Mostre di fotografia consigliate a gennaio

Iniziamo il nuovo anno godendoci una bella mostra di fotografia, tra quelle che vi consigliamo di seguito.

Anna

Magnum America. The United States

Un uomo vestito in abito formale sorridente, mentre si avvicina a un gruppo di mani protesi verso di lui in un evento affollato.
Foto. © Raymond Depardon/Magnum Photos, 1968

Che cos’è l’America? Attingendo dagli archivi dell’Agenzia Magnum Photos la mostra Magnum America pone al visitatore questa domanda. Organizzata in capitoli decennali che vanno dagli anni ’40 ai giorni nostri, l’esposizione promossa da Forte di Bard e Magnum Photos nel solco di una consolidata collaborazione sul fronte della fotografia storica e di costume, mette a confronto persone ed eventi ordinari e straordinari, offrendo un’interpretazione commovente del passato e del presente degli Stati Uniti d’America, mettendone al contempo in discussione il futuro.
La mostra si basa sull’ampia pubblicazione “Magnum America” edita da Thames & Hudson nel 2024.

Fin dalla sua fondazione nel 1947, Magnum Photos è stata profondamente intrecciata con la storia dell’America: i suoi ideali, le sue contraddizioni e le sue trasformazioni. Per molti dei fondatori europei di Magnum, l’America rappresentava sia una nuova frontiera che un banco di prova per la narrazione fotografica. Robert Capa ha catturato il glamour di Hollywood e l’ottimismo della vita del dopoguerra, mentre l’occhio attento di Henri Cartier-Bresson ha analizzato i rituali e i ritmi del Paese con uno sguardo distaccato e antropologico. Con la crescita dell’agenzia, fotografi americani come Eve Arnold, Elliott Erwitt e Bruce Davidson hanno contribuito con prospettive privilegiate, documentando tutto: dal movimento per i civili e le proteste contro la Guerra del Vietnam, ai ritratti intimi della vita quotidiana nelle piccole città e nelle grandi metropoli.

Nel corso dei decenni, l’obiettivo di Magnum ha seguito i trionfi e i traumi dell’America: il V-day, la Marcia su Washington, Woodstock, l’11 settembre, le campagne presidenziali, gli eventi sportivi, le manifestazioni culturali, i disastri naturali e le profonde cicatrici della disuguaglianza razziale ed economica. Insieme, queste immagini formano un mosaico a volte celebrativo, a volte critico, sempre alla ricerca e che continua ad interrogarsi su cosa sia l’America, e cosa potrebbe diventare.

08/12/2025 – 08/03/2026 – Forte di Bard – Aosta

LINK

Tina Modotti. L’opera

Locandina della mostra 'Tina Modotti. L'opera' con un'immagine di una figura che tiene un bambino in braccio, su sfondo arancione.

Fortemente voluta dalla Sindaca Vittoria Ferdinandi e dall’Assessore alle Politiche culturali Marco Pierini, la mostra si presenta come l’esito di un viaggio alla scoperta di un’artista che sviluppò uno stile unico, caratterizzato da sperimentazione e una forte sensibilità sociale, denso di immagini, documenti, video e oggetti personali che ricostruiscono ed evocano il lavoro e la vita di una delle più emblematiche fotografe del Novecento.
L’esposizione “Tina Modotti. L’opera”, curata da Riccardo Costantini, nasce da uno straordinario progetto di ricerca, frutto di decenni di viaggi, contatti e scoperte in vari luoghi del mondo, seguendo la vita errante della fotografa, che approda a Palazzo della Penna dove viene offerta ai visitatori un’esperienza unica, emozionante ed estremamente ricca, che può contare anche su alcuni scatti inediti, frutto delle ultime ricerche svolte dello stesso curatore, in Messico e negli Stati Uniti.

Assunta Adelaide Luigia Saltarini Modotti, detta Tina (1896-1942) è stata una figura poliedrica – attrice, modella, attivista, autrice di saggi, pittrice e fotografa – la cui vista si intreccia con la storia politica e culturale del Novecento, e le cui vicende di vita hanno spesso fatto dimenticare la sua opera e le sue eccelse capacità artistiche.

In mostra oltre 200 immagini che raccontano l’intensa attività di questa grande fotografa, moltissimi documenti rari, video e audio, e la possibilità di poter ammirare la macchina fotografica che usava all’epoca e alcuni oggetti personali appartenuti a Tina Modotti, come la sua preziosa borsa “istoriata” da viaggio. Tutto questo fa della mostra perugina il ritratto più completo, mai offerto prima in Italia, di quella che è stata definita “la più famosa artista sconosciuta del 20° secolo”.

Dalle prime esperienze a Hollywood, dove recita in film muti e si avvicina alla fotografia grazie a Edward Weston, fino alla maturità artistica in Messico, Modotti sviluppa il suo stile unico di “fotografie oneste”, libere da virtuosismi, attente all’immediatezza e alla sperimentazione. Le sue immagini raccontano la bellezza e la dignità del lavoro, la condizione femminile, le contraddizioni del progresso e il fervore politico di un’epoca segnata da grandi trasformazioni.

Tra i nuclei più significativi, spiccano gli scatti dedicati alle donne di Tehuantepec (1929), testimonianza dell’impegno sociale e antropologico, nonché di profonda attualità in una mostra che, fin dal manifesto scelto per raccontarla in sintesi, parla con grande attualità della dignità delle donne, della loro nobiltà, della loro capacità di essere protagoniste, o nella storia (con l’attivismo politico) o nella società (lavoratrici ma al contempo madri).

Una sezione speciale ricostruisce la prima e unica esposizione realizzata da Modotti nel 1929, offrendo una chiave di lettura unica sulla sua poetica, ricostruendo – in un atto di rispetto commovente, accompagnato da rare musiche d’epoca – una “mostra nella mostra”, come l’aveva immaginata allora la stessa Tina.

La mostra monografica è promossa dal Comune di Perugia in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino e Cinemazero di Pordenone, che custodisce l’archivio Modotti più ampio al mondo, e con il gestore dei servizi per il pubblico e delle attività di valorizzazione del circuito museale comunale, Le Macchine Celibi soc. Coop.

dal 19 Dicembre 2025 al 12 Aprile 2026 – Palazzo della Penna Centro per le arti contemporanee – Perugia

LINK

Franco Pinna. Sardegna a colori. Fotografie recuperate 1953–67

Franco Pinna, Manifestazione dei pastori, 1967
© Archivio Franco Pinna, Roma/Bologna tutti i diritti riservati | Franco Pinna, Manifestazione dei pastori, 1967

Con Franco Pinna. Sardegna a colori. Fotografie recuperate 1953–67, il MAN prosegue la riflessione sul linguaggio fotografico e il suo rapporto con la Sardegna, territorio di ispirazione e sperimentazione per generazioni di artisti. La mostra, che celebra il centenario della nascita del fotografo maddalenino (La Maddalena 1925 – Roma 1978), maestro della fotografia italiana del Novecento, riporta alla luce un corpus a lungo dimenticato, restituendo una dimensione nuova e sorprendente del suo sguardo: quella del colore. In dialogo con le recenti ricerche del museo su autori e visioni del paesaggio sardo, l’esposizione amplia la nostra percezione di un fotografo che molti hanno conosciuto solo attraverso il bianco e nero.

Il percorso della mostra, composto da circa ottanta opere tra stampe fotografiche a colori — in larga parte raramente esposte – e materiali d’archivio, propone un viaggio nella storia visiva e professionale di Pinna, offrendo nuovi elementi di valutazione critica della sua opera. Le immagini scelte, frutto di un lungo lavoro di recupero e restauro digitale delle cromie originali, sono accompagnate da fotografie di raffronto dello stesso soggetto in bianco e nero, oltre a diapositive, strumenti di lavoro provenienti dall’Archivio Franco Pinna, a testimonianza della complessità del suo approccio documentario. Una selezione di pubblicazioni d’epoca, fra cui “Vie Nuove”, “Noi Donne”, “L’Espresso” e “Panorama”, spiega la ragione del suo impegno con il colore, destinato alle riviste del tempo e alle loro pagine patinate, che richiedevano un senso di attualità e non la storicizzazione tipica del classico bianco e nero.

La mostra prende avvio da Orgosolo 1953, prima campagna fotografica a colori realizzata da Pinna in Sardegna, per poi attraversare le tappe più significative della sua produzione isolana: Canne al vento (1958), Argia a Tonara (1960) immagini per il celebre volume Sardegna. Una civiltà di pietra (1961), fino alle cronache sul banditismo e le proteste dei pastori del 1967. Le sequenze, disposte come un racconto di lunga durata, restituiscono l’evoluzione di un linguaggio che trova nel colore una dimensione autonoma e poetica, capace di cogliere la materia viva della Sardegna arcaica e modernissima insieme.

A emergere è la tensione tra documento e rito, che percorre tutta la sua opera: un modo di attraversare la realtà che, come scriveva Federico Fellini nel 1976, rivela in Pinna “una lentezza da ierofante”, sospesa tra lo sguardo dello scienziato e quello del sacerdote.
È proprio in questa dimensione sospesa tra documento e rito che la mostra del MAN invita a rileggere la sua opera: come un attraversamento della realtà che diventa rivelazione.

Dal 5 Dicembre 2025 al 1 Marzo 2026 – MAN Museo d’arte Provincia di Nuoro

LINK

GRANDI MAESTRI DELLA FOTOGRAFIA. LÁSZLÓ MOHOLY NAGY

László Moholy‑Nagy, Untitled
László Moholy‑Nagy, Untitled

Giovedì 27 novembre 2025 alle ore 19.00, presso la Galleria del Palazzo Falconieri in via Giulia, si inaugura il nuovo appuntamento della serie Grandi Maestri della Fotografia promossa dall’Accademia d’Ungheria in Roma. Dopo Robert Capa e André Kertész, la rassegna rende omaggio a un altro illustre artista di origine ungherese: László Moholy‑Nagy, uno dei protagonisti più versatili e influenti del Novecento.

La mostra, realizzata in collaborazione con il Robert Capa Contemporary Photography Center di Budapest e con il sostegno del Ministero della Cultura e Innovazione ungherese, presenta circa sessanta opere selezionate dalla Collezione della Fondazione Moholy‑Nagy. L’esposizione è arricchita da fotografie legate alla sua vita, estratti dei suoi film e installazioni che ne raccontano la ricerca artistica.

La struttura dell’allestimento si ispira al linguaggio formale del Bauhaus: un grande pannello luminoso retrostante illumina le immagini stampate su superfici trasparenti. Saranno visibili il suo studio (con Lucia Moholy‑Nagy) a Dessau nel 1926, il suo ufficio di Chicago nel 1937, l’allestimento di una mostra a Brno nel 1935, scenografie e bozzetti per spettacoli teatrali, nonché un copione cinematografico disegnato. L’esposizione mostra come la “nuova visione” da lui creata si manifesti in diversi ambiti e attraversi tutta la sua vita, rivelando quanto l’universo visivo dei suoi film coincida con la composizione delle sue fotografie e come l’astrazione dei suoi fotogrammi conduca al mondo delle sue fotografie e dei suoi collage.

L’esposizione sarà aperta al pubblico fino al 28 febbraio 2026 e sarà accompagnata, al Piano Nobile del Palazzo Falconieri, dalla mostra Risonanza – in omaggio a László Moholy‑Nagy, a cura di Pál Németh, che presenta opere di sei artisti contemporanei – Zsolt Gyenes, Anita Egle, Ferenc Forrai, Olívia Zséger, Márta Krámli Balázs Veres – spontaneamente sintonizzati con l’eredità del maestro, generando una risonanza creativa che ne rinnova la presenza.

Dal 27 Novembre 2025 al 28 Febbraio 2026 – Accademia d’Ungheria in Roma – Palazzo Falconieri – Roma

LINK

Walter Rosenblum. Il mondo e la tenerezza

Walter Rosenblum, Boy on Roof, Pitt Street, N.Y.C., 1938
Walter Rosenblum, Boy on Roof, Pitt Street, N.Y.C., 1938

Walter Rosenblum (New York City, 1919-2006) figura cardine della fotografia del XX secolo approda al Centro Culturale di Milano con una mostra di rilevo internazionale dal titolo “Il mondo e la tenerezza”, che presenta più di 110 fotografie vintage dell’Autore provenienti da New York insieme a rare documentazioni d’epoca.
Curata da Roberto Mutti e prodotta da SUAZES, con il Patrocinio del Comune di Milano, la mostra raccoglie opere scattate tra il 1938 e il 1990, la maggior parte delle quali esposte per la prima volta in Italia. Un’opportunità senza precedenti per conoscere il lavoro di questo straordinario autore, uno dei più importanti fotografi americani del secolo scorso.
 
Rosenblum rappresenta un punto di congiunzione tra la fotografia sociale di Lewis Hine e la nascita del reportage umanistico di Paul Strand, a sua volta in dialogo con figure centrali come Alfred Stieglitz ed Edward Steichen, quando anche la street photography iniziava a delineare un nuovo percorso espressivo, che avrebbe influenzato profondamente le generazioni successive fino ai nostri giorni.
La cifra di Rosenblum, rivelata dalle tante icone che ci ha lasciato, è rendere inscindibile l’arte e il racconto con intento giornalistico, mentre la sua composizione rivela la maestria unica nel saper rivelare l’immagine interiore dell’umano dai luoghi dove esso vive, si esprime, lavora, genera, lotta
 
Come suggerisce il titolo della mostra, Il mondo e la tenerezza, si intrecciano due dimensioni spesso considerate distanti: da un lato “il mondo”, con le sue tensioni sociali, urbane e umane, dall’altro “la tenerezza”, ovvero uno sguardo empatico e intimo che attraversa anche le realtà più dure.
 
«La mia fotografia è un omaggio alla persona che fotografo» e «il senso della vita deriva dalle persone che si sono conosciute e amate» sono frasi che raccontano il cuore del suo lavoro e della visione del mondo di Rosenblum, tratte dal film pluripremiato In Search of Pitt Street. La pellicola, realizzata da sua figlia Nina Rosenblum, regista affermata nel panorama del cinema indipendente, sarà proiettata giovedì 4 dicembre nell’auditorium del Centro Culturale di Milano e introdotta da un intervento della regista stessa.
 
Sono altrettante sezioni del percorso espositivo della mostra – sette –  i principali temi attraversati dalla carriera fotografica di Rosenblum, che ha documentato alcuni degli eventi più significativi del ventesimo secolo con sguardo precursore: l’esperienza degli immigrati in America, nella Lower East Side di New York, la Seconda Guerra Mondiale, i rifugiati della guerra civile spagnola in Francia, la vita quotidiana a East Harlem, Haiti, in Europa, le generazioni del South Bronx.
 
Sottolinea Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano: “Rosenblum era anche lui figlio di immigrati ebrei romeni di inizio secolo, poveri e accolti. Usa la fotografia esprimere la dignità dell’essere umano, per dare notizia dell’uomo che vive, della sua appartenenza, mai semplici vittime, una umanità che sopravvive intatta malgrado le circostanze avverse. La fotografia li riconsegna protagonisti reali e ignoti della vita, eroi umani delle contraddizioni della convivenza”.
 
Il suo primo coinvolgimento con la fotografia iniziò all’età diciassette anni, quando si unì alla Photo League, collettivo americano nato ad inizio anni ’30 con l’intento di fare luce sulle problematiche umane e sociali ignorate dalla politica. Ai fondatori Paul Strand e Berenice Abbott aderirono nel tempo Helen Levitt, Robert Frank, Eugene Smith, Ruth Orkin, Dorothea Lange, Aaron Siskind, lo svizzero Rudy Burckhardt, Lisette Model, Fred Stein, Sid Grossman, Arthur Leipzig e Weegee. Lì si plasmarono le varie strade del reportage umanistico.
Decisivi per Rosenblum sono gli incontri con Lewis Hine (che gli diede in consegna tutta la sua opera), Lewis Hine, l’artefice della fotografia sociale da Ellis Island (contribuendo a cambiare le leggi sul lavoro minorile) all’Empire State Building, e Paul Strand, suo mentore e poi amico indissolubile (bellissimo un suo ritratto in mostra) già autore nel 1921 del celebre film-reportage sulla città ManHatta proiettato in modo permanente al MOMA e autore con Cesare Zavattini del libro cult che segna un nuovo modo di raccontare un evento urbano e umano, Un Paese. Suzzara).
Il movimento della Photo League e i suoi locali poveri ma pieni di vita divennero la sua casa e ne diventò poi uno dei principali animatori, Presidente del comitato espositivo e come direttore dei Photo Notes, fino allo scioglimento forzato di questa esperienza avvenuta nel 1952 nel giro di vite del maccartismo.
 
Rosenblum era sulla spiaggia Omaha Beach la mattina del D-Day. La passione per la fotografia lo portò a servire come fotoreporter nell’esercito americano. Si unì al battaglione anticarro che attraversò Francia, Germania e Austria, realizzando le prime riprese cinematografiche del campo di concentramento di Dachau. Uno dei fotografi della Seconda Guerra Mondiale più decorati, ricevendo la Silver Star, la Bronze Star, cinque Battle Stars, un Purple Heart e una Presidential Unit Citation. Il Centro Simon Weisenthal lo ha onorato come liberatore di Dachau.
 
Le fotografie di Walter Rosenblum sono rappresentate in oltre 40 musei e collezioni internazionali, tra cui il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la Library of Congress di Washington D.C., la Bibliothèque Nationale di Parigi, Museo Reina Sophia, il Museum of Modern Art di New York.
 
Alla professione di fotografo, esercitata per più di cinquant’anni, Rosenblum ha affiancato quella dell’insegnamento e della affermazione della fotografia del secondo novecento, con una carriera quarantennale al Brooklyn College di New York dal 1947 ed alla Yale Summer School of Art per venticique anni e alla Cooper Union, al Rencontre de La Photographie ad Arles, in Francia e a San Paolo, in Brasile.
 
Insieme a sua moglie, la famosa storica della fotografia Naomi Rosenblum, ha curato mostre internazionali, tra cui la Lewis Hine Retrospective.
Nel 1999 l’International Center of Photography ha conferito a Walter e Naomi Rosenblum l’Infinity Award fo Lifetime Achievement.
 
Accompagna la mostra il libro catalogo ed. SilvanaEditoriale curato da Angelo Maggi dello IUAV di Venezia.

Dal 2 Dicembre 2025 al 19 Febbraio 2026 – Centro Culturale di Milano

LINK

EDEN. Il giardino dell’anima – Anna Caterina Masotti

Silhouette di una persona in profilo che interagisce con un fiore, proiettata su uno sfondo bianco.

Dopo Thea Maris. Risonanze del MareAnna Caterina Masotti torna a Bologna nell’ambito di ART CITY Bologna 2026 e ART CITY White Night, in occasione di Arte Fiera con un progetto inedito che si svilupperà negli spazi dello splendido Palazzo Tubertini, organizzato da Laura Frasca Art Manager della fotografa. La mostra sarà accompagnata da un testo di Benedetta Donato, curatrice e critica della fotografia.

Il suo nuovo lavoro si intitola Eden. Il Giardino dell’anima. L’Eden che Anna Caterina prova a scoprire e a portarci è un luogo dove uomo e natura, corpo e materia si ascoltano in silenzio. Nel punto in cui si sfiorano accade qualcosa, una forma viva prende respiro.

Le immagini non raccontano una storia, ma una soglia: un luogo dove la percezione diventa presenza e dove l’umano non domina, ma accoglie.

Questo percorso trova la sua più compiuta sintesi concettuale e visiva nella sala principale di Palazzo Tubertini, sede di Azimut a Bologna, che diventa il cuore pulsante dell’esposizione.

L’ambiente, caratterizzato da ampie vetrate in ferro battuto, da un soffitto che richiama l’architettura di una serra e da colonne decorate, evoca con forza l’atmosfera dei Giardini d’Inverno vittoriani e Liberty. Un luogo sospeso tra interno ed esterno, tra natura e architettura, che diventa metafora visiva ed emotiva del progetto espositivo.

La mostra presenta diciassette opere fotografiche, un numero carico di significati simbolici. È tradizionalmente associato alla speranza, alla trasformazione spirituale, alla realizzazione del desiderio e all’immortalità dell’anima. Rappresenta un cammino di evoluzione e crescita interiore, riflettendo il bisogno di mutamento e di libertà che attraversa l’universo femminile al centro della ricerca dell’artista.

Le foto, come da tratto distintivo di Anna Caterina, sono stampate su chiffon in seta con ricami in Lurex color oro a creare dei piccoli e delicati contrappunti all’interno dell’immagine.

La selezione iconografica si articola attorno a nuclei tematici precisi.

Le figure femminili, incarnazione dell’anima della donna, sono interpretate dalla figlia dell’artista, elemento che introduce un profondo livello di autenticità legato alla maternità, all’identità e alla continuità generazionale.

Elementi centrali della narrazione visiva sono la farfalla, simbolo universale di trasformazione, rinascita ed evoluzione dell’anima, e i dettagli botanici. I primi piani di piante come Monstera deliciosa, papiro ed edere rampicanti richiamano il vocabolario decorativo dell’Art Nouveau e del Liberty, che celebravano la vitalità, la sinuosità e la forza generativa della natura.

Infine le ombre, spesso avvolgenti le figure, assumono un ruolo simbolico potente: rappresentano l’inconscio, il paesaggio interiore e le zone non illuminate dell’identità femminile, suggerendo una dimensione introspettiva e psicologica che attraversa l’intera esposizione.

L’esperienza della mostra è completata da un allestimento sensoriale e multimediale che amplifica il concetto di giardino interiore. È stato creato infatti un brano musicale che lo accompagnerà, una rielaborazione curata dal produttore musicale Giorgio Cencetti. La composizione unirà brani di musica classica moderna a un tappeto sonoro tipico dei giardini d’inverno, includendo il cinguettio dei passeriformi all’interno delle voliere e il suono ambientale della pioggia che colpisce il vetro della serra.

Nella sala secondaria, a sinistra dell’ingresso, un video mapping di una fontana proiettato sulla parete introduce l’elemento dell’acqua, simbolo di emozione, vita e flusso interiore, evocando al contempo il lusso decorativo dei giardini d’inverno storici.

Il corridoio d’entrata diventa infine un percorso intimo verso l’inconscio. Qui, due installazioni guidano il visitatore: sul fondo del corridoio, la proiezione di un’ombra femminile che sussurra una frase e batte le ciglia accompagna simbolicamente l’ingresso nel “Giardino dell’anima”; nella sala adiacente a destra, un video mapping di rami e foglie mossi dal vento simula la luce filtrata da una vetrata, alludendo al mondo esterno che sfiora delicatamente la serra.

Eden. Il Giardino dell’anima si configura così come un’esperienza immersiva e poetica, in cui fotografia, spazio, suono e immagine in movimento concorrono a costruire un racconto intimo e universale sul femminile, sulla trasformazione e sulla ricerca di un luogo interiore di armonia.

“Attraverso dettagli fugaci — una spalla nuda accarezzata da una farfalla, l’edera che si arrampica su un muro antico, la pelle che si fa corteccia — si dischiude un mondo in cui ogni forma vivente è eco dell’altra. Il corpo si fa paesaggio e la natura assume tratti umani. Come nei manifesti di Mucha o nelle architetture vegetali di Gaudí, anche nel mio progetto ogni immagine si fa ornamento, ogni frammento si lega con l’altro in un fluire armonioso di forme e sensazioni. Fiori che sembrano sussurrare, fontane che si aprono come petali d’acqua, cortecce che portano i segni del tempo: sono tracce, segni lasciati dalla natura sulla pelle del mondo, e viceversa. Non si tratta solo di osservare, ma di sentire il battito comune che unisce ciò che cresce, si trasforma, si posa, respira. Un invito alla tenerezza, alla cura, alla consapevolezza di far parte di un tutto più grande. In un tempo in cui il legame con la natura è spesso spezzato o dimenticato, vorrei suggerire una bellezza che non urla, ma sussurra. Una bellezza che si arrampica silenziosa come l’edera, si posa lieve come una farfalla, e ci ricorda che vivere è appartenere.”

Dal 29 gennaio al 12 febbraio 2026 – Bologna, Palazzo Tubertini

Corpus – Autori Vari

Una mano aperta con gocce d'acqua che scorrono, su sfondo scuro.
Camilla di Bella Vecchi. Alluvione, Corpus – Galleria Leòn

In occasione del suo primo anniversario, dal 5 dicembre 2025 al 24 gennaio 2026, Galleria Leòn presenta “Corpus“, una mostra collettiva curata da Leonardo Iuffrida – fondatore e direttore della galleria – che riunisce 5 artisti, le cui opere sono state esposte nel corso del primo anno di attività dello spazio.

In un’epoca dominata da selfie, social media e ostentazione dell’io, il corpo è divenuto uno strumento privilegiato nella costruzione dell’identità individuale e collettiva. La galleria ha posto questo tema al centro della sua ricerca, con l’obiettivo di diventare un luogo di riflessione e confronto.

A partire da venerdì 5 dicembre, questo spazio ospiterà “Corpus“, un’indagine visiva che riunisce Camilla Di Bella Vecchi, Marco Gualdoni, Lulù Withheld, Ettore Moni e Serafino, ciascuno con una visione distintiva, accomunati dalla capacità di esplorare le modalità con cui il corpo si fa specchio della nostra contemporaneità. Le loro traiettorie si intrecciano in una narrazione che offre mondi ideali, reale contatto e atti di resistenza nel buio oscurantista del presente.

NUDITÀ COME MISTERO E UTOPIA
Camilla Di Bella Vecchi & Marco Gualdoni
Ciò che viene offerto dai due artisti è un mondo utopico, immaginifico e pieno di mistero, che solo un mezzo come la fotografia può rendere credibile. Uno sguardo sul corpo privo di nostalgia, che si fa ponte di memoria verso il futuro. La visione fotografica di Camilla Di Bella Vecchi e Marco Gualdoni attinge all’immaginario della pittura fiamminga, in cui l’uso di una luce epidermica e analitica era simbolo di progresso, equità e sapere. Una luce che, scivolando su ogni più piccolo dettaglio del reale, eliminava gerarchie tra le cose e suscitava sete di conoscenza.

NUDITÀ COME RIAPPROPRIAZIONE DI SÉ, OLTRE LE BARRIERE DIGITALI
Lulù Withheld
La realtà e i nostri corpi sono ogni giorno esperiti attraverso uno schermo tecnologico che espone e dà visibilità, promette protezione e connessione, ma invece isola, filtra e crea visioni anestetizzate. In un pulviscolo di pixel, i corpi fotografati da Withheld recuperano la loro fisicità e materialità perduta, con l’intento di abbattere le barriere e ritrovare un reale contatto con sé stessi e gli altri.

NUDITÀ COME LEGAME COMUNITARIO E ATTO DI RESISTENZA
Ettore Moni
I ritratti fotografici realizzati da Ettore Moni trasformano l’osservazione in un’esperienza vissuta sulla propria pelle. Un’esplorazione di identità libere, outsider e non conformiste con cui ritrovare, attraverso la loro nudità, il coraggio di essere sé stessi e il senso profondo di una comune appartenenza. Ogni scatto permette di rispecchiarsi nell’altro, ampliare i nostri orizzonti e trovare legami condivisi.

NUDITÀ COME FIORITURA EMOTIVA
Serafino
Francesco Esposito, in arte Serafino, si ispira alla natura per ripensare le relazioni, l’amore e l’ordine sociale. Fotografa corpi, abbracci e connessioni umane, affiancandoli a scatti di elementi naturali. L’invito è a ridefinire i legami sentimentali ed affettivi non solo come una strada a senso unico, ma come una rete infinita di possibilità.

dal 5 dicembre 2025 al 24 gennaio 2026 – Galleria Leòn – Bologna

Tutte le mostre di fotografia consigliate a dicembre

Concludiamo anche quest’anno con una bella mostra di fotografia, di seguito vi segnaliamo le più interessanti secondo noi.

Anna Brenna

Una finestra punteggiata di gocce di pioggia – Saul Leiter

Una coppia sotto un ombrello marrone cammina su una strada bagnata di pioggia, con i riflessi sul pavimento in pietra.
Advertisement for Miller Shoes, 1957 © Saul Leiter Foundation

“Mi capita di credere nella bellezza delle cose semplici. Credo che la cosa meno interessante possa essere molto interessante” – Saul Leiter –

Vertigo Syndrome, in collaborazione con diChroma photography, Saul Leiter Foundation, l’Amministrazione Comunale di Padova e con la curatela di Anne Morin, presenta al Centro Culturale San Gaetano di Padova, dal 15 novembre 2025 al 18 gennaio 2026, la grande mostra dedicata a Saul Leiter, uno dei più raffinati maestri della fotografia del XX secolo.

Intitolata “Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia”, l’esposizione riunisce 126 fotografie in bianco e nero, 40 fotografie a colori, 42 dipinti e rari materiali d’archivio — tra cui riviste originali d’epoca e un documento filmico. La mostra comprende sia stampe vintage che moderne, primi lavori sperimentali e celebri immagini di moda realizzate per testate come Harper’s Bazaar.

Un percorso che mette in luce ciò che distingue Leiter dai suoi contemporanei e spiega perché la sua opera continua a ispirare generazioni di fotografi.

L’allestimento è concepito anche come un’esperienza immersiva e partecipativa: la disposizione degli spazi, delle luci e dei punti di vista invita i visitatori a osservare e a fotografare come faceva lo stesso Saul Leiter. Alcune sezioni della mostra sono studiate per consentire al pubblico di sperimentare in prima persona le sue modalità di inquadratura e composizione, ricreando giochi di riflessi, trasparenze e frammenti visivi tipici del suo sguardo poetico.

New York in un gesto, un dettaglio, quasi nulla

Mentre i fotografi della sua epoca miravano a rappresentare la grandezza e la modernità di New York, Saul Leiter scelse una via opposta: trasformare la quotidianità in poesia visiva. Nelle sue immagini il reale diventa lirico — il vapore che sale dai tombini, gli ombrelli nella pioggia, i riflessi sulle vetrine — frammenti discreti e sognanti di una città colta più per allusioni che per descrizioni.

La sua visione rifiuta l’approccio documentaristico dominante del dopoguerra per creare invece “haiku fotografici”, brevi rivelazioni dove realtà e astrazione si fondono.

“Leiter si divertiva con ciò che vedeva. Non era interessato al carattere egemonico di New York o alla sua mostruosa modernità — spiega la curatrice Anne Morin —. Inventava giochi ottici, intrecci di forme e piani che nascondono e rivelano ciò che si cela negli intervalli, nelle vicinanze, nei margini invisibili.”

A differenza dei colleghi che cercavano nitidezza e definizione, Leiter abbracciava l’imperfezione, fotografando attraverso vetri appannati, tende, pioggia o neve — elementi che trasformava in parte integrante della composizione. Le sue immagini, dense di livelli e trasparenze, sfumano il confine tra fotografia e pittura.

Già nel 1948 iniziò a sperimentare con il colore, in un’epoca in cui questo era considerato commerciale o frivolo. Leiter invece ne fece un linguaggio poetico, anticipando di decenni l’accettazione del colore nell’arte fotografica. Le sue tonalità audaci e vellutate trasformano le scene di strada in composizioni astratte e sensuali, attirando presto l’attenzione del mondo della moda.

Collaborò così con Esquire, Harper’s Bazaar e, nei due decenni successivi, con Show, Elle, British Vogue, Queen e Nova.

La mostra sottolinea la doppia identità di Leiter come pittore e fotografo, rivelando come la sua sensibilità pittorica abbia modellato il suo sguardo fotografico. La sua formazione nelle arti visive gli permise di affrontare la fotografia a colori con un’eleganza e una delicatezza uniche, trattando ogni immagine come una tela.

“Non ho una filosofia. Ho una macchina fotografica — diceva Leiter —. Guardo attraverso l’obiettivo e scatto. Le mie fotografie sono solo una piccola parte di ciò che vedo e che potrebbe essere fotografato. Sono frammenti di possibilità infinite.”

Antidivo per natura, refrattario alla fama, Leiter pubblicò e mostrò solo una parte del suo vasto corpus. Molti negativi rimasero inediti, custodendo l’aspetto più intimo e poetico della sua ricerca. Nel 2018, cinque anni dopo la sua morte, emerse una serie poco conosciuta di nudi in bianco e nero — scattati tra la fine degli anni ’40 e i primi anni ’60 — realizzati in collaborazione con le donne della sua vita.

Il suo lavoro, intriso di un ordine segreto e di un equilibrio misterioso, rivela il poeta nascosto dietro il fotografo.

15 novembre 2025 – 18 gennaio 2026 – Centro Culturale San Gaetano, Padova

LINK

LAMPO DI GENIO – PHILIPPE HALSMAN

Poster per la mostra "Lampo di Genio" di Philippe Halsman, con un'immagine di una donna bionda che indossa un abito nero decorato, in una posa dinamica e felice.


La Città di Piove di Sacco annuncia la prossima apertura della mostra Lampo di genio, che sarà allestita a Palazzo Pinato Valeri dal 6 dicembre 2025 al 19 aprile 2026, dedicata a Philippe Halsman, uno tra i più originali ed enigmatici ritrattisti del Novecento.

