Mostre consigliate a febbraio

Nuove mostre ci aspettano a febbraio, non perdiamole!

Anna

Edward Weston. La materia delle forme

Figura umana nuda accovacciata con le braccia attorno alle gambe, in un'illuminazione contrastante.
Edward Weston, Nude, 1936, Gelatin silver print, Center for Creative Photography, The University of Arizona. Gift of the Estate of A. Richard Diebold, Jr © Center for Creative Photography, Arizona Board of Regents

CAMERA presenta Edward Weston. La materia delle forme, la grande mostra organizzata da Fundación MAPFRE in collaborazione con CAMERA, che dopo le tappe di Madrid e Barcellona approda per la prima volta in Italia.

Dal 12 febbraio al 2 giugno 2026, l’esposizione riunisce 171 fotografie e offre una vasta antologia dell’opera di Edward Weston (Illinois, 1886 – California, 1958), una delle figure centrali della fotografia moderna nordamericana.

Curata da Sérgio Mah, la mostra ripercorre oltre quarant’anni di attività, dal 1903 al 1948, dalle prime sperimentazioni pittorialiste alla piena maturità della straight photography. Il percorso mette in luce il ruolo di Weston – cofondatore del Group f/64 – nel definire la fotografia come linguaggio autonomo, rigoroso e profondamente moderno, in dialogo e in contrasto con le avanguardie europee.

Attraverso immagini in bianco e nero di straordinaria precisione formale, realizzate con la fotocamera a grande formato, Weston esplora nature morte, nudi, paesaggi e ritratti diventati iconici. Radicata nel paesaggio e nella cultura statunitense, la sua opera offre una prospettiva unica sull’affermazione della fotografia come elemento centrale della cultura visiva contemporanea.

12 febbraio – 2 giugno 2026 – Camera – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio

<em>Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio</em> I Courtesy Marsilio
Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio I Courtesy Marsilio

La mostra Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio arriva a Milano con un’ampia e inedita selezione delle opere più iconiche, potenti e anticonformiste del fotografo statunitense, tra i più originali, raffinati e controversi artisti del XX secolo.

L’esposizione sarà allestita nelle sale di Palazzo Reale dal 29 gennaio al 17 maggio 2026 e rientra nel programma culturale dei Giochi Olimpici invernali di Milano Cortina 2026.

La retrospettiva, curata da Denis Curti, è il secondo atto di una più ampia trilogia, che ha avuto inizio a Venezia ne Le Stanze della Fotografia e proseguirà poi a Roma. Ogni evento esplora un percorso di studio e ricerca volto ad approfondire un differente aspetto della figura di Mapplethorpe.

A Milano il curatore accompagna il pubblico in un viaggio nella ricerca estetica del fotografo, tra i suoi nudi sensuali che si distinguono per la perfezione formale, una mimesi greca olimpica, in cui risaltano muscolatura e tensione fisica.

Accompagnano la mostra il podcast – disponibile dal 21 ottobre su Spotify, Apple Music e sulle principali piattaforme – Mapplethorpe Unframed, scritto e condotto da Nicolas Ballario e il catalogo pubblicato da Marsilio Arte, che indaga la vasta produzione e l’evoluzione del linguaggio di Mapplethorpe attraverso 257 opere.

Una mostra promossa da Comune di Milano-Cultura prodotta da Palazzo Reale e Marsilio Arte in collaborazione con la Fondazione Robert Mapplethorpe di New York.

Dal 29 gennaio 2026 al 17 maggio 2026 – Palazzo Reale – Milano

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Giovanni Gastel. Rewind

Giovanni Gastel, Costume e societa, (part.). Vanity Fair, maggio 2008. Courtesy Archivio Giovanni Gastel
© Image Service srl | Giovanni Gastel, Costume e societa, (part.). Vanity Fair, maggio 2008. Courtesy Archivio Giovanni Gastel

“Fotografare è una necessità e non un lavoro.
Rendere eterno un incontro tra due anime mi incanta”.
Giovanni Gastel
 
Dal 30 gennaio al 26 luglio 2026, Palazzo Citterio a Milano rende omaggio a Giovanni Gastel (Milano, 1955-2021), uno dei maestri della fotografia contemporanea, e alla sua parabola artistica.
 
La mostra, curata da Uberto Frigerio, realizzata da La Grande Brera con l’Archivio Giovanni Gastel, in collaborazione con l’Agenzia Guardans-Cambó, si presenta come un viaggio emotivo e immersivo che consente di rivedere la sua intera carriera da una nuova prospettiva, non cronologica ma tematica, poetica e profondamente personale.
Il suo stile si è distinto per una visione unica, filtrata dalla sua interiorità; tra i pochissimi fotografi italiani a sperimentare la post-produzione digitale fin dagli anni ’90, Gastel ha saputo unire artigianalità e innovazione, analogico e digitale, trasformando la fotografia in un linguaggio riconoscibile.
 
“È stato Giovanni stesso – racconta Uberto Frigerio – a guidarci in tutta la mostra. La ricerca del materiale tra testi e appunti privati è stata condotta con l’intento che fossero le sue parole a raccontare ogni frammento della sua vita, come capitoli emotivi. Ogni sezione nasce infatti dal suo pensiero, dalla sua voce interiore perché nessuno più di Giovanni sapeva trasformare la memoria in immagine e l’immagine in racconto. È un percorso in cui il visitatore non osserva soltanto: ascolta. Una narrazione costruita da Giovanni per Giovanni, restituita al pubblico nella sua forma più autentica”.
 
“A cinque anni esatti dalla scomparsa – afferma Angelo Crespi, Direttore Generale Pinacoteca di Brera – l’idea di celebrare non solo la carriera da fotografo, ma in primis la persona di Giovanni, mi sembra il modo migliore di rendere onore a un grande artista che ha saputo essere libero e creativo, e che tutti ricordano per l’umanità e l’empatia con cui si relazionava con gli altri nella vita di tutti i giorni. Il suo talento gli permise di creare un mondo che oggi appare, nelle sale allestite di Palazzo Citterio, esorbitante e immaginifico. Come nella recente mostra di Armani, sono convinto che l’obiettivo della Grande Brera sia di essere il centro di una città in cui buon gusto, forma e misura, bellezza e senso sono i valori fondanti; e Gastel ha esaltato al massimo grado lo stile di Milano allo stesso tempo rigoroso e audace”.
 
Il percorso espositivo, allestito da Gianni Fiori, si sviluppa all’interno di Palazzo Citterio attraverso oltre 250 immagini – di cui 140 inedite 30 scatti iconici, 10 in grande formato, polaroid, i Fondi oro – dalle prime copertine di moda del 1977 agli still life più innovativi, dalle campagne che hanno segnato la storia della moda fino ai ritratti di figure iconiche del nostro tempo, a cui si aggiungono oggetti personali e strumenti di lavoro.
 
Per la prima volta, una mostra proporrà alcuni dei suoi scritti e delle sue poesie, che sono state da sempre parti integranti del suo immaginario.
 
La rassegna è anche l’occasione per riaffermare il rapporto che ha legato Gastel alla sua città. Milano, infatti, non è semplicemente lo sfondo della sua storia professionale ma una vera e propria matrice culturale, familiare, sociale e creativa che ne ha forgiato lo stile e lo sguardo.
Cresciuto in un ambiente aristocratico milanese (la madre apparteneva alla famiglia Visconti), Gastel ha vissuto in una dimensione a metà tra aristocrazia e borghesia, cultura e industria, poesia e pragmatismo.
Da questa alchimia è nata la sua cifra stilistica elegante, precisa, intellettuale e, al tempo stesso, leggera, ironica e libera.
Milano lo ha accolto, formato, ispirato e lui ha ricambiato con immagini che ne hanno raccontato lo spirito più autentico. Non a caso Harpers Bazaar USA lo ha definito “l’ambasciatore di Milano per eccellenza, il più internazionale e il più elegante”.
Il suo impegno per la città è stato concreto: ha sostenuto iniziative sociali come Progetto Itaca Milano e la nota campagna per lo IEO di Umberto Veronesi, a testimonianza di un legame affettivo che andava oltre la fotografia.
 
