Dino Fracchia, in Piazza – rabbia e passione

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Come siamo cambiati? Come è cambiato il nostro modo di protestare e stare in piazza dagli anni ’70 ad oggi? Attraverso una galleria di immagini, selezionate dal vasto archivio del fotografo milanese Dino Fracchia ripercorriamo i grandi movimenti che hanno caratterizzato le proteste degli ultimi cinquant’anni d’Italia alla ricerca del filo rosso che unisce più di una generazione sotto le bandiere della protesta, alla ricerca di un mondo migliore. Più di cento fotografie, quasi cinquant’anni di piazza dagli anni’70 ai giorni della pandemia. Anni ’70: Operaie e operai; Il movimento; Le femministe; I festival giovanili. Anni ’80: Studenti, punk, autonomi e il movimento antinucleare. Anni ’90: I centri sociali. Genova 2001: il G8 e il Genoa Social forum. Anni 2000: Non una di meno; Fridays for future. 2020-2021: La pandemia da coronavirus, torneremo più in piazza? Con i contributi scritti di: Vittorio Agnoletto, Carlotta Cossutta, Sandrone Dazieri, Erri De Luca, Federico Dragogna, Patrizio Fariselli, Vicky Franzinetti, Manuela Fugenzi, Sergio Marchese, Giorgio Oldrini, Xina Veronese. Da Amazon

Copyright: Dino Fracchia

Dino Fracchia – Dino Fracchia, fotogiornalista di Milano (Italia). Attivo da molti anni nel campo del reportage sociale, economico, scientifico e geografico. Collaboratore dei maggiori giornali nazionali ed internazionali

Fracchia è uno dei più riconosciuti fotografi che, negli ultimi 50 anni, si è occupato dei movimenti sociali. Qui potete sfogliare il suo archivio online

Copyright: Dino Fracchia

Ciao Sara

Chris Hondros, essere fotografo di guerra

Spari. Epicentro del conflitto.

Un cellulare che squilla. Tra il rumore dei caricatori che si svuotano, una voce calma risponde “Si, sono Chris.. Ok ok, penso vada bene. Richiamami fra mezz’ora circa.”

Inizia cosi’ “Hondros”, il documentario che racconta la storia di Chris Hondros, staff photographer di guerra di Getty Images, una delle più grandi agenzie fotogiornalistiche al mondo.

La giornalista lo incalza: “Un mio amico mi ha detto che, fra tutte le persone che fanno giornalismo, i fotografi di guerra sono i più pazzi.”

Ride, Chris. “Vedi” risponde “Il problema con la fotografia di guerra è che non c’è assolutamente nessun modo di farla da lontano. Devi essere vicino, non puoi farla dal tuo hotel, dall’altra parte della strada, dall’altra parte del ponte. Devi essere lì”.

In questi pochi secondi è raccolta l’essenza della vita e del lavoro di Chris Hondros.

Nato a New York nel maggio del 1970, da immigrati greci e tedeschi, passa la maggior parte della sua gioventù nel North Carolina.

Capisce subito che la sua strada è il giornalismo, e nella fattispecie, il fotogiornalismo.

Inizia a lavorare per giornali locali, e con l’amico Greg Campbell, fonda un’agenzia giornalistica.

Sentendosi strette le notizie e l’informazione locale, e volendo cercare un po’ di azione, all’inizio della guerra dei Balcani, decidono di prendere tutto quello che hanno e, insieme a pochi altri colleghi, si tuffano in un mondo che segnerà per sempre le loro vite, quello della fotografia di guerra.

Kosovo, Angola, Sierra Leone, 11 settembre, Afghanistan, Kashmir, The West Bank, Iraq, Liberia.

“Nomina uno dei conflitti che e’ avvenuto negli ultimi due decenni e sicuramente troverai qualche lavoro di Chris”, dice un suo collega.

2 volte finalista al Pulitzer, 1 honorable mention al World Press Photo, 1 Robert Capa Gold Medal, sono solo alcuni dei riconoscimenti che si porta a casa.

Ma sono le sue foto a parlare, facendo il giro del mondo, pubblicate sui più importanti quotidiani e riviste.

