Mostre di fotografia da non perdere a novembre!

Quale miglior modo per trascorrere una piovosa domenica di novembre, se non godersi una di queste mostre di fotografia? Ce ne sono davvero tantissime, non lasciatevele sfuggire!

E altre ne trovate anche sulla pagina dedicata!

Buona visione! Ciao.

Anna

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Tutte le mostre di fotografia a luglio

Ciao a tutti,

ecco qua le mostre che vi consigliamo per questo mese di luglio.

Non impigritevi anche se fa caldo!

Anna

Robert Capa in Italia

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La mostra, dedicata al grande fotoreporter di guerra Robert Capa racconta gli anni della seconda guerra mondiale in Italia, con 35 fotografie originali incorniciate e oltre 100 immagini del biennio 1943 – 44, consultabili nello spazio multimediale dell’Alinari Image Museum.
Per la prima volta la mostra presenta oltre alle fotografie originali, un’ampia selezione di immagini digitali, con postazioni multimediali e interattive che permetteranno di contestualizzare la figura di Capa, il suo lavoro, la campagna italiana.

Considerato da alcuni il padre del fotogiornalismo, da altri colui che al fotogiornalismo ha dato una nuova veste e una nuova direzione, Robert Capa (Budapest, 1913 – Thái Binh, Vietnam, 1954) pur non essendo un soldato, visse la maggior parte della sua vita sui campi di battaglia, vicino alla scena, spesso al dolore, a documentare i fatti.

A settanta anni di distanza, la mostra racconta lo sbarco degli Alleati in Italia con una selezione di fotografie provenienti dalla serie Robert Capa Master Selection III conservata a Budapest e acquisita dal Museo Nazionale Ungherese tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009.

Esiliato dall’Ungheria nel 1931, Robert Capa inizia la sua attività di fotoreporter a Berlino e diventa famoso per le sue fotografie scattate durante la guerra civile spagnola tra il 1936 il 1939. Quando arriva in Italia come corrispondente di guerra, ritrae la vita dei soldati e dei civili, dallo sbarco in Sicilia fino ad Anzio.

Le immagini colpiscono ancora oggi per la loro immediatezza e per l’empatia che scatenano in chi le guarda. Ed è così che Capa racconta la resa di Palermo, la posta centrale di Napoli distrutta da una bomba ad orologeria o il funerale delle giovanissime vittime delle famose Quattro Giornate di Napoli. E ancora, vicino a Montecassino, la gente che fugge dalle montagne dove impazzano i combattimenti e i soldati alleati accolti a Monreale.

Grazie a un visore 3D immersivo ci si ritrova in trincea, trasportati all’interno di una azione di combattimento, tra aerei, uomini e carri armati, dove la violenza degli scontri non è mostrata, ma la tensione dell’attesa è realistica. Nello spazio 3D, indossando gli occhialini si ha davanti, in tre dimensioni, mezzi di trasporto o armi usati durante la campagna in Italia.
Una parete proiettata in alta definizione, mostra i volti della gente nella guerra, l’impatto del conflitto sulla vita civile, accompagnati dalle parole di Capa.

Trieste
Alinari Image Museum
Bastione Fiorito
Castello di San Giusto
Dal 27 maggio al 17 settembre

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Henri Cartier-Bresson Fotografo

16 giugno – 15 ottobre 2017 – Galleria di Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada” – San Gimignano

140 scatti di Henri Cartier Bresson, in mostra alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada” di San Gimignano dall’16 giugno al 15 ottobre 2017, dedicati al grande maestro, per immergerci nel suo mondo,  per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica.

I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l’ordine delle forme.
Egli compone geometricamente solo però nel breve istante tra la sorpresa e lo scatto. La composizione deriva da una percezione subitanea e afferrata al volo, priva di qualsiasi analisi. La composizione di Henri Cartier-Bresson è il riflesso che gli consente di cogliere appieno quel che viene offerto dalle cose esistenti, che non sempre e non da tutti vengono accolte, se non da un occhio disponibile come il suo.

“Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. È mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore”.

La mostra è curata da Denis Curti e promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di San Gimignano, prodotta da Opera-Civita con la collaborazione della Fondazione Henri Cartier-Bresson e Magnum Photos Parigi.

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Be the bee body be boom –  Sara Munari

 

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L’edizione 2017 del Festival vede Sara Munari in una duplice veste: la prima come giurata del Concorso Fotografico 2017 e la seconda come artista in mostra in una delle nostre sedi, con uno dei suoi progetti più belli.

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In “Be the bee body be boom” (bidibibodibibu), Sara Munari si è ispirata alle favole del folklore e alle leggende urbane che soffiano sui paesi dell’Europa dell’Est.
“L’Est Europa offre uno scenario ai miei occhi impermeabile, un pianeta in cui è difficile camminare leggeri, il fascino spettrale da cui è avvolta, dove convivono tristezza, bellezza e stravaganza: un grottesco simulacro della condizione umana. A est, in molti dei paesi che ho visitato, non ho trovato atmosfere particolarmente familiari”, afferma la fotografa di questo lavoro che contempla il suo immaginario, accumulato durante i numerosi viaggi in Est Europa e che è stato definito “visionario”, “stregato e coerente”, “magico”.

Dal 1 al 26 Luglio 2017 – Orbetello, Piazza del Popolo, Sala Espositiva ImagO Palazzo di Piazza del Popolo
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EU: SATOSHI FUJIWARA

 

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“EU” è una mostra antologica del fotografo giapponese Satoshi Fujiwara. Il progetto include alcuni dei lavori più significativi dell’artista e “5K Confinement”, una commissione realizzata per “Belligerent Eyes”, il progetto di ricerca sulla produzione contemporanea di immagini proposto dalla Fondazione nell’estate 2016 a Venezia.

Curata da Luigi Alberto Cippini in un allestimento di Armature globale, la mostra propone un’alternativa ai regimi rappresentativi che stabilizzano l’attuale “identità fotografica europea”. Come osserva Cippini, “la produzione fotografica contemporanea sembra essere determinata da rigidi standard di risoluzione, impatto e distribuzione. Un numero crescente di reporter freelance documentano quotidianamente avvenimenti sociali e politici all’interno e ai margini dell’Unione Europea, producendo immagini che sebbene libere da forme rigide di classificazione, rimangono sottostanti a determinati regimi estetici, di accessibilità, spaziali e di contenuto. Queste costrizioni permettono e sostengono il lavoro delle nuove generazioni di fotografi, aumentando la possibilità di pubblicazione dei loro scatti e contribuendo alla formazione di un gusto medio e neutrale”.

Satoshi Fujiwara (Kobe, Giappone, 1984), attraverso una peculiare scelta delle inquadrature, della distanza focale dai soggetti ritratti e della definizione eterogenea delle fotografie crea un’azione pressante e critica sull’osservatore, deviando dai canoni standard del foto-giornalismo e da una dimensione esclusivamente documentaristica, producendo in questo modo un nuovo lessico emergente.

La mostra si divide in due sezioni: la prima parte, ospitata al piano inferiore dell’Osservatorio, ricostruisce la commissione “5K Confinement”, mentre il secondo piano ospita una retrospettiva che espande e riunisce opere dalle serie “#R”(2015-in corso), “THE FRIDAY: A report on a report” (2015), “Police Brutality” (2015), “Venus” (2016-in corso), “Continent” (2017-in corso), “Animal Material” (2016-in corso), “Mayday” (2015), “Scanning”(2016) e “Green Helmet (2016).

L’allestimento di “EU” è costituito da sequenze di immagini assemblate, volte a eliminare qualsiasi contesto narrativo lineare. Un’operazione che trae origine dalla rielaborazione dell’architettura espositiva disegnata da Herbert Bayer per la mostra “The Road to Victory: a procession of photographs of the nation at war”, tenutasi al MoMA di New York nel 1942.
Porzioni di telecamere consumate dall’uso, assieme a diversi formati di presenza umana e sorveglianza convergono in una sorta di tazibao, in cui le storiche forme di informazione pubblica in uso durante la rivoluzione culturale cinese sono combinate a forme di costruzione e associazione visiva attualmente diffuse, quali i software di editing video ed elaborazione digitale. Come sostiene Cippini, l’allestimento si presenta come “un conglomerato di formati e standard di definizione che registra l’assuefazione al consumo di immagini e la necessità di dialogare con le forme meno visibili di propaganda contemporanea”.

“EU” è accompagnato da una pubblicazione, “5K Confinement. HD Environment Surface Surveillance “, a cura di Luigi Alberto Cippini ed edita da Fondazione Prada.