Accompagna la mostra un catalogo Allemandi Editore, curato da Luca Stoppini, di oltre 300 pagine e più di 200 immagini, che ripercorrono integralmente la carriera di Giovanni Gastel, con contributi e testimonianze di amici, storici dell’arte e curatori.

Dal 30 gennaio 2026 al 26 luglio 2026 – Palazzo Citterio – Milano

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I tempi dello sguardo. 90 anni di fotografia italiana in due atti – Il Bianco e il Nero

Mario De Biasi, Milano, 1949
Mario De Biasi, Milano, 1949

Dal 16 gennaio al 28 febbraio 2026, THE POOL NYCin Palazzo Fagnani Ronzoni a Milano, presenta il secondo capitolo del format I tempi dello sguardo. 90 anni di fotografia italiana in due atti, che ripercorre la storia della fotografia italiana, dal Futurismo alla grande stagione del Neorealismo, dalle ricerche concettuali all’esperienza fondamentale di Viaggio in Italia ideata da Luigi Ghirri.

Il titolo del progetto allude alla capacità degli artisti di segnare con il loro sguardo un’epoca, “un tempo” della nostra storia, e insieme invita a ritrovare il tempo – fuori dagli eccessi della produzione visiva di oggi – per riscoprire gli straordinari talenti che hanno reso unica, anche a livello internazionale, la fotografia italiana.

Dopo l’appuntamento dedicato a quei maestri che hanno avuto nell’uso del colore una delle loro cifre più caratteristiche, ecco quello che propone le opere di autori che si sono distinti nell’utilizzo del bianco e nero.

Il percorso espositivo, composto da 80 fotografie di 28 maestri italiani e internazionali, prende avvio dal Futurismo di Renato Di Bosso, seguito dal Neorealismo di Alfredo Camisa, passando per le sperimentazioni formali del primo Mario De Biasi, quindi, approdando agli straordinari capitoli del realismo astratto e magico di Mario Giacomelli, in cui le colline e i campi coltivati delle Marche sono ridotti a segni grafici, come se il risultato finale fosse prodotto dal bulino di un incisore e non dall’obiettivo e di Antonio Biasiucci, che esplora le tracce della cultura contadina nel sud Italia, dove riti e memorie diventano oggetto da interrogare, in un dialogo crudo e spirituale con l’identità collettiva.

Franco Vaccari trasforma il banale in significativo, il marginale in poetico, e il quotidiano in arte. La sua fotografia è un manifesto che anticipa molte delle riflessioni contemporanee sull’arte partecipativa, sulla fotografia come documento, e sull’identità collettiva. 

Mario Cresci cattura l’essenza della memoria e dell’identità, con uno sguardo che attraversa paesaggi e interni popolari, traducendo in immagini le tracce sottili di culture sospese tra tradizione e mutamento.Luigi Erba lavora per ripetizione e variazione, costruendo griglie sottili in cui lo spazio si sfalda in segni minimi che rimandano a un reale ormai lontano.

Anche per questo secondo episodio, si instaurerà un dialogo con fotografi internazionali, tra cui Elliott Erwitt, Jan Groover, Horst P. Horst, Michael Kenna, William Klein, Minor White.

Durante il periodo di apertura, Palazzo Fagnani Ronzoni ospiterà una serie di eventi collaterali, come incontri, talk, presentazione di libri, serate a tema con artisti, storici e critici della fotografia.

Artisti: Antonio Biasiucci, Alfredo Camisa, Giuseppe Cavalli, Franco Chiavacci, Mario Cresci, Mario De Biasi, Patrizia Della Porta, Renato Di Bosso, Mario Dondero, Luigi Erba, Mario Giacomelli, Franco Grignani, Pio Monti, Enzo Obiso, Franco Vaccari, Luigi Veronesi, Egon Egone, Elliot Erwitt, Ralf Gibson, Arthur Gerlach, Jan Groover, Lucien Hervé, Horst P. Horst, Kennet Josephson, Michael Kenna, William Klein, Joost Schmidt, John Stewart, Minor White, Silvio Wolf, Willy Zielke.

Dal 15 gennaio 2026 al 28 febbraio 2026 – The Pool NYC | Palazzo Fagnani Ronzoni – Milano

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Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza

Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza, Museo di Roma a Palazzo Braschi
Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza, Museo di Roma a Palazzo Braschi

Un percorso che porta il pubblico dentro il lavoro di chi fa ricerca sui beni culturali, mostrando non solo ciò che del patrimonio è visibile, ma soprattutto ciò che solitamente resta nascosto: metodi, strumenti, competenze e interpretazioni che ogni giorno permettono di comprenderlo, conservarlo e raccontarlo.
È questo lo spirito di “Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza”, la mostra a cura di Fabio Beltotto e organizzata dalla Fondazione CHANGES, che apre il 16 gennaio 2026 nelle storiche sale del Museo di Roma – Palazzo Braschi. L’esposizione nasce nell’ambito del progetto CHANGES – Cultural Heritage Active Innovation for Sustainable Society, finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca con fondi PNRR – NextGenerationEU, e che riunisce università, istituzioni culturali e imprese impegnate a ripensare il rapporto tra patrimonio, società e innovazione.
Il percorso si sviluppa attraverso fotografie, video, installazioni e materiali digitali, frutto di una collaborazione diretta tra i fotografi — Alessandro Cristofoletti, Mario Ferrara, Paolo Pettigiani, Claudia Sicuranza, Francesco Stefano Sammarco e Futura Tittaferrante — e i team di ricerca dei partner nazionali del progetto CHANGES, tra cui Sapienza Università di Roma, Università Ca’ Foscari Venezia, Università degli Studi Roma Tre, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Università degli Studi di Napoli Federico II, il Consiglio Nazionale delle Ricerche e molte altre realtà coinvolte nelle diverse linee progettuali.

Le immagini e le installazioni interattive in mostra raccontano le principali aree della ricerca applicata ai beni culturali: dall’archeobotanica, che permette di ricostruire gli ambienti e le ecologie del passato, al patrimonio della moda come sistema complesso di memorie materiali e immateriali; dalle indagini sul paesaggio come intreccio dinamico tra storia, comunità e territorio, alle sperimentazioni sui digital twin che rendono accessibili nel tempo opere d’arte, allestimenti, collezioni e contenuti museali.
Ogni sezione è il risultato di un lavoro congiunto tra ricercatori e artisti, un dialogo che permette alla fotografia di diventare non semplice documento, ma strumento di interpretazione capace di far emergere connessioni e storie spesso invisibili.

«Questa esposizione rappresenta un momento di restituzione fondamentale per l’intera rete di partner coinvolti in CHANGES. Negli ultimi tre anni l’intero partenariato ha contribuito a creare un sistema nazionale capace di innovare il modo in cui il patrimonio viene studiato, condiviso e vissuto. in Beyond Heritage questa missione prende vita, mostrando come la ricerca — nelle sue dimensioni scientifiche, sociali e culturali — sia un processo collettivo che rafforza la nostra capacità di comprendere il patrimonio come risorsa viva e collettiva». – Antonella Polimeni, Presidente della Fondazione CHANGES
«Beyond Heritage nasce dal desiderio di valorizzare il lavoro quotidiano delle ricercatrici e dei ricercatori. La mostra non restituisce solo risultati: rende visibili i processi, le tecniche, le pratiche e le collaborazioni che trasformano il patrimonio in un uno strumento di scambio e conoscenza. È un omaggio alla rete interdisciplinare che sostiene il progetto CHANGES e alla sua capacità di costruire nuove forme di interpretazione e di tutela del patrimonio culturale». – Fabio Beltotto, curatore
La mostra “Beyond Heritage. Un percorso fotografico tra arte e scienza” è in collaborazione con Musei in Comune Roma e Zetema Progetto Cultura.