La celebre foto della bambina di Tal Afar, Iraq,  (superstite, dopo che la famiglia e’ stata sterminata per errore ad un checkpoint americano), serve a riaccendere le luci su un conflitto considerato ormai chiuso dai media mainstream.

“Tornavo in Iraq appena potevo, per documentare quello che succedeva.” dice. “Quella notte, a Tal Afar, ero assieme ad una pattuglia americana. Quando l´auto è stata colpita, ho continuato a scattare, anche se non credevo ai miei occhi. Il comandate del plotone mi aveva chiesto di aspettare a pubblicare le foto, perché’ sapeva avrebbero creato una reazione negli USA. Io l’ho rassicurato, poi appena tornati alla base, ho scaricato le foto, e inviate subito in redazione, prima che potessero bloccarmi. Il mattino dopo erano già sui quotidiani di tutto il mondo.”

Le sue foto, insieme a quelle di altri pochi colleghi, nella furiosa guerra civile in Liberia, fanno intervenire i caschi blu dell’ONU, e porre fine al conflitto.

“Chris credeva fermamente in ciò che voleva che fosse la sua fotografia”, afferma Pancho Bernasconi, Vice Presidente di News per Getty Images. “Potevo catapultarlo in qualsiasi situazione e non dovevo spiegargli perché era lì… credeva nel potere di far accendere una luce in un luogo che altrimenti sarebbe rimasto buio.”

Nel 2011, allo scoppio del conflitto libico, rinuncia a partire per la Libia, perché ritiene la situazione troppo instabile, e perché in procinto di sposarsi.

In seguito al rapimento, e successiva liberazione, di alcuni colleghi (tra cui anche la celebre fotogiornalista Lynsey Addario), decide di partire.

Il 20 aprile 2011, mentre stava documentando l’assedio di Misurata e gli scontri tra le forze governative ed i ribelli, rimane ucciso da un colpo di mortaio, insieme al collega Tim Hetherington.

(FILE) American photojournalist Chris Hondros walks during the seige of Monrovia, Liberia 03 August 2003. Chris Hondros a multi award winning photographer for Getty Images, was killed on 20 April 2011 while covering fighting in the city of Misrata, Libya when a rocket-propelled grenade (RPG) struck a house he was in.

Durante un’intervista, dice: “Credo nella fotografia. Credo nel ruolo che i giornalisti, ed in particolare i fotografi, hanno in tutto il nostro sistema di conflitti internazionali e nel modo in cui risolviamo le differenze. Abbiamo un ruolo da svolgere e voglio essere coinvolto in questo”.

Escono postumi “Hondros”, documentario che trovate su Netflix e in DVD, e “Testament”, libro con le sue foto e che racconta della sua vita.

Articolo di Alessandro Annunziata

👍La fotografia come viaggio intorno a casa – con Lorenzo Cicconi Massi

PER INFO

Buongiorno, un autore eccezionale da Musa Fotografia!

Sarà presto con noi Lorenzo Cicconi Massi con un incontro e un bellissimo workshop volto ad approfondire l’idea che abbiamo tutti di raccontare in modo personale e coinvolgente le cose che abbiamo vicine, un viaggio esplorativo dei luoghi familiari, trasformato in un lavoro fotografico. Darci l’opportunità di immersione nella propria sfera emotiva, intima e portarla al pubblico coinvolgendolo nel nostro sentire, senza dover per forza attraversare il mondo.

INCONTRO con l’autore

29 Gennaio 2021 ore 20.45 – Via Mentana, 6 Monza

Lorenzo Cicconi Massi, sceneggiatore, regista, fotografo pluripremiato per le sue immagini suggestive e ammaliatrici ci presenta il suo lavoro e le visioni oniriche destinate a diventare eterne.

