Mostre di fotografia consigliate per maggio

Nuove fantastiche mostre ci aspettano a maggio. Date un’occhiata qua sotto!

Anna

FOTOGRAFIA EUROPEA 2026. XXI EDIZIONE – FANTASMI DEL QUOTIDIANO

Berenice Abbott, Waterfront, South Street, from Changing New York, 1935. The New York Public Library Digital Collections
Berenice Abbott, Waterfront, South Street, from Changing New York, 1935. The New York Public Library Digital CollectionsMan Ray: M for Dictionary

Dal 30 aprile al 14 giugno 2026, Reggio Emilia torna ad osservare i cambiamenti della contemporaneità attraverso gli occhi di grandi fotografi e di giovani emergenti con la XXI edizione di FOTOGRAFIA EUROPEA, il festival promosso e organizzato dalla Fondazione Palazzo Magnani e dal Comune di Reggio Emilia, con il contributo della Regione Emilia-Romagna.

“FANTASMI DEL QUOTIDIANO” è il titolo scelto per l’edizione 2026, come filo conduttore delle mostre curate da Arianna Catania (fondatrice e direttrice di Gibellina Photoroad / Open Air & Site-specific Festival), Tim Clark (editor & curator 1000 Words), e Luce Lebart (ricercatrice presso l’Archive of Modern Conflict e direttrice artistica del Pavillon Populaire di Montpellier), cui si aggiunge la ricognizione storica curata da Walter Guadagnini (storico della fotografia, docente all’Accademia di Belle Arti di Bologna) dedicata ai 200 anni della fotografia.

I fantasmi che incontreremo sono presenze che bussano nella notte del pensiero, configurandosi come l’ombra di qualcosa che non ha più corpo. Non sono semplici apparizioni, ma ricordi che non vogliono farsi passato, paure vestite da mistero e presenze fatte interamente di assenza. Abitano i corridoi del silenzio e le crepe della memoria, nutrendosi di tutto ciò che è rimasto non detto. Nel loro manifestarsi, a volte ci fanno tremare, mentre altre volte agiscono come una protezione per aiutarci a dimenticare. Privi di un volto proprio, si presentano con mille maschere differenti: possono essere scacciati con la luce di un’idea oppure ascoltati attentamente per comprendere di cosa abbiano realmente fame. Ma i fantasmi non rappresentano solo una minaccia; sono presenze latenti e potenzialità sospese, idee che non se ne sono mai andate del tutto dal nostro orizzonte. Questa edizione di Fotografia Europea invita a cercare le cose non viste e quelle invisibili, prestando attenzione ai sussurri di ciò che è stato e di ciò che potrebbe essere. Attraverso l’obiettivo, si rivelano le storie silenziose che danno forma al nostro presente, aprendo nuovi percorsi per l’immaginazione. Il festival esplora così la silenziosa durata della memoria, osservando come i ricordi svaniscano senza mai scomparire del tutto. Ogni fotografia esposta racchiude la propria eco, un ricordo impalpabile che mantiene sospesa la sua essenza nonostante lo scorrere del tempo. In questo percorso espositivo, il passato non è un elemento scomparso, ma un’entità che continua a respirare dolcemente all’interno del presente. Nel cuore di questa riflessione si inserisce un approfondimento dedicato alla storia stessa della fotografia: un viaggio attraverso due secoli di immagini che hanno documentato, trasformato e talvolta reinventato la società. È qui che il dialogo con i “fantasmi” si fa concreto, attraversando archivi, autori e tecnologie che hanno segnato il nostro modo di vedere.

LE MOSTRE

Chiostri di San Pietro, come sempre sede della biglietteria e cuore pulsante del festival, ospiteranno il nucleo di mostre curate da Tim Clark e Luce Lebart, per scoprire i fantasmi del quotidiano.
Il percorso inizia con il lavoro di Felipe Romero BeltránBravo, vincitore del KBr Photo Award 2025 di Fundación MAPFRE. supportato dalla Fundación MAPFRE.L’autore esplora le storie di migrazione lungo il fiume Rio Bravo, al confine tra Messico e Stati Uniti, che diventa simbolo di un’attesa sospesa e silenziosa. Attraverso tre capitoli — Endings, Bodies e Breaches — Beltrán utilizza la fotografia come strumento critico sfidando i sistemi di classificazione, recinzione e identificazione che governano i regimi di frontiera.
Mohamed Hassan, con il suo progetto Our Hidden Room indaga identità, famiglia e salute mentale attraverso il rapporto con il padre e l’Egitto, sua terra natale, intrecciando immagini e parole in un percorso di memoria e guarigione. Il lavoro, vincitore dello Star Photobook Dummy Award, è un viaggio visivo che trasforma il dolore privato in una narrazione universale sulla ricerca delle proprie radici.
In Automated Refusal, Salvatore Vitale analizza la precarietà dei lavoratori della gig economy, tra sorveglianza algoritmica, ranking e riduzione del tempo libero, nel contesto delle professioni digitali. Il film, parte della ricerca Death by GPS, è una critica visiva alle disuguaglianze e allo sfruttamento generati dall’automazione.
La fotografa francese Marine Lanier racconta, con Le Jardin d’Hannibal, il Giardino del Lautaret, storico conservatorio di biodiversità alpina e centro nevralgico per la ricerca scientifica. Attraverso immagini evocative che intrecciano memoria storica e miti, come quello di Annibale, – che si dice abbia attraversato proprio queste Alpi per sfidare Roma – il progetto unisce passato e futuro in una visione poetica della natura da preservare.
Stains and Ashes è il frutto del lavoro di Ola Rindal, che rivolge lo sguardo verso macchie, crepe e imperfezioni del nostro ambiente quotidiano, elementi solitamente trascurati che qui diventano materia di contemplazione trasformate in visioni astratte. Attraverso la sfocatura, il progetto evoca la fragilità della memoria e l’impossibilità di afferrare pienamente la realtà.
In Subject Studies: CHAPTER I, la fotografa messicana Tania Franco Klein esplora come la percezione di un soggetto cambi in base al contesto e allo sguardo dello spettatore, ricreando la stessa scena con persone diverse. Il progetto riflette sulla soggettività e su come identità e significato siano costruiti attraverso la messa in scena fotografica e il bagaglio culturale di chi osserva.
Ispirandosi a La lentezza di Milan Kundera, Giulia Vanelli indaga il rapporto tra velocità, memoria e oblio, traducendo in immagini un’equazione esistenziale sul tempo. The Season diventa una riflessione visiva sul desiderio di trattenere il passato o fuggirne, attraverso il ritmo del movimento e dei ricordi.
Nel grande corridoio centrale, al primo piano dei Chiostri, Frédéric D. Oberland, espone Vestiges du futur in cui immagine e suono creano un’esperienza sinestetica che attraversa oltre un decennio di visioni psichedeliche e premonizioni catturate in 35mm e Super8. Il progetto esplora la condizione umana, il rapporto tra visibile e invisibile e la connessione tra mito, civiltà e natura.
Le sale del piano terra dei Chiostri ospitano la committenza di Fotografia Europea, che per questa edizione è stata affidata a Simona Ghizzoni: la fotografa di origini reggiane, presenta un lavoro dal titolo Milk Wood, che pone al centro la figura femminile come depositaria di memoria ma anche di immaginazione e progettualità, in un percorso laboratoriale partecipato sul territorio, tra parole e immagini.
L’esposizione a piano terra si conclude con Keep the Fire Burninga cura di Francesco Colombelli in collaborazione con il Centro diurno per l’adolescenza “AÏDA”. Attraverso una selezione di libri fotografici, la mostra indaga come miti, fiabe, credenze popolari e tradizioni continuano ad abitare il nostro presente, costruendo una geografia emotiva e culturale che attraversa confini e generazioni.

Poco lontano dai Chiostri, nella sede di Palazzo Da Mosto, è esposta la mostra collettiva Ghostland, a cura di Arianna Catania: un’esplorazione sull’epoca ipermediata in cui viviamo, dove la realtà appare come un territorio “spettrale” filtrato costantemente dagli schermi luminosi. La mostra riflette sullo schermo non solo come dispositivo, ma come ambiente culturale capace di modellare percezioni e comportamenti, rivelando ciò che sfugge allo sguardo e invitando a interrogare i punti ciechi della nostra visione. In questo panorama, Alisa Martynova (ANIMA) trasporta l’osservatore in un paesaggio onirico, abitato da creature dal volto cangiante nate dall’incontro tra l’archivio della fotografa e l’intelligenza artificiale; Zoé Aubry (Effet miroir | Faire écran) mostra come la propria immagine riflessa quotidianamente sugli schermi crei nuove identità; Mykola Ridnyi (Blind Spot) cancella la visione della guerra, che si dissolve in innumerevoli punti ciechi e in cui si modifica quindi la percezione nella visione dei conflitti; Vaste Programme (It’s all fun and games) ribalta la funzione ludica dei peep-board, costringendo lo spettatore a “metterci la faccia”, confrontandosi direttamente con la crisi climatica e con la propria capacità di empatia; Visvaldas Morkevicius (Camouflage) ci porta dentro la visione della guerra dai droni, trasformando il conflitto in astrazione, allontanando l’azione dalla violenza; Indrė Šerpytytė (This Is How We Win Wars) mette in scena i gesti e le danze dei soldati, condivise sui loro social, sospesi tra rituale, trauma e fragilità umana; Sara Bezovšek (SND) guida lo spettatore in un labirinto di percorsi digitali, dove i possibili futuri del pianeta si svelano attraverso personali scelte interattive; infine, Carolyn Drake (Next Door) trasforma dispositivi di videosorveglianza in momenti di vita intima e quotidiana, prendendo ispirazione da un sito del suo quartiere che, in cambio di sicurezza, crea sospetto e paura dell’altro.
I progetti di Indrė Šerpytytė e Visvaldas Morkevicius fanno parte del programma Cultura Lituana in Italia 2025–2026, realizzato dall’Istituto di Cultura Lituano e dall’Ambasciata della Repubblica di Lituania nella Repubblica Italiana.

Sempre a Palazzo da Mosto, ma al piano terra, sono allestiti i progetti della Open Call selezionati dai curatori del festival tra gli oltre 700 lavori di artisti e curatori che vi hanno partecipato, offrendo uno sguardo sulle ricerche più originali della scena contemporanea. Federica Mambrini, con L’albergo della lontananza, trasforma la distanza geografica tra Italia e Cile in uno spazio architettonico simbolico, dove ponti, deserti e gesti quotidiani diventano strumenti per costruire legami tangibili tra due emisferi. Emilia Martin, in The serpent’s thread, curata da Eleonora Schianchi intreccia storia e mito ricostruendo la vicenda delle cinque sorelle Andersson, vissute in un villaggio svedese all’inizio del XX secolo, e dei loro corredi tessili. Riflettendo sull’identità femminile e sull’eredità materiale che attraversa le generazioni, l’artista ricostruisce questa vicenda esplorando il significato profondo della dote come simbolo di identità e destino sociale.

A Palazzo Scaruffi, edificio del XVI secolo nel centro storico di Reggio Emilia, mai utilizzato prima per le mostre di Fotografia Europea, ci sarà Due secoli di fotografia e società. Nell’anno in cui ricorrono i 200 dalla realizzazione di quella che è considerata la prima “fotografia” della storia (la Vista dalla finestra di Le Gras creata da Joseph Nicéphore Niépce), Fotografia Europea ha chiesto a Walter Guadagnini di immaginare una grande rassegna che provi a raccontare per immagini cosa abbia significato la fotografia nella vita degli uomini e delle donne degli ultimi due secoli. La mostra sarà dunque un viaggio affascinante, a tratti drammatico a tratti divertente, tra i milioni di immagini che sono state prodotte in questi duecento anni, tra capolavori e fotografie anonime, apparecchi storici e riviste leggendarie, spezzoni di film e libri imperdibili, una storia che si dipana attraverso sei ambienti costruiti per questa occasione, dedicati ad altrettanti aspetti della fotografia, del suo linguaggio e della sua centralità nella società di ieri e di oggi. Non una semplice carrellata di fotografie dunque – che pure ci sono, e sono tra quelle realizzate dai grandi maestri del lontano passato come Daguerre, Nadar, Curtis e tanti altri, ai giganti della modernità come Lewis Hine, Berenice Abbott, Robert Capa,  Dorothea Lange, Walker Evans, per non dirne che alcuni -, ma una passeggiata tra le immagini che inizia nella campagna francese e arriva fino agli schermi degli smartphone, per provare a capire come e perché la fotografia abbia raccontato le vite degli altri e continui a raccontare la nostra. Anche in questa storia i fantasmi non mancheranno, saranno quelli innocui nati nell’Inghilterra e negli Stati Uniti dell’Ottocento, ma anche quelli ben più pericolosi generati dalle nuove tecnologie: storie che raccontano, in ogni caso, come la fotografia non solo abbia rappresentato il mondo, ma lo abbia spesso anche inventato, nel bene e nel male. 

