione alla location, che tenderà a rappresentare la vita e a mostrare dettagli che rivelino particolarità del soggetto, mettendolo al centro dell’esposizione.

Nell’immagine seguente possiamo vedere un momento dei festeggiamenti di Capodanno a Napoli. L’aria era pervasa da colore giallo dovuto alla quantità immensa di fuochi di artificio sparati per l’occasione. Questo è stato, appunto, il pretesto per raccontare una piccola storia. L’avvenimento è il contesto entro il quale mi muovo con particolari di natura differente, che andranno a spiegare i personaggi e l’atmosfera nella quale essi hanno vissuto l’evento.

Napoli, ultimo dell'anno

Napoli, ultimo dell’anno.

Raccontare per immagini, di Sara Munari

Una guida ricca di spunti e consigli, adatta a tutti coloro che vogliono imparare i segreti dello storytelling fotografico.

FOTOGRAFIA E TESTI DI ACCOMPAGNAMENTO

Il tema dell’utilizzo di titoli e didascalie da parte dell’autore di una fotografia è assai discusso soprattutto tra fotoamatori, che spesso usano come dogma la frase “se la devi spiegare, non è venuta bene!”, attribuendola sistematicamente ad Ansel Adams. Nonostante l’impegno, non sono mai riuscita a capire da dove sia stata estrapolata questa frase e che senso avesse in realtà per Adams, il quale probabilmente, essendo di animo spiritoso e ironico, faceva riferimento a qualcosa di specifico, che fuori contesto (come spesso accade) può assumere un significato differente. Sono quasi certa che sia così.
Non esistono molti studi attinenti alla relazione tra il testo e la fotografia. Fondamentale, oltre agli studi specifici di Keim, il saggio di Nancy Newhall, The Caption: The mutual relation of words/photographs, pubblicato sul primo numero della rivista Aperture.

Newhall suddivide le didascalie in denotative e connotative. La prima categoria è caratterizzata da testi che raccontano l’immagine senza offrire un’interpretazione particolare (come avviene nel
reportage o nel fotogiornalismo). La seconda categoria, invece, direziona la lettura aggiungendovi il significato che l’autore intende attribuire alle immagini (creare allusioni, metafore, effetti surreali
o ironici). Spesso, questo tipo di didascalia va oltre i dati effettivi e aggiunge un nuovo livello di lettura.
La parola didascalia si riferisce a ogni genere di testo che accompagna un’illustrazione, volto a chiarire o far interpretare correttamente l’immagine stessa. Dare informazioni è quindi lo scopo principale
della scelta di aggiungere una didascalia o un testo. Tramite questo elemento, quindi, il fruitore dovrebbe essere guidato nella lettura della fotografia e nella sua comprensione.

Fotografia di Valeria Gradizzi

Nel suo saggio del 1963 La fotografia e la sua didascalia, Jean Keim appoggia e approfondisce il concetto introdotto da R. Barthes secondo il quale la fotografia è un messaggio senza codice e, di conseguenza, senza l’ausilio della parola (che pertanto è indispensabile) ciò che essa comunica può essere frainteso. In base a quest’idea, il testo può aiutare a contestualizzare l’immagine nel tempo e nello spazio, nel genere fotografico e relativamente allo scopo per cui è stata creata.

Questa è una parte del capitolo FOTOGRAFIA E TESTI DI ACCOMPAGNAMENTO del mio libro

TROPPA FOTOGRAFIA, POCA FOTOGRAFIA -RIFLESSIONI SUI LINGUAGGI CONTEMPORANEI

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L’estetica di Instagram e la sua evoluzione

Quando si parla di “instagrammabilità”, si parla di un’estetica precisa che ormai ricopre uno spazio importante per chi si occupa di immagine e di cultura visuale. La modalità con cui sono proposte le
fotografie su questo social si ripetono all’infinito e rispondono a un copione ormai sfruttatissimo.
Le fotografie di viaggio, i ritratti, gli autoritratti, gli oggetti, si somigliano tutti, tanto da trasformarsi in cataloghi inquietanti delle “cose del mondo”.


