Il momento decisivo, cos’è?

Valle dello Shenandoah, Virginia (U.S.A.) © Sara Munari

Nel corso degli anni si è parlato molto del “momento decisivo” nella fotografia. l’idea di un momento decisivo legato alla fotografia di strada viene da the decisive moment di Henri Cartier-Bresson, (Simon And Schuster/Editions verve, new york-paris 1952) ma l’idea, in realtà, deriva dagli scritti del XVII secolo delL: «il n’y a rien dans ce monde qui n’ait un moment décisif» (non c’è nulla in questo mondo che non abbia un momento decisivo).
La prefazione del libro di Cartier-Bresson descrive il rapporto del fotografo con la fotografia da più punti di vista: reportage, composizione, tecnica e il concetto, appunto, di “momento decisivo”. Henri Cartier-Bresson Scrive: «per me, la fotografia è l’individuazione simultanea, in una frazione di secondo, del significato di un evento e di una precisa organizzazione di forme che danno a quell’evento la sua giusta espressione». il momento decisivo, quindi, non è mai l’attimo in sé, disconnesso dal resto, nella fotografia. è sempre l’intera fotografia.
La comunicazione tra gli elementi di quella immagine rende lo scatto unico, inconsueto, stravagante, ironico.
Catturare una buona immagine di strada è la combinazione dell’essere al momento giusto nel posto giusto, mentre si ha in mano una macchina fotografica (quando la si sa usare).
Ma il momento giusto per lo scatto va atteso o inseguito?
Chiaramente non c’è una regola.
Possiamo camminare incessantemente (quello che tendo a fare io) e auspicare di incontrare qualcuno o qualcosa che rappresenti la base per una buona fotografia.
Diversamente, possiamo cercare un’ambientazione interessante, una buona luce e inquadrare la scena aspettando che qualcosa si presenti a rendere perfetto lo scatto. Questa seconda opzione ci porta a lunghe attese ma, con un po’ di pazienza, riusciremo a concretizzare immagini attraenti.
Da fotografi, siamo noi a creare le nostre combinazioni. In ogni fotografia c’è un elemento di casualità, anche se in realtà, intorno a noi, i momenti “fortunati” accadono di continuo, solo che non sempre ce ne accorgiamo.
Non esiste il metodo giusto, la scelta ha a che fare più verosimilmente con il carattere, io sono una donna impaziente e raramente mi fermo in attesa. Alcuni fotografi sono molto disinvolti e speri- colati, altri più tranquilli e timidi.

Dal mio libro “Street photography, attenzione può creare dipendenza” in vendita qui

Streetphotography – Scattare con lo smartphone

Ormai tutti i cellulari includono una fotocamera, spesso con una risoluzione dei file abbastanza elevata da permettere stampe di considerevoli dimensioni. Gli schermi sono abbastanza grandi e consentono l’inquadratura, anche in assenza di un mirino. Le applicazioni consentono di selezionare accuratamente dove posizionare il fuoco e dove prendere l’esposizione.

Ultimamente, in questa infinita marea di foto prodotte col cellulare si sono distinti veri e propri fotografi. Molti hanno creato gruppi di lavoro che diffondono la mobile photography. Molteplici esposizioni e premi internazionali sono dedicati a questo “nuovo” ramo della fotografia.

Quando si parla di fotografia con smartphone si finisce quasi sempre per creare una lotta tra chi ritiene che sia fotografia tanto quanto quella scattata con una reflex e chi la ritiene un insulto verso questa forma espressiva. Da parte mia, penso che ogni mezzo, se usato con consapevolezza, possa portare a ottimi risultati, quindi viva lo smartphone!

Personalmente, faccio un gran casino quando lo uso e preferisco di gran lunga la velocità e l’affidabilità delle macchine reflex o mirrorless. Ciò non toglie che, dopo aver visto e conosciuto foto- grafi che lo hanno sfruttato con risultati eccellenti, mi sono ulteriormente convinta della validità del mezzo.

