Nan Goldin “All the Beauty and the Bloodshed”

Nan Goldin alla mostra del cinema di Venezia

“ Io credo che uno dovrebbe creare da ciò che conosce e parlare della sua tribù… Tu puoi parlare solamente della tua reale comprensione ed empatia con ciò di cui fai esperienza” ( N G.)

 La regista Laura Poitras che vanta notevole esperienza nel campo di film/documentari, ha ottenuto quest’anno il Leone d’oro alla 79° Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia conclusasi recentemente, per la regia della pellicola “All the Beauty and the Bloodshed” che  affronta  con sensibilità un tema assai complicato, come quello di raccontare la vita controversa e discussa della fotografa americana Nancy “Nan” Goldin.

 Laura e Nancy hanno iniziato a collaborare nel 2019 condividendo molte giornate a parlare della delle molteplici esperienze personali dell’irrequieta fotografa, ma anche del suo costante impegno  in ambito sociale, come ad esempio  la sua battaglia contro la ricchissima e potente famiglia Sackler, proprietaria della casa farmaceutica Purdue Pharma produttrice dell’ossicodone, un farmaco a base di oppiacei che induce alla dipendenza, molto diffuso negli Stati Uniti dove ha causato innumerevoli morti per overdose. Il gruppo P.A.I.N fondato da Nan si è impegnato a mettere in atto una serie di proteste per indurre i musei e le istituzioni culturali statunitensi a rifiutare i fondi elargiti dalla famiglia Sackler che in questo modo perseguiva una politica di risparmio fiscale dopo i lauti guadagni ottenuti con la commercializzazione massiccia del farmaco suddetto.

Nan Goldin ” The other side”

 Il documentario della Poitras inizia con il focus sull’attività del gruppo P.A.I.N. per poi intrecciarsi con le vicende personali  passate e presenti della Goldin; il suo titolo “All the Beauty and the Bloodshed” (“Tutta la bellezza e il massacro”) si riferisce ad una frase pronunciata dal medico della sorella Barbara  suicida all’età di 18 anni.. Nan undicenne subì da questa disgrazia un profondo trauma che si portò dietro per tutta la vita, condizionando pesantemente alcune sue scelte.

Nata a Washington nel 1953, ultima di quattro figli di genitori ebrei appartenenti alla middle class, sentì  ben presto il desiderio di liberarsi dalle convenzioni di rigido perbenismo della sua famiglia e nel 1968 uscì definitivamente dalla casa paterna, iniziando un percorso di vita precario e disagiato. Dopo varie peregrinazioni si recò per studiare a Boston, alla School of Museum Fine Arts dove ebbe modo di avvicinarsi e ben presto innamorarsi della fotografia.

 Il suo obiettivo si sofferma ad indagare aspetti e situazioni marginali della società, ritraendo persone che vivono in condizioni degradate. Il  senso di disperazione e abbandono che traspare dalle sue immagini si deve anche alle imperfezioni dei suoi scatti, alle sgrammaticature che esprimono in modo autentico e diretto le schegge di un’umanità emarginata e sofferente. La critica ufficiale non comprese il valore profondo del suo lavoro, disprezzando aspramente la presa diretta senza filtri della sua vita e degli amici della cerchia da lei frequentata. Nel 1978 la Goldin si trasferì a Londra e poi a New York dove, per sopravvivere, accettò lavoretti di ogni tipo: la sua vita diviene sempre più sregolata con eccessi costanti riguardo al sesso, alle droghe, all’alcool, ma la fotografia rimase sempre un punto di solido ancoraggio e la sfera intima e privata della sua vita e degli strani amici che frequentava,  diventò la maggiore protagonista di scatti a colori che vengono esaltati e qualche volta violentati dall’uso del flash.

Nan non si sottrae dal mettere il dito nella piaga della violenza domestica: sono immagini crude, sbattute in faccia all’osservatore che ne rimane indubbiamente turbato.

Nel 1986 esce il suo lavoro più famoso, il provocatorio “The ballad of Sexual Dependency” – titolo tratto da una canzone di Kurt Weil – che contiene settecento fotografie ( dal 1979 al 1986 ) a colori, presentate nel formato di un ‘slide show musicato’, trasformato successivamente in un libro fotografico. La maggior parte degli amici protagonisti di queste immagini avrà una morte precoce per droga o Aids. Anche Nancy  non si sottrasse  agli eccessi, seguì la corrente intensificando l’uso di droghe pesanti, per arrivare a toccare il fondo alla fine degli anni ottanta quando, disperata, decise di intraprendere un programma di riabilitazione, grazie anche alla vicinanza e al sostegno della scultrice Siobhan Liddell, il suo nuovo amore.

Trixie on the cot, New York City, 1979 © Nan Goldin

La Goldin seguì con partecipazione il problema della diffusione dell’AIDS in alcuni strati della società statunitense e fu tra i promotori, a New York nel 1989, di una grande mostra incentrata su questa tragica malattia.

Il suo interesse si rivolge anche al cinema che la vede nel ruolo di regista nel film “I’ll be your mirror”in cui mette a fuoco con racconti e interviste il  dramma di un’intera generazione giovanile falcidiata dall’AIDS e dalla droga sulla scena della cultura underground, dagli anni settanta alla fine degli anni ottanta del Novecento.

