Mostre di fotografia da non perdere ad Aprile

Sono davvero numerose e molto interessanti le mostre che vi proponiamo per il mese di aprile!

Non perdetevele!

Anna Brenna

MARTINE FRANCK. REGARDER LES AUTRES

Martine Franck, Sylvie Henaux, ingénieure, usine de cablage Renault, Dreux, France, 1991
© Martine Franck / Magnum Photos | Martine Franck, Sylvie Henaux, ingénieure, usine de cablage Renault, Dreux, France, 1991

Je ne pense pas que l’on puisse être un bon photographe
 si l’on n’a pas la curiosité des autres […]”.
“Non penso che si possa essere un buon fotografo se non si ha curiosità per l’altro…”
Martine Franck

L’ambiziosa opera fotografica di Martine Franck (1938-2012) e la sua sincera attrazione per gli esseri umani – la gioia dell’infanzia, i ritratti di lavoratori, le lotte femministe, la spiritualità buddista, gli anziani – sono al centro del progetto espositivo promosso dal Forte di Bard in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson dal titolo Martine Franck. Regarder les autres, in programma dal 9 marzo al 2 giugno 2024, nelle sale delle Cantine della fortezza.

L’obiettivo della mostra curata da Clément Chéroux, Direttore della Fondazione Henri Cartier-Bresson, è quello di far conoscere l’immenso contributo di Martine Franck come donna fotografa, celebrare le sue immagini più notedell’infanzia, della vecchiaia e del teatro, alcune delle quali sono diventate delle icone. L’artista ha documentato il grande affresco dell’avventura terrena, nella tradizione della fotografia umanista francese, lasciando un’impronta profonda e personale nella storia della fotografia del XX secolo. 

«La mostra è frutto di un progetto inedito realizzato e curato dalla Fondazione Henri Cartier-Bresson su richiesta dell’Associazione Forte di Bard e avrà anche una tappa estera in Grecia nel corso del 2024 – spiega la Presidente dell’Associazione Forte di Bard, Ornella Badery –. Vengono presentate in mostra più di 180 opere, suddivise in 7 sezioni che spaziano dagli scatti che immortalano gli stadi della vita alle manifestazioni politiche, passando per le lotte femministe e i paesaggi dei luoghi a lei più cari. Un omaggio ad una delle più grandi donne della fotografia mondiale».

Martine Franck professava lo stupore e la celebrazione della vita, una gioia profonda di fronte all’umanità e allo stesso tempo lottava contro l’esclusione con tutta l’empatia che sapeva mostrare. Fotografa socialmente impegnata, divenne un’attivista per molte delle cause che fotografò attivamente. “Una fotografia non è necessariamente una bugia – ha detto -. Ma non è nemmeno la verità. […] Bisogna essere pronti ad accogliere l’inaspettato”.

Martine Franck ha un personale approccio documentale della fotografa, alla ricerca costante della vita e di quello che si spinge oltre la verità: nell’inaspettato, colto insieme alle maschere del Théâtre du Soleil e nelle rivolte del ‘68, ma anche scovato nelle case degli anziani francesi e in un monastero in Nepal. Fotografando le altre donne, privilegiate e indigenti, celebri e anonime. Avvicinando ricamatrici di doti come le giovani ragazze indiane dei piccoli villaggi di Gujarat, come ha fatto con artiste del calibro di Sarah Moon, fotografata mentre salta la corda con una ragazzina. Ha documentato gli eventi politici e sociali del XX secolo per riviste come Life e il New York’s Times, partecipato alla creazione di agenzie come Vu e il lavoro collettivo di Viva, prima di diventare una delle poche donne di Magnum Photos e la più forte sostenitrice della Fondazione Henri Cartier-Bresson.

Fotografa di grande sensibilità, Martine Franck sfiora con delicatezza la semplicità del quotidiano. Le sue immagini permettono di entrare in un mondo sospeso. Fotografie che hanno il merito di distogliere lo sguardo da focali di sicuro impatto, per portarlo su particolari intensamente simbolici. La Franck crea un meccanismo visivo che, attraverso la cura costante del rapporto tra contenuto e forma, genera immagini di singolare bellezza. La fotografia diventa per la fotografa belga un modo di comunicare emozioni, passando dai ritratti di alcuni tra i più importanti artisti e scrittori, tra cui Michel Foucault, Marc Chagall e Agnès Varda, ad un impegno sociale che si focalizza nel dare voce a sfollati ed emarginati. Ognuna delle sue fotografie nonostante nasca dall’istinto del momento, rivela una profonda cura della composizione e una potenza artistica fuori del comune. La sua arte è il riflesso di una scrittura personale segnata da geometrie, curve e linee, alla ricerca della bellezza dell’animo umano e della profondità dei cuori e delle anime, catturati nel vivo delle cose, compresa l’espressione artistica resa attraverso uno “sguardo” di eccezionale sensibilità.

Dal 09 Marzo 2024 al 02 Giugno 2024 – Forte di Bard (Aosta)

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FRANCO FONTANA. MODENA DENTRO

Franco Fontana, Artemide, 1970
© Franco Fontana | Franco Fontana, Artemide, 1970

Inaugura il 27 marzo dalle 18 alle 20 negli spazi rinnovati dell’Ex Ospedale Estense la mostra Franco Fontana. Modena dentro, omaggio al grande maestro della fotografia allo scoccare dei suoi 90 anni.
 
La mostra, a cura di Lorenzo Respi presenta fino al 16 giugno 2024, una selezione di circa 15 opere di Fontana messe a confronto con opere di artisti contemporanei italiani e stranieri, provenienti da collezioni pubbliche e private nazionali.
La scelta delle opere di Franco Fontana si focalizza sulla committenza a partire dagli anni ‘70, di imprese modenesi, nazionali e internazionali che hanno sempre dato carta bianca alla creatività dell’autore.
Nelle foto dell’artista convivono le radici di una tradizione fortemente identitaria, modello affermato in molteplici campi – dalla storia dell’arte al design, dall’innovazione tecnologica al Made in Italy, dalla sensibilità per il bello all’estensione della sua applicazione nella vita quotidiana – e lo sguardo verso un orizzonte più ampio, quello della cultura visiva e dei suoi protagonisti, un patrimonio iconografico impercettibile impresso negli scatti realizzati in oltre sessant’anni di carriera.  
 
Proprio questa spinta verso il “fuori”, la ricerca, ha stimolato anche l’occhio di Fontana ad approfondire e appassionarsi ad opere di artisti viste e conosciute durante i viaggi nel mondo: nascono così le passioni personali per Piet Mondrian, Mark Rothko, Alberto Burri ed altri ancora, che diventano riferimenti visivi inconsci riflettendosi nel suo modo di inquadrare e scattare fotografie, pur rimanendo sempre fedele al proprio stile linguistico sintetico.
La geometria e il colore, il visibile e soprattutto l’invisibile, il tempo e l’attimo sono gli elementi con i quali Franco Fontana scompone la realtà e ricompone l’immagine di ciò che già esiste al di là dell’obiettivo della macchina fotografica. 
 