7 giugno – 6 ottobre – Osservatorio – Milano

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Vivian Maier – Una fotografa ritrovata

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Loggia degli Abati di Palazzo Ducale – Genova
23 giugno – 8 ottobre 2017
Vivian Maier era un nome pressoché sconosciuto fino ad una decina di anni fa. Sarebbe rimasto presente probabilmente solo nel ricordo dei bambini che aveva accudito come tata negli anni Cinquanta e Sessanta, tra Chicago e New York. E invece, grazie ad una fortunata serie di coincidenze, oggi è uno dei nomi più celebrati e amati della fotografia contemporanea.
Palazzo Ducale ospita nella Loggia degli Abati la retrospettiva dedicata a Vivian Maier, con oltre 120 fotografie in bianco e nero, una selezione di immagini a colori e alcuni filmati in super8 che mostrano come la Maier si avvicinasse ai suoi soggetti. E’ infatti questo uno dei tratti peculiari della sua fotografia: uno sguardo partecipe e distaccato al tempo stesso, a volte discreto, altre volte dissacrante. Un approccio sensibile e curioso, attento ai dettagli, alle imperfezioni, capace di documentare il reale restando nell’ombra. Era un’autodidatta, e le sue fotografie non sono mai state esposte né pubblicate mentre era in vita, la maggior parte dei rullini non sono mai stati sviluppati. Oggi proprio quelle fotografie costituiscono il racconto di un’epoca, un ritratto (non in posa) dell’America del dopoguerra. I soggetti sono bambini, anziani, lavoratori, donne: persone che Vivian Maier incontrava per la strada e immortalava con la sua inseparabile Rolleiflex, sapendo restare nascosta pur stando in mezzo alla gente.
Ciò che affascina maggiormente della sua storia è la scelta di tenere per sé le sue fotografie, di non mostrarle né condividerle con gli altri. Era un’artista continuamente all’opera, ma soltanto raramente sviluppava i suoi negativi, essendo forse più interessata all’atto stesso della fotografia che non al suo prodotto, tantomeno al commercio. Come se già solo il fare fotografia bastasse, o meglio, bastasse a lei stessa.
Nel 2007 John Maloof, allora agente immobiliare, ritrovò i migliaia di negativi della Maier stipati dentro scatoloni confiscati e messi in vendita all’asta. Da allora non smetterà di cercare materiale sulla misteriosa fotografa, arrivando ad archiviare oltre 15.000 negativi e 3.000 stampe.
La mostra di Palazzo Ducale offre l’occasione di conoscere una parte di questo immenso archivio, lasciando ammirare l’enigma di una donna misteriosa, tata di mestiere e fotografa per vocazione.

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Le mostre di Cortona on The Move

17 LUGLIO – 1 OTTOBRE 2017

Giunto alla settima edizione, il festival internazionale di fotografia Cortona On The Move ospiterà tanti protagonisti della fotografia internazionale, dai grandi maestri ai giovani talenti, in un fitto programma di mostre, eventi, letture di portfolio con esperti di fama e una serie di iniziative inedite.

Tantissime le mostre da vedere. Qua trovate il programma completo.

Segnaliamo tra le tante, Donna Ferrato, Francesco Comello, Donald Weber, Matt Black e Justyna Mielnikiewicz.

OBIETTIVO MILANO. 200 fotoritratti dall’archivio di Maria Mulas

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Dal 1° giugno al 6 settembre 2017 Palazzo Morando | Costume Moda Immagine ospita la mostra organizzata da Associazione Memoria & Progetto, “OBIETTIVO MILANO. 200 fotoritratti dall’archivio di Maria Mulas” a cura di Maria Canella e Andrea Tomasetig con Antonella Scaramuzzino e Clara Melchiorre.

Sono 200 i ritratti fotografici esposti in mostra provenienti dall’archivio di Maria Mulas, prestigiose testimonianze professionali e dei legami intessuti dalla fotografa nel corso della sua vita.

Le foto raffigurano personaggi che hanno animato la scena artistica, culturale e sociale di Milano dalla fine degli anni Sessanta al Duemila, siano essi meneghini di nascita, di adozione o di passaggio, stranieri compresi: artisti, galleristi, designer, stilisti, scrittori, editori, giornalisti, registi, attori, intellettuali, imprenditori e molti altri.

L’insieme dei materiali conferma Maria Mulas tra le più importanti fotografe del Novecento italiano e il suo archivio come uno strumento indispensabile per documentare e ricostruire la storia visiva di Milano nel secondo Novecento.

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Questioni di Famiglie

Il CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena (AR), ente nato per volontà della FIAF, la storica Federazione Italiana Associazioni Fotografiche, presenta la mostra fotografica “Questioni di Famiglie”, che si terrà da lunedì 17 giugno a domenica 3 settembre 2017.

La mostra “Questioni di Famiglie” viene presentata con un anno di anticipo rispetto al Progetto Nazionale “La Famiglia in Italia”, che verrà esposto a Bibbiena nel 2018 in occasione del 70° anniversario della Federazione. Il progetto, già in fase di realizzazione, si rivolge a tutti gli appassionati fotografi e chiede loro di immortalare la famiglia contemporanea italiana; l’obiettivo è quello di realizzare una campagna fotografica di ricognizione che coinvolga migliaia di fotografi.

“Questioni di Famiglie” intende presentare al pubblico i molteplici aspetti di come la famiglia è stata raccontata fotograficamente in passato. Con la  consapevolezza che l’argomento è molto vasto, sono state scelte dai dieci curatori della mostra alcune tra le diverse possibili tematiche rappresentative dell’argomento per offrire spunti di riflessione e stimoli anche ai fotografi che si apprestano a partecipare al prossimo Progetto Nazionale.

La mostra è divisa in dieci sezioni (tra cui “La famiglia a tavola”, “La famiglia Social”, “La famiglia nel cinema italiano”..) e ciascuna sezione è seguita da un curatore differente per un totale di oltre 200 immagini esposte. Con le sue 16 celle e un grande corridoio, il CIFA rappresenta il luogo ideale per questo tipo di esposizione, che si offre ai visitatori come un percorso a tappe in cui scoprire, a volte anche con curiosa sorpresa, alcuni esempi di come la fotografia in Italia ha declinato il tema della Famiglia.

Tra i vari Autori che espongono è possibile trovare Cesare Colombo, Nino Migliori, Costantino Ruspoli, Paolo Ventura, Settimio Benedusi, Federico Patellani, Paul Ronald, Eugenio Giacinto Garrone, Gianni Berengo Gardin, Mario Cresci, Toni Thorimbert, Gabriele Galimberti, Giovanni Gastel, Gabriele Basilico e ancora molti altri.

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La progettualità dello sguardo. Fotografie di paesaggio di Gabriele Basilico

 

La mostra, ideata e promossa dall’Accademia di architettura (USI) di Mendrisio assieme allo Studio Gabriele Basilico, presenta 60 fotografie. Tra le immagini selezionate quelle tratte dalla serie “Bord de Mer” e un gruppo di paesaggi realizzati in Italia, Portogallo e Spagna. Particolare attenzione è dedicata alla Svizzera: una serie racconta l’architettura di Luigi Snozzi a Monte Carasso e un’altra il passo di San Gottardo. Un nucleo di 40 fotografie è invece dedicato alla ricostruzione di Gemona del Friuli, lavoro che Basilico ha realizzato nel 1992.

Chiesa di San Lorenzo – San Vito al Tagliamento (Pordenone)

16 giugno – 10 settembre 2017

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Ed van der Elsken – Camera in Love

 

from 13 June 2017 until 24 September 2017 – Concorde, Paris

Ed van der Elsken (1925-1990) is a unique figure in Dutch 20th-century documentary cinema and photography. As a photographer, his preferred subject was the street, and in cities like Paris, Amsterdam, Hong Kong or Tokyo, he enjoyed ‘hunting’ for subjects. Often qualified as a “photographer of marginal figures”, he sought in reality an aesthetic form, a visual authenticity, devoid of artifice, a beauty that was sometimes openly sensual, at times even erotic. Ed van der Elsken was fascinated by these proud figures, full of life and vitality.

The exhibition at the Jeu de Paume presents a large selection of some of his most iconic images: shots of Paris from the 1950s, figures photographed on his numerous travels or in his native Amsterdam from the 1960s onwards, as well as his books, and excerpts from his films and slide shows, particularly Eye Love You and Tokyo Symphony.

Van der Elsken photographs and films his subjects in situations that are often theatrical, and he behaves like a director, engaging in conversation with the people he photographs. He likes to be provocative and encourages his subjects to exaggerate or accentuate certain personality traits he detects in them. In addition to his theatrical, extravagant photography, Van der Elsken has also produced a large number of understated and moving images, revelatory of his poetic nature, his innate sense of solidarity with others, and his profound empathy for all living creatures.

Van der Elsken published approximately twenty books and produced a large number of films. His first book, Love on the Left Bank, was published in 1956. Taking the form of a banal but rather unusual photobook, Love on the Left Bank is a semi-fictive account of disaffected young people, living in Paris after the Second World War. The dark tone and expressive approach, as well as the book’s almost cinematic quality contributed to its instant success. Love on the Left Bank was followed by a number of photo documentaries from his travels: Bagara (1958) featuring photographs from his trip to Equatorial Africa, and Sweet Life (1966), from his round-the-world journey in 1959-1960.
Jazz (1958) is also worth mentioning. The book is a vibrant ode to the explosion of jazz music on the Amsterdam scene. In the 1980s, he published photobooks on Paris and Amsterdam, as well as De ontdekking van Japan (The Discovery of Japan) based on his numerous trips to Japan, and colour publications: Eye Love You (1976), depicting photographs from around the world against the backdrop of the liberal atmosphere of the 1960s and 70s, and Avonturen op het land (Adventures in the Countryside) (1980), Van der Elsken’s tribute to life in the polders in the northern Netherlands.

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Willy Ronis

from 28 June 2017 until 29 October 2017 – Château de Tours

This retrospective presents a specific aspect of Willy Ronis’s work: a deep awareness of the nature of images, despite his being traditionally categorised as a mainstream humanist. For Ronis photography is not an end in itself but a means of expressing his experience of the social realities around him. Taken in the street, a factory, the countryside or some intimate setting, his photographs add up to a set of moments that span his entire career, and constitute the basis of his personal version of reality.

After World War II the torch-bearers of French photography were the Groupe des XV, whose members included Robert Doisneau, René-Jacques, Marcel Bovis and, of course, Willy Ronis. Anecdote, parody, tenderness and visual finesse were among the narrative techniques favoured by French humanist photography, and what it sought to convey. Taking as their subject busy Paris streets, working class neighbourhoods, people out for a walk, children playing and other scenes of daily life, these photographs blended poetry with a spontaneously assumed vocation of reporting on the world.