Nella Chiesa dei Santi Carlo e Agata, risalente al IX secolo e affacciata sulla centralissima via San Carlo, trova spazio la mostra di Elena Bellantoni, dal titolo Ghostwriter a cura di Fulvio Chimento. Ilprogetto evoca i “fantasmi della storia” attraverso figure simboliche che trovano espressione nel corpo dell’artista. Utilizzando fotografia, cinema d’autore, scultura e installazione, Bellantoni riflette sulla narrazione storica dal punto di vista femminile, concepito come un “corpo imprevisto”. La mostra è promossa insieme all’Ufficio Pari Opportunità del Comune di Reggio Emilia all’interno del progetto In-TERSEZIONE. Linguaggi e pratiche al centro per promuovere il cambiamento contro la violenza sulle donne. L’esposizione è resa possibile grazie alla collaborazione con l’Associazione FlagNoFlags e la Diocesi di Reggio Emilia e Guastalla.

Torna anche Speciale diciottoventicinque, un progetto formativo dedicato ai giovani tra i 18 e i 25 anni che porta all’ideazione e alla creazione di un lavoro legato al tema di Fotografia Europea 2026 che rientra nel circuito ufficiale della manifestazione. Tutor di questa edizione sono Marcello Coslovi Alex Tabellini di Sugar Paper, realtà modenese dedicata alla promozione e alla diffusione della fotografia contemporanea, soprattutto attraverso il libro fotografico. L’esito finale sarà quindi la creazione di un racconto sotto forma di piccola pubblicazione, in cui emergeranno le diverse declinazioni del tema. Il lavoro offrirà una visione corale di cosa significhi, per le nuove generazioni, confrontarsi con i “fantasmi del quotidiano”.

Ad abbracciare il festival, numerose altre mostre partner che gravitano intorno ad esso, organizzate dalle più importanti istituzioni culturali cittadine e ospitate nei loro spazi.

Dal 30 aprile 2026 al 14 giugno 2026 – Reggio Emilia – sedi varie

LINK

Lee Miller

Lee Miller, <em>Modella con lampadina, Vogue Studio, London, England</em>, Circa 1943 | © Lee Miller Archives, England 2024 / All rights reserved / leemiller.co.uk
Lee Miller, Modella con lampadina, Vogue Studio, London, England, Circa 1943 | © Lee Miller Archives, England 2024 / All rights reserved / leemiller.co.uk

Avviata dalla Tate Britain in collaborazione con l’Art Institute of Chicago, la mostra riunisce circa 250 stampe d’epoca e moderne, alcune delle quali mai esposte prima, offrendo una nuova prospettiva sulla sua opera.

Figura centrale dell’avanguardia internazionale, Lee Miller (1907, Poughkeepsie, Stati Uniti – 1977, Chiddingly, Regno Unito) fu di volta in volta modella di moda, artista surrealista, ritrattista, fotografa di moda e corrispondente di guerra accreditata presso l’esercito degli Stati Uniti. A lungo relegata al ruolo di musa, oggi è riconosciuta come una delle grandi fotografe del XX secolo.

La mostra ripercorre l’intera carriera dell’artista, dagli inizi a New York agli anni della guerra in Europa, includendo il periodo trascorso in Egitto e la sua vita a Londra. Il percorso mette in luce l’ampiezza di una produzione in cui sperimentazione formale, audacia visiva e impegno politico convivono.

Diciotto anni dopo l’ultima retrospettiva francese al Jeu de Paume, il Musée d’Art Moderne de Paris propone una mostra articolata in sei sezioni che combinano un approccio cronologico e tematico.

La mostra

Il percorso si apre con un gruppo di ritratti di Lee Miller realizzati da alcuni dei più importanti fotografi e registi degli anni Venti e Trenta. Lee Miller emerge nella New York della fine degli anni Venti come figura di primo piano, inizialmente grazie alla sua attività di modella. Diventa una delle modelle più richieste dalle riviste, incarnando l’archetipo della donna moderna, emancipata e attiva. Durante il soggiorno a Parigi, i suoi rapporti con i surrealisti la portano a interpretare uno dei ruoli principali nel primo film di Jean Cocteau, “Il sangue di un poeta” (1930 – 1932).

La mostra prosegue analizzando l’importanza del suo soggiorno parigino tra il 1929 e il 1932. Questo periodo è segnato dall’incontro con Man Ray, di cui diventa allieva e compagna. La loro intensa collaborazione esplora il potere erotico del mezzo fotografico e conduce alla scoperta condivisa della solarizzazione. Ciò che Lee Miller definiva “solarizzazione”, noto anche come effetto Sabatier, è una tecnica in cui una stampa o un negativo vengono brevemente riesposti alla luce durante lo sviluppo. Il risultato è un’inversione parziale dei toni dell’immagine che produce un alone dall’effetto quasi onirico. Sebbene il fenomeno fosse stato osservato già negli anni Quaranta dell’Ottocento, Man Ray e Lee Miller sono spesso considerati i primi artisti ad averne fatto un uso creativo.

Lee Miller apre un proprio studio e lavora come fotografa per Vogue, affermando così la propria indipendenza artistica. Le sue fotografie, riconoscibili per l’uso di angolazioni oblique e accostamenti inattesi, vengono esposte nelle gallerie parigine accanto ai maggiori fotografi dell’epoca, tra cui Germaine Krull e Brassaï.

Questo periodo intenso si conclude nel 1932 con il suo ritorno a New York, dove apre un nuovo studio. La sua prima mostra personale è organizzata dalla Julien Levy Gallery. Non ce ne saranno altre durante la sua vita. La sua attività di ritrattista, al centro di una delle sezioni della mostra, prospera e prosegue per tutta la sua lunga esistenza, riflettendo i numerosi legami con gli ambienti artistici e letterari.

Nel 1934 Lee Miller sposa l’imprenditore egiziano Aziz Eloui Bey e si trasferisce con lui al Cairo. Le fotografie di questo periodo colpiscono per la forza dei motivi, delle texture e delle inquadrature che strutturano le immagini. Lontana da ogni esotismo, Miller si concentra piuttosto sui contrasti tra materiali e forme e sugli spostamenti percettivi generati da angolazioni insolite.

Nel 1937 l’incontro con il pittore e poeta surrealista Roland Penrose la allontana progressivamente dall’Egitto. Inizia a trascorrere sempre più tempo in Europa insieme ai suoi amici surrealisti. Nel 1939, allo scoppio della guerra, decide di restare a Londra e si impegna sempre di più nell’edizione britannica di Vogue come fotografa di moda. Questa sezione mostra come abbia integrato nelle sue immagini le rovine e i bombardamenti di Londra. Contribuisce inoltre alla pubblicazione “Grim Glory: Pictures of Britain Under Fire” nel maggio 1941, che documenta la vita quotidiana durante il Blitz, mescolando celebrazione patriottica e umorismo nero.

Nell’inverno del 1942 Miller diventa una delle poche fotografe a ottenere l’accreditamento come corrispondente di guerra per gli Stati Uniti. Da quel momento segue direttamente il conflitto e realizza numerosi servizi dedicati alle donne impegnate nello sforzo bellico – infermiere, membri della difesa antiaerea, aviatrici – pubblicati nelle edizioni britannica e americana di Vogue.

Poche settimane dopo lo sbarco in Normandia nel giugno 1944 attraversa la Manica per seguire l’avanzata delle truppe alleate e si ritrova in prima linea, in particolare durante la liberazione di Saint-Malo. Le sue fotografie e i suoi articoli mostrano con forza la violenza della guerra. La mostra mette in evidenza il modo in cui si distingue dal reportage bellico tradizionale grazie al tono adottato e al suo coinvolgimento profondamente personale. Il suo sguardo si concentra più sui dettagli significativi che sul vasto teatro delle operazioni militari.

Nell’aprile del 1945, insieme al fotografo di Life David E. Scherman, Lee Miller si reca a Dachau e Buchenwald subito dopo la liberazione dei campi. Accompagnate da un articolo intitolato “Credeteci – giugno 1945”, alcune delle immagini pubblicate su Vogue esprimono tutta la sua indignazione. Le fotografie di Lee Miller furono tra le prime a rivelare al grande pubblico il programma nazista di sterminio di massa.

Il 30 aprile 1945, dopo aver fotografato il campo di Dachau, Lee Miller si dirige a Monaco ed entra nell’appartamento di Adolf Hitler. In una fotografia costruita con cura e carica di simbolismo posa nella vasca da bagno del dittatore. All’epoca poco diffusa, l’immagine è oggi considerata una delle fotografie più iconiche della fine della guerra. Lee Miller continua a fotografare l’Europa e la Liberazione fino al gennaio 1946. Queste immagini raccontano il dolore e la privazione ma anche le persone rimaste indietro, come donne e bambini, nei giorni della Liberazione. Miller confida al suo editore: “Preferisco descrivere la devastazione delle città distrutte e delle persone ferite piuttosto che affrontare il morale spezzato e la fede infranta di chi pensava che le cose sarebbero tornate come prima”.

Negli anni successivi Miller fatica a superare l’esperienza della guerra. L’ultima sezione della mostra si concentra sulla sua vita a Farley Farm House, nel Sussex, dove si stabilisce con Roland Penrose e il loro figlio Antony. In un primo momento continua a realizzare reportage e fotografie di moda per Vogue, ma progressivamente abbandona il lavoro commerciale. In un contesto più intimo continua a fotografare la famiglia e gli amici, immagini che testimoniano il suo costante legame con l’avanguardia internazionale. Farley Farm House, specchio della coppia Miller-Penrose, diventa un importante luogo di incontro e scambio artistico, dove Lee Miller si dedica anche a sperimentazioni culinarie che rendono omaggio alla creatività dei suoi amici.

Dal 10 Aprile 2026 al 2 Agosto 2026 – MAM – Musée d’Art moderne de Paris

LINK

Roberto Scibetta

Due bambine in abiti colorati, una in rosa con un cappello, e l'altra in azzurro con un grande fiocco, posano insieme davanti a uno sfondo naturale.