La qualità degli smartphone ha raggiunto un livello veramente ottimo, in termini di elettronica e qualità delle lenti, anche se rimango dell’idea che, a oggi, il piccolo sensore dei telefoni non può raggiungere la qualità di una buona fotocamera. Ho notato differenze sull’ingrandimento dei file e sulla resa dei colori e delle luminanze. Inoltre, questo mezzo ha il limite di avere degli automatismi forzati che non permettono sempre di decidere esatta- mente come scattare.

Nonostante questi limiti, è certamente un oggetto che abbiamo sempre a disposizione e ci accompagna tutto il giorno, ormai non ce ne separiamo nemmeno al gabinetto! Questo lo rende uno

Strumento ininterrottamente disponibile e versatile: apri la fotocamera, punti, scatti ed è fatta.

La post-produzione con la smartphone, così come nella fotografia digitale in generale, è diventata semplice e veloce. Moltissime applicazioni permettono, anche con preset già impostati, di otte- nere risultati che, fino a non molto tempo fa, erano possibili sola- mente con programmi professionali di complicato utilizzo.

Grazie alla diffusione di social network come Instagram o Facebook, il ritocco può essere fatto direttamente con il programma interno al social, col rischio però che le post-produzioni siano tutte uguali e usate da milioni di altri utenti.

La post-produzione dovrebbe essere, invece, impiegata per potenziare il messaggio e offrire una comunicazione più efficace.

Fotografia scattata con lo smartphone all’interno di un tempio.

Ulaanbatar (Mongolia) © sara munari

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La trasformazione della fotografia

Pur non perdendo di vista l’aspetto tecnico-scientifico che ha caratterizzato l’evoluzione del medium fotografico, in questo capitolo cercheremo di concentrarci sulle motivazioni e sulle idee che hanno portato allo stato del medium fotografico contemporaneo, tentando di determinarne una possibile identità culturale.

Se dal punto di vista tecnico, nei suoi centottant’anni di storia lo strumento ha subito molti cambiamenti, non si può dire altrettanto della logica dell’approccio al mezzo.
Come sottolinea Claudio Marra nel suo testo Cos’è la fotografia?, la fotografia è al tempo stesso scienza e arte, verità e immaginazione, prodotto oggettivo e soggettivo.
Le origini della nascita della fotografia risalgono agli anni Venti dell’Ottocento. I fautori di questa magia sono Joseph Nicéphore Niépce (1765-1833) e Louis Jaques Mandé Daguerre (1787-1851). Niépce, dopo una carriera militare interrotta, inizia a dilettarsi con molteplici invenzioni, e intorno agli anni Venti tenta di fissare immagini riprese dal vero su superfici a lastra. Daguerre invece è uno scenografo conosciuto, inventore del diorama (insieme di vedute dipinte che, per effetto di prospettiva e giochi di luce, danno allo spettatore l’illusione di un panorama naturale nelle varie ore del giorno) le cui immagini vengono dipinte con l’ausilio della camera oscura. Quando Daguerre contatta Niépce, cercando di conoscere i suoi metodi, quest’ultimo, inizialmente diffidente, nel 1829 si lascia convincere a firmare con lui un contratto di collaborazione, tramite il quale i due si accordano per lo sfruttamento commerciale delle rispettive scoperte. Purtroppo Niépce morirà già nel 1833. A quel punto, Daguerre prende in mano la situazione liquidando Isidore, figlio di Niépce, nonché suo erede, con un’esigua somma. L’invenzione del dagherrotipo verrà registrata all’Accademia delle Scienze di Parigi il 7 gennaio 1839.
Saranno anni di fama e agiatezza per Daguerre, al quale probabilmente sarà sembrato definitivo il percorso della propria invenzione: in realtà, il suo non è stato che il primo piccolissimo passo di un interminabile cammino.

Portando come esempio la nascita stessa della fotografia, vediamo che se Niépce era uno scienziato, Daguerre era scenografo e pittore, così come Fox Talbot era sia chimico matematico che pittore. Dualità che accompagnerà il mezzo fotografico, fino ai giorni nostri.