In mostra sono presenti, per un confronto iconografico immediato e suggestivo, proprio le opere di alcuni artisti moderni e contemporanei cari a Franco Fontana, tra i quali Mimmo Rotella, Christo, Giuseppe Uncini, Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto, Mauro Reggiani, Piero Gilardi

Dal 27 Marzo 2024 al 16 Giugno 2024 – Ex Ospedale Estense – Modena

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ULIANO LUCAS. ALTRE VOCI, ALTRI LUOGHI. FOTOGRAFARE PER COMPRENDERE IL MONDO INTORNO A NOI

Uliano Lucas, Piazzale Accursio, Milano, 1971
© Archivio Uliano Lucas | Uliano Lucas, Piazzale Accursio, Milano, 1971

Sabato 3 febbraio 2024 alle ore 17.00 verrà inaugurata, alla presenza dell’autore, la mostra fotografica di Uliano Lucas Altre voci, altri luoghi. Fotografare per comprendere il mondo intorno a noi al CARMI museo Carrara e Michelangelo.

La mostra di Uliano Lucas – che resterà aperta fino al 5 maggio 2024 – è promossa dal Comune di Carrara e curata dall’associazione Archivi della Resistenza – Circolo Edoardo Bassignani di Fosdinovo (MS), gestore del vicino Museo Audiovisivo della Resistenza, anch’esso partner del progetto. L’iniziativa è patrocinata inoltre dalla Regione Toscana, dall’Istituto Storico della Resistenza Apuana e dall’Accademia di Belle Arti di Carrara.

La mostra è un viaggio in bianco e nero con più di cinquanta scatti e un’installazione multimediale che raccontano l’attività del fotoreporter dagli anni Settanta fino ad oggi, ma costituisce anche un’interessante contaminazione di codici e linguaggi: non è così comune che un fotografo contemporaneo esponga le sue fotografie nelle sale di un museo dedicato alla scultura, al marmo di Carrara e a Michelangelo.

Al centro della scena c’è uno straordinario viaggio che tocca svariati ambiti e temi della storia umana, a partire dai primi scatti nel 1960 fino ad arrivare agli ultimissimi del 2021, componendo una delle più importanti antologiche del fotografo mai realizzate.

La mostra ha un’articolazione in sette capitoli: Milano che cambia (1960-2018), in cui è messa al centro la città in cui è nato e cresciuto a partire dall’ “iniziazione” culturale nel mitico Bar Giamaica, dalle case di ringhiera fino alle ultime immagini della metropoli, passando per gli snodi cruciali della storia della Repubblica come la strage di Piazza Fontana e il funerale di Giuseppe Pinelli; Sognatori e ribelli (1960-1976) in cui si raccontano gli anni della ribellione studentesca e operaia, il lungo Sessantotto; Lavoro e lavori (1971-2017), una indagine sui mestieri in varie epoche e latitudini; Istituzioni totali (1968-2018), in cui si racconta la chiusura dei manicomi fino ad arrivare agli ultimi esiti della straordinaria riforma Basaglia, inoltre vengono indagati anche altre istituzioni totali come la caserma (un suo reportage di grande successo era intitolato L’istituzione armata) e il carcere; Libertade. Guinea-Bissau (1969), Angola (1972), Portogallo (1972 e 1974) è un capitolo di straordinario interesse in cui Lucas racconta le lotte di liberazione, la decolonizzazione dell’Africa e la caduta dell’ultimo regime fascista in Europa, con la Rivoluzione dei Garofani del 25 aprile 1974, di cui quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario; in Guerra o pace (1970-2018) ci sono non solo le immagini delle guerre che Lucas ha raccontato attraverso le sue fotografie in modo del tutto originale ma anche la ricerca di una nuova umanità, di un desiderio di pace e della ricerca di un nuovo modo di vivere e convivere; La condizione umana (1968-2021) è un’indagine sulla bellezza delle vite vissute ai margini nel tentativo di ribadire la grandiosità di ogni esistenza se solo si riuscisse a leggere in controluce la realtà.   Per l’occasione verrà stampato un catalogo della mostra con più di 140 fotografie, nella serie Sguardi della collana Verba manent. Racconti di vita e storia orale Edizioni ETS di Pisa, a cura di Archivi della Resistenza in collaborazione con Tatiana Agliani, con l’introduzione istituzionale del Comune di Carrara, testi di Alessio Giananti, Andrea Castagna e Simona Mussini e un’intervista inedita a Uliano Lucas.

Dal 03 Febbraio 2024 al 05 Maggio 2024 – CARMI museo Carrara e Michelangelo – Carrara

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Sara Munari – Lapilli

Lapilli – Sara Munari

 Premio Paolo VI per l’arte contemporanea.
Da sabato 6 aprile a sabato 15 giugno Sara Munari, fotografa e artista visiva vincitrice della quarta edizione del “Premio Paolo VI per l’arte contemporanea”, sarà protagonista della personale “Lapilli”: una mostra che approfondisce il rapporto tra vulcani, religione e umanità raccontando della connessione tra gli eventi naturali potenti e le leggende, i miti e gli elementi religiosi attraverso i quali l’uomo cerca di proteggersi.
La mostra sarà accessibile durante gli orari di apertura della Collezione Paolo VI – arte contemporanea – dal martedì al venerdì dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 17.00, sabato dalle 14.00 alle 19.00. Biglietto unico d’ingresso: € 2,50

Un’indagine visiva che mescola fotografia e arte contemporanea e tratta del rapporto tra uomo, leggenda e religione legata agli eventi catastrofici che caratterizzano la storia del mondo.

Fin dall’antichità, i vulcani sono stati considerati simboli della furia degli dei, porta dell’inferno o donatori di beni. Sono temuti e ammirati in egual misura. Ogni volta che esplode un vulcano, vengono riesumate vecchie leggende e teorie che si muovono tra terrore e fantascienza.
E perché questa violenta eruzione? E perché adesso? E perché tanta distruzione e tanti morti? Cosa c’è veramente nelle profondità della terra?
I libri scientifici teorizzano cosa riempie la palla rotante in cui viviamo: la crosta terrestre, le placche tettoniche, il magma…e se fosse qualcos’altro di insidioso e molto più perverso? Finora nessuno si è tuffato nelle profondità del pianeta per attestare cosa c’è là, a parte gli avventurieri di Viaggio al centro della Terra, il romanzo di Jules Verne. Pura finzione, ma terrificante.
Per i greci e i romani, i vulcani e le loro eruzioni erano associati a manifestazioni divine. Il Cristianesimo li ha considerati come l’opera di Satana o come segno divino. Quando avviene un’eruzione, soprattutto nei paesi latini, viene posta una Madonna per bloccare l’evento e sembra che in qualche caso sia avvenuto
Le menti degli uomini di fronte a un’eruzione vulcanica, sono affascinate dall’indiscutibile bellezza e magia di quei fuochi che sembrano uscire dall’inferno stesso.
Senza le premesse scientifiche, cosa è sembrato agli abitanti di tanti secoli precedenti? Paura, sicuramente stupore, si aggiungono all’infinito dell’inspiegabile, come tante cose dell’universo. Le leggende sono un tipo di narrazione che manca di un autore specifico e di una versione originale conosciuta, si trasmettono di generazione in generazione, soprattutto oralmente, e raccontano di eventi soprannaturali, fantastici o religiosi, localizzati in un luogo e in un tempo ben preciso della storia. Storia che aiuta a renderli più credibili. Le leggende sopravvivono al passare del tempo cambiando il loro contenuto e adattandosi alle nuove generazioni, che lo modificano e lo adattano al loro modo di vivere o, al contrario, lo dimenticano.
Nella realtà, il vulcano è una struttura geologica molto complessa, generata all’interno della crosta terrestre dalla risalita, in seguito ad attività eruttiva, di massa rocciosa fusa, il magma, formatasi al di sotto o all’interno della crosta terrestre.
La fuoriuscita di materiale è detta eruzione e i materiali eruttati sono lava, cenere, lapilli, gas, scorie varie e vapore acqueo. La forma e l’altezza di un vulcano dipendono da vari fattori tra cui l’età del vulcano, il tipo di attività eruttiva, la tipologia di magma emesso e le caratteristiche della struttura vulcanica sottostante al rilievo vulcanico.
Sulla superficie terrestre il 91% dei vulcani è sottomarino (in gran parte situati lungo le dorsali medio oceaniche), mentre circa 1500 sono quelli oggi attivi sulle terre emerse.
In questo lavoro sono stati visitati i vulcani europei per indagare visivamente quel filo che corre tra realtà, leggenda e religione.