Due maschere – ©Roberto Scibetta

Alessia Paladini Gallery è lieta di presentare Due, fotografie di Riccardo Scibetta
In questa serie, Riccardo Scibetta costruisce un percorso visivo che prende avvio da una
costellazione di ritratti uniti da questo gesto elementare e potentissimo. Le mani che si
cercano, si stringono, si accompagnano, diventano il punto di condensazione di una relazione
e, al tempo stesso, la chiave per interrogare la fotografia nella sua dimensione
più autentica.
In un tempo segnato dalla produzione compulsiva e incessante di immagini, Due si
pone come un gesto di sottrazione, di ascolto e di resistenza. Lontana dalla logica della
quantità, la mostra riporta al centro la densità del momento fotografico: non l’immagine
come consumo rapido, ma come esperienza, relazione, presenza.
In queste immagini il soggetto non è mai soltanto la persona ritratta, né soltanto la
coppia che l’immagine mette in scena. Il vero soggetto è il tra: lo spazio invisibile ma
decisivo che unisce due presenze, la tensione emotiva che passa attraverso un contatto,
la traccia di un vincolo che la fotografia riesce a trattenere.
Il nucleo del progetto nasce dal recupero di ritratti di persone che si tengono per
mano, un’azione che è insieme archivistica, affettiva e culturale. Scibetta rintraccia in
queste immagini una forma essenziale di umanità: il contatto, il legame, la prossimità.
Un gesto minimo che, proprio nella sua apparente semplicità, attraversa significati
molteplici — amore, cura, complicità, protezione, appartenenza, promessa.
Il recupero di questi ritratti non risponde però a una logica nostalgica, ma a una precisa
esigenza critica.
Nell’epoca dell’accumulo indiscriminato e della circolazione istantanea delle immagini,
Due rimette al centro ciò che la contemporaneità tende a marginalizzare: il valore del
singolo atto fotografico. Ogni fotografia qui riafferma la propria unicità, la propria irriducibilità
a semplice contenuto da scorrere, archiviare, dimenticare.
Scibetta si confronta così con una delle contraddizioni più forti del presente: mai come
oggi produciamo immagini, e mai come oggi rischiamo di non vederle davvero. La bulimia
visiva che caratterizza il nostro quotidiano genera assuefazione, superficialità,
perdita di attenzione. In questo contesto, recuperare immagini di persone che si tengono
per mano significa opporre alla dispersione una pratica di scelta e di concentrazione;
significa restituire centralità a quelle fotografie che contengono ancora una soglia
di verità, un’urgenza relazionale, una memoria incarnata.
La mostra invita così a riflettere su una questione oggi centrale: che cosa rende davvero
necessaria un’immagine? Non la sua proliferazione, ma la sua capacità di custodire
un momento, di testimoniare una relazione, di trattenere una verità emotiva. Nei ritratti
raccolti da Scibetta, il gesto delle mani che si incontrano diventa allora una soglia simbolica:
tra due persone, tra il passato e il presente, tra la fotografia e chi la osserva.
Due ci ricorda che fotografare non è soltanto moltiplicare visioni, ma riconoscere un
momento degno di essere custodito. E guardare, a sua volta, non è consumare immagini,
ma entrare in relazione con esse.

Per questo la mostra non si limita a presentare una sequenza di ritratti: costruisce un
tempo dello sguardo. Ci chiede di rallentare, di sostare, di leggere in quel gesto minimo
— una mano nell’altra — la possibilità di un’immagine che non si esaurisce nel suo apparire,
ma continua a risuonare.
Due è dunque una mostra sul legame, ma anche sulla responsabilità dello sguardo.
Una riflessione poetica e critica sul valore delle immagini quando tornano a essere non
semplice flusso, ma memoria, incontro, scelta.

Fotografie di Riccardo Scibetta
Inaugurazione con l’artista
Giovedì 14 maggio 2026
ore 18.00 – 21.00
Fino a venerdì 24 luglio 2026

Alessia Paladini Gallery
Via Pietro Maroncelli 11 Milano
+39 339 7124519 | ap@alessiapaladinigallery.it
Alessia

Werner Bischof. Point of view

Werner Bischof 200.000 people demonstrate against the separation of the province of Trieste from Italy. Piazza del Duomo, Milan, Italy Duomo, July 26th, 1946
© Werner Bischof Estate/Magnum Photos | Werner Bischof 200.000 people demonstrate against the separation of the province of Trieste from Italy. Piazza del Duomo, Milan, Italy Duomo, July 26th, 1946

L’esposizione WERNER BISCHOF. Point of view, realizzata in collaborazione con Magnum Photos, propone, a 110 anni dalla nascita del fotografo svizzero, una selezione di fotografie vintage che approfondiscono la vita e il lavoro dell’autore.

La mostra è divisa in quattro sezioni, ognuna dedicata a un periodo fondamentale dell’attività di Bischof: dagli esordi in Svizzera agli scatti realizzati durante e al termine della Seconda Guerra Mondiale, dai resoconti in India, Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina fino ai viaggi in Nord e Sud America degli anni Cinquanta, dove morì tragicamente in un incidente d’auto.

Dal 19 Maggio 2026 al 18 Ottobre 2026 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano

LINK

Sarah Moon. Orizzonte. Un giardino a Venezia

Sarah Moon, Un jardin à Venise, 2025-2026
Sarah Moon, Un jardin à Venise, 2025-2026

Il prossimo 5 maggio a Venezia, presso lOrto Giardino del Redentore alla Giudecca, Venice Gardens Foundation inaugura Orizzonte. Un giardino a Venezia, mostra di Sarah Moon, dalle ore 9.30 alle ore 15.00. L’esposizione, realizzata dalla Fondazione, resterà aperta al pubblico fino al 6 ottobre 2026.

Nel corso del 2025 Venice Gardens Foundation ha invitato Sarah Moon all’Orto Giardino della Chiesa del Santissimo Redentore, recentemente restaurato dalla Fondazione. Dall’incontro nasce Un giardino a Venezia, film di quattro minuti in intima risonanza con l’essenza del giardino annesso alla Basilica del Palladio, eretta a simbolo di rinascita dopo la peste del 1575. Eredità spirituale e botanica al tempo stesso, eremo di meditazione ed armonia dove il silenzio non è mera assenza di rumore, ma soffio delicato d’una pace profonda che la musica di Arvo Pärt, accompagnando le immagini, rende palpabile.
Note e miraggi si fondono con le fotografie di natura realizzate dall’artista nel corso della sua prestigiosa carriera, culminando nella mostra Orizzonte. Moon suggerisce, evoca, cattura le ombre, gli interstizi e i silenzi sospesi, echi della memoria. Nel corso del viaggio i confini vacillano, disorientano lo sguardo dischiudendo oniriche narrazioni, riflessi della complessa dialettica tra visibile ed invisibile.
L’opera di Sarah Moon s’intreccia qui con la missione di Venice Gardens Foundation, che cura e custodisce i giardini affidatile vegliando sull’eterna loro metamorfosi, inducendo l’anima irrequieta ad indugiare nel mistero.

In occasione della mostra è stato pubblicato il libro Orizzonte. Un giardino a Venezia, stampato in edizione limitata in 500 copie numerate da 1 a 500.
La mostra è stata realizzata da Venice Gardens Foundation, con il sostegno di Van Cleef & Arpels.

“La mia gratitudine ad Adele Re Rebaudengo e a Venice Gardens Foundation per avermi concesso di trascorrere alcuni giorni in solitudine nell’Orto Giardino della Chiesa del Santissimo Redentore e aver reso possibile la nascita della mostra Orizzonte. Un giardino a Venezia. Entrare in questo luogo, pazientemente restaurato, significa varcare una soglia, fare un passo all’interno delle profondità del mondo, in un tempo sospeso fuori dal tempo, in un silenzio che non avevo mai sentito prima, interrotto solamente dal rintocco delle campane che ricorda la presenza dei frati.
Vorrei ringraziare Arvo Pärt, la cui musica perpetua il mistero del tempo.Ringrazio inoltre tutti coloro che hanno concorso alla realizzazione del progetto”.
Sarah Moon

“Siamo felici e onorati di aver accolto Sarah Moon all’Orto Giardino del Redentore; la sua arte e l’impegno della Fondazione convergono qui nel proposito di “sentire” la natura, concorrendo alla sua preservazione: l’una attraverso la maestria dello scatto fotografico e le immagini in movimento, l’altro grazie al restauro, alla cura e custodia costanti.
L’intreccio tra la selezione di fotografie “Orizzonte”, il film “Un giardino a Venezia”  entrambi realizzati da Moon – e le musiche di Arvo Pärt “Fratres” – interpretata dai dodici Violoncellisti della Berlin Philharmonic Orchestra –e “Miserere” – interpretata da The Hilliard Ensemble, Paul Hillier – costituisce la trama di quest’evento che, oltre ad uno sguardo contemplativo sull’Orto, su Venezia, sulla Natura, restituisce quello del Giardino, della Città, della Natura stessi”.
Adele Re Rebaudengo, Presidente di Venice Gardens Foundation.

Dal 5 Maggio 2026 al 6 Ottobre 2026 – Orto Giardino del Redentore – Venezia

LINK

Man Ray: M for Dictionary

Man Ray, Main Ray, 1935-1971. Bronzo dipinto e palla da biliardo in avorio su una base di plexiglass, 23.5 x 14.6 x 14.6 cm. Edition of 10. Galleria Schwarz, Milan 1971
© Man Ray 2015 Trust, by SIAE 2026 | Man Ray, Main Ray, 1935-1971. Bronzo dipinto e palla da biliardo in avorio su una base di plexiglass, 23.5 x 14.6 x 14.6 cm. Edition of 10. Galleria Schwarz, Milan 1971

Fondazione Marconi e Gió Marconi sono liete di annunciare Man Ray: M for Dictionary, un’ampia retrospettiva dedicata a Man Ray, che pone il pensiero linguistico dell’artista come principio guida e ne esplora i diversi mezzi espressivi.
La mostra, presentata in occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa dell’artista, è realizzata in collaborazione con il curatore e storico dell’arte Yuval Etgar e Deborah D’Ippolito.
 
Fotografo tra i più celebrati dell’epoca moderna, ideatore originale di oggetti e multipli, pittore e disegnatore, Man Ray è stato un artista multimediale nel senso più ampio del termine. Attratto dal passaggio dall’artigianato manuale alla riproduzione meccanica, cercava di fondere dimensione formale e concettuale. Ma forse, più di ogni altra cosa, il mezzo espressivo che ha attraversato e caratterizzato l’intera sua produzione artistica è stato il linguaggio.
 
All’anagrafe Emmanuel Radnitzky, nato nel 1890, Man Ray era figlio di immigrati russi che si stabilirono inizialmente a Filadelfia per poi trasferirsi a Brooklyn. Nel 1912 la famiglia abbreviò il proprio cognome in Ray con l’intento di celarne le origini ebraiche. Ancora giovane, Emmanuel fece lo stesso, trasformando il proprio nome in Man Ray: un gioco di parole dal carattere trasformativo che gli consentì di reinventare la propria identità senza cancellarla del tutto. Questo episodio, al tempo stesso fonte di ispirazione e di tensione, divenne emblematico del suo modo di intendere l’arte e rappresentò con ogni probabilità il primo di una lunga serie di slittamenti e giochi linguistici.
 
Come un dizionario, la mostra Man Ray: M for Dictionary sviluppa la fascinazione dell’artista per le relazioni inesplorate tra parole, oggetti e immagini.
 
Prima retrospettiva dell’opera di Man Ray che fa del linguaggio la principale chiave di lettura, Man Ray: M for Dictionary rievoca l’esposizione dell’artista presso lo Studio Marconi nel 1969 (Je n’ai jamais peint un tableau récent) e la realizzazione del suo celebre ciclo di disegni Alphabet for Adults. Raccolta di giochi visivi e linguistici, ogni disegno dell’alfabeto presenta una lettera accompagnata dall’immagine di una parola che inizia con quella stessa lettera – ‘D’ per delightdevise o do, e ‘R’ per real o regret. Vero e proprio scrittore visivo, Man Ray dà forma, nei suoi disegni così come nelle fotografie, negli oggetti e nei dipinti, a un autentico esperimento linguistico: ironico e critico, ma anche intimo e profondamente provocatorio. «Creare un nuovo alfabeto a partire dai resti di una conversazione può condurre solo a nuove scoperte nel linguaggio», scriveva, e «la concentrazione è il fine desiderato, come in un anagramma la cui densità è misura del suo destino».

M for Dictionary
 è organizzata in cinque sezioni principali, intitolate ‘The Alphabet’, ‘Light Writing’, ‘Body Language’, ‘Objectives’ e ‘Mathematical Objects’. Un secondo allestimento, dal titolo In Other Words, presenta opere di artisti contemporanei della galleria – Alex Da Corte, Simon Fujiwara, Wade Guyton, Allison Katz e Tai Shani – la cui attenzione al linguaggio come condizione della creazione visiva e materiale si collega direttamente all’eredità di Man Ray.

Dal 10 aprile 2026 al 24 luglio 2026 – GióMARCONI – Milano

LINK

Luigi Ghirri. A Series of Dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori. Oltre quei monti il mare – Iosonouncane

Luigi Ghirri, Modena, 1979
© Eredi Luigi Ghirri | Luigi Ghirri, Modena, 1979

Dal 30 aprile 2026 al 28 febbraio 2027, Palazzo dei Musei di Reggio Emilia presenta Luigi Ghirri. A Series of Dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori, a cura di Ilaria Campioli e Andrea Tinterri, con la curatela musicale di Giulia Cavaliere. La mostra, che si apre nell’ambito della XXI edizione del festival Fotografia Europea, comprende anche un nucleo intitolato Oltre quei monti il mare, concepito grazie alla partecipazione del musicista Iosonouncane, e un focus allestito presso il Teatro Valli, visitabile fino al 14 giugno.