Tra i più grandi ritrattisti della storia della fotografia, Philippe Halsman (Riga 1906 – New York 1979) ha saputo lavorare sempre tra sguardo e introspezione, intuizione immediata, surrealismo, lampi di genio e tecnica raffinata.

Halsman diventa fotografo nella Parigi degli anni Trenta, a stretto contatto con l’ambiente surrealista da cui impara a guardare la realtà con sguardo straniato, innovativo, pieno di inventiva e creatività. Il talento come ritrattista è da subito evidente, sorretto da una tecnica accurata e dalla possibilità di dare a ogni volto, per ogni occasione, una freschezza e una intensità particolare, ottenuti anche sperimentando tecniche e macchinari. Quando nel 1940 arriva a New York, porta la sua sensibilità europea, l’attenzione piscologica, il gioco dei caratteri e la voglia di inventare nelle pagine delle grandi riviste come Life rivoluzionando, in questo modo, il ritratto.

Tutti sono passati di fronte al suo obiettivo: politici come Churchill e Kennedy, divi del cinema come Marilyn Monroe, Humphrey Bogart, Yves Montand, Barbra Streisand, scienziati come Einstein e Oppenheimer, artisti come Pablo Picasso e Marc Chagall e soprattutto Salvador Dalí con cui, in anni di collaborazione crea una galleria unica di immagini straordinarie, oniriche e surreali in cui l’artista e il fotografo si fondono magicamente. 

Per ogni soggetto, Halsman riesce a cercare un set particolare, una piccola performance.  Le sue immagini sono uniche, a metà tra documento e invenzione, come è proprio nella tradizione dei grandi ritrattisti cui è chiesto di interpretare il soggetto facendolo emergere, o nascondere, dietro il suo personaggio anche a costo di inventare una forma particolare, personalissima, di documento fotografico.

In mostra anche la celebre serie di “jumpology” con divi e personalità che accettano letteralmente di saltare di fronte al suo obiettivo creando un carosello di immagini giocose e dinamiche, originali nella loro realizzazione grafica e nella forza rappresentativa. Tutti si prestano al “gioco” di Halsman, alla dolce tortura di essere fotografati in uno studio, con luci, fondale e macchinari ingombranti. “Quando chiedi ad una persona di saltare tutta l’attenzione è concentrata sull’atto di saltare, e così la maschera cade ed ecco che si mostra la persona dietro di essa” (Philippe Halsman).

Nella sua carriera Halsman ha firmato oltre 101 copertine di Life, più di qualunque altro fotografo; ha creato ritratti straordinari per forza e indagine psicologica. “Lampo di genio” raccoglie tutto questo e presenta al pubblico un autore straordinario e un testimone della nostra storia recente.

In esposizione 100 immagini di diversi formati, tra colore e bianco e nero, volumi originali e documenti che ripercorrono l’intera carriera del grande autore.  Accompagna la mostra il catalogo edito da Contrasto.

L’evento espositivo della stagione 2025/2026 a Palazzo Pinato Valeri, sarà inoltre sfondo tematico e ispirazione a molte delle azioni del progetto CQFP Come Quando Fuori Piove, finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento per le politiche della famiglia per iniziative rivolte a contrastare la povertà educativa e l’esclusione sociale dei bambini e dei ragazzi. Il progetto presenta un’azione specifica, “Jump Art”, diretta alla realizzazione di laboratori e attività mirate a esplorare concetti di introspezione (autoritratto), superamento, passaggio e leggerezza (salto), offrendo a bambini, giovani e famiglie originali strumenti per affrontare il disagio e l’emarginazione con nuove consapevolezze.

6 dicembre 2025 – 19 aprile 2026 – Piove di Sacco (PD), Palazzo Pinato Valeri

Tre sguardi – Steve McCurry / Alex Majoli / Meta Krese

Poster della mostra "Tre sguardi" con i nomi degli artisti McCurry, Majoli e Krese, insieme a una composizione grafica di volti sovrapposti.

Dal 25 ottobre 2025 al 18 gennaio 2026, Casa Morassi – Borgo Castello a Gorizia ospita TRE SGUARDI, una mostra d’eccezione in cui Steve McCurry, Alex Majoli e Meta Krese esplorano Gorizia e Nova Gorica.

Tre grandi protagonisti della fotografia contemporanea raccontano il confine italo-sloveno e le città di Gorizia e Nova Gorica attraverso tre reportage esclusivi, esposti in una grande mostra in occasione delle celebrazioni del titolo condiviso di Capitale Europea della Cultura.

Lo statunitense Steve McCurry, l’italiano Alex Majoli e la slovena Meta Krese sono i testimoni visivi d’eccezione di tre personali esplorazioni di un territorio di confine, sviluppate attorno al tema dei rapporti tra i due popoli, della loro storia passata e presente, delle storie collettive e individuali, dei conflitti, delle identità e della costruzione di un futuro di pace e fratellanza.

Il progetto è curato dal CRAF – Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia ed è fortemente voluto e sostenuto dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, in collaborazione con l’Ente Regionale Patrimonio Culturale della Regione FVG.

Dal 25 ottobre 2025 al 18 gennaio 2026, Casa Morassi – Borgo Castello (GO)

LINK

Armin Linke: The City as Archive. Florence

Soprintendenza Firenze, la Gioconda di Leonardo da Vinci a Firenze, il direttore degli Uffizi Giovanni Poggi e il direttore generale delle Belle Arti Corrado Ricci, stampa alla gelatina ai sali d'argento, 19,7 x 24,7 cm.
© Kunsthistorisches Institut in Florenz 2024 | Soprintendenza Firenze, la Gioconda di Leonardo da Vinci a Firenze, il direttore degli Uffizi Giovanni Poggi e il direttore generale delle Belle Arti Corrado Ricci, stampa alla gelatina ai sali d’argento, 19,7 x 24,7 cm.

Allestita negli straordinari spazi di Palazzo Grifoni Budini Gattai, che per anni hanno ospitato la Fototeca del Kunsthistorisches Institut in Florenz – Max-Planck-Institut (KHI), la mostra Armin Linke: The City as Archive. Florence offre una lettura critica e coinvolgente di Firenze attraverso le fotografie dell’artista italo-tedesco Armin Linke, in dialogo con immagini storiche e documentarie della Fototeca. L’esposizione esplora archivi, musei e collezioni dove opere d’arte, documenti e materiali si sono sedimentati, formando e trasformando l’immagine della città. Il percorso comprende istituzioni spesso al di fuori dei circuiti turistici.

La mostra, la cui apertura è prevista per il 12 novembre, invita a guardare Firenze come laboratorio della produzione, stratificazione e trasformazione della conoscenza, della scienza e dell’arte. Questa lettura viene mediata dalle fotografie contemporanee di Armin Linke e da quelle storiche della Fototeca del KHI. La mostra sarà accompagnata da un concept book.

Il progetto si basa su una ricerca condotta presso il KHI da Hannah Baader e Costanza Caraffa, in collaborazione con Linke. Il fotografo e filmmaker, con base a Berlino e professore all’Accademia di Belle Arti di Monaco di Baviera, collabora frequentemente con ricercatori e scienziati ed è stato artist-in-residence al KHI tra il 2019 e il 2021, periodo in cui è iniziato il progetto, concepito come opera a lungo termine. Linke lavora con fotografia e cinematografia, mettendo in discussione il medium, le sue tecnologie, le strutture narrative e le sue implicazioni socio-politiche. L’opera di Linke, esposta a livello internazionale, si sviluppa su più piani, mettendo al centro i temi dell’installazione e dell’esposizione.

“Avendo sede a Firenze dal 1897, il KHI stesso (o “il Kunst” come viene spesso chiamato) fa parte dell’orizzonte storico e culturale di questa mostra. In questa lunga storia, siamo grati del dialogo sempre aperto con le altre istituzioni e con generazioni di colleghe e colleghi. La nostra prospettiva sulla città è duplice, sia dall’interno che dall’esterno, e questa prospettiva multipla si rispecchia nella figura dell’artista italo-tedesco Armin Linke. Anche le curatrici Hannah Baader e Costanza Caraffa guardano a Firenze da due punti di vista diversi che si intersecano in questa mostra con lo sguardo dell’artista. La mostra è una fantastica occasione per aprire alla città gli spazi stessi dell’Istituto”, dichiara Gerhard Wolf, Direttore del KHI.

“Nei diversi archivi che ho potuto visitare mi interessava osservare le forme di materialità e di riproduzione dell’informazione culturale: display, installazioni, oggetti, documenti, grafici, metadati, ma anche i gesti e i metodi di ordinamento, come una coreografia dell’accumulazione e della sua storia materiale. La fotografia, in questo progetto, non è un punto d’arrivo ma un punto di partenza per un dialogo — con le persone che lavorano negli archivi, con le istituzioni, con gli spazi e con la loro memoria. L’allestimento stesso riflette questa idea: gli scaffali vuoti della fototeca, ora trasferita in una nuova sede che ospita un centro di ricerca per la fotografia, diventano parte del display e si trasformano in una cartografia di un paesaggio da esplorare attivamente. La mostra funziona come una macchina spazio-temporale che attraversa la città, dove le mie fotografie contemporanee dialogano con le stampe storiche originali della fototeca degli Alinari, di Brogi e di Hautmann. In questo senso, Firenze e le sue istituzioni non sono solo il contesto della mostra, ma la sua materia viva”, dichiara l’artista Armin Linke. 
“Armin Linke: The City as Archive. Florence ha diversi livelli di lettura e si rivolge non solo agli specialisti. In questo progetto Firenze si è attivata come un vero e proprio laboratorio di sperimentazioni sull’arte e sulla scienza, in un dialogo fra il mondo storico e quello contemporaneo. Ci interessava lo sguardo molto preciso dell’artista con la sua fotocamera, che ha intersecato i nostri percorsi di ricerca con un arricchimento reciproco delle prospettive. Abbiamo cercato di seguire i processi di separazione dei saperi che hanno portato alla formazione di tante istituzioni fiorentine – insieme alla questione del costo di questa separazione, proprio in un momento in cui viviamo un’ulteriore trasformazione. La collaborazione e il dialogo si sono svolti su tanti livelli: fra noi come studiose e l’artista,ma anche con le colleghe e i colleghi che ci hanno aperto le porte delle loro istituzioni”,  hanno detto le curatrici Hannah Baader e Costanza Caraffa. 
La mostra presenta dunque una selezione di musei, archivi e collezioni fiorentine “visitate” dalla camera di Armin Linke: Archivio di Stato, Erbario Centrale, Istituto Geografico Militare, Opificio delle Pietre Dure, Museo Galileo, Museo La Specola, Museo Bardini e Archivi Storici dell’Unione Europea, ma anche Opera di Santa Croce, Museo Archeologico Nazionale di Firenze, Museo di Antropologia e Etnologia, Archivio Gucci, Osservatorio Astrofisico di Arcetri, Villa Galileo, Fondazione Alinari per la Fotografia, Villa La Quiete e Istituto Agronomico per l’Oltremare, presentate con fotografie storiche del David di Michelangelo, dell’alluvione, delle distruzioni belliche, e di allestimenti museali dell’Ottocento e del Novecento.

L’itinerario si inserisce in un discorso più ampio sull’archiviazione, la sedimentazione e l’attivazione della conoscenza, sulla produzione e sulle politiche dell’arte e del patrimonio culturale, e sulla separazione fra cultura e natura, al di là delle narrazioni tradizionali su Firenze.
La mostra riflette sul ruolo della fotografia nella creazione del patrimonio culturale e nella costruzione di valori condivisi, superando la consueta distinzione tra fotografia artistica e documentaria.  Evidenzia inoltre l’atto visionario di Anna Maria Luisa de’ Medici, ultima esponente della dinastia medicea, che con il Patto di Famiglia del 1737 fu iniziatrice di una concezione moderna dei musei pubblici.
The City as Archive. Florence richiama l’attenzione sul patrimonio culturale diffuso di Firenze e offre al pubblico l’opportunità di visitare il piano nobile di Palazzo Grifoni Budini Gattai, dove gli interni sfarzosi dialogano con gli scaffali vuoti dell’ex archivio fotografico del KHI, creando un contrasto tra estetica contemporanea e decorazioni risalenti agli anni intorno al 1900. Il materiale visivo sarà esposto in diverse sale accessibili dallo scalone monumentale, trasformando il palazzo in uno spazio dove storia e contemporaneità si incontrano. Le opere artistiche di Armin Linke, realizzate tra il 2018 e il 2024, saranno presentate in diversi formati, dai grandi pannelli di 304×200 cm a trittici di 173×200 cm e formati medi di 50×60 cm. Queste opere dialogheranno con il laboratorio del progetto (280 stampe) e con 21 fotografie storiche della Fototeca (Alinari, Brogi, Braun, Hautmann), che includono icone dell’immaginario fiorentino come Dante, il David di Michelangelo e un omaggio a Fra’ Angelico.
In occasione de Lo schermo dell’arte, la mostra presenterà un’opera video: uno storyboard animato e multimediale, che restituisce la geografia concettuale e relazionale emersa da cinque anni di indagine sul campo, condensata nella pubblicazione “The City as Archive”. Il lavoro è accompagnato da field recordings intrecciati a una composizione sonora del musicista Giuseppe Ielasi.
“The City as Archive” è  anche un libro concettuale di oltre 450 pagine con testi di Hannah Baader e Costanza Caraffa, e 550 immagini, che comprendono  immagini scattate da Armin Linke e sedimentazioni fotografiche della Fototeca. Il libro, in fase di preparazione presso la casa editrice Viaindustriae di Foligno, sarà disponibile a dicembre.

Il Kunsthistorisches Institut in Florenz – Max-Planck-Institut (KHI), fondato nel 1897, è un istituto di ricerca della Società Max Planck dal 2002. Luogo di presenze, incontri e collaborazioni di studiose e studiosi di altissimo livello internazionale, i suoi progetti si concentrano sulle storie dell’arte e dell’architettura in una prospettiva transculturale, in un ampio spettro cronologico e geografico. Al KHI la ricerca storica si intreccia a un impegno critico nei dibattiti e nelle sfide del mondo contemporaneo, come l’ecologia, l’estetica, l’etica, l’urbanistica, il patrimonio, la migrazione, il futuro dei musei, i media e le culture materiali, l’intelligenza artificiale e la trasformazione digitale. L’istituto è particolarmente dedicato al sostegno di giovani studiose e studiosi, e le sue rinomate Biblioteca e Fototeca sono aperte alla comunità di ricerca internazionale.

Dal 12 Novembre 2025 al 31 Gennaio 2026 – Palazzo Grifoni Budini Gattai – Firenze

LINK

Mario Giacomelli. Papaveri rossi

Mario Giacomelli, Il cantiere del paesaggio, 1970
© Eredi Mario Giacomelli, Ancona | Mario Giacomelli, Il cantiere del paesaggio, 1970

Dal 15 ottobre al 6 aprile 2026, la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, nello spazio di CAMERA OSCURA, dedicato alla fotografia e allestito all’interno del percorso del museo perugino, in occasione del centenario della sua nascita rende omaggio a Mario Giacomelli (1925-2000), uno dei protagonisti assoluti della fotografia della seconda metà del Novecento, con la mostra Mario Giacomelli. Papaveri rossi, curata da Alessandro Sarteanesi.
 
L’esposizione propone un nucleo di opere mai esposte dell’artista, con soggetto il paesaggio umbro, tutte caratterizzate da un utilizzo quasi “pittorico” del colore, fatto davvero insolito per Giacomelli, conosciuto per lo più per immagini che giocano sui forti contrasti, dei bianchi e dei neri, dei pieni e dei vuoti.
 
La mostra è anche l’occasione per approfondire la relazione artistica e il rapporto umano che legò Mario Giacomelli ad Alberto Burri, di cui sono esplicita testimonianza alcune fotografie che riportano la dedica al maestro tifernate, che s’inquadrano in una comune ricerca attorno al paesaggio, seppur declinata con modalità diverse, all’interno dell’Informale italiano del dopoguerra
 
Il nucleo centrale è rappresentato da 5 fotografie inedite scattate negli anni Sessanta sull’altopiano di Colfiorito e di Castelluccio di Norcia. A queste si aggiungono una decina di opere astratte, coeve alle precedenti, anch’esse paesaggi a colori, che documentano come Giacomelli si sentisse pienamente un artista visivo, attraverso l’uso della fotografia come medium espressivo.
 
Come nelle parole del curatore Alessandro Sarteanesi, è all’interno di un percorso che attraversa i secoli, documentato dalle opere della collezione del museo, che la ricerca di Giacomelli trova un terreno di riflessione attuale e radicale, in antitesi con la banalità ossessivamente ripetitiva dell’‘infiorata’, immortalata dai social network. L’altopiano di Colfiorito, un tempo luogo vissuto e coltivato, mentre la sua fama cresce, si va spopolando, e il paesaggio, consumato come immagine-vetrina e non come esperienza, esaurisce il suo sentimento vitale.
 
L’esposizione si completa con due fotografie del soggetto più iconico di Giacomelli, quello dei famosi “Pretini” che inscenano un girotondo, presenti in mostra anche in una versione a colori, esposta a Perugia per la prima volta.

Dal 15 Ottobre 2025 al 6 Aprile 2026 – Galleria Nazionale dell’Umbria – Perugia

LINK

Legami intangibili. Ventotto paesaggi festivi in mostra

Legami intangibili. Ventotto paesaggi festivi in mostra, Museo di Roma in Trastevere
Legami intangibili. Ventotto paesaggi festivi in mostra, Museo di Roma in Trastevere

Il Museo di Roma in Trastevere ospita la mostra fotografica Legami intangibili. Ventotto paesaggi festivi in mostra, il progetto vincitore di Strategia Fotografia 2022 promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

In mostra un’accurata selezione delle più significative fotografie realizzate da Marina Berardi, Barbara di Majo, Francesco Faraci, Francesco Francaviglia, Fausto Podalini per il progetto espositivo Legami intangibili nei paesaggi festivi. Dal dicembre 2022 al maggio 2024 è stata condotta la più grande campagna di documentazione e ricerca fotografica nella storia dell’antropologia italiana “Legami intangibili nei paesaggi festivi” con il sostegno e la promozione della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. La ricerca è confluita in un fondo fotografico costituito da 29 reportage rappresentativi a livello nazionale, riguardanti eventi di interesse demoetnoantropologico che hanno al centro le modificazioni nel/del paesaggio e nei/dei processi di adattamento uomo ambiente leggibili negli aspetti performativi della festa. Questa importante campagna fotografica si avvale di preziose collaborazioni con le comunità patrimoniali territoriali, con gli Uffici periferici del MIC e delle Pro Loco e costituirà un punto di partenza per ulteriori studi, ricerche e percorsi di patrimonializzazione.

Dal 19 Settembre 2025 al 1 Marzo 2026 – Museo di Roma in Trastevere

LINK

Photo Grant di Deloitte 2025

<span>© Carlos Idun-Tawiah, 2024</span>
© Carlos Idun-Tawiah, 2024

Carlos Idun-Tawiah vince la sezione Segnalazioni del Photo Grant di Deloitte 2025. Il progetto Hero, Father, Friend è un diario intimo che esplora memoria, perdita e costruzione dell’identità personale. Le fotografie ritraggono momenti sulla spiaggia con lo zio, lezioni di pianoforte con il nonno e partite di calcio con i cugini: esperienze che colmano l’assenza del padre e mostrano come l’amore possa arrivare in modi inaspettati.

Il lavoro intreccia realtà e finzione, passato e presente, offrendo una riflessione profonda sulla paternità non solo come ruolo biologico, ma come dono che può manifestarsi in molte forme.

Il fotografo sarà protagonista di una mostra in Triennale Milano, dal 27 novembre 2025 al 25 gennaio 2026, insieme al progetto Reinas di Fabiola Ferrero, vincitrice 2024 della categoria Open Call, e a un’anteprima del progetto vincitore della Open Call 2025.

Dal 27 Novembre 2025 al 25 Gennaio 2026 – Triennale Milano

LINK

Annalisa Brambilla: My Star Wars Family

Il mio disegno non era il disegno di un cappello. Era il disegno di un boa che digeriva un elefante. – Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe

My Star Wars Family è un viaggio nell’universo di una famiglia numerosa che affronta la vita e l’autismo. Attraverso queste immagini condividiamo le loro sfide, tra scoperte, momenti di speranza e armonia ma anche di tristezza e solitudine. E’ il racconto di un equilibrio da ritrovare ogni giorno, mentre si vive immersi in forze potenti costantemente in azione. In tutto questo, l’obiettivo è tenere unito un nucleo familiare in cui ogni persona è unica e straordinaria.

My Star Wars Family non vuole insegnare nulla. È una narrazione intima che si avvale di un linguaggio fotografico affettivo, nella quale l’autismo non è una condizione da spiegare ma un territorio da abitare, un universo di emozioni profonde, relazioni complesse e gesti piccoli ma carichi di significati importanti. 

Conduce in una dimensione “altra” dove il tempo e lo spazio sono come sospesi e i confini tra principio e fine, reale e immaginario si confondono.

L’ideale astratto di perfezione cede il passo alla meraviglia della semplicità.

My Star Wars Family è un’avventura raccontata attraverso lo sguardo partecipe, intelligente e affettuoso di Annalisa Brambilla, che a Londra ha vissuto per un alcuni mesi con Matt, Shaila, Zain, Raeef, Sofia e Ibrahim: la famiglia Habib-Robinson.

dal 4 al 21 dicembre 2025 e dal 7 al 30 gennaio 2026 – IRCCS “S. Maria Nascente” di Milano

LINK

Transizioni. Dal fotografico alle immagini ibride

Un annuncio per la mostra 'Transizioni. Dal fotografico alle immagini ibride', curata da Mauro Zanchi, con dettagli sull'apertura e gli orari.

Viasaterna is pleased to present Transizioni. Dal fotografico alle immagini ibride, a group exhibition curated by Mauro Zanchi, in collaboration with Aurelio Andrighetto, opening on Monday, October 6, from 6 to 9 pm.

Through the works of nine contemporary artists in dialogue with those of two authors from the last century, the exhibition investigates the profound metamorphosis of the photographic medium in the digital and algorithmic era. It offers a critical and visual survey of how the contemporary image is redefining its own boundaries, between materiality and the ephemeral, between artistic projections and relationships with artificial intelligence.

These dynamics and changes are explored through the works of nine artists – Alessandro Calabrese, Giorgio Di Noto, Teresa Giannico, Camilla Gurgone, Leonardo Magrelli, Grace Martella, Luca Massaro, Alessandro Sambini, Alberto Sinigaglia.

In Transizioni, the image of photographic origin is thus present as a constitutive element within complex works, and is used, from time to time, to construct environments, animate narratives, create illusions or deconstruct perception, dissolving media boundaries. In this context, hybridization has found fertile ground.

Dal 6 Ottobre 2025 al 23 Gennaio 2026 – Viasaterna – Milano

LINK

Elisabetta Catalano. Obiettivo sugli artisti

Elisabetta Catalano, 1972
Elisabetta Catalano, 1972

L’evoluzione del percorso della fotografa in relazione al rapporto con i musei: dalla committenza all’acquisizione fino alla costruzione di nuovi percorsi di ricerca. Il focus è l’occasione per valorizzare il corpus di fotografie di Elisabetta Catalano acquisito grazie ai fondi provenienti dal Bando Strategia Fotografia 2023, nonché opportunità di un omaggio al lavoro di Elisabetta Catalano in coincidenza del decennale dalla sua scomparsa nel 2015.

La recente acquisizione intende ora approfondire lo studio della sua attività, legato alla capacità di cogliere, attraverso il ritratto, l’immaginario della società artistica e culturale da lei stessa vissuta. Scatti permeati da una visione partecipata e condivisa dei processi creativi di figure diventate volti iconici del mondo a lei contemporaneo.

Dal 26 Novembre 2025 all’ 8 Marzo 2026 – MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo – Roma

LINK

Mostre di fotografia da non perdere a novembre

Non perdetevi le nuove mostre da visitare a novembre!

Anna

Steve McCurry. In viaggio attraverso le fotografie di McCurry

Steve McCurry, Un uomo anziano della tribù Rabari, Rajasthan, India, 2010
© Steve McCurry | Steve McCurry, Un uomo anziano della tribù Rabari, Rajasthan, India, 2010

Steve McCurry non è soltanto uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea, pluripremiato con il prestigioso World Press Photo Award – spesso considerato il “Premio Nobel” della fotografia –, ma continua ad essere un punto di riferimento per un vastissimo pubblico, specialmente tra i giovani. Nelle sue immagini, molti riconoscono un modo unico di guardare il mondo e, in qualche modo, se stessi.

Dal 22 novembre 2025 al 12 aprile 2026, Steve McCurry sarà protagonista a Parma con una grande mostra allestita a Palazzo Pigorini, nei suggestivi spazi del primo e secondo piano. A curare l’esposizione sarà Biba Giacchetti, profonda conoscitrice del lavoro di McCurry. Le fotografie non seguiranno un criterio cronologico o geografico, ma saranno accostate per affinità di soggetti, emozioni e atmosfere, cercando quei fili invisibili che legano persone e luoghi, anche lontanissimi tra loro.

L’allestimento evoca quel senso profondo di umanità che si respira in ogni scatto di McCurry. In mostra non mancheranno le sue immagini più celebri, come l’indimenticabile ritratto della ragazza afghana, fotografie realizzate in oltre quarant’anni di carriera: scatti intensi dal Sud-Est asiatico, dalla Cina, dal Sud America e da molte altre parti del mondo. Ogni volto ritratto da McCurry è un concentrato di storie, emozioni, dolore, speranza, paura e bellezza. «Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te», racconta il fotografo.

Instancabile viaggiatore, McCurry ha fatto del movimento una filosofia di vita:
«Il solo fatto di viaggiare e conoscere culture diverse mi dà gioia e una carica inesauribile».

Dal 22 Novembre 2025 al 12 Aprile 2026 – Palazzo Pigorini – Parma

Ferdinando Scianna. La moda, la vita

Ferdinando Scianna, Marpessa, Caltagirone 1987
© Ferdinando Scianna | Ferdinando Scianna, Marpessa, Caltagirone 1987

La Castiglia di Saluzzo (CN), antica fortezza e residenza marchionale, oggi spazio museale e luogo del contemporaneo, che negli ultimi due anni ha accolto progetti dedicati ai grandi maestri Magnum Photos, prosegue la sua vocazione alla narrazione fotografica ospitando, dal 24 ottobre 2025 al 1° marzo 2026, la personale di Ferdinando Scianna (Bagheria, PA, 1943), primo fotografo italiano a essere annoverato tra i membri della prestigiosa agenzia internazionale.
 
La mostra, dal titolo “La moda, la vita”, curata da Denis Curti, direttore artistico de Le Stanze della Fotografia a Venezia, esplora per la prima volta, uno dei capitoli meno noti della carriera di Scianna: la moda. Un ambito che l’autore affronta con il suo linguaggio da fotogiornalista, scardinando ogni estetica patinata a favore di una narrazione più umana. Iconica, in questo percorso, la campagna per Dolce&Gabbana con la modella Marpessa, ambientata nei paesi della Sicilia: una moda vissuta nella realtà e nella strada, più che costruita in posa, che darà vita ad una delle collaborazioni meglio riuscite nella storia della fotografia.
 
Il percorso espositivo presenta, attraverso oltre novanta fotografie, la produzione che Scianna ha realizzato tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi del decennio successivo, per alcune delle più importanti riviste al mondo come “Vogue”, “Vanity Fair” e “Stern”. Nei suoi scatti si fondono etica e stile, memoria e intuizione, fotografia e letteratura, un approccio che gli ha consentito di interpretare e capovolgere i modelli di rappresentazione comunemente consacrati al glamour delle passerelle, trasformando la fotografia di moda in racconto visivo, mantenendo intatto il legame tra immagine, verità e cultura.

Dal 24 Ottobre 2025 al 1 Marzo 2026 – La Castiglia di Saluzzo (CN)

LINK

Letizia Battaglia – L’opera: 1970-2020

Ritratto in bianco e nero di una giovane ragazza con lunghi capelli scuri, seduta in un vicolo, con uno sguardo intenso e riflessivo.
Letizia Battaglia Via Calderai Palermo, 1991 © Letizia Battaglia / Courtesy of Archivio Letizia Battaglia

Un racconto composto da oltre 200 fotografie tra vita privata e impegno professionale e civile: dal 18 ottobre 2025 all’11 gennaio 2026 arriva al Museo Civico San Domenico di Forlì la grande fotografa siciliana Letizia Battaglia con una mostra presentata per la prima volta in Italia, ideata e prodotta da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, dal museo Jeu de Paume di Parigi, con la collaborazione dell’Archivio Letizia Battaglia, e organizzata dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e dal Comune di Forlì.

LETIZIA BATTAGLIA. L’opera: 1970-2020, a cura di Walter Guadagnini, esplora l’intero percorso creativo di Letizia Battaglia (1935 – 2022) attraverso fotografie, libri, giornali e riviste provenienti dal suo archivio, testimoniando la varietà dei suoi interessi e la continuità del suo impegno civile.

Presentata nel 2024 al Jeu de Paume di Tours e al festival internazionale Rencontres d’Arles nel 2025, per la tappa forlivese il progetto è stato aggiornato e arricchito arrivando a comprendere alcune fotografie inedite, 22 riviste con cui la fotografa ha collaborato e delle quali in alcuni casi è stata anche fondatrice ed editrice, nonché un docufilm sulla sua vita.

Lo straordinario patrimonio frutto della sua opera e della sua vita fa ormai parte della storia della fotografia e della società italiana e il Museo Civico San Domenico è orgoglioso di ricostruire e riportare al pubblico gli indimenticabili scatti di questa rigorosissima artista, che già in passato aveva intessuto un legame con Forlì e le sue attività culturali.

dal 18 ottobre 2025 all’11 gennaio 2026 – Museo Civico San Domenico – Forlì

LINK

World Press Photo Exhibition 2025

<span>Samar Abu Elouf, Mahmoud Ajjour, nove anni </span><span>© Samar Abu Elouf, The New York Times. World Press Photo of the Year</span><br />
Samar Abu Elouf, Mahmoud Ajjour, nove anni © Samar Abu Elouf, The New York Times. World Press Photo of the Year

World Press Photo Exhibition 2025, la più prestigiosa mostra di fotogiornalismo al mondo, torna a Torino: le 144 immagini che la compongono saranno esposte nell’ipogeo della Rotonda del Talucchi, all’Accademia Albertina delle Belle Arti, in via Accademia Albertina 6, da venerdì 19 settembre a lunedì 8 dicembre.
L’esposizione presenta i lavori di fotogiornalismo e fotografia documentaristica vincitori della 68ª edizione del concorso, firmati per le maggiori testate internazionali, come New York Times, Washington Post, Der Spiegel, Time, le agenzie France Presse, Associated Presse, Reuters, Tass: immagini che offrono una panoramica sul presente e rappresentano un’opportunità per un viaggio critico nell’attualità, affrontando questioni come conflitti, disordini politici, crisi climatica, viaggi dei migranti.
Le 144 immagini sono state selezionate tra le 59.320 scattate da 3778 fotografi provenienti da 141 paesi.
A Torino l’esposizione torna per il nono anno consecutivo ed è organizzata da Cime, Ambassador Italia della World Press Photo Foundation di Amsterdam.
L’apertura al pubblico è prevista per venerdì 19 settembre alle 16. Anche quest’anno, la mostra, che gode del patrocinio della Città di Torino, sarà accompagnata da conferenze dedicate alla fotografia e ai grandi temi dell’attualità.

L’edizione 2025

World Press Photo Contest 2025 ha coinvolto sei giurie regionali e una giuria globale, che è stata presieduta dall’italiana Lucy Conticello, direttrice della fotografia per M, il magazine di Le Monde. Il processo di selezione ha richiesto due mesi di intenso lavoro, tra gennaio e febbraio 2025.
Il concorso è stato suddiviso in sei aree geografiche: Africa, Asia Pacifica e Oceania, Europa, Nord e Centro America, America del Sud, Asia Occidentale, Centrale e Meridionale. Questo approccio regionale ha permesso di ottenere una visione e un racconto globale di ciò che accade sul nostro Pianeta. Una volta selezionati i vincitori per ogni area, si è proceduto alla scelta dei vincitori assoluti.
Quattro, invece, sono state le categorie in cui è stato suddiviso il concorso: Singole, Storie, Progetti a lungo termine Open Format, dedicata all’interazione tra fotografia e altri linguaggi.

«Il World Press Photo Contest rappresenta un importante riconoscimento per professionisti che lavorano in condizioni difficili ed è anche un riassunto, per quanto incompleto, dei principali avvenimenti internazionali. Come giurati, siamo andati in cerca di immagini che possano favorire il dialogo» afferma Lucy Conticello, presidente della giuria mondiale.
I fotografi selezionati nel 2025 sono originari di Bangladesh, Bielorussia, Brasile, Colombia, Corea del Sud, Germania, Spagna, Stati Uniti, Francia, Haiti, Indonesia, Iran, Iran/Canada, Italia, Myanmar, Nigeria, Palestina, Olanda, Perù/Messico, Filippine, Portogallo, Repubblica Democratica del Congo, Russia, Germania, Salvador, Sudan, Thailandia, Turchia, Regno Unito e Venezuela.