Dal 16 gennaio 2026 al 28 febbraio 2026 – Museo di Roma a Palazzo Braschi

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Il mondo e la tenerezza. Walter Rosenblum Master of Photography


 Oltre 110 fotografie vintage raccontano il Novecento attraverso uno sguardo umano, empatico e potente. Dal 3 dicembre 2025 al 19 febbraio 2026, il Centro Culturale di Milano ospita la mostra Il mondo e la tenerezza, dedicata a Walter Rosenblum, uno dei grandi maestri della fotografia sociale del XX secolo. Un progetto espositivo di respiro internazionale che porta in Italia, per la prima volta, una selezione ampia e significativa del suo lavoro.

La mostra, curata da Roberto Mutti, offre un’occasione rara per entrare in contatto con uno sguardo capace di unire rigore documentaristico e profonda empatia.

Walter Rosenblum (1919–2006) è stato una figura centrale della fotografia americana del XX secolo. Il suo lavoro si colloca tra la fotografia sociale di Lewis Hine e il reportage umanistico di Paul Strand, ma trova una voce del tutto personale nel modo in cui racconta le persone comuni.

Per Rosenblum la fotografia non è mai distanza. È incontro, ascolto, rispetto. Le sue immagini non cercano l’eccezionale, ma l’essenziale: la vita quotidiana, le relazioni, la dignità che resiste anche nelle condizioni più difficili.

Come suggerisce il titolo della mostra, Il mondo e la tenerezza convivono due dimensioni apparentemente opposte. Da un lato la realtà storica, sociale e politica del Novecento; dall’altro uno sguardo intimo e partecipe che attraversa anche la guerra, la povertà e l’emarginazione.

Il percorso espositivo attraversa l’intera carriera di Rosenblum, dalle prime immagini scattate negli anni Trenta fino ai lavori più maturi. Le fotografie raccontano l’esperienza degli immigrati negli Stati Uniti, la vita nei quartieri popolari di New York, le conseguenze dei conflitti europei, fino alle immagini realizzate durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ogni scatto restituisce centralità all’essere umano, che non viene mai ridotto a semplice soggetto fotografico, ma diventa protagonista di una storia più ampia.

Ancora giovanissimo, Rosenblum entra nella Photo League, un collettivo che ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della fotografia sociale americana. Qui matura una visione etica della fotografia come strumento di responsabilità civile. Durante la Seconda Guerra Mondiale lavora come fotoreporter per l’esercito americano. Documenta lo sbarco in Normandia e realizza le prime riprese del campo di concentramento di Dachau.
Esperienze che segnano profondamente il suo lavoro e il suo modo di guardare il mondo, senza mai rinunciare a uno sguardo umano.

All’interno del programma della mostra è prevista la proiezione del film “Walter Rosenblum. In Search of Pitt Street”, diretto da Nina Rosenblum, figlia del fotografo e regista di rilievo internazionale.
La proiezione si terrà giovedì 4 dicembre 2025 presso l’Auditorium del Centro Culturale di Milano, con ingresso libero su prenotazione.

Dal 3 dicembre 2025 al 19 febbraio 2026 – Centro Culturale di Milano

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Paolo Di Paolo, fotografie ritrovate

Un ragazzo con una maglietta a righe tiene in braccio un gatto mentre osserva un'autostrada in lontananza, circondato da un paesaggio rurale.

Una retrospettiva di circa 300 fotografie di un fotografo che con delicatezza, rigore e sapienza ha raccontato l’Italia che rinasceva dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale.

È stato il fotografo più̀ amato de Il Mondo di Mario Pannunzio, dove in 14 anni ha pubblicato 573 foto, e collaboratore tra i più assidui del settimanale Tempo, con reportage dall’Italia e dal mondo. Ha ritratto divi del cinema, scrittori, artisti, nobiltà̀, intellettuali e gente comune. Ha percorso le coste italiane con Pier Paolo Pasolini raccontando le vacanze degli italiani.
Le sue foto, riscoperte dalla figlia dopo più di cinquant’anni di oblio, sono state presentate in modo organico, per la prima volta, in una grande mostra al MAXXI di Roma nel 2019. Oggi, a cento anni dalla nascita, Silvia Di Paolo ha rivisitato l’archivio di suo padre e insieme a Giovanna Calvenzi propone un nuovo sguardo sul suo sorprendente lavoro che inizia con le inedite immagini realizzate agli esordi, ripercorre il lungo impegno dedicato a raccontare i mutamenti della società italiana, il mondo del cinema, i viaggi all’estero.

La mostra, che mescolerà molte fotografie inedite e per la prima volta anche a colori, insieme a materiali d’archivio, video, riviste d’epoca e documenti originali, avrà un focus dedicato alla città di Genova.

23 Ott 2025 — 06 Apr 2026 – Palazzo Ducale – Genova

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EDEN. Il giardino dell’anima – Anna Caterina Masotti

Ritratto in bianco e nero di una donna di spalle, con un tatuaggio e ombre di felci sulla pelle.

Dopo Thea Maris. Risonanze del MareAnna Caterina Masotti torna a Bologna nell’ambito di ART CITY Bologna 2026 e ART CITY White Night, con il patrocinio di Azimut, in occasione di Arte Fiera con un progetto inedito che si svilupperà negli spazi dello splendido Palazzo Tubertini, sede bolognese di Azimut Capital Management SGR SpA, società del gruppo Azimut, tra le più importanti realtà indipendenti nella gestione dei patrimoni. La mostra è organizzata da Laura Frasca Art Manager della fotografa, ed è accompagnata da un testo di Benedetta Donato, curatrice e critica della fotografia.

Il suo nuovo lavoro si intitola Eden. Il Giardino dell’anima. L’Eden che Anna Caterina prova a scoprire e a portarci è un luogo dove uomo e natura, corpo e materia si ascoltano in silenzio. Nel punto in cui si sfiorano accade qualcosa, una forma viva prende respiro.  

Le immagini non raccontano una storia, ma una soglia: un luogo dove la percezione diventa presenza e dove l’umano non domina, ma accoglie.

Questo percorso trova la sua più compiuta sintesi concettuale e visiva nella sala principale di Palazzo Tubertini, sede di Azimut a Bologna, che diventa il cuore pulsante dell’esposizione.

L’ambiente, caratterizzato da ampie vetrate in ferro battuto, da un soffitto che richiama l’architettura di una serra e da colonne decorate, evoca con forza l’atmosfera dei Giardini d’Inverno vittoriani e Liberty. Un luogo sospeso tra interno ed esterno, tra natura e architettura, che diventa metafora visiva ed emotiva del progetto espositivo.

La mostra presenta diciassette opere fotografiche, un numero carico di significati simbolici. È tradizionalmente associato alla speranza, alla trasformazione spirituale, alla realizzazione del desiderio e all’immortalità dell’anima. Rappresenta un cammino di evoluzione e crescita interiore, riflettendo il bisogno di mutamento e di libertà che attraversa l’universo femminile al centro della ricerca dell’artista.

Le foto, come da tratto distintivo di Anna Caterina, sono stampate su chiffon in seta con ricami in Lurex color oro a creare dei piccoli e delicati contrappunti all’interno dell’immagine.

La selezione iconografica si articola attorno a nuclei tematici precisi.

Le figure femminili, incarnazione dell’anima della donna, sono interpretate dalla figlia dell’artista, elemento che introduce un profondo livello di autenticità legato alla maternità, all’identità e alla continuità generazionale.

Elementi centrali della narrazione visiva sono la farfalla, simbolo universale di trasformazione, rinascita ed evoluzione dell’anima, e i dettagli botanici. I primi piani di piante come Monstera deliciosa, papiro ed edere rampicanti richiamano il vocabolario decorativo dell’Art Nouveau e del Liberty, che celebravano la vitalità, la sinuosità e la forza generativa della natura.

