Proprietà della narrazione in fotografia, come raccontare.

Tirana, Sara Munari

Con il gesto di raccontare si compie una forma di “collegamento”, si crea un dialogo tra fotografo e fruitore delle immagini.

Le nostre fotografie riguardano sempre il passato e

rimandano ad un ricordo. Questo ricordo comporta una forte  componente emotiva che caratterizza la storia stessa.

Lo scopo della vostra storia è di portare ad una riflessione che riguarda i contenuti, l’elaborazione di questi e l’apprendimento di un fatto/soggetto/situazione. Le storie avranno il potere di persuadere permettendo di dare un’interpretazione della realtà.

Attraverso il  racconto di storie “riordiniamo” e diamo un senso dinamico alle nostre esperienze quotidiane. Il nostro “vissuto umano” prende forma, diviene divulgabile, accessibile e può essere ricordato.

Il discorso narrativo, quindi “il mettere in pratica” le storie che abbiamo pensato, per essere efficace, deve possedere alcune caratteristiche specifiche Jerome Bruner spiega tale processo evidenziando nove proprietà fondamentali in questo passaggio.

Queste sono le proprietà della narrazione che possono essere applicate alla fotografia:

La sequenzialità: i fatti narrati  sono ordinati  tramite una successione di tipo spazio-temporale. Per esempio il racconto di un evento specifico, un matrimonio, una conferenza ecc.

La particolarità: la trama della vostra storia  è relativa ad episodi specifici, a personaggi specifici o a luoghi specifici. Questo riguarda la scelta da parte del fotografo dell’argomento da trattare e come far “muovere” i personaggi/soggetti della storia.

L’intenzionalità: è l’interesse per le situazioni e intenzioni umane che guidano le azioni che svolgiamo perché abbiamo scopi da raggiungere, opinioni e credenze. I soggetti che fotograferete prenderanno decisioni, proveranno sentimenti e si muoveranno all’interno del racconto, proprio per queste caratteristiche voi li descriverete nella storia.

L’opacità referenziale: chi narra una storia può descrivere eventi effettivamente accaduti o può descrivere “rappresentazioni di eventi/soggetti”.  Nella narrazione le storie non devono essere necessariamente vere, ma verosimili, possibili. Infatti il concetto di opacità referenziale stabilisce che la rappresentazione ha valore, non in quanto si riferisce ad un evento/soggetto preciso, ma in quanto rappresentazione dello stesso. Possiamo raccontare un fatto realmente accaduto o spostarci nella storia descrivendo esclusivamente sensazioni o atmosfere relative ad un evento.

La componibilità ermeneutica (nome difficile, concetto semplice): consiste nel legame esistente  tra le varie parti della narrazione. Le parti della vostra storia fotografica dovranno essere equilibrate tra loro per poter comporre un racconto coerente e leggibile.

La violazione della canonicità: se la narrazione è canonica (evitate quando potete di esserlo), le parti del racconto, si snodano secondo le attese. Se nella narrazione, avvengono fatti inaspettati non esiste più linearità.

L’incertezza: quando la narrazione non è reale o non lo è del tutto, si colloca a metà strada tra realtà e rappresentazione. I fruitori possono “interpretare” i significati da attribuire alla narrazione. Per esempio quando usiamo metafore in fotografia. Lasciare aperte molte strade interpretative, questo potrebbe dare al racconto, un grado di attrazione maggiore.

L’appartenenza ad un genere: ogni  narrazione può essere inserita in un suo genere o stile che tende a rimanere costante.

Lo storytelling è in sostanza, la strutturazione delle esperienze umane attraverso i  racconti e la loro narrazione. E’ un procedimento  che fornisce alle persone  una sensibilità culturale in grado di avviare sviluppi meditativi e educativi, soprattutto in gruppo.

Abbiamo un grande compito ed una grande responsabilità, quindi sfruttiamola al meglio.

Questo è un estratto del mio libro “Storytelling a chi?” edito da Emusebooks.

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Buona giornata!

Sara

Workshop e incontro con Fausto Podavini 👍

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HOMO CHANGE  è un lavoro del fotografo romano Fausto Podavini con il quale ha vinto nel 2018 il suo secondo World Press Photo. Questo lavoro l’ha impegnato per sei anni fra Etiopia e Kenya per documentare la costruzione della più alta diga di tutta l’Africa ed i conseguenti cambiamenti sociali ed ambientali come la diminuzione della biodiversità e lo sfollamento dei popoli tradizionali che hanno vissuto per secoli in un delicato equilibrio con l’ambiente.
Il fotografo terrà anche un workshop di due giornate:Dalla singola foto al progetto fotografico Per info 

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