COLLEZIONE PAOLO VI – CONCESIO BRESCIA

Dal 6 Aprile al 15 Giugno 2024

https://www.collezionepaolovi.it/

Sara Munari – Lapilli

Francesca Woodman and Julia Margaret Cameron
Portraits to Dream In

Photographers Francesca Woodman and Julia Margaret Cameron are two of the most influential women in the history of photography. They lived a century apart – Cameron working in the UK and Sri Lanka from the 1860s, and Woodman in America and Italy from the 1970s. Both women explored portraiture beyond its ability to record appearance – using their own creativity and imagination to suggest notions of beauty, symbolism, transformation and storytelling. Showcasing more than 160 rare vintage prints, Francesca Woodman and Julia Margaret Cameron: Portraits to Dream In spans the career of both artists – and suggests new ways to look at their work, and the way photographic portraiture was created in the 19th and 20th centuries.

21 March – 16 June 2024 – National Portrait Gallery – London

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WEEGEE – AUTOPSY OF THE SPECTACLE

Charles Sodokoff and Arthur Webber Use Their Top Hats to Hide Their Faces, 1942 © International Center of Photography. Louis Stettner Archives, Paris.

There’s a mystery to Weegee. The American photographer’s career seems to be split in two. One side includes his sensational photography printed in North American tabloids: corpses of gangsters lying in pools of their own blood, bodies trapped in battered vehicles, kingpins looking sinister behind the bars of prison wagons, dilapidated slums consumed by fire, and other harrowing documents on the lives of the underprivileged in New York from 1935 to 1945. Then come the festive photographs–glamorous parties, performances by entertainers, jubilant crowds, openings and premieres–to which we must add a vast array of portraits of public figures that Weegee delighted in distorting using a rich palette of tricks between 1948 and 1951, a practice he pursued until the end of his life.

How can these diametrically opposed bodies of work coexist? Critics have enjoyed highlighting the opposition between the two periods, praising the former and disparaging the latter. The exhibition Autopsy of the Spectacle seeks to reconcile the two parts of Weegee by showing that, beyond formal differences, the photographer’s approach is critically coherent.

The spectacle is omnipresent in Weegee’s work. In the first part of his career, which coincides with the rise of the tabloid press, he was an active participant in transforming news into spectacle. To show this, he often included spectators, or other photographers, in the foreground of his images. In the second half of his career, Weegee mocked the Hollywood spectacular: its ephemeral glory, adoring crowds and social scenes. Some years before the Situationist International, his photography presented an incisive critique of the Society of the Spectacle.
With a new perspective on Weegee’s oeuvre, Autopsy of the Spectacle presents the photographer’s iconic images beside lesser-known works, including images not-yet-exhibited in France.

JANUARY 30 – MAY 19, 2024 – Fondation Henri Cartier-Bresson – Paris

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ALESSANDRA SANGUINETTI – THE ADVENTURES OF GUILLE AND BELINDA

The Cousins, 2005 © 2021 Alessandra Sanguinetti

Alessandra Sanguinetti (born 1968) was raised and educated in Argentina. In 1999, she met two inimitable children, Guillermina Aranciaga and Belinda Stutz. The two young women, whose lives she then followed, became icons in her life and work. Against the backdrop of rural Argentina, in an overwhelmingly male world of gauchos and farmers, the artist’s documentary work spans different stages of life, reflecting on the irreversibility of time.

With the help of the two cousins (Aranciaga and Stutz), using scenography and accessories, Sanguinetti puts her photographs and her models into dialogue in a resolutely phantasmagorical series. As Morpheus holds a mirror in one hand while offering the power of dreams in the other, the artist paradoxically transports us to the realm of illusion and portrays a world proper to the two individuals, at first no more than “points on the horizon”.

In dreamlike, psychoanalytical images, Sanguinetti subtly addresses the continual question of an artist’s relationship to her subject. Within and beyond the series, the three women, Guillermina, Belinda and Alessandra, ultimately form another type of family.

The Adventures of Guille and Belinda is always worthy of an update. Shown at Les Rencontres d’Arles in 2006, at the BAL in Paris, 2011, it will be shown from January 30 to May 19 at the Fondation Henri Cartier-Bresson in an extended, updated series of 52 photographs and 3 films. The project is rich in its past and current forms, as it will be in forms to come.

JANUARY 30 – MAY 19, 2024- Fondation Henri Cartier-Bresson – Paris

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Cindy Sherman

Comprised of Cindy Sherman’s latest body of work, this exhibition features a series of improbable portraits that exemplify the morphing of self. The concept of identity as a construct is a central theme that runs throughout Sherman’s work; in this series the artist renders this notion even more perceptible by splicing together photographs of the individual parts of her own face into a set of collaged images. The result is a series of wholly asymmetric – and therefore seemingly distorted – portraits, depicting entirely new characters that are brought to life in the process.

“I’m disgusted with how people get themselves to look beautiful” stated Sherman in an interview close to forty years ago, “I’m much more fascinated with the other side.” In many respects, this exhibition is the culmination of this sentiment. Drawn from a series of twenty-six “floating creatures,” as the artist has referred to them, these disfigured, and at times disproportionate portraits embody Sherman’s most grotesque work to date. Deliberately printed in a large format, Sherman confronts the viewer with details usually deemed unsightly: wrinkles, contortions, badly applied make-up. By drawing attention to the elements so often smoothed over, Sherman probes our relationship of (un)attractiveness to the construct of self.

29 Mar – 4 Aug 2024 – Photo Elysèe, Lausanne 

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Una movida Bárbara. Fotografie di Ouka Lele

Mostra dedicata all’artista multidisciplinare da poco scomparsa Ouka Leele, che ha saputo coniugare in modo originale fotografia e pittura.

Ideata con l’intento di proseguire la rassegna di fotografi spagnoli attivi nell’ambito della “movida madrileña” degli anni Ottanta (in continuità con quella di Miguel Trillo già ospitata presso lo stesso Museo), l’esposizione ripercorrerà l’intera carriera di quest’artista, vincitrice del Premio Nazionale di Fotografia nel 2005, presentando opere dalla sua prima esposizione, Peluquería, fino agli ultimi lavori, come la serie scattata nelle Asturie A donde la luz me lleve, o quella di disegni con motivi botanici Floreale, offrendo una visione complessiva dell’universo creativo di Ouka Leele.