Il francese Hippolyte Bayard è stato uno dei primi sperimentatori della fotografia. Già mentre lavorava come funzionario del Ministero delle Finanze, dedicava tutto il proprio tempo libero all’invenzione di procedimenti che potessero catturare e fissare su carta immagini riprese dal vero. Louis-Jacques Mandé Daguerre e William Henry Fox Talbot minarono notevolmente le opportunità di riconoscimento dei contributi di Bayard, che fu probabilmente persuaso da François Arago a tacere sulle proprie scoperte fino a dopo l’annuncio del processo di Daguerre nel 1839.
Bayard espose esempi del suo lavoro in quella che viene riconosciuta come la prima mostra pubblica di fotografia, nel luglio 1839, rimanendo comunque piuttosto in ombra rispetto agli altri studiosi.
In realtà, dei tre inventori è stato Bayard quello che ha continuato a lavorare come fotografo. Negli anni Cinquanta dell’Ottocento fu membro fondatore della Société héliographique e nel 1851 fu uno dei cinque fotografi selezionati per far parte delle Missions héliographiques, con l’incarico di documentare l’architettura storica francese. Bayard, che morì nel 1887, partecipò regolarmente con il suo lavoro alle esposizioni universali.
Oggi, Bayard viene ricordato soprattutto per il suo autoritratto realizzato nel 1840, nel quale si fotografa come se fosse annegato in una vasca. La fotografia risultava accompagnata da un testo di protesta contro la mancanza di riconoscimento nei confronti della sua invenzione. Il testo, ironico e pungente, recitava così:
«Il cadavere del signore che vedete qui, è quello di Monsieur Bayard, inventore del procedimento che avete appena visto. Per quanto ne so, questo ingegnoso e infaticabile sperimentatore, è stato impegnato per circa tre anni nel perfezionare la sua scoperta. Il governo, che ha dato molto a Monsieur Daguerre, ha detto che non può fare nulla per Monsieur Bayard, e il povero disgraziato è annegato. Oh i capricci della vita umana! È stato all’obitorio per diversi giorni, e nessuno è venuto a riconoscerlo o a reclamarlo. Signore e signori, passate avanti, per non offendervi l’olfatto, avrete infatti notato che il viso e le mani di questo signore cominciano a decomporsi».

Hippolyte Bayard, Self-Portrait as a Drowned Man, 1840 – Pubblico dominio

Ecco a voi il primo approccio concettuale alla fotografia!
Questa immagine era quindi una messa in scena, con la quale venne introdotto un elemento basilare della fotografia e del ritratto: un’immagine può non essere vera ma comunque credibile grazie agli elementi che la compongono. Il criterio della verosimiglianza è alla base di gran parte della fotografia.

In questi anni, gli sforzi tecnici erano orientati verso le superfici sensibili, sulle quali venivano impresse le immagini, nonché verso le parti meccaniche e ottiche degli apparecchi fotografici (i tempi di posa erano così lenti da rendere difficoltosa anche la realizzazione di un ritratto).
Dobbiamo arrivare al 1850 perché la fotografia conquisti rapidità, riproducibilità e chiarezza nell’immagine, caratteristiche che la faranno esplodere sul mercato rispondendo così alla crescente domanda.

Dal mi libro “Troppa fotografia, poca fotografia. Riflessioni sui linguaggi contemporanei” Disponibile qui

Quali sono le finalità di una storia?

Da Lapilli, fotografia di sara munari

Il motivo per cui decidiamo di iniziare a raccontare una storia condizionerà la sua struttura e tutte le scelte legate al linguaggio e alla modalità narrativa.

Potete avvicinarvi alla storia con una finalità documentaria, in questo caso vorrete descrivere soggetti, eventi storici, eventi geografici o antropologici; perseguirete quindi la necessità di essere compresi, per far sì che il destinatario si senta coinvolto e prenda una posizione personale. Rientrano in questa finalità tutti i lavori di fotogiornalismo o di reportage descrittivo.