BIBLIOGRAFIA

 Pino Bertelli, La fotografia ribelle, ed. Interno 4, Rimini 2022.

SITOGRAFIA

www.fotografiaartistica.it

www.palazzograssi.it

FOTO

1-https://losbuffo.com

2-https://fiaf.net

3 –https://www.abebooks.it

4 -https://www.ilgiornaleditalia.it

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

L’articolo ha scopo didattico divulgativo. Le immagini sono di proprietà dell’autore e non possono essere vendute.

The Ballad of the Sexual Dependency, Nan Goldin.

The Ballad of the Sexual Dependency è uno slideshow di circa 700 foto Nan Goldin ha prodotto scegliendo tra le sue immagini scattate dagli anni Ottanta in poi. La fotografa, e le persone che ha frequentato nel tempo  sono i soggetti del lavoro. Molti di questi sono drogati ripresi nel quotidiano. Tutto il progetto è ripreso tra Boston, New York, Londra, Berlino e le altre città in cui la Goldin ha vissuto.

La fotografa descrive il lavoro come un diario personale che lei stessa rende pubblico: «Il diario è la forma di controllo della mia vita. Mi permette di annotare in modo ossessivo ogni dettaglio. Mi permette di ricordare».

Nan Goldin fa parte del gruppo detto dei cinque di Boston (Five of Boston) e il suo lavoro è considerato rilevante nell’ambito della fotografia contemporanea, come Terry Richardson e Wolfgang Tillmans.

Il suo lavoro esplora a 360 gradi il mondo LGBT nei momenti di intimità, durante il periodo dell’HIV e dell’uso smisurato degli oppioidi.

Il suo lavoro più notevole è The Ballad of Sexual Dependency (1986), che documenta la sottocultura gay dopo Stonewall, ma anche la sua famiglia e i suoi amici.

Vive e lavora a New York, Berlino e Parigi. Lei è bisessuale.

Trixie on the cot, New York City, 1979 © Nan Goldin

Nan Goldin nasce a Washington nel 1953 ma cresce a Boston, dove frequenta la School of the Museum of Fine Arts. Vive a New York dal 1978, dove si è affermata come una delle maggiori esponenti di un’arte a favore di una identificazione completa tra arte e vita. Fino dall’età di diciotto anni usa la fotografia come un “diario in pubblico”, per questo motivo l’opera di Nan Goldin è inseparabile dalla sua vita. Segnata dal suicidio della sorella diciottenne Barbara Holly il 12 aprile 1965, è proprio fotografando la propria famiglia che incomincia il suo lavoro fotografico. In seguito rimane molto vicina all’album di famiglia sia per la tecnica sia per i soggetti scelti.

© Nan Goldin

Nel 1979, incominciando dal Mudd Club di New York, l’artista comincia a presentare le sue immagini con una proiezione di diapositive accompagnate da una colonna sonora punk: Ballata della dipendenza sessuale diffuso nei musei in più versioni. Le foto, anche se danno l’impressione di essere state rubate, non sono mai scattate con il soggetto troppo vicino all’obiettivo per farlo risultare “sorpreso”. Nelle sue opere si può vedere il suo entourage subire il travaglio della vita: vecchiaia, amore, morte, infanzia si succedono nei pochi secondi della proiezione prima dell’immagine successiva. Questo gruppo di persone a lei vicine, molte delle quali sono scomparse, risulta ghermito in una congiura orchestrata dalla morte.

© Nan Goldin

Il suo è un reportage intimistico, un tipo di fotografia che influenzerà moltissimo le generazioni successive al suo lavoro.

I suoi lavori, che fin dall’inizio utilizzano più media, anticipano la realtà fotografica attuale.

Nan Goldin osserva la parte trasgressiva e nascosta della vita della città con un approccio intimo e personale. I ricordi privati divengono opere d’arte solo dopo la decisione di esporli. Ritrae amici e conoscenti, ma anche sé stessa, come nel celebre Autoritratto un mese dopo essere stata picchiata. Il suo stile diventa un’icona della sua generazione difficile e assume un’ulteriore svolta dopo la diffusione dell’AIDS, che mette in discussione la sua fiducia nel potere delle immagini rendendole chiaro che esse le mostravano solo coloro che aveva perso. La Goldin intende le foto che documentavano la vita quotidiana dei suoi amici sieropositivi in funzione di una valenza sociale e politica, e come attivista di Act Up organizza la prima grande mostra sull’AIDS a New York nell’89.

© Nan Goldin

Attualmente impegnata con performance e call action sul problema degli oppiodi, utilizza i social network, Instagram e Facebook per le call action.

Le più importanti quelle realizzate al Museo Metropolitan di New York nel 2018 e 2019.

Ciascuna delle sue immagini è caricata di un peso romanzesco di uno spessore umano, potenza drammatica che fanno di Goldin la fotografa più atipica e affascinante del tempo. Più che una fotografa, è un’analista del sentimento, contrario del sentimentale, in Goldin il sentimento non è altro che il sesso, la faccia nascosta della tragedia.

Biografia da Wikipedia

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Ciao, buona giornata, Sara