Nel 2021, nell’ambito del riallestimento curato da Italo Rota, nel secondo piano di Palazzo dei Musei è stata inaugurata una nuova sezione fotografica concepita come uno spazio dinamico di ricerca, pensiero e valorizzazione delle immagini. La sezione dedica uno spazio permanente all’opera di Luigi Ghirri, figura centrale per la storia della fotografia e per l’identità culturale della città. Il progetto – promosso dal Comune di Reggio Emilia (Musei Civici e Fototeca della Biblioteca Panizzi) in collaborazione con la Fondazione Luigi Ghirri – vede ogni anno una nuova esposizione che racconta la complessità della produzione del grande fotografo attraverso prospettive critiche inedite e il coinvolgimento di artisti contemporanei.

Il progetto espositivo per l’anno 2026-2027, esplora quella che Luigi Ghirri definisce la “strana e misteriosa parentela tra suono e immagine” che, da sempre, lo affascina. Grande appassionato di musica, Ghirri le attribuisce un ruolo centrale: lo dimostrano la passione per l’opera di Bob Dylan, la profonda amicizia con Lucio Dalla e l’importante collezione di dischi. Ma lo rivelano anche i suoi scritti, attraversati da continui rimandi all’influenza che la musica ha avuto sul suo modo di guardare e di costruire immagini. Al pari della pittura, della filosofia, della letteratura, della fotografia e del cinema, la musica concorre infatti alla formazione di quell’“immagine dell’esterno” su cui Ghirri si interrogava costantemente, riconoscendole – come alla fotografia – una capacità narrativa in grado di attivare veri e propri “squarci visionari”

Luigi Ghirri. A Series of Dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori intende affrontare questi diversi livelli di contatto tra fotografia e musica, articolandoli in un percorso in tre parti. Il corridoio centrale raccoglie fotografie dedicate ai luoghi della musica: disegni parietali di trombe e percussioni, interni di teatri, chiese con organi come fossero piccoli monumenti, juke-box e pianoforti, che insieme compongono un ritratto stratificato che intreccia cultura alta e popolare, mostrando la musica come presenza storica o apparizione fugace. Un secondo nucleo della mostra presenta numerosi materiali, anche inediti, che raccontano la relazione di Ghirri con i musicisti fra cui Lucio Dalla, Gianni Morandi, Ron, Luca Carboni, i CCCP e molti altri. Questa restituzione è anche l’occasione per valorizzare il contributo ­­– ancora poco raccontato – di Paola Borgonzoni, designer e figura decisiva accanto a Ghirri (compagna di vita e di lavoro) sia nei progetti editoriali sia nell’ideazione delle copertine dei dischi. 

Il terzo nucleo intitolato Oltre quei monti il mare è concepito come uno spazio di sperimentazione e ricerca sul soundscape e sulla relazione tra paesaggio visivo e paesaggio sonoro, grazie all’intervento artistico, realizzato appositamente per la mostra, del cantautore, produttore discografico e compositore Iosonouncane. L’intervento intende mettere in relazione l’ecologia dello sguardo di Ghirri e l’ecologia acustica del compositore, scrittore e ambientalista Raymond Murray Schafer, evidenziando come, negli stessi anni ma in ambiti diversi, entrambi abbiano riflettuto su una crescente difficoltà nel vedere e nel sentire, causata dalla saturazione dell’ambiente esterno. Paesaggio visivo e paesaggio sonoro emergono così come due modalità di orientamento e di relazione con l’ambiente e la natura.

Dal 30 aprile al 14 giugno 2026, in occasione di Fotografia Europea, un ulteriore focus dedicato alle immagini per le copertine di musica classica della storica etichetta discografica RCA, è allestito nella sala ottagonale del Teatro Valli. La scelta richiama un luogo centrale nell’esperienza di Luigi Ghirri, che con I Teatri di Reggio Emilia ha collaborato a lungo, fotografando spettacoli e ambienti. Accanto alle copertine, sono esposte anche immagini preziose custodite nell’Archivio storico del Teatro Municipale: fotografie degli spettacoli realizzati negli anni, che restituiscono lo sguardo di Ghirri sulla scena e sul tempo teatrale. La presenza di queste opere sottolinea il valore dell’archivio come luogo vivo di conservazione e di cura, capace di custodire la memoria e la bellezza nel tempo e di renderle nuovamente accessibili e condivise. 

La mostra è accompagnata da una serie di contenuti testuali e audio originali a cura di Giulia Cavaliere: approfondimenti, dialoghi e interviste che si intrecciano al percorso e invitano a una fruizione “in ascolto”. Le voci di artisti e musicisti – alcuni dei quali hanno collaborato con Ghirri o ne hanno condiviso un tratto di strada – restituiscono, in forma diretta, il dialogo tra suono e immagine che attraversa l’intero progetto.

Dal 30 aprile 2026 al 28 febbraio 2027 – Palazzo dei Musei

LINK

Francesca Woodman. Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid

Francesca Woodman, Untitled or #4 from a Series “Dissection of a Portrait”, 1976 | Courtesy © Woodman Family Foundation/SIAE | Gagosian, Rome
Francesca Woodman, Untitled or #4 from a Series “Dissection of a Portrait”, 1976 | Courtesy © Woodman Family Foundation/SIAE | Gagosian, Rome

Gagosian è lieta di annunciare Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid, una mostra di fotografie di Francesca Woodman (1958–1981). Incentrata sulle sue affinità con il Surrealismo, la mostra apre il 29 aprile e propone circa cinquanta fotografie realizzate da Woodman nel corso della sua vita, molte delle quali mai esposte prima.

Raffigurando il proprio corpo e quello di altre modelle in ambienti naturali ed interni trasandati, Woodman utilizza la composizione e la mise-en-scène per trasmettere un senso di mistero e di teatralità. Destrutturando il confine tra il corpo, oggetti e ambienti, le sue fotografie mettono in scena sia l’affermazione del sé che temi di dissociazione. Nelle sue fotografie appaiono figure nude, vestite o velate; esposte o parzialmente nascoste; accompagnate da oggetti di uso quotidiano – uova, guanti, maschere, conchiglie, tazze da tè, frutta e pesce – che suggeriscono significati simbolici. Queste opere rivelano un’artista creativamente sicura di sé, giocosamente esplorativa e affascinata dall’uso rivoluzionario che i surrealisti facevano dell’allegoria, del linguaggio e degli oggetti comuni per esprimere il meraviglioso ed il misterioso.

Woodman ha studiato il Dadaismo e il Surrealismo alla Rhode Island School of Design (RISD) e i suoi taccuini contengono molti riferimenti alle teorie di questi movimenti. Anche l’Italia ha avuto un ruolo importante nella sua formazione avendo trascorso molte estati della sua infanzia in Toscana con i genitori, entrambi artisti americani. Fluente in italiano e conoscitrice dell’arte e della cultura italiana, ha vissuto a Roma nel 1977 e nel 1978 mentre era ancora iscritta alla RISD. In città frequentava la Libreria Maldoror, una libreria e galleria specializzata in arte e letteratura dadaista, surrealista e futurista che ha ospitato la prima mostra personale dell’artista in Europa.

Nel 1979 scrisse all’editore italiano Alberto Piovani, citando come influenze “[Josef] Koudelka, Brassaï, [Jean-Auguste-Dominique] Ingres e Balthus” e osservando: “Vorrei che le parole fossero per le mie fotografie ciò che le fotografie sono per il testo in ‘Nadja’ di André Breton. Egli individua tutte le allusioni e i dettagli enigmatici di alcune istantanee piuttosto ordinarie e prive di mistero e li elabora in una storia. Vorrei che le mie fotografie sintetizzassero l’esperienza”.

Il titolo della mostra fa riferimento alla fotografia di Woodman dallo stesso titolo, 1975–77 circa, in cui le mani reggono un frammento di specchio al di sotto di una natura morta su un tavolo, e ha lo stesso impatto associativo delle immagini surrealiste di Breton e Luis Buñuel. In una nota scritta nel 1976, Woodman collegò l’opera ad un corso sulle fiabe che frequentò durante il suo primo anno alla RISD associando quel titolo alla favola della “Regina delle nevi”, che immagina simbolici frammenti di specchio che distorcono la percezione della bellezza e della bruttezza. Altre opere in mostra incorporano specchi, lastre di vetro e immagini fotografate, dipinte e stampate, che stravolgono le aspettative di una visione omogenea attraverso la moltiplicazione e la sostituzione.

Secondo la storica dell’arte Alyce Mahon, nel suo nuovo articolo per il Gagosian Quarterly, “Gli oggetti non sono personali ma sono plasmabili nell’opera di Woodman, servendo a portare il surreale nello spazio vissuto, che sia lo studio, una casa abbandonata o la natura. In questo modo la loro utilità assume un nuovo significato: si trasformano in veicoli per nuovi incontri tra estranei o cose strane”.

Altre fotografie ritraggono la figura femminile elaborata in modi insoliti, con anguille e lucci drappeggiati sul suo corpo nudo, la carne pizzicata con mollette da bucato, le gambe avvolte con del nastro adesivo. Questi ritratti si ricollegano all’interesse del Surrealismo per le immagini oniriche e la feticizzazione, suggerendo al contempo una parodia dei tratti distintivi dello stesso. Operando da entrambi i lati della macchina fotografica per dar vita al suo lavoro, il suo dialogo con il Surrealismo è da vedere nel contesto della fotografia contemporanea, dell’arte concettuale, del femminismo e di altri temi su cui si è imbattuta alla RISD e a Roma.

Dal 29 Aprile 2026 al 31 Maggio 2026 – Gagosian Roma

LINK

Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello

The Angel, Brighton Beach, New York City, USA, 2026
© Bruce Gilden/Magnum Photos | The Angel, Brighton Beach, New York City, USA, 2026

La Fondazione Brescia Musei, nell’ambito delle proprie attività di promozione e valorizzazione del patrimonio culturale della città, ha elaborato un progetto che ne interpreta e racconta la ricchezza artistica attraverso la fotografia.
 
Il concept si è tradotto nella installazione site-specific dal titolo Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello, che sarà esposta dal 27 marzo al 12 luglio 2026 alla Pinacoteca Tosio Martinengo a Brescia. Si tratta di un dittico fotografico, commissionato da Fondazione Brescia Musei al fotografo newyorkese Bruce Gilden, in occasione della mostra – A closer look – in programma dal 27 marzo al 23 agosto al Museo di Santa Giulia, e arricchirà la collezione permanente dei Musei Civici di Brescia.

Il progetto del dittico di Bruce Gilden nasce e prende forma proprio dall’occasione della richiesta di prestito dei due capolavori di Raffaello Sanzio custoditi in Pinacoteca: l’Angelo e il Cristo Redentore benedicente. Le due tavole sono infatti protagoniste della prestigiosa mostra Raphael: Sublime Poetry presso il Metropolitan Museum of Art di New York (dal 29 marzo al 28 giugno 2026). Partendo da questa contingenza logistica, la Fondazione ha scelto di dare vita a un’operazione di committenza contemporanea che rilegge l’eredità raffaellesca, proseguendo il fortunato modello sperimentato nel 2023 con David LaChapelle (ispirato a Giacomo Ceruti), confermando una strategia precisa: utilizzare il momento del prestito internazionale — segno della reputazione globale dei musei bresciani — come volano per la produzione di nuove opere d’arte.