Differentemente, se vi interessa soltanto il raccontare una storia o spiegare la vostra concezione di un determinato argomento, non avete velleità documentarie e non volete che i fatti siano esplicitati con dovizia informativa, la finalità è narrativa. Volete rendere il fruitore partecipe della vostra visione delle “cose” del mondo. Faranno parte di questo gruppo tutte le storie, sia di reportage che più concettuali, volte a spiegare il vostro punto di vista, anche il più personale.

Se l’impatto delle vostre fotografie è fortemente legato alla forma, all’armonia, ai colori, nell’intento di accentuare le caratteristiche esclusivamente legate all’aspetto di un determinato soggetto, in questo caso la finalità è estetica. Questa risiede in tutti i gruppi di fotografie, presentato spesso come elenco di immagini simili, che rispondono alle medesime composizioni e scelte illuminotecniche o cromatiche, come per esempio, un insieme di fotografie scattate a Burano per mostrare i colori delle casette della laguna, o un insieme di fotografie di fiori.

La finalità sarà di spettacolarizzazione nel momento in cui una scena di qualsiasi tipologia, diventa il soggetto principale ed il motivo per cui abbiamo prodotto le fotografie, quindi il luogo o l’evento diventano essi stessi uno spettacolo. Per esempio, le fotografie di un’aurora boreale o di un atleta nella raffigurazione dell’atto massimo della sua performance sportiva.

Per approfondire “Raccontare per immagini. Dal singolo scatto alla narrazione fotografica” disponibile qui

PROGETTARE IL RACCONTO – Da dove si parte?

Da Lapilli, fotografia di Sara Munari

Non è mai facile capire da dove partire con un lavoro…certo è che per raccontare storie, bisogna avere storie da raccontare. Grazie al cavolo, direte voi!

Questa affermazione porta con sé una verità che sembra ovvia, ma non lo è.

Non avete idea di quanta gente mi dica di voler produrre un lavoro, scattare fotografie, costruire racconti, ma se chiedo su cosa e perché, la risposta più ricorrente è che non lo sanno. L’interesse sembra legato alla produzione in sé, piuttosto che alla necessità di raccontare.

Raccontare una storia è spesso un bisogno, un desiderio potentissimo, una cosa di cui non si può fare a meno.

Il fatto di raccontare per il gusto di raccontare, potrebbe mettervi nelle condizioni di mollare a metà, di fare le cose male o con l’impressione, spesso reale che quella proposta possa essere fallimentare, già vista, poco interessante.

Quindi, tornando all’affermazione che ho fatto prima e applicandole un ragionamento più approfondito, capirete che non è poi così scontato l’avere qualcosa da dire e decidere di condividerlo.

La maggior parte dei lavori che vedo esposti sulle diverse piattaforme digitali e purtroppo ogni tanto anche in gallerie che si occupano di fotografia, sono copie di copie, di copie.

Un conto è farsi ispirare da altri autori, un altro e esserne influenzati a tal punto da proporre una riproduzione di un lavoro pensato e pubblicato in precedenza.

Ho già accennato che la cosa fondamentale è la vostra visione delle cose, il vostro punto di vista.

Vi porrò qui alcune domande che potrebbero direzionarvi verso argomenti dei quali non vi stancherete, dato che il problema principale, da parte di molti, è il decidere di mollare il progetto non finito per mancanza di stimoli.

  • Cosa vi incuriosisce tra le persone, i luoghi o gli eventi che avete intorno?
  • Cosa vi spinge a staccarvi da Netflix per uscire a fotografare?
  • Cosa suscita in voi un interesse tale che vi possa stimolare per approfondire un tema?
  • Cosa non vi stanca e non vi annoia mai?

Se potete rispondere a tutti questi quesiti con serenità e sincerità, è perché state inquadrando un possibile argomento che con tutta probabilità, riuscirete a studiare e realizzare al meglio delle vostre opportunità.