In mostra circa 90 opere di diverse dimensioni, formati e tecniche (alcune delle quali originali), sarà completata da video, cataloghi e materiale documentario.

17/04 – 07/07/2024 – Museo di Roma in Trastevere

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FABIO BUCCIARELLI. THE WORLD WE LIVE IN

Fabio Bucciarelli. The world we live in, Palazzo Todesco, Vittorio Veneto

Sabato 23 marzo 2024 a Palazzo Todesco di Vittorio Veneto verrà inaugurata alle ore 10.30 “The world we live in” la nuova mostra dedicata al pluripremiato fotografo italiano FABIO BUCCIARELLI. Bucciarelli è un fotografo, giornalista e autore internazionale noto per il suo lavoro di reportage sui conflitti globali e sulle terribili ricadute umanitarie che ne conseguono. L’impegno costante nel raccontare storie importanti attraverso immagini vivide e reportage dettagliati gli è valso l’ampio riconoscimento e il rispetto del settore. Il suo reportage sulla guerra siriana gli è valso la prestigiosa Robert Capa Gold Medal dell’Overseas Press Club of America. Ha vinto 10 premi Picture of the Year International, 2 premi World Press Photo, 2 Sony World Photography Awards, il Prix Bayeux-Calvados per i corrispondenti di guerra, il VISA d’Or News di Perpignan, la Lucie Foundation, il Premio Internazionale Yannis Behrakis, il Premio Ponchielli, il World Report Award. Tra gli altri riconoscimenti anche: Best of Photojournalism, Days Japan International, Kuala Lumpur International PhotoAwards e Getty Images Editorial Grant. È stato nominato Fotografo dell’anno nel 2019 e Fotografo dell’anno Award of Excellence nel 2023. Oggi collabora con i principali organi di informazione, tra cui New York Times, La Repubblica, Die Zeit, Il Fatto Quotidiano, La Stampa, Yahoo News, Newsweek, L’Espresso, Time Magazine, Al Jazeera. Oltre ai suoi progetti come fotografo e reporter, è stato incaricato di lavorare come curatore e direttore artistico per diversi musei e istituzioni, tra cui il Ministero degli Affari Esteri italiano. Nel novembre 2023 è diventato Ambasciatore Canon, unendosi così a un gruppo illustre di fotoreporter di grande talento e fama.
“Bucciarelli è creatore di immagini tecnicamente perfette, esteticamente ricercate, dense di significati”. Così ne parla l’Assessore alla Cultura del Comune di Vittorio Veneto Antonella Uliana nel suo testo introduttivo alla mostra. “Immagini che raccontano la realtà in modo coinvolgente e diretto. E, più o meno consapevolmente, ci parlano ancora una volta dello stretto rapporto tra pittura e fotografia. In uno scatto sulla grande marcia di ritorno a Gaza c’è Eugene Delacroix con la sua Libertà che guida il popolo, fu il primo quadro politico nella storia della pittura moderna come venne definito. Ci parlano del grande artista francese il riferimento formale ad una composizione piramidale e le linee direzionali, create da gesti e sguardi, che conducono al movimento deciso del braccio destro della figura centrale. In Delacroix è l’immagine simbolica della Libertà che agita il tricolore invitando il popolo in armi a seguirla, nella fotografia di Bucciarelli un uomo che procede incitando con slancio e vigore la folla tumultuosa. La tragicità delle scene è amplificata da un identico cielo grigio; nuvole, polvere, il fumo nero delle gomme bruciate impediscono di vedere il sole ma sulle dominanti tonalità scure si impongono all’occhio le stesse accensioni cromatiche di rosso vivo. Travolgente è la medesima direzione del moto dei protagonisti che avanzano con decisione verso l’osservatore”.  

Dal 23 Marzo 2024 al 26 Maggio 2024 – Palazzo Todesco – Vittorio Veneto (TV)

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LAURA SALVINELLI. AFGHANA

Laura Salvinelli - Maternità, sala operatoria, la mc Monika Pernjakovic (destra) e la ginecologa Keren Picucci (sinistra). Anabah, Panjshir. Afghanistan 2019
© Laura Salvinelli | Laura Salvinelli – Maternità, sala operatoria, la mc Monika Pernjakovic (destra) e la ginecologa Keren Picucci (sinistra). Anabah, Panjshir. Afghanistan 2019

Storie di mamme afghane e dei loro bambini, di giovani donne che hanno potuto realizzare il sogno di diventare infermiere e dottoresse; il racconto dell’essere donne e madri in un Paese complesso come l’Afghanistan: dal 16 marzo al 28 aprile, nell’ambito della 12esima edizione del Festival Fotografico Europeo, presso il Castello Visconteo di Legnano, in via Catullo 1, saranno esposte le testimonianze e i volti delle donne del Centro di maternità di EMERGENCY ad Anabah, nella Valle del  Panshir, protagonisti della mostra “AFGHANA della fotografa Laura Salvinelli

Sabato 6 aprile alle ore 17:30, sarà inoltre possibile approfondire il tema al centro della mostra con un incontro dedicato al lavoro di EMERGENCY in Afghanistan e agli scatti proposti all’interno dell’esposizione, con la presenza della fotografa, Laura Salvinelli e della responsabile della Medical Division Paediatrics di EMERGENCY, Manuela Valenti. 
Le fotografie raccontano la storia delle dottoresse, delle infermiere e delle pazienti del Centro di EMERGENCY dedicato alla maternità. Nel viaggio fotografico si incontra il viso sorridente di Zarghona che ha dato alla luce il primo figlio maschio, Kemeya alle prese con il suo quinto cesareo, le donne nomadi Kuchi durante uno dei loro passaggi stagionali nella Valle. E ancora Asuda che, grazie al Centro di maternità di EMERGENCY, ha potuto studiare e formarsi per diventare ostetrica; Marja, che ha iniziato a lavorare in Afghanistan con EMERGENCY nel 1999; Monika e Keren, coordinatrice medica e ginecologa, che esprimono tutta la loro felicità per i tanti bambini che hanno visto nascere.

Il reportage sul Centro di maternità ad Anabah nella Valle del Panshir è stato per me come un ritorno a ‘casa’ – racconta la fotografa Laura Salvinelli – ‘Casa’ è per me l’Afghanistan, luogo della mia anima e ‘casa’ è l’impegno di EMERGENCY contro la guerra e in difesa dei diritti umani. Ho lavorato in un mondo in cui fotografare le donne è un tabù interpretando il ruolo dell’elefante in un negozio di cristalli. Ho combattuto per mostrare in Occidente le foto del parto, che violano un altro tabù, quello del sangue della vita e del corpo reale delle donne. Mi sono posta in continuazione la domanda di tutti i fotografi: se sia giusto entrare nell’intimità degli altri. Credo che la risposta, sempre diversa, dipenda da perché e da come si fa – l’importante è che quella domanda lavori sempre dentro di noi.”