I vincitori

A vincere il titolo di World Press Photo of the Year 2025 è stata la palestinese Samar Abu Elouf con un’immagine che ritrae Mahmoud Ajjour, 9 anni, un bambino mutilato da un attacco israeliano sulla Striscia di Gaza, nel marzo 2024. Questa immagine è stata pubblicata sul New York Times.

Durante la fuga, Mahmoud si è voltato per esortare la famiglia a fare presto. Un’esplosione ha intercettato le braccia tese e le ha distrutte. Dopo le cure mediche, la famiglia è stata evacuata in Qatar, dove il bambino sta imparando a scrivere con i piedi. La fotografa Samar Abu Elouf è stata, invece, evacuata da Gaza nel dicembre 2023 e vive ora a Doha, nello stesso complesso di appartamenti di Mahmoud.

Due sono finalisti per la Foto dell’Anno del World Press Photo: richiamano l’attenzione su altre due questioni di grande attualità, l’immigrazione e il cambiamento climatico.
Lo statunitense John Moore ha vinto con “Attraversamento notturno” che testimonia il fenomeno dell’immigrazione cinese clandestina negli Stati Uniti con un’immagine di alcuni migranti che cercano di scaldarsi sotto la pioggia, dopo avere attraversato il confine del Messico. È stata scattata in California il 7 marzo 2024 per Getty Images.
Il peruviano-messicano Masuk Nolte si è classificato finalista con “Siccità in Amazzonia”, realizzata per Panos Piciture, Bertha Foundation. Rappresenta un giovane costretto a percorrere a piedi due chilometri sul letto del fiume in secca per portare cibo a sua madre che vive in un villaggio un tempo accessibile in barca. È stata scattata il 5 ottobre 2024.
 Tra i temi trattati anche l’attentato a Donald Trump, la campagna elettorale in Venezuela, la violenza delle gang a Haiti, le proteste anti governative in Kenya, Georgia e Bangladesh.
Tra i progetti a lungo termine premiati c’è quello dell’unica fotografa italiana selezionata, Cinzia Canneri, che ha seguito le vite di alcune donne in fuga dal regime repressivo in Eritrea e dal conflitto in Etiopia. La bielorussa Tatsiana Chypsanava, invece, ha raccontato come una comunità maori difende la sua identità culturale in Nuova Zelanda, mentre Aliona Kardash è tornata nel suo paese d’origine, la Russia, per capire come la repressione e la propaganda abbiano trasformato le persone che sono rimaste. In America Centrale, Carlos Barrera ha documentato la violenza del governo di Nayib Bukele in Salvador, mentre Federico Ríos ha attraversato la regione selvaggia tra Panama e Colombia insieme ai migranti che rischiano la vita per arrivare negli Stati Uniti. Ancora, Ebrahim Alipoor è arrivato sulle montagne impervie del Kurdistan iraniano per conoscere le storie dei kolbar, i corrieri che trasportano illegalmente merci tra Iraq, Turchia e Iran.

La mostra a Torino
«Torino si conferma capitale culturale e civica dell’informazione visiva. Per il nono anno consecutivo, la World Press Photo Exhibition torna in città, rinnovando l’impegno a offrire uno sguardo lucido e internazionale sulle storie che definiscono il nostro tempo. Una cultura che è anche servizio pubblico – dice Vito Cramarossa, direttore di CIME, Ambassador Italia della World Press Photo Foundation di Amsterdam – Il pubblico torinese – cittadini, scuole, professionisti, famiglie – cresce di anno in anno: un segnale di comunità viva, curiosa ed esigente, consapevole del valore del giornalismo e del fotogiornalismo nel comprendere la complessità del presente. La mostra diventa così uno spazio condiviso di confronto, sensibilizzazione e partecipazione alla vita democratica».

Aggiunge Cramarossa: «Per la prima volta, quest’anno, la mostra approda all’Accademia Albertina di Belle Arti: una cornice che unisce arte, bellezza e responsabilità dell’informare. Per l’Accademia e per i suoi studenti è un’occasione concreta di dialogo con linguaggi, etiche e pratiche del giornalismo visivo contemporaneo. Ringraziamo la Città di Torino e l’Accademia Albertina per la collaborazione e la fiducia. Con questa edizione riaffermiamo il valore dell’informazione di qualità e delle arti come beni comuni, e rendiamo omaggio al lavoro rigoroso e coraggioso dei giornalisti e fotogiornalisti nel mondo».

Dal 19 Settembre 2025 al 8 Dicembre 2025 –  Accademia Albertina – Torino

LINK

61° Wildlife Photographer of The Year

<em>Wildlife Photographer of the Year 2025 </em>| © Gabriella Comi<em><br /></em>
Wildlife Photographer of the Year 2025 | © Gabriella Comi

Il concorso di fotografia naturalistica più importante al mondo, Wildlife Photographer of the Year, presenta un’anteprima della sua sessantunesima edizione, che sarà in mostra al Natural History Museum di Londra da venerdì 17 ottobre 2025. L’esposizione sarà ospitata anche presso il Museo della Permanente a Milano dal 15 novembre 2025 al 25 gennaio 2026.

La mostra presenterà le 100 suggestive e potenti immagini del nostro mondo naturale, selezionate tra un numero record di 60.636 candidature e giudicate in forma anonima, in base alla loro creatività, originalità ed eccellenza tecnica, da una giuria internazionale di esperti in fotografia naturalistica, cinema, scienza e conservazione.

Tra le immagini svelate in anteprima spiccano un drammatico scontro tra un leone e un cobra di Gabriella Comi, un ritratto di un curioso branco di lupi artici di Amit Eshel e splendide fotografie di fenicotteri, coyote e cervi rossi realizzate da alcuni dei migliori giovani fotografi naturalisti emergenti, alcuni dei quali di appena nove anni.

I vincitori di categoria e i prestigiosi premi Grand Title e Young Grand Title saranno annunciati martedì 14 ottobre 2025 durante la cerimonia ospitata al Natural History Museum, condotta dai presentatori e conservazionisti Chris Packham e Megan McCubbin (diretta sul canale YouTube del NHM). La sessantunesima edizione della mostra offrirà inoltre ai visitatori la possibilità di comprendere meglio come stanno cambiando gli habitat del nostro pianeta. Oltre alle fotografie premiate, saranno a disposizione approfondimenti su alcuni degli habitat raffigurati grazie al rivoluzionario indice sviluppato dal museo, il Biodiversity Intactness Index (BII) che misura quanto rimane della biodiversità naturale di una regione, su una scala da 0 a 100%. Adottato come indicatore ufficiale del Global Framework Biodiversity per le decisioni politiche, è uno strumento essenziale per capire, monitorare e comunicare i cambiamenti della biodiversità su scala globale e per tracciare i progressi verso gli obiettivi internazionali di conservazione.

Roberto Di Leo, presidente dell’Associazione Culturale Radicediunopercento, organizzatore della mostra presso il Museo della Permanente di Milano, dichiara:
“Da oltre tredici anni portiamo a Milano il Wildlife Photographer of the Year, trasformando la città in un punto di riferimento per chi ama la fotografia, la natura e la cultura scientifica. Nella tappa milanese le immagini prendono vita in grande formato, retroilluminate da cornici a LED che ne esaltano la forza visiva e rendono l’esperienza ancora più immersiva. A rendere speciale questa edizione è anche il privilegio della contemporaneità con Londra: un’occasione rara che ci consente di condividere con il pubblico italiano, quasi in tempo reale, le stesse emozioni che si vivono al Natural History Museum. Accanto alla visita, il programma propone diverse soluzioni di visite guidate e almeno quattro incontri gratuiti con ospiti prestigiosi della fotografia e della divulgazione scientifica. Per noi è motivo di orgoglio portare avanti questo progetto, che ogni anno coinvolge scuole, famiglie e comunità in un dialogo vivo e condiviso con il mondo naturale.”

Kathy Moran, presidente della giuria del Wildlife Photographer of the Year, afferma: “Selezionate da un numero record di oltre 60.000 immagini, queste anticipazioni offrono solo un piccolo assaggio delle 100 fotografie straordinarie, toccanti e di grande impatto che attendono i visitatori della mostra di ottobre. Come sostenitrice del potere della fotografia, posso dire che non c’è nulla di più gratificante o commovente che vedere il nostro rapporto con il mondo naturale, in tutta la sua complessità e splendore, condiviso sulla più importante piattaforma mondiale di fotografia naturalistica.”

Il dottor Doug Gurr, direttore del Natural History Museum, aggiunge: “Giunta al suo sessantunesimo anno, siamo entusiasti di portare avanti il Wildlife Photographer of the Year come una potente piattaforma di narrazione visiva, che mostra la diversità, la bellezza e la complessità del mondo naturale e del rapporto dell’umanità con esso. Con l’inclusione del nostro Biodiversity Intactness Index, questa edizione sarà la migliore combinazione di grande arte e scienza all’avanguardia, ispirando i visitatori a diventare sostenitori del nostro pianeta.”

Dal 15 Novembre 2025 al 25 Gennaio 2026 – Museo della Permanente – Milano

Helmut Newton. Intrecci

Helmut Newton, Heather looking through a keyhole, Paris 1994
© Helmut Newton Foundation | Helmut Newton, Heather looking through a keyhole, Paris 1994

Dopo il successo dello scorso anno delle esposizioni dedicate a Robert Doisneau e Elliott Erwitt, la grande fotografia d’autore torna protagonista dell’offerta culturale autunnale in provincia di Cuneo.

Dal prossimo ottobre, il Filatoio di Caraglio e la Castiglia di Saluzzo, gioielli del patrimonio architettonico piemontese, ospitano le monografiche di due protagonisti assoluti della fotografia del NovecentoHelmut Newton (1920-2004) e Ferdinando Scianna (1943). I progetti espositivi, promossi e realizzati da Fondazione Artea, offrono un percorso originale, approfondendo aspetti inediti o poco esplorati nelle carriere dei due autori. Al tempo stesso, grazie a una stretta collaborazione curatoriale, le mostre sono concepite per dialogare tra loro, offrendo al pubblico due visioni complementari della moda, vista da Scianna come racconto della vita e da Newton come provocazione dell’immaginario.

Al Filatoio di Caraglio (CN), antico setificio seicentesco, tra i più importanti d’Europa, oggi polo culturale e sede del Museo del Setificio Piemontese, dal 23 ottobre 2025 al 1° marzo 2026, sarà allestita la mostra “Helmut Newton. Intrecci”. L’esposizione riunisce oltre 100 fotografie, tra cui diversi scatti inediti, frutto delle prestigiose collaborazioni con brand di fama internazionale, come Yves Saint Laurent, Wolford, Ca’ del Bosco, Blumarine, Absolut Vodka e Lavazza.

La rassegna, curata da Matthias Harder, direttore della Helmut Newton Foundation di Berlino, introdotta da una selezione delle fotografie che hanno consacrato Newton come uno dei più celebri fotografi di moda al mondo, restituisce l’audace sguardo di un autore capace di creare scenari onirici, ambigui e provocatori. La complicità con modelle come Monica Bellucci, Nadja Auermann, Kate Moss, Carla Bruni ed Eva Herzigová, unita alla fiducia conquistata da parte di stilisti, riviste e brand internazionali, gli ha permesso di ridefinire i canoni della fotografia patinata, trasformandola in un linguaggio teatrale ed evocativo.

È nel passaggio dalla fotografia editoriale a quella commerciale che si rivela l’eclettismo del suo sguardo. Nel corso degli anni, Newton ha infatti approcciato le grandi committenze della moda e i progetti per prestigiosi marchi del mondo produttivo, come Lavazza, esplorando attraverso di esse aspetti nuovi ma coerenti di uno stile radicale e al contempo iconico.

Dal 23 Ottobre 2025 al 1 Marzo 2026 – Il Filatoio – Caraglio (CN)

LINK

Bernd & Hilla Becher – History of a Method

Un'illustrazione in bianco e nero di un vecchio stabilimento industriale, con torri di estrazione e strutture fatiscenti in un paesaggio rurale.
Bernd and Hilla Becher: Seven Sisters Pit, South Wales, GB 1966 ©  Estate Bernd & Hilla Becher, represented by Max Becher, courtesy Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur – Bernd und Hilla Becher Archiv

An exhibition of Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur in cooperation with the Bernd & Hilla Becher Studio, Düsseldorf

The artist couple Bernd and Hilla Becher (1931-2007/1934-2015) has written photographic history. With their joint work, which they developed from 1959 until the 2000s on the basis of an almost uninterrupted photographic activity in the industrial regions of Germany, the Benelux countries, Great Britain, France, Italy, the USA and Canada, they created a new artistically motivated documentary style.

For the first time in Europe, this exhibition will present the methodological and thematic range of their oeuvre in great detail with over 300 original black and white photographs and other exhibits by the artist couple. In the individual sections, almost all of Becher’s found subjects can be located in a compilation and sequencing largely determined by themselves. Photographs of landscapes, winding towers, blast furnaces, cooling towers, gas tanks or even views of entire collieries etc. are considered her trademark. The juxtaposition of the groups of works authentically conveys the pictorial grammar developed by Bernd and Hilla Becher and their continuously reflected systematics and conceptual approach.

The exhibits come from the Bernd and Hilla Becher Archive in Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur and the Bernd & Hilla Becher Studio, Düsseldorf, in collaboration with Max Becher under the supervision of the Bernd & Hilla Becher Estate. There are also loans from Sprüth Magers and the LVR-Landesmuseum Bonn.

The publication accompanying the exhibition will be published by Schirmer/Mosel Verlag, with texts by Max Becher, Gabriele Conrath-Scholl, Marianne Kapfer and Urs Stahel.

September 5, 2025 – February 1, 2026 – Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur – Colonia (D)

LINK

I TEMPI DELLO SGUARDO. 90 anni di fotografia italiana in due atti

Un uomo che cammina lungo una strada sterrata circondata da paesaggi montani, con imponenti cime montuose sullo sfondo e un cielo blu parzialmente nuvoloso.

Si preannuncia come un progetto con molti aspetti di originalità, quello che THE POOL NYC presenta dall’8 ottobre 2025 al 28 febbraio 2026, in Palazzo Fagnani Ronzoni nel cuore più antico di Milano (via Santa Maria Fulcorina, 20), a partire dal format che prevede due mostre in momenti diversi ma consecutivi, riunite nel titolo I tempi dello sguardo. 90 anni di fotografia italiana in due atti.

L’iniziativa, curata da THE POOL NYC, suddivisa in due capitoli dedicati ognuno a un tema particolare – il primo a Il Colore; il secondo a Il Bianco e Nero – raccoglie un totale di 194 opere di 55 autori italiani e internazionali, che hanno scritto la storia della fotografia del Novecento.

Il titolo del progetto allude alla capacità degli artisti di segnare con il loro sguardo un’epoca, “un tempo” della nostra storia, e insieme invita a ritrovare il tempo – fuori dagli eccessi di produzione visiva di oggi – per riscoprire gli straordinari talenti che hanno reso unica, anche a livello internazionale, la fotografia italiana.

In ogni capitolo della mostra, gli autori italiani dialogheranno insieme a una straordinaria selezione di artisti internazionali, tra cui Horst P. Horst, Tracey Moffatt, William Klein, Wim Delvoye, creando insoliti e illuminanti accostamenti.

Il primo appuntamento, in programma dall’8 ottobre al 20 dicembre 2025 (inaugurazione martedì 7 ottobre, dalle 18.00 alle 21.00), propone le esperienze di quei maestri che hanno avuto nell’uso del colore una delle loro cifre più caratteristiche.

Nel percorso espositivo composto da 115 fotografie, si trovano, tra gli altri, le opere di Luigi Ghirri, maestro della luce e della quiete, di Giovanni Chiaramonteche si muove a Venezia per catturare i luoghi più nascosti della città, di FrancoFontana che proprio attraverso il colore plasma il paesaggio, dalle visioni urbane geometriche degli anni ’70 fino alla sensualità astratta della serie Piscina, ai paesaggi italiani trasfigurati in campi cromatici.

La mostra prosegue con Guido Guidi che fa della fotografia un atto di attesa, con Mario Schifano, irriverente e sperimentale, che opera con la stessa libertà creativa con cui ha interpretato la pittura, mentre Paolo Gioli, l’alchimista, pur partendo da materiale sensibile fotografico, lo considera una “materia” da plasmare e manipolare.

Se da un lato, Leonardo Genovese cattura frammenti di sogno attraverso una luce feroce e rivelatrice, la “controra” lucana, che incide i corpi e deforma le apparenze, Rita Lintz, invece, trasforma gli scarti in reliquie: gli stracci diventano tappeti e il rifiuto si fa bellezza.

Il primo atto della rassegna si completa con gli scatti di artisti internazionali, tra cui Denis Brihat, Wim Delvoye, Claus Goedicke, Béatrice Helg, John Hilliard, Tracey Moffatt, Jiang Zhi, Wang Qingsong.

Il secondo episodio – dal 16 gennaio al 28 febbraio 2026 (inaugurazione giovedì 15 gennaio) -, dedicato al Bianco e Nero, prende avvio dal Futurismo di Renato Di Bosso, seguito dal Neorealismo di Alfredo Camisa, passando per le sperimentazioni formali del primo Mario De Biasi, quindi approdando agli straordinari capitoli del realismo astratto e magico di Mario Giacomelli e Antonio Biasiucci, che insieme esplorano le tracce della cultura contadina nel sud Italia, dove riti e memorie diventano oggetto da interrogare, in un dialogo crudo e spirituale con l’identità collettiva.

Mario Giacomelli si presenta con un triplice racconto: i ritratti degli esordi parlano dell’uomo attraverso una luce primordiale; le nature morte diventano esercizi domestici di poesia visiva; i paesaggi si trasformano in scenari cosmici ricchi di segni.

Franco Vaccari trasforma il banale in significativo, il marginale in poetico, e il quotidiano in arte. La sua fotografia è un manifesto che anticipa molte delle riflessioni contemporanee sull’arte partecipativa, sulla fotografia come documento, e sull’identità collettiva.

Mario Cresci cattura l’essenza della memoria e dell’identità, con uno sguardo che attraversa paesaggi e interni popolari, traducendo in immagini le tracce sottili di culture sospese tra tradizione e mutamento. Luigi Erba lavora per ripetizione e variazione, costruendo griglie sottili in cui lo spazio si sfalda in segni minimi che rimandano a un reale ormai lontano.

Le opere di Andrea Galvani sono costruzioni concettuali che evocano freddezza e inquietudine; le sue immagini riflettono sull’ambivalenza dell’intelligenza e sull’ambiguità del male come struttura razionale.

Anche per questo secondo momento espositivo, si instaurerà un dialogo con fotografi internazionali, tra cui Elliott Erwitt, Jan Groover, Horst P. Horst, Michael Kenna, William Klein, Minor White.

Durante il periodo di apertura delle mostre, Palazzo Fagnani Ronzoni ospiterà una serie di eventi collaterali, come incontri, talk, presentazione di libri, serate a tema con artisti, storici e critici della fotografia.

IL COLORE
8 ottobre – 20 dicembre 2025

IL BIANCO E NERO
16 gennaio – 28 febbraio 2026

The Pool NYC | Palazzo Fagnani Ronzoni – Milano

LINK

Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960

Poster for the exhibition 'Margaret Bourke-White. L'opera 1930-1960' featuring a vintage photograph of Margaret Bourke-White standing with a camera beside an aircraft, against a black background with exhibition details.

Dopo l’esposizione a Torino nel 2024, la mostra prodotta da CAMERA, Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960 arriva dal 25 ottobre 2025 all’8 febbraio 2026 nelle sale dei Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia.

Attraverso oltre 150 fotografie di straordinaria forza, l’esposizione racconta le profonde trasformazioni del mondo moderno e offre un ritratto vivido di una delle figure più emblematiche della fotografia del Novecento. Un percorso affascinante, a cura di Monica Poggi, che ripercorre il lavoro, la vita e l’esperienza umana di Margaret Bourke-White, testimone instancabile del suo tempo e pioniera capace di superare barriere e confini di genere.

Durante il periodo di mostra, con un programma di incontri pubblici con i più importanti specialisti del settore, sarà approfondito il cosiddetto “Secolo americano”, insieme di caratteri storici, culturali, ideologici, economici e sociologici che hanno segnato il secolo trascorso e ancora incidono profondamente nella cultura e nelle vicende del presente.

dal 25 ottobre 2025 all’8 febbraio 2026 – Chiostri di San Pietro – Reggio Emilia

LINK

Newton, Riviera + Dialogues. Collection FOTOGRAFIS x Helmut Newton

A sinistra, una donna con capelli ricci solleva una grande roccia nel bel mezzo di un paesaggio roccioso. A destra, una ballerina nuda si appoggia con grazia a una porta di emergenza in un ambiente interno, circondata da attrezzature.

On 4 September 2025, the Helmut Newton Foundation in Berlin opened its new double exhibitionNewton, Riviera and Dialogues. Collection FOTOGRAFIS × Helmut Newton. In the summer of 2022, the Helmut Newton Foundation’s director Matthias Harder and Guillaume de Sardes co-curated the exhibition Newton, Riviera for the historic Villa Sauber in Monte Carlo. For the first time, this late-life home of the Newtons – and the surrounding region where many of Helmut Newton’s iconic images were created – took center stage. A selection from that exhibition will now be shown in Berlin, running in parallel with Dialogues. Collection FOTOGRAFIS × Helmut Newton. This continues the foundation’s focus on Newton’s personal and professional environments, following acclaimed exhibitions such as Hollywood (2022) and Berlin, Berlin (2024/25).

September 5, 2025 – February 15, 2026 – Helmut Newton Foundation – Berlin (D)

LINK

Antonio Beato. Ritorno a Venezia. Fotografie tra viaggio, architettura e paesaggio

Poster della mostra 'Antonio Beato. Ritorno a Venezia' al Museo Fortuny di Venezia, con un'immagine storica della piramide a gradoni di Djoser.

L’Egitto, il Mediterraneo, il Medio Oriente di Antonio Beato, e non solo: il Museo Fortuny dedica una mostra al fotografo veneziano pioniere, insieme al fratello, della fotografia di viaggio. Accanto, autori coevi che hanno immortalato gli stessi luoghi, testimoni di eventi storici, fino ad interpreti dell’Egitto di oggi, tra memoria e innovazione. 
 
A quasi duecento anni dalla nascita di Antonio Beato (ca. 1835–1905/1906), il Museo Fortuny di Venezia dedica una mostra a uno dei protagonisti più significativi della fotografia ottocentesca. L’esposizione ripercorre il lungo viaggio del fotografo veneziano attraverso l’Oriente e il Mediterraneo, andata e ritorno, offrendo una lettura inedita del suo lavoro pionieristico, messo in dialogo con le opere di altri autori che, nel corso della seconda metà del XIX secolo e fino ai nostri giorni, hanno raccontato gli stessi luoghi. Una collocazione perfetta quella della casa-atelier di Mariano Fortuny: uno spazio dove arte, viaggio e sperimentazione visiva si intrecciano, creando un incontro fecondo tra l’approccio analitico di Beato e lo sguardo più intimo e sensibile di Fortuny. Due autori accomunati da una curiosità intellettuale verso l’altro e una straordinaria capacità di narrare il mondo. Non ultimo, dall’utilizzo del mezzo fotografico – tra i campi di sperimentazione artistica di Fortuny – e dalla comune conoscenza e attrazione per l’Oriente e la cultura islamica.
 
Antonio Beato, fratello di Felice, fu tra i primi fotografi europei a stabilirsi permanentemente in Medio Oriente. Tra il 1860 e il 1880 documentò con straordinaria precisione, in particolare, l’Egitto, catturando paesaggi, architetture e siti archeologici di un mondo allora pressoché sconosciuto all’Occidente. Le sue immagini, raccolte in album pregiati o come singole stampe, entrarono nelle collezioni dell’élite europea, contribuendo a costruire un immaginario visivo sull’Oriente che anticipò la nascita della fotografia documentaria
 
La mostra si articola in quattro sezioni. La prima, Il Mediterraneo, corrispondente agli anni di formazione, è dedicata ai viaggi che Antonio e Felice Beato, insieme al cognato James Robertson, compiono tra il 1854 e il 1857, con base a Costantinopoli, verso Atene, Malta, Gerusalemme e il Cairo. È un periodo breve ma fondamentale, icui i due fratelli consolidano la loro tecnica fotografica e gettano le basi per il loro futuro percorso artistico. La seconda sezioneLe guerre, accoglie le immagini che i fratelli Beato e James Robertson realizzano tra il 1855 e il 1859 nei teatri di guerra in Crimea e in India. Si tratta di scatti intensi e talvolta disturbanti, che testimoniano il nascere del reportage di guerra, oscillando tra attrazione estetica e crudezza documentaria e presentando all’Europa del XIX secolo una finestra rara e preziosa su un Oriente ancora in gran parte sconosciuto. 
 
Il cuore della mostra è rappresentato dalla terza e più estesa sezioneGli anni egiziani, che documenta il lungo soggiorno di Antonio Beato in Egitto, dal 1860 al 1905. Le fotografie sono organizzate per località e affiancate da disegni delle planimetrie dei principali siti archeologici, in un percorso ideale che dal Cairo risale il Nilo fino alla Nubia. Queste mappe rivelano i monumenti non come entità isolate, ma come parte integrante del paesaggio e del contesto culturale che li accoglie. In questa sezione spiccano gli scatti di luoghi iconici come Luxor, Abu Simbel, Il Cairo e Giza, accostati a immagini di altri autori che propongono prospettive sorprendenti, sia coevi come Pascal Sébah Félix Bonfils, sia dello scorso secolo come l’emblematica fotografia della grande piramide di Cheope realizzata da Lee Miller nel 1938, il cui sguardo profondo attraversa i grandi eventi del XX secolo lungo le coste del Mediterraneo, creando un ponte ideale tra il documentarismo di Beato e le innovazioni visive del secolo successivo.
 
La quarta e ultima sezione, Dopo Beato, propone una riflessione sulle trasformazioni dello statuto disciplinare della fotografia. Qui il dialogo si apre agli sguardi di autori contemporanei che operano in Egitto, come Anthony Hamboussi, Paul Geday, Denis Dailleux e Bryony Dunne. Le loro immagini raccontano un Cairo in continua trasformazione, esplorando le sfide e le evoluzioni sociali, culturali e politiche della capitale egiziana. 
 
Completa questa sezione la piccola sala laterale dedicata al viaggio in Egitto di Mariano Fortuny e Henriette Nigrin nel 1938. Vi sono esposti fotografie, taccuini e schizzi che raccontano un Egitto sospeso tra tradizione e modernità, con scorci al tempo meno noti come l’oasi di El-Fayyum, Abu Simbel e Wadi Halfa, immortalati attraverso volti, mercati e scene quotidiane. Questi documenti visivi influenzarono profondamente l’arte tessile di Fortuny, che reinterpretò motivi decorativi egizi nei suoi celebri velluti stampati, dando vita a un dialogo senza tempo tra Oriente e Occidente.
 
Accanto a questi materiali, una video-intervista a Italo Zannier, grande storico della fotografia, chiude idealmente il percorso: un ritorno sull’opera dei fratelli Beato a quarant’anni dalla prima mostra veneziana, a Ikona Gallery, che ne riafferma la centralità nella storia della fotografia.
 
La mostra presenta una selezione di stampe originali provenienti da prestigiose istituzioni internazionali, tra cui Archivi AlinariFondazione di VeneziaLee Miller Archives e il Museo Egizio di Torino, affiancate da riproduzioni fotografiche di collezioni come il Getty Research Institute di Los Angeles, la National Gallery of Art di Washington e la New York Public Library. Attraverso questo percorso visivo che abbraccia epoche e sguardi differenti, il pubblico è invitato a intraprendere un viaggio ricco di riflessioni, dove la fotografia diventa un potente strumento di conoscenza e riscoperta di un Oriente in costante evoluzione.
 
A corollario dell’esposizione, è stato redatto un raffinato catalogo a cura di bruno. Questo volume, oltre a documentare le opere esposte, segna un momento fondamentale per l’istituzione: esso inaugura la nuova linea editoriale del Museo, uno strumento essenziale che andrà a definire con coerenza e chiarezza l’identità, la visione e l’approccio curatoriale delle future mostre e pubblicazioni.

Dal 15 Ottobre 2025 al 12 Gennaio 2026 – Museo Fortuny – Venezia

LINK

Bird Photographer of the Year

 Best Portrait, Bronze

La grande fotografia naturalistica torna in scena al Forte di Bard con un progetto del tutto inedito, presentato per la prima volta in Europa: si tratta di Bird Photographer of the Year, concorso internazionale che premia le migliori fotografie di uccelli, suddivise in dodici categorie.

L’edizione 2025 è la numero dieci e debutterà in Italia al Forte di Bard.
Dal 25 ottobre 2025 al 1° marzo 2026.

Bird Photographer of the Year è un concorso che celebra la bellezza e la diversità del mondo dei volatili attraverso la straordinaria potenza della fotografia. A vincere l’edizione 2025 è l’immagine di una magnifica Fregata che si staglia contro un’eclissi solare totale. A realizzarla in Messico è stato il fotografo canadese Liron Gertsman. Due gli italiani premiati: Francesco Guffanti con l’immagine Angelo o Demone, scattata in Valle d’Aosta, che ritrae un’aquila reale mentre si ciba di una carcassa di cervo rosso, ha vinto il primo premio nella categoria Comportamento degli uccelli; Philippe Egger, con lo scatto Fotografia d’arte, che vede protagonista un Martin pescatore comune in un suggestivo volo su un’opera d’arte, ha vinto il primo premio nella categoria Prospettive creative.

Dal 25 ottobre 2025 al 1° marzo 2026 – Forte di Bard – Aosta

LINK

Cristian Chironi. Abitare l’immagine

Una squadra di calcio degli anni '70 in un'immagine storica, con giocatori in maglietta e pantaloni corti. In primo piano, un giocatore in posizione di partenza, mentre sullo sfondo si intravedono altri membri della squadra e spettatori.
Cristian Chironi, Offside, 2007 © Cristian Chironi

Il 24 ottobre 2025 apre nella Project Room di CAMERA la mostra Cristian Chironi. Abitare l’immagine dedicata alla lettura del rapporto tra fotografia e performance nell’opera multidisciplinare dell’artista sardo (Nuoro, 1974).

Curato da Giangavino Pazzola, il percorso espositivo include una selezione dei lavori che ripercorrono la ricerca dell’artista dagli esordi sino ad oggi, mostrando come le strategie di autoritratto, di messa in scena, di creazione dei personaggi e di costruzione dell’ambientazione prendano parte al valore costruttivo ed espressivo delle immagini.
È evidente già dai lavori a cavallo degli anni Duemila, infatti, che la poetica dell’autore non consideri solamente l’uso della fotografia come documento orientato a immortalare l’azione del corpo in movimento: le modalità inedite adottate in progetti come Lina (2004), Offside (2007), DK (2009) o Cutter (2010) rivelano il ruolo centrale dell’immagine fotografica nell’indagare la complessità delle relazioni personali, della propria identità, del rapporto con le culture mondiali attraverso la creazione di un immaginario di fantasia che altera la percezione della realtà.

Progetti più recenti come My house is a Le Corbusier (2015 – in corso) completano il racconto della sua pratica, allargando all’uso ibrido dell’immagine che l’artista raggiunge con l’utilizzo del collage, del video e dell’installazione.

24 ottobre 2025 – 1 febbraio 2026 – Project Room Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

LINK

GIULIA IACOLUTTI: DOPAMINA

Un uomo anziano indossa un completo scuro e usa un bastone mentre si volta verso un fondale bianco, sollevando un braccio in un gesto espressivo.

Dieci stampe compiono un intero giro di tango sulle pareti della galleria: è un capitolo della più ampia ricerca di Giulia Iacolutti dedicata alla dopamina e ai neurotrasmettitori dei circuiti nervosi che governano i movimenti e la sfera emotiva. Sono gli ormoni del piacere, della ricompensa, dell’innamoramento e della maternità e se – come dimostra la scienza – la loro carenza è all’origine di malattie come il Parkinson, esistono al contrario dei modi per stimolarli. (*)

L’amore può quindi essere stimolato e guarirci?

A Palermo nel 2020 Iacolutti, durante la residenza artistica Liquida presso lo studio Minumum, collabora con APIS (Azione Parkinson in Sicilia) e frequenta alcune lezioni di tango-terapia per persone che vivono con il Parkinson: il piacere derivante dal ballo è terapeutico perché stimola la produzione di serotonina e dopamina.

Iacolutti allestisce un set ispirato all’estetica di certe pubblicazioni scientifiche di fine ‘800 – inizio ‘900 (la Salpêtrière e l’Archivio Vincenzo Neri) e inizia unendosi al ballo: queste immagini nascono così. Le persone vengono quindi condotte in una danza ideale che diventa immagine poetica della gestualità del piacere, il ballo diventa solitario e simbolico e l’immaginario della persona malata viene de-stigmatizzato.

Il set che le contiene resta evidente nelle opere finali: i segni fatti con lo scotch nero a terra riconducono allo studio sull’equilibrio o alla capacità d’orientamento, il margine del fondale segna l’orizzonte. Quantopiù è evidente la costruzione, tantopiù i protagonisti trascendono l’immagine, portandoci, con un giro di tango, oltre i confini di una visione stereotipata.

Siete tutti invitati a fare con noi un ingresso danzante nel ventitreesimo anno di Micamera.