WORKSHOP “LA FOTOGRAFIA COME VIAGGIO INTORNO A CASA”

30 e 31 Gennaio 2021
Orario: 10.00-18,00 circa

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PER INFO

Lorenzo Cicconi Massi inizia a lavorare come fotografo professionista durante gli anni novanta. Nel 1991 si laurea in Sociologia con una tesi su Mario Giacomelli e il Gruppo Misa, un riferimento stilistico per il fotografo senigalliese al quale dedicherà nel 2011 un film-documentario “Mi ricordo Mario Giacomelli” realizzato a 10 anni dalla sua scomparsa. Nel 2000 entra a far parte dell’agenzia Contrasto, rappresentante in Italia dell’Agenzia Magnum. Pubblicherà i propri lavori in riviste italiane e internazionali (Images, Newsweek, Io Donna, Sportweek, La Stampa, Ventiquattro, Meridiani) ed esporrà in Italia e all’estero. Nel 2003 esordisce alla regia con il lungometraggio Prova a volare, primo film di Riccardo Scamarcio, distribuito dall’Istituto Luce nel 2007. Nello stesso anno viene premiato al World Press Photo nella categoria “Sports feature singles” per gli scatti raffiguranti dei giovani calciatori cinesi in allenamento, emblema della preparazione di una nazione alle successive Olimpiadi di Pechino del 2008. Sempre nel 2007 realizza la mostra Viaggio intorno a casa per la Fondazione FORMA di Milano, dove esporrà nuovamente in collettive nel 2009, 2010, nel 2013 e nel 2014. Nello stesso anno riceve il premio G.R.I.N (Amilcare Ponchielli) per gli scatti di “Fedeli alla Tribù”. Nel 2012 espone alla Triennale di Milano con il progetto di Altagamma “Italian Contemporary Essence”, un progetto fotografico in collaborazione con importanti aziende del design italiano. Gli scatti saranno in seguito inclusi nel volume edito da Rizzoli International. Nel 2014 è fotografo ufficiale nel tour “L’anima vola” della cantante Elisa.
E’ del 2016 il suo splendido lavoro “Le donne volanti” che presenterà a Montecitorio nel 2017 alla presenza della presidente della Camera dei Deputati. Nel 2017 riceve il premio “Scanno dei fotografi”. Del 2018 la mostra “In Aria”, (catalogo ed. Capponi) che comprende una raccolta dei suoi lavori più importanti.

👉Tutti gli eventi di Gennaio – Musa fotografia

Buongiorno, ecco cosa succede da Musa Fotografia a Gennaio! Lorenzo Cicconi Massi verrà a trovarci e ci sarà un incontro aperto al pubblico e un workshop…ma non solo! Vi aspettiamo! Baci

Per info sul workshop

Fotografia di Lorenzo Cicconi Massi

INCONTRO CON LORENZO CICCONI MASSI

29 Gennaio 2021 ore 20.45

Lorenzo Cicconi Massi, sceneggiatore, regista, fotografo pluripremiato per le sue immagini suggestive e ammaliatrici ci presenta il suo lavoro e le visioni oniriche destinate a diventare eterne.

Musa fotografia, Via Mentana, 6 Monza

Fotografia di Lorenzo Cicconi Massi

Si laurea nel 1991 con una tesi intitolata “Mario Giacomelli e il gruppo Misa a Senigallia”, iniziando la sua attività di ricerca con la fotografia bianco-nero.
Nel 1999 vince il Premio Canon. Dal 2000 è rappresentato dall’Agenzia Contrasto e dal 2006 i suoi lavori fanno parte della collezione della Galleria Forma. Il mensile Arte lo include tra i dieci giovani talenti della nuova fotografia italiana. Nel 2007 vince il World Press Photo Award nella categoria Sports Feature Singles con un lavoro sui giovani calciatori cinesi. Nello stesso anno vince il Premio Ponchielli organizzato dal GRIN, l’associazione dei photo-editors italiani, con la serie “Fedeli alla tribù”. Altri suoi progetti importanti sono “Paesaggi delle Marche”, “Cammino verso niente”, “Le giovani famiglie”, “Eurogeneration”, “Un altro mondo” e “Le strade e i campi per giocare”. Tra i lavori commissionati spiccano quelli per Vogue Pelle, Altagamma, Olio Sasso e Alessi. Numerose le pubblicazioni sulla stampa italiana e internazionale, come pure le mostre in sedi prestigiose. Il suo ultimo progetto “Le Donne Volanti” è stato esposto nel corso del 2017 alla Galleria Forma di Milano e alla Camera dei Deputati.
Come regista ha realizzato diversi cortometraggi e i film “Mi ricordo Mario Giacomelli”, presentato in occasione dei 10 anni dalla scomparsa del grande fotografo, e “Prova a volare”, con Riccardo Scamarcio nel cast.