In Afghanistan la mortalità materna è 99 volte più alta di quella registrata in Italia e il tasso di mortalità infantile 47 volte più alto: 
una donna su 14 muore per complicazioni legate alla gravidanza, mentre un bambino su 18 muore prima di compiere i 5 anni.
Si stima che nel 2024 saranno 23.7 milioni gli afgani in necessità di aiuti umanitari; 17.9 milioni di questi con bisogni sanitari gravi o estremi. Curarsi è troppo costoso; non ci sono ambulanze in caso di emergenza; le strutture sono inadeguate, sprovviste di personale specializzato, macchinari, elettricità e acqua, soprattutto nelle zone rurali. Le donne sono il gruppo più vulnerabile. La mancanza di mezzi di trasportosicuri ed efficienti, l’assenza di cliniche che offrano cure ostetriche per le future mamme nelle zone rurali e la diminuzione del potere d’acquisto (del 20% inferiore rispetto a quello degli uomini), rende la possibilità di accedere a cure tempestive ed efficaci per le afgane ancora più precaria.

L’Afghanistan è un pezzo importante della storia di EMERGENCY, ma dopo 25 anni di lavoro anche EMERGENCY è diventata parte integrante della storia del Paese – ricorda Rossella Micciopresidente della ONG che lavora in Afghanistan dal 1999 – 
E tutt’oggi noi continuiamo a rimanere nel Paese con tre ospedali chirurgici, un Centro di maternità e 42 posti di primo soccorso. La reputazione di cui gode EMERGENCY tra la popolazione locale non solo ha garantito sostenibilità alle attività del Centro di maternità, ma ha anche contribuito a dare forma e sostanza a un nuovo ruolo delle operatrici sanitarie nella regione. Oggi più che mai è importante non dimenticare questo Paese e la sua popolazione: non possiamo sapere cosa accadrà in futuro, ma lasciare gli afgani da soli di certo a ricostruire ciò che è stato distrutto in 20 anni di guerra
”, 

Nel 2003, accanto al Centro chirurgico e pediatrico del Panshir, EMERGENCY ha aperto le porte del Centro di maternità, ancora oggi l’unica struttura specializzata e gratuita della zona che permette alle donne la formazione necessaria per diventare infermiere, ginecologhe, ostetriche e garantisce alla popolazione femminile di partorire in un ospedale sicuro, un’oasi protetta in cui gli uomini non hanno accesso, e che diventa sia per le pazienti che per lo staff un luogo dove prendersi cura di loro stesse.  Qui sono oltre 7mila i parti effettuati ogni annoda quando è entrato in funzione, nel giugno 2003, a oggi nel Centro sono state curate più di 489mila donne e bambini e sono stati fatti nascere più di 76mila bambini.

Dal 16 Marzo 2024 al 28 Aprile 2024 – Castello Visconteo – Legnano

S75 – Petra Stavast

S75 è la mostra personale della fotografa olandese Petra Stavast che inaugura presso la galleria di Spazio Labo’ mercoledì 17 aprile alle ore 19.30 alla presenza dell’artista.

S75 è un progetto che prende il nome dal telefono cellulare Siemens S75: lanciato nel 2005, è stato il primo telefono cellulare di Stavast dotato di una fotocamera integrata, con una risoluzione massima di 1280 × 960 pixel.
In S75 Stavast racchiude 224 ritratti a persone appartenenti alla sua vita quotidiana, ma raramente ad amici o familiari, tutti realizzati in studio utilizzando la tecnologia, oggi considerata obsoleta, di questo telefono. La serie è realizzata in un arco di diciassette anni, tra il 2005 e il 2022 ad Amsterdam, Banff e Shanghai.

I limiti tecnici della fotocamera rappresentano una caratteristica centrale del lavoro: la bassa risoluzione delle immagini e le pose classiche dei soggetti ritratti danno luogo a uno spazio atemporale e disgiunto, che non è né presente né passato. I ritratti trasmettono una inquietante sensazione di instabilità formale ed emotiva tra stagnazione e transizione, e creano un’immobilità visiva che sembra più vicina alla pittura che alla fotografia.

La serie di ritratti si confronta con quel preciso, breve momento in cui la persona ritratta e la fotografa sono insieme: le tensioni e le aspettative di entrambe sono parti visibili del risultato finale. I ritratti evocano una tensione tra il carattere digitale della fotocamera a bassa risoluzione e l’immagine che rimanda all’arte classica del ritratto.

Il fatto che con il Siemens S75 la tecnica fotografica non possa essere controllata è essenziale per il lavoro di Stavast e questo concetto è stato tradotto nel libro fotografico, pubblicato dalla prestigiosa casa editrice olandese Roma Publications, attraverso la scelta di una tecnica di stampa altrettanto difficile da controllare, quella del rotocalco. Questa scelta comporta una sorta di tensione tra la natura digitale delle foto del telefono, condivisibili e riproducibili all’infinito, e l’associazione della produzione di massa con la stampa rotocalco. Inoltre, la carta e la tecnica di stampa esaltano l’apparenza granulosa delle fotografie, dando loro una morbidezza che ricorda quelle che si cerca di ottenere oggi con i filtri, e la sottigliezza della carta fa sì che le pagine si sfoglino delicatamente e lentamente, dando a tutti gli effetti il senso della vastità di questo progetto a lungo termine.

Dal 17 aprile al 21 giugno 2024 – Spazio Labo’ – Bologna

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20 libri, da avere, di fotografie su New York

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Invisible City (Inglese) Copertina rigida – 29 dic 2014
di Ken Schles
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L’anima di New York Le immagini più evocative della città che non dorme mai Ripercorrete l’epica storia di New York attraverso centinaia di fotografie emozionanti che ci mostrano i tanti volti di questa magica città dalla metà dell’Ottocento a oggi. Seguitene le mutevoli sorti dalle folli notti degli anni d’oro del jazz all’edonismo delle discoteche, dai tetri giorni della Depressione alle devastazioni dell’11 settembre e dei giorni che seguirono. Questa meravigliosa collezione di immagini rende omaggio all’architettura, all’energia e al patrimonio civile, sociale e fotografico della metropoli. Dal Brooklyn Bridge agli immigrati che sbarcavano a Ellis Island, dai bassifondi del Lower East Side ai magnificenti grattacieli art déco, le strade, i marciapiedi, il caos, l’energia, il crogiuolo di etnie, la cultura, la moda, l’architettura, la rabbia e la complessità della Grande Mela sono tutte rappresentate nella forza del loro spirito e delle loro contraddizioni. Oltre a centinaia di scatti firmati da fotografi del calibro di Alfred Stieglitz, Berenice Abbott, Weegee, Margaret Bourke-White, William Claxton, Ralph Gibson, Ryan McGinley, Steve Schapiro, Garry Winogrand, Larry Fink, Keizo Kitajima, e tanti altri, New York: Portrait of a City offre oltre un centinaio di citazioni e riferimenti provenienti da libri, film, spettacoli di vario tipo e canzoni.