Dal 6 novembre al 30 dicembre – MICamera – MIlano

LINK

Mostre di fotografia da non perdere a ottobre

Fantastiche mostre ci aspettano nel mese di ottobre, guardate qua!

Anna

Nan Goldin – This Will Not End Well

Exhibition poster for 'This Will Not End Well' by Nan Goldin at Pirelli HangarBicocca, featuring a blurred figure draped in fabric against a gradient background, with exhibition dates from October 11, 2025 to February 15, 2026.

Dall’11 ottobre 2025 al 15 febbraio 2026, Pirelli HangarBicocca presenta “This Will Not End Well“, la prima retrospettiva dedicata al lavoro di Nan Goldin (nata a Washington D.C. nel 1953) come filmmaker.

A Milano la mostra riunisce il più grande corpus di slideshow mai presentato. L’esposizione include: The Ballad of Sexual Dependency (1981-2022)capolavoro di Goldin; The Other Side (1992-2021), ritratto storico, omaggio agli amici trans attraverso scatti intimi e privati realizzati tra il 1972 e il 2010; Sisters, Saints and Sibyls (2004-2022), testimonianza sul trauma familiare e sul suicidio; Fire Leap (2010-2022), incursione nel mondo dell’infanzia; Memory Lost  (2019-2021), trip claustrofobico nell’astinenza da sostanze stupefacenti; e infine Sirens (2019-2020), viaggio nell’estasi della droga.

Le Navate di Pirelli HangarBicocca ospitano due slideshow aggiuntivi: You Never Did Anything Wrong (2024), il primo lavoro astratto di Goldin — ispirato a un antico mito secondo cui un’eclissi sarebbe causata da animali che rubano il sole — una meditazione poetica sulla vita, la morte e i cicli naturali che collegano tutti gli esseri viventi. La seconda opera, Stendhal Syndrome  (2024), si basa su sei miti tratti dalle “Metamorfosi” di Ovidio che prendono vita attraverso i ritratti degli amici di Goldin in un dialogo visivo attraverso il tempo, e in cui l’esperienza personale dell’artista si intreccia con i suoi scatti di dipinti e sculture provenienti da musei di tutto il mondo.

Inoltre, l’esposizione si apre con una nuova installazione sonora del duo Soundwalk Collective, che l’ha concepita in stretta collaborazione con l’artista. Come una sorta di preludio, l’opera guida i visitatori verso il simbolico villaggio di slideshow di Goldin.
La retrospettiva è allestita in diverse strutture architettoniche, definite come padiglioni, progettati dall’architetta Hala Wardé, che già in varie occasioni ha collaborato con Goldin. Ciascun padiglione è ideato in risposta a un’opera specifica, e tutti insieme formano un villaggio.

11.10.2025 – 15.02.2026 – Pirelli Hangar Bicocca – Milano

LINK

LEE MILLER. Opere 1930-1955

Una donna che ride, seduta su un'auto d'epoca, indossa un bikini a pois e un fiore tra i capelli.
Lee Miller, Nusch Éluard accanto a un’auto. Golfe Juan, Francia, 1937 © Lee Miller Archives, England 2025. All rights reserved. leemiller.co.uk

L’autunno di CAMERA vedrà protagonista una figura straordinaria della cultura mondiale del Novecento: la fotografa americana Lee Miller.
La nuova mostra, curata da Walter Guadagnini, presenterà dal 1° ottobre 2025 al 1° febbraio 2026 oltre 160 immagini tutte provenienti dai Lee Miller Archivies, molte delle quali pressoché inedite, per una chiave di lettura sia pubblica che intima del suo lavoro e della sua straordinaria personalità. L’esposizione dà inoltre il via ai festeggiamenti per i 10 anni del Centro che proporrà un programma ampio e articolato dedicato al mondo della fotografia nelle sue infinite sfaccettature.

Il percorso espositivo si concentra sull’attività della fotografa tra gli anni Trenta e Cinquanta, documentando il suo ruolo di ponte tra gli Stati Uniti, l’Europa e l’Africa, dove visse esperienze fondamentali per la sua arte. Lee Miller fu protagonista del movimento surrealista, collaborando con Man Ray e contribuendo alla scoperta della solarizzazione. Fu vicina a figure come Pablo Picasso, Max Ernst, Paul Éluard, e realizzò immagini emblematiche sia artistiche che documentaristiche. Dopo una parentesi in Egitto, tornò in Europa alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, lavorando per Vogue e testimoniando il conflitto con fotografie drammatiche dei campi di concentramento e della caduta del regime nazista. Dopo la guerra si ritirò nella campagna inglese, ma il suo spirito creativo continuò a emergere anche nella vita privata.

1 ottobre 2025 – 1 febbraio 2026 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

LINK

INGE MORATH. Le mie storie

Autoritratto in bianco e nero di una donna con capelli scuri, che indossa una maglietta a righe, mentre tiene una macchina fotografica di fronte a uno specchio.

A Pordenone la nuova stagione della grande fotografia internazionale si apre con un’esposizione inedita sull’autrice Inge Morath.

Questa esposizione rappresenta l’inizio di un percorso espositivo ricco ed articolato, che nei mesi successivi porterà a Pordenone grandi protagonisti della fotografia internazionale, con molte anteprime nazionali. Una nuova stagione dedicata all’esercizio “Del leggere”: l’avvio di un progetto culturale che pone al centro il tema della lettura in tutte le sue declinazioni, rimarcando così il ruolo culturale di Pordenone che negli anni ha costruito una straordinaria offerta culturale di rilievo nazionale.  Un contributo che s’integrerà nel percorso operativo che porterà Pordenone verso il 2027, anno in cui alla città verrà riconosciuto il ruolo di Capitale Italiana della Cultura.

A partire dal 13 settembre 2025, la città si prepara ad accogliere una nuova ed ambiziosa stagione dedicata alla fotografia d’autore, con un calendario di mostre che porterà in città alcuni tra i nomi più rilevanti del panorama fotografico internazionale. Ad aprire questa nuova proposta, sarà una grande esposizione dedicata a Inge Morath (Graz 1923 – New York 2002), figura centrale del fotogiornalismo del Novecento e prima donna entrata a far parte della celebre agenzia Magnum Photos. Un progetto, promosso dal Comune di Pordenone ed organizzato da Suazes.

In questi anni le occasioni in Italia per approfondire aspetti del suo lavoro diverse, ma la mostra di Pordenone, intitolata “Inge Morath. Le mie storie”, svela ed approfondisce una nuova parte della sua produzione, quella rappresentata dal ritratto con un’attenzione particolare al mondo della letteratura. 

La mostra, che resterà aperta fino al 16 novembre 2025, proporrà un approccio originale e poco esplorato nella produzione della fotografa austriaca, focalizzandosi prevalentemente sulla seconda parte della sua vita, segnata dall’incontro avvenuto nel set del film “The Misfits” di John Houston e dal successivo matrimonio con il drammaturgo Arthur Miller.

Il percorso espositivo raccoglierà circa 110 fotografie e sarà ospitato all’interno degli spazi espositivi di Galleria Harry Bertoia, luogo dove lo scorso si sono tenute le due anteprime nazionali dedicate a Italo Zannier e Bruno Barbey con il progetto “Les Italiens”.

La mostra è promossa dal Comune di Pordenone e organizzata da Suazes in collaborazione con Fotohof. Sarà curata da Brigitte Blüml Kaindl, Kurt Kaindl e Marco Minuz.

13 settembre -16 novembre 2025 – Pordenone, Galleria Harry Bertoia

Persona. Fotografie di Paolo Pellegrin

© Paolo Pellegrin/Magnum Photos
© Paolo Pellegrin/Magnum Photos

In occasione del 25° anniversario di Officine Fotografiche, siamo lieti di presentare “Persona”, una mostra fotografica di Paolo Pellegrin, uno dei maestri indiscussi della fotografia contemporanea.

Curata da Annalisa D’Angelo, l’esposizione rappresenta un’occasione unica per esplorare un aspetto intimo e poco conosciuto della produzione dell’autore: il ritratto come forma di indagine, relazione e memoria.

Nelle parole della curatrice si coglie l’essenza di questa mostra: “Il ritratto da sempre terreno di confronto e riflessione, è specchio dell’anima per alcuni, furto della stessa per altri. È spazio di verità e rappresentazione, ma anche di sottrazione. È politica e paesaggio insieme. Nella visione di Paolo Pellegrin, il ritratto si fa linguaggio capace di attraversare le vite altrui con rispetto, delicatezza e intensità”.

Per la prima volta in Italia, la mostra presenta una selezione inedita di ritratti che attraversano l’intera carriera del fotografo: dai primi scatti nei campi rom italiani degli anni ’80 e ’90, ai volti e corpi segnati dei feriti di Gaza, dai coloni israeliani durante le proteste del 2005, alle immagini sospese di Haiti e degli Stati Uniti contemporanei, fino alle fotografie posate di attori hollywoodiani pubblicate come copertine del New York Times.

Ogni ritratto è un frammento di storia, testimonianza viva che continua a trasformarsi nello sguardo di chi osserva.

L’esposizione indaga anche il rapporto tra immagine e potere: dall’ambiguo ritratto di Donald Trump, colto attraverso uno schermo durante la cerimonia del suo insediamento, a un cancello spezzato che lascia intravedere la Gaza di ieri, fino a opere recenti dedicate al tema della sorveglianza.

In mostra, una varietà di tecniche e formati — stampe vintage, serigrafie, digitali e gigantografie — accompagna il visitatore in un percorso visivo che sottolinea come, per Pellegrin, il ritratto non appartenga mai solo al fotografo: è del soggetto, dello spettatore, della memoria collettiva.

“Festeggiare i venticinque anni di Officine Fotografiche con una mostra di Paolo Pellegrin – afferma Emilio D’Itri direttore e fondatore della famosa associazione – non è una scelta casuale, ma profondamente simbolica. La nostra storia è legata all’idea che la fotografia sia insieme linguaggio artistico, strumento di indagine e possibilità di relazione: esattamente ciò che il lavoro di Pellegrin incarna in maniera magistrale. In questi anni Officine è diventata un luogo d’incontro, formazione e crescita per generazioni di fotografi e appassionati, ma anche uno spazio in cui riflettere sul mondo attraverso le immagini. Con Persona abbiamo voluto restituire al pubblico un percorso che attraversa la carriera di un autore capace di trasformare il ritratto in memoria viva e testimonianza universale. Crediamo che celebrare questo traguardo con il lavoro di uno dei più grandi maestri contemporanei significhi riaffermare la nostra missione: continuare a nutrire una comunità attenta, curiosa e consapevole, e ribadire la centralità della fotografia come forma di conoscenza, cultura e impegno civile”. 

“Persona” ci invita a riflettere su ciò che è visibile e su ciò che rimane invisibile. Un dialogo tra conflitto e intimità, celebrità e anonimato, che ci accompagna nelle pieghe più profonde dell’umano.

Dal 3 Ottobre 2025 al 31 Ottobre 2025 – Officine Fotografiche Roma

LINK

Festival della Fotografia Etica di Lodi. XVI Edizione

Loay Ayyoub, The Tragedy of Gaza
© Loay Ayyoub | Loay Ayyoub, The Tragedy of Gaza

Il Festival della Fotografia Etica di Lodi è felice di annunciare i vincitori del World Report Award|Documenting Humanity 2025 e della Open Call per il no-profit.

Tra i 1002 fotografi da 80 paesi diversi e 5 continenti, che hanno inviato oltre un migliaio di progetti, sono 7 i fotografi che si sono aggiudicati la vittoria, o la menzione speciale, nelle 5 categorie che costituiscono il Premio e che saranno esposti nel corso della sedicesima edizione del Festival della Fotografia Etica di Lodi, dal 27 settembre al 26 ottobre.

I vincitori del World Report Award e della Open Call per le ONG sono stati selezionati dalla giuria internazionale composta Alexa Keefe, photo editor a capo del dipartimento che si occupa di fauna selvatica presso il National Geographic Magazine, Elizabeth Krist, photo editor per la rivista National Geographic per oltre 20 anni ed è attualmente membro del consiglio di Women Photograph e del W. Eugene Smith Fund, MaryAnne Golon, già direttrice della fotografia al Washington Post, Alberto Prina, Aldo Mendichi e Laura Covelli coordinatori del Festival.

Il World Report Award, ricordiamo, si pone l’obiettivo di condividere una nuova forma di impegno sociale attraverso la fotografia e si rivolge a tutti i fotografi italiani e stranieri, professionisti e non. Il soggetto è l’uomo con le sue vicende pubbliche e private, le sue piccole e grandi storie; i fenomeni sociali, i costumi, le civiltà, le grandi tragedie e le piccole gioie quotidiane.
Ecco i premiati e le menzioni speciali:

Federico Rios per il reportage Paths of Desperate Hope, 1° classificato nella sezione Master Award. Il premio sarà di 7.000 euro.
Tra il 2021 e il 2024 oltre un milione di persone hanno attraversato il Darién nell’intento di raggiungere gli Stati Uniti. Nel 2024 la maggior parte dei migranti erano venezuelani, ma a loro si sono aggiunti afghani, cinesi, haitiani ed ecuadoregni così come persone provenienti da altri paesi. Oggigiorno sono oltre cento le nazionalità rappresentate da coloro che attraversano questa fitta giungla al confine tra Panama e Colombia, camminando lungo il pericoloso tratto di circa 25.000 chilometri quadrati, indossando ciabatte, con i loro averi in borse di plastica, e portando i loro bambini in braccio. Non è chiaro quanti di loro riescano ad arrivare a destinazione.

Cinzia Canneri per il reportage Women’s Bodies as Battlefields, menzione speciale nella sezione Master Award.
Questo progetto affronta la condizione delle donne eritree e tigrine, scappate attraverso Eritrea, Etiopia e Sudan. Inizialmente focalizzato sulle donne eritree che fuggivano da uno dei peggiori regimi dittatoriali del mondo, il progetto si è poi esteso includendo anche le donne coinvolte nella guerra nella regione del Tigray. Durante il conflitto, le Forze di Difesa Eritrea utilizzavano la violenza sessuale come arma di guerra prendendo di mira le donne eritree per punirle e quelle tigrine per sterminarle. A prescindere dalla nazionalità a cui appartenevano, i loro corpi diventavano campi di battaglia.

Diego Fedele per il reportage The Price of Choice, 1° classificato nella sezione Spotlight Award. Il premio sarà di 3.000 euro.
La guerra nell’Est dell’Ucraina continua ad intensificarsi per il terzo anno consecutivo da quando il Presidente russo Vladimir Putin ha ordinato l’invasione nel febbraio 2022 dopo un lungo periodo di tensioni diplomatiche. Le ostilità nelle regioni a Est sono iniziate nel 2014 e da allora molti civili sono stati costretti a spostarsi nei territori a Ovest o in altri paesi europei. Gli incessanti bombardamenti hanno lasciato una scia di distruzione, paralizzando le infrastrutture, l’economia e lo stile di vita dell’Ucraina.

Loay Ayyoub per il reportage The Tragedy of Gaza, 1° classificato nella sezione Short Story Award. Il premio sarà di 2.000 euro.
Per sei mesi, a partire dalle prime ore che sono seguite all’attacco inaspettato su Israele il 7 Ottobre 2023 e fino a marzo 2024 – Loay Ayyoub ha fotografato per il Washington Post la guerra a Gaza, uno dei conflitti più devastanti di questo secolo che ha strappato decine di migliaia di vite, ha portato al più largo esodo nella regione dalla creazione dello stato di Israele nel 1948, e ha ridotto almeno la metà della popolazione in condizioni di carestia.

Md Zobayer Hossain Joati con We Live to Fight, 1° classificato nella sezione Student Award. Il premio sarà di 1.500 euro.
Questo progetto indaga quello che sta alla base delle culture, gli stili di vita, le emozioni, la storia, la politica, le vicende nascoste e gli scenari di tensioni clandestine di alcune comunità di arti marziali in Bangladesh. Le arti marziali fungono sia da forma di autodifesa — soprattutto per bambini e ragazze — sia da intrattenimento. Sebbene siano praticate da diversi gruppi, comprese le comunità indigene, le arti marziali soffrono spesso di scarsi finanziamenti e di una copertura mediatica limitata, nonostante i risultati ottenuti dagli atleti bengalesi a livello internazionale.

Julius Nieweler per il reportage Whispers Say: “War is Coming”, menzione speciale nella sezione Student Award.
Questo progetto offre uno spaccato dell’approccio della società alla vigilia delle elezioni in Moldavia, con un particolare focus sull’influenza della Russia.

Afshin Ismaeli con l’immagine The Price of War, 1° classificato nella sezione Single Shot Award. Il premio sarà di 1.500 euro.
Lo scatto singolo racconta le conseguenze della guerra attraverso la storia di un padre, veterano mutilato, che si intreccia con la presenza silenziosa e fragile del figlio: due generazioni unite da una ferita collettiva che va oltre la dimensione individuale del legame familiare.

Tante anche le candidature inviate dalle ONG di tutto il mondo alla Open Call. Sin dalla sua prima edizione, il Festival della Fotografia Etica ha dedicato particolare attenzione all’utilizzo della fotografia da parte di organizzazioni che si occupano di tematiche sensibili dal punto di vista sociale. Quest’anno sono state selezionate 4 organizzazioni che verranno esposte nell’area tematica relativa: Associazione Sportiva Dilettantistica (ASD) Roma Blind Football, Nyodeema Foundation, Minority Rights Group International ed EMERGENCY.

L’Associazione Sportiva Dilettantistica Roma Blind Football nasce nel 2024 come naturale evoluzione della precedente ASDRoma2000 ed ha come oggetto principale l’esercizio in via stabile dell’organizzazione e gestione dell’attività sportiva dilettantistica Calcio a 5 per non vedenti e per ipovedenti, ivi compresa la formazione, la didattica, la preparazione e l’assistenza per lo sviluppo dell’attività sportiva paralimpica.

Nyodeema Foundation è un’organizzazione senza scopo di lucro che promuove la consapevolezza internazionale, la tolleranza in tutti gli ambiti culturali, la comprensione tra i popoli, i diritti umani, la tutela dell’ambiente e la parità di diritti tra donne e uomini, con l’obiettivo di favorire la loro indipendenza economica e finanziaria a lungo termine.

Minority Rights Group è una delle principali organizzazioni per i diritti umani che lavora a fianco di minoranze etniche, religiose e linguistiche, e dei popoli indigeni in tutto il mondo. L’organizzazione sostiene minoranze e popoli indigeni nella difesa dei loro diritti: dalla terra su cui vivono, alle lingue che parlano, dalle credenze che praticano, alle culture di cui fanno parte, dalle pari opportunità nell’istruzione e nel lavoro, alla piena partecipazione alla vita pubblica.

EMERGENCY è un’Associazione internazionale nata in Italia nel 1994 con due obiettivi: garantire cure di qualità e gratuite alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà e, allo stesso tempo, promuovere una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani. Dal 1994 EMERGENCY ha lavorato in 21 Paesi di tutto il mondo offrendo cure gratuite e di alta qualità a chi ne ha più bisogno, secondo i principi di eguaglianza, qualità e responsabilità sociale. Dalla sua fondazione a oggi, in tutte le strutture sanitarie di EMERGENCY sono state curate gratuitamente oltre 13 milioni di persone.

A partire dal prossimo 27 settembre oltre 20 mostre da visitare in un mese speciale dedicato alla fotografia, tra cui quella del World Press Photo, unica tappa lombarda della mostra internazionale itinerante. Il grande concorso internazionale di fotogiornalismo e fotografia documentaria più famoso al mondo che si svolge da oltre 50 anni e indetto dalla World Press Photo Foundation di Amsterdam, torna a Lodi per il quarto anno. Quasi 150 immagini che arrivano dai 5 continenti per raccontare storie incredibili.

Dal 27 Settembre 2025 al 26 Ottobre 2025 – Lodi – sedi varie

LINK

Vera Fotografia, Gianni Berengo Gardin

Una coppia si bacia in un elegante corridoio con colonne e lampioni, ritratta in bianco e nero.
Gianni Berengo Gardin, Piazza San Marco, Venezia, 1959 – Courtesy of the artist & Polka Galerie

For the first time, Galerie Polka dedicates an exhibition to Gianni Berengo Gardin, a major figure in Italian photography. On this occasion, nine iconic platinum-palladium prints, each limited to ten editions, are presented. This process, renowned for its tonal depth and longevity, reveals the full subtlety of the photographer’s humanist and committed vision. Complementing the exhibition are a selection of vintage silver gelatin prints carefully chosen from his studio in Milan, enriching this unique presentation. This inaugural show at Polka pays tribute to a rare body of work—both discreet and essential—rooted in the visual memory of the 20th century. 

Dall’11 settembre al 25 Ottobre – Galerie Polka – Parigi

LINK

HOT POT – Autori Vari

“Hot Pot” (l’Hot pot consiste in molte varietà di stufato dell’est asiatico) prende il nome da un diffuso piatto che si consuma in Cina, simbolo di condivisione e fusione di sapori, riflettendo l’idea di un melting pot culturale e sociale. Otto autori diversi, otto prospettive uniche, un’unica narrazione visiva: quella della cultura contemporanea cinese e delle sue trasformazioni. Il lavoro si presenta come un affascinante mosaico di immagini che esplorano i cambiamenti sociali, culturali e architettonici delle città moderne. Ciascuno degli otto fotografi coinvolti ha scelto un tema specifico, fornendo un contributo personale e originale che si inserisce nel quadro complessivo della mostra. Gli autori hanno esplorato il concetto di fluidità nella vita urbana, documentando i mutamenti nei flussi di persone all’interno delle metropoli, catturando l’essenza del movimento costante e della trasformazione, raccontando storie di individui che vivono e lavorano negli ambienti urbani, offrendo uno spaccato della diversità dell’esperienza umana segnata da vita che potrebbe essere considerata comune in più luoghi del mondo per arrivare agli eccessi di cui la società cinese è intrisa. Sono state raccontate le nuove forme architettoniche che stanno ridefinendo lo skyline urbano, mettendo in luce l’innovazione e la creatività che caratterizzano la progettazione degli spazi contemporanei per arrivare al racconto di angoli dimenticati immortalando edifici e spazi che raccontano storie che evocano sensazioni di nostalgia e dando ampio spazio a riflessioni e sentimenti contrastanti. Il dialogo tra tradizione e modernità, documenta come le pratiche culturali tradizionali si integrano e si trasformano nella società contemporanea, celebrando la resilienza e l’adattabilità delle culture urbane così come l’impatto della tecnologia sulla vita quotidiana, mostrando come dispositivi digitali e connessioni virtuali stiano ridisegnando le interazioni umane e gli spazi pubblici, offrendo uno sguardo critico sulle nuove dinamiche sociali. Interessante l’esplorazione del concetto di identità collettiva e il ruolo degli spazi pubblici come luoghi di aggregazione e confronto, evidenziando l’importanza di questi spazi nel favorire la coesione sociale e il senso di comunità. “Hot Pot” è una sinfonia visiva che invita il pubblico a riflettere sulle molteplici dimensioni della vita urbana contemporanea in Cina. Ogni fotografo contribuisce con il proprio linguaggio visivo, creando un’esperienza ricca e stratificata che rispecchia la complessità della società odierna. Questa mostra rappresenta un’opportunità unica per immergersi nei cambiamenti che stanno ridisegnando le città cinesi e, attraverso gli occhi degli otto autori, si possono esplorare le molteplici sfaccettature della cultura attuale, un piccolo viaggio attraverso il tempo e lo spazio urbano, un dialogo visivo che invita alla contemplazione e alla scoperta della Cina contemporanea. Sara Munari

Dal 27 settembre al 26 ottobre – Spazio Vigne del Teatro alle Vigne – Lodi

Fotografia tra reale e surreale – RODNEY SMITH

Immagine in bianco e nero di cinque persone che indossano abiti eleganti e tengono ombrelli, con il profilo delle Torri Gemelle sullo sfondo, in una scena che suggerisce un'atmosfera nostalgica e stilistica.
Skyline, Hudson River, New York, 1995 © Rodney Smith

“Mi avventuro nel mondo per respirare la sua dubbia reputazione e il suo umorismo, per vedere più chiaramente, per cercare finalità e conoscenza, per aprirmi, per cogliere in modo esuberante e inesorabile la luce.” Rodney Smith

Per la prima volta in Italia, arriva a Palazzo Roverella una grande mostra monografica che celebra l’opera dell’acclamato fotografo newyorkese Rodney Smith (1947-2016).

L’ampia retrospettiva, che espone oltre cento opere evocative di Smith, è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con diChroma photography, il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo, e prodotta da Silvana Editoriale. Sarà possibile visitare l’esposizione curata da Anne Morin dal 4 ottobre al primo febbraio 2026.

La mostra introduce il pubblico italiano a un grande protagonista della fotografia, noto per la sua inconfondibile estetica: un raffinato connubio di eleganza classica, composizione rigorosa e ironia elegante e surreale, che ha richiamato paragoni con le opere del pittore René Magritte. A lungo acclamato per le iconiche immagini in bianco e nero che combinano ritratto e paesaggio, Rodney Smith ha dato vita a mondi incantati e visionari pieni di sottili contraddizioni e sorprese. Realizzate con il solo ausilio di pellicola e luce naturale, le sue immagini oniriche, mai ritoccate, si distinguono per una meticolosa cura artigianale e una straordinaria precisione formale.

Allievo di Walker Evans, influenzato da Ansel Adams e ispirato dall’opera di Margaret Bourke-White, Henri Cartier-Bresson e William Eugene Smith, le sue fotografie sono apparse su pubblicazioni di spicco quali “TIME”, “Wall Street Journal”, “The New York Times”, “Vanity Fair” e molte altre. Non da ultimo, Smith ha ottenuto grandi riconoscimenti per la sua fotografia di moda in collaborazione con rinomati marchi tra cui Ralph Lauren, Neiman Marcus e Bergdorf Goodman.

L’estetica di Smith mostra inoltre evidenti parallelismi con la tradizione cinematografica, e si avvale di netti rimandi all’opera di registi del calibro di Alfred Hitchcock, Terrence Malick e Wes Anderson, e a leggende del cinema muto quali Buster Keaton, Charlie Chaplin e Harold Lloyd.

Rodney Smith, uomo colto e studioso di teologia e filosofia, mosso da una ricerca continua del significato della vita, ha trovato nella fotografia il linguaggio che gli ha consentito di esprimersi al meglio.

Proprio Smith che si descriveva come un “ansioso solitario”, trovava conforto nel catturare immagini considerandole un modo per “riconciliare il quotidiano con l’ideale”, per tradurre le proprie emozioni nella forma e per tramutarsi da osservatore a partecipe.

Le sue immagini iconiche catturano il mondo con humour, grazia e ottimismo. Con il suo stile distintivo ha affinato la percezione, portando ordine nel caos.

Le fotografie di Rodney Smith stupiscono, affascinano e intrigano, conducendo l’osservatore in regni poetici di riflessi e riflessioni. Sereni luoghi immaginari evocano un senso di benessere e inducono chi li osserva a sorridere e ad abbandonarsi alla tenerezza e, grazie a questa apertura e distensione, a provare stupore e ammirazione.

Così la curatrice Anne Morin descrive il lavoro di Rodney Smith:

“Ogni immagine creata da Smith, con la cura e la precisione di un orafo, è un tentativo sempre nuovo di ricreare questa armonia divina e di raggiungere uno stato superiore, anche solo per un istante. Ogni immagine è eterea ed estatica.

(…) In qualsiasi punto dell’immagine si posi lo sguardo, l’occhio è immediatamente sedotto dalla grazia, dalla raffinatezza, dallo squisito accostamento di forme e contro forme, dalla diversità delle materie e dalla ricchezza narrativa che eccelle per sobrietà, parsimonia e silenzio.”

Il percorso espositivo è suddiviso in sei sezioni tematiche: La divina proporzioneGravitàSpazi etereiAttraverso lo specchioIl tempo, la luce e la permanenzaPassaggi.

La maggior parte delle opere esposte sono in bianco e nero, a testimonianza del fatto che Smith ha iniziato a lavorare con il colore solo a partire dal 2002.

Come spiega lo stesso fotografo: “Dopo quarantacinque anni e migliaia di rullini, provo ancora questo amore incondizionato per la pellicola in bianco e nero. Tuttavia, contrariamente a quanto pensavano molti miei conoscenti, ho cambiato idea e circa otto anni fa ho iniziato a scattare anche a colori. Assolve a una funzione diversa per me, e ne parlerò più avanti, tuttavia non c’è niente per me come l’oscurità e la sfolgorante intensità del bianco e nero. È un’astrazione che avviene per aggiunta. Sì, c’è molto più colore nel bianco e nero di quanto non ve ne sia nel colore”.

Di fatto, una volta che Smith ha abbracciato il colore e la fotografia di grande formato, i risultati sono stati sorprendenti.

Le opere di Rodney Smith sono ora esposte in musei, gallerie e importanti collezioni private in tutto il mondo.

L’imminente retrospettiva monografica che aprirà i battenti a Palazzo Roverella il 3 ottobre 2025, offrirà l’opportunità anche al pubblico italiano di lasciarsi trasportare nel mondo incantato di Rodney Smith e di approfondire la conoscenza di questo fotografo, maestro indiscusso di un’eleganza senza tempo.

4 ottobre 2025 – 1 febbraio 2026 – Rovigo, Palazzo Roverella

LINK

World Press Photo Exhibition 2025

<span>Samar Abu Elouf, Mahmoud Ajjour, nove anni </span><span>© Samar Abu Elouf, The New York Times. World Press Photo of the Year</span><br />
Samar Abu Elouf, Mahmoud Ajjour, nove anni © Samar Abu Elouf, The New York Times. World Press Photo of the Year

World Press Photo Exhibition 2025, la più prestigiosa mostra di fotogiornalismo al mondo, torna a Torino: le 144 immagini che la compongono saranno esposte nell’ipogeo della Rotonda del Talucchi, all’Accademia Albertina delle Belle Arti, in via Accademia Albertina 6, da venerdì 19 settembre a lunedì 8 dicembre.
L’esposizione presenta i lavori di fotogiornalismo e fotografia documentaristica vincitori della 68ª edizione del concorso, firmati per le maggiori testate internazionali, come New York Times, Washington Post, Der Spiegel, Time, le agenzie France Presse, Associated Presse, Reuters, Tass: immagini che offrono una panoramica sul presente e rappresentano un’opportunità per un viaggio critico nell’attualità, affrontando questioni come conflitti, disordini politici, crisi climatica, viaggi dei migranti.
Le 144 immagini sono state selezionate tra le 59.320 scattate da 3778 fotografi provenienti da 141 paesi.
A Torino l’esposizione torna per il nono anno consecutivo ed è organizzata da Cime, Ambassador Italia della World Press Photo Foundation di Amsterdam.
L’apertura al pubblico è prevista per venerdì 19 settembre alle 16. Anche quest’anno, la mostra, che gode del patrocinio della Città di Torino, sarà accompagnata da conferenze dedicate alla fotografia e ai grandi temi dell’attualità.

L’edizione 2025

World Press Photo Contest 2025 ha coinvolto sei giurie regionali e una giuria globale, che è stata presieduta dall’italiana Lucy Conticello, direttrice della fotografia per M, il magazine di Le Monde. Il processo di selezione ha richiesto due mesi di intenso lavoro, tra gennaio e febbraio 2025.
Il concorso è stato suddiviso in sei aree geografiche: Africa, Asia Pacifica e Oceania, Europa, Nord e Centro America, America del Sud, Asia Occidentale, Centrale e Meridionale. Questo approccio regionale ha permesso di ottenere una visione e un racconto globale di ciò che accade sul nostro Pianeta. Una volta selezionati i vincitori per ogni area, si è proceduto alla scelta dei vincitori assoluti.
Quattro, invece, sono state le categorie in cui è stato suddiviso il concorso: Singole, Storie, Progetti a lungo termine Open Format, dedicata all’interazione tra fotografia e altri linguaggi.

«Il World Press Photo Contest rappresenta un importante riconoscimento per professionisti che lavorano in condizioni difficili ed è anche un riassunto, per quanto incompleto, dei principali avvenimenti internazionali. Come giurati, siamo andati in cerca di immagini che possano favorire il dialogo» afferma Lucy Conticello, presidente della giuria mondiale.
I fotografi selezionati nel 2025 sono originari di Bangladesh, Bielorussia, Brasile, Colombia, Corea del Sud, Germania, Spagna, Stati Uniti, Francia, Haiti, Indonesia, Iran, Iran/Canada, Italia, Myanmar, Nigeria, Palestina, Olanda, Perù/Messico, Filippine, Portogallo, Repubblica Democratica del Congo, Russia, Germania, Salvador, Sudan, Thailandia, Turchia, Regno Unito e Venezuela.

I vincitori

A vincere il titolo di World Press Photo of the Year 2025 è stata la palestinese Samar Abu Elouf con un’immagine che ritrae Mahmoud Ajjour, 9 anni, un bambino mutilato da un attacco israeliano sulla Striscia di Gaza, nel marzo 2024. Questa immagine è stata pubblicata sul New York Times.