Ronis is nonetheless very much aware of the dishonesty of any attempt by photography to take the edge off social injustice. He sets out to explore the life of the poor with method, conviction and lucidity. Hence his photographs of workers, picket lines and passionate union harangues in the Citroën and Renault factories in 1936 and 1950, the Saint-Étienne mines in 1948 and the streets of Paris in 1950. But in addition to his empathy with workers in the factory, at home and in society, we sense a photographer whose socio-political concerns could not be satisfied with a few fragments of lives picked up here and there, but required active commitment. Ronis never concentrates on the sordid, nor does he disguise poverty or romanticise the poor; rather he sides with their demands and their struggle.

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EPIFANIE 02 –  LAB/per un laboratorio irregolare

Cembalo

LAB/per un laboratorio irregolare è un progetto di Antonio Biasiucci che nasce nel 2012 per rispondere all’esigenza di creare un percorso per giovani artisti, completamente gratuito, in cui trasmettere un metodo di costante approfondimento e critica del proprio lavoro. Dopo l’esperienza della prima edizione del “laboratorio irregolare”, il progetto è proseguito intorno a un tavolo, nello studio di Biasiucci, per oltre due anni, in cui si sono incontrati i giovani artisti e il fotografo per raccogliere, condividere e sviluppare i loro lavori.

Scrive Antonio Biasiucci: “oggi restituisco quello che mi è stato dato, perché non ha senso che sia io solo a salvarmi. Metto a disposizione le mie conoscenze, affinché sia dato spazio, tempo e possibilità ad altri di fare buona fotografia attraverso un Laboratorio ispirato ad Antonio Neiwiller, regista napoletano scomparso venti anni fa, che io considero mio maestro. Il Laboratorio produce immagini essenziali, nelle quali l’autore può trovare una parte di sé; sono immagini che si aprono all’altro”. Il progetto applica dunque i metodi teatrali di Antonio Neiwiller alla fotografia. Non si tratta di una scuola in senso stretto, ma di un percorso dove l’azione didattica diventa un’azione di esistenza e dove la formazione non è fine a sé stessa ma diviene: “lo stimolo a solleticare corde interne del pensiero e dell’emozione, affinché diventino delle epifanie pure e scarnificate” (Leo de Berardinis).

“Come l’azione dell’attore sul palcoscenico – spiega Giovanni Fiorentino, che presenta nel catalogo i principi e l’azione del Laboratorio – è ridotta all’essenza, così nel laboratorio irregolare il viaggio di formazione porta il fotografo a mirare all’interno di sé, ricercando una performance profonda, elaborata per sottrazione, che trasformi l’oggetto della ricerca stessa in soggetto dalla dimensione universale. Biasiucci ha messo intorno al tavolo otto esperienze di vita, e di fotografia, eterogenee, selezionandole tra più di cento di proposte per competenze e qualità della ricerca. Intorno a quel tavolo la fotografia è diventata uno strumento di connessione e di scambio continuo, apprendimento condiviso e relazione sensibile”.

Per questo i lavori del laboratorio irregolare sono sempre “Epifanie” dal contenuto e dalla forma eterogenea. Sguardi autonomi, guidati da un unico metodo, che mette insieme otto esperienze di vita e ricerche fotografiche diverse. Così Pasquale Autiero racconta delle contraddizioni inguaribili del Sud tra il sacro e il profano, Ciro Battiloro dell’umanità che popola il Rione Sanità a Napoli, Valentina De Rosa di persone affette da grave disabilità, Maurizio Esposito di una geografia dell’anima, Ivana Fabbricino della percezione del sé attraverso l’autoritratto, Vincenzo Pagliuca di case ai margini dello spazio, Valerio Polici di un viaggio nel proprio immaginario, Vincenzo Russo della “riproducibilità dell’opera d’arte”.

“Fare il Laboratorio non significa diventare artisti, ma è il tentativo di scoprire cosa è importante; aiuta a distinguere il fondamentale dall’effimero, ad acquisire una forma mentis, una metodologia che è funzionale perlomeno a realizzare una fotografia che non mente. Una fotografia, appunto, una fotografia di se stessi. Nel Laboratorio non si privilegia un genere ma, al contrario, si punta alla cancellazione del genere. È privilegiato solo il proprio dire che eventualmente può prevedere più generi per comunicarlo. Aiuta a capire che lo scambio, il confronto, il relazionarsi sono fondamentali per crescere, insegna ad avere il coraggio di presentarsi nudi, ma consapevoli che è questo l’unico modo possibile”, così Biasiucci parla del Laboratorio Irregolare.

Dal 7 giugno scorso sino al 30 luglio prossimo, un tavolo lungo 15 metri, disegnato da Giovanni Francesco Frascino, su cui sono poggiati gli 8 portfoli-libro degli artisti di LAB, illuminato da un’unica striscia di luce, accoglie i visitatori all’interno della Chiesa di Santa Maria della Misericordia ai Vergini, detta La Misericordiella. Gli otto lavori di Epifanie 02 sono pubblicati in un catalogo, a cura di Antonio Biasiucci, e edito da Peliti Associati.

14 giugno / 15 luglio 2017 – Galleria del Cembalo Roma
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POP STYLE ICONS

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30 anni di icone da Kate Moss a David Bowie negli scatti di Michel Haddi.

Barberino Designer Outlet in collaborazione con ONO arte contemporanea è lieta di presentare POP STYLE ICONS: 30 anni di icone da Kate Moss a David Bowie negli scatti di Michel Haddi, una mostra che attraverso i soggetti più rappresentativi del celebre fotografo di moda francese racconta non solo l’evoluzione dello stile di tre epoche segnate da profondi cambiamenti storici e culturali, ma testimonia anche il passaggio dall’analogico al nuovo mondo digitale e alle infinite possibilità che questo ha aperto nell’ambito della fotografia di moda e costume.

La fotografia mi permette di creare una realtà alternativa. La fotografia di moda non è una rappresentazione accurata della realtà. Certo, ci sono elementi didascalici, cosa va di moda, quali sono gli argomenti di maggior interesse popolari al momento, ma è anche un sistema fantasmagorico. Ho campo libero.
Michel Haddi

Le immagini esposte sono state selezionate insieme a Michel Haddi e provengono da un archivio sterminato di volti noti e meno noti: icone del passato e nuovi modelli culturali sono qui accomunati dal taglio contemporaneo e sempre attuale di Haddi. La sua volontà di inventare storie, di far vivere lo scatto anche al di fuori dell’immagine fotografica, è evidente nella maggior parte dei suoi ritratti che sembrano implicare un continuum spazio-temporale con il mondo esterno: un prima e un dopo che diventano quasi necessari, come se la fotografia fosse un frame tratto da una pellicola cinematografica. Le immagini che compongono la mostra descrivono non solo la sua personale evoluzione nell’ambito della fotografia di moda, ma ci offrono anche uno spaccato della trasformazione interna della cultura visuale delle riviste patinate degli ultimi trent’anni, così come dello stile visivo e popolare tout-court.

A Barberino Designer Outlet la mostra è visitabile gratuitamente dal 13 giugno al 30 luglio ogni giorno dalle 11:00 alle 20:00. Pop Style Icons: un’occasione unica per lasciarsi rapire dalle celebrità del mondo del cinema e della musica immortalate dall’arte di Michel Haddi.

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Another Look – Daniele Tamagni

Dal 6 luglio al 16 settembre, presso la Galleria del Cembalo (Palazzo Borghese) a Roma, la mostra ANOTHER LOOK, a cura di Giovanna Fazzuoli, racconterà la moda di strada come strumento di affermazione individuale e di rivendicazione politica e sociale. Dai dandy congolesi di Brazzaville ai metallari cowboys di Gaborone, dai giovani ballerini di Johannesburg ai creativi di Nairobi e Dakar, Daniele Tamagni è riuscito a cogliere l’immediatezza espressiva di queste comunità.

Nel suo lungo lavoro di reportage condotto in diversi paesi africani, Tamagni ritrae fenomeni di resistenza eccentrica e di rivendicazione della differenza attraverso la moda. L’identità delle fashion tribes è rappresentata in diversi contesti geografici in cui si è radicata una controcultura popolare che si ispira a quella coloniale e occidentale, sfidandola e reinterpretandola con inesauribile creatività.

L’intimità di questi ritratti testimonia lo stretto rapporto di fiducia che il fotografo riesce a instaurare con i soggetti rappresentati: “Questo forte legame gli ha permesso di andare alle radici, di realizzare vitali scatti istantanei con gli occhi di una persona di fiducia, calata all’interno di un microcosmo difficile da conoscere, dove è raro per un estraneo essere ammesso.” (Paul Goldwin, già curatore Tate Gallery, London).

Tra globalizzazione e tradizione, desiderio di emulazione e affermazione sociale, spontaneità e artificio, creatività individuale e reinterpretazione, le tribù della moda, raccolte nel volume “Fashion Tribes”, rivendicano la propria identità nella realtà di tutti i giorni, una realtà che Tamagni ha saputo guardare da un punto di vista diverso, sfidando stereotipi e luoghi comuni.

6 luglio / 16 settembre 2017 – Galleria del Cembalo Roma

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Mostre per aprile

Ciao a tutti,

nuove fantastiche mostre vi aspettano ad aprile. Non perdetevele!

Qua trovate tutte le mostre in corso sempre aggiornate

Anna

DAVID LACHAPELLE – Lost & Found

Una grande monografica presenta oltre 100 immagini che ripercorrono, dagli anni novanta a oggi, la carriera di uno dei più importanti e dissacranti fotografi contemporanei.

Per la prima volta al mondo, sarà esposta la serie New World: 18 opere che segnano il ritorno alla figura umana e che ruotano attorno a temi come il paradiso e le rappresentazioni della gioia, della natura, dell’anima.

Casa dei Tre Oci di Venezia si appresta ad accogliere, dal 12 aprile al 10 settembre 2017, l’universo surreale, barocco e pop di David LaChapelle, uno dei più importanti e dissacranti fotografi contemporanei.