Per info

Ritratti di donne algerine costrette a posare togliendo il velo: ritratti di nudo?

Nel 1960 il fotografo francese Marc Garanger (1935-2020), mentre assolveva gli obblighi di leva militare durante il conflitto franco-algerino, che oppose la Francia coloniale agli indipendentisti algerini del Fronte di Liberazione Nazionale e si concluse con la proclamazione dell’indipendenza dello stato africano, realizzò una serie famosa di ritratti di donne algerine: “Femmes Algériennes 1960”.

Egli fu inviato dall’esercito francese, che stava occupando l’Algeria, in alcuni villaggi di montagna a sud-est di Algeri, come soldato-fotografo ufficiale dell’unità militare e fu costretto a fotografare gli abitanti del luogo per produrre le carte d’identità, di cui tutti dovevano dotarsi.

In 10 giorni realizzò circa 2.000 ritratti e furono soprattutto donne quelle che si presentarono davanti alla sua macchina fotografica. Donne che vennero fatte sedere su uno sgabello posto di fronte ad un muro bianco e furono obbligate a posare togliendosi il velo. Donne che furono quindi costrette a mostrare pubblicamente il loro volto, nonostante la religione vietasse (e vieta) loro di farlo in presenza di altri uomini, diversi dai propri mariti. 

A queste donne non rimase altro che opporsi a questo obbligo in silenzio, facendo parlare il loro sguardo, accusatorio e di sfida, e l’espressione del loro viso. 

Quindi, detto ciò, questi ritratti possono essere considerati a tutti gli effetti delle fotografie di nudo? 

Se con fotografia di nudo s’intende la fotografia del corpo umano privo di vestiti, allora anche queste fotografie possono esserlo, dal momento in cui il velo, per queste donne,  costituisce parte integrante del loro abituale modo di mostrarsi in pubblico.

Levare il loro velo di fronte ad un obiettivo, per mostrare la loro identità, fatta anche di capelli scomposti e tatuaggi, è stato per queste donne un vero e proprio atto di violenza psicologica, che il fotografo, abilmente e con cura, è stato in grado di immortalare come atto di denuncia alla guerra e alle sue ingiustizie e violenze di ogni genere.

Il fotografo stesso disse: “Potevo rifiutare e andare in prigione oppure accettare. Ho capito la mia fortuna: dovevo essere un testimone per far trasparire nelle mie immagini la mia opposizione alla guerra. Ho visto che potevo usare quello per cui sono stato costretto. Le immagini dicevano il contrario di ciò che le autorità volevano far loro raccontare. In dieci giorni ho realizzato duemila ritratti, duecento al giorno. Le donne non avevano scelta. Il loro unico modo di protestare era attraverso il loro aspetto”.

Nel 2004 Garanger ritornò in Algeria per incontrare coloro che aveva fotografato in quei giorni e scoprì che le foto che aveva scattato a queste donne furono le uniche che loro avessero mai avuto di sé stesse. 

Con questo lavoro Garanger vinse nel 1966 il premio fotografico Niépce.

Ciao, Cristina.

“El baño de Frida”: uno storytelling da una stanza da bagno.

Si può fare uno storytelling in una stanza da bagno?

Ebbene sì, e un egregio esempio in materia è stato realizzato dalla fotografa messicana Graciela Iturbide. Il titolo di questo suo celebre lavoro è “El baño de Frida”, per il quale ha ricevuto nel 2008 il prestigioso premio internazionale di fotografia della Hasselblad Foundation.

Questo piccolo ma interessantissimo libro fotografico è un breve racconto fatto di 12 scatti in bianco e nero ambientati nel bagno dell’abitazione privata della famosa pittrice messicana Frida Kahlo e dell’artista Diego Rivera a Coyoacán (Città del Messico).