Infine le ombre, spesso avvolgenti le figure, assumono un ruolo simbolico potente: rappresentano l’inconscio, il paesaggio interiore e le zone non illuminate dell’identità femminile, suggerendo una dimensione introspettiva e psicologica che attraversa l’intera esposizione.

L’esperienza della mostra è completata da un allestimento sensoriale e multimediale che amplifica il concetto di giardino interiore. È stato creato infatti un brano musicale che lo accompagnerà, una rielaborazione curata dal produttore musicale Giorgio Cencetti. La composizione unirà brani di musica classica moderna a un tappeto sonoro tipico dei giardini d’inverno, includendo il cinguettio dei passeriformi all’interno delle voliere e il suono ambientale della pioggia che colpisce il vetro della serra.

Nella sala secondaria, a sinistra dell’ingresso, un video mapping di una fontana proiettato sulla parete introduce l’elemento dell’acqua, simbolo di emozione, vita e flusso interiore, evocando al contempo il lusso decorativo dei giardini d’inverno storici.

Il corridoio d’entrata diventa infine un percorso intimo verso l’inconscio. Qui, due installazioni guidano il visitatore: sul fondo del corridoio, la proiezione di un’ombra femminile che sussurra una frase e batte le ciglia accompagna simbolicamente l’ingresso nel “Giardino dell’anima”; nella sala adiacente a destra, un video mapping di rami e foglie mossi dal vento simula la luce filtrata da una vetrata, alludendo al mondo esterno che sfiora delicatamente la serra.

Eden. Il Giardino dell’anima si configura così come un’esperienza immersiva e poetica, in cui fotografia, spazio, suono e immagine in movimento concorrono a costruire un racconto intimo e universale sul femminile, sulla trasformazione e sulla ricerca di un luogo interiore di armonia.

“Attraverso dettagli fugaci — una spalla nuda accarezzata da una farfalla, l’edera che si arrampica su un muro antico, la pelle che si fa corteccia — si dischiude un mondo in cui ogni forma vivente è eco dell’altra. Il corpo si fa paesaggio e la natura assume tratti umani. Come nei manifesti di Mucha o nelle architetture vegetali di Gaudí, anche nel mio progetto ogni immagine si fa ornamento, ogni frammento si lega con l’altro in un fluire armonioso di forme e sensazioni. Fiori che sembrano sussurrare, fontane che si aprono come petali d’acqua, cortecce che portano i segni del tempo: sono tracce, segni lasciati dalla natura sulla pelle del mondo, e viceversa. Non si tratta solo di osservare, ma di sentire il battito comune che unisce ciò che cresce, si trasforma, si posa, respira. Un invito alla tenerezza, alla cura, alla consapevolezza di far parte di un tutto più grande. In un tempo in cui il legame con la natura è spesso spezzato o dimenticato, vorrei suggerire una bellezza che non urla, ma sussurra. Una bellezza che si arrampica silenziosa come l’edera, si posa lieve come una farfalla, e ci ricorda che vivere è appartenere.”

Dal 29 gennaio al 12 febbraio 2026 – Bologna, Palazzo Tubertini

Italia di mezzo – Autori Vari

Vista notturna di un canale che scorre accanto a edifici industriali, con fuochi d'artificio che brillano nel cielo.

Com’è articolata e quali sono i temi che pone alla transizione socio-ecologica tutta quella parte intermedia del Paese, compresa tra aree metropolitane e aree interne, tra grandi città e territori
periferici e marginali? L’Italia di mezzo, come la definiamo, corrisponde a circa il 60% del territorio nazionale e comprende un insieme variegato di contesti, paesaggi, comunità e storie locali: città medie, reti policentriche di piccoli e medio-piccoli comuni, pianure e colline abitate, sistemi urbanizzati pedemontani e vallivi, contesti di dispersione insediativa. Dopo decenni di attenzione alle aree
metropolitane e, in anni più recenti, alle aree remote e interne, la maggior parte del territorio italiano è rimasta priva di rappresentazioni e di visioni, rendendo questi territori meno attrezzati per affrontare le sfide del presente e cogliere le opportunità nel prossimo futuro. La mostra e il ciclo di seminari ed eventi che la accompagnano racconta il lavoro di ricerca e di esplorazione territoriale condotto negli ultimi tre anni da un ampio gruppo di ricercatrici e ricercatori del Politecnico di Milano e di altri Atenei nella provincia italiana.
L’obiettivo è duplice: da un lato, comprendere le trasformazioni in atto attraverso un’analisi approfondita di processi nazionali e di fenomeni locali; dall’altro, immaginare traiettorie possibili, più
sostenibili, inclusive e resilienti.
La mostra restituisce e discute alcuni temi e questioni rilevanti (scuola, casa, produzione, agricoltura, suolo, energia) attraverso un percorso di esplorazione che ha utilizzato strumenti diversi: mappe e repertori cartografici per restituire dati e dinamiche territoriali; voci e storie di luoghi, pratiche e contesti; racconti fotografici che permettono di cogliere i paesaggi e costruire sguardi.
Un ciclo di tre seminari discuterà le ipotesi e gli esiti della ricerca attraverso i volumi pubblicati (Italia di mezzo, Donzelli 2024; Collana dei Ritratti dell’Italia di mezzo, 2025-26) e le campagne fotografiche; un programma di proiezioni affiancherà visioni cinematografiche e storie (tre serate cineforum); una giornata di studio concluderà i lavori riflettendo sulle prospettive di ricerca e di azione per i ritratti dell’Italia di mezzo.

Fotografie:
Enrico Bedolo, Tomaso Clavarino, Cédric Desasson, Giovanni Hänninen, Peppe Maisto, Paolo Mazzo,
Michele Nastasi, Gioia Onorati, Andrea Pertoldeo, Fausta Riva, Filippo Romano, Andrea Simi.

21.01.26 – 13.02.26 – Politecnico di Milano

Il paese della biodiversità. Il patrimonio naturale italiano

Bruno D’Amicis, Volpe rossa, Molise
© Bruno D’Amicis | Bruno D’Amicis, Volpe rossa, Molise

Arriva al largo pubblico, dopo lo straordinario successo riscosso lo scorso anno, dal 22 gennaio al 27 febbraio 2026 nello spazio Corner del MAXXI – il Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, la mostra Il paese della biodiversità. Il patrimonio naturale italiano di National Geographic Italia e del National Biodiversity Future Center(NBFC), il primo centro di ricerca italiano sulla biodiversità finanziato da PNRR-Next Generation EU.

Una cinquantina di magnifici scatti di The Wild Line – il collettivo di fotografi naturalistici composto da Marco ColomboBruno D’Amicis e Ugo Mellone – selezionati da National Geographic Italia esplorano in modo altamente suggestivo il complesso rapporto tra l’uomo e l’ambiente, e il modo in cui le attività umane incidono sulla biodiversità. La mostra risponde al desiderio di utilizzare la forza delle immagini per trasmettere ad un pubblico intergenerazionale e multisociale, un messaggio importante: la biodiversità italiana e mediterranea va protetta con la forza del sapere, della scienza e dell’innovazione.

La missione di conservazione e valorizzazione ambientale, restituendo centralità a ciò che ci circonda e ripristinando l’equilibrio perduto tra l’uomo e la natura, rimanda a una responsabilità condivisa. «NBFC fa della scienza non solo un ponte tra paesi – attraverso la recente ratifica di accordi internazionali e l’inaugurazione di una stagione della diplomazia scientifica – ma anche tra discipline. Afferma Luigi Fiorentino, presidente di NBFC. La collaborazione del centro con National Geographic Italia nell’allestimento della mostra ne è la dimostrazione concreta e nasce con l’intento di parlare attraverso le immagini ad un pubblico sempre più ampio capace di coinvolgere anche giovani e giovanissimi, stimolando curiosità per lo studio scientifico e per la salvaguardia della biodiversità, come sancito dall’art 9 della nostra Costituzione. La fotografia diventa una nuova forma di comunicazione che va oltre il soggetto inquadrato, uno strumento di sensibilizzazione rispetto a tematiche di estrema urgenza.»