Nella collezione del fondatore Paolo Tosio (1775-1842), Raffaello occupava il ruolo di principe delle arti, di massimo rappresentante dell’antico, di traduttore degli ideali di armonia, grazia ed equilibrio. Principi che trovano una loro manifestazione nei corpi ideali, pacati e celesti dell’Angelo e del Cristo Redentore. Al fotografo statunitense è stata posta una sfida complessa e allo stesso tempo piena di fascinazione: compiere un salto nella storia, una sorta di ellissi, ma con nuove referenze visive.
La sfida di Bruce Gilden si è configurata come un’operazione di “messa a fuoco” contemporanea che supera la citazione iconografica per trasformare il sacro in pura presenza umana. Abbandonando gli stilemi della street photography per una costruzione dell’immagine più meditata e frontale — che riecheggia la luce zenitale di Raffaello — il fotografo spoglia le figure divine dal dogma religioso per restituire loro corporeità e coscienza. Attraverso questo “sguardo ravvicinato” (closer look), Gilden accorcia le distanze temporali e metafisiche, invitando lo spettatore a un atto di fede laico in cui la fotografia non si limita a documentare il reale, ma diventa strumento di rivelazione delle aspirazioni più profonde dell’uomo, celebrando una “grazia” che risiede nella nuda e irriducibile purezza del presente.

Il progetto Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello è sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Dal 27 March 2026 al 12 July 2026 – Pinacoteca Tosio Martinengo – Brescia

LINK

100 Fotografie per ereditare il Mondo

Aleksandr Rodčenko, <em>Ragazza pioniera</em>, 1930 | courtesy Paolo Clerici<br />
Aleksandr Rodčenko, Ragazza pioniera, 1930 | courtesy Paolo Clerici

La fotografia è un linguaggio che custodisce il mondo: conserva la memoria, rivela le trasformazioni, restituisce ferite, rinascite, cambiamenti, speranze. È fascinazione, conoscenza, bugia e verità insieme, uno strumento capace di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. È il linguaggio della contemporaneità e, insieme, la memoria visiva dell’umanità. È con questa consapevolezza che nasce la mostra fotografica 100 fotografie per ereditare il Mondo, il nuovo progetto espositivo del MUDEC – Museo delle Culture di Milano, in programma dal 7 marzo al 28 giugno, a cura di Denis Curti, in collaborazione con Alessio Fusi e Alessandro Curti. Una mostra prodotta da 24 ORE Cultura, sostenuta da Zurich come Main Sponsor e supportata da Turisanda1924, esclusivo brand di viaggi di Alpitour World, che intreccia la grande storia della fotografia con le tensioni, le domande e le ossessioni del presente, offrendo un viaggio per immagini lungo due secoli.

L’idea di “ereditare il mondo”, da cui il sottotitolo scelto per questa mostra, si traduce in una riflessione sul nostro tempo: un mondo complesso, segnato da trasformazioni tecnologiche, crisi ambientali, conflitti ibridi, multiculturalità crescente e un’eccessiva saturazione visiva. In questo scenario, la fotografia diventa un modo per orientarsi, per costruire coscienza, per trovare un posto nella memoria collettiva. È proprio da questa esigenza di leggere il presente che prende forma lo sguardo storico della mostra. Siamo entrati a pieno titolo ormai nel secondo venticinquennio degli anni Duemila, eppure il nostro modo di osservare il mondo resta ancorato al Novecento. Da qui nasce la necessità di avviare una riflessione sulla storicizzazione del presente, senza perdere di vista il passato. I criteri di selezione non rispondono a gerarchie tra valori storici, estetici, politici o culturali: tutto è parte di un unico patrimonio collettivo. La scelta delle 100 fotografie, necessaria per circoscrivere un territorio visivo immenso, riflette dunque una visione curatoriale che definisce e sostiene questo viaggio nella storia dell’uomo.

La mostra si apre con una sezione introduttiva, “Società senza immagini – società con le immagini“, che attraverso silhouette, dagherrotipi, ambrotipi, ferrotipi e carte de visite restituisce il passaggio epocale da un mondo in cui l’immagine era rara, preziosa e unica a un mondo in cui diventa strumento sociale, familiare e identitario. È il momento in cui il ritratto entra nella vita quotidiana e la fotografia inizia a costruire una memoria condivisa. A partire da questa soglia storica, la mostra ripercorre l’intera e globale storia della fotografia, avviando il percorso con la prima sezione, “Nascita della fotografia“, dedicata alle prime sperimentazioni visive. Qui trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti poetici e visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855. In questa sezione è presente anche Femme à la balle (1887) di Eadweard Muybridge, realizzata in Inghilterra, che introduce la fotografia come strumento di analisi del movimento e anticipa una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine.

Alla prima sezione si affianca la seconda sezione, “Fotografia: tra realtà e finzione“, che segna il passaggio decisivo verso la modernità. Qui la fotografia, ormai tecnicamente matura, comincia a esplorare nuove possibilità linguistiche: abbandona l’idea di essere soltanto uno strumento di registrazione e si apre alla sperimentazione, alla costruzione dell’immagine, alla ricerca formale. In questo panorama si inseriscono le sperimentazioni surrealiste di Man Ray, le audaci inquadrature avanguardistiche di Aleksandr Rodčenko, e l’ironia coreografata di André Kertész con la celebre Satiric dancer (1926). Accanto a loro, opere come Behind the Gare Saint-Lazare (1932) di Henri Cartier-Bresson introducono una concezione nuova di fotografia, in cui l’immagine restituisce un senso di imprevedibilità solo in apparenza spontanea, frutto invece di uno sguardo attentissimo alla composizione, mentre Dali Atomicus (1948) di Philippe Halsman sovverte ogni regola della fisica trasformando il gesto fotografico in performance. Le composizioni visionarie di Mario Giacomelli e le invenzioni concettuali di Joan Fontcuberta completano una sezione che mostra come, già nel Novecento, la fotografia avesse saputo reinventarsi, oscillando tra documento e finzione e aprendo la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.

A seguire, si aprono quattro sezioni tematiche che interpretano la fotografia come documento, diario, evocazione e, più in generale, come uno degli strumenti attraverso cui l’immagine partecipa al racconto dell’esistenza umana. Seguendo la distinzione formulata da John Szarkowski al MoMA negli anni Sessanta, la mostra entra nella sua terza sezione, “Fotografia come documento”, dedicata alla fotografia Window: quella che osserva il mondo e registra gli eventi reali. In questo capitolo trovano spazio le immagini che hanno raccontato le guerre del Novecento, lo sbarco dell’uomo sulla Luna e, più in generale, quei momenti che hanno segnato in modo indelebile la storia contemporanea.

Dalla Migrant Mother di Dorothea Lange (1936), icona assoluta della Grande Depressione e simbolo universale della fragilità e della resilienza umana, allo storico sbarco dell’uomo sulla Luna (1969), simbolo assoluto della conquista scientifica e del potere delle immagini come prova dell’impossibile. Si prosegue con la forza drammatica della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy, che documenta la gioia e la fragilità di un momento di svolta epocale, fino alle ferite dell’11 settembre, catturate da Joel Meyerowitz a Ground Zero nel 2001, unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo l’impatto emotivo e materiale dell’attacco. Sono immagini che hanno scosso coscienze e contribuito a costruire la nostra memoria collettiva: nel Novecento il fotografo era davvero l'”occhio del mondo”. La sezione accoglie anche alcune fotografie di Martín Chambi provenienti dall’archivio del MUDEC, conservato nelle collezioni del Museo. Queste immagini rappresentano una testimonianza preziosa del suo straordinario lavoro di documentazione delle comunità andine tra il 1927 e il 1944: attraverso uno sguardo rigoroso e poetico, Chambi ha saputo restituire con rara intensità la dignità, la forza culturale e l’identità dei popoli del Perù, offrendo un contributo fondamentale alla storia della fotografia documentaria latino-americana.

A questa prospettiva si affianca la quarta sezione, “Fotografia come diario”, dedicata alla fotografia Mirror, che indaga il mondo interiore, le identità, i desideri, le ambiguità del sé e quella dimensione della memoria che va oltre l’evidenza visibile. La mostra riunisce alcuni autori che hanno saputo usare la messa in scena, il corpo e l’autorappresentazione come strumenti di indagine identitaria. Tra questi emerge Claude Cahun, che già nel 1927 mette in discussione i codici di genere attraverso autoritratti costruiti come veri e propri dispositivi psicologici; Pierre Molinier, che negli anni Sessanta esplora il desiderio e la metamorfosi del corpo in immagini volutamente trasgressive e teatrali; e Robert Mapplethorpe, la cui ricerca, esemplificata in mostra dalla fotografia Bob Love (1979), esprime una potenza formale e simbolica capace di trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Questi due emisferi, un tempo distanti, nell’ultimo quarto di secolo convergono verso un linguaggio ibrido, in cui documentazione e introspezione non sono più opposti ma coesistono in una tensione continua. Oggi viviamo in un’epoca caratterizzata da un’iperproduzione di immagini: nel tempo necessario per pronunciare una frase si scattano più fotografie che in tutto il XIX secolo. Questo ridisegna il nostro modo di vedere e di stare nel mondo. La fotografia diventa parte costante e pervasiva delle nostre vite, influenzando la percezione, il ricordo, il modo stesso in cui interpretiamo la realtà. Allo stesso tempo, le nuove generazioni, cresciute nel post-digitale, vivono un’eredità del Novecento che non è più trauma, ma sottofondo: una memoria che continua a vibrare mentre il futuro impone nuove priorità e nuovi immaginari. Molti autori contemporanei non cercano più l’evento da registrare, ma la sua risonanza emotiva: ciò che resta, ciò che si sedimenta, ciò che cambia prospettiva. La quinta sezione, “Fotografia come evocazione”, è dedicata all’ambiguità del linguaggio fotografico: un territorio in cui la fotografia diventa evocazione, metafora e costruzione simbolica. Qui le immagini reinventano il reale attraverso la finzione, l’allestimento e la stratificazione visiva. Tra gli autori presenti figurano Newsha Tavakolian (Listen, 2010), Sandy Skoglund con il suo immaginario surreale, Nancy Burson e le sue sperimentazioni sull’identità (Androgyny, 1982), David LaChapelle con le sue scenografie visionarie, e Mat Collishaw, che con Last meal on death row (2012) unisce estetica, simbolismo e riflessione etica. Dalle ambiguità del linguaggio si approda alla sesta sezione, “Fotografia come bussola per il domani”, dedicata ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo, un panorama in cui reale e post-digitale si sovrappongono continuamente. È qui che la fotografia contemporanea affronta in modo diretto e radicale i temi che definiscono il nostro tempo: la multiculturalità, le questioni di genere, le migrazioni, i conflitti civili, la crisi ambientale e i nuovi modelli di appartenenza. Tra gli autori presenti figurano Ebrahim Noroozi, che in Lake Undecided (2016) riflette sulla fragilità del rapporto tra essere umano e natura; Carlos Ayesta e Guillaume Bression, che nella serie Fukushima No-Go Zone (2011–2016) esplorano il vuoto e l’assurdità dei territori contaminati dopo il disastro nucleare; e Gohar Dashti, che in Home #8 (2017) mette in scena la casa come luogo di resistenza e memoria nelle aree colpite dalla guerra. Accanto a loro emerge il lavoro di Alba Zari, che con About the Y (2021) indaga l’identità attraverso un linguaggio visivo analitico e post-digitale, e quello di Carlos Idun-Tawiah, che con Hold Me Close (2024) restituisce con intensità il legame tra comunità, affetti e storia individuale. Insieme, queste opere mostrano come il nostro secolo abbia ormai sviluppato una propria morfologia: un tempo rapido, instabile e iper-connesso, ma al contempo ricco di possibilità che le generazioni precedenti non hanno mai avuto. In questo contesto, la fotografia non è più soltanto strumento di osservazione, ma diventa un dispositivo capace di riscrivere il futuro, intrecciando culture, popoli, amori e generazioni e restituendo la complessità del mondo in cui viviamo. In questo intreccio di epoche, linguaggi e immaginari, “100 foto per ereditare il Mondo” ribadisce la vocazione del MUDEC come luogo dedicato alla comprensione delle culture attraverso l’immagine. Le fotografie selezionate non sono soltanto tasselli di un archivio visivo, ma frammenti di memoria che ci invitano a rallentare lo sguardo e a riconoscere, nella storia dell’immagine, una chiave per leggere più consapevolmente il nostro tempo. Attraversando la mostra, ogni visitatore è chiamato a raccogliere questa eredità: un patrimonio condiviso che non appartiene solo al passato, ma continua a trasformarsi nel presente e ad aprire nuove prospettive sul mondo che verrà.