L’esposizione, curata da Reiner Opoku e Denis Curti, organizzata da Fondazione di Venezia e Civita Tre Venezie, presenterà oltre 100 immagini che ripercorrono la carriera dell’artista statunitense, dai primi progetti in bianco e nero degli anni novanta fino ai lavori, solo a colori, più recenti, opere divenute in gran parte iconiche e che gli hanno garantito un riconoscimento internazionale da parte di critica e pubblico.

Come grande novità, la rassegna, prima monografica di LaChapelle a Venezia, propone l’anteprima mondiale di New World, una nuova serie realizzata negli ultimi 4 anni. Sono 18 fotografie che segnano il ritorno alla figura umana e che ruotano attorno a temi come il paradiso e le rappresentazioni della gioia, della natura, dell’anima.

Osservando il percorso compiuto da LaChapelle negli ultimi 30 anni, si scopre come la sua fotografia si nutra da una parte del rapporto privilegiato con le riviste e la

pubblicità, dove le icone della moda e dello star system agiscono come materia grezza per l’ispirazione, dall’altra parte della pratica creativa di esprimere la propria visione del mondo per immagini, influenzata senza dubbio dalla generazione di giovani artisti a lui coetanei, formata da Andy Warhol.

“Dalle viscere più profonde del complesso sistema della comunicazione, dell’advertising e dello star system – afferma Denis Curti, LaChapelle inizia a considerare l’”icona” il seme vero di uno stile che si fa ricerca e contenuto; nella Pop Art, trova l’ispirazione per riflettere sull’infinita riproducibilità dell’immagine; nel fashion e nel merchandising l’eccesso di realismo e mercificazione che, appunto, si converte in sogno”.

Il percorso espositivo prende avvio dagli anni novanta, quando Andy Warhol gli offre il suo primo incarico professionale fotografico per la rivista Interview. È in quel periodo che LaChapelle riflette sulle possibilità comunicative e divulgative dell’editoria, incredibilmente legate alla Pop Art.

Le sue fotografie denunciano le ossessioni contemporanee, il rapporto con il piacere, col benessere, con il superfluo e con una sfrenata esigenza di apparire. Il tutto ammantato da colori elettrici e superfici laccate, e caratterizzato dalla presenza ricorrente di un nudo sfacciato e aggressivo.

I soggetti sono le celebrità, da Michael Jackson a Hillary Clinton, da Muhammad Ali a Jeff Koons, da Madonna a Uma Thurman, da Andy Warhol a David Bowie, le cui immagini sono utilizzate come merce prodotta in serie, consapevolmente sacrificata sull’altare del sistema fondato sull’icona.

Il punto di svolta che segna il passaggio a una nuova fase della sua ricerca della sua evoluzione artistica è il viaggio a Roma del 2006. È in quest’occasione che, visitando la Cappella Sistina, rimane folgorato dagli affreschi di Michelangelo e dai fasti del potere religioso, che lo condussero ad abbracciare la monumentalità e la grandiosità del Rinascimento italiano.

Proprio il Diluvio universale di Michelangelo gli suggerì la creazione di The Deluge (Il Diluvio), in cui i rimandi al capolavoro michelangiolesco si mescolano ai marchi della società consumistica e alla bellezza ostentata dei corpi nudi.

La mostra prosegue con After the Deluge, fotografie che mostrano una realtà in cui tutti gli oggetti e i simboli del mondo attuale vengono sommersi e Awakened, in cui ritrae persone immerse in acqua in uno stato embrionale: una sorta di resurrezione dopo il diluvio.

Dopo il 2006 LaChapelle inizia a lavorare per serie fotografiche. Benché nascano autonomamente, ciascuna di esse si lega all’altra con una evidente coerenza, in un sottile equilibrio tra sacro e sacrilego, alternando soggetti differenti sul tema condiviso della Vanitas. Infatti, se in Earth Laughs in Flowers questo motivo è trattato attraverso la bellezza dei fiori appassiti, in Still Life viene rappresentato da una serie di statue di cera distrutte dai vandali che riproducono le sembianze di alcune stelle hollywoodiane.

Nel corso della sua carriera, l’artista statunitense non ha certo trascurato il confronto con la fotografia di paesaggio, che diventa un suo ambito artistico a partire dal 2013. A Venezia saranno esposte alcune fotografie appartenenti al ciclo Gas Station and Land Scape, nelle quali ricostruisce modelli di impianti petroliferi e stazioni di rifornimento in scala, attraverso materiali riciclati, come cartoni delle uova, schede madri per computer, bigodini, cannucce e altro. Negli allestimenti più elaborati LaChapelle ha fotografato questi piccoli plastici nella foresta pluviale di Maui, nel deserto e lungo la costa californiana.

È proprio per queste sue oniriche raffigurazioni della realtà, che la critica lo ha definito “Il Fellini della Fotografia”.

La serie inedita di New World segna il ritorno di LaChapelle alla figura umana.

Il progetto, che verrà presentato in anteprima a Venezia, ha richiesto 4 anni di lavoro. I temi centrali sono il paradiso e le rappresentazioni della gioia, della natura, dell’anima, cercando la modalità per fotografarle in natura.

In questo, LaChapelle dichiara di essere stato ispirato da Odilon Redon, pittore francese di fine ‘800 – inizio ‘900, visto al Musée d’Orsay, William Blake, e, ancora una volta, Michelangelo e Michael Jackson. Altra fonte d’ispirazione, la musica di Pharell Williams e in particolare, la sua canzone “Happy”.

Con queste fotografie LaChapelle si pone come fine quello di riflettere su questioni metafisiche come il viaggio dell’anima dopo la morte, la gioia e le rappresentazioni del paradiso.

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Stories of the City: A Magnum exhibition on the Paris Metro

Magnum photographers discuss the significance of the city as their work is rolled out across the Paris metro in a huge public exhibition.

28 February – 30 June 2017

“I’ve always seen cities as somewhat exotic and remote from my experience,” says Alec Soth, who has never lived in a major city. For him, and others like him, visiting a city can be an alien and overwhelming experience. “Being born in a small and very quiet town, I experience mixed feelings in big cities, I feel a sense of fascination for megacities as well as rejection, and sometimes anxiety. I think that this image evokes my vision of the city as a voluntary confinement with the others – loneliness,” concurs Jérôme Sessini.

To mark Magnum’s 70th anniversary, RATP, which runs the famous Paris metro system, is hosting an unprecedented exhibition across their territory of the city. From February 28 to June 30 2017, 174 images by 91 photographers will be displayed across 11 Metro stations. The diverse curation explores the city in all its guises and is showcased to its diverse audience in its public spaces.

Some photographers muse on the nature of city life itself: “The city is a place of intense concentration, crawling with people,” says Richard Kalvar; “For a few hours, for a few days, I was an inhabitant, albeit a slightly peculiar one. I remained a stranger, but I was adopted and protected by the crowd,” says Raymond Depardon. Or Guy Le Querrec, who demonstrates the way a city creates “music that the eye catches,” describing how his work captures that sound: “You can feel the presence of the city in the background, you can hear the noise of the city and the metallic roar of the aerial metro.”

Others still consider the unique individual personalities that cities seem to have: “Bollywood creates dreams for everybody – Mumbai is known as city of dreams and dreams for everyone.  Even while travelling in a taxi – the interior decor has such contrasting patterns and colors you wonder – the dreams continue,” says Raghu Rai of his image taken inside a Mumbai taxi; while Carl de Keyzer captures the mood of communist Cuba: “the end of ideology, a tired nation waiting for something new.“

Some work becomes emblematic of the photographer’s practice: “Burri goes beyond particular events and cuts to the core of human life. Although he traveled to all the conflict spots in the world, his images are not violent. They show modern life, but its abuses, pains and triumphs are all sublimated under the concept of the human condition,” wrote Rene Burri’s biographer Corinne Diserens.

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Lorenzo Castore – Ultimo domicilio

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“Ultimo Domicilio” si presenta come albums di famiglia in tre dimensioni, le case raccontano storie e segreti: i quadri alle pareti, le fotografie, gli oggetti sul comò e i libri nella biblioteca, in risonanza tra loro, riflettono i desideri e le aspirazioni, gli affetti e i ricordi, la personalità di chi le abita, spesso più dei segni su un volto, più di uno sguardo. Un progetto fotografico che ci mostra, in continuum dialettico tra un approccio documentario ed uno narrativo, le case amate, vissute, frequentate o caparbiamente cercate.

“Ultimo Domicilio” nasce – ancora inconsapevolmente – nel 2008 quando, durante un viaggio a Sarajevo e Mostar, Lorenzo Castore fotografa interni di case abbandonate durante la guerra, lasciate dietro di sé da un giorno all’altro insieme a tutti gli effetti personali appartenuti a chi le abitava. È una rielaborazione della traumatica esperienza in Albania e Kosovo nel 1999 e si sviluppa negli anni in altri luoghi e in altri paesi: Italia, Francia, Stati Uniti, Polonia. Nel tempo, “Ultimo Domicilio” diventa un video di 18 minuti realizzato in collaborazione con il compositore Emanuele de Raymondi, nel 2015 Laura Serani ne cura la pubblicazione per L’Artiere Edizioni e la mostra.

Lorenzo Castore, Firenze, 1973. Il suo lavoro è caratterizzato da progetti di lungo termine – in bianco e nero e a colori – che hanno come tema principale il quotidiano, la memoria e la relazione tra piccole storie individuali e la Storia. Ha esposto il suo lavoro in numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Ha vinto il Premio Mario Giacomelli (2004), il Leica European Publishers Award (2005) e la Rana d’oro come miglior film documentario corto al Camerimage Film Festival (2012). Ha pubblicato due libri monografici: Nero (2004) e Paradiso (2006). Ha realizzato due cortometraggi: No Peace Without War (2012) – con Adam Cohen – e Casarola (2014).