Il percorso espositivo multimediale rappresenta un vero e proprio viaggio alla scoperta del lato più selvaggio e meno conosciuto della flora e della fauna del nostro paese. Lo fa attraverso lo sguardo di tre fotografi naturalistici, scienziati, che danno testimonianza di un paesaggio policromato e della stupefacente varietà della biodiversità italiana. Grazie alla sua posizione strategica protesa nel Mediterraneo, alla sua geomorfologia, e al fatto di trovarsi sulle importanti rotte migratorie di molte specie di uccelli tra l’Africa e il Nord Europa, l’Italia è il paese europeo con la più grande varietà di specie viventi e il più alto tasso di specie endemiche. Più del 50% delle specie vegetali e il 30% delle specie animali in Europa sono presenti esclusivamente nel nostro paese. La sua posizione privilegiata, con l’intera area mediterranea considerata un hotspot, la espone, tuttavia, a rischi significativi legati al cambiamento climatico: siccità e desertificazione nelle regioni meridionali, aumento della temperatura del mare e incremento degli eventi meteo estremi sono tutti elementi che possono concorrere ad alterare ecosistemi fragili, spesso già sotto pressione per l’impatto delle attività umane.

Lo spiega bene il documentario che quest’anno arricchisce l’esposizione: il National Biodiversity Future Center ha identificato nel recupero a lungo termine e duraturo della biodiversità vegetale e animale e nel ripristino degli ecosistemi terrestri e marini una delle sfide cruciali per l’Italia e l’intero bacino del Mediterraneo, i cui ecosistemi sono gravemente compromessi (oltre il 30%), poiché la tutela della biodiversità non è solo una questione ambientale ma è anche intrinsecamente legata alla dimensione economica di un paese. Ogni ecosistema, infatti, produce valore grazie a cose come l’acqua pulita, il suolo fertile e l’aria respirabile: elementi invisibili e nondimeno fondamentali, che conferiscono alla biodiversità un valore economico ed essenziale per la salute dei cittadini.

«Il potere evocativo delle immagini esposte in mostra invita i visitatori a riflettere sulla ricchezza e sulla fragilità degli ecosistemi italiani e sull’urgenza di adottare nuove strategie per conservare gli habitat naturali – spiega iI direttore generale di NBFC Riccardo Coratella che ha coordinato i lavori. Dalle piante agli invertebrati, dagli uccelli agli animali acquatici, ad alcuni dei mammiferi più iconici del nostro patrimonio naturalistico, ogni fotografia è il racconto di una specie, del suo comportamento, dei rischi a cui è sottoposta.»

«Questa mostra è, prima di tutto, un piccolo racconto della ricchezza del nostro patrimonio naturale, che ritrae specie iconiche come l’orso marsicano, il lupo, la lince, ma anche animali di cui molti di noi non conoscono nemmeno l’esistenza e che pure hanno un ruolo cruciale nei nostri ecosistemi. In questo senso, il messaggio che racchiude è che la natura va salvaguardata nel suo insieme, nella sua complessità, e che la biodiversità del nostro paese è un capitale di valore inestimabile» afferma Marco Cattaneo,direttore di National Geographic Italia.

Dal 21 gennaio 2026 al 27 febbraio 2026 – MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo – Roma

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Mostre di fotografia consigliate a gennaio

Iniziamo il nuovo anno godendoci una bella mostra di fotografia, tra quelle che vi consigliamo di seguito.

Anna

Magnum America. The United States

Un uomo vestito in abito formale sorridente, mentre si avvicina a un gruppo di mani protesi verso di lui in un evento affollato.
Foto. © Raymond Depardon/Magnum Photos, 1968

Che cos’è l’America? Attingendo dagli archivi dell’Agenzia Magnum Photos la mostra Magnum America pone al visitatore questa domanda. Organizzata in capitoli decennali che vanno dagli anni ’40 ai giorni nostri, l’esposizione promossa da Forte di Bard e Magnum Photos nel solco di una consolidata collaborazione sul fronte della fotografia storica e di costume, mette a confronto persone ed eventi ordinari e straordinari, offrendo un’interpretazione commovente del passato e del presente degli Stati Uniti d’America, mettendone al contempo in discussione il futuro.
La mostra si basa sull’ampia pubblicazione “Magnum America” edita da Thames & Hudson nel 2024.

Fin dalla sua fondazione nel 1947, Magnum Photos è stata profondamente intrecciata con la storia dell’America: i suoi ideali, le sue contraddizioni e le sue trasformazioni. Per molti dei fondatori europei di Magnum, l’America rappresentava sia una nuova frontiera che un banco di prova per la narrazione fotografica. Robert Capa ha catturato il glamour di Hollywood e l’ottimismo della vita del dopoguerra, mentre l’occhio attento di Henri Cartier-Bresson ha analizzato i rituali e i ritmi del Paese con uno sguardo distaccato e antropologico. Con la crescita dell’agenzia, fotografi americani come Eve Arnold, Elliott Erwitt e Bruce Davidson hanno contribuito con prospettive privilegiate, documentando tutto: dal movimento per i civili e le proteste contro la Guerra del Vietnam, ai ritratti intimi della vita quotidiana nelle piccole città e nelle grandi metropoli.

Nel corso dei decenni, l’obiettivo di Magnum ha seguito i trionfi e i traumi dell’America: il V-day, la Marcia su Washington, Woodstock, l’11 settembre, le campagne presidenziali, gli eventi sportivi, le manifestazioni culturali, i disastri naturali e le profonde cicatrici della disuguaglianza razziale ed economica. Insieme, queste immagini formano un mosaico a volte celebrativo, a volte critico, sempre alla ricerca e che continua ad interrogarsi su cosa sia l’America, e cosa potrebbe diventare.

08/12/2025 – 08/03/2026 – Forte di Bard – Aosta

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Tina Modotti. L’opera

Locandina della mostra 'Tina Modotti. L'opera' con un'immagine di una figura che tiene un bambino in braccio, su sfondo arancione.

Fortemente voluta dalla Sindaca Vittoria Ferdinandi e dall’Assessore alle Politiche culturali Marco Pierini, la mostra si presenta come l’esito di un viaggio alla scoperta di un’artista che sviluppò uno stile unico, caratterizzato da sperimentazione e una forte sensibilità sociale, denso di immagini, documenti, video e oggetti personali che ricostruiscono ed evocano il lavoro e la vita di una delle più emblematiche fotografe del Novecento.
L’esposizione “Tina Modotti. L’opera”, curata da Riccardo Costantini, nasce da uno straordinario progetto di ricerca, frutto di decenni di viaggi, contatti e scoperte in vari luoghi del mondo, seguendo la vita errante della fotografa, che approda a Palazzo della Penna dove viene offerta ai visitatori un’esperienza unica, emozionante ed estremamente ricca, che può contare anche su alcuni scatti inediti, frutto delle ultime ricerche svolte dello stesso curatore, in Messico e negli Stati Uniti.

Assunta Adelaide Luigia Saltarini Modotti, detta Tina (1896-1942) è stata una figura poliedrica – attrice, modella, attivista, autrice di saggi, pittrice e fotografa – la cui vista si intreccia con la storia politica e culturale del Novecento, e le cui vicende di vita hanno spesso fatto dimenticare la sua opera e le sue eccelse capacità artistiche.

In mostra oltre 200 immagini che raccontano l’intensa attività di questa grande fotografa, moltissimi documenti rari, video e audio, e la possibilità di poter ammirare la macchina fotografica che usava all’epoca e alcuni oggetti personali appartenuti a Tina Modotti, come la sua preziosa borsa “istoriata” da viaggio. Tutto questo fa della mostra perugina il ritratto più completo, mai offerto prima in Italia, di quella che è stata definita “la più famosa artista sconosciuta del 20° secolo”.