Durante la fuga, Mahmoud si è voltato per esortare la famiglia a fare presto. Un’esplosione ha intercettato le braccia tese e le ha distrutte. Dopo le cure mediche, la famiglia è stata evacuata in Qatar, dove il bambino sta imparando a scrivere con i piedi. La fotografa Samar Abu Elouf è stata, invece, evacuata da Gaza nel dicembre 2023 e vive ora a Doha, nello stesso complesso di appartamenti di Mahmoud.

Due sono finalisti per la Foto dell’Anno del World Press Photo: richiamano l’attenzione su altre due questioni di grande attualità, l’immigrazione e il cambiamento climatico.
Lo statunitense John Moore ha vinto con “Attraversamento notturno” che testimonia il fenomeno dell’immigrazione cinese clandestina negli Stati Uniti con un’immagine di alcuni migranti che cercano di scaldarsi sotto la pioggia, dopo avere attraversato il confine del Messico. È stata scattata in California il 7 marzo 2024 per Getty Images.
Il peruviano-messicano Masuk Nolte si è classificato finalista con “Siccità in Amazzonia”, realizzata per Panos Piciture, Bertha Foundation. Rappresenta un giovane costretto a percorrere a piedi due chilometri sul letto del fiume in secca per portare cibo a sua madre che vive in un villaggio un tempo accessibile in barca. È stata scattata il 5 ottobre 2024.
 Tra i temi trattati anche l’attentato a Donald Trump, la campagna elettorale in Venezuela, la violenza delle gang a Haiti, le proteste anti governative in Kenya, Georgia e Bangladesh.
Tra i progetti a lungo termine premiati c’è quello dell’unica fotografa italiana selezionata, Cinzia Canneri, che ha seguito le vite di alcune donne in fuga dal regime repressivo in Eritrea e dal conflitto in Etiopia. La bielorussa Tatsiana Chypsanava, invece, ha raccontato come una comunità maori difende la sua identità culturale in Nuova Zelanda, mentre Aliona Kardash è tornata nel suo paese d’origine, la Russia, per capire come la repressione e la propaganda abbiano trasformato le persone che sono rimaste. In America Centrale, Carlos Barrera ha documentato la violenza del governo di Nayib Bukele in Salvador, mentre Federico Ríos ha attraversato la regione selvaggia tra Panama e Colombia insieme ai migranti che rischiano la vita per arrivare negli Stati Uniti. Ancora, Ebrahim Alipoor è arrivato sulle montagne impervie del Kurdistan iraniano per conoscere le storie dei kolbar, i corrieri che trasportano illegalmente merci tra Iraq, Turchia e Iran.

La mostra a Torino
«Torino si conferma capitale culturale e civica dell’informazione visiva. Per il nono anno consecutivo, la World Press Photo Exhibition torna in città, rinnovando l’impegno a offrire uno sguardo lucido e internazionale sulle storie che definiscono il nostro tempo. Una cultura che è anche servizio pubblico – dice Vito Cramarossa, direttore di CIME, Ambassador Italia della World Press Photo Foundation di Amsterdam – Il pubblico torinese – cittadini, scuole, professionisti, famiglie – cresce di anno in anno: un segnale di comunità viva, curiosa ed esigente, consapevole del valore del giornalismo e del fotogiornalismo nel comprendere la complessità del presente. La mostra diventa così uno spazio condiviso di confronto, sensibilizzazione e partecipazione alla vita democratica».

Aggiunge Cramarossa: «Per la prima volta, quest’anno, la mostra approda all’Accademia Albertina di Belle Arti: una cornice che unisce arte, bellezza e responsabilità dell’informare. Per l’Accademia e per i suoi studenti è un’occasione concreta di dialogo con linguaggi, etiche e pratiche del giornalismo visivo contemporaneo. Ringraziamo la Città di Torino e l’Accademia Albertina per la collaborazione e la fiducia. Con questa edizione riaffermiamo il valore dell’informazione di qualità e delle arti come beni comuni, e rendiamo omaggio al lavoro rigoroso e coraggioso dei giornalisti e fotogiornalisti nel mondo».

Dal 19 Settembre 2025 al 8 Dicembre 2025 – Accademia Albertina – Torino

LINK

CONTRO LA GUERRA – sguardi e immaginari

CONTRO LA GUERRA - sguardi e immaginari, Palazzo dei Musei, Reggio Emilia

L’esposizione “CONTRO LA GUERRA – sguardi e immaginari”è un progetto di EMERGENCY a cura di CHEAP ed è un percorso immersivo sul tema della guerra nei suoi effetti fisici, psicologici, sociali e politici che si struttura attraverso diversi livelli visivi e gradi di coinvolgimento.  
 
La mostra si interroga sulla possibilità di entrare, in modo intimo ma non voyeuristico, nelle storie delle vittime, così come nella resistenza di chi vi si oppone, praticando la disobbedienza civile, protestando pubblicamente, rivendicando disarmo e solidarietà. E curando le ferite degli altri, come fa EMERGENCY dal maggio 1994, data di fondazione di un’organizzazione che pratica la medicina anche come strumento di pace. 
 
Tratte dall’archivio storico, le grandi fotografie in bianco e nero sulle attività di cura di EMERGENCY, dall’Afghanistan all’Iraq, si alternano ai poster di CHEAP, provenienti da alcuni degli interventi più importanti realizzati dal collettivo negli ultimi anni – “Disobbedite con generosità”, “Sabotate con grazia”, “Agitatevi” – e a quelli delle artiste e degli artisti invitati a partecipare alla mostra, dall’Italia al Brasile, dalla Spagna alla Polonia. Geografie lontane e sensibilità diverse, accomunate dalla convinzione che – come dichiarano i messaggi incisi lungo il percorso espositivo – “nessuna guerra è inevitabile” e che “la guerra non restaura diritti, ridefinisce poteri”.Lo testimoniano peraltro le immagini all’interno di un box, riparate da una feritoia: fotografie di persone e dei loro corpi sopraffatti dalla violenza della guerra, ma schermati e non a vista, possono infatti essere guardate solo se ci si avvicina alla feritoria. Sono fotografie di dimensioni più ridotte, esplicite, crude che richiedono uno sguardo attento, consapevole. Sono un appello che EMERGENCY e CHEAP rivolgono al pubblico, una richiesta di avvicinamento, di assunzione di responsabilità. 

Dal 4 Settembre 2025 al 26 Ottobre 2025 – Palazzo dei Musei – Reggio Emilia

LINK

‘OM/MOTHER – Barbara Debeuckelaere e le donne di Tel Rumeida

Vista panoramica su una città con edifici di varie altezze, in primo piano spuntano alcuni fiori.

Mercoledì 15 ottobre 2025 Spazio Labo’ inaugura la mostra ‘Om/Mother: un progetto collaborativo tra la fotografa belga Barbara Debeuckelaere e le donne di otto famiglie palestinesi di Tel Rumeida, un quartiere di Hebron/H2 in Cisgiordania.

Per l’occasione l’artista sarà presente in galleria e alcune delle donne di Tel Rumeida saranno in collegamento da remoto. Durante l’inaugurazione è prevista una tavola rotonda per discutere insieme a loro e ad altri ospiti tra cui Issa Amro, attivista palestinese con sede a Hebron e cofondatore ed ex coordinatore del gruppo Youth Against Settlements e Adam Broomberg, fotografo, educatore e attivista sudafricano con sede a Berlino.
Parleremo insieme della situazione in Palestina oggi, sentiremo le voci di chi sta vivendo in una città palestinese assediata da coloni e soldati israeliani illegali e radicali e ovviamente della situazione a Gaza, che è sempre più tragica con un genocidio in atto e verso la quale come centro culturale non possiamo non prendere una posizione netta.

Nel progetto a più mani ‘Om/Mother, coordinato da Debeuckelaere, le donne palestinesi di Tel Rumeida rivendicano la propria autonomia usando personalmente la macchina fotografica per documentare le loro vite, le loro case e l’ambiente circostante. La fotografia viene utilizzata per mostrare la loro perseveranza e denunciare la propria condizione. Mostrando al mondo la loro determinazione a continuare la loro vita quotidiana sotto occupazione, queste donne partecipano all’atto di resistenza più estremo.

Oltre a Gerusalemme, Hebron è l’unico luogo in Cisgiordania in cui coloni israeliani radicali vivono nel cuore di una città palestinese, e ospita diversi luoghi sacri sia per gli ebrei che per gli arabi. L’intreccio di piccoli insediamenti pesantemente sorvegliati suddivide i quartieri storici in piccoli settori con posti di blocco, limitando gravemente la libertà di movimento dei residenti palestinesi. Poiché solo il due percento della popolazione della Città Vecchia è israeliana, protetta da più del doppio dei soldati, le tensioni in questa società divisa aumentano regolarmente.
Oltre al conflitto persistente e all’occupazione illegale, i palestinesi sono sotto costante sorveglianza e affrontano la minaccia immediata delle molestie violente dei loro vicini coloni, che agiscono impunemente. Sebbene sia gli uomini che le donne soffrano di questa situazione, le donne sono raramente sentite o viste, poiché rimangono per lo più a casa, temendo per la propria sicurezza e quella dei propri figli e figlie. Ma la loro azione quotidiana di resistenza alla violenza e al sopruso è parte fondamentale della vita in Cisgiordania e le loro voci vanno quanto più ascoltate e condivise e anche l’arte può e deve avere un suo ruolo in questo.

15.10.2025 / 22.01.2026 – Spazio Labò – Bologna

LINK

Siena Awards 2025

© Muhammed Muheisen
© Muhammed Muheisen

From September 26 to November 23, a rich program of events and photographic exhibitions confirms the festival as a must-see event of the autumn season.

The Siena Awards Festival 2025 kicks off on September 26 with three unmissable events: starting with the SIPA Talks, featuring leading masters of photography, followed by Ars Lucis, a spectacular video mapping show on the Palazzo Pubblico and Torre del Mangia, and concluding with the highly anticipated interview with Steve McCurry, hosted by Gianluca Gazzoli.

A festival to be savored slowly, strolling through the alleys, squares, and historic landmarks of Siena‘s city center, as well as the charming villages of Castelnuovo Berardenga and Sovicille.

Four extraordinary solo exhibitions showcase the work of outstanding photographers: Muhammed Muheisen takes us through two decades of war, exile, and resilience; Elliot Ross highlights the deep inequalities in access to water in the United States; Katie Orlinsky tells the dramatic story of the disappearing caribou in the Arctic; and Adrees Latif explores the complex reality of migration along the U.S.-Mexico border.

In addition to the solo shows, the Siena Awards Photo Festival 2025 offers a rich exhibition program featuring: the prestigious group exhibition of the SIPA-Siena International Photo Awards, the cutting-edge selection of the Creative Photo Awards, the breathtaking aerial images of the Drone Photo Awards, and the powerful solo exhibition by Kiana Hayeri, No Woman’s Land – an intense narrative on what it means to be a woman in lands marked by conflict and transformation.

Forty installations displayed on the facades of buildings in the historic center of Sovicille – set within old, bricked-up doors and windows – transform this charming Tuscan village into an open-air museum. A unique opportunity to experience art in a timeless and evocative setting.

Dal 26 Settembre 2025 al 23 Novembre 2025 – Siena – sedi varie

LINK

Fotosintesi. Fotografie dalla collezione Carla Sozzani

Horst P. Horst, <em>"Hands, Hands, Hands…”</em>, New York, 1941, Horst P Horst, Vogue © Condé Nast
Horst P. Horst, “Hands, Hands, Hands…”, New York, 1941, Horst P Horst, Vogue © Condé Nast

Dal 18 ottobre 2025 al 22 marzo 2026 il CAMeC – Centro d’Arte Moderna e Contemporanea della Spezia apre le sue sale alla grande fotografia con Fotosintesi. Fotografie dalla collezione Carla Sozzani, a cura di Maddalena Scarzella.
 
La mostra presenta un’ampia selezione di opere fotografiche provenienti dalla collezione privata di una delle figure più influenti della cultura visuale degli ultimi cinquant’anni. Ispiratrice e anticipatrice di gusti, Carla Sozzani ha messo insieme, fin dagli esordi della sua carriera di giornalista, editrice e gallerista, una prestigiosa raccolta che attraversa tutte le epoche della storia della fotografia.
 
Karl Blossfeldt, David LaChapelle, Horst P. Horst, Urs Lüthi, László Moholy-Nagy, Sarah Moon, Helmut Newton, Man Ray, Paolo Roversi, Alfred Stieglitz: sono solo alcuni degli artisti presenti in mostra. Una selezione di oltre cento fotografie racconta la visione di una collezionista che — in un processo simile alla fotosintesi — ha trasformato le riviste che ha diretto, come Elle e i numeri speciali di Vogue Italia, e gli spazi che ha fondato, come 10 Corso Como e la Fondazione Sozzani, in vere e proprie piattaforme di innovazione visiva, generando nuovi linguaggi che hanno segnato la cultura, la moda e l’editoria dagli anni ’80 a oggi.
 
Nelle parole del Direttore Antonio Grulli: “È per me un grande onore poter inaugurare questa prestigiosa mostra. Carla Sozzani è una delle figure che maggiormente ha plasmato la cultura visuale degli ultimi decenni a livello internazionale, facendo tantissimo per la fotografia e i fotografi, non solo collezionando ma agendo in prima persona attraverso il dialogo con gli artisti e con la sua galleria. L’esposizione si pone in dialogo con la collezione permanente, all’interno della quale è presente un corpus di alta qualità di fotografie che attraversa la storia del Novecento, dalle avanguardie storiche fino a oggi, passando per un utilizzo del mezzo fotografico in rapporto a pratiche come la performance, l’arte concettuale e processuale. Ci tengo infine a ringraziare di cuore l’Associazione Amici del CAMeC, senza il cui aiuto gestionale e intellettuale questa mostra non sarebbe stata possibile”.
 
“Sono orgogliosa che la mia collezione prenda vita nelle sale del CAMeC della Spezia, nel museo di arte moderna e contemporanea che custodisce una così importante collezione permanente di fotografia. Sono profondamente grata al direttore Grulli e a tutto il museo per aver creduto in questo progetto e averlo reso possibile”, dichiara Carla Sozzani.
 
“È per me un privilegio curare questa mostra che porta al CAMeC della Spezia la collezione di Carla Sozzani: una visione del mondo, del femminile e della bellezza che attraversa la storia della fotografia e trova in questa raccolta la sua sintesi. In Fotosintesi, le opere provenienti dall’Archivio della Fondazione Sozzani si incontrano in una nuova selezione, dando vita a un dialogo inedito”, dichiara Maddalena Scarzella, curatrice Archivio Fondazione Sozzani.
 
“La nuova mostra del CAMeC si inserisce pienamente nel grande percorso di valorizzazione e rilancio che il Comune in partnership con Fondazione Carispezia sta offrendo al nostro museo d’arte contemporanea – dichiara il Sindaco della Spezia Pierluigi Peracchini – “Fotosintesi. Fotografie dalla collezione di Carla Sozzani” non ha solo un valore intrinseco, ma si coniuga perfettamente con il nucleo di opere fotografiche già presenti nelle raccolte, rafforzando ancora una volta il valore storico-documentale delle collezioni civiche.”
 
“A quasi un anno dalla riapertura, con questa nuova mostra dedicata alla grande fotografia internazionale prosegue con convinzione il percorso di rilancio del CAMeC che Fondazione Carispezia ha intrapreso insieme al Comune della Spezia – dichiara Andrea CorradinoPresidente di Fondazione Carispezia. Dopo la riapertura del museo e l’importante esposizione dedicata a Morandi e Fontana, l’arrivo della collezione fotografica di Carla Sozzani segna un ulteriore passo in avanti nel consolidare il ruolo del CAMeC come polo culturale di riferimento, capace di rafforzare l’attrattività del territorio anche oltre i confini locali. È un’occasione unica per il nostro territorio: un dialogo di altissimo livello tra la fotografia d’autore e le raccolte del museo, che conferma il valore di investire nella cultura come leva di crescita e innovazione.”
 
“Con questa mostra il CAMeC prosegue, grazie alla Fondazione Sozzani e al nuovo direttore Antonio Grulli, il proprio racconto: una grande collezione permanente, ancora tutta da scoprire, entra in dialogo con una straordinaria raccolta di capolavori della fotografia moderna e contemporanea, confermando così la vocazione del museo ad affermarsi come centro di ricerca e di cultura su tutto il panorama nazionale”, dichiara il Presidente del Comitato di Gestione del CAMeC, l’avvocato Giacomo Bei.
 
La mostra verrà presentata mercoledì 1° ottobre alle ore 11.30 a Milano, presso la Fondazione Sozzani Bovisa, via Bovisasca 87.
Interverranno Giacomo Bei, Presidente del Comitato di gestione del museo, Andrea Corradino, Presidente di Fondazione Carispezia, Antonio Grulli, neo-direttore del CAMeC, Pierluigi Peracchini, Sindaco della Spezia, Maddalena Scarzella, curatrice Archivio Fondazione Sozzani, Carla Sozzani, presidente Fondazione Sozzani.

Dal 18 Ottobre 2025 al 22 Marzo 2026 – CAMeC – Centro d’Arte Moderna e Contemporanea – La Spezia

LINK

Olivo Barbieri. Altre Tempeste

Dettaglio di un affresco storico con colonne e figure che rappresentano una scena mitologica, parte di un'interior design in un museo.
Olivo Barbieri, Castelfranco Veneto, tratta da Altre Tempeste 2023-25

Dal 26 settembre al 2 novembre 2025 il Museo Casa Giorgione di Castelfranco Veneto ospita la mostra “Altre Tempeste”, un dialogo immaginario tra le fotografie di Olivo Barbieri e le opere di Giorgione in un confronto suggestivo tra passato e presente, tra pittura e fotografia.
 
In anteprima assoluta, l’esposizione presenta 32 opere realizzate nell’ambito della ricerca fotografica “Altre Tempeste”, che si concentra sulla trasformazione del paesaggio veneto rileggendolo attraverso l’interpretazione di Barbieri e il lascito visivo di Giorgione, promossa da OMNE – Osservatorio Mobile Nord Est. Il progetto OMNE LAND. Altre Tempeste, a cura di Stefania Rössl, Massimo Sordi e Matteo Melchiorreè sostenuto da Strategia Fotografia 2024, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura (versione inglese “The project is supported by Strategia Fotografia 2024, promoted by the Directorate-General for Contemporary Creativity of the Italian Ministry of Culture”).
 
Il progetto, nato per sensibilizzare il pubblico sull’importanza e le criticità del territorio contemporaneo attraverso la fotografia, vuole porre l’attenzione sul ruolo del paesaggio, trattandolo non come semplice sfondo, ma come protagonista, proprio come fece Giorgione, tra i primi artisti a riconoscere al paesaggio dignità espressiva e narrativa.
Tra i suoi lavori significativa è l’opera “La Tempesta”, che restituisce uno sguardo interrogativo sulla realtà e sulla sua rappresentazione, diventando il punto di partenza per una riflessione che attraversa epoche e tecniche diverse e che crea nuovi immaginari e prospettive di lettura.
 
Su questo terreno si muove la ricerca di Barbieri, invitato a realizzare un insieme inedito di opere ispirate all’arte del Giorgione, che entreranno a far parte delle Civiche Collezioni Museali.
 
Il suo lavoro, cominciatonel settembre 2023, si concentra sui cambiamenti urbanistici, architettonici e culturali del territorio veneto intrecciando riferimenti storici e prospettive contemporanee. Al centro, il legame profondo tra pittura e fotografia, tra immaginari antichi e scenari attuali.
 
Barbieri ha visitato più volte Castelfranco Veneto e i suoi dintorni. La sua ricerca ha investigato esempi emblematici di architettura come Villa Parco Bolasco, la Tomba Brion di Carlo Scarpa ad Altivole e la Gypsotheca di Antonio Canova a Possagno, ma anche paesaggi aperti dove le criticità ambientali convivono con un antico equilibrio. Le sue immagini offrono una lettura complessa e riflessiva del paesaggio dove ampie vedute si alternano a dettagli silenziosi, tensioni visive a tracce di memoria, andando a comporre un insieme complesso e riflessivo. Da sempre la sua attenzione è rivolta allo studio del colore e alla percezione dello stesso.
 
L’esposizione sarà anticipata da un ciclo di appuntamenti che coinvolgeranno l’autore in seminari, laboratori, mostre e pubblicazioni, con l’obiettivo di approfondire il rapporto tra fotografia e rappresentazione, tra pratiche artistiche e didattica.
 
Inoltre, in occasione della mostra, sarà pubblicato il volume Altre Tempeste, edito da Quodlibet, con tutte le trentadue opere esposte. Il volume sarà presentato il giorno dell’inaugurazione alla presenza dell’autore, dei curatori di OMNE Stefania Rössl e Massimo Sordi, del Direttore del Museo Giorgione Matteo Melchiorre.
 
Infine, presso il Museo Giorgione, durante il periodo di apertura della mostra, saranno organizzati laboratori didattici per ragazzi, volti ad approfondire la relazione tra le fotografie del progetto “Altre Tempeste” e i dipinti di Giorgione.
 
La mostra sarà riproposta nell’autunno 2025 in una sede ancora da definire, con un nuovo allestimento nel quale le 32 opere selezionate dialogheranno con una selezione di video e film realizzati da Olivo Barbieri sul tema del paesaggio contemporaneo.

Dal 26 Settembre 2025 al 2 Novembre 2025 – Museo Casa Giorgione – Castelfranco Veneto (TV)

LINK

Attraverso i miei occhi. Frida Kahlo e la costruzione del mito

Attraverso i miei occhi. Frida Kahlo e la costruzione del mito, MyOwnGallery, Milano
Attraverso i miei occhi. Frida Kahlo e la costruzione del mito, MyOwnGallery, Milano

Un viaggio visivo unico per scoprire Frida Kahlo attraverso 75 fotografie che raccontano la nascita di un’icona.

La mostra esplora il profondo legame tra l’artista e l’immagine fotografica, rivelando come Frida abbia costruito consapevolmente il proprio mito, anticipando l’era dell’autonarrazione visiva.

Attraverso gli scatti di celebri fotografi come Edward Weston, Nickolas Muray, Imogen Cunningham, Gisele Freund e molti altri, il pubblico potrà ammirare non solo la figura dell’artista, ma anche la donna che ha saputo trasformare la propria vita in una leggenda.

Una sezione speciale è dedicata alla fotografa Graciela Iturbide, che ritrae l’assenza di Frida attraverso gli oggetti intimi rimasti nella sua stanza da bagno, aperta dopo 50 anni dalla sua morte.

Dal 8 Ottobre 2025 al 11 Gennaio 2026 – MyOwnGallery – Milano

Mostre di fotografia consigliate per settembre

Bellissime mostre ed interessanti festival di fotografia ci aspettano a settembre, non perdeteveli!

Anna

MAN RAY – Forme di luce

Larmes 1932 © Man Ray 2015 Trust / ADAGP-SIAE – 2024, image: Telimage, Paris

Man Ray è senza dubbio uno dei grandi protagonisti dell’arte del XX secolo. Fu uno dei primi a utilizzare la fotografia come un vero e proprio medium creativo, realizzando opere emblematiche che sono entrate a far parte della storia dell’arte del Novecento. 

La retrospettiva in programma da settembre 2025 a Palazzo Reale permetterà al pubblico di ripercorrere le tappe biografiche e della carriera di Man Ray. Grazie a un importante nucleo di materiali originali (stampe vintage, negativi, collage, documenti) è possibile documentare la storia di Man Ray dalla nascita (1890, Philadelphia), agli ambienti newyorkesi dove scopre le avanguardie europee e stringe amicizia con Marcel Duchamp, fino all’approdo parigino del 1921. 

A Parigi viene accolto dai poeti André Breton, Louis Aragon, Paul Éluard e incontra poi la cantante e modella Kiki de Montparnasse, sua amata e musa, creando fotografie immortali come Noire et blanche o Le Violon d’Ingres. In seguito, si dedicherà al mondo della moda e alla realizzazione delle famose “rayografie” e “solarizzazioni”. Rientrato negli Stati Uniti nel 1940, torna a Parigi nel 1951, dove rimane fino alla morte nel 1976. 

Attraverso un percorso tematico (gli autoritratti, le muse, i nudi, le rayografie e solarizzazioni, la moda), questa mostra propone la riscoperta di un artista unico nel suo genere e un geniale pioniere. 

24 settembre 2025 – 11 gennaio 2026 – Palazzo Reale – Milano

LINK

BRUNO BARBEY. Gli Italiani

Bruno Barbey, Palermo, 1963
© Bruno Barbey / Magnum Photos | Bruno Barbey, Palermo, 1963

La fotografia è sempre più al centro del calendario espositivo di Palazzo Falletti di Barolo di Torino, che dal 12 settembre 2025 all’11 gennaio 2026 presenta la mostra BRUNO BARBEY. Gli Italiani. Prodotta da Ares in collaborazione con Magnum Photos e l’Archivio Bruno Barbey, l’esposizione nasce da una selezione fatta dallo stesso Bruno Barbey (Marocco 1941 – Parigi 2020) e si compone di un centinaio di fotografie in bianco e nero realizzate tra il 1962 e il 1966.
 
In particolare, il nucleo di scatti ricalca il reportage dedicato all’Italia e agli italiani che l’autore negli anni sessanta aveva presentato all’editore francese Robert Delpire, il quale avrebbe voluto pubblicarlo come terzo volume dell’Encyclopédie essentielle, collana di libri che accostavano testo e immagini e che già comprendeva Les Américains di Robert Frank (1958) e Les Allemands di René Burri (1962).
 
Nonostante le circostanze dell’epoca ne impedirono la realizzazione, il portfolio dedicato alla Penisola – immortalata da piazza del Duomo a Milano ai vicoli di Napoli, dalla scalinata di Piazza di Spagna a Roma al centro di Palermo – convinse Magnum Photos, nel 1964, a invitarlo a collaborare con l’agenzia. Eppure, Barbey dovette aspettare il 2002 per vedere realizzato il proprio progetto (Editions de La Martinière). Solo nel 2022 la casa editrice Contrasto pubblicò il lavoro, postumo, nel volume Gli Italiani, definendo il modello che oggi viene assunto come spartito per riprodurre la selezione in mostra.
 
A integrare il percorso espositivo è presente un video di 10 minuti girato da Caroline Thiénot-Barbey, moglie dell’artista, che ripercorre genesi e sviluppo del reportage, insieme a una serie di citazioni di figure di spicco dello spettacolo e della cultura, che aiutano a contestualizzare gli scatti nell’ambito sociale e artistico degli anni sessanta.
 
Un’epoca in cui, studente di fotografia in Svizzera, Barbey esplorò con il suo maggiolino l’Italia in tutta la sua estensione, per lui ricca di fascino esotico nonostante la vicinanza, piena di luce ed energia, registrando con la sua macchina fotografica una realtà in pieno cambiamento, ancora fiaccata dalla guerra ma già rinvigorita da nuove speranze, evidenziando analogie e differenze tra una regione e l’altra, con il Nord lanciato verso il sogno metropolitano e il Sud che faticava nella ricostruzione.
 
Barbey ha fotografato così tutti gli strati della società: l’Italia delle cerimonie religiose e delle feste di paese, del boom economico e delle tradizioni antiche, degli operai e dei contadini, dei proletari e dei borghesi, dei nuovi ricchi e soprattutto degli umili, che con la loro fierezza si facevano interpreti della più profonda identità italiana. A tratti, gli scatti di Barbey sembrano raccogliere i personaggi di una moderna Commedia dell’arte, popolata da mendicanti, preti, suore, carabinieri, contadini, famiglie, figure archetipiche che negli stessi anni davano sostanza e popolarità ai film di Pasolini, Visconti e Fellini.
 
Barbey non è stato solo un fotografo. È stato anche un radiologo – scrive Giosuè Calaciura nel testo che introduce il volume Gli Italiani, edito da Contrasto (2022) – In queste foto, con uno sguardo profondissimo, è riuscito a cogliere le permanenze di un’antropologia complicata, ancestrale. Quello che non cambia o che muta solo nei tempi lentissimi delle Ere. È il rapporto intimo con la propria antichità”.
 
Nella visione in bianco e nero dell’autore ritroviamo e riscopriamo così il nostro recente passato, quello dei nostri genitori e dei nostri nonni, la memoria di un’epoca che la guerra aveva privato delle sue certezze e che guardava al futuro con l’urgenza di ricreare prima di tutto una vita e una rete sociale, i legami e le storie che più d’ogni altra cosa tengono unito un popolo.
 
La mostra, prodotta da Ares in collaborazione con Magnum Photos e l’Archivio Bruno Barbey, è realizzata con il patrocinio di Torino Metropoli e con il supporto di freecards e Contrasto; Media partner Sky Arte.

Dal 12 Settembre 2025 al 11 Gennaio 2026 – Palazzo Falletti di Barolo – Torino

PhEST 2025 – THIS IS US – A Capsule to Space

©Martin Parr, Magnum Photos

È con gran voce che si acclama la X edizione del PhEST di Monopoli! Sede ormai storica, che ospiterà oltre 30 mostre di uno dei festival internazionali di fotografia e arte più rinomati d’Italia in uno scenario suggestivo, e che fino al 16 novembre si trasformerà in un palcoscenico di cultura e creatività. Mostra madrina di quest’anno la celebre Pleased to Meet You di Martin Parr. Inoltre, in anteprima assoluta sarà presente la mostra fotografica Jitter Period del visionario regista Yorgos Lanthimos (The LobsterThe FavouritePoor Things).

Ritroviamo alla direzione artistica Giovanni Troilo, con la curatela fotografica di Arianna Rinaldo, a quella dell’arte contemporanea di Roberto Lacarbonara e la direzione organizzativa di Cinzia Negherbon.

Un decimo anniversario che guarda avanti senza dimenticare da dove viene. Il PhEST 2025 prende il titolo di THIS IS US – A Capsule to Space, coniugando celebrazione del passato e visioni future in uno spazio ancor più esteso.

Come anticipato, ad aprire le danze e caratterizzare i dieci anni di festival la serie Pleased to Meet You di Martin Parr. Autore di cui abbiamo parlato a più riprese, tra i più pop e iconici dei nostri anni, che dà voce nei suoi scatti vibranti alle idiosincrasie della società moderna. Donne e uomini imbruttiti dal consumismo, immortalati tra i loro vizi e sprechi non certo senza una lacerante ironia.

In mostra anche nomi meno noti, ma che segnano l’importanza nazionale e non che la fotografia riveste. Si ammirano così gli scatti di Sam Youkilis di Under the SunAlexey Titarenko con City of Shadows e Pietro Terzini con Just One More Glass, Amore Mio.

Seguono le serie Rhi-Entry di Rhiannon AdamBangers di Arianna Arcara, ospite della Residenza 2025, e See Naples and Die 2014-2022 di Sam Gregg.

In collaborazione con Photoworks & IIC London, PhEST porta a Monopoli anche la serie The Silent Sun, Brighton di Piero Percoco, ospite a giugno 2025 della Residenza speciale a Brighton. Inoltre, il festival espone gli scatti di Dylan Hausthor in What The Rain Might Bring, un progetto interdisciplinare che esplora le complessità della narrazione, della fede, del folklore e dell’intrinseca stranezza del mondo naturale. L’italiano Lorenzo Poli presenterà invece la serie in corso The Geoglyphs of our Time, dove protagonista è la terra e le mutazioni antropocentriche che ne hanno trasfigurato il volto.

Un’edizione che spazia in lungo e in largo nel vasto panorama fotografico, accostando il surrealismo di Philip Toledano alla vena provocatoria di Gregg Segal, autore di 7 Days of Garbage. Infine, nelle antiche stalle annesse alla Casa Santa, l’artista José Angelino presenta il progetto site-specific Waiting for the Sun. Resistenze 2025, a cura di Melania Rossi. Una serie di installazioni scultoree e video che raccontano l’esperienza quotidiana sul pianeta terra.

Dal 9 Agosto AL 16 Novembre 2025 – Monopoli – Sedi Varie

LINK

Città Aperta 2025 – Alex Majoli, Paolo Pellegrin, Diana Bagnoli

La città è un corpo che si muove, respira e si trasforma. Roma, Urbs per eccellenza, ne è un esempio perfetto: osservarla vuol dire verificare quali possano essere, in una città da sempre ritratta, fotografata, rappresentata ed evocata, i confini reali e immaginari del suo spazio in continuo cambiamento. L’anno del Giubileo rappresenta quindi una sfida straordinaria: la possibilità di registrare come Roma riesca a trasformarsi rinnovando la sua tradizione, il suo spirito di accoglienza, la sua necessità di innovazione e di apertura.

Le immagini di Alex Majoli sono dedicate in modo specifico alla “scena drammaturgica” del Giubileo; i volti dei fedeli sono catturati dallo sguardo di Paolo Pellegrin che realizza anche un personale “viaggio dentro Roma”, mentre Diana Bagnoli propone le sue visioni a colori di un misticismo diffuso, mobile, itinerante, in sintonia con lo spirito del Giubileo.