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In My Taxi: New York After Hours by Ryan Weideman (1991-10-02)
di Ryan Weideman (Autore)
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Max Kozloff (Autore), Ed Grazda (a cura di), William Klein (Fotografo)
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Keizo Kitajima spent six months in New York roaming it’s gritty streets and hanging out in its clubs. He presents a vison of eighties New York, full of energy, decadence and moments of quiet desperation. Like the city the publication is full of stark juxtapositions, flaboyant dispays of outrageous behaviour live next to pictures of desolation and dejection.
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[(Naked City )] [Author: Weegee] Mar-2003 Copertina flessibile – 1 mar 2003
di Weegee  
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Cecil Beaton’s New York Hardcover – 1938
by Cecil Walter Hardy Beaton (Author)
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Harlem Stirs – 128 pages, softbound with slight edgewear and light soiling from handling to covers. text block is clean tight and bright. Wonderful black and white photos throughout. the pictures and words presents the horror of Harlem in the 1960’s. A vivid story of this powerful, tangled and much maligned region of New York City, leading to the changes and upheaval in the 1960’s. ~ Rasism, Social, Black America, Urban Blight
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Written in English and Swedish. The title is in reference to a street sign indicating traffic directions. Black and white images of “traces of life” in New York. The kind of thing you’d see when walking around, if you had your eyes open to it, Found objects, storefronts, signs, graffiti, abandoned/lost items, trash, anything that caught artist Enke Rothman’s interest. Photos by Tana Ross.
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Based on the blog with more than four million loyal fans, a beautiful, heartfelt, funny, and inspiring collection of photographs and stories capturing the spirit of a city
Now an instant #1 New York Times bestseller, Humans of New York began in the summer of 2010, when photographer Brandon Stanton set out to create a photographic census of New York City. Armed with his camera, he began crisscrossing the city, covering thousands of miles on foot, all in an attempt to capture New Yorkers and their stories. The result of these efforts was a vibrant blog he called “Humans of New York,” in which his photos were featured alongside quotes and anecdotes.
The blog has steadily grown, now boasting millions of devoted followers. Humans of New York is the book inspired by the blog. With four hundred color photos, including exclusive portraits and all-new stories, Humans of New York is a stunning collection of images that showcases the outsized personalities of New York.
Surprising and moving, printed in a beautiful full-color, hardbound edition, Humans of New York is a celebration of individuality and a tribute to the spirit of the city.
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I See a City: Todd Webb’s New York focuses on the work of photographer Todd Webb produced in New York City in the 1940s and 1950s. Webb photographed the city day and night, in all seasons and in all weather. Buildings, signage, vehicles, the passing throngs, isolated figures, curious eccentrics, odd corners, windows, doorways, alleyways, squares, avenues, storefronts, uptown, and downtown, from the Brooklyn Bridge to Harlem.
The book is a rich portrait of the everyday life and architecture of New York. Webb’s work is clear, direct, focused, layered with light and shadow, and captures the soul of these places shaped by the friction and frisson of humanity.
A native of Detroit, Webb studied photography in the 1930s under the guidance of Ansel Adams at the Detroit Camera Club, served as a navy photographer during World War II, and then went on to become a successful postwar photographer. His work is in many museum collections, including the Museum of Modern Art in New York and the National Gallery of Art in Washington.
Published on the occasion of the exhibition Todd Webb’s New York at the Museum of the City of New York, where Webb had his first solo exhibition in 1946, this book helps restore the reputation and legacy of a forgotten American artist.
150 back-and-white illustrations
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Based on the popular New York photography blog by the same name with over 2.5 million loyal fans, this coffee table photo book takes you on a dream-infused nostalgic journey through New York City featuring an exquisite collection of photographs and prose.
Street photographers will never tire of New York as a subject. It is the perfect setting for the genre, the world’s most evocative cityscape, against which candid, memorable moments play themselves out every day.
Nearly a decade ago, Vivienne Gucwa began walking the streets of the city with the only camera she could afford a sub-$100 point-and-shoot and started taking pictures. Choosing a direction and going as far as her feet would take her, she noticed lines, forms and structures that had previously gone unnoticed but which resonated, embodying a sense of home.
Having limited equipment forced her to learn about light, composition and colour, and her burgeoning talent won her blog millions of readers and wide recognition in the photographic community.
“NY Through the Lens” is a timeless photo book which showcases the stunning results of Vivienne’s ongoing quest. Filled with spectacular photographs and illuminated by Vivienne’s poetic commentary, NY Through the Lens is a quintessential New York book as well as a beautiful travel guide to the city; it will be a must-read for her many fans and for any lover of New York photography.
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Differing from other photo books about New York, New Yorkers: As Seen by Magnum Photographersintroduces a gallery of eye-catching, untamed images of the metropolis taken by members of the renowned Magnum photo agency. Known for their spirit of independence, these photographers proffer droll, enigmatic, melancholic, enchanting, perhaps even effervescent scenes of the world’s most well known city, often combining these disparate sensibilities together, against great odds, in a single image. For these pictures to have been on target, they had to be off-kilter—as charged with contradiction and nuance as the reality of their subjects. 

The photographers in this book come from many countries and, armed with a wide range of purposes, are united only by their membership in Magnum Photos. Though best known for reportage of global wars and crises, they have created a New York archive of great magnitude documenting the last sixty years of New York’s—and Magnum’s—history. Of the more than one hundred and fifty photographs in New Yorkers, only a fraction have ever been published. 

Leafing through New Yorkers, edited by the acclaimed art critic Max Kozloff, is like walking the streets of New York City, beguiled by its implausible and mixed energies, renewed at each turn of a corner. Throughout the city’s sidewalks, bars, subways, rooftops, bridges, street corners, diners, barbershops, boardwalks, and empty lots, and inside its ball games, parks, protests, parades, society events, and myriad trade districts, these photographers have roamed freely, snapping its denizens with a realism that smarts and a wit that sparkles, featuring never-before-seen work by Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, Inge Morath, Elliott Erwitt, Bruce Davidson, Leonard Freed, Raymond Depardon, Eve Arnold, Dennis Stock, Ferdinando Scianna, Richard Kalvar, Burt Glinn, Eli Reed, René Burri, Susan Meiselas, and more. 

New Yorkers: As Seen by Magnum Photographers emphasizes the color work of the Magnum photographers, much of it surprisingly early, and contains an essay by Kozloff, who tackles his offbeat selection with relish.
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Danish-born Jacob A. Riis (1849–1914) found success in America as a reporter for the New York Tribune, first documenting crime and later turning his eye to housing reform. As tenement living conditions became unbearable in the wake of massive immigration, Riis and his camera captured some of the earliest, most powerful images of American urban poverty.
This important publication is the first comprehensive study and complete catalogue of Riis’s world-famous images, and places him at the forefront of early-20th-century social reform photography. It is the culmination of more than two decades of research on Riis, assembling materials from five repositories (the Riis Collection at the Museum of the City of New York, the Library of Congress, the New-York Historical Society, the New York Public Library, and the Museum of South West Jutland, Denmark) as well as previously unpublished photographs and notes. In this handsome volume, Bonnie Yochelson proposes a novel thesis—that Riis was a radical publicist who utilized photographs to enhance his arguments, but had no great skill or ambition as a photographer. She also provides important context for understanding how Riis’s work would be viewed in turn-of-the-century New York, whether presented in lantern slide lectures or newspapers.
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Presents a thorough study of the artist’s candid photographs of urban life in New York City, and the connection between his painting and his photography.
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Nearly 100 classic images by noted photographer: Rockefeller Center on the rise, Bowery restaurants, dramatic views of the City’s bridges, Washington Square, old movie houses, rows of old tenements laced with laundry, Wall Street, Flatiron Building, waterfront, and many other landmarks.