Dal 7 marzo 2026 al 28 giugno 2026 – Mudec – Milano

LINK

Guido Harari. Incontri. 50 anni di fotografie e racconti

Guido Harari, David-Bowie, 1987
© Guido Harari | Guido Harari, David-Bowie, 1987

La fotografia di Guido Harari, se fosse musica, sarebbe jazz e rock insieme. Improvvisazione e struttura, libertà e rigore. Una ballata intensa che attraversa il rumore del mondo per andare dritta al cuore. Perché nei suoi ritratti – siano essi di Bob Dylan o di persone comuni – c’è un’attenzione che restituisce qualcosa di irriducibile: l’unicità di chi sta davanti all’obiettivo. In cinquant’anni di carriera Harari ha trasformato la fotografia in strumento di relazione prima ancora che di rappresentazione, costruendo un archivio di incontri che attraversa musica, cultura, scienza e umanità comune.

“Guido Harari. Incontri. 50 anni di fotografie e racconti”, in programma alla Basilica Palladiana di Vicenza dal 27 marzo al 26 luglio, non è una semplice retrospettiva. È un manifesto su cosa significa fotografare l’altro: non catturarlo, ma incontrarlo.  Presentata oggi alla Basilica Palladiana, la mostra è promossa dal Comune di Vicenza in collaborazione con Rjma progetti culturali e Wall of Sound Gallery. Alla presentazione sono intervenuti il sindaco di Vicenza Giacomo Possamai, l’assessore alla cultura, al turismo e all’attrattività della città Ilaria Fantin, il fotografo Guido Harari e Shel Shapiro (musicista, produttore discografico e attore).

«Questa è una Basilica Palladiana come non l’abbiamo mai vista, grazie a un allestimento davvero pazzesco – ha detto il sindaco Giacomo Possamai -. Un percorso visivo ed emozionale che attraverso i decenni della seconda metà del Novecento arriva fino ai nostri giorni. In questo viaggio ci accompagnano le foto di tutti i più grandi musicisti contemporanei e di tanti artisti e personaggi di fama mondiale. Sono immagini che in ciascuno di noi accendono ricordi ed emozioni. Una proposta che consente tanti piani di lettura differenti, totalmente nuova e affascinante per i vicentini e per tutti coloro che verranno a Vicenza per visitare questa mostra. Ringrazio l’assessore alla cultura Ilaria Fantin e il suo staff per una scelta che conferma il nostro obiettivo di mandato di rendere la Basilica Palladiana un luogo vivo, capace di trasformarsi per accogliere proposte culturali sempre diverse. Un processo che stiamo applicando a tutto l’ecosistema dei nostri spazi espositivi, da quelli tradizionali ai più innovativi».

«Dopo moltissimi anni, la Basilica Palladiana torna ad accogliere una grande esposizione fotografica. E lo fa offrendo un allestimento che si inserisce con un approccio curato, in pieno dialogo e rispetto del monumento – spiega l’assessore alla cultura, al turismo e all’attrattività della città Ilaria Fantin –. Trecento fotografie capaci di attivare ricordi, suggestioni e connessioni personali. Il percorso si sviluppa attraverso i volti di artisti provenienti da mondi diversi, nei quali ciascuno può riconoscere riferimenti culturali e tracce della propria esperienza. Nelle fotografie di Guido Harari, il ritratto supera la dimensione documentaria della celebrità per assumere un valore più profondo: le immagini restituiscono storie, emozioni e aspetti autentici dei soggetti. Aspetti che il fotografo sa cogliere grazie alla sua grande sensibilità, un onore e una grande opportunità poterlo ospitare nella nostra città».

La mostra riunisce oltre 300 fotografie, installazioni, filmati originali, proiezioni, manifesti e memorabilia che documentano tutte le fasi di un percorso eclettico: dagli esordi negli anni Settanta come fotografo e giornalista musicale fino a un lavoro che ha attraversato editoria, pubblicità, moda, reportage e, soprattutto, il ritratto come luogo di prossimità e ascolto.

LA MUSICA COME GRAMMATICA DELLO SGUARDO
Per Harari la musica non è mai stata solo un soggetto. È una grammatica, un modo di organizzare lo sguardo. Ogni ritratto nasce come variazione, improvvisazione controllata, incontro che si gioca nel tempo breve e denso dello scatto. Anche quando il soggetto non è un musicista, l’approccio resta musicale: ascolto reciproco, assenza di gerarchie, relazione viva e fisica. Non esiste un genere preciso a cui ricondurre questa pratica. Tutti vengono percepiti e raccontati come se fossero rockstar, chiamati a entrare in una relazione intensa. «Non c’è nessun genere – osserva Harari – ma sicuramente è una fotografia da guardare ad alto volume!»

Questo legame profondo con la musica entra in risonanza anche con Vicenza e il suo territorio attraverso le immagini dedicate al jazz – diverse delle quali mai esposte prima (Jaco Pastorius e George Benson, e ancora Keith Jarrett, Miles Davis, Art Ensemble of Chicago, Joe Zawinul, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Jimmy Scott, Marcus Miller, Pat Metheny, Jan Garbarek, Gil Evans, Hannibal Lokumbe)– e la collaborazione con la trentesima edizione del festival New Conversations – Vicenza Jazz, in programma dal 15 al 25 maggio 2026.

IL GIOCO COME METODO
Ma come si entra davvero in relazione con un soggetto? Harari ha scelto il gioco. Non leggerezza superficiale, ma strategia precisa: creare le condizioni perché l’altro possa smettere di recitare se stesso.«L’idea era di coinvolgere i soggetti in un gioco, di non prendersi sul serio, e di calarsi invece in una dimensione in cui poter scoprire e rivelare qualcosa di inedito di sé» – spiega. C’è poi l’attrazione per il volto. Per lo sguardo, prima di tutto. Harari non ha mai nascosto di essere poco interessato al contesto in senso descrittivo: è il viso, semmai, a diventare paesaggio. «Ci sono fisionomie che rompono gli schemi -, osserva – e da sempre ne sono attratto».

I ritratti esposti alla Basilica Palladiana si dispiegano come un grande spartito visivo. Musicisti, artisti, intellettuali, scienziati, attivisti e persone comuni non sono mai ridotti a icone. Sono restituiti in immagini che risuonano di umanità, presenza, irripetibilità. Da Fabrizio De André a Bob Dylan, da Vasco Rossi a David Bowie – protagonista dell’immagine di copertina della mostra – da Lou Reed a Kate Bush, da Paolo Conte a Ennio Morricone. Accanto a loro, cineasti, architetti, stilisti, sportivi, scienziati e pensatori: Wim Wenders, Renzo Piano, Giorgio Armani, Carla Fracci, Rita Levi Montalcini, Margherita Hack, Roberto Baggio, Anselm Kiefer, Dario Fo e Franca Rame, fino a Greta Thunberg, Zygmunt Bauman, Allen Ginsberg, José Saramago, Jane Goodall.

L’ALLESTIMENTO: UN DIALOGO CON PALLADIO
Il percorso espositivo, progettato dagli architetti Giorgio e Giulio Simioni, nasce da un dialogo consapevole con la monumentale spazialità del Salone dei Cinquecento della Basilica Palladiana. L’allestimento organizza le sezioni della mostra come ambienti distinti ma in relazione continua tra loro e con l’architettura rinascimentale, dando vita ad atmosfere, sequenze narrative, dispositivi di visione che permettono al visitatore di attraversare mezzo secolo di pratica fotografica come si attraversa una partitura.

IL PERCORSO: SETTE SEZIONI E UN PANTHEON SOSPESO
La mostra si articola in sette sezioni che seguono la cronologia della carriera di Harari senza ridursi a semplice successione temporale. Ogni ambiente corrisponde a una diversa modalità di relazione con il soggetto. Si parte dalla stanza dell’adolescenza, ricostruita come luogo originario: poster alle pareti, riviste musicali, fotografie, pagine di diario, copertine di dischi, autografi e memorabilia. È qui che musica e immagini iniziano a intrecciarsi come strumenti di conoscenza del mondo. Non un archivio nostalgico, ma la mappa di una formazione dello sguardo. Gli anni Sessanta, il suono del rock come annuncio di un mondo nuovo. E poi i fotografi: Astrid Kirchherr, Jim Marshall, Art Kane, Cesare Monti, Luca Greguoli.

Dal privato si passa al pubblico: il palco, il cuore pulsante della musica dal vivo. I concerti diventano rivelazioni visive: David Bowie, Bob Dylan, Lou Reed, Bob Marley, Prince, Tina Turner emergono in immagini scattate a ridosso della scena, nel punto esatto in cui l’energia del suono si trasforma in presenza fotografabile. Poi lo sguardo arretra e scivola dietro le quinte. Nel backstage delle tournée, lontano dalla spettacolarità, Harari cerca un tempo diverso: più lento, più vicino, più vero. È qui che l’incontro diventa possibile.  Seguendo l’esempio di Annie Leibovitz, allestisce il suo piccolo studio portatile ovunque: negli alberghi come nei backstage dei palasport, persino in strada.

Molte fotografie sono improvvisate in pochi minuti nei frangenti più improbabili. Come ha scritto Laurie Anderson, è davvero un “kamikaze”, una cartina di tornasole che preferisce lasciare campo aperto all’immaginazione e all’imprevisto. Con Fabrizio De André, Paolo Conte, Peter Gabriel, Kate Bush, Frank Zappa, Vinicio Capossela, Pino Daniele, Vasco Rossi: nonpiù l’artista sul palco, ma la persona nel momento in cui abbassa la guardia.

La sezione successiva segna un passaggio cruciale: il ritratto come risultato di frequentazioni, ritorni, relazioni costruite nel tempo. Si instaura quello che Harari chiama “il buon tempo” della fotografia: un livello di massima concentrazione, un silenzio gravido di intenzioni, carico di desiderio e curiosità. Una modalità di incontro non intellettuale, totalmente emozionale, assai vicina a una specie di innamoramento.

Progressivamente la musica cessa di essere l’unico orizzonte. La fotografia si apre ad altri mondi, altri linguaggi. Scrittori, cineasti, coreografi, pensatori, attivisti entrano nell’inquadratura non come personaggi ma come interlocutori.  Alle soglie del Duemila, sentendo l’urgenza di fotografare le eccellenze che avevano reso grande l’Italia nel mondo, Harari avvia il progetto “Italians”: un censimento che è anche scommessa sul futuro. Da Beppe Severgnini a Margherita Hack, da Ennio Morricone a Roberto Benigni, da Giorgio Armani a Rita Levi Montalcini, il progetto si rivela un work in progress inarrestabile che continua ad espandersi da trent’anni.

A completare il percorso, una sezione inedita rispetto agli allestimenti precedenti: una sorta di Pantheon personale composto da 24 ritratti di grande formato sospesi nello spazio. Sono i ritratti del cuore, i volti che hanno accompagnato l’intera carriera di Harari e che oggi dialogano tra loro in una costellazione sospesa: George Harrison, Leonard Cohen, Jane Goodall, Lou Reed e Laurie Anderson, Bebe Vio, Joni Mitchell, Marcello Mastroianni, Frank Zappa, Pat Metheny, José Saramago.

La visita può essere fruita anche attraverso un’audioguida con la voce narrante dello stesso fotografo, che restituisce contesto, memoria e senso degli incontri.

Il percorso è accompagnato da filmati d’epoca, videointerviste e dal documentario di Sky Arte dedicato a Harari –  “Guido Harari. Sguardi randagi”, diretto da Daniele Cini e prodotto da Tekla Films per RaiDoc – che verrà proiettato questa sera alle ore 20.30 al cinema Odeon, presentato da Guido Harari (biglietti: https://odeonvicenza.18tickets.it/film/74543)

LA CAVERNA MAGICA: TORNARE UMANI
Èil cuore esperienziale della mostra:  in un ambiente separato, appositamente allestito, prende forma la Caverna Magica. Un dispositivo relazionale pensato per sospendere il rumore del mondo e riattivare un rapporto diretto, reale, con l’altro. In giornate dedicate, su prenotazione, chiunque può farsi ritrarre da Harari. Le persone entrano senza copione da rispettare, senza immagine da difendere. «Le persone si liberano di tutte le sovrastrutture e giocano con la propria immagine: correggono, inventano, sabotano la percezione che hanno di sé, quella che offrono a sé stessi e agli altri» –  racconta Harari. Il gioco, ancora una volta, non è evasione: è condizione di libertà. Ciò che accade nella Caverna non è la produzione di un’immagine standardizzata, ma la costruzione di una relazione. Uno sguardo che accoglie senza invadere. Un’attenzione autentica che cambia radicalmente il senso del fotografare. «Ho creato l’ambiente ideale perché si rimanga umani», dice Harari.