Si, anche questo è un fattore da tenere in considerazione, perché non tutti siamo fatti per raccontare storie e non tutti possiamo trasformarci in autori in sei mesi.

Ci vuole tempo, perseveranza, costanza e capacità di comprendere a fondo quali siano i nostri limiti dato che è dentro essi che possiamo spingere fino in fondo, per superarli.

Quando ho parlato di Instagram e dell’estetica preponderante, l’ho fatto anche per farvi comprendere che le mode legate all’impatto estetico, le tecniche di fotoritocco, la tecnologia, tutto cambia, ma gli elementi base per raccontare una storia coinvolgente, che perduri nel tempo, rimangono invariati.

Uno degli errori più grandi che fate è, tornando dai vostri viaggi di piacere o viaggi fotografici, intrapresi senza aver dato peso alla progettualità o ad aver anche solo parzialmente chiaro cosa volevate dire e perché, sperare che tra le centinaia di foto prodotte, possiate trovare una storia a caso. Torno a casa, vedo cosa ho scattato e cerco di dargli un senso.

È molto raro che io abbia incrociato sul mio cammino lavori così pensati che avessero gran forza o uniformità. Non dico sia impossibile, ma richiede capacità di sintesi, di lettura e di scelte consapevoli che si riducono più spesso a una sensazione di confusione e il risistemare tutto diventa quasi sempre impossibile.

Le storie le trovate perché le cercate. Se non state cercando nulla, cosa sperate di trovare?

Dal mio libro “Raccontare per immagini. Dal singolo scatto alla narrazione fotografica” disponibile qui

Come si legge una fotografia?

Quando ci troviamo di fronte a un’immagine, possiamo dare atto a una lettura immediata, spesso molto soggettiva, che prevede un’interpretazione basata su chi siamo, come ci sentiamo in quel momento, che tipo di esperienze, educazione e contesto abbiamo vissuto. Questo tipo di approccio alla lettura della fotografia è quello più diffuso e spesso gli viene erroneamente attribuito valore universale: se io vedo questo e comprendo questo, tutti faranno lo stesso. La verità è che, di fronte ad una stessa fotografia, senza indicazioni testuali o istruzioni da parte del produttore dell’immagine, ci troveremo a confrontarci con una miriade di possibili e veritiere letture differenti.

Solamente un approccio approfondito può accompagnare verso una potenziale comprensione del messaggio contenuto in un’immagine.Si passa in questo caso, da una lettura confusa e frammentaria a una più complessa che può infine collimare con le intenzioni dell’autore.

Ogni immagine porta con sé significati differenti che vanno approfonditi oltre alla semplicità dell’oggetto o soggetto fotografato. Tra l’altro, molto più spesso di quanto si pensi, la percezione della stessa fotografia può evolversi nel tempo, cambiando.

Sebbene esista un metodo coerente per la lettura di una fotografia, non esistono regole specifiche che si possano applicare in ogni luogo e in ogni momento.

Lo stesso vivere, fare esperienza, cambiare nel tempo, influenza molto il nostro avvicinamento alle fotografie, sia in termini di produzione che di ricezione.

Suggerirò qui un metodo che vi permetterà di approcciarvi all’immagine fotografica al fine di ottenere una lettura abbastanza completa che porti ad un’interpretazione il più coerente possibile. Vi darò quindi qualche indicazione che vi metta nelle condizioni si poter leggere correttamente una fotografia, in quanto rimango completamente convinta del fatto che se non si sa leggere un’immagine, diventa molto difficile saperla produrre consapevolmente.

Quando ci troviamo di fronte a una fotografia dovremmo sapere chi è l’autore, se l’immagine ha un titolo e se la produzione è avvenuta su committenza oppure è stata prodotta per necessità personale del fotografo. Stabilire anche il periodo storico in cui è stata prodotta sarà utile ad assegnarle un valore coerente allo stesso. Questo ci serve ad avere un quadro generale di base che serve da punto di partenza per un’interpretazione più accurata.