Fino al 6 maggio – Fondazione Studio Marangoni – Firenze

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MARTIN BOGREN: ITALIA

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Tra il 2013 e il 2015 lo svedese Martin Bogren ha viaggiato più volte in Italia fermandosi in particolare a Napoli, Palermo e Roma e creando un corpo di lavoro in bianco e nero, fortemente lirico, senza tempo.
Come scrive Sean O’Hagan su The Guardian,  In un certo senso…Italia è una messa in discussione della street photography.
Esposto in parte al Festival Fotografia di Roma nel 2016, Italia è stato pubblicato dall’editore svedese Max Ström Bokförlaget nel 2016

Cammino senza meta da giorni, ormai. Strada dopo strada. Il cuore pesante, la solitudine come unica compagna. Ho dimenticato perché sono qui e cosa sto facendo. La mano stretta sulla macchina fotografica…sono pervaso dall’intensità e da una presenza – una connessione con la gente intorno a me. Sento la loro energia, percepisco le loro vibrazioni. La più piccola variazione nelle loro espressioni, i movimenti delle mani, i gesti. Ogni cosa acquisisce un significato
– Martin Bogren (dal testo che accompagna il libro

Dal 29 marzo al 15 aprile – MiCamera Milano

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1% PRIVILEGE IN A TIME OF GLOBAL INEQUALITY

Organizzata dall’associazione di promozione sociale fosfeniLAB, in collaborazione con PIXU Studio, il patrocinio del Comune di Albignasego, la mostra 1% Privilege in a time of global inequality curata da Myles Little (Senior Photo Editor della rivista TIME),  llestimento curato da Giorgia Volpin e fosfeniLAB, verrà inaugurata venerdì 3 marzo alle ore 18.00 negli spazi espositivi di Spazio Cartabianca.

Con la mostra 1%, curata da Myles Little, aperta al pubblico fino a lunedì 3 luglio 2017, si inaugura lo spazio espositivo dedicato alla fotografia di Spazio Cartabianca.

Abbiamo l’onore di ospitare per la prima volta nel nord Italia questo lavoro di Myles Little, Senior Photo Editor della rivista TIME. L’autore raccoglie nella mostra – pubblicata anche nell’omonimo libro – quaranta immagini la cui tematica è incentrata sulle diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza nel mondo, un tema mai così attuale come al giorno d’oggi. Le fotografie in mostra, parlano di privilegi nell’istruzione, nel tempo libero, nella sanità, ma anche del conflitto di classe o di concetti più astratti che richiamano, ad esempio, “la natura effimera della ricchezza”.

Autori in mostra

Christopher Anderson / Nina Berman / Sasha Bezzubov / Peter Bialobrzeski / Guillaume Bonn / Jörg Brüggemann / Philippe Chancel / David Chancellor / Jesse Chehak / Kevin Cooley / Mitch Epstein / Floto+Warner / Greg Girard / Jacqueline Hassink / Guillaume Herbaut / Shane Lavalette / David Leventi / Michael Light / Alex Majoli / Yves Marchand / Laura McPhee / Virginia Beahan / Andrew Moore / Zed Nelson / Simon Norfolk / Mike Osborne / Matthew Pillsbury / Ben Quinton / Daniel Shea / Anna Skladmann / Juliana Sohn / Alec Soth / Mikhael Subotzky / Brian Ulrich / Eirini Vourloumis / Henk Wildschut / Michael Wolf / Paolo Woods

Spazio Carta Bianca – Albignasego (PD) Dal 3 marzo al 3 luglio 2017

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Henri Cartier-Bresson – Fotografo

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10 marzo – 11 giugno 2017

140 scatti di Henri Cartier Bresson, in mostra a Palazzo Ducale, per immergerci nel suo mondo, per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica.

 Per Cartier Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l’esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un’opera.

“Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell’intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per “dare un senso” al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria. Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione”.

Henri Cartier Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient’altro. Lo scatto è per lui il passaggio dall’immaginario al reale. Un passaggio “nervoso”, nel senso di lucido, rapido, caratterizzato dalla padronanza con la quale si lavora, senza farsi travolgere e stravolgere.

 I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l’ordine delle forme.

“Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E’ mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore”.

La mostra Henri Cartier Bresson Fotografo, curata da Denis Curti, è promossa da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson e Magnum Photos Parigi e organizzata da Civita Mostre.

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Irene Kung – Uno stato di quiete

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Dal 15 marzo al 20 maggio – Galleria Valentina Bonomo – Roma

Svizzera; pittrice e fotografa; espone a New York, Londra, Milano e in altre città (recentemente a Pechino e a Mosca); Sette, The New York Times Magazine, The Sunday Times Magazine, China Daily pubblicano le sue opere; ha partecipato all’Expo milanese con una personale di 26 fotografie di alberi da frutto; ha pubblicato due libri (Trees e The Invisible City). L’artista che ha fatto, detto, scritto e illustrato tutto ciò si chiama Irene Kung.

Adesso “approda” a Roma, alla Galleria Valentina Bonomo, in via del portico d’Ottavia 13. Fino al 20 maggio nella personale di Irene Kung il visitatore gode di «immagini sospese nel tempo e nello spazio, visioni evanescenti sottratte al loro contesto che, superando la realtà, entrano a far parte di una dimensione onirica».

Ci sono i luoghi nelle sue opere: c’è l’India e il paesaggio russo fino alle piazze storiche della nostra Capitale; c’è la natura con gli alberi e con il mare. «Una delicata contrapposizione fra natura e architettura e una nuova ricerca sulla luce, decisamente più chiara rispetto ai precedenti lavori, che, con la sua misteriosa energia, crea un clima di serenità e di quiete» come dicono i curatori della mostra.

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 Vivian Maier. Una fotografa ritrovata

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La Mostra rappresenta un’occasione unica per conoscere la vita e l’opera di Vivian Maier, artista  circondata da un alone di mistero che ha contribuito ad accrescerne il fascino. Esposte 120 fotografie in bianco e nero realizzate da Vivian Maier tra gli anni Cinquanta e Sessanta insieme a una selezione di immagini a colori scattate negli anni Settanta, oltre ad alcuni filmati in super 8 che mostrano come Vivian Maier si avvicinasse ai suoi soggetti.

Il progetto permetterà di mostrare al pubblico della Capitale e non solo, dato il suo carattere internazionale, fotografie mai esposte né pubblicate mentre la fotografa era in vita, pertanto la Mostra si configura come una preziosa testimonianza, unica ed eccezionale nel suo genere, dell’arte di una grande fotografa che sembrava immortalare la realtà per sé stessa e che custodiva i suoi scatti come il bene più prezioso.

Museo di Roma in Trastevere – 17/03 – 18/06/2017

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Helmut Newton. Fotografie
White Women / Sleepless Nights / Big Nudes

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Napoli, PAN Palazzo Arti Napoli

25 febbraio – 18 giugno 2017

Il progetto della mostra Helmut Newton. Fotografie. White Women / Sleepless Nights / Big Nudes, nasce nel 2011 per volontà di June Newton, vedova del fotografo e presidente della Helmut Newton Foundation, e raccoglie le immagini dei primi tre libri di Newton pubblicati tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, da cui deriva il titolo della mostra e l’allestimento articolato in tre sezioni. I tre libri sono fondamentali per capire la fotografia di Newton, che li ha progettati personalmente, selezionando le immagini fotografiche e la loro impaginazione.

L’esposizione, curata da Matthias Harder e Denis Curti e aperta al pubblico dal 25 febbraio al 18 giugno 2017 al PAN, Palazzo Arti Napoli, presenta per la prima volta a Napoli oltre 200 immagini di Helmut Newton, uno dei più importanti e celebrati fotografi del Novecento.

White Women

Nel 1976 Helmut Newton dà alle stampe il suo primo libro monografico, che subito dopo la sua pubblicazione riceve il prestigioso Kodak Photo Book Award. 84 immagini a colori e in bianco e nero in cui per la prima volta il nudo e l’erotismo entrano nel mondo della moda: si tratta di fotografie innovative e provocanti che rivoluzionano il concetto di foto di moda e testimoniano la trasformazione del ruolo della donna nella società occidentale. Visioni che trovano spunto anche nella storia dell’arte, in particolare nella Maya desnuda e nella Maya vestida di Goya del Museo del Prado di Madrid.

Sleepless Nights

Anche Sleepless Nights pubblicato nel 1978, ruota attorno alle donne, ai loro corpi, abiti, ma trasformando le immagini da foto di moda a ritratti, e da ritratti a reportage di scena del crimine. I soggetti sono solitamente modelle seminude che indossano corsetti ortopedici o sono bardate in selle in cuoio, fotografati fuori dal suo studio, quasi sempre in atteggiamenti sensuali e provocanti, a suggerire un uso della fotografia di moda come mero pretesto per realizzare qualcosa di completamente nuovo e molto personale. Sicuramente si tratta del volume a carattere più retrospettivo che raccoglie in un’unica pubblicazione i lavori realizzati da Newton per diversi magazine (Vogue fra tutti), ed è quello che definisce il suo stile rendendolo un’icona della fashion photography.

Big Nudes

Con la pubblicazione Big Nudes del 1981, Newton raggiunge il ruolo di protagonista della fotografia del secondo Novecento, inaugurando una nuova dimensione – misura, quella delle gigantografie che entrano prepotentemente e di fatto nelle gallerie e nei musei di tutto il mondo. Fonte di ispirazione dei nudi a figura intera ed in bianco e nero ripresi in studio con la macchina fotografica di medio formato, sono stati per Newton i manifesti diffusi dalla polizia tedesca per ricercare gli appartenenti al gruppo terroristico della RAF.