Dalle prime esperienze a Hollywood, dove recita in film muti e si avvicina alla fotografia grazie a Edward Weston, fino alla maturità artistica in Messico, Modotti sviluppa il suo stile unico di “fotografie oneste”, libere da virtuosismi, attente all’immediatezza e alla sperimentazione. Le sue immagini raccontano la bellezza e la dignità del lavoro, la condizione femminile, le contraddizioni del progresso e il fervore politico di un’epoca segnata da grandi trasformazioni.

Tra i nuclei più significativi, spiccano gli scatti dedicati alle donne di Tehuantepec (1929), testimonianza dell’impegno sociale e antropologico, nonché di profonda attualità in una mostra che, fin dal manifesto scelto per raccontarla in sintesi, parla con grande attualità della dignità delle donne, della loro nobiltà, della loro capacità di essere protagoniste, o nella storia (con l’attivismo politico) o nella società (lavoratrici ma al contempo madri).

Una sezione speciale ricostruisce la prima e unica esposizione realizzata da Modotti nel 1929, offrendo una chiave di lettura unica sulla sua poetica, ricostruendo – in un atto di rispetto commovente, accompagnato da rare musiche d’epoca – una “mostra nella mostra”, come l’aveva immaginata allora la stessa Tina.

La mostra monografica è promossa dal Comune di Perugia in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino e Cinemazero di Pordenone, che custodisce l’archivio Modotti più ampio al mondo, e con il gestore dei servizi per il pubblico e delle attività di valorizzazione del circuito museale comunale, Le Macchine Celibi soc. Coop.

dal 19 Dicembre 2025 al 12 Aprile 2026 – Palazzo della Penna Centro per le arti contemporanee – Perugia

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Franco Pinna. Sardegna a colori. Fotografie recuperate 1953–67

Franco Pinna, Manifestazione dei pastori, 1967
© Archivio Franco Pinna, Roma/Bologna tutti i diritti riservati | Franco Pinna, Manifestazione dei pastori, 1967

Con Franco Pinna. Sardegna a colori. Fotografie recuperate 1953–67, il MAN prosegue la riflessione sul linguaggio fotografico e il suo rapporto con la Sardegna, territorio di ispirazione e sperimentazione per generazioni di artisti. La mostra, che celebra il centenario della nascita del fotografo maddalenino (La Maddalena 1925 – Roma 1978), maestro della fotografia italiana del Novecento, riporta alla luce un corpus a lungo dimenticato, restituendo una dimensione nuova e sorprendente del suo sguardo: quella del colore. In dialogo con le recenti ricerche del museo su autori e visioni del paesaggio sardo, l’esposizione amplia la nostra percezione di un fotografo che molti hanno conosciuto solo attraverso il bianco e nero.

Il percorso della mostra, composto da circa ottanta opere tra stampe fotografiche a colori — in larga parte raramente esposte – e materiali d’archivio, propone un viaggio nella storia visiva e professionale di Pinna, offrendo nuovi elementi di valutazione critica della sua opera. Le immagini scelte, frutto di un lungo lavoro di recupero e restauro digitale delle cromie originali, sono accompagnate da fotografie di raffronto dello stesso soggetto in bianco e nero, oltre a diapositive, strumenti di lavoro provenienti dall’Archivio Franco Pinna, a testimonianza della complessità del suo approccio documentario. Una selezione di pubblicazioni d’epoca, fra cui “Vie Nuove”, “Noi Donne”, “L’Espresso” e “Panorama”, spiega la ragione del suo impegno con il colore, destinato alle riviste del tempo e alle loro pagine patinate, che richiedevano un senso di attualità e non la storicizzazione tipica del classico bianco e nero.

La mostra prende avvio da Orgosolo 1953, prima campagna fotografica a colori realizzata da Pinna in Sardegna, per poi attraversare le tappe più significative della sua produzione isolana: Canne al vento (1958), Argia a Tonara (1960) immagini per il celebre volume Sardegna. Una civiltà di pietra (1961), fino alle cronache sul banditismo e le proteste dei pastori del 1967. Le sequenze, disposte come un racconto di lunga durata, restituiscono l’evoluzione di un linguaggio che trova nel colore una dimensione autonoma e poetica, capace di cogliere la materia viva della Sardegna arcaica e modernissima insieme.

A emergere è la tensione tra documento e rito, che percorre tutta la sua opera: un modo di attraversare la realtà che, come scriveva Federico Fellini nel 1976, rivela in Pinna “una lentezza da ierofante”, sospesa tra lo sguardo dello scienziato e quello del sacerdote.
È proprio in questa dimensione sospesa tra documento e rito che la mostra del MAN invita a rileggere la sua opera: come un attraversamento della realtà che diventa rivelazione.

Dal 5 Dicembre 2025 al 1 Marzo 2026 – MAN Museo d’arte Provincia di Nuoro

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GRANDI MAESTRI DELLA FOTOGRAFIA. LÁSZLÓ MOHOLY NAGY

László Moholy‑Nagy, Untitled
László Moholy‑Nagy, Untitled

Giovedì 27 novembre 2025 alle ore 19.00, presso la Galleria del Palazzo Falconieri in via Giulia, si inaugura il nuovo appuntamento della serie Grandi Maestri della Fotografia promossa dall’Accademia d’Ungheria in Roma. Dopo Robert Capa e André Kertész, la rassegna rende omaggio a un altro illustre artista di origine ungherese: László Moholy‑Nagy, uno dei protagonisti più versatili e influenti del Novecento.

La mostra, realizzata in collaborazione con il Robert Capa Contemporary Photography Center di Budapest e con il sostegno del Ministero della Cultura e Innovazione ungherese, presenta circa sessanta opere selezionate dalla Collezione della Fondazione Moholy‑Nagy. L’esposizione è arricchita da fotografie legate alla sua vita, estratti dei suoi film e installazioni che ne raccontano la ricerca artistica.

La struttura dell’allestimento si ispira al linguaggio formale del Bauhaus: un grande pannello luminoso retrostante illumina le immagini stampate su superfici trasparenti. Saranno visibili il suo studio (con Lucia Moholy‑Nagy) a Dessau nel 1926, il suo ufficio di Chicago nel 1937, l’allestimento di una mostra a Brno nel 1935, scenografie e bozzetti per spettacoli teatrali, nonché un copione cinematografico disegnato. L’esposizione mostra come la “nuova visione” da lui creata si manifesti in diversi ambiti e attraversi tutta la sua vita, rivelando quanto l’universo visivo dei suoi film coincida con la composizione delle sue fotografie e come l’astrazione dei suoi fotogrammi conduca al mondo delle sue fotografie e dei suoi collage.

L’esposizione sarà aperta al pubblico fino al 28 febbraio 2026 e sarà accompagnata, al Piano Nobile del Palazzo Falconieri, dalla mostra Risonanza – in omaggio a László Moholy‑Nagy, a cura di Pál Németh, che presenta opere di sei artisti contemporanei – Zsolt Gyenes, Anita Egle, Ferenc Forrai, Olívia Zséger, Márta Krámli Balázs Veres – spontaneamente sintonizzati con l’eredità del maestro, generando una risonanza creativa che ne rinnova la presenza.

Dal 27 Novembre 2025 al 28 Febbraio 2026 – Accademia d’Ungheria in Roma – Palazzo Falconieri – Roma

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Walter Rosenblum. Il mondo e la tenerezza

Walter Rosenblum, Boy on Roof, Pitt Street, N.Y.C., 1938
Walter Rosenblum, Boy on Roof, Pitt Street, N.Y.C., 1938

Walter Rosenblum (New York City, 1919-2006) figura cardine della fotografia del XX secolo approda al Centro Culturale di Milano con una mostra di rilevo internazionale dal titolo “Il mondo e la tenerezza”, che presenta più di 110 fotografie vintage dell’Autore provenienti da New York insieme a rare documentazioni d’epoca.
Curata da Roberto Mutti e prodotta da SUAZES, con il Patrocinio del Comune di Milano, la mostra raccoglie opere scattate tra il 1938 e il 1990, la maggior parte delle quali esposte per la prima volta in Italia. Un’opportunità senza precedenti per conoscere il lavoro di questo straordinario autore, uno dei più importanti fotografi americani del secolo scorso.
 