Una volta stabilito quale sia il soggetto e la sua ambientazione, dovremmo essere in grado di comprendere il genere fotografico al quale l’immagine appartiene (reportage, paesaggio, street photography, still life, schifezza ecc.).

Dovremmo poi concentrarci sulla composizione dell’immagine, sulle linee (oblique, orizzontali, verticali, curve, spezzate ecc), le forme e la loro collocazione all’interno del riquadro fotografico. Queste possono essere presenti nelle strutture dei soggetti riprodotti o create dal fotografo attraverso la distribuzione degli elementi inseriti. Sempre a livello compositivo potremmo considerare la prospettiva scelta, il punto di vista adottato dal fotografo e la dimensione di soggetti e oggetti nell’immagine. Infine possiamo determinare se tutte queste scelte sono funzionali a proporre un insieme equilibrato, armonioso, simmetrico, dinamico, statico, semplice o complesso.

La luce è un altro elemento fondamentale da prendere in considerazione. Che luce ha scelto il fotografo? Dura, Morbida, naturale, artificiale? Che ombre produce?

I colori scelti dal fotografo, sia nel momento dello scatto che come preferenza in termini di fotoritocco, che caratteristiche hanno? Sono colori forti, tenui, esprimono drammaticità o risultano leggeri e armoniosi? La gamma tonale utilizzata è ampia, quindi ci troviamo di fronte a molti toni che sfumano gradatamente o è molto ristretta, quindi i passaggi tonali sono prepotenti e repentini? Si, perché ricordate che i colori che proponiamo, così come la quantità di toni, producono reazioni diverse.

Approfondendo il grado di lettura potremmo cominciare a distinguere gli elementi connotativi da quelli denotativi.

Produrre una fotografia non vuol dire solamente “far vedere”, ma anche significare qualcosa per mezzo dell’immagine, serve quindi conoscere gli effetti visivi che servano al destinatario per condurlo verso l’interpretazione voluta.

Il livello denotativo della lettura si riferisce all’individuazione degli elementi costitutivi dell’immagine (persone, case, strade), ciò che è effettivamente presente. Possiamo attribuire alla lettura denotativa il livello base, il punto di partenza, l’impatto iniziale.

A livello connotativo, invece, il lettore cerca di decifrare anche codici non presenti concretamente, piuttosto appartenenti alla propria cultura, età, sensibilità ecc., sulla base dei quali conferisce all’immagine “alcuni” significati più personali.  Che sensazioni suscita? Vuole comunicarci felicità, agitazione, tranquillità, paura, conforto o drammaticità? A me nello specifico, cosa arriva?

Nella foto sottostante, per esempio, a livello denotativo vediamo un uomo, con alcuni disegni sul muro dietro di lui, che sorregge una grande radio portatile con una mano e un cellulare con l’altra mano. A livello connotativo potrei dire che mi ricorda vagamente quel rompiscatole dell’insegnante di ginnastica delle medie, che forse sta cercando una canzone sul telefono e la trasmetterà a tutto volume con la sua radio gigante. Il tutto mi trasmette molta allegria!

La lettura completa e approfondita di una fotografia necessita di molto tempo e risorse, quello che vi ho suggerito qui, vuole solo essere uno spunto di riflessione per un primo approfondimento. L’interpretazione corretta di una fotografia non potrà mai provenire rigorosamente da schemi dettagliati o imposti, piuttosto proviene da un’attività dialettica, che considera tutti gli elementi, le forze in gioco e i contrasti.

Fotografia di Sara Munari

Una volta tentata un’interpretazione personale potremmo proseguire con il chiederci quale sia la funzione specifica dello scatto e se la nostra decodificazione corrisponde a quella operata dal fotografo.

Quella che vi ho presentato ora è solo una parte di ciò che un’immagine contiene, ma se vi allenate un pochino seguendo la modalità che vi ho scritto, vedrete che non solo capirete molte più cose delle immagini che incontrerete, ma con tanta felicità da parte mia, probabilmente comincerete a selezionare con più attenzione anche quelle che scatterete.