Nel 2005, per la prima volta dopo 51 anni dalla morte della pittrice, le due stanze da bagno della Casa Azul, che erano state messe sotto chiave dallo stesso Rivera dopo la morte di Frida, sono state riaperte esclusivamente per la Iturbide. Da questo anomalo e privatissimo punto di vista la fotografa ha cercato di raccontare a modo suo l’anima di questa donna ed artista dalla vita tormentata. 

Entrando in questi spazi inviolati, la Iturbide compie un vero e proprio viaggio nella vita intima di Frida attraverso i suoi oggetti di dolore. Con l’ausilio della sua macchina fotografica è riuscita a realizzare degli scatti che sono divenuti una vera e propria testimonianza, commuovente e allo stesso tempo disturbante, di quella che è stata la reale quotidianità dell’artista. 

Il progetto fotografico nel dettaglio mostra corsetti e bustini strazianti, grembiuli ospedalieri macchiati, medicine, animali impagliati, attrezzi medici, stampelle, una gamba artificiale… ma anche un ritratto di Stalin, che forse le serviva per trarre ispirazione ed una borsa dell’acqua calda che forse le serviva per alleviare il suo costante dolore.

Il bagno per Frida era un luogo fondamentale, dove trascorreva molto tempo sia per i suoi problemi fisici che per la sua attività creativa (al suo interno ha infatti realizzato alcune opere).

Grazie a queste foto il bagno e tutti gli oggetti in esso contenuti diventano l’evidenza brutale delle lotte quotidiane che Frida ha dovuto affrontare e sopportare, svelando una realtà fatta di sofferenza assolutamente visibile e tangibile. 

Il breve percorso fotografico si conclude con un autoritratto che Iturbide realizza riproponendosi nella stessa posizione adottata da Frida in una sua celebre opera (autoritratto di Frida in vasca). Nel suo personale dialogo con l’artista e i suoi oggetti personali, la Iturbide diventa pian piano il suo alter ego. 

Con questo progetto la Iturbide è riuscita in modo vincente a restituisci e a raccontarci il dramma quotidiano vissuto da questa donna fragile e dal corpo martoriato, ma con una irriducibile volontà di andare oltre la sua immobilità e i confini del suo corpo grazie alla sua creatività.

Qui il sito dell’autrice

Ciao, Cristina.

Workshop e incontro con Fausto Podavini 👍

Per info

Dalla singola foto al progetto fotografico

Cercheremo di capire cos’è una fotografia, cosa c’è dentro e cosa c’è dietro così da apprendere più a fondo
l’importanza di una progetto fotografico.
Si affronteranno le problematiche teoriche e pratiche legate alla realizzazione di progetti fotografici e proveremo mediante la realizzazione di esercizi teorici a sviluppare un idea riportandola ad un concetto di mappa.
Mediante la visione di lavori e discussione dei portfoli dei partecipanti, verranno affrontati tutti gli aspetti pratici di come si realizza un reportage con particolare attenzione al linguaggio fotografico, alla sua traducibilità visiva, alla composizione come forma espressiva e all’editing come valore aggiunto di una storia. Per info

INCONTRO CON FAUSTO PODAVINI

13 Novembre 2020 ore 20,30
Fausto Podavini presenta il suo libro “Homo change”. Uno dei migliori reporter italiani, ci presenta il suo lavoro e il suo ultimo libro. 

Musa fotografia, Via Mentana, 6 Monza


HOMO CHANGE  è un lavoro del fotografo romano Fausto Podavini con il quale ha vinto nel 2018 il suo secondo World Press Photo. Questo lavoro l’ha impegnato per sei anni fra Etiopia e Kenya per documentare la costruzione della più alta diga di tutta l’Africa ed i conseguenti cambiamenti sociali ed ambientali come la diminuzione della biodiversità e lo sfollamento dei popoli tradizionali che hanno vissuto per secoli in un delicato equilibrio con l’ambiente.
Il fotografo terrà anche un workshop di due giornate:Dalla singola foto al progetto fotografico Per info