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A re-release of an acclaimed volume features definitive images of 1930s New York, in a deluxe edition that features more than three hundred duotones as taken with the support of the WPA’s Federal Art Project documenting Depression-era changes throughout the city. Reissue.
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Timing, skill, and talent all play an important role in creating a great photograph, but the most primary element, the photographer’s eye, is perhaps the most crucial. In The Eyes of the City, Richard Sandler showcases decades’ worth of work, proving his eye for street life rivals any of his generation.

From 1977 to just weeks before September 11, 2001, Richard regularly walked through the streets of Boston and New York, making incisive and humorous pictures that read the pulse of that time. After serendipitously being gifted a Leica camera in 1977, Sandler shot in Boston for three productive years
and then moved back home to photograph in an edgy, dangerous, colicky New York City.

In the 1980s crime and crack were on the rise and their effects were socially devastating. Times Square, Harlem, and the East Village were seeded with hard drugs, while in Midtown Manhattan, and on Wall Street, the rich flaunted their furs in unprecedented numbers, and “greed was good.”

In the 1990s the city underwent drastic changes to lure in tourists and corporations, the result of which was rapid gentrification. Rents were raised and neighborhoods were sanitized, clearing them of both crime and character. Throughout these turbulent and creative years Sandler paced the streets with his native New Yorker’s eye for compassion, irony, and unvarnished fact.

The results are presented in The Eyes of the City, many for the first time in print. Overtly, they capture a complex time when beauty mixed with decay, yet below the picture surface, they hint at unrecognized ghosts in the American psyche.
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New York at Night: Photography after Dark, showcases images of New York City’s legendary nightlife by the leading photographers of the 20th and 21st centuries, from Joseph Byron and James Van Der Zee to Henri Cartier-Bresson, Diane Arbus, Elliott Erwitt, Larry Fink, and more. As diverse and complicated as the city itself, New York’s nightlife is glamorous and grungy, lonely and dangerous, highbrow and lowbrow. These images are complimented by writing from some of New York’s most respected contemporary authors, adding depth, context, and personal stories of their own experiences to those presented by the photographers. This engaging book captures the energy of the New York night and the city’s evolving hotspots, building a history of how New Yorkers play after dark and how that helps make this city a cultural and entertainment powerhouse.

Photographers featured within the book include: Berenice Abbott, Apeda Studio, Amy Arbus, Diane Arbus, Eve Arnold, Richard Avedon, John Baeder, Frank Bauman, Guy Bourdin, Bonnie Briant, Paul Brissman, René Burri, Joseph Byron, Cornell Capa, Drew Carolan, Henri Cartier-Bresson, Bob Colacello, John Cohen, Ted Croner, Bruce Davidson, Philip-Lorca diCorcia, Elliott Erwitt, Walker Evans, Louis Faurer, Donna Ferrato, Larry Fink, Robert Frank, Lee Friedlander, Paul Fusco, Ron Galella, William Gedney, Bruce Gilden, Burt Glinn, Nan Goldin, William P. Gottlieb, Samuel H. Gottscho, Charles Harbutt, Phillip Harrington, Paul B. Haviland, Thomas Hoepker, Evelyn Hofer, Jenny Holzer, Peter Hujar, Douglas Jones, Sid Kaplan, William Klein, Stanley Kubrick, Collin LaFleche, Elliott Landy, Annie Leibovitz, Joan Liftin, Peter Lindbergh, Roxanne Lowit, Alex Majoli, Fred McDarrah, Ryan McGinley, Susan Meiselas, Lisette Model, Inge Morath, Helmut Newton, Toby Old, Paolo Pellegrin, Iriving Penn, Gilles Peress, Anton Perich, Hy Peskin, Jean Pigozzi, Sylvia Plachy, Robin Platzer, Eli Reed, Jacob Riis, Arthur Rothstein, Damien Saatdjian, Lise Sarfati, Paule Saviano, Norman Seeff, Neil Selkirk, Sam Shaw, Aaron Siskind, Dennis Stock, Erika Stone, Christopher Thomas, Peter Van Agtmael, James Van Der Zee, Weegee, and Garry Winogrand.
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Brooklyn Photographs Now reflects the avant-garde spirit of the city’s hippest borough, containing previously unpublished work by well-known and emerging contemporary artists. The book presents 250 images by more than seventy-five established and new artists, including Mark Seliger, Jamel Shabazz, Ryan McGinley, Mathieu Bitton, and Michael Eastman, among many others. The book documents the physical and architectural landscape and reflects and explores an off-centered—and therefore a less-seen and more innovative—perspective of how artists view this borough in the twenty-first century. This is the “now” Brooklyn that we have yet to see in pictures: what might seem to be an alternative city but is actually the crux of how it visually functions in the present day. This unique collection of images is the perfect book for the photo lover and sophisticated tourist alike.

Mostre di fotografia da non perdere a Settembre

Ciao a tutti,

riprendiamo da dove ci eravamo lasciati prima delle vacanze, con nuove fantastiche mostre da non perdere a settembre.

Date sempre un’occhiata alla pagina dedicata, sempre aggiornata con tutte le mostre in corso.

Anna

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Identical Twins, la Arbus e Kubrick

 

Identical Twins, Roselle, New Jersey, 1967 è una famosa fotografia realizzata nel 1967 dalla fotografa statunitense Diane Arbus.

Identical Twins (tradotto in italiano: Gemelle identiche) rappresenta due gemelle monozigote, Cathleen e Colleen Wade, in piedi una affiancata all’altra. Indossano entrambe un vestito di velluto a coste, calzamaglie bianche e una fascia anch’essa bianca tra i capelli scuri. Entrambe guardano nell’obiettivo, sebbene abbiano espressioni facciali diverse. Mentre la gemella a destra accenna un sorriso, l’altra ha un’espressione leggermente triste.

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Fotografia di Diane Arbus e fotogramma di Shining

Stanley Kubrick, ammiratore dell’opera di Diane Arbus, le diede omaggio nella realizzazione della celebre sequenza del film Shining in cui Danny, percorrendo i corridoi dell’Overlook Hotel, si imbatte nelle gemelle Grady. La posa delle gemelle e la composizione dell’inquadratura sono infatti elementi che richiamano questa foto.

Le gemelle in azzurro che assillano Danny  durante il suo giro in triciclo per i corridoi dell’Hoverlook Hotel, sono paurose e  rimandano inevitabilmente all’opera della Arbus.

Sia Kubrick che la Arbus lavorano con soggetti umani più o meno stravaganti e in qualche caso spaventosi. Il tema dell’ambiguità dell’essere umano rappresentato nella sua schiaffeggiante umanità, sembra essere tema costante dei due.

Kubrick a ventiduenne lavora già per la rivista Look e entra a far parte di una sorta di comunità di fotografi di New York. qui, oltre che con la Arbus entra in contatto anche con Arthur Felig,  noto con il soprannome di “Weegee”. Kubrick amerà così tanto Weegee da volerlo in Dr.Strangelove, nel 1958 viene chiamato come consulente.