Sara Munari

Del mio libro “Raccontare per immagini. Dal singolo scatto alla narrazione fotografica” disponibile qui

I luoghi della street photography

Quali sono i luoghi migliori per imparare a scattare fotografie per strada?

Qui alcuni esempi che potrebbero esserti utili. Buona lettura! Sara

Per molti anni La stragrande maggioranza delle immagini street sono state scattate a Parigi e New York, successivamente Londra. IL Lavoro di Henri Cartier-Bresson, Robert Doisneau, Willy Ronis a Parigi e Robert Frank, Helen Levitt, Garry Winogrand, Lee Friedlander e, successivamente, Gus Powell, Joel Meyerowitz e Bruce Gilden a New York hanno gettato Le basi per quello che oggi definisce il genere. Londra è subentrata successivamente, ma oggi vanta un gran numero di fotografi molto conosciuti come Matt Stuart, Paul Russel o Nick Turpin.

Oggi abbiamo La possibilità di muoverci parecchio e La fotografia di strada si è sviluppata in tutto il mondo, motivo per cui troviamo immagini che provengono da ogni grande città, con autori di ogni provenienza. Istanbul, per esempio, è stata perlustrata a fondo sia da Alex Webb sia da George Georgiou, due grandi nomi nella storia della fotografia.

Tokyo (Giappone) © Sara Munari

Credo che negli uLtimi anni, La città di Tokyo sia stata una delle più bombardate, dal punto di vista fotografico.

Le città sono un terreno fertile per chi sceglie La strada. Le occa- sioni sono molteplici e La quantità di gente presente offre un ventaglio di opportunità continue e in perenne evoluzione. Spesso ci si trova a vagabondare senza meta, guardando persone intente nelle proprie attività, avvolte da Luci e ombre, attraverso vetri e pertugi. Ci si sente un po’ dei falchi, insomma. Nelle città, si possono trovare ispirazioni su temi differenti e sempre all’interno di un confine definito: architetture, strade, Luoghi famosi e riconoscibili, parchi, persone di tutti i generi, animali e piante, tutto… una miniera d’oro per i fotografi.

La città rimane La miglior palestra per un fotografo che vuole indagare e migliorare Le proprie capacità sia a livello visivo sia tecnicamente. Le strutture cittadine ci consentono di avere sfondi geometrici e potenzialmente puliti per isolare i soggetti dal con- testo. Un suggerimento che do spesso, soprattutto agli inizi, quando l’attenzione per il contesto sembra una condizione difficile da attivare, è di scegliere prima uno sfondo pulito e poi aspettare, fino a che un buon soggetto ci passa davanti.

L’Avana (Cuba) © Sara Munari

La definizione di Luogo pubblico non si Limita alla sola strada, comprende piuttosto tutti i posti fruibili dal pubblico. Quindi, Le fotografie con un “approccio street” si possono scattare anche in campagna o al mare, non necessariamente in città.

Lituania © Sara Munari

Ma cosa significa “approccio street”?

Per me, L’approccio alla strada è una filosofia di vita.

Avere un approccio street significa essere ininterrottamente pronti allo scatto, essere attenti osservatori, cercare di capire cosa accade intorno a noi, per non perdere attimi decisivi.

Importanti sono La vostra sensibilità (ma quella non si insegna), La capacità di previsione, La capacità di stare concentrati per periodi Lunghi (dopo un paio d’ore L’attenzione tende a calare).

Veniamo sorpresi dall’attimo e Lo riprendiamo. Quell’attimo, spesso, ma non sempre, dura giusto il tempo dello scatto, che altrimenti perderebbe valenza narrativa.

Questa modalità e questo criterio sono applicabili, quindi, a ogni situazione, non necessariamente solo al pieno centro cittadino. Si tratta del modo con cui si affronta il Luogo, non del Luogo in sé.

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