Il percorso espositivo permetterà di conoscere un Helmut Newton più profondo e se vogliamo più segreto rispetto a quanto già diffuso: infatti, se l’opera del grande fotografo è sempre stata ampiamente pubblicata e con enorme successo su tutte le riviste di moda, non sempre la selezione effettuata dalle redazioni corrispondeva ed esprimeva compiutamente il pensiero dell’artista.

L’obiettivo di Newton aveva la capacità di scandagliare la realtà che, dietro il gesto elegante delle immagini, permetteva di intravedere l’esistenza di una realtà ulteriore, che sta allo spettatore interpretare.

Obiettivo della mostra è presentare i temi distintivi dell’immaginario artistico di Helmut Newton, offrendo la possibilità ai visitatori di comprendere fino in fondo il suo lavoro come mai prima d’ora.

Promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, la mostra è organizzata da Civita Mostre in collaborazione con la Helmut Newton Foundation.

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10 years old

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Mostra nel decennale di Fondazione Fotografia Modena

Dieci anni sono trascorsi dalla nascita di Fondazione Fotografia Modena, un progetto culturale interamente intitolato all’immagine, che si è evoluto nel corso degli anni in un centro espositivo, di ricerca e formazione di livello internazionale. A celebrare questo primo, importante anniversario sarà un doppio percorso espositivo, in grado di riflettere l’attività svolta dall’istituzione.

A cura di Filippo Maggia, la mostra 10 years old, in programma al Foro Boario di Modena dall’ 11 marzo al 30 aprile 2017, avrà due anime: una prima sezione sarà dedicata alle highlights dalla collezione di fotografia e video contemporanei della Fondazione Cassa di risparmio di Modena, un patrimonio di oltre 1200 opere che Fondazione Fotografia, in qualità di società strumentale dell’ente di origine bancaria, ha il compito di gestire e valorizzare. Saranno quindi esposti alcuni gioielli tratti dalle due raccolte, quella italiana e quella internazionale, a distanza di anni dal loro primo ingresso in collezione: opere di 85 autori, tra i quali Ansel Adams, Nobuyoshi Araki, Diane Arbus, Richard Avedon, Yto Barrada, Walter Chappell, Samuel Fosso, David Goldblatt, Pieter Hugo, Daido Moriyama, Adrian Paci, Hrair Sarkissian, Dayanita Singh, Wael Shawky, Hiroshi Sugimoto, Wolfgang Tillmans, Ai Weiwei, Edward Weston, Garry Winogrand, accanto agli italiani Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Franco Fontana, Luigi Ghirri, Mimmo Jodice, Walter Niedermayr, Franco Vaccari.

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Sony World Photography Awards & Martin Parr – 2017 Exhibition

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A major exhibition of the world’s best contemporary photography opens this April at London’s prestigious Somerset House.

The Sony World Photography Awards & Martin Parr – 2017 Exhibition will bring to London a complete celebration of the medium of photography – showcasing rich and fascinating photographic stories from key figures and emerging talent of the photography scene today.

The exhibition will open April 21 for a limited run until May 7, and is the only UK stop before going on a worldwide tour.

The large-scale exhibition will include three rooms dedicated to the life and work of internationally renowned British photographer, Martin Parr, who is the recipient of the 2017 Sony World Photography Awards’ Outstanding Contribution to Photography prize.  A hand-picked selection of rarely seen black and white images from Parr’s early career will be presented alongside some of the artist’s most talked about work, books and films and original exhibition posters.

Somerset House, London – April 21-May 7,2017

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Valerio Spada – I am nothing

Valerio Spada

La mostra I am nothing di Valerio Spada (Milano, 1972), presenta in anteprima il lavoro realizzato dal fotografo insignito della prestigiosa Guggenheim Memorial Foundation Fellowship sulla mafia siciliana, narrata attraverso le storie di alcuni boss e latitanti, unite ai segni della sua inesorabile penetrazione nel tessuto sociale.

A cura di Francesco Zanot

3 marzo – 21 maggio 2017 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Made in Korea – Filippo Venturi

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L’organizzazione dell’evento è a cura dell’Associazione Regnoli 41, in collaborazione con la Fondazione della Cassa dei Risparmi di Forlì e con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Forlì, nell’ambito del progetto “Artealmonte”.
Filippo Venturi – cesenate, forlivese d’adozione – col proprio lavoro si è messo in luce negli ultimi anni, venendo selezionato tra i “Nuovi Talenti” da Fondazione Fotografia Modena e tra gli “Emerging Talents” esposti al MACRO di Roma nel 2016, oltre ad essere stato premiato in concorsi internazionali come il Sony World Photography Awards di Londra.
Il progetto “Made in Korea”, realizzato nel 2015, pone l’attenzione sui giovani sudcoreani e i fenomeni che li vedono coinvolti: da un lato la forte competizione che li spinge alla ricerca continua di risultati in ambito scolastico, professionale e anche estetico – in uno dei paesi che ha puntato tutto sulla rincorsa alla modernità e al progresso -, dall’altro i forti effetti collaterali che questo stile di vita provoca.
Lo stile scelto dall’autore nella realizzazione delle fotografie, asettico, quasi artificioso, ricalca questo aspetto della realtà coreana, dove la ricerca ed esibizione della perfezione cela aspetti oscuri e problematici.

IL PROGETTO
Fino agli anni ’60 la Corea del Sud era un paese povero e arretrato. In meno di mezzo secolo è diventato uno dei paesi più moderni al mondo. La rincorsa alla modernità e al progresso è stata realizzata imponendo alla società uno smisurato senso della competizione, nella ricerca della perfezione dal punto di vista scolastico, professionale e anche estetico.
Ai giovani vengono impose le stesse tappe obbligatorie: per essere riconosciuti socialmente è fondamentale ottenere i migliori voti per accedere ai migliori istituti che consentiranno di arrivare ai migliori lavori. Al tempo stesso sono richiesti modelli estetici uniformi, spesso senza identità, raggiunti comunemente con la chirurgia plastica.
I giovani sono così spinti verso una standardizzazione straniante e surreale, l’esatto contrario di quanto avviene in molti paesi occidentali, dove il successo è raggiunto distinguendosi dalla massa.
Tutto questo ha fatto emergere forti effetti collaterali come lo stress, l’alcolismo, l’isolamento sociale e un elevato numero di suicidi (il paese è tra i primi posti nella classifica mondiale dei suicidi: 43 al giorno).

Il lavoro intero, composto da 41 fotografie, è disponibile in ebook, edito dalla casa editrice emuse. L’ebook contiene anche due testi critici di Silvia Camporesi e Davide Grossi.

Dal 25 marzo al 23 aprile – Forlì, Palazzo del Monte di Pietà.

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Ernesto Che Guevara Guerrillero Heroico – Alberto Korda

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ONO arte contemporanea è lieta di presentare Ernesto Che Guevara Guerrillero Heroico una personale di Alberto Korda, fotografo cubano che deve la sua notorietà all’omonima immagine scattata al Che, che può essere considerata come la più iconica e famosa nella storia della cultura popolare. L’immagine fu scattata con una Leica durante un funerale di Stato il 5 marzo del 1960, ma fu pubblicata solo un anno dopo sul quotidiano cubano «Revolución». Personaggio pubblico e persona si fondono in un’immagine che lentamente diventa vero e proprio immaginario, portando con sé una serie di significati che via via sbiadiscono da quella pellicola, che diventa vera e propria icona. Quell’immagine è stata non solo simbolo di un’epoca, ma a livello estetico e concettuale può annoverarsi a pieno titolo tra le immagini e le icone pop che anche lo stesso Andy Warhol ha portato nell’empireo dell’arte contemporanea.

Ma la storia di Che Guevara e di Alberto Díaz Gutiérrez, detto Korda, va molto oltre rispetto a questo singolo scatto, che sicuramente ne è riassunto e compendio. Sullo sfondo Cuba e la rivoluzione, Che Guevara e Fidel Castro, ma anche tutto il milieau culturale di un’epoca, fatto di personaggi di spicco della moda e della letteratura. Fu Richard Avedon a convincerlo ad aprire il suo primo studio fotografico e presto Korda divenne il più importante fotografo di moda cubano oltre che volontario per la “Rivoluzione”.

Nel 1959 gli fu chiesto di documentare la visita ufficiale di Fidel all’Havana e l’anno successivo immortalò lo stesso Fidel al Lincoln Memorial, dando vita ad una delle immagini più iconiche del Comandante, che quando le vide decise di farsi “seguire” nelle apparizione pubbliche dal suo fidato fotogarafo, con il quale instaurò un rapporto professionale e amicale che terminò solo con la morte di Korda, nel 2001.

Con le immagini in mostra è possibile immergersi in una Cuba ormai lontana, e nella quotidianità di un mondo cristallizzato che sta svanendo davanti ai nostri occhi proprio in questi giorni con la morte di Fidel Castro e l’apertura di Cuba al mondo, con tutto ciò che ne conseguirà.

La mostra (2 marzo – 23 aprile 2017) è composta da 50 fotografie e diversi documenti originali, l’ingresso è libero

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Closer – Dentro il reportage

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Isolab Taranto, in collaborazione con Witness Journal, QR Photogallery e Coworking Ulmo presenta “Closer – Dentro il reportage”.