L’attenzione alla realtà vista con sguardo intenso e nuovo, la possibilità di trasfigurare le azioni e i gesti in scene dal forte valore simbolico, l’empatia che contraddistingue il loro lavoro concorrono a offrire un’interpretazione visiva contemporanea, originale e profondamente evocativa del Giubileo a Roma.

dal 26 giugno al 28 settembre 2025 – Sala Zanardelli del Vittoriano – Roma

LINK

Texas Trigger – Luca Santese e Marco P. Valli

The Texas Trigger exhibition, mirroring the recently published eponymous book, retraces the timeline of Santese and Valli’s journey across Texas at the height of the U.S. presidential election campaign, which culminated in Donald Trump’s victory. Over the course of just over a month, they drove approximately 5,000 miles, documenting a wide range of environments that are shaping American society today: immigration policy, the proliferation of firearms, political and cultural tensions, and the ongoing clash between conservative ideals and progressive movements. 
The photographic sequence, almost unchanged from the volume, is arranged in 33 modular frames that reflect the same dimensions and meanings of the triggers in the work. With 71 c-print photographs, the Texas Trigger exhibition also seeks to emphasize the material presence of the images and the narrative tension running through them. The authors will be present at the opening to introduce the project and guide you through the exhibition.

From 4 to 28 September 2025 – Palazzo Grillo, Genova

LINK

SARA MUNARI: LAPILLI

3 – 7 Settembre 2025 – SONOGNO – VERZASCA FOTO FESTIVAL

LAPILLI: Fin dall’antichità, i vulcani sono stati considerati simboli della furia degli dei, porta dell’inferno o donatori di beni. Sono temuti e ammirati in egual misura. Ogni volta che esplode un vulcano, vengono riesumate vecchie leggende e teorie che si muovono tra terrore e fantascienza.
E perché questa violenta eruzione? E perché adesso? E perché tanta distruzione e tanti morti? Cosa c’è veramente nelle profondità della terra?
I libri scientifici teorizzano cosa riempie la palla rotante in cui viviamo: la crosta terrestre, le placche tettoniche, il magma…e se fosse qualcos’altro di insidioso e molto più perverso? Finora nessuno si è tuffato nelle profondità del pianeta per attestare cosa c’è là, a parte gli avventurieri di Viaggio al centro della Terra, il romanzo di Jules Verne. Pura finzione, ma terrificante.
Per i greci e i romani, i vulcani e le loro eruzioni erano associati a manifestazioni divine. Il Cristianesimo li ha considerati come l’opera di Satana o come segno divino. Quando avviene un’eruzione, soprattutto nei paesi latini, viene posta una Madonna per bloccare l’evento e sembra che in qualche caso sia avvenuto
Le menti degli uomini di fronte a un’eruzione vulcanica, sono affascinate dall’indiscutibile bellezza e magia di quei fuochi che sembrano uscire dall’inferno stesso.

Il mio lavoro esplora il connubio tra l’imponente potenza dei vulcani e l’umanità, tentando di raccontare il modo in cui queste maestose formazioni naturali hanno influenzato le credenze, le leggende e le pratiche religiose e come invece, nel rapporto reale, la vicinanza con questi monti condizioni e cambi “il vivere” effettivo. Gli spettatori saranno invitati a esplorare come le eruzioni vulcaniche siano state interpretate come segni divini o punizioni, e come abbiano influenzato la vita e la cultura delle popolazioni circostanti nel corso dei secoli.
Senza le premesse scientifiche, cosa è sembrato agli abitanti di tanti secoli precedenti? Paura, sicuramente stupore, si aggiungono all’infinito dell’inspiegabile, come tante cose dell’universo. Le leggende sono un tipo di narrazione che manca di un autore specifico e di una versione originale conosciuta, si trasmettono di generazione in generazione, soprattutto oralmente, e raccontano di eventi soprannaturali, fantastici o religiosi, localizzati in un luogo e in un tempo ben preciso della storia. Storia che aiuta a renderli più credibili. Le leggende sopravvivono al passare del tempo cambiando il loro contenuto e adattandosi alle nuove generazioni, che lo modificano e lo adattano al loro modo di vivere o, al contrario, lo dimenticano.
Nella realtà, il vulcano è una struttura geologica molto complessa, generata all’interno della crosta terrestre dalla risalita, in seguito ad attività eruttiva, di massa rocciosa fusa, il magma, formatasi al di sotto o all’interno della crosta terrestre.
La fuoriuscita di materiale è detta eruzione e i materiali eruttati sono lava, cenere, lapilli, gas, scorie varie e vapore acqueo. La forma e l’altezza di un vulcano dipendono da vari fattori tra cui l’età del vulcano, il tipo di attività eruttiva, la tipologia di magma emesso e le caratteristiche della struttura vulcanica sottostante al rilievo vulcanico.
Sulla superficie terrestre il 91% dei vulcani è sottomarino (in gran parte situati lungo le dorsali medio oceaniche), mentre circa 1500 sono quelli oggi attivi sulle terre emerse.
In questo lavoro sono stati visitati i vulcani europei per indagare visivamente quel filo che corre tra realtà, leggenda e religione.

Lavoro completo 40 opere tra foto e tele

Durante il festival, offriamo una serie di mostre all’aperto e all’interno, presentazioni e incontri tra artisti e comunità locale, visite guidate, letture portfolio, proiezioni di progetti e musica dal vivo.
La nostra curatela si concentra su diversi temi accomunati da un profondo interesse per l’umanità, con i suoi sentimenti, le sue posizioni e il suo rapporto con l’ambiente circostante. Le nostre esposizioni esplorano realtà e narrazioni regionali e internazionali, con un’attenzione particolare alla diversità, all’inclusività e alla conservazione.

https://www.verzascafoto.com/it/inizio

SI FEST 2025: GEOGRAFIE VISIVE

SI FEST 2025: GEOGRAFIE VISIVE

Torna a Savignano sul Rubicone, per tre weekend consecutivi, uno degli appuntamenti più longevi e significativi nel panorama della fotografia italiana: SI FEST, giunto quest’anno alla sua 34ª edizione.
Il Festival, in programma dal 12 al 28 settembre 2025, è un progetto dell’associazione Savignano Immagini, promosso dal Comune di Savignano sul Rubicone, con la direzione artistica affidata a un comitato scientifico composto da Manila Camarini, Francesca Fabiani, Jana Liskova e Mario Beltrambini.

GEOGRAFIE VISIVE – Il tema 2025
In un’epoca segnata da fratture ambientali, tensioni geopolitiche, migrazioni forzate e identità in trasformazione, Geografie Visive nasce come invito a ripensare il modo in cui abitiamo il mondo non solo nello spazio fisico, ma anche nei luoghi della memoria, della percezione, dell’immaginazione.

Il tema scelto per il 2025 si propone di mappare i territori visibili e invisibili dell’esperienza contemporanea, attraverso linguaggi fotografici che esplorano il paesaggio naturale, urbano e interiore. La fotografia diventa così uno strumento per decifrare ciò che muta, per riconoscere ciò che persiste, per dare forma a ciò che ancora non ha un nome.

Attraverso Geografie Visive, SI FEST continua il suo lavoro di indagine culturale sul presente, raccogliendo e intrecciando sguardi provenienti da luoghi, storie e sensibilità diverse, in un momento storico che richiede ascolto, complessità e immaginazione.

“Viviamo un tempo in cui i confini si spostano, si sfaldano, si ridefiniscono. I confini tra uomo e ambiente, tra vero e artificiale, tra intimo e collettivo. Abbiamo scelto Geografie Visive perché sentiamo l’urgenza di costruire nuove mappe – non per orientarsi, ma per comprendere. Ogni fotografia di questa edizione è una traccia: un frammento di paesaggio, una memoria incisa, una soglia che ci aiuta a leggere il presente e a immaginare il futuro.” — Comitato artistico del SI FEST

Alcuni nomi già confermati ci parlano della direzione intrapresa: Hashem Shakeri, autore iraniano tra i più lucidi interpreti delle fratture contemporanee, porta un lavoro potente sull’Afghanistan dopo il ritorno dei Talebani. Le sue immagini raccontano un mondo precipitato nel buio: donne private del diritto all’istruzione, minoranze perseguitate, esistenze invisibili. Ma nella scelta poetica della composizione e nell’empatia dello sguardo, Shakeri ci restituisce la dignità della resistenza. Ogni immagine è una soglia sospesa tra silenzio e grido, testimonianza e speranza. Una narrazione tanto dura quanto necessaria, che rifiuta il sensazionalismo e cerca invece la complessità. A cura di Manila Camarini. 

A raccogliere la sfida dell’attualità è anche Skagit Valley di Michael Christopher Brown, autore già noto per il suo lavoro realizzato con lo smartphone durante la rivoluzione libica. Il progetto riflette sul futuro dell’agricoltura e della vita rurale nella Skagit Valley, stato di Washington, attraverso immagini generate interamente da intelligenza artificiale. In un paesaggio post-apocalittico, distorto e visionario, l’AI diventa strumento per indagare ciò che resta – o potrebbe restare – della relazione tra uomo e natura. Un lavoro che spinge la fotografia documentaria oltre i suoi confini tradizionali, interrogando il ruolo dell’immagine nell’evocare scenari possibili e nel rappresentare un reale ancora inesistente. A cura di Manila Camarini.

Dalla finzione visionaria al rigore assoluto della testimonianza: Where the World is Melting del fotografo islandese Ragnar Axelsson – da oltre quarant’anni testimone delle comunità artiche – ci conduce nei ghiacci dell’Artico, tra Groenlandia, Siberia e Islanda. Le sue immagini in bianco e nero non sono semplici reportage, ma elegie visive su un mondo che si sta sciogliendo: quello delle comunità artiche, dei loro animali, delle loro tradizioni, dei loro paesaggi. In ogni fotografia si percepisce l’urgenza di uno sguardo che resiste al tempo, e che chiede di essere ascoltato prima che sia troppo tardi.

Se in Axelsson la resistenza è geoclimatica, in Spandita Malik diventa invece gesto politico e corporeo. L’artista indiana, basata a New York, intreccia fotografia e artigianato in una pratica corale e femminista che restituisce voce a donne sopravvissute alla violenza domestica. In Jāḷī—Meshes of Resistance, Malik stampa i loro ritratti su khadi, tessuto legato alla resistenza gandhiana, e le invita a ricamarli. Ogni opera è unica, costruita a quattro mani, in un dialogo profondo tra soggetto e fotografa. È così che l’immagine si trasforma in spazio di autodeterminazione: la donna non è più oggetto del racconto, ma autrice della propria rappresentazione. Una delle mostre più intime e radicali dell’intero Festival.

Dalla resistenza politica e corporea di Malik si passa allo sguardo che custodisce e preserva il fragile nell’opera di Evgenia Arbugaeva. L’artista russa racconta la Siberia artica con uno stile sospeso tra il reportage e la fiaba. I suoi scatti – colorati, onirici, pervasi di silenzio – trasportano lo spettatore in un altrove incantato, dove la realtà sembra sciogliersi nella luce. In un tempo accelerato e caotico, Arbugaeva ci invita a rallentare, ad ascoltare i ritmi lenti della natura, a riconoscere la bellezza fragile dell’invisibile. È forse questa una delle geografie più sottili e preziose: quella che sfugge, quella che resta negli occhi quando la luce si spegne. A cura di Manila Camarini. 

Un invito al silenzio e all’ascolto che ritroviamo anche in Doppia Uso Singola, il progetto di Lorenzo Urciullo – in arte Colapesce – a cura di Patricia Armocida, che porta per la prima volta in un festival di fotografia il suo universo visivo. Cantautore tra i più originali e apprezzati della scena musicale italiana, autore di graphic novel, spettacoli teatrali e colonne sonore, Colapesce firma con Doppia Uso Singola un lavoro fotografico intimo e stratificato, nato da oltre dieci anni di scatti raccolti durante viaggi, tournée, ritorni a casa. Camere d’albergo vuote, oggetti dimenticati, interni familiari: in queste immagini si riflettono la solitudine, il transito, la costruzione dell’identità in un tempo incerto e nomade. Nessuna figura è presente, eppure ogni spazio è carico di tracce umane, di tensione affettiva, di storie invisibili. Tra malinconia e pudore, queste immagini raccontano la solitudine come condizione esistenziale, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, la vita in transito di chi è sempre altrove. 

Accanto ai progetti già citati, il percorso espositivo comprende una selezione di mostre che approfondiscono temi chiave del presente. La tedesca Barbara Diener esplora il desiderio di appartenenza e la spiritualità nelle comunità rurali tra Europa e Stati Uniti. L’iraniano Khashayar Javanmardi documenta l’agonia ecologica del Mar Caspio, lago senza sbocco minacciato dall’inazione politica. L’italiana Roselena Ramistella, attraverso un viaggio a dorso di mulo nei sentieri montani della Sicilia, restituisce un ritratto autentico della vita rurale contemporanea. Il franco-palestinese Taysir Batniji indaga il senso di perdita e l’esilio attraverso le chiavi di casa di chi ha dovuto abbandonare Gaza. La mostra collettiva “Oltre la soglia”, in occasione degli 80 anni della cooperativa Cocif, intreccia archivi e immagini contemporanee in un progetto inedito firmato da Mario Cresci.

Completano il programma i lavori premiati di Federico Estol (Uruguay), Aleks Ucaj (Albania/Italia) e Fabio Domenicali (Italia), il racconto corale dell’alluvione in Romagna, i laboratori con le scuole, e due importanti omaggi a Marco Pesaresi: uno dedicato al legame con la città di Bellaria Igea Marina, mentre l’altro – che si svolgerà a Rimini – è ispirato al libro Rimini di Pier Vittorio Tondelli ed è concepito come un dialogo tra il suo testo e le fotografie di Marco.

Dal 12 Settembre 2025 al 28 Settembre 2025 – Savignano sul Rubicone (FC)

LINK

Ragusa Foto Festival 2025

Cristina Vatielli, dalla serie Terra Mater
© Cristina Vatielli | Cristina Vatielli, dalla serie Terra Mater

Un intero quartiere che si trasforma in una galleria d’arte contemporanea nel cuore del barocco ibleo, nel Val di Noto. Ragusa Ibla, tra i borghi più suggestivi d’Italia, assume il ruolo di una destinazione culturale dove la bellezza della Sicilia dialoga con la fotografia contemporanea internazionale. È questo lo scenario del Ragusa Foto Festival, prima rassegna siciliana di respiro internazionale dedicata ai diversi linguaggi della fotografia contemporanea e alla valorizzazione dei giovani artisti. In questi anni il Festival, ideato e diretto da Stefania Paxhia, giornalista e ricercatrice sociale, ha saputo unire la ricerca artistica all’attenzione per il territorio, trasformando Ibla, quartiere più antico della città, in una vera e propria piattaforma espositiva diffusa tra i magnifici palazzi iconici – Palazzo Cosentini, Palazzo La Rocca, Auditorium San Vincenzo Ferreri – e i luoghi della vita quotidiana, come il Giardino Ibleo, cuore verde e quartier generale del Festival.

Patrocinata dalla Commissione Italiana UNESCO
, la tredicesima edizione, “Oltre l’apparenza”, sotto la direzione artistica di Massimo Siragusa, fotografo e docente di fotografia, in programma dal 28 agosto al 28 settembre, apre con quattro giornate inaugurali – dal 28 al 31 agosto – e un programma ricco di appuntamenti. Talk, letture portfolio, premi, workshop, seminari, proiezioni, visite guidate e presentazioni di libri, animeranno il lungo weekend insieme ad autori, critici, fotografi, curatori e professionisti del settore, provenienti da tutta Europa, per incontrare tanti giovani e appassionati di fotografia.
Grazie alla capacità della fotografia di rendere visibile ciò che spesso diamo per scontato, Jessica BackhausStefano De LuigiCharles FrégerMaria LaxMaud RallièreAlessia RolloJohannes Seyerlein e Cristina Vatielli sono gli artisti in mostra che ci offriranno la loro visione sul tema di quest’anno. Insieme al progetto dedicato al territorio di Francesca Todde, giovane artista di respiro internazionale, in Residenza a Ragusa grazie al sostegno di Fondazione “Cesare e Doris Zipelli” della Banca Agricola Popolare di Sicilia.

Tra i progetti esposti, il corto “Compagni di Viaggio”, diretto da Sara De Martino e prodotto da Fondazione Con il Sud; grazie alla collaborazione con lo IED di Roma (Istituto Europeo di Design), un lavoro interdisciplinare sul tema di quest’anno, realizzato dagli studenti del II° anno, per offrire una concreta opportunità di crescita professionale e creativa. In mostra la vincitrice del premio Miglior Portfolio 2024, Flora Mariniello, e il progetto in menzione di Antonello Ferrara.

Inoltre, quest’anno saranno in mostra i progetti selezionati con due call internazionali che hanno raggiunto un risultato sorprendente, che attesta l’attenzione e la partecipazione diffusa in tutto il mondo ed evidenzia la voglia di esporre al Ragusa Foto Festival. Andrew RovenkoDanae PanagiotidiMelisa OechsleO’Shaughnessy Francis e Cataldo – De Marzo sono i fotografi selezionati tra 250 candidature per la call dedicata alla fotografia analogica, realizzata insieme al collettivo Analog Milano. Risultato importante anche per la call dedicata al Circuito OFF del Festival, curata da Alfredo Corrao e da Emanuela Alfanocon la collaborazione del Circolo Fotografico ASA 25 di Vittoria (Rg), con 148 candidature e un totale di 625 immagini inviateda tutto il mondo, segno tangibile di un dialogo costante tra visioni locali e sguardi globali. Circa 40 gli autori selezionati che saranno esposti sia on line, in un’apposita sezione del sito del Festival, sia presso le diverse realtà che hanno aderito al progetto del Circuito Off.

Tra gli appuntamenti imperdibili delle giornate inaugurali, la presentazione della riedizione del libro “Viaggio in Italia”diLuigi Ghirri, in collaborazione con il MUFOCO, Museo della Fotografia Contemporanea, presentata dal curatore Matteo Balduzzi e da Carmelo Arezzo, presidente della Fondazione Cesare e Doris Zipelli di Baps, seguita dalla proiezione del film “Viaggio in Italia vent’anni dopo”.

Occasione preziosa per aspiranti fotografi e appassionati per confrontarsi con esperti, sono le Letture Portfolio che culminano con l’assegnazione del Premio Miglior Portfolio, un premio in denaro e l’esposizione del progetto vincitore nella prossima edizione del festival. I lettori di quest’anno rappresentano un panorama ricco e autorevole della scena fotografica contemporanea: Benedetta Donato, curatrice e direttrice del Premio Romano Cagnoni Award; Denis Curti, curatore delle Stanze della Fotografia di Venezia; Jessica Backhaus artista e fotografa internazionale; Tiziana Faraoni,photo editor de L’Espresso; Irene Alison, curatrice del “Rifugio Digitale” di Firenze e fotografa; Claudio Corrivetti, fondatore di Postcart Edizioni; Alessia Paladini, curatrice e fondatrice della Alessia Paladini Gallery; Paola Sammartano, inviata del magazine internazionale  “L’Oeil de la Photographie”.

Dal 28 Agosto 2025 al 28 Settembre 2025 – Ragusa – Sedi varie

LINK

Grenze Arsenali Fotografici. VII Edizione

Tianyu Wang, Hidng and Seeking
© Tianyu Wang | Tianyu Wang, Hiding and Seeking

Inaugura venerdì19settembre a Verona l’ottava edizione del Festival Grenze-Arsenali Fotografici, il festival Internazionale di Fotografia che coinvolge il quartiere di Veronetta e il Bastione delle Maddalene.
Il concept di quest’anno è “Anfällig”, cagionevolevulnerabilefragile, da un momento all’altro può cadere o ricadere.  Non siamo del tutto guariti ma ritorniamo nel mondo con una nuova delicatezza.
Il concept di Grenze 2025 – pensato dalla direzione artistica di Francesca Marra e Simone Azzoni – propone di esplorare la debolezza insita nelle cose, nelle persone e nelle situazioni quotidiane. Interpretare come la fragilità si manifesti, sfumando il confine tra la vita e la sua instabilità.
“Cagionevole”, dal latino causionabilis, “che può essere causato”. Siamo indeboliti dalle incertezze, influenzati, e influenzabili dal dubbio. Precari, con l’equilibrio sempre in bilico. Difficile affrontare le sfide con stabilità e forza, fermezza. Nell’apparente sicurezza, siamo minacciati e non possiamo resistere.
“Cagionevole” diventa così l’esposizione nuda alla bellezza nella debolezza, senza nascondere la sofferenza o l’incertezza che essa comporta. La fotografia diventa uno strumento per trasformare la fragilità in parte essenziale e inevitabile della nostra umanità.
Il Festival è organizzato in collaborazione con Assessorato ai Rapporti UNESCO e l’Assessorato alla Cultura – Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri del Comune di Verona.
Ad affiancare la direzione artistica ci sarà la curatela di Erik Kessels, artista, designer e curatore olandese. Colleziona fotografie che trova nei mercati delle pulci, nelle fiere, nei negozi dell’usato, ricontestualizzandole e pubblicandole con KesselsKramer Publishing. “Un maestro nel trovare vecchi album di famiglia, mostrandoceli sotto un nuovo volto, nella loro mondana bellezza e stranezza. È interessato dalle storie contenute nelle fotografie, piuttosto che dalle fotografie in sé”.
MAIN PROJECT Progetto d’eccezione all’ottava edizione del festival sarà Vida Detenida di Pedro Almodóvar. La mostra in esclusiva assoluta per l’Italia, raccoglie Still Life di oggetti quotidiani tolti dallo splendore del Pop cinematografico del regista spagnolo e abbandonati ad un riposo, ad una quiete domestica che ne rivela la malinconica e solitaria natura.
Le opere sono gentilmente prestate da Opera Gallery di Madrid. Abbinato alla mostra, curata da Simone Azzoni, il catalogo di LazyDogPress.
La mostra sarà allestita nello spazio de Il Meccanico di Via San Vitale 2b.
MAIN SECTION ➔    Bastione delle Maddalene – Vicolo Madonnina 12
Quattro i progetti esposti al Bastione selezionati dalla call:
◆     Nuno Alexandre Serrão con IcebergsUnderstanding the world by travelling inward:
un progetto intimista, sulla solitudine, sui mondi chiusi al di là dei silenzi, a cura di Simone Azzoni.

◆     FrédériqueDimarco con EIDOLONS: è una riflessione sul risvegliare gli occhi alla vulnerabilità del mondo in cui viviamo e a catturare, anche solo per un istante, la connessione con gli elementi e con il vivente. In relazione ai disturbi visivi, la fotografa sviluppa una tensione tra apparizione e scomparsa. A cura di Francesca Marra.
◆     Tianyu Wang con Hiding and Seeking che utilizza la performance art come processo creativo e le immagini come mezzo per far riflettere sulla violenza. A cura di Erik Kessel.
◆     Florine Thiebaud con COMING BACK, in cui l’artista dà voce ad un tremendo tumulto interiore. A cura di Erik Kessel.
➔    Prosegue invece la collaborazione e la rete con altre realtà Internazionali che si occupano di fotografia con i progetti
◆     Katarina Marković con InPassing – in collaborazione con Belgrade Photo Month e Sarajevo Photography Festival.
◆     Emanuela Cherchi con Tumbarino, selezionato dal Premio MUSA.
➔    – Il Meccanico, Via San Vitale 2B
◆     Alfio Tommasini con Via Lactea. L’autore ha visitato per lo più piccoli agricoltori e allevatori di bovini nelle Alpi e nelle Prealpi, nonché i grandi laboratori di latte e di inseminazione in Svizzera. Via Lactea presenta paesaggi che si estendono attraverso cinque inverni, oltre a dettagliati e al tempo stesso intimi e pittorici, ritratti di contadini e animali da fattoria. Tommasini intraprende uno studio visivo del rapporto tra uomo, animali e topografia nel contesto di un’agricoltura e di un’industria casearia in rapida evoluzione e sempre più meccanizzata.
SEZIONE OFF La sezione a cura di Lisangela Perigozzo arriva quest’anno a Veronetta.
Negozi, bar e locali ospiteranno durante tutto il festival i progetti di
●      Francesco Anderloni con Suspensia

●      Toby Binder con Common future for a Divided Youth

●      Federica Carducci con Yet still, rebirth. In the ordinary ache of waking

●      Francisco Macfarlane con Codificaciones

●      Marco Sempreboni con Impermanenze

●      Romina Zanon con Disperso e presente

Il progetto URBAN celebra la prima sinergia d’intenti tra Grenze e Tocatì:
➔    fotografia manifesta / poster photography.
In collaborazione con AssociazioneGiochiAntichi: nel quartiere di Veronetta saranno affissi i manifesti con uno dei celebri scatti di Dario Mitidieri, “Children playing in Gorazde, Bosnia 1995”: due bambini che nonostante la guerra, scendono da una discesa su un carrettino di legno.

Dal 19 Settembre 2025 al 20 Ottobre 2025 – Bastione delle Maddalene – Verona

LINK

PASSAGGI. Mario Giacomelli e Simone Massi

n occasione del centenario della nascita del Maestro della fotografia del Novecento Mario Giacomelli, il Premio nazionale Gentile da Fabriano e l’Associazione Gentile Premio presentano a Zona Conce a Fabriano, dal 21 giugno al 19 ottobre 2025, la mostra “Passaggi. Mario Giacomelli e Simone Massi” curata da Gianluigi Colin e Galliano Crinella: un inedito confronto tra il celebre fotografo e Simone Massi illustratore, autore, regista e maestro dell’animazione, entrambi marchigiani. Due linguaggi, lontani cronologicamente ma estremamente connessi nella rappresentazione della realtà, che svelano affinità elettive.

La mostra, resa possibile dal contributo di Diatech Pharmacogenetics, realizzata in collaborazione con l’Archivio Mario Giacomelli, Carifac’Arte e Zona Conce e con il patrocinio del Consiglio Regionale delle Marche e il Comune di Fabriano Città Creativa UNESCO, sarà l’unica esposizione nella regione Marche che durante l’estate e parte dell’autunno celebrerà Mario Giacomelli, artista cui le Marche hanno dato i natali e che nella sua opera ha raccontato costantemente il territorio marchigiano e le sue radici.

L’esposizione fabrianese vuole essere un tentativo di dare una rappresentazione dell’opera di Giacomelli che va oltre il paesaggio e per questo è stata messa a confronto con le illustrazioni di Simone Massi.

Mario Giacomelli (Senigallia, 1925 – Senigallia, 2000), al quale nel 1997 fu conferito dal Sen. Prof. Carlo Bo il Premio nazionale Gentile da Fabriano alla sua prima edizione, è un fotografo conosciuto e celebrato a livello internazionale. Simone Massi (Pergola, 1970), è un artista che lavora per il cinema, considerato oggi uno dei principali autori di cortometraggi di animazione italiani nel mondo, vincitore di un “David di Donatello”, quattro “Nastri d’Argento” e un Premio “Ennio Flaiano”, oltre che autore della sigla di tre edizioni della “Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia”.

In mostra 35 immagini dalle serie più iconiche di Mario Giacomelli come “Storie di terra”, i seminaristi di “Io non ho mani che mi accarezzino il volto”, “La buona terra”, ma anche “Scanno” e “Lourdes”. Ad affiancarle, altrettanti disegni a matita e pastelli di Simone Massi, che ritrae raschiando, quasi incidendo, la stessa terra, gli stessi volti e le stesse passioni.

Dal 21 giugno al 19 ottobre 2025 – Zona Conce – Fabriano (AN)

LINK

Il Sole Nero. La fotografia africana dal periodo delle indipendenze ai giorni nostri

Il Sole Nero. La fotografia africana dal periodo delle indipendenze ai giorni nostri, Maschio Angioino, Napoli

In occasione del suo anniversario millenario, Napoli si presenta al mondo come una città che guarda al futuro attraverso il dialogo culturale. Il progetto Il Sole Nero si propone come una piattaforma culturale articolata tra Napoli e il continente africano, valorizzando il ruolo della città partenopea come crocevia di culture mediterranee e ponte naturale verso il Sud globale.

Dall’11 agosto al 24 settembre, le Antisale dei Baroni del Maschio Angioino ospitano l’esposizione principale, dedicata alla fotografia africana dal periodo delle indipendenze ai giorni nostri, con oltre 250 opere di 44 artisti e studi fotografici da tutto il continente.

Prodotta da Andrea Aragosa per BlackArt, la mostra è curata da Simon Njami, in collaborazione con Carla Travierso e Alessandro Romanini, con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e del Comitato Neapolis 2500, in collaborazione con il Comune di Napoli e le Università Federico II e L’Orientale. Il Museo delle Civiltà di Roma ha concesso il patrocinio.

Accanto alla sede napoletana, il progetto prevede una seconda fase internazionale, attuata attraverso la rete degli Istituti Italiani di Cultura, dedicata alla dimensione immateriale, rituale e sonora della relazione tra Napoli e l’Africa. E’ in questo quadro che si inserisce la performance musicale in Africa di Enzo Avitabile, concepita come gesto di restituzione e attraversamento simbolico: una musica frutto di una ricerca delle proprie radici ma fortemente connessa con il continente africano e che restituisce e ricollega ciò che la modernità coloniale ha spezzato. Nell’occasione sarà proiettato un video con i contenuti della mostra Il Sole Nero, presso un Istituto italiano in Africa.
Una conferenza istituzionale, aperta al pubblico, con la partecipazione di Simon Njami ed Enzo Avitabile è prevista il giorno 17 settembre presso gli spazi espositivi del Maschio Angioino a Napoli.
Il Sole Nero si configura così come un progetto bilaterale che collega territori, linguaggi e sensibilità, promuovendo una narrazione culturale condivisa tra l’Italia e l’Africa. Un’iniziativa che riflette lo spirito di Neapolis 2500 e le direttrici del Piano Mattei, contribuendo a rafforzare la presenza culturale italiana nei Paesi partner e offrendo a Napoli un ruolo da protagonista nel disegnare nuove geografie della cooperazione culturale.

Illuminanti le parole di Simon Njami: « È impossibile parlare dell’Africa. È impossibile parlarne nei termini convenzionali del mondo dell’arte o dell’Accademia. Perché l’Africa, fin dagli albori dei tempi, è fantasia. Un contenitore fantastico in cui ognuno deposita le proprie angosce, paure o desideri. Come possiamo dunque narrare questo spazio contraddittorio? Come possiamo parlarne nella sua storia e geografia senza rivedere il nostro passato e mettere in discussione ciò che credevamo di aver capito? È fondamentale “disimparare l’Africa”. Ricostruirla con nuovi strumenti. E questi strumenti dipendono dalla contemporaneità. Solo il contemporaneo può tentare di rendere la molteplicità delle dimensioni di un territorio oscuro attraverso la sua trasparenza. Trasparente perché oscuro. ».

Il contributo teorico di Carla Travierso guida la lettura curatoriale della mostra: «Nel contesto post-coloniale, la fotografia africana si afferma come strumento critico e poetico, capace di raccontare un tempo “altro”, che attraversa la frattura storica senza rimuoverla. Non cerca di emulare estetiche europee né di rispondere a immaginari esotici: diventa invece spazio di confronto con l’invisibile e con ciò che la storia ha reso indicibile. Diventa luogo di riconciliazione: non semplice rappresentazione, ma pratica capace di mettere in discussione narrazioni consolidate, genealogie identitarie, categorie estetiche, geografie di appartenenza».

Come osserva la dottoressa Marilù Faraone Mennella, membro del Comitato Neapolis 2500: «Napoli, città plurale e crocevia di saperi e culture, ha oggi l’opportunità di rileggere criticamente la propria storia, mettendo a fuoco la persistenza di immaginari e disuguaglianze. Il Sole Nero, in questa cornice, diventa parte integrante della riflessione che la città propone su sé stessa in occasione del suo anniversario millenario. Una riflessione non celebrativa, ma consapevole, capace di fare della memoria uno strumento attivo e del passato un terreno di confronto».

Il Prefetto di Napoli e presidente del Comitato Neapolis 2500, Michele Di Bari, aggiunge: «In un momento in cui il Mediterraneo è attraversato da tensioni, migrazioni e sfide complesse, Napoli riafferma il suo ruolo di città-ponte: un luogo di dialogo e confronto con l’Africa contemporanea e la sua diaspora. Crediamo che solo attraverso una profonda conoscenza del passato e una cultura inclusiva, radicata nel rispetto e nel dialogo, si possa costruire una società più equa e aperta, capace di affrontare con coraggio le sfide del presente e del futuro».

Il Sole Nero partecipa alla ridefinizione del ruolo culturale di Napoli nello scenario internazionale, offrendo uno spazio di confronto, consapevolezza e rigenerazione culturale.

La mostra raccoglie in 91 cornici più di 250 opere di 44 artisti e studi fotografici. Tra questi: Omar Said Bakor, N.V. Parek, Malik Sidibé, Mama Casset, Salla Casset, Seydou Keita, Ambroise Ngaimoko, Jean Depara, Sanlé Sory, Studio Venavi, Tidiani Shitou, J.D. Okhai Ojeikere, Mory Bamba, Oumar Ly, Sanou Bakari, Bassirou Sanni, Cornelius Azaglo, Francis Ahehehinnou, Michel Kameni, Mombasa Studio, Adama Kouyaté, Ricardo Rangel, Adeghola Photo, Clement Fumey, Danisco Studio, Ali Maiga, Photo Sedab, Studio Mehomey, Studio Kwanyainchi, K.W. Ambroise, Studio Begbawa, W.K. Jerome, Islam Photo, M.A. Aliou, Maison Osseni, Photo Belami.