Rosenblum rappresenta un punto di congiunzione tra la fotografia sociale di Lewis Hine e la nascita del reportage umanistico di Paul Strand, a sua volta in dialogo con figure centrali come Alfred Stieglitz ed Edward Steichen, quando anche la street photography iniziava a delineare un nuovo percorso espressivo, che avrebbe influenzato profondamente le generazioni successive fino ai nostri giorni.
La cifra di Rosenblum, rivelata dalle tante icone che ci ha lasciato, è rendere inscindibile l’arte e il racconto con intento giornalistico, mentre la sua composizione rivela la maestria unica nel saper rivelare l’immagine interiore dell’umano dai luoghi dove esso vive, si esprime, lavora, genera, lotta
 
Come suggerisce il titolo della mostra, Il mondo e la tenerezza, si intrecciano due dimensioni spesso considerate distanti: da un lato “il mondo”, con le sue tensioni sociali, urbane e umane, dall’altro “la tenerezza”, ovvero uno sguardo empatico e intimo che attraversa anche le realtà più dure.
 
«La mia fotografia è un omaggio alla persona che fotografo» e «il senso della vita deriva dalle persone che si sono conosciute e amate» sono frasi che raccontano il cuore del suo lavoro e della visione del mondo di Rosenblum, tratte dal film pluripremiato In Search of Pitt Street. La pellicola, realizzata da sua figlia Nina Rosenblum, regista affermata nel panorama del cinema indipendente, sarà proiettata giovedì 4 dicembre nell’auditorium del Centro Culturale di Milano e introdotta da un intervento della regista stessa.
 
Sono altrettante sezioni del percorso espositivo della mostra – sette –  i principali temi attraversati dalla carriera fotografica di Rosenblum, che ha documentato alcuni degli eventi più significativi del ventesimo secolo con sguardo precursore: l’esperienza degli immigrati in America, nella Lower East Side di New York, la Seconda Guerra Mondiale, i rifugiati della guerra civile spagnola in Francia, la vita quotidiana a East Harlem, Haiti, in Europa, le generazioni del South Bronx.
 
Sottolinea Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano: “Rosenblum era anche lui figlio di immigrati ebrei romeni di inizio secolo, poveri e accolti. Usa la fotografia esprimere la dignità dell’essere umano, per dare notizia dell’uomo che vive, della sua appartenenza, mai semplici vittime, una umanità che sopravvive intatta malgrado le circostanze avverse. La fotografia li riconsegna protagonisti reali e ignoti della vita, eroi umani delle contraddizioni della convivenza”.
 
Il suo primo coinvolgimento con la fotografia iniziò all’età diciassette anni, quando si unì alla Photo League, collettivo americano nato ad inizio anni ’30 con l’intento di fare luce sulle problematiche umane e sociali ignorate dalla politica. Ai fondatori Paul Strand e Berenice Abbott aderirono nel tempo Helen Levitt, Robert Frank, Eugene Smith, Ruth Orkin, Dorothea Lange, Aaron Siskind, lo svizzero Rudy Burckhardt, Lisette Model, Fred Stein, Sid Grossman, Arthur Leipzig e Weegee. Lì si plasmarono le varie strade del reportage umanistico.
Decisivi per Rosenblum sono gli incontri con Lewis Hine (che gli diede in consegna tutta la sua opera), Lewis Hine, l’artefice della fotografia sociale da Ellis Island (contribuendo a cambiare le leggi sul lavoro minorile) all’Empire State Building, e Paul Strand, suo mentore e poi amico indissolubile (bellissimo un suo ritratto in mostra) già autore nel 1921 del celebre film-reportage sulla città ManHatta proiettato in modo permanente al MOMA e autore con Cesare Zavattini del libro cult che segna un nuovo modo di raccontare un evento urbano e umano, Un Paese. Suzzara).
Il movimento della Photo League e i suoi locali poveri ma pieni di vita divennero la sua casa e ne diventò poi uno dei principali animatori, Presidente del comitato espositivo e come direttore dei Photo Notes, fino allo scioglimento forzato di questa esperienza avvenuta nel 1952 nel giro di vite del maccartismo.
 
Rosenblum era sulla spiaggia Omaha Beach la mattina del D-Day. La passione per la fotografia lo portò a servire come fotoreporter nell’esercito americano. Si unì al battaglione anticarro che attraversò Francia, Germania e Austria, realizzando le prime riprese cinematografiche del campo di concentramento di Dachau. Uno dei fotografi della Seconda Guerra Mondiale più decorati, ricevendo la Silver Star, la Bronze Star, cinque Battle Stars, un Purple Heart e una Presidential Unit Citation. Il Centro Simon Weisenthal lo ha onorato come liberatore di Dachau.
 
Le fotografie di Walter Rosenblum sono rappresentate in oltre 40 musei e collezioni internazionali, tra cui il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la Library of Congress di Washington D.C., la Bibliothèque Nationale di Parigi, Museo Reina Sophia, il Museum of Modern Art di New York.
 
Alla professione di fotografo, esercitata per più di cinquant’anni, Rosenblum ha affiancato quella dell’insegnamento e della affermazione della fotografia del secondo novecento, con una carriera quarantennale al Brooklyn College di New York dal 1947 ed alla Yale Summer School of Art per venticique anni e alla Cooper Union, al Rencontre de La Photographie ad Arles, in Francia e a San Paolo, in Brasile.
 
Insieme a sua moglie, la famosa storica della fotografia Naomi Rosenblum, ha curato mostre internazionali, tra cui la Lewis Hine Retrospective.
Nel 1999 l’International Center of Photography ha conferito a Walter e Naomi Rosenblum l’Infinity Award fo Lifetime Achievement.
 
Accompagna la mostra il libro catalogo ed. SilvanaEditoriale curato da Angelo Maggi dello IUAV di Venezia.

Dal 2 Dicembre 2025 al 19 Febbraio 2026 – Centro Culturale di Milano

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EDEN. Il giardino dell’anima – Anna Caterina Masotti

Silhouette di una persona in profilo che interagisce con un fiore, proiettata su uno sfondo bianco.

Dopo Thea Maris. Risonanze del MareAnna Caterina Masotti torna a Bologna nell’ambito di ART CITY Bologna 2026 e ART CITY White Night, in occasione di Arte Fiera con un progetto inedito che si svilupperà negli spazi dello splendido Palazzo Tubertini, organizzato da Laura Frasca Art Manager della fotografa. La mostra sarà accompagnata da un testo di Benedetta Donato, curatrice e critica della fotografia.

Il suo nuovo lavoro si intitola Eden. Il Giardino dell’anima. L’Eden che Anna Caterina prova a scoprire e a portarci è un luogo dove uomo e natura, corpo e materia si ascoltano in silenzio. Nel punto in cui si sfiorano accade qualcosa, una forma viva prende respiro.

Le immagini non raccontano una storia, ma una soglia: un luogo dove la percezione diventa presenza e dove l’umano non domina, ma accoglie.

Questo percorso trova la sua più compiuta sintesi concettuale e visiva nella sala principale di Palazzo Tubertini, sede di Azimut a Bologna, che diventa il cuore pulsante dell’esposizione.

L’ambiente, caratterizzato da ampie vetrate in ferro battuto, da un soffitto che richiama l’architettura di una serra e da colonne decorate, evoca con forza l’atmosfera dei Giardini d’Inverno vittoriani e Liberty. Un luogo sospeso tra interno ed esterno, tra natura e architettura, che diventa metafora visiva ed emotiva del progetto espositivo.