31 Marzo – 13 Aprile: Sangue nero / Gaetano Fisicaro
14 Aprile – 27 Aprile: Good morning Ghana / Gabriele Cecconi
28 Aprile – 11 Maggio: In between / Marco Panzetti
12 Maggio – 25 Maggio: The endless winter of Kashmir / Camillo Pasquarelli

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I LIGHT U – Frames for underground stories

22 aprile / 13 maggio 2017
Galleria Artepassante, Passante Ferroviario di Porta Venezia, Milano

La mostra partecipa al circuito Milano PhotoFestival 2017
www.milanophotofestival.it

I light U è una selezione delle storie di viaggio e dei ritratti raccolti nel Passante Ferroviario di Porta Venezia tra dicembre 2016 e marzo 2017. Durante questi mesi il collettivo fotografico BarettoBeltrade ha allestito un set nella Galleria “Atelier della Fotografia” (di Progetto Artepassante), situata nel corridoio sotterraneo che collega le stazioni della Metropolitana Milanese e del Passante ferroviario di Porta Venezia a Milano, e ha invitato le persone a fermarsi e a raccontarsi, trasformando un tunnel di passaggio in un luogo di sosta. Viaggiare nella citta vuol dire infatti percorrere una linea che collega un punto di partenza a uno di arrivo, ma che soprattutto unisce ogni volta persone, lavori, amori, amicizie, impegni, divertimenti, doveri e mille altre cose. Infiniti punti, infinite linee: un tessuto sterminato che non si può calcolare, si può solo immaginare, anzi si può riassumere per immagini. I light U – Frames for underground stories costituisce uno di questi possibili riassunti: a chi passava in quel punto è stato chiesto di raccontare brevemente il proprio viaggio, di spiegare cosa ci fosse a un capo e all’altro della linea che stava percorrendo in quel momento e di lasciare in dono un’immagine, un ritratto fotografico. Poi ognuno ha ripreso il suo viaggio, ma in quel punto della stazione la mostra I light U costituirà la traccia delle storie e dei ritratti che sono stati illuminati in quel momento.

Info
http://ilightu.blogspot.it/
www.facebook.com/barettobeltrade/
www.artepassante.it

My Dakota di Rebecca Norris Webb

Da tempo residente a New York, Rebecca Norris Webb è cresciuta nel South Dakota, i cui paesaggi continuano a perseguitare la sua anima. Nel 2005 si è prefissata di fotografare il suo Stato natale.

«L’anno successivo, mio fratello Dave è improvvisamente morto d’infarto», scrive. «Per mesi, una delle poche cose in grado di dare sollievo al mio cuore sconvolto è stato il paesaggio del South Dakota. Come se tutto ciò che potessi fare fosse guidare per i calanchi e le praterie, e fotografarli.

Ho cominciato a chiedermi: “La perdita ha una sua propria geografia?”» Norris Webb, che è anche poetessa, ha scritto – e scritto a mano – il suo poema, qui intrecciato con le fotografie. Inizialmente, con My Dakota intendeva produrre una visione intima e personale dell’Ovest americano, per contrastare e dare risalto ai maestosi paesaggi e alle avventure dei trivellatori petroliferi ritratti in passato da fotografi e pittori.

My Dakota affronta il tema dell’impatto umano sulla terra, il modo in cui ha influenzato le vite degli uomini; è un registro dell’economia e del paesaggio mutevoli dello stato.

Questa serie è un elogio funebre per le fattorie di famiglia che stanno scomparendo e per le piccole città che sostentavano; è un’elegia per il fratello della Norris Webb.

dal 29 marzo al 13 aprile 2017 – Officine Fotografiche – Roma

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Uliano Lucas | Retrospettiva

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Dal 7 marzo al 7 maggio 2017

La mostra ricostruisce attraverso oltre 150 immagini percorsi tematici e stilistici, interessi, sensibilità, legami culturali di un protagonista della fotografia italiana, da cinquant’anni attento osservatore e narratore della società e delle sue contraddizioni.
Racconta il debito di Lucas verso il mondo intellettuale della Milano della fine degli anni Cinquanta e l’influenza da esso esercitata sulla ricerca formale delle sue prime fotografie e sulla sua stessa scelta di dedicarsi alla fotogiornalismo. Segue la svolta rappresentata dai profondi cambiamenti sociali e di costume e dalle battaglie politiche e civili degli anni Sessanta e Settanta che portano alla nascita di un nuovo modo di raccontare del fotogiornalismo italiano.
E ripercorre l’impegno ventennale di Lucas in un’indagine sui problemi della propria società che trae nutrimento dalle idealità del periodo, dall’associazionismo diffuso di un mondo che si dedica con passione a comprendere il proprio tempo e ad affermare i diritti dell’individuo.
Per arrivare infine al nuovo stile con cui, in un contesto storico radicalmente mutato e in un diverso sistema dell’informazione, Uliano Lucas racconta le trasformazioni del presente, il cambiamento antropologico determinatosi con i nuovi indirizzi economico-sociali degli anni Duemila, attraverso una ricerca estetica influenzata anche dalle tendenze del linguaggio visivo degli ultimi anni.
Ne emerge un viaggio attraverso le scelte espressive, lo sguardo, la poetica personalissima di un fotografo che ha cercato di raccontare storie, problemi, realtà spesso lasciate ai margini del sistema dell’informazione; e al contempo un percorso che attraverso i suoi occhi, i suo viaggi e i suoi incontri, ci parla di altre voci e altri luoghi, fuori e dentro noi stessi.

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BESIDE THORIMBERT

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“Stanno lì, da una parte, spesso non so neanche come archiviarle. Sono le fotografie che ho scattato senza un vero motivo, senza un progetto.  Figlie di uno sguardo laterale, periferico, non amano essere definite, il loro senso è vago, o forse il loro senso mi vaga intorno e cambia con il tempo, cambia con me. Sono frutto di un gesto legato al piacere più che al desiderio: quanta pressione serve al dito per premere il pulsante di scatto? Assorbire il rumore dell’otturatore, calcolare la forza che serve al pollice per trascinare la pellicola. Lussuria, accidia. Queste fotografie raccontano la necessità compulsiva di possedere fotograficamente una scena, una persona, un paesaggio. Non sono per forza istantanee, anzi. Ci sono foto compulsive molto complesse, che richiedono impegno, a volte vera e propria fatica fisica, per essere realizzate. Questa fotografia è un piacere che vuole essere assaporato, consumato, goduto qui e ora; è un’urgenza assoluta, improvvisa, imprevista, che mette in secondo piano tutto quello che consideravi il vero motivo della tua presenza in un posto o in una situazione. Ma Beside è anche “B-side”, l’altra faccia di ciò che già conosco e accetto come faccia. Meno orecchiabile, scomoda, qualche volta imprecisa, è la fotografia che non è stata scelta, quella rifiutata, abbandonata. Annaspa controcorrente, attonita, parla di un me più insicuro, disorientato, annoiato, dubbioso. Beside sono le orme lasciate ai lati della strada maestra: incerte, labirintiche tracce, che portano in vicoli senza uscita, alle storie che potevano essere e non sono state, immagini che mi parlano di come sono se mi vedessi veramente.” Toni Thorimbert

Leica Galerie Milano – 23 marzo 2017 – 13 maggio 2017

“ESSERE LIBERI” Fotografia 2017  Fotoclub Monzambano

Comune e Pro Loco di Ponti s/M  Mantova

20 autori del circolo presentano un loro progetto a tema libero dove tanti temi sono stati affrontati. Per un totale di 160 immagini.

Una sezione speciale dedicata al grande amico Sergio Magni con una Mostra di 70 immagini (curata dalla FIAF) che ricordano il passato fotografico di un grande Maestro “il fotografo che insegna”.

Tutto questo nella splendida cornice di Forte Ardietti a Ponti s/M   MN

 

FESTIVAL FOTOGRAFICO EUROPEO 2017

Il festival, giunto alla sua 6a edizione , ideato e curato dall’Afi-Archivio Fotografico Italiano, evento posto “sotto l’alto patrocinio del PARLAMENTO EUROPEO”, con il patrocinio della Regione Lombardia, della Provincia di Varese, e delle Amministrazioni comunali di Busto Arsizio, Legnano, Castellanza, Olgiate Olona, Castiglione Olona, Milano-Municipio 6, con il patrocinio della Provincia di Varese, la collaborazione del Museo MA*GA di Gallarate, dell’Istituto Italiano di Fotografia di Milano, dell’ICMA – Istituto Cinematografico Michelangelo Antonioni di Busto Arsizio, e l’apporto tecnologico di EPSON Italia, MALEDETTI FOTOGRAFI e con la partecipazione di numerose associazioni, gallerie, scuole e realtà private tra cui: mc2Gallery Milano, Liceo Artistico Paolo Candiani e Liceo Classico Crespi di Busto Arsizio, Scuola professionale ACOF di Busto Arsizio, Punto Marte Editore, Ester Produzioni, Biblioteca Sormani Milano, Gallerie Libreria Boragno Busto A., EyesOpen Magazine trimestrale di Cultura Fotografica, Fondazione Bandera per l’Arte Busto A., , Spazio Lavit Varese, Centro Giovanile Stoa’ Busto A., Spazio d’Arte Carlo Farioli Busto A., Galleria Fotografica ALIDEM Milano, Associazione Borgo Antico di Castiglione O., Galleria d’Arte Palmieri Busto A., Il Magazzino dei Re Busto A., Studio Albè & Associati Busto A. e Milano, Associazione Culturale BARICENTRO – Milano, si pone tra le iniziative più rilevanti nel panorama fotografico nazionale ed europeo, proponendo percorsi visivi articolati, aperti alle più svariate esperienze espressive.

Una sorta di laboratorio culturale, che si apre all’Europa, che dialoga con la gente attraverso l’arte dello sguardo e mette a fuoco le aspirazioni, i linguaggi e l’inventiva di artisti provenienti da diversi Paesi.

Un progetto che vuole affermare la centralità della cultura quale potente dispositivo in grado aprire confronti tra i popoli e tra le generazioni in una prospettiva di crescita, riflessione e dialogo guidati dall’impegno sociale, dallo studio, dalla voglia di abbattere le frontiere e insieme in percorso comune di crescita e di responsabilità collettiva.