Chi lo desidera riceve una stampa Fine Art firmata dall’autore nel formato 30×42 cm. Ma c’è di più: i ritratti realizzati vengono esposti in tempo reale lungo il perimetro esterno delle pareti dell’esposizione, dando vita a una mostra nella mostra intitolata “Occhi di Vicenza”. Il pubblico non è più solo spettatore: diventa parte dell’opera.

“Guido Harari. Incontri” arriva alla Basilica Palladiana non come celebrazione di una carriera conclusa, ma come riaffermazione di un principio: fotografare è incontrare. In un’epoca in cui l’immagine è diventata merce di scambio e performance, Harari rivendica il valore del tempo, della relazione, dell’ascolto. Una fotografia che, come Harari ha letto su una parete della camera oscura di Mario Giacomelli, non nasce per dare risposte, ma per sollevare nuove domande. Continuare a guardare, a incontrare, a interrogarsi. A fotografare.

La mostra è organizzata da Comune di Vicenza, Musei civici di Vicenza, Basilica Palladiana di Vicenza, in collaborazione con Rjma progetti culturali e con Wall of Sound Gallery.

Dal 27 marzo 2026 al 26 luglio 2026 – Basilica Palladiana – Vicenza

LINK

MONICA BIANCARDI – Il capitale che cresce

Due donne in abiti tradizionali con velo, in piedi su un terreno roccioso con un paesaggio desertico sullo sfondo.
Monica Biancardi, Il capitale che cresce, Sarah e Saleha. Stampa fotografica ai pigmenti, 2023

Dal 24 aprile al 14 giugno 2026, il MAN ospita la mostra Il capitale che cresce di Monica Biancardi, progetto vincitore del PAC – Piano per l’Arte Contemporanea 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

La mostra, a cura di Chiara Gatti, nasce dall’acquisizione di undici fotografie in bianco e nero che documentano, tra il 2009 e il 2023, la crescita delle gemelle beduine Sara e Sarah, incontrate dall’artista durante uno dei suoi numerosi viaggi in Palestina. Nel corso di diciassette anni, Biancardi ha seguito con costanza, rispetto e straordinaria sensibilità le giovani protagoniste, costruendo con loro un rapporto di fiducia silenziosa e presenza discreta. Realizzate con macchine analogiche di medio formato, le fotografie restituiscono con forza poetica e rigore documentario non solo la trasformazione fisica delle due gemelle, ma anche le metamorfosi più profonde legate all’identità, ai ruoli sociali e alla progressiva riduzione di libertà e prospettive. Ogni ritratto racchiude la tensione tra permanenza e cambiamento, restituendo la resilienza silenziosa delle due giovani donne.

Il percorso espositivo si amplia con una serie di opere a corredo che ne amplificano la portata: sette mappe incise su plexiglas raccontano la progressiva frammentazione del territorio palestinese dal 1917 — Palestina storica — a oggi; un video di viaggio ripercorre il tragitto da Gerusalemme Est al villaggio di Hataleen; una selezione di disegni, realizzati dai bambini della comunità, esplora il tema del mare, luogo vicino ma inaccessibile, e quindi immaginato.

La mostra è accompagnata dal talk Il capitale che cresce: sguardi sulla Palestina che cambia, in programma giovedì 23 aprile. L’incontro vedrà la Direttrice Chiara Gatti in dialogo con Monica Biancardi e approfondirà la genesi del progetto e i suoi temi principali — il tempo, la trasformazione, il diritto alla libertà — offrendo al pubblico l’occasione di entrare nel processo creativo e umano che lo ha reso possibile.

Il capitale che cresce si inserisce nella mission del MAN di promuovere l’arte contemporanea come strumento di testimonianza e consapevolezza, contribuendo a una lettura critica delle trasformazioni in atto nelle geografie umane e culturali.

Il progetto è sostenuto dal PAC 2025 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Dal 24 aprile al 14 giugno 2026 – MAN Museo d’arte Provincia di Nuoro

LINK

The Wild Horses of Sable Island

Due cavalli che si avvicinano, con criniere mossi dal vento, in un'atmosfera calda e nostalgica.
© Roberto Dutesco | Roberto Dutesco, Love

La mostra 30 years. The Wild Horses of Sable Island scopre la sopravvivenza e fragilità in un mondo che cambia. A Venezia presenta 36 fotografie di grande formato, tra bianco e nero e colore, dedicate ai cavalli selvaggi di Sable Island, un lembo di terra remoto nell’Atlantico del Nord. In dialogo ideale con la fragilità della Laguna, le immagini di Roberto Dutesco raccontano un ecosistema in bilico, dove la bellezza nasce dalla resistenza e dalla capacità di adattamento.

Allestita presso Le Stanze della Fotografia sull’Isola di San Giorgio Maggiore, la mostra si inserisce nel contesto simbolico della Biennale di Venezia 2026, proponendo un racconto immersivo in tre atti che accompagna il visitatore tra origine, adattamento e futuro. I cavalli, ritratti senza intervento umano, diventano metafora di una dignità silenziosa e di un equilibrio fragile, minacciato dai cambiamenti climatici e dall’erosione degli habitat naturali.

Le immagini e i filmati invitano a uno sguardo lento e partecipe: non semplice documentazione naturalistica, ma un’esperienza emotiva che mette in relazione la vulnerabilità dell’isola con quella di Venezia stessa, città sospesa tra acqua, memoria e resistenza.

La fotografia di Roberto Dutesco nasce da un rapporto diretto e prolungato con Sable Island, costruito in oltre trent’anni di ritorni, attese e ascolto del paesaggio. Il suo sguardo non cerca l’eccezionale, ma la presenza: corpi che resistono al vento, alla sabbia mobile, alle maree, restituendo un’idea di bellezza che coincide con la sopravvivenza.

Attraverso un linguaggio visivo essenziale e cinematografico, Dutesco costruisce immagini in cui il tempo sembra rallentare. Il movimento dei cavalli, la vastità dell’orizzonte e la precarietà dell’ambiente diventano elementi di una narrazione visiva che unisce intimità e vastità, fragilità e forza.

Il percorso espositivo, articolato in tre ambienti immersivi, evita la didascalia per privilegiare l’esperienza emotiva: un invito a sentire, prima ancora che a comprendere, il legame profondo tra esseri viventi e territorio.

Artista e filmmaker attivo a livello internazionale, Roberto Dutesco ha dedicato oltre tre decenni alla documentazione dei cavalli selvaggi di Sable Island, realizzando il più ampio corpus visivo mai prodotto su questa popolazione equina. Il suo lavoro ha contribuito in modo determinante alla tutela dell’isola, sensibilizzando l’opinione pubblica fino al riconoscimento dell’area come parco naturale.

Per Dutesco, l’arte è uno strumento di responsabilità: un mezzo per generare consapevolezza, cura e senso di appartenenza verso gli ecosistemi più vulnerabili. Le sue immagini non si limitano a mostrare un luogo remoto, ma attivano una riflessione più ampia sul nostro rapporto con la natura e sul futuro della convivenza tra uomo e ambiente.

Presentata da IAMWILD Foundation e curata da Denis Curti, la mostra propone l’arte come gesto di custodia: un invito a riconoscere nella fragilità una forma di forza e nella resilienza un possibile orizzonte comune.

Dal 15 Aprile 2026 al 5 Luglio 2026 – Le Stanze della Fotografia – Isola di San Giorgio Maggiore – Venezia

LINK

À Rome la nuit. Fotografie di Hervé Gloaguen

Donation Hervé Gloaguen, Ministère de la Culture (France), Médiathèque du patrimoine et de la photographie, diffusion GammaRap
Donation Hervé Gloaguen, Ministère de la Culture (France), Médiathèque du patrimoine et de la photographie, diffusion GammaRap

Nel 1974, Hervé Gloaguen, membro della prestigiosa agenzia fotografica Viva, è uno dei rari fotografi francesi a esprimersi a colori, mentre la maggior parte dei suoi colleghi utilizza il bianco e nero nella tradizione degli umanisti, cioè i fotografi che pongono al centro delle proprie ricerche l’essere umano inserito nei suoi vari contesti sociali.

Durante un viaggio in Italia, che percorre da nord a sud con sua moglie e la loro bambina di pochi mesi, fa tappa a Roma e parcheggia il suo pulmino Volkswagen nel camping a Monte Antenne, da dove domina la città. Cercando di essere sempre il più vicino possibile al suo soggetto, cattura le immagini dei giovani intorno alle fontane, nelle terrazze dei caffè e nei ristoranti, mostrando angoli esclusivi della città eterna. Immediatamente ha l’intuizione di dover cogliere i misteri della vita notturna e delle sue luci.

Su un nucleo di 68 fotografie a colori, scattate in diversi viaggi tra il 1975 e il 1995, si fonda À Rome la nuit. Fotografie di Hervé Gloaguen, l’esposizione ospitata al Museo di Roma in Trastevere dal 25 marzo al 6 settembre 2026.
La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina, è organizzata dalla Médiathèque du patrimoine et de la photographie (MPP) del Ministère de la Culture francese e curata da Hervé Gloaguen ed Emmanuel Marguet, con la cura tecnica di Giulia Frache. Servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

L’esposizione è parte di un articolato programma culturale che dal 29 gennaio al 31 dicembre 2026 celebra il 70° Anniversario del gemellaggio Roma – Parigi, valorizzando il patrimonio artistico, storico e creativo delle due Capitali.

“In occasione di un breve soggiorno – racconta Hervé Gloaguen – ero stato colpito dalla febbre e dalla bellezza delle serate a Roma, d’estate. Dal tramonto in poi, i romani si recano in massa verso le piazze che picchettano il cuore della città. Dopo le giornate torride, vengono a cercare il fresco nei pressi delle fontane monumentali che si innalzano a Piazza di Spagna, Piazza del Popolo, Piazza Navona, o Piazza della Rotonda. Lì, sullo sfondo di chiese e palazzi oscurati dalla notte, i Romani recitano il “loro” teatro. Sono nello stesso tempo attori e spettatori dello spettacolo che la città offre a sé stessa.”

Per Gloaguen quell’incontro con la città è un colpo di fulmine. Fotografa Roma di notte a colori senza flash, attratto dal clamore di voci, dallo scorrere dell’acqua, dalle scenografie costruite su strati di secoli: il nero della notte come sipario, palazzi rinascimentali, chiese barocche e il popolo di Roma. Il suo obiettivo si concentra in particolare sui volti e i corpi che popolano la notte romana: borghesi, studenti, portinai, sposi novelli, vecchie coppie aristocratiche e turisti. Gloaguen torna a Roma negli anni ’80, guidato dai consigli di colleghi giornalisti e dalle parole di Alberto Moravia, che lo indirizza verso il quartiere EUR, i suoi viali larghi e i colonnati bianchi che brillano al sole, per conoscere un’altra faccia della città. Negli ultimi viaggi a metà degli anni ’90, Gloaguen scopre Trastevere e la sua vitalità, e in una lettera al figlio Loïc racconta questa Roma rumorosa, golosa, agitata, concludendo: “Quello che vorrei fissare nelle mie fotografie è qualcosa di meraviglioso, qualcosa di eterno. Forse il meraviglioso è proprio questo: la vita vera.”

Dal 25 Marzo 2026 al 6 Settembre 2026 – Museo di Roma in Trastevere

LINK

Annabella Rossi. La poetica della realtà

Due giovani partecipano a una celebrazione, impugnando bastoni decorati con fiori e nastri, in un contesto urbano con muri di pietra.

