Storia di una fotografia: Sharbat Gula, la ragazza afgana.

Sharbat Gula © Steve McCurry

Buongiorno a tutti!

Non amo particolarmente Steve Mc Curry ma questo è  un ritratto superbo.  Il soggetto è l’orfana dodicenne Sharbat Gula

Lo sguardo della ragazza provoca inquietudine, la sua espressione sembra  indefinita , qualcuno ha persino detto è la moderna Gioconda. E Leonardo, muto! 😉

Lo sguardo è molto intenso, i bellissimi occhi verdi, la pelle, i capelli, tutto segnato da enorme nitidezza dell’immagine, rafforzata dai colori complementari, porta  questo  sguardo a penetrare nella mente.

Nel 1984 Steve McCurry, fu contattato dalla redazione del National Geographic che gli propose di lavorare nei vari campi di profughi sulla frontiera afgano-pakistana.  La ragazzina (Sharbat Gula), quando Steve McCurry arriva, è a scuola, siamo nel dicembre 1984 in un campo profughi  a Peshawar.

«Mi accorsi subito di quella ragazzina […]. Aveva un’espressione intensa, tormentata e uno sguardo incredibilmente penetrante – eppure aveva solo dodici anni. Siccome era molto timida, pensai che se avessi fotografato prima le sue compagne avrebbe acconsentito più facilmente a farsi riprendere, per non sentirsi meno importante delle altre»

Nella classe si respirava un’atmosfera molto rilassata e informale. Dopo aver fotografato alcune alunne, McCurry si precipitò sul soggetto che lo interessava veramente:

«La classe era composta da una quindicina di ragazze. Erano tutte giovanissime e facevano quello che fanno tutti gli scolari del mondo, correvano, facevano chiasso, strillavano e alzavano un sacco di polvere. Ma quando ho cominciato a fotografare Gula, non ho sentito e visto più nient’altro. Mi ha preso completamente […] Suppongo che fosse incuriosita da me quanto io lo ero da lei, poiché non era mai stata fotografata prima e probabilmente non aveva mai visto una macchina fotografica. Dopo qualche minuto si alzò e si allontanò, ma per un istante tutto era stato perfetto, la luce, lo sfondo, l’espressione dei suoi occhi» Steve McCurry

L’immagine verrà successivamente pubblicata sulla copertina della rivista National Geographic nel giugno 1985 grazie a Bill Garrett, al tempo direttore della rivista, perché Steve la aveva messa  tra le “seconde scelte”.

Questa immagine è così potente che viene spesso considerata una dei più grandi ritratti di tutti i tempi.

E per i più tecnici e curiosi, questa immagine è stata scattata con pellicola Kodachrome, una Nikon FM2 e con lente  Nikkor 105mm f / 2.5.

Nel gennaio 2002 McCurry e il National Geographic organizzarono una spedizione per scoprire se la ragazza fosse ancora viva. Sharbat Gula fu ritrovata dopo alcuni mesi di ricerche, e McCurry poté così fotografarla nuovamente, a distanza di diciassette anni. McCurry riuscì a rintracciare il fratello, Kashar Khan.

Sharbat Gula © Steve McCurry

La donna ormai sposata e madre si dichiarò disposta a raggiungere McCurry.

Questo ricorda Steve Mc Curry dell’incontro:

«La nostra conversazione fu breve e piuttosto formale. Si ricordava ancora di me, perché quella era stata l’unica volta in tutta la sua vita in cui qualcuno l’aveva fotografata, e perché forse ero l’unico straniero con cui fosse entrata in contatto. Quando vide la foto per la prima volta, provò un certo imbarazzo a causa dello scialle bucato. Mi disse che le si era bruciato mentre stava cucinando. Le spiegai, pensando di compiacerla, che la sua immagine aveva commosso moltissime persone, ma non sono sicuro che la fotografia o il potere della sua immagine significassero davvero qualcosa per lei, o che fosse in grado di capirli fino in fondo. Riviste, giornali, televisione non appartenevano al suo mondo. I suoi genitori erano stati uccisi e lei aveva vissuto una vita da reclusa; non aveva contatti con altre persone al di fuori del marito e dei figli, dei parenti acquisiti e di qualche amico di famiglia. Le sue reazioni mi sembrarono un misto di indifferenza e di imbarazzo, con un pizzico di curiosità e di sconcerto» Steve McCurry

Il ritratto successivo andò nel numero di aprile 2002 del National Geographic, simbolicamente intitolato «Ritrovata» .

Vi è piaciuta la storia? Ciao

Baci

Sara

3 pensieri su “Storia di una fotografia: Sharbat Gula, la ragazza afgana.

  1. penso che sia vergognoso quella povera donna reclusa e lui uomo bianco privilegiato che grazie a lei si e fatto conoscere in tutto i mondo.

  2. Non vedo il nesso tra la reclusione e la fama del fotografo. Una donna che è nata in quell’ambiente culturale si sente protetta dalla quotidianità che vive, anche se per noi è una “reclusione” per lei è la normalità. Qualcosa di diverso sarebbe per lei una forzatura molto più dolorosa. Rispettiamo le persone senza giudicare con il “nostro” metro di lettura (che non è universale né migliore) la loro vita e le loro abitudini. Apprezziamo un grande fotografo che grazie ai suoi reportage ci ha raccontato molto….
    Il racconto è quello che resta, lo sfruttamento è un’altra cosa!

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