Grandi autori divengono il faro per i giovani emergenti, in un confronto dialettico teso a stimolare dibattiti e ragionamenti, attorno a temi d’attualità, di storia, d’arte e di ricerca.

Oltre trentacinque mostre, seminari, workshop, proiezioni, multivisioni, letture dei portfolio, presentazione di libri, concorsi: un programma espositivo articolato ed esteso che si muove dalla fotografia storica al reportage d’autore, dalla fotografia d’arte alle ricerche creative fino alla documentazione del territorio.

Tra le mostre principali, segnaliamo Mario Giacomelli, Maurizio Galimberti, Yoshinori Mizutani, Luca Catalano Gonzaga e molte altre.

Il programma completo lo trovate qua

‘Fink on Warhol: New York Photographs of the 1960s’

 

Fino al 30 aprile saranno esposte in mostra 15 opere fotografiche in bianco e nero che costruiscono un dialogo tra il fervore sociale e politico della New York degli anni ’60 e la figura artistica e nichilista di Andy Warhol e dei personaggi della Factory.Le fotografie che ritraggono Andy Warhol ed alcuni dei più celebri esponenti della Factory, tra cui Lou Reed e i Velvet Underground, Ingrid Superstar, Susanna Campbell e Gerard Malanga, sono state scattate nell’arco di tre giorni della primavera del 1966, quando Larry Fink fu incaricato di realizzare un servizio per l’East Side Review. Coprono invece un arco temporale più esteso, dal 1964 al 1968, gli scatti che documentano un’America percorsa dalle tensioni politiche e sociali legate alle lotte per i diritti civili e al movimento di protesta antimilitarista. Le immagini in mostra, così come l’intero corpus fotografico da cui provengono, tornano ora per la prima volta alla luce.

Dall’accostamento di questi due volti della New York degli anni ’60 emerge potente il ritratto di una società in pieno movimento. Da un lato Andy Warhol e i personaggi della Silver Factory caratterizzati da un atteggiamento di studiato distacco sociale, disimpegno politico e profonda conoscenza dell’intreccio tra logiche commerciali, arte e comunicazione di massa; dall’altro un giovane Larry Fink totalmente coinvolto nei rivolgimenti della società civile, strenuo sostenitore della partecipazione politica e convinto detrattore dell’arte asservita alle logiche di mercato.

Kevin Moore, autore del testo critico che accompagna questo progetto dai risvolti quanto mai attuali, scrive: “in un certo senso, semplificando le cose, si potrebbe asserire che Fink e Warhol fossero entrambi interessati alla politica, così come lo erano all’arte, semplicemente lo facevano partendo da presupposti non solo diversi, ma agli antipodi”.

Le fotografie in mostra restituiscono il linguaggio di Larry Fink: prospettive inconsuete, eloquenza della composizione e profondità di narrazione. L’individuo è sempre al centro della scena, anche quando questo individuo è Andy Warhol: nessun accorgimento tecnico o stilistico viene utilizzato per conferire una luce particolare ai più celebri rispetto all’uomo comune. Al contrario, negli scatti di Larry Fink ogni mezzo scenico è evocato per sottolineare l’umanità del soggetto fotografato. Il re è nudo e il mito è a portata di mano.

Fink on Warhol: New York Photographs of the 1960s è anche il titolo del volume pubblicato da Damiani tra le novità editoriali della primavera 2017 che presenta la serie completa degli 80 scatti inediti da cui è stata tratta questa mostra.

Tutti i dettagli qua

Tra viaggio e realtà – Davide Pianezze

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Fotografo torinese naturalista.
Qui il suo progetto, e le sue parole per descriverlo:
Dieci anni fa iniziai un progetto documentaristico che mi avrebbe portato ad attraversare i cinque continenti in cerca di paesaggi, volti, animali e ambienti. Partii seguendo un itinerario volto alla ricerca di argomenti specifici, ma col tempo mi resi conto di essere più attratto da situazioni imprevedibili, in quanto si fissavano maggiormente nella memoria, lasciando un segno indelebile. Questo nuovo stimolo iniziò a rappresentare per me l’essenza del viaggio, alimentando sempre più la necessità di ripartire. Mi svincolai quindi da programmi, temi ed itinerari prefissati, per lasciare che ad indicarmi la via fossero la casualità, l’incontro, la gente e i suggerimenti ricevuti dalle persone locali.
Iniziai così a plasmare gli stili fotografici in base alle situazioni, modificandoli a seconda degli stati d’animo, delle sensazioni, dei sapori e degli odori che trovano alternanza lungo il percorso. Per ogni scatto realizzato diventò quindi imprescindibile l’identificazione esatta dell’istante. Data, ora e luogo, riportati su ogni fotografa, la riconducono ad un momento unico ed irripetibile. Il simbolo rosso, tracciato a mano, evidenzia la scelta definitiva tra più immagini, come esito finale dell’incontro tra istante, luce, colori e sfumature. La presentazione delle immagini sospese, stampate fronte/retro, dai temi volutamente scollegati tra loro e dagli stili spesso incongruenti, vuole sottolineare l’imprevedibilità delle situazioni manifestate lungo il cammino. Infine, la riproduzione grafica del telaio bianco di una diapositiva, per riproporre uno dei simboli storici riconducibili alla fusione tra fotografia e viaggio.

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FABIO BARILE – An Investigation of the laws observable in the composition, dissolution and restoration of land

16.03.2017 – 11.05.2017 – Matèria Galley – Roma

Matèria è lieta di presentare An Investigation of the laws observable in the composition, dissolution and restoration of land, la prima personale a galleria intera di Fabio Barile.

Il progetto prende ispirazione dal libro di James Hutton “Theory of the Earth, or, An Investigation into Laws observable in the Composition, Dissolution, and Restoration of Land upon the Globe”, lavori fotografici quali “Geological survey of the 40th parallel” di Timothy O’Sullivan, “Documenting science” di Bernice Abbott e dall’archivio di Gaetano Ponte.

Il lavoro consiste nell’analisi dei complessi e intricati elementi che caratterizzano il paesaggio in cui viviamo, attraverso evidenze geologiche, sperimentazioni con materiali fotografici e modelli analogici di fenomeni temporali. L’intento è quello di stabilire un dialogo con la storia profonda del nostro pianeta che, eroso, compresso e plasmato, nel corso di 4.5 miliardi di anni di storia e di trasformazioni, ha generato l’illusoria stabilità del paesaggio a cui siamo abituati oggi.

Barile crea un’ampia gamma di immagini che, condensate, rivelano un panorama tramite cui tentare una precisa lettura del paesaggio e della sua evoluzione. Questa ‘lettura trasversale’, porta a una presa di coscienza della complessità dei processi naturali che vanno ben oltre il tempo dell’esistenza umana.

Un omaggio alla genialità di studiosi che, attraverso la scienza, portano ordine a partire dal disordine, immaginando nuove connessioni fra elementi diversi e aprendo nuove prospettive nei vasti campi della conoscenza umana.

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LE VIE DELLE FOTO  1-30 APRILE 2017

Settima Edizione

Le Vie delle Foto nasce e viene sviluppato come una mostra fotografica collettiva internazionale composta da tante mostre singole dislocate nel centro cittadino di Trieste.

Il progetto realizzato prevede un’esposizione collettiva che come un moderno network si compone e collega tante location diverse, prettamente locali caratteristici che ospitano fotografi aderenti alla manifestazione; un motivo in più per girare a piedi incuriositi per la città che negli ultimi anni si è adattata anche alla vita pedonale.

Viene coperto tutto il centro cittadino e per un mese è possibile inventarsi dei percorsi per visitare, anche quotidianamente, tutte le esposizioni in catalogo.

Le Vie delle Foto trasforma il locale cittadino in una piazza di incontri, discussioni e scoperta, infatti, proprio per la sua struttura antropologica, la città di Trieste già storicamente dimostra la sua inclinazione all’incontro nel bar (una volta chiamato anche tabaccheria o “tea room”). lo stesso James Joyce dichiara di aver scritto e letto molti libri nei locali di Trieste.

 Il locale viene quindi utilizzato come punto d’incontro tra il cittadino e la cultura fotografica.

OBIETTIVI DEL PROGETTO FOTOGRAFICO: la più grande mostra collettiva in Nord Italia (nel 2016 sono stati ospitati ben 96 fotografi da tutto il mondo, USA, Svizzera, Svezia, Ungheria, Spagna, ecc.) che unisce fotografie e locali, una formula unica, consolidata nel tempo, che vanta qualche imitazione, ma che resta la sola a rappresentare un grande “network fotografico” nel cuore della città.

TURISTICO E DI PROMOZIONE DEL TERRITORIO: la manifestazione prevede itinerari dedicati ai turisti  che, seguendo le varie esposizioni, possono anche scoprire le peculiarità della città. Tutti i sabati mattina e i sabati pomeriggio viene messa a disposizione una guida turistica per accompagnare i turisti a scoprire la città, i fotografi e i loro temi. Il nome di Trieste inoltre viene esportato in tutta Italia e all’estero, dove lo staff de Le Vie delle Foto promuove il proprio evento e allo stesso tempo il capoluogo giuliano. Nel 2016 Le Vie delle Foto sono state presentate al salone di ArteGenova e nel 2015 al Photoshow a Milano con il patrocinio di Milano Expo 2015.

SOLIDALE: ogni anno l’organizzazione è attiva nel campo della responsabilità sociale, creando eventi benefici  a sostegno di realtà che operano sul territorio. Nel 2016 la serata organizzata nel Castello di San Giusto ha permesso la raccolta di oltre 1000 Euro per  la piccola Aurora, bimba triestina affetta dalla malattia CLKD5.

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