Un racconto per immagini colte da una giovanissima Annabella Rossi che, appena venticinquenne, si misura con la Roma lontana dal centro storico

L’esposizione ripercorre l’attività di Annabella Rossi (1933-1984), figura centrale dell’etnografia e dell’antropologia, che ha trasformato la fotografia e il video in strumenti d’indagine scientifica e sociale, attraverso fotografie, spesso inedite, provenienti dal Fondo Annabella Rossi (ICPI-MuCIV).
Il percorso espositivo delinea un’indagine corale che parte dalla spedizione in Salento del 1959 con il famoso antropologo e filosofo Ernesto de Martino per approdare alle grandi inchieste nel Mezzogiorno dedicate alla religiosità popolare e alle feste tradizionali, tra le quali spicca l’imponente ricerca sul Carnevale. Quest’ultima, condotta tra il 1972 e il 1976, ha visto la partecipazione attiva degli studenti del suo corso di Antropologia Culturale all’Università di Salerno, trasformando il lavoro sul campo in un’esperienza di didattica collettiva. Lo sguardo di Annabella Rossi si posa con la stessa intensità sulla Roma periferica della fine degli anni ‘50 e sulla vita quotidiana di Trastevere, documentando gli aspetti delle culture marginali e popolari. 
Annabella Rossi ha così restituito dignità a un’umanità segnata dalla fatica, ma illuminata da una profonda innocenza che emerge con forza nei ritratti fotografici dove la partecipazione emotiva trasforma il documento in arte.
Ad arricchire l’esperienza sensoriale, il percorso ospita il film fotoritmico “Serenata d’arte varia” di Francesco De Melis: una musicalizzazione per voce e pianoforte delle sequenze di strada della studiosa, che trasforma l’immagine statica in un flusso vitale, restituendo il ritmo di una “vita anteriore” fatta di artisti di strada e numeri d’arte varia.

L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e curata da Stefania Baldinotti, Massimo Cutrupi Francesco Quaranta dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale (ICPI) del Ministero della Cultura, in collaborazione con il Museo delle Civiltà (MuCIV). 

Dal 2 aprile al 31 maggio – Museo di Roma in Trastevere

LINK

Toni Thorimbert. Donne in vista

Una donna muscolosa in costume da bagno, con occhiali da sole, posa sulla spiaggia con il mare sullo sfondo.
Toni Thorimbert © Toni Thorimbert Janice Ragain, Los Angeles, 1988

In occasione di EXPOSED Torino Photo Festival, dal 9 aprile al 2 giugno la Project Room ospita la mostra Toni Thorimbert. Donne in vista.

Il progetto, ideato da Luca Beatrice, nasce come omaggio di Toni Thorimbert e Walter Guadagnini all’amico e critico d’arte scomparso prematuramente lo scorso anno.

La mostra riunisce circa sessanta fotografie selezionate dall’archivio di Thorimbert, tutte dedicate alla figura femminile. Realizzati nell’arco di oltre trent’anni di attività, gli scatti ritraggono donne celebri e figure anonime, evidenziando la capacità del fotografo di muoversi tra registri diversi: dal ritratto ufficiale a quello più intimo, dall’estetica della fotografia di moda a immagini nate al di fuori di committenze.

Il percorso espositivo è un viaggio nella fotografia e nella rappresentazione della donna. Il titolo Donne in vista allude sia alla presenza di figure pubbliche – tra cui Victoria Abril, Francesca Neri, Natalia Ginzburg, Inge Feltrinelli, Ornella Vanoni, Eleonora Giorgi, Nancy Brilli e Monica Bellucci – sia alla volontà del fotografo di mettere in primo piano volto e corpo femminile.

Al centro della mostra due immagini: i ritratti della madre e della figlia del fotografo. Due fotografie che condensano il senso del progetto e suggeriscono una riflessione sulla fotografia come spazio in cui esperienza personale e ricerca della bellezza si incontrano, indipendentemente dal contesto o dal soggetto ritratto.

La mostra continua con un suo spin-off nelle sale dell’NH Collection Piazza Carlina.

9 aprile – 2 giugno 2026 – Project Room – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

LINK

Mostre di fotografia da non perdere a ottobre

Fantastiche mostre ci aspettano nel mese di ottobre, guardate qua!

Anna

Nan Goldin – This Will Not End Well

Exhibition poster for 'This Will Not End Well' by Nan Goldin at Pirelli HangarBicocca, featuring a blurred figure draped in fabric against a gradient background, with exhibition dates from October 11, 2025 to February 15, 2026.

Dall’11 ottobre 2025 al 15 febbraio 2026, Pirelli HangarBicocca presenta “This Will Not End Well“, la prima retrospettiva dedicata al lavoro di Nan Goldin (nata a Washington D.C. nel 1953) come filmmaker.

A Milano la mostra riunisce il più grande corpus di slideshow mai presentato. L’esposizione include: The Ballad of Sexual Dependency (1981-2022)capolavoro di Goldin; The Other Side (1992-2021), ritratto storico, omaggio agli amici trans attraverso scatti intimi e privati realizzati tra il 1972 e il 2010; Sisters, Saints and Sibyls (2004-2022), testimonianza sul trauma familiare e sul suicidio; Fire Leap (2010-2022), incursione nel mondo dell’infanzia; Memory Lost  (2019-2021), trip claustrofobico nell’astinenza da sostanze stupefacenti; e infine Sirens (2019-2020), viaggio nell’estasi della droga.

Le Navate di Pirelli HangarBicocca ospitano due slideshow aggiuntivi: You Never Did Anything Wrong (2024), il primo lavoro astratto di Goldin — ispirato a un antico mito secondo cui un’eclissi sarebbe causata da animali che rubano il sole — una meditazione poetica sulla vita, la morte e i cicli naturali che collegano tutti gli esseri viventi. La seconda opera, Stendhal Syndrome  (2024), si basa su sei miti tratti dalle “Metamorfosi” di Ovidio che prendono vita attraverso i ritratti degli amici di Goldin in un dialogo visivo attraverso il tempo, e in cui l’esperienza personale dell’artista si intreccia con i suoi scatti di dipinti e sculture provenienti da musei di tutto il mondo.

Inoltre, l’esposizione si apre con una nuova installazione sonora del duo Soundwalk Collective, che l’ha concepita in stretta collaborazione con l’artista. Come una sorta di preludio, l’opera guida i visitatori verso il simbolico villaggio di slideshow di Goldin.
La retrospettiva è allestita in diverse strutture architettoniche, definite come padiglioni, progettati dall’architetta Hala Wardé, che già in varie occasioni ha collaborato con Goldin. Ciascun padiglione è ideato in risposta a un’opera specifica, e tutti insieme formano un villaggio.

11.10.2025 – 15.02.2026 – Pirelli Hangar Bicocca – Milano

LINK

LEE MILLER. Opere 1930-1955

Una donna che ride, seduta su un'auto d'epoca, indossa un bikini a pois e un fiore tra i capelli.
Lee Miller, Nusch Éluard accanto a un’auto. Golfe Juan, Francia, 1937 © Lee Miller Archives, England 2025. All rights reserved. leemiller.co.uk

L’autunno di CAMERA vedrà protagonista una figura straordinaria della cultura mondiale del Novecento: la fotografa americana Lee Miller.
La nuova mostra, curata da Walter Guadagnini, presenterà dal 1° ottobre 2025 al 1° febbraio 2026 oltre 160 immagini tutte provenienti dai Lee Miller Archivies, molte delle quali pressoché inedite, per una chiave di lettura sia pubblica che intima del suo lavoro e della sua straordinaria personalità. L’esposizione dà inoltre il via ai festeggiamenti per i 10 anni del Centro che proporrà un programma ampio e articolato dedicato al mondo della fotografia nelle sue infinite sfaccettature.

Il percorso espositivo si concentra sull’attività della fotografa tra gli anni Trenta e Cinquanta, documentando il suo ruolo di ponte tra gli Stati Uniti, l’Europa e l’Africa, dove visse esperienze fondamentali per la sua arte. Lee Miller fu protagonista del movimento surrealista, collaborando con Man Ray e contribuendo alla scoperta della solarizzazione. Fu vicina a figure come Pablo Picasso, Max Ernst, Paul Éluard, e realizzò immagini emblematiche sia artistiche che documentaristiche. Dopo una parentesi in Egitto, tornò in Europa alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, lavorando per Vogue e testimoniando il conflitto con fotografie drammatiche dei campi di concentramento e della caduta del regime nazista. Dopo la guerra si ritirò nella campagna inglese, ma il suo spirito creativo continuò a emergere anche nella vita privata.

1 ottobre 2025 – 1 febbraio 2026 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

LINK

INGE MORATH. Le mie storie

Autoritratto in bianco e nero di una donna con capelli scuri, che indossa una maglietta a righe, mentre tiene una macchina fotografica di fronte a uno specchio.

A Pordenone la nuova stagione della grande fotografia internazionale si apre con un’esposizione inedita sull’autrice Inge Morath.

Questa esposizione rappresenta l’inizio di un percorso espositivo ricco ed articolato, che nei mesi successivi porterà a Pordenone grandi protagonisti della fotografia internazionale, con molte anteprime nazionali. Una nuova stagione dedicata all’esercizio “Del leggere”: l’avvio di un progetto culturale che pone al centro il tema della lettura in tutte le sue declinazioni, rimarcando così il ruolo culturale di Pordenone che negli anni ha costruito una straordinaria offerta culturale di rilievo nazionale.  Un contributo che s’integrerà nel percorso operativo che porterà Pordenone verso il 2027, anno in cui alla città verrà riconosciuto il ruolo di Capitale Italiana della Cultura.

A partire dal 13 settembre 2025, la città si prepara ad accogliere una nuova ed ambiziosa stagione dedicata alla fotografia d’autore, con un calendario di mostre che porterà in città alcuni tra i nomi più rilevanti del panorama fotografico internazionale. Ad aprire questa nuova proposta, sarà una grande esposizione dedicata a Inge Morath (Graz 1923 – New York 2002), figura centrale del fotogiornalismo del Novecento e prima donna entrata a far parte della celebre agenzia Magnum Photos. Un progetto, promosso dal Comune di Pordenone ed organizzato da Suazes.

In questi anni le occasioni in Italia per approfondire aspetti del suo lavoro diverse, ma la mostra di Pordenone, intitolata “Inge Morath. Le mie storie”, svela ed approfondisce una nuova parte della sua produzione, quella rappresentata dal ritratto con un’attenzione particolare al mondo della letteratura. 

La mostra, che resterà aperta fino al 16 novembre 2025, proporrà un approccio originale e poco esplorato nella produzione della fotografa austriaca, focalizzandosi prevalentemente sulla seconda parte della sua vita, segnata dall’incontro avvenuto nel set del film “The Misfits” di John Houston e dal successivo matrimonio con il drammaturgo Arthur Miller.

Il percorso espositivo raccoglierà circa 110 fotografie e sarà ospitato all’interno degli spazi espositivi di Galleria Harry Bertoia, luogo dove lo scorso si sono tenute le due anteprime nazionali dedicate a Italo Zannier e Bruno Barbey con il progetto “Les Italiens”.

La mostra è promossa dal Comune di Pordenone e organizzata da Suazes in collaborazione con Fotohof. Sarà curata da Brigitte Blüml Kaindl, Kurt Kaindl e Marco Minuz.

13 settembre -16 novembre 2025 – Pordenone, Galleria Harry Bertoia

Persona. Fotografie di Paolo Pellegrin

© Paolo Pellegrin/Magnum Photos
© Paolo Pellegrin/Magnum Photos

In occasione del 25° anniversario di Officine Fotografiche, siamo lieti di presentare “Persona”, una mostra fotografica di Paolo Pellegrin, uno dei maestri indiscussi della fotografia contemporanea.

Curata da Annalisa D’Angelo, l’esposizione rappresenta un’occasione unica per esplorare un aspetto intimo e poco conosciuto della produzione dell’autore: il ritratto come forma di indagine, relazione e memoria.

Nelle parole della curatrice si coglie l’essenza di questa mostra: “Il ritratto da sempre terreno di confronto e riflessione, è specchio dell