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Se vuoi sapere di più su Weegee, qui tutta la sua vita

Ciao a tutti

Sara

Chi era Weegee? Grande fotografo americano.

Nasce il 12 giugno 1899 a Zloczew, cittadina polacca allora appartenente all’Impero Asburgico, come Arthur Fellig. L’anno successivo il padre, che di professione è un rabbino, si trasferisce in America, e Arthur lo segue a New York con la madre dieci anni dopo. Per aiutare la famiglia, poverissima, si dedica a svariati lavori d’ogni tipo, sino ad approdare alla fotografia. Più tardi si definirà un “fotografo naturale”. Inizia con la fotografia di studio ma presto passa alla fotografia di strada, ritraendo bambini per le vie e rivendendo ai genitori le immagini dei loro figli per prezzi irrisori: tre stampe per mezzo dollaro. Nel 1923 inizia a lavorare per l’agenzia Acme, che rifornisce d’immagini i quotidiani. Inizialmente gli viene affidato il lavoro di laboratorio ed esegue immagini solo in mancanza dei fotografi ufficiali. Nel 1935 decide di intraprendere la professione come free lance e prende il soprannome di Weegee. Affitta uno studio vicino alla Stazione di Polizia, per essere costantemente informato dei fatti di cronaca nera, e in più installa sulla sua Chevrolet una radio sintonizzata con quella degli agenti. In questo modo riesce perfino ad anticipare i poliziotti stessi. La strada e l’automobile diventano la sua casa. Nel bagagliaio tiene un apparecchio di riserva, chimici per lo sviluppo, abiti di ricambio, sigari, salami e flash. Dietro le sue foto stampa un timbro con la scritta “Eseguita dal famoso Weegee”. Nel 1941 espone per la prima volta le sue foto in una mostra intitolata “Murder is my business” (l’omicidio è il mio lavoro).

Dopo dieci anni, pubblica il suo primo libro “Naked City” (Città nuda), con immagini brutali e spietate della vita notturna della grande metropoli. Nelle foto di Weegee i cittadini di New York scoprono una città esotica e diversa, lontana mille miglia dallo stereotipo cui sono abituati. Dopo la guerra si trasferisce a Hollywood, dove lavora per gli studios come consulente per i film d’azione, partecipando in piccole parti in numerose pellicole; collabora anche con Stanley Kubrick per “Il dottor Stranamore”. Pubblica altri tre libri con le sue immagini e nel 1961 la sua autobiografia.

Dotato di un innato senso della composizione, Wegee riusciva a cogliere la verità dei fatti nella loro sconcertante semplicità: le sue immagini vanno dritte al sodo, non lasciano spazio all’immaginazione, colpiscono come un pugno nello stomaco. Sembrano talvolta fotogrammi di un film, ma nessuna di esse è costruita. Nelle sue fotografie è rappresentata una generazione di diseredati, prostitute, alcolizzati, assassini e assassinati, poliziotti, ladri e lavoratori della notte. Tutti ripresi nella loro reale dimensione, quasi con scientifica precisione.

Muore per un tumore al cervello il 26 dicembre1968. Alla sua figura si è ispirato il film “Occhio indiscreto” del 1992 con Joe Pesci.

LA COLLEZIONE DEL MOMA DI WEEGEE

La guida di New York basata sulle fotografie di Weegee. Fantastica!

La New York di Weegee, 70 anni dopo. Lavoro interessantissimo sulla città.

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I libri fotografici su New York sono un genere di particolare successo, che mostrino la città nel presente o nel passato, che siano il lavoro di fotografi emergenti o prestigiosi. Tra questi ultimi c’è sicuramente Weegee, il più famoso fotoreporter di cronaca nera nella New York degli anni Trenta e Quaranta del Novecento, che ha ritratto la città in centinaia di scatti: molti saranno pubblicati nella Guida di Weegee a New York, che uscirà il 30 marzo per la casa editrice Prestel.

Le immagini, in bianco e nero, mostrano una città con poco traffico, pochi manifesti pubblicitari e molto fascino. La guida di Weegee – che per ora è soltanto in inglese, con il titolo The Weegee Guide to New York: Roaming the City with its Greatest Tabloid Photographer – è divisa in 11 sezioni, ognuna dedicata a un quartiere di New York. Le fotografie sono accompagnate da mappe, precise indicazioni e dettagliate descrizioni del punto esatto in cui Weegee si trovava al momento dello scatto. Le indicazioni sono così precise che Mark Lennihan, fotografo dell’International Center of Photography – che conserva oltre 20.000 fotografie di Weegee – ha fotografato la città com’è ora, pochi giorni fa, posizionandosi nello stesso punto.

Philomena Mariani, direttrice delle pubblicazioni dell’International Center of Photography e curatrice del libro, ha spiegato che «lo skyline di New York è incredibilmente cambiato dai tempi di Weegee, il turbinio delle costruzione di grattacieli ha nascosto negli ultimi anni molti degli storici palazzi di New York. Per questo libro abbiamo quindi scelto fotografie che mostrassero l’ambiente e la vita quotidiana della New York dell’epoca».
Weege, il cui vero nome era Arthur Felling, è famoso per aver raccontato la New York notturna di quegli anni, e soprattutto per essere stato un rapido, abile e famoso fotografo di scene del crimine. Proprio dalla sua bravura come fotografo di cronaca nera nasce il suo soprannome: “Weegee” deriva infatti da ouija, la tavoletta con le lettere dell’alfabeto utilizzata nelle sedute spiritiche. Il soprannome alludeva al fatto che la rapidità del fotografo fosse spiegabile solo con una capacità di preveggenza.
Il suo vero nome era Ascher Fellig: era nato nel 1899 a Leopoli, che ora si trova in Ucraina ma all’epoca faceva parte dell’Impero astroungarico. Emigrò con la famiglia a New York nel 1909, dove cambiò nome in Arthur e a 14 anni iniziò a lavorare come fotografo. Nel 1934 si licenziò dalla Acme Newspictures (che sarebbe poi diventata la United Press International Photos) – dov’era assunto come tecnico della camera oscura – e si mise a fare il freelance: bazzicava nel quartier generale della polizia di New York e appena arrivava la notizia di un delitto “interessante” ci si fiondava per scattare le foto e poi venderle. Nel 1938 ottenne il permesso di installare una radio della polizia nella sua auto, nel cui bagagliaio aveva anche allestito una piccola camera oscura, e riuscì a velocizzare ancora di più il suo lavoro.
Weegee è stato anche fotografo di moda, di star del cinema, di gente nei cinema, e, semplicemente, di New York. È oggi associato alla città e alla sua vita notturna così come, ad esempio, Brassaï è stato associato alla Parigi di quegli stessi anni. Ha collaborato con Stanley Kubrick lavorando come assistente agli effetti speciali per Il dottor Stranamore (l’accento austriaco del protagonista è ispirato al suo), mentre la sua stessa vita ha anche ispirato un film: Occhio indiscreto, uscito nel 1992 e diretto da Howard Franklin. Weegee è morto a New York il 26 dicembre del 1968 a 69 anni. Il suo archivio è conservato dall’International Center of Photography: comprende 20 mila stampe, negativi, manoscritti, lettere e oggetti personali.

Foto: (AP Photo/Copyright Weegee/The International Center of Photography, Mark Lennihan)

Postato da Anna