La mostra presenta diciassette opere fotografiche, un numero carico di significati simbolici. È tradizionalmente associato alla speranza, alla trasformazione spirituale, alla realizzazione del desiderio e all’immortalità dell’anima. Rappresenta un cammino di evoluzione e crescita interiore, riflettendo il bisogno di mutamento e di libertà che attraversa l’universo femminile al centro della ricerca dell’artista.

Le foto, come da tratto distintivo di Anna Caterina, sono stampate su chiffon in seta con ricami in Lurex color oro a creare dei piccoli e delicati contrappunti all’interno dell’immagine.

La selezione iconografica si articola attorno a nuclei tematici precisi.

Le figure femminili, incarnazione dell’anima della donna, sono interpretate dalla figlia dell’artista, elemento che introduce un profondo livello di autenticità legato alla maternità, all’identità e alla continuità generazionale.

Elementi centrali della narrazione visiva sono la farfalla, simbolo universale di trasformazione, rinascita ed evoluzione dell’anima, e i dettagli botanici. I primi piani di piante come Monstera deliciosa, papiro ed edere rampicanti richiamano il vocabolario decorativo dell’Art Nouveau e del Liberty, che celebravano la vitalità, la sinuosità e la forza generativa della natura.

Infine le ombre, spesso avvolgenti le figure, assumono un ruolo simbolico potente: rappresentano l’inconscio, il paesaggio interiore e le zone non illuminate dell’identità femminile, suggerendo una dimensione introspettiva e psicologica che attraversa l’intera esposizione.

L’esperienza della mostra è completata da un allestimento sensoriale e multimediale che amplifica il concetto di giardino interiore. È stato creato infatti un brano musicale che lo accompagnerà, una rielaborazione curata dal produttore musicale Giorgio Cencetti. La composizione unirà brani di musica classica moderna a un tappeto sonoro tipico dei giardini d’inverno, includendo il cinguettio dei passeriformi all’interno delle voliere e il suono ambientale della pioggia che colpisce il vetro della serra.

Nella sala secondaria, a sinistra dell’ingresso, un video mapping di una fontana proiettato sulla parete introduce l’elemento dell’acqua, simbolo di emozione, vita e flusso interiore, evocando al contempo il lusso decorativo dei giardini d’inverno storici.

Il corridoio d’entrata diventa infine un percorso intimo verso l’inconscio. Qui, due installazioni guidano il visitatore: sul fondo del corridoio, la proiezione di un’ombra femminile che sussurra una frase e batte le ciglia accompagna simbolicamente l’ingresso nel “Giardino dell’anima”; nella sala adiacente a destra, un video mapping di rami e foglie mossi dal vento simula la luce filtrata da una vetrata, alludendo al mondo esterno che sfiora delicatamente la serra.

Eden. Il Giardino dell’anima si configura così come un’esperienza immersiva e poetica, in cui fotografia, spazio, suono e immagine in movimento concorrono a costruire un racconto intimo e universale sul femminile, sulla trasformazione e sulla ricerca di un luogo interiore di armonia.

“Attraverso dettagli fugaci — una spalla nuda accarezzata da una farfalla, l’edera che si arrampica su un muro antico, la pelle che si fa corteccia — si dischiude un mondo in cui ogni forma vivente è eco dell’altra. Il corpo si fa paesaggio e la natura assume tratti umani. Come nei manifesti di Mucha o nelle architetture vegetali di Gaudí, anche nel mio progetto ogni immagine si fa ornamento, ogni frammento si lega con l’altro in un fluire armonioso di forme e sensazioni. Fiori che sembrano sussurrare, fontane che si aprono come petali d’acqua, cortecce che portano i segni del tempo: sono tracce, segni lasciati dalla natura sulla pelle del mondo, e viceversa. Non si tratta solo di osservare, ma di sentire il battito comune che unisce ciò che cresce, si trasforma, si posa, respira. Un invito alla tenerezza, alla cura, alla consapevolezza di far parte di un tutto più grande. In un tempo in cui il legame con la natura è spesso spezzato o dimenticato, vorrei suggerire una bellezza che non urla, ma sussurra. Una bellezza che si arrampica silenziosa come l’edera, si posa lieve come una farfalla, e ci ricorda che vivere è appartenere.”

Dal 29 gennaio al 12 febbraio 2026 – Bologna, Palazzo Tubertini

Corpus – Autori Vari

Una mano aperta con gocce d'acqua che scorrono, su sfondo scuro.
Camilla di Bella Vecchi. Alluvione, Corpus – Galleria Leòn

In occasione del suo primo anniversario, dal 5 dicembre 2025 al 24 gennaio 2026, Galleria Leòn presenta “Corpus“, una mostra collettiva curata da Leonardo Iuffrida – fondatore e direttore della galleria – che riunisce 5 artisti, le cui opere sono state esposte nel corso del primo anno di attività dello spazio.

In un’epoca dominata da selfie, social media e ostentazione dell’io, il corpo è divenuto uno strumento privilegiato nella costruzione dell’identità individuale e collettiva. La galleria ha posto questo tema al centro della sua ricerca, con l’obiettivo di diventare un luogo di riflessione e confronto.

A partire da venerdì 5 dicembre, questo spazio ospiterà “Corpus“, un’indagine visiva che riunisce Camilla Di Bella Vecchi, Marco Gualdoni, Lulù Withheld, Ettore Moni e Serafino, ciascuno con una visione distintiva, accomunati dalla capacità di esplorare le modalità con cui il corpo si fa specchio della nostra contemporaneità. Le loro traiettorie si intrecciano in una narrazione che offre mondi ideali, reale contatto e atti di resistenza nel buio oscurantista del presente.

NUDITÀ COME MISTERO E UTOPIA
Camilla Di Bella Vecchi & Marco Gualdoni
Ciò che viene offerto dai due artisti è un mondo utopico, immaginifico e pieno di mistero, che solo un mezzo come la fotografia può rendere credibile. Uno sguardo sul corpo privo di nostalgia, che si fa ponte di memoria verso il futuro. La visione fotografica di Camilla Di Bella Vecchi e Marco Gualdoni attinge all’immaginario della pittura fiamminga, in cui l’uso di una luce epidermica e analitica era simbolo di progresso, equità e sapere. Una luce che, scivolando su ogni più piccolo dettaglio del reale, eliminava gerarchie tra le cose e suscitava sete di conoscenza.

NUDITÀ COME RIAPPROPRIAZIONE DI SÉ, OLTRE LE BARRIERE DIGITALI
Lulù Withheld
La realtà e i nostri corpi sono ogni giorno esperiti attraverso uno schermo tecnologico che espone e dà visibilità, promette protezione e connessione, ma invece isola, filtra e crea visioni anestetizzate. In un pulviscolo di pixel, i corpi fotografati da Withheld recuperano la loro fisicità e materialità perduta, con l’intento di abbattere le barriere e ritrovare un reale contatto con sé stessi e gli altri.

NUDITÀ COME LEGAME COMUNITARIO E ATTO DI RESISTENZA
Ettore Moni
I ritratti fotografici realizzati da Ettore Moni trasformano l’osservazione in un’esperienza vissuta sulla propria pelle. Un’esplorazione di identità libere, outsider e non conformiste con cui ritrovare, attraverso la loro nudità, il coraggio di essere sé stessi e il senso profondo di una comune appartenenza. Ogni scatto permette di rispecchiarsi nell’altro, ampliare i nostri orizzonti e trovare legami condivisi.

NUDITÀ COME FIORITURA EMOTIVA
Serafino
Francesco Esposito, in arte Serafino, si ispira alla natura per ripensare le relazioni, l’amore e l’ordine sociale. Fotografa corpi, abbracci e connessioni umane, affiancandoli a scatti di elementi naturali. L’invito è a ridefinire i legami sentimentali ed affettivi non solo come una strada a senso unico, ma come una rete infinita di possibilità.

dal 5 dicembre 2025 al 24 gennaio 2026 – Galleria Leòn – Bologna