Dal 11 Agosto 2025 al 24 Settembre 2025 – Castel Nuovo – Maschio Angioino – Napoli

LINK

Mostre di fotografia consigliate per agosto

Ciao, date un’occhiata alle mostre in programma ad agosto. Sia che siate in spiaggia che rimaniate in città, ce ne sono di interessantissime!

Buone vacanze!

Anna

Les Rencontres d’Arles – Disobedient Images

“Our identities (…) aren’t rooted in a single territory. They extend, crossbreed, shift and constantly recreate themselves”.
In the spirit of the thought of Édouard Glissant, who extols the intertwining of cultures and the richness of encounters, this new edition of the festival proposes the exploration of the image in polyphonic form. Here, photography is not limited to an exoticizing gaze: it inscribes the elsewhere in a dynamic of exchange and ‘cultural translation’, extending the reflection of the anthropologist Alban Bensa. Photography is thus envisioned as an instrument of resistance, testimony, and social transformation in the face of contemporary crises.

Commitment pervades the entire program of this 56th edition. From Australia to Brazil, through North America and the Caribbean, while the world is shaken by rising nationalism, nihilism and environmental crises, the photographic perspectives presented offer a crucial counterpoint to the prevailing discourse, celebrating the diversity of cultures, genders and origins.

Through a dialogue between contemporary and emerging art, vernacular photography and modernism, the exhibitions presented as part of the Brazil-France 2025 Season celebrate the artistic vigor of the Latin American country. Ancestral Futures proffers a reflection on memory and identity: through a reinterpretation of visual archives, the artists question the colonial legacy and the struggles of the Afro-Brazilian, indigenous and LGBTQIA+ communities. Through a critical lens, they redefine representations, opening new perspectives on history and the future, while the debates on the restitution of patrimony and the rewriting of founding narratives intensify. In Retratistas do Morro, the daily life of the Serra community in Belo Horizonte, Brazil’s largest and oldest favela, is revealed through a collection of 250,000 negatives by photographers João Mendes and Afonso Pimenta. This dynamic is further explored in the exhibition dedicated to Claudia Andujar, whose activism is rooted in the struggles of the 1960s and 70s, before she devoted her work to the indigenous Yanomami people. Fort its part, the Foto Cine Clube Bandeirante (FCCB), founded in São Paulo in 1939 illustrates a pivotal period in Brazilian modernist photography, influenced by Neo-Concrete Art, Cinema Novo and Bossa Nova.

Another continent discloses a fascinating panorama of its photographic creation, from works by indigenous artists to its contemporary art scene. On Country: Photography from Australia explores the deep and spiritual relationship that Aboriginal people have with their land, which extends far beyond the merely geographical. In transcending colonial history and modernity, this bond is expressed through works in which photography becomes a tool of transmission and resilience in the face of climatic and political disturbances that threaten this cultural legacy.

The question of territories and their transformations extends to other geographical areas. U.S. Route 1 revisits Berenice Abbott’s unfinished project:  Anna Fox and Karen Knorr explore the mythical road between Maine and Florida, exposing the economic fractures, migration crises and identity tensions exacerbated by recent political turmoil.

With Raphaëlle Peria, winner of the BMW Art Makers program, the crossing of an expanse of territory is evoked through childhood memories, leading us to the banks of the Canal du Midi.

The exhibition dedicated to the foundational work of Louis Stettner links the American and European continents, exploring his role as a bridge between American Street Photography and French Humanist vision. Through 150 images and previously unpublished documents, his social and political commitment and the diversity of his artistic experiments are revealed from a fresh perspective. His images convey a deep sensitivity to social realities, an approach similarly found in the work of Letizia Battaglia. The Italian artist has captured the violence of the Sicilian Mafia with unrivalled intensity, while magnifying the beauty and vitality of Palermo. Her work resonates in the face of growing threats to investigative journalism and press freedom, a delicate issue also tackled by Carine Krecké, winner of the Luxembourg Photography Award, who questions how we comprehend information and remember conflicts.

Among the outstanding participants of this edition, Nan Goldin, winner of the 2025 Kering Women in Motion Award and emblematic figure of the festival, returns with a new proposal that reflects her unique, uncompromising visual style, focusing specifically on the bonds of family and friendship. What connects individuals hinges on complex relationships. Diana Markosian, Keisha Scarville, Camille Lévêque and Erica Lennard explore these diverse ties, forged by social, cultural and political dynamics. The works of Carmen Winant, Carol Newhouse and Lila Neutre redraw the contours of the notion of kinship. By integrating identitary and emotional legacies, they challenge the boundaries between biological and elected family.

Agnès Geoffray’s work on the reformatories for underage girls in France questions our relationship to history in a memorial register marked by acts of rebellion and emancipatory aspirations. Through photographic and textual re-compositions, she gives voice and presence to those who were labeled ‘uneducable’. In querying the social norms of her time, she brings to light ignored layers of the past.

In the wake of these forgotten narratives, the richness of anonymous images is made manifest through the Marion and Philippe Jacquier Collection. Comprising nearly 10,000 anonymous and amateur prints, it offers a vast corpus of visual stories that combine the intimate, the documentary, and the peculiar. This exploration of vernacular photography reveals fragments of past lives and snapshots of the everyday.

The exhibition Yves Saint Laurent and Photography, formed in collaboration with the Musée Yves Saint Laurent Paris and based on its collections, embodies the intertwining of photography and other disciplines. It offers an immersion into the world of the couturier, exploring his relationship with the photographers of his time, and his inner inspirations. Between rigor and graphic daring, his fashion finds a new dimension in photography, oscillating between thought and feeling.

Finally, the Festival upholds its commitment to showcasing emerging talent. The Louis Roederer Foundation 2025 Discovery Award exhibition, curated by César González-Aguirre, continues its exploration of contemporary issues in photography and returns to the Espace Monoprix venue.

Together with Aurélie de Lanlay and the entire Festival team, we look forward to welcoming you in Arles from 7 July to discover a vigorous and committed edition. More than ever, the image asserts itself as a space for awareness and reinvention.

From July 7 to October 5 – Arles

LINK

WILLIAM KLEIN – encore. still. ancóra

William Klein, Simone + Nina, Piazza di Spagna, Rome (Vogue), 1960 - courtesy © the artist | Ikona Gallery, Venezia
William Klein, Simone + Nina, Piazza di Spagna, Rome (Vogue), 1960 – courtesy © the artist | Ikona Gallery, Venezia

Il 28 luglio 2025, Ikona Gallery inaugura la mostra WILLIAM KLEIN – encore. still. ancóra, una personale dedicata al fotografo a quarantasei anni esatti dall’apertura della galleria, avvenuta il 28 luglio 1979.

William Klein, già presentato da Ikona Photo Gallery a Venezia nel 1981, ritorna ora con una selezione di sedici stampe originali in bianco e nero, provenienti dallo Studio Klein di Parigi. Le immagini scelte, dedicate ai temi delle città (New York, Mosca, Tokyo, Roma) e della Moda, raccontano una fotografia che ancóra – e sempre – afferma e condensa in sé l’avanguardia, la complessità e il contraddittorio.

Il sottotitolo di questa esposizione – encore. still. ancóra – esprime la continuità e il cambiamento.Tornare alla fotografia, che Ikona Gallery ha sempre messo in luce in questi quarantasei anni di presenza, significa affermare attraverso l’immagine, il significato di un avverbio che tanto parla di Klein quanto di Ikona. Significa inoltre proseguire nell’azione del presentare per chiedersi ancóra quale senso abbia fare, esporre e guardare la fotografia oggi. È significativo riconoscere nell’opera di William Klein un ideogramma dell’inedito che offre la chiave potente per dischiudere nuove letture della realtà.

Con questo sguardo, Ikona Gallery sceglie di esserci – encore, still, ancóra – nell’odierno nuovo capitolo di presenze a Venezia.

Dal 28 luglio 2025 al 30 novembre 2025 – Ikona Gallery – Venezia

LINK

Luigi Ghirri. Blu Infinito. In viaggio con Gianni Celati e Giacomo Leopardi

Ph. Luigi Ghirri
Ph. Luigi Ghirri

Luigi Ghirri approda al MARV: un evento di rilevanza nazionale nel cuore delle Marche
Una mostra inedita, un intreccio magistrale tra fotografia, cinema, poesia e paesaggio. Dal 12 luglio al 21 settembre 2025, il MARV – Museo d’Arte Rubini Vesin di Gradara presenta Luigi Ghirri. Blu Infinito. In viaggio con Gianni Celati e Giacomo Leopardi: un progetto espositivo di straordinaria rilevanza, che propone per la prima volta al pubblico 84 fotografie inedite del maestro emiliano, donate a una collezione privata dallo stesso autore e oggi rese per la prima volta visibili con il consenso della Fondazione Luigi Ghirri.

La mostra, curata da Luca Baroni, direttore della Rete Museale Marche Nord, nasce da una ricerca pluriennale condotta nei primi anni ’90 da Luigi Ghirri e Gianni Celati sul paesaggio padano e sulle sue tensioni poetiche e percettive. Al centro di questa indagine – concretizzata nel documentario Strada provinciale delle anime (1991), diretto da Celati e prodotto dalla casa di produzione Pierrot e la Rosa – vi è un viaggio sospeso tra reale e immaginario, a bordo di una corriera blu carica di amici, parenti, scrittori e musicisti. La pianura attraversata dallo sguardo di Ghirri non è solo uno spazio geografico, ma un territorio dell’anima, costellato di presenze umane, oggetti, dettagli altrimenti invisibili.

Queste fotografie, stampate sotto la supervisione diretta dell’artista, costituiscono un corpus autonomo, rarefatto e potentemente lirico. Le cornici blu scelte da Ghirri per riquadrarle – tema ricorrente che ritorna anche nel titolo della mostra – sono dispositivi visivi e simbolici: evocano il fuori campo, il fantastico, l’altrove inafferrabile dell’immagine e della parola. Come scrive Ghirri stesso, “blu oltremare è dove confluiscono tutti gli azzurri, è l’estremo punto del mondo, è l’altrove che continuamente si sposta”.

Oltre alle fotografie, e grazie al prestito straordinario della Fondo Gianni Celati della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, la mostra propone anche materiali filmici originali, appunti, carte e memorie del lavoro condiviso da Ghirri e Celati in quegli anni. Si ricostruisce così, in una narrazione profonda e delicata, un laboratorio creativo irripetibile che ha segnato la cultura visiva italiana del secondo Novecento.

La mostra  è realizzata con il patrocinio della Regione Marche, della Direzione Regionale Musei Marche, della Fondazione Marche Cultura, della Rocca Demaniale di Gradara e dell’associazione Gradara Contemporanea. Essa rientra tra le attività promosse dal Comune di Gradara e dalla Rete Museale Marche Nord, con la collaborazione del Comune di Apecchio e dell’Associazione Terræ. Il progetto è reso possibile grazie al sostegno del Comune di Gradara, di Gradara Innova s.r.l. e di sponsor privati. Gli allestimenti sono curati da NEXT s.r.l. di Fossombrone.

Ghirri, Leopardi, le Marche: un dialogo mai raccontato
L’intuizione curatoriale che anima Blu Infinito è potente e inedita: accostare lo sguardo di Luigi Ghirri alla visione leopardiana del mondo. Un confronto solo in apparenza paradossale, che invece rivela profonde affinità. Come la celebre “siepe” dell’Infinito diventa soglia tra realtà e immaginazione, così le cornici, le finestre, le ringhiere e i telescopi nelle fotografie di Ghirri si fanno dispositivi visivi per oltrepassare il visibile, per toccare l’altrove. In questo orizzonte simbolico, il blu – che per Ghirri è “l’estremo punto del mondo, l’altrove che continuamente si sposta” – diventa il filo conduttore di una poetica dell’infinito, del desiderio e della meraviglia.

Dal 12 July 2025 al 21 September 2025 – MARV – Museo d’Arte Rubini Vesin

LINK

Razza Umana

Arriva a Milano Marittima Razza Umana, il progetto corale ideato dal grande maestro della fotografia e realizzato grazie agli scatti di Toscani, dei suoi allievi e dei collaboratori. Una serie di fotografie in maxi formato, installate su totem, saranno posizionate su un tratto del lungomare per tutta l’estate, diventando parte di un dialogo visivo con il mare e celebrando la bellezza della diversità. Razza Umana by Oliviero Toscani Studio è uno studio socio-politico, culturale e antropologico che cattura la morfologia delle persone per osservarne peculiarità e caratteristiche, catturando differenze e similitudini. Oliviero Toscani, insieme al suo team, ha girato il mondo ritraendo esseri umani nelle piazze e nelle strade, allestendo di volta in volta uno studio fotografico itinerante e raccogliendo, a oggi, un archivio di circa 100mila immagini. Un corpus che esprime il senso della fotografia di Toscani: “mi commuovo di fronte all’unicità di ogni individuo e per questo fotografo gli esseri umani nelle molteplici espressioni”. 

Da luglio a settembre – Milano Marittima

Franco Carlisi e Francesco Cito. ROMANZO ITALIANO

Francesco Cito, Romanzo italiano - Matrimoni Napoletani
© Francesco Cito | Francesco Cito, Romanzo italiano – Matrimoni Napoletani

Dal 23 luglio al 27 agosto 2025 la Galleria d’Arte Moderna di Catania (GAM) si trasforma in uno spazio di incanto visivo e sonoro per accogliere la mostra-concerto “Romanzo italiano”, un’esperienza artistica che supera il concetto di semplice mostra fotografica e abbraccia la potenza evocativa del suono.

Promossa da GT Art Photo Agency in collaborazione con SMI GroupOperae Milò e il Comune di Catania, “Romanzo Italiano” intreccia le visioni di due maestri della fotografia italiana, Franco Carlisi e Francesco Cito, con l’intensità musicale del pianista e compositore Davide Ferro, che nella serata inaugurale di mercoledì 23 luglio si esibirà in un concerto live che darà voce e respiro alle emozioni evocate dalle opere esposte.

In mostra oltre 120 fotografie in bianco e nero raccontano, in un continuo scambio visivo e narrativo sospeso tra intimità e coralità, il rito nuziale attraverso linguaggi che si allontanano consapevolmente dalla tradizione. Lontani da stereotipi estetici, Carlisi e Cito restituiscono al matrimonio la sua complessità: un microcosmo di dinamiche emotive, aspettative, identità culturali e tensioni sociali. Le loro opere si alternano come voci diverse di un’unica sinfonia visiva componendo un autentico romanzo per immagini con uno sguardo poetico, talvolta ironico e altre volte disilluso, per una rilettura originale, contemporanea e suggestiva del matrimonio.

A rendere la mostra “Romanzo italiano” ancora più coinvolgente è la colonna sonora “Evocazioni”, nata contestualmente al progetto espositivo nel 2023 e composta appositamente dal pianista e compositore Davide Ferro, che ha saputo tradurre in musica la forza emotiva delle fotografie. Trenta brani originali per pianoforte solo danno voce alle immagini e amplificano le suggestioni visive. Un dialogo armonico e coinvolgente tra fotografia e musica, un incontro stimolante tra la visione artistica di due maestri della fotografia e la sensibilità di un compositore capace di trasformare l’emozione visiva in esperienza sonora.
I brani musicali composti di sottofondo che accompagnano la mostra possono essere sempre ascoltati dal pubblico anche dal proprio smartphone, grazie ai QR code facilmente accessibili lungo il percorso.

Dopo essere stati esposti per la prima volta insieme a Palazzo Brancaccio a Roma e al Centro per le Nuove Culture (Mo.Ca) di Brescia, i progetti fotografici di Franco Carlisi e Francesco Cito arrivano alla Galleria d’Arte Moderna di Catania (GAM), per offrire al pubblico un’esperienza visiva immersiva e di particolare impatto emotivo.
Nonostante le loro distinte cifre stilistiche, i due autori affrontano con sorprendente coerenza e sintonia un tema universale e culturalmente radicato come il matrimonio. Ne nasce un racconto visivo insolito e disarmante, capace di esprimere una profonda sensibilità e, al tempo stesso, una commovente leggerezza.

Le fotografie di Franco Carlisi provengono dal progetto “Il Valzer di un giorno”, opera pluripremiata (Premio Bastianelli 2011 e Premio Pisa 2013) che esplora il tema del matrimonio in una Sicilia intima e lontana dai cliché. Le sue immagini, visivamente potenti e quasi barocche per intensità e ricchezza di dettagli, fissano frammenti di vita autentici: un abbraccio improvviso, uno sguardo rubato, una lacrima, la commozione di un genitore.

Andrea Camilleri, nell’introduzione al libro Il Valzer di un giorno, sottolinea come Franco Carlisi sia capace di trasformare la fotografia matrimoniale da un’evanescenza romantica a una rappresentazione vivida e carnale: “L’occhio di Franco Carlisi coglie continuamente dei ‘fuori campo’ e ce li restituisce, direi proprio da narratore, con straordinaria vivezza e intensità. Le foto matrimoniali di solito anelano all’evanescenza, alla leggerezza, alla purezza, alla solennità. Invece, attraverso lo sguardo di Carlisi, tutto diventa carnale, vissuto forte, reale, senza mezze tinte.”

La selezione fotografica di Francesco Cito proviene dal progetto “Matrimoni Napoletani” (o “Neapolitan Wedding”), vincitore del prestigioso World Press Photo nel 1995 (terzo premio nella categoria “Day in the Life”). Anche in questo caso, l’autore si distacca dalla tradizione della fotografia matrimoniale convenzionale, dando vita a un linguaggio visivo unico e fortemente personale.

Con uno sguardo critico e riflessivo, Cito esplora le dinamiche sociali del matrimonio, raccontandole con un approccio che sfida le rappresentazioni più tradizionali, come scritto da Michele Smargiassi nell’introduzione al libro Neapolitan Weddings: “Sposarsi qui non è solo folclore ed esibizione. Non è solo un giorno speciale…è la sospensione dell’ordinario, il trasferimento momentaneo ma radicale di un’intera comunità parentale, amicale, sociale in un’altra dimensione, senza più alcun rapporto con l’esistenza ordinaria di tutti.”

Come per le precedenti edizioni, la mostra a Catania è resa possibile grazie alla preziosa collaborazione di SMI Group, che rinnova il suo impegno a favore dell’arte e della cultura: Per le aziende del gruppo SMI, coltivare una passione significa innanzitutto imparare a rispettare sé stessi, gli altri e l’arte in tutte le sue forme. Iniziative come il progetto espositivo Romanzo italiano – che dopo le tappe di Roma e Brescia approda ora a Catania in una sede altrettanto prestigiosa – offrono un’occasione unica di incontro tra la passione e l’incanto che scaturisce dalle opere di due straordinari artisti.”  (Cesare Pizzuto, CEO).

L’edizione catanese della mostra vede due nuove partnership che hanno un ruolo importante nell’organizzazione: il Comune di Catania, che ha anche scelto di patrocinare l’iniziativa, e l’ente culturale Operae Milò di Catania, operativo sul territorio da 15 anni con finalità di promozione culturale e artistica e di diffusione del Design, dell’Artigianato e delle Arti Decorative.

Dal 23 Luglio 2025 al 27 Agosto 2025 – GAM – Galleria d’Arte Moderna – Catania

LINK

Jacopo Benassi libero!

Jacopo Benassi libero!, Palazzo Ducale, Genova
Jacopo Benassi libero!, Palazzo Ducale, Genova

Con la più grande mostra mai realizzata sul suo lavoro, Palazzo Ducale esplora il mondo di Jacopo Benassi – designato dalla rivista Artribune “artista dell’anno” – in cui si riconoscono tutti i suoi soggetti più noti, dai ritratti ai luoghi della musica underground, dai più banali oggetti del quotidiano fino ai frammenti della natura.

La mostra si concentra sulla produzione recente dell’artista, mettendo a fuoco i passaggi fondamentali che lo hanno condotto allo sviluppo di un linguaggio personale, complesso e riconoscibile in cui si fondono fotografia, scultura e performance. Attraverso una serie di grandi installazioni che intrecciano tra loro alcune delle opere più note di Benassi con altre produzioni inedite, l’esposizione costituisce una profonda interrogazione sul ruolo della fotografia oggi e sulla sua capacità di resistere e confrontarsi con il contemporaneo.

Immagini tagliate, sovrapposte, capovolte e nascoste all’interno di un display di allestimento pensato appositamente per gli spazi di Palazzo Ducale, stimolano gli spettatori a ricercare un proprio punto di vista, frustrandone al contempo le aspettative. Nell’era della iper-visibilità, Benassi usa paradossalmente la fotografia come strumento ambiguo e opaco, che non si limita a dare visibilità al mondo, ma lo frantuma in una serie di visioni oscure e imprevedibili, sul confine tra apparizione e scomparsa.
La mostra sarà accompagnata da una serie di performance live che si svolgeranno in un’area dell’esposizione appositamente allestita.

Il progetto è anticipato da una residenza d’artista all’interno di Palazzo Ducale, che scaturisce da un bando indetto dal Ministero della Cultura. L’Associazione Blu Breeding and Learning Unit – vincitrice della selezione – realizzerà durante la residenza un’opera fotografica che sarà inserita in mostra e che sarà poi donata al Museo di Arte Contemporanea di Villa Croce. Durante la residenza, inoltre, Jacopo Benassi terrà incontri, workshop con studenti e una performance pubblica.

Dal 12 luglio 2025 al 14 settembre 2025 – Palazzo Ducale – Genova

LINK

Olivo Barbieri. tOUR

Olivo Barbieri site specific, Roma 04
© Olivo Barbieri | Olivo Barbieri site specific, Roma 04

Dal 26 giugno al 26 settembre 2025 la Sala Pïana della Biblioteca Malatestiana di Cesena ospita la mostra tOUR, nata dal dialogo tra alcune opere dall’archivio di Olivo Barbieri e una selezione di volumi antichi provenienti dai fondi della stessa biblioteca.

La mostra, promossa dai comuni di Cesena e di Castelfranco Veneto (TV), dall’Università di Bologna e da OMNE Osservatorio Mobile Nord Est, è a cura di Stefania Rössl, Elena Mucelli e Paolo Zanfini e si inserisce nell’ambito del progetto OMNE LAND. Altre tempeste, sostenuto da Strategia Fotografia 2024 e promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

tOUR si sviluppa come un viaggio visivo e neurale che percorre epoche e linguaggi differenti confrontando, forse per la prima volta, l’archivio di un fotografo contemporaneo con un’antichissima biblioteca. Le vedute delle città e delle architetture conservati all’interno dei libri della Malatestiana, intessono relazioni analogiche o dissonanti con le opere contemporanee di Barbieri che, osservando il paesaggio prevalentemente dall’alto, ne mette in luce stratificazioni e trasformazioni.
La mostra nasce dall’incontro tra due mondi: da un lato il paesaggio contemporaneo, fotografato da Barbieri con sguardo analitico, dall’altro le vedute storiche che, assieme alle architetture monumentali contenute nei testi a stampa, portano alla luce un prezioso patrimonio documentale custodito presso la Malatestiana svelandolo proprio in occasione della mostra. A coniugare questi due mondi è l’idea di dettaglio – di paesaggio inteso come frammento – che guida il percorso espositivo offrendo al visitatore un’inconsueta chiave di lettura sull’Italia e sul mondo.

Le opere di Barbieri selezionate descrivono paesaggi urbani e architetture in cui l’inquadratura e l’uso della messa a fuoco selettiva rivelano significati inattesi e latenti. Le rappresentazioni contenute nei volumi antichi allo stesso modo restituiscono attenzione a ciò che spesso sfugge allo sguardo abituale e a sguardi precostituiti.

tOUR
 propone così un percorso che invita a riflettere sul significato dell’immagine, sui fondamenti culturali dell’immaginario e sul valore di uno sguardo critico in grado di svelare un potenziale inesplorato. Il dialogo tra fotografia e archivio, tra contemporaneo e antico, si traduce dunque in un inedito controcampo in cui le immagini di Barbieri e l’iconografia di mappe, vedute e incisioni storiche arricchiscono, confrontandosi, la riflessione sulla rappresentazione e sull’identità del paesaggio.

Per consolidare l’idea di viaggio tra le immagini, oltre alle 39 opere di Barbieri, di cui alcune inedite, la mostra ospita la proiezione LA CITTÀ PERFETTA, un film di 7942 immagini fisse riprese dall’alto, intercalate da partiture cromatiche -RGB- e 22 sequenze filmate da terra, che racconta un’area di 400 km di costa adriatica, da Vasto a Ravenna, attraversando Abruzzi, Marche e Emilia-Romagna, senza cedere a un approccio documentario o descrittivo.

In occasione della mostra sarà pubblicato il volume tOUR, edito da Skinnerboox. Il volume raccoglie immagini, ricerche bibliografiche e saggi critici proponendo un dialogo visivo e concettuale tra antico e contemporaneo.

La mostra tOUR è inserita nel più ampio progetto OMNE LAND. Altre Tempeste, che nell’arco dell’anno prevede diverse iniziative che coinvolgono sedi di eccellenza nella formazione, ricerca e promozione della cultura fotografica.  Il prossimo appuntamento sarà con la mostra “Altre Tempeste” ospitata al Museo Giorgione di Castelfranco Veneto (TV) dal 26 di settembre al 2 novembre 2025.

La mostra presenta in anteprima ed integralmente il nuovo corpus fotografico realizzato da Olivo Barbieri frutto di un’indagine sul paesaggio contemporaneo veneto ispirata alla figura e all’opera di Giorgione.

Avviata nel settembre 2023, la ricerca di Barbieri si concentra sulle trasformazioni urbanistiche, architettoniche e culturali del territorio veneto, intrecciando riferimenti storici e visioni contemporanee. Al centro del progetto, il dialogo tra pittura e fotografia, tra l’eredità simbolica del paesaggio raffigurato da Giorgione e la contemporaneità.

Dal 26 giugno 2025 al 26 settembre 2025 – Biblioteca Malatestiana – Cesena

LINK

Walking Through – Daniele Cinciripini e Serena Marchionni

C’è un modo di camminare che non serve ad arrivare. Così è Walking Through, un archivio aperto, in movimento, che si lascerà attraversare.
Spazio Murat ospita dal 17 luglio al 31 agosto Walking Through, un progetto espositivo del duo Daniele Cinciripini e Serena Marchionni (fondatori di ikonemi), curato da Federica Mambrini. Frutto di un’accurata selezione estrapolata dall’archivio fotografico costituito a partire dal 2018 e in corso, la mostra raccoglie gli esiti di un lungo lavoro di ricerca sul campo, attraverso l’Italia e il tempo. 
Le fotografie in mostra sono il risultato della pratica artistica di ikonemi che nasce dal camminare, dall’andare a piedi come atto estetico e politico, come un modo di essere indifesi, tra le cose. Il paesaggio attraversato è quello ordinario, quotidiano. Lo sguardo attraversa e si lascia attraversare.

Walking Through è un invito a perdersi. A muoversi nella nebbia, nelle crepe, nei margini, nei vuoti. Camminare, in questo progetto, diventa un atto di fiducia.” _ Federica Mambrini, curatrice della mostra

Walking Through Da Palermo a Mazara del Vallo, da Castelfranco Veneto a Padova, passando per l’Adriatico tra San Benedetto del Tronto e Pescara: unisce contesti eterogenei in un archivio pulviscolare e irregolare. 
Le fotografie sono ordinate in sezioni che non seguono gerarchie o cronologie ma affetti. Per ikonemi la fotografia di paesaggio è intesa come pratica percettiva e narrazione aperta. La mostra propone un’installazione che rompe con la linearità e, come nel camminare, accoglie lo sguardo erratico di chi osserva.

Come scrive la curatrice Federica Mambrini nel testo critico:
“Walking Through è un invito […] a rimanere dove nulla è ancora definito. A stare dove le cose non sono ancora chiare, dove la ripetizione non è mai uguale a se stessa e si trasforma in sorpresa. Dove la fotografia non ferma, ma apre, scompone, interroga.”

Walking Through è anche un dispositivo editoriale: un ambiente da abitare fatto di testi, immagini, riflessioni. Naturale prosecuzione della mostra e strumento critico per chi voglia approfondire le pratiche del cammino e della fotografia a esso legata.

dal 17 luglio al 31 agosto – Spazio Murat – Bari

LINK

Lovett/Codagnone. I Only Want You To Love Me

 Lovett/Codagnone, After Roxy, 1998/2015. Courtesy Estate of Lovett/Codagnone
© Lovett/Codagnone | Lovett/Codagnone, After Roxy, 1998/2015. Courtesy Estate of Lovett/Codagnone

Il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea presenta I Only Want You To Love Me, la prima antologica dedicata a Lovett/Codagnone, duo di artisti formatosi nel 1995 e composto da John Lovett (Allentown, Pennsylvania, 1962) e Alessandro Codagnone (Milano, 1967 – New Jersey, 2019).

La mostra, promossa dal Comune di Milano e realizzata in collaborazione con Participant Inc  di New York, è curata da Diego Sileo.

Al PAC saranno esposti alcuni primi lavori fotografici e video, insieme a installazioni scultoree più recenti e cartelloni pubblicitari, oltre a un’opera neon inedita, prodotta appositamente per la mostra.

Nella produzione dei due artisti amore e potere sono protagonisti di un gioco delle parti teso a smascherare i rapporti di forza nelle relazioni interpersonali e nelle strutture sociali. Attraverso fotografia, performance, video, suono e installazione, il loro lavoro fa proprie alcune tattiche di resistenza underground e riflette sui processi di normalizzazione che soffocano le sub-culture, le pratiche di dissenso e l’affermarsi dell’identità individuale. Da qui il costante riferimento a figure radicali per la storia della letteratura, del cinema, del teatro e della musica punk.
Nel 2008, il duo Lovett/Codagnone ha fondato la band CANDIDATE insieme al musicista Michele Pauli.

Dedicata alla memoria di Alessandro Codagnone, la mostra sarà un’occasione unica per comprendere la rilevanza del duo artistico nel panorama internazionale e la sua influenza sulle generazioni successive.

Dal 4 luglio 2025 al 14 settembre 2025 – PAC Padiglione d’Arte Contemporanea – Milano

LINK

Mostre di fotografia da non perdere a giugno

Nuove mostre ci aspettano a giugno, date un’occhiata!

Anna

Chi sei, Napoli? – JR

Le Gallerie d’Italia – Napoli, dal 22 maggio al 5 ottobre 2025, presentano la mostra dell’artista francese JR ‘Chi sei, Napoli?’, dedicata all’ottavo capitolo delle della serie ‘Chronichles’ , che dopo Dopo Clichy-Montfermeil (2017),  San Francisco (2018), New York (2018), Miami (2022), Kyoto (2024), tre città americane (Dallas, Saint Louis e Washington DC) per un murale sul tema delle armi in America (2018), e quindici città di Cuba (2019) giunge nella città partenopea con la prima installazione di questo tipo in Italia, realizzata con il patrocinio del Comune di Napoli.

L’opera site-specific di JR verrà svelata sulla facciata del Duomo di Napoli, trasformata in un mosaico di volti locali, incarnando lo spirito comunitario, la resilienza, l’energia e l’anima polimorfa della città.

Nel settembre 2024, l’artista francese JR ha iniziato a Napoli un’esplorazione profonda dell’identità culturale complessa della città. In una settimana, dal 23 al 29 settembre, sono stati protagonisti  i cittadini di sette quartieri, attraverso set fotografici allestiti presso Piazza Sanità, Piazza Dante, Fuorigrotta, Mergellina, San Giovanni a Teduccio, Piazza Cavour e Borgo Sant’Antonio Abate.
Durante questo periodo intenso, sono stati raccolti i ritratti e le storie di 606 napoletani provenienti da diversi background sociali e culturali, catturando così l’essenza di Napoli.

Il risultato del lavoro di JR è un collage fotografico monumentale sulla facciata del Duomo e raccontato nella sua composizione in una mostra alle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo in via Toledo, dove si potrà rivivere anche il ‘dietro le quinte’. In mostra verranno presentati anche tre murali della serie ‘Chronicles’, realizzata in Francia (Chroniques de Clichy-Montfermeil), a Cuba (Las Crónicas de Cuba) e in USA (The Gun Chronicles: A Story of America), per mostrare come l’arte di JR possa stimolare conversazioni creando un potente impatto visivo.

Dal 22 maggio al 5 ottobre 2025 – Gallerie d’Italia – Napoli

LINK

Vivian Maier. The exhibition

Vivian Maier, Armenian woman fighting on East 86th Street, New York, NY, September 1956. Gelatin silver print, 2012, 40x50 cm. Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY
© Estate of Vivian Maier | Vivian Maier, Armenian woman fighting on East 86th Street, New York, NY, September 1956. Gelatin silver print, 2012, 40×50 cm. Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY

Dal 25 aprile al 28 settembre 2025 arriva a Padova, al Centro Culturale Altinate | San GaetanoVIVIAN MAIER. The exhibition, la più grande mostra mai dedicata alla celebre fotografa americana, con più di 200 fotografie a colori e in bianco e nero, scatti iconici, oggetti personali, documenti inediti, sale esperienziali e immersive, registrazioni audio e filmati Super 8, esposti in via eccezionale soltanto per questa retrospettiva.

Dopo il grande successo conseguito con la mostra di Monet, che ha segnato un nuovo record, il Comune di Padova e Arthemisia tornano a proporre insieme una straordinaria iniziativa.

Vivian Maier (1926 – 2009) è una delle artiste più amate al mondo. La sua incredibile storia ha commosso e continua a commuovere milioni di visitatori.
La Maier faceva la tata di mestiere, si è occupata per tutta la vita di accudire i bambini, coltivando segretamente una grande passione per la fotografia.
Dopo la sua morte sono stati ritrovati per caso, in un magazzino venduto ad un’asta fallimentare, migliaia di rullini accumulati durante l’intera vita, che hanno svelato al mondo un’artista intelligente, acuta, ironica e sensibile, che ha documentato per decenni la vita quotidiana americana tra Chicago e New York, osservando con incredibile sensibilità le persone, i bambini, le donne, gli anziani, fermando nel tempo attimi eterni.

Curata da Anne Morin – la più grande esperta e studiosa della vita dell’artista – l’esposizione è suddivisa in sezioni tematiche che esplorano i soggetti e gli aspetti distintivi del suo stile: dagli intensi autoritratti alle scene di vita urbana, dai ritratti di bambini alle immagini di persone ai margini della società.

Da un progetto di Vertigo Syndrome e in collaborazione con diChroma photography, la mostra è realizzata con il contributo di AcegasApsAmga e vede come mobility partner Frecciarossa Treno Ufficiale.
Il catalogo è realizzato da 
Moebius in collaborazione con Réunion des musées nationaux (RMN) – Grand Palais Musée du Luxembourg, Paris.

“Questa non è solo una grande mostra di fotografia è anche l’occasione per conoscere, per quanto possibile, la figura di una donna, certamente straordinaria, che solo dopo la sua scomparsa, ha visto riconosciuto il grande valore documentaristico, storico e soprattutto artistico della propria attività di fotografa. Vivian Maier, rimarrà per sempre un personaggio misterioso, e forse il fascino attorno a lei si deve anche alla storia quasi incredibile della sua vita e delle sue fotografie. Era certamente una donna colta che si mimetizzava col suo umile lavoro di babysitter, un’osservatrice raffinata e attentissima che ci ricorda il personaggio della portinaia intellettuale creato da Muriel Barbery nello straordinario romanzo “L’eleganza del riccio”. Per tutte queste ragioni la mostra che dedichiamo a Vivian Maier, splendidamente curata da Anne Morin e prodotta da Arthemisia arte e cultura con la collaborazione fondamentale di Vivian Maier’s Estate e della John Maloof’s Collection si inserisce fra i principali eventi culturali dell’estate padovana confermando il ruolo centrale della nostra città come meta di un turismo culturale di qualità, che spazia dagli affreschi del ‘300 dell’Urbs picta, all’arte contemporanea, fino alla fotografia, alla musica e al teatro” – dichiara l’Assessore alla Cultura Andrea Colasio.

“Per il 25esimo anniversario di Arthemisia – dice Iole Siena, Presidente di Arthemisia – non potevamo per nessuna ragione mancare l’appuntamento con quella che considero una delle artiste più appassionanti del Novecento. Vivian Maier emoziona, commuove, fa al contempo sorridere e riflettere sulla natura umana; tengo molto a questa mostra, e tanto più mi fa piacere che sia proprio a Padova, città che ci ha già regalato grandi soddisfazioni con la mostra di Monet.”

“È nel cuore della società americana, a New York dal 1951 e poi a Chicago dal 1956, che Vivian, osserva meticolosamente il tessuto urbano che riflette i grandi cambiamenti sociali e politici della sua storia. È il tempo del sogno americano e della modernità sovraesposta, il cui dietro le quinte costituisce l’essenza stessa del lavoro di Vivian Maier”, spiega la curatrice Anne Morin“Vivian Maier, il mistero, la scoperta e il lavoro: queste tre parti insieme sono difficili da separare”“La mostra”, aggiunge Morin, “vuole concentrarsi sull’opera dell’artista piuttosto che sul suo mistero, evitando di cavalcare la curiosità sulla sua particolare vicenda umana e professionale, ma contribuendo invece ad elevare il nome della Maier. La sua storia è la storia di una donna che ha fatto della fotografia la sua ragione di vita, senza mai esporsi, ma nascondendosi dietro l’obbiettivo, con il quale catturava immagini indimenticabili, spaccati di vita quotidiana che ha reso eterni”.

Dal 25 Aprile 2025 al 28 Settembre 2025 – Centro Alinate San Gaetano – Padova

LINK

Steve McCurry – Cibo

Simbolo di memoria, cultura, resilienza, il cibo ha da sempre ricoperto un significato profondo nell’esistenza dell’uomo.
Mentre le culture occidentali ne fanno il centro di una narrazione che intreccia arte, competizione, spettacolo, la fotografia di Steve McCurry si colloca in controtendenza, restituendo al cibo la sua accezione più autentica e universale.
Dal 24 maggio al 28 settembre la mostra fotografica “Steve McCurry – Cibo” trasformerà il Museo Civico Archeologico di Vieste in un caleidoscopio di umanità a colori.
Settanta immagini, selezionate dal fotografo statunitense e da Biba Giacchetti, sua storica collaboratrice e curatrice della mostra in collaborazione con Peter Bottazzi, Orion57 e Giuseppe Benvenuto per il Comune di Vieste, saranno i filo conduttore di un viaggio che restituisce il cibo nella sua accezione primaria, quella che fonda e rinnova i rapporti tra gli esseri umani, intorno a un piatto, seduti a terra in strada.

Da sempre sensibile alle storie dei fragili, dai bambini vittime dei conflitti agli emarginati, agli animali, la fotografia umanista di McCurry incrocia il tema del cibo ritraendo il pane come elemento essenziale, insinuandosi tra i mercati come luoghi di energia e bellezza, immortalando i pasti consumati intorno al focolare, momenti di conforto, legame, dignità.

“In luoghi torturati da guerre o da calamità naturali o più semplicemente da una natura impervia – ricorda Biba Giacchetti – il cibo ha un valore profondo che sconfina nel sentimento, lenisce paure e accomuna gli esseri umani. Nelle immagini di Steve ritroviamo infine l’antica dolcezza del focolare domestico, tanto consolatoria in situazioni estreme”.
Così attraverso la fotografia raggiungiamo luoghi devastati dai conflitti, dove il cibo assume un valore quasi sacro, riscoprendo il sorriso di un bambino con un frutto in mano, tuffandoci nella vitalità dei mercati, scoprendo l’ingegno umano che trasforma ciò che la terra offre in nutrimento e bellezza.
Da maggio a settembre la mostra sarà aperta dal martedì alla domenica dalle 18 alle 22; nei mesi di luglio e agosto da martedì a domenica dalle 18:30 alle 23:30.

Dal 24 maggio al 28 settembre – Museo Civico Archeologico di Vieste

Alfred Eisenstaedt

Alfred Eisenstaedt, George Balanchine's School American Ballet. New York, USA, 1936
© Alfred Eisenstaedt_The LIFE Picture Collection | Alfred Eisenstaedt, George Balanchine’s School American Ballet. New York, USA, 1936

Il programma espositivo del 2025 di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino prosegue con una grande mostra ineditadal 13 giugno al 21 settembre, che celebra in Italia il fotografo Alfred Eisenstaedt. Autore della famosa immagine “V-J Day in Times Square“, in cui un marinaio bacia un’infermiera in mezzo a una folla festante al termine della Seconda Guerra Mondiale, Eisenstaedt è stato uno dei principali fotografi della rivista “Life”, per la quale ha raccontato il mondo e la sua contemporaneità attraverso uno sguardo divertito e indagatore.

A trent’anni dalla sua morte 
a ottanta dalla realizzazione del celebre scatto, l’esposizione curata da Monica Poggi presenta una selezione di 150 immagini, molte delle quali mai esposte, a partire dai primi scatti nella Germania degli anni Trenta, dove realizzò le inquietanti fotografie ai gerarchi nazisti, tra cui quella celeberrima a Joseph Goebbels. La mostra a CAMERA – la prima in Italia del 1984 – ripercorre tutto l’arco della sua carriera, passando dalla vita vertiginosa degli Stati Uniti del boom economico, al Giappone post-nucleare, fino alle ultime opere realizzate negli anni Ottanta.
Davanti al suo obiettivo ritroviamo anche personaggi come Sophia Loren, Marlene Dietrich, Marilyn Monroe, Albert Einstein e J. Robert Oppenheimer.
 
Due sezioni della mostra sono inoltre dedicate all’importante reportage che Eisenstaedt realizza in Europa prima della Seconda Guerra Mondiale e a quello realizzato in Italia nel dopoguerra, dove i cartelloni stradali iniziano a cambiare le prospettive e i paesaggi, riflettendo le trasformazioni sociali ed economiche in corso.
 
Lo stile di Eisenstaedt si inserisce nella grande tradizione documentaria americana, ma si arricchisce talvolta di visioni poetiche, che richiamano la pittura dell’Ottocento – come negli scatti dedicati alle ballerine di danza classica dove risuona l’eco delle opere di Degas – oppure di arguta ironia, costruita tramite scenari stranianti che richiamano gli espedienti dell’arte surrealista europea. «Quando scatto una fotografia – affermava Alfred Eisenstaedt – cerco di catturare non solo l’immagine di una persona o di un evento, ma anche l’essenza di quel momento».
 
Nato nel 1898 a Dirschau, nella Prussia Occidentale (oggi Polonia), il suo primo approccio con la fotografia avviene durante l’adolescenza, quando uno zio gli regala una Eastman Kodak Nr. 3, che lo accompagna durante tutti gli anni di studio. Alla fine degli anni Venti, inizia a lavorare per l’Associated Press, a cui segue nel 1929 la pubblicazione delle prime immagini sulla rivista tedesca “Berliner Illustrirte Zeitung”. Nel 1935, per fuggire alle leggi razziali, emigra negli Stati Uniti dove l’anno seguente inizia a collaborare con la celebre rivista americana “Life” con cui firmerà alcuni dei suoi servizi più conosciuti. Eisenstaedt muore nel 1995, all’età di novantasette anni, nella casa di villeggiatura sull’amata isola di Martha’s Vineyard.

Dal 13 Giugno 2025 al 21 Settembre 2025 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

LINK

Guido Guidi. Da un’altra parte

© Guido Guidi
© Guido Guidi

10 Corso Como presenta Da un’altra parte, una mostra personale di Guido Guidi, a cura di Alessandro Rabottini e allestita nella Galleria di 10 Corso Como dal 7 maggio al 27 luglio 2025. Concepita come un’ampia indagine sulla sua opera fotografica, la mostra si concentra sul tema dell’ombra, intesa come il risultato dell’incontro tra la luce, lo spazio e il tempo, ossia tre delle principali coordinate della ricerca di Guidi.

Guido Guidi (Cesena, 1941) è un autore internazionalmente riconosciuto per il suo contributo al campo della fotografia a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, celebrato per una visione sul paesaggio, l’architettura e le cose che è insieme lirica e analitica. Le sue immagini distillano una riflessione sulle forme più quotidiane, marginali e antimonumentali che abitiamo e che ci circondano, rendendo tattile e sospeso nel tempo ciò che spesso siamo propensi a trascurare. Nei decenni, Guidi ha affermato la
necessità di una “poetica dell’attenzione”: nelle sue opere l’atto stesso del vedere non è mai dato per scontato ma, al contrario, analizzato da molteplici punti di vista, da quello esistenziale fino ai suoi significati formali e teorici. Attraverso la costanza con cui ha scrutato e scruta gli aspetti più laterali della realtà, Guidi ha influenzato generazioni di fotografi, attraverso un linguaggio che è tanto sottile quanto seminale.

Da un’altra parte raccoglie un’ampia selezione di fotografie realizzate tra i primi anni Settanta e il 2023, in un allestimento incentrato sulla persistenza e la ricorrenza di certi temi attraverso i decenni. Nonostante Guidi concepisca, pubblichi e mostri il proprio lavoro attraverso il formato della serie fotografica, in questa mostra le opere sono state selezionate concentrandosi su singole immagini, estrapolate dalle serie di appartenenza. Le opere sono poste in dialogo le une con altre secondo un principio di tensione poetica e formale, al di là della successione cronologica e della separazione tra i generi del ritratto, della natura morta e della fotografia di architettura.

Dal 07 Maggio 2025 al 27 Luglio 2025 – Galleria 10 Corso Como – Milano

LINK

Daniele Tamagni. Style Is Life

Daniele Tamagni, "Willy Covary", 2008, stampa 2024, © Daniele Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni
Daniele Tamagni, “Willy Covary”, 2008, stampa 2024, © Daniele Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni

Il Mart dedica una mostra-omaggio a Daniele Tamagni. Negli spazi della Galleria Civica, a cura di Chiara Bardelli Nonino, Gabriele Lorenzoni, Aïda Muluneh e in collaborazione con la Daniele Tamagni Foundation, l’esposizione ripercorre la breve carriera dell’artista.

Daniele Tamagni (Milano, 1975 – 2017) inizia a fotografare in età adulta e fin da subito ottiene ottimi riscontri e riconoscimenti come il Canon Young Photographer Award, l’ICP Infinity e il World Press Photo Awards. Noto negli ambienti della fotografia della moda, profondamente legato al Trentino, dove ha trascorso parte della sua infanzia e l’adolescenza, Tamagni utilizza la fotografia come strumento di indagine sociale. I suoi scatti nelle megalopoli africane o dal Sud America mostrano la gioia di vivere, la capacità di adattamento, l’orgoglio e la gioia delle comunità urbane per l quali la moda è uno strumento per posizionarsi in una società reinventata. Le immagini dei sapeur congolesi, degli afrometals del Botswana, delle lottatrici boliviane, dei giovani gruppi di danza di Johannesburg ci ricordano il valore sovversivo e politico della moda.

Dal 17 maggio 2025 al 6 luglio 2025 – Galleria Civica Trento

LINK

In conversation. Un dialogo fotografico tra ieri e oggi

©Gianni Berengo Gardin, Bologna, 1990
©Roselena Ramistella, Deepland, 2016-2021

Cosa accade quando due sguardi, radicalmente diversi per tempo e traiettoria, si mettono in ascolto l’uno dell’altro, raccontando lo stesso Paese? Non un confronto, né una sfida. Ma un dialogo. O meglio: una conversazione.

Leica Galerie Milano ospita dal 4 giugno a fine luglio 2025 la mostra In conversation. Un dialogo fotografico tra ieri e oggi: tra Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930) e Roselena Ramistella (Gela, 1982). Con oltre 40 immagini esposte, In conversation mette in relazione due visioni che si muovono lungo binari differenti, eppure non opposti: non per accostare due generazioni ma per esplorare modi distinti di abitare il mondo con la fotografia. Gianni Berengo Gardin, maestro del bianco e nero, ha attraversato il Novecento con l’urgenza di restituire un’Italia autentica: quella del lavoro, dei riti quotidiani, delle marginalità e della bellezza inattesa. Roselena Ramistella, artista raffinata e profondamente contemporanea, parla invece di un’Italia interiore, frammentata, fatta di attese, memorie, corpi e paesaggi che raccontano identità complesse e stratificate.

Dopo Los Angeles, Madrid, Monaco di Baviera e New York, arriva a giugno la tappa italiana di In conversation, il progetto, parte del palinsesto internazionale di celebrazioni per i 100 anni della Leica I, che comprende una serie di 12 mostre ospitate in 12 Leica Galerie nel mondo per mettere a confronto un fotografo Leica Hall of Fame con un giovane talento.

Attraverso le mie fotografie ho sempre cercato di documentare i diversi aspetti della “commedia umana”: i piccoli gesti quotidiani, le relazioni, il lavoro, i legami tra le persone e gli ambienti in cui vivono, gli interni domestici, gli emarginati, le piccole e le grandi storie. La Leica, con la sua maneggevolezza, la qualità eccezionale delle ottiche e la portabilità, è stata la mia compagna fedele per tutti questi anni. Le ho usate tutte, restando sempre fedele all’analogico. La mia prima M3, acquistata nel 1954, funziona ancora perfettamente e non è mai stata revisionata.

Gianni Berengo Gardin In conversation, in occasione delle celebrazioni del centenario della Leica I, non è solo un omaggio alla macchina che ha rivoluzionato il mondo della fotografia ma è un invito ad ascoltare due voci distinte, autentiche, che si sfiorano, si interrogano, si rispettano. Due fotografie che non cercano di somigliarsi, ma che si riconoscono. Una conversazione che continua.

4 giugno – 30 luglio 2025 – Leica Galerie Milano

Giorgio Lotti. Photographer of an ERA + Maria Vittoria Backhaus

Maria Vittoria Backhaus, Collage Icon #01, Filicudi, 2008 © Maria Vittoria Backhaus

A Brescia la nuova casa della fotografia ha i colori della Cavallerizza, il nuovo spazio espositivo, a disposizione della collettività, destinato ad accogliere mostre, laboratori di fotografia e attività culturali, mirate alla valorizzazione e alla promozione dell’arte fotografica, soprattutto italiana.
Il Centro ha aperto i battenti lo scorso 12 aprile con due personali dedicate a Giorgio Lotti e Maria Vittoria Backhaus, maestri della fotografia contemporanea italiana, parte integrante del programma dell’ottavo appuntamento con il Brescia Photo Festival, promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con la Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana, con la curatela artistica di Renato Corsini.

Giorgio Lotti. Fotografo di un’Epoca è il titolo della rassegna in corso alla Cavallerizza fino all’8 giugno, curata da Renato Corsini e Laura Tenti. Fulcro del percorso è il racconto della carriera del fotografo milanese, classe 1937, tra i migliori interpreti del fotogiornalismo, una lunga collaborazione con riviste, da Epoca a Paris Match, e scatti prestigiosi conservati in importanti musei americani, ma anche a Tokyo, Pechino, al Royal Victoria and Albert Museum di Londra, al Cabinet des Estampes di Parigi.

Anticipando le più urgenti tematiche sociali degli ultimi anni, con le inchieste sull’inquinamento e sul fenomeno dell’immigrazione, realizzate negli anni Settanta, Lotti ha sempre raccontato con sguardo lucido quell’Italia che, dopo il boom economico, andava scoprendo un nuovo modo di intendere la vita. È proprio durante uno dei suoi innumerevoli viaggi che realizza una delle fotografie più iconiche del secolo scorso: il ritratto del capo di governo della Repubblica Popolare Cinese, Zhou Enlai. Uno scatto emblematico che ha dato il via al viaggio ventennale alla scoperta di una terra allora ancora lontana dall’Italia del Dopoguerra, una Cina dal volto nuovo, con la sua vita politica, le tradizioni, la quotidianità.
In mostra circa cento fotografie in bianco e nero e a colori ripercorrono la carriera di Lotti, dall’alluvione di Firenze del 1966 al disastro del Vajont del 1963, dal primo arrivo degli albanesi a Brindisi nel 1991 ai ritratti dei grandi personaggi del mondo dello spettacolo e della cultura.
Una sezione ricorda i funerali di due figure emblematiche del Novecento, san Padre Pio a San Giovanni Rotondo, ed Enrico Berlinguer.

La seconda protagonista della Cavallerizza – Centro della Fotografia italiana è Maria Vittoria Backhaus, milanese, classe 1942, al centro della personale curata da Margherita Magnino e Carolina Zani.
Fino all’8 giugno il viaggio artistico di Backhaus scorre attraverso un centinaio di fotografie, dai primi scatti in bianco e nero legati al reportage di ambito sociale e di costume, realizzati per testate come Tempo Illustrato, ABC e Il Mondo, alla moda, fino all’introduzione del colore e del digitale. A fare capolino sono la Milano degli anni Sessanta, ma anche il circo, i concorsi per cani, i ritratti di personaggi celebri come Caterina Caselli e Carla Fracci, e poi i gioielli o i collage con statuette votive, a dimostrazione della straordinaria versatilità e del costante desiderio di sperimentazione che hanno caratterizzato il suo lavoro.

Una pagina importante nella carriera di Maria Vittoria Backhaus è dedicata alla fotografia di moda, affrontata con iniziale diffidenza. Fu Walter Albini a farle cambiare atteggiamento insegnandole quanto la moda fosse complessa, ben lontana dall’essere solo un capriccio estetico. D’altra parte Maria Vittoria Backhaus più che il vestito della modella privilegiava la narrazione, considerando la fotografia come un mezzo per realizzare un progetto, per creare immagini che catturassero lo sguardo, che restituissero lo spirito dell’epoca e il contesto storico, portando il linguaggio del reportage all’interno della fotografia di moda.

I due progetti arricchiscono il corpus di mostre personali del Brescia Photo Festival, organizzate attorno al palinsesto Archivi, inaugurato con la prima vera antologica italiana di Joel Meyerowitz, in corso fino al 24 agosto al Museo di Santa Giulia, e che proseguirà alla Cavallerizza dal 13 giugno al 7 settembre con l’esposizione di Sandy Skoglund e l’omaggio a Tinto Brass.

Fino all’8 giugno nell’ambito del Brescia Photo Festival – Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana

LINK

Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi

© Gianni Berengo Gardin
© Gianni Berengo Gardin

Dal 23 maggio al 28 settembre 2025, la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, nello spazio CAMERA OSCURA dedicato alla fotografia, allestito all’interno del percorso del museo perugino, ospita la mostra “Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi”, a cura di Alessandra Mauro.

L’esposizione raccoglie 21 dei più significativi scatti realizzati da Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930) nel 1993, quando viene chiamato per documentare i luoghi dove ha lavorato il grande pittore emiliano, in occasione dell’apertura a Palazzo d’Accursio a Bologna del Museo Morandi. Prima di smantellare lo studio, era necessario che lo si immortalasse per sempre.

L’obiettivo di uno dei più importanti fotografi del Novecento penetra così negli ambienti dove sono nati i capolavori di Giorgio Morandi (Bologna, 1890-1964), per raccontare la stratificazione di luoghi tanto vissuti, l’usura e la familiarità evidente con quelle stanze che sono state abitate ogni giorno per anni.

Gianni Berengo Gardin entra così nell’intimità di Giorgio Morandi; si ferma sugli oggetti tante volte osservati e ritratti nelle tele. Con attento pudore, il fotografo registra lo spazio del pittore: il cappello lasciato sul letto, il materasso che sembra riportare ancora l’impronta del suo corpo, per proporre un piccolo grande “viaggio in una stanza” che ha la portata di una vera avventura esistenziale. Ma soprattutto Berengo Gardin fissa attraverso l’obiettivo i vasi, le bottiglie, i piatti, le caffettiere e tutte le cose che Morandi ha disposto con sapienza e ordine, prima e dopo averle riprodotte nei suoi quadri. All’interno di CAMERA OSCURA, osserviamo quindi il dietro le quinte del lavoro del maestro, con la possibilità di comprendere ancora meglio il segreto dei suoi dipinti.

Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi” anche nella sua ‘spazialità’ intende omaggiare l’arte di Berengo Gardin, evocando, nella mente del visitatore, lo studio, il luogo raccolto, intimo, della creazione artistica.

Grazie a due eccezionali prestiti dal Museo Morandi di Bologna – Giorgio Morandi, Natura morta, 1951, olio su tela; Giorgio Morandi, Natura morta con oggetti bianchi su fondo scuro, 1930, incisione all’acquaforte da matrice di rame – l’esposizione perugina crea un inedito confronto tra le immagini di Berengo Gardin, nel loro impeccabile bianco e nero, e i colori delicatissimi di Morandi, che ha trasformato un’ossessione in pura poesia: la documentazione fotografica diventa evocazione poetica, registrazione puntuale di una pratica artistica fatta di misura e contemplazione.

La mostra è realizzata in collaborazione con il Museo Morandi di Bologna, con lo Studio Berengo Gardin di Milano e con il supporto de L’orologio società cooperativa – Business Unit Sistema Museo.
Catalogo Silvana Editoriale.

Dal 22 maggio 2025 al 28 settembre 2025 – Galleria Nazionale dell’Umbria – Perugia

LINK

Karel Chotek. I viaggi italiani di un fotografo dal sangue blu

Dal 17 maggio al 22 giugno 2025 è possibile scoprire l’opera fotografica di Karel Chotek (Velké Březno, CZ 1853-1926). Appartenente ad una delle famiglie aristocratiche più importanti dell’Impero austro-ungarico, si dedicò alla fotografia dal 1885 quando, dopo la morte del padre, abbandonò le cariche diplomatiche per dedicarsi alla gestione dei patrimoni familiari. In particolare, in mostra è presentata un’ampia raccolta di scatti realizzati durante i frequenti viaggi in Italia, che l’autore aveva cominciato a compiere almeno fin dal 1895. Tra le sue mete preferite, oltre al Tirolo meridionale, c’era la Riviera Ligure. Una fotografia scattata nella località di villeggiatura di Nervi, ad esempio, fu pubblicata con il titolo An der Riviera nel 1895 sulla rivista Wiener Photographische Blätter. Per gran parte delle fotografie che Karel Chotek ha realizzato in Italia, è stato possibile identificare il luogo in cui sono state scattate. Tuttavia, alcune immagini restano avvolte nel mistero. I curatori invitano il pubblico italiano a riconoscere le località ritratte e contribuire così alla loro identificazione.

Le sue foto venivano di consueto pubblicate sulle riviste di settore. Tra quelle pervenute fino a noi ne troviamo una del 1897 sulla rivista Wiener Photographische Blätter. L’immagine raffigura una donna durante la mungitura del bestiame, lo scatto ci suggerisce un’attenzione di Chotek per lo stile dei pittori realisti.

Nei primi gruppi di fotografie, dedicati ai ritratti, il conte si serviva di tecniche specifiche, come la gomma bicromata e la stampa al carbone. Siccome la maggior parte del materiale a noi pervenuto è costituito da negativi su vetro, non possiamo affermare con certezza quale stile o tecnica di stampa avrebbe poi sviluppato maggiormente.L’opera fotografica di Karel Chotek era, di fatto, rimasta nell’oblio soprattutto durante gli anni del regime comunista. Fu solo nel 1999 che vennero scoperti, nella soffitta dell’ex scuola dei borghesi di Velké Březno, una macchina per proiettare fotografie e un pacco contenente negativi di vetro. Nel gennaio del 2001, poi, nel castello di Líčkov, vennero ritrovate diverse valigie piene di fotografie, che erano state spostate lì, intorno al 1962, dal castello di Velké Březno. Nel gennaio 2025, in un edificio vicino al castello di Velké Březno, è stata ritrovata un’altra valigia contenente negativi su vetro, molti dei quali danneggiati dal tempo. Ora si attende il lavoro dei restauratori per scoprire nuovi dettagli sul mondo fotografico di Karel Chotek.

17 maggio – 22 giugno 2025 – Casa Toesca – Rivarolo Canavese (TO)

Vertigine. Fotografie zenitali | Franco Zampetti

Franco Zampetti, Campanile di Giotto
© Franco Zampetti | Franco Zampetti, Campanile di Giotto

Mercoledì 7 maggio 2025, alle ore 15.00, negli spazi della Libreria Brunelleschi (Piazza San Giovanni 7, Firenze) si inaugura la mostra “Vertigine. Fotografie zenitali | Franco Zampetti” organizzata dall’Opera di Santa Maria del Fiore e a cura di Vincenzo Circosta e Giuseppe Giari.
 
All’inaugurazione interverranno Vincenzo Vaccaro, consigliere dell’Opera di Santa Maria del Fiore,  l’autore Franco Zampetti e i due curatori dell’esposizione.
 
Si tratta della quarta mostra realizzata nello spazio espositivo della Libreria Brunelleschi che ha come tema i monumenti dell’Opera di Santa Maria del Fiore questa volta visti attraverso le spettacolari immagini zenitali realizzate da Zampetti.
 
In mostra una selezione di sette immagini di grande formato, scelte tra quelle che Zampetti ha dedicato al complesso monumentale della Cattedrale di Firenze, che hanno come soggetto il Battistero con i matronei e i mosaici della cupola, il Campanile di Giotto con una visione del suo interno e il Duomo con la controfacciata, l’abside e la Sacrestia delle Messe. Infine una ripresa esterna, realizzata tra la facciata del Duomo e il Battistero, nella zona chiamata “Paradiso”. In mostra è possibile vedere anche un video che presenta quattordici immagini zenitali, organizzate seguendo la successione cronologica di realizzazione dei monumenti della Cattedrale di Firenze.
 
Zampetti, architetto, fotografo, cultore della storia dell’architettura e di vari interessi nel campo della fotografia, a partire dal 2008 ha realizzato 820 foto zenitali (visibili nel suo sito web) di soggetti architettonici in Italia e nel mondo. La fotografia zenitale consente di sintetizzare da un unico punto di ripresa centrale sia la visione planimetrica che quella prospettica dello spazio. Zampetti ottiene queste immagini mediante una fotocamera progettata e fatta realizzare appositamente, un apparecchio unico nel suo genere che permette di produrre fotografie prive di distorsioni geometriche e con visione complessiva più ampia di quanto si potrebbe osservare ad occhio nudo.
 
“Franco Zampetti non si accontenta di riprese usuali – spiega Vincenzo Vaccaro, consigliere dell’Opera di Santa Maria del Fiore –  ma con una visione non comune trasporta l’osservatore al centro dell’immagine. L’ampiezza del cono ottico dell’obiettivo ipergrandangolare supera il campo visivo fisiologico umano aprendo nuovi orizzonti. La fotocamera da lui stesso ideata è infatti realizzata in modo da riprendere tutto l’ambiente e far dilatare lo spazio, l’immagine così ottenuta si tramuta in un’opera d’arte che trascende l’architettura. L’osservatore che guarda queste immagini realizzate in spazi sacri, è preso da vertigine per la straordinaria visione che percepisce e viene proiettato verso l’infinito. La visione oggettiva dell’architettura diventa quindi momento soggettivo godibile come poesia pura”.
 
“Nell’osservare le fotografie zenitali di Franco Zampetti mi è immediatamente venuta in mente la prima volta che varcai la soglia di due monumenti molto famosi, il Museo Guggenheim di Bilbao e Palazzo Borromeo all’Isola Bella sul Lago Maggiore,   afferma Vincenzo Circosta co-curatore della mostra. La verticalità dei due ingressi con il loro ascendere prospettico dalle reminiscenze bizantine, credo, rispecchino perfettamente la “Vertigine” zenitale orchestrata dal fotografo. Una sorta di sublimazione verso l’Empireo che, nelle immagini scattate da Franco al Complesso Monumentale di Santa Maria del Fiore, si tramuta da fotografia d’Architettura in una sorta di testimonianza iconografica sospesa tra terreno e divino”.
 
La fotografia di Franco Zampetti potrebbe essere letta come un’asettica fotografia di documentazione. Non è così –  dichiara Giuseppe Giari, co-curatore della mostra – l’occhio perfettamente zenitale del fotografo è funzionale ad una operazione umanistica: la traslazione dei piani, da orizzontale a verticale, la ricerca finissima dell’equilibrio e dell’armonia delle linee e delle forme, il posizionamento delle architetture monumentali, quando anche non simmetriche, in un cerchio a sua volta inscritto in un quadrato, in un formato vitruviano, producono l’effetto di collocare noi osservatori al centro esatto dell’immagine, di rendere possibile a chi guarda, in questa inconsueta prospettiva, il misurarsi e il confrontarsi con la scala sovrumana delle architetture sacre”.

Dal 7 maggio 2025 al 31 agosto 2025 – Libreria Brunelleschi – Firenze

LINK

Guido Rey. Un amateur tra alpinismo, fotografia e letteratura

Guido Rey. Un amateur tra alpinismo, fotografia e letteratura

A quarant’anni di distanza, il Museomontagna dedica una nuova mostra a Guido Rey, figura poliedrica al crocevia tra alpinismo, fotografia e letteratura. I nuovi studi si sono basati sul riordino e la catalogazione, condotti nel 2024 grazie al sostegno della Regione Piemonte, del complesso di fondi Guido Rey – conservato al Centro Documentazione Museomontagna. Grazie a questo accurato lavoro, è emerso materiale fotografico e documentale inedito, finora poco valorizzato.

Un nuovo sguardo ha dunque consentito di rivalutare l’identità di un personaggio che in passato è stato confinato entro schemi fin troppo rigidi e che, invece, meriterebbe di essere riconsiderato  nella molteplicità delle sue manifestazioni, valorizzando il suo legame con la cultura piemontese e la sua apertura verso contesti più ampi: attraverso viaggi e relazioni con figure internazionali dell’alpinismo e dell’arte, Rey ha saputo, infatti, assimilare e rielaborare le suggestioni offerte dalle sue molteplici esperienze.

Il titolo della mostra richiama la definizione di Rey come amateur, ossia dilettante, termine che tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo indicava chi si dedicava a un’attività per puro passatempo. Eppure, gli esiti alpinistici, fotografici e letterari di Rey sembrano far pensare a un professionista, se si considerano anche i premi e i riconoscimenti in Italia e all’estero di cui ha goduto in vita. D’altronde, l’essere un dilettante gli ha consentito la libertà espressiva per passare con naturalezza dal disegno alla scrittura e dalla scrittura alla fotografia, «libero di inseguire le proprie aspirazioni e di realizzare i propri ideali», come ha felicemente sintetizzato Giuseppe Garimoldi, curatore della precedente mostra del 1986.

Dal 18 April 2025 al 19 October 2025 – Museo Nazionale della Montagna- Torino

LINK