Si definisce Instagram Face un ritratto, generalmente di donna, che risponda a criteri precisi come labbra piene, sopracciglia spesse ma perfette, zigomi alti, occhi grandi, naso piccolo, seno abbondante,
vita stretta, fianchi e sedere pieni, eccetera. Un ideale falso che condiziona soprattutto i giovani, ancor più delle vecchie pubblicità di modelle sui giornali (proprio perché moltiplicato esponenzialmente).
I paesaggi sono tutti simili, che si tratti di viaggi in Alaska o in Perù, i colori sono saturi, le composizioni perfette, i cieli artefatti e la lettura dei particolari molto evidenziata, nonostante si sappia bene che
esponendo per le luci, o per le ombre, questo non possa avvenire se non con un sandwich di fotografie differenti dello stesso soggetto, dalla stessa posizione.
La descrizione che ho appena fornito potrebbe essere applicata a centinaia di immagini, che rispondono tutte a questi canoni. Sono nati addirittura profili che, per far notare la differenza, mostrano le fotografie prima e dopo l’utilizzo di filtri appositi e applicazioni che, con un click, perfezionano l’immagine.
Il fenomeno è talmente diffuso che, purtroppo, anche chi ha velleità autoriali segue percorsi simili. Nascono in continuazione profili appartenenti a generi fotografici differenti (street photography, ritratto, reportage, autoritratto) in cui, sebbene i soggetti siano diversi, le modalità estetiche, non esclusivamente a seguito di ritocco fotografico, sono tutte uguali, come se l’impatto dell’immagine potesse sostituirne il contenuto. Tutto prodotto e riprodotto in serie e inserito in pagine che, anch’esse, devono sottostare all’insieme, a una logica estetica che faccia guadagnare like, non solo al singolo scatto ma alla costruzione visiva della pagina stessa.
Mi sono a lungo chiesta quando sarebbe terminata questa proposta rosa e azzurrina, fatta di cappuccini schiumosi, wonder women e bambini perfetti.


Ultimamente sembra però che lo stile instagrammabile stia perdendo di forza. Strano a dirsi, ma le prime persone che hanno cambiato rotta sono gli influencer e non i fotografi. Da loro è nata questa modalità visiva – che ha poi influenzato tutta la fotografia, anche quella finita nei musei e nelle gallerie – e proprio da loro è stata messa in discussione.
Le immagini sembrano essere più sobrie, spontanee, meno artefatte.
I colori preponderanti sono più sbiaditi e realistici, le foto più sgranate e meno curate nel ritocco.
La “consapevolezza del sé”, soprattutto se nata e cresciuta attraverso le immagini, finalmente si scontra con una perfezione impossibile da raggiungere e quindi inutile da cercare a ogni costo; l’ossessione del racconto edulcorato, di qualsiasi momento, ha forse portato a un ragionamento più maturo, sul quale è bene riflettere, anche da fotografi, nel caso in cui la propria crescita autoriale si
sia basata esclusivamente sull’impatto estetico e sulla cura delle pagine Instagram. Spero che questo sia l’inizio di un processo che accosti all’immagine contenuti più densi e un maggiore interesse
per un messaggio specifico, legato alla pubblicazione su questo e su tutti gli altri social.

Da Troppa fotografia, poca fotografia | Riflessioni sui linguaggi contemporanei di Sara Munari

Antonia Mulas, la gloria si fa inquieta.

La fotografa lombarda Antonia Buongiorno Mulas ( Barbianello 1939 – Milano 2014),

studente negli anni cinquanta  presso l’Accademia d’ Arte di Brera, nel famoso bar Giamaica – ritrovo ala moda  di intellettuali, scrittori, artisti e politici dell’epoca -, incontrò il fotografo Ugo Mulas che sposò nel 1958. Collaborando con lui  in modo proficuo e costante, il  loro studio/laboratorio divenne un fondamentale punto di riferimento per molti fotografi milanesi, fino alla prematura scomparsa di Ugo nel 1973. Dopo la morte del marito, Antonia si dedicò a riordinare il corpus fotografico che giaceva affastellato nel loro studio, organizzando un importante archivio, pubblicizzato su scala nazionale e internazionale.

Nonostante l’influenza di Ugo Mulas, Antonia seppe sviluppare in modo del  tutto autonomo una cifra stilistica tutta sua, di cui troviamo ampia dimostrazione nei reportage dai frequenti viaggi in vari paesi dell’Europa, Stati Uniti, Russia, Medio Oriente, Africa, Indocina. Al 1976 risale la sua prima opera di ricerca, dedicata al muro di Berlino che la fotografa ha sempre considerato come il suo più importante lavoro di documentazione:”. Dietro a questa parte di case c‘erano altre case, che poi, nel tempo, sono state cancellate e ricoperte dal muro di cemento… E dietro c’era questa misteriosa linea di morte. Se qualcuno passava, le armi automatiche si mettevano in funzione e sparavano…” (A.M)

 Al 1979 risale il libro San Pietro, pubblicato da Einaudi con la prefazione del critico e storico dell’arte Federico Zeri.

Mostrando una conoscenza accurata della storia e dell’estetica del periodo barocco, con i suoi scatti in bianco/nero fortemente contrastati, mette in evidenza ed esalta la magnifica e traboccante opulenza che caratterizza le decorazioni e le sculture della maggiore chiesa della cristianità trionfante. Come sostiene Federico Zeri, ad Antonia non interessa fornire all’osservatore una rassegna fotografica esauriente ed organica: “… Sorretto da un’attenta curiosità, vivace e sempre desta, il suo occhio, per fissare le proprie impressioni si serve dell’obiettivo fotografico, disponendone con estrema disinvoltura, con abilità eccezionale. C’è da rilevare infatti che nessuna delle riprese è stata condotta con l’aiuto di fari, riflettori o altri mezzi che non siano l’apparecchio e i suoi accessori…”(F.Z).  La fotografa non si rivolge a documentare tutti i celebri capolavori di cui la Basilica è ricchissima e la mancanza di uno scatto rivolto alla Pietà giovanile di Michelangelo, la dice lunga di quanto il suo sguardo sia originale e coraggioso rispetto all’estetica dominante in fotografia. Antonia  percorre con lo sguardo rivolto in alto le ampie navate della chiesa senza cercare punti di vista privilegiati: l’intento  non è quello di fornire corrette inquadrature frontali , ma immortalare le sculture secondo la loro particolare collocazione, scelta e voluta dagli artisti che le hanno create. Nelle fotografie di grande formato scattate tra il 1977 e il 1978, tutte rigorosamente a luce naturale, vediamo  un affastellarsi di ornamenti e figure umane che si intrecciano tra loro: santi, pontefici, figure femminili allegoriche, teschi , angioli paffutelli spesso deformati dalle riprese dal basso e non ultimi gli avvolgenti panneggi che conferiscono movimento ai marmi bianchi e colorati grazie a superfici concave e convesse,  a curve e controcurve, tanto care all’estetica barocca volta a glorificare la chiesa di Roma vittoriosa dopo la Controriforma.  Antonia Mulas non rimane però abbacinata solo dalla maestosità del più grande edificio della cristianità, perché attraverso complicati giochi di luci e ombre, riesce a mettere in evidenza anche il senso di inquietudine e di mistero che sprigionano alcuni corpi straziati dal dolore o trasfigurati dall’estasi, come ben si comprende attraverso particolari pregnanti di significato.

 Al lavoro su San Pietro, seguono altri importanti progetti che vedono Antonia impegnata ad immortalare opere d’arte dell’antichità greca e romana con un’attenzione particolare su temi erotici, oppure a scattare molteplici ritratti di personaggi influenti in campo artistico e culturale. Famose sono le sue  immagini pubblicitarie per grandi marchi come Fiat, Pininfarina, Poltrona Frau, Olivetti, Rank Xerox, e  le sue collaborazioni  per importanti riviste di architettura e di moda a livello europeo . Al 1983 risale la sua collaborazione con la RAI in qualità di regista e conduttrice di programmi di arte e cultura sul terzo Canale.

 Bibliografia:

Michael Grant, Antonia Mulas, Eros a Pompei, Mondadori, 1974

Antonia Mulas,Autoritratti 1977-1980,

Antonia Mulas, San Pietro, Einaudi ed.,Torino1979

Antonia Mulas,Marco Mulazzani, Architettura per Benetton. Grandi progetti per raccontare la cultura di un’azienda, Skira 2005

Sitografia:

Antonia Mulas Biografia (zam.it)ANTONIA MULAS. SAN PIETRO: LA GLORIA SI FA INQUIETA | GALLERIA SAN FEDELE, MILANO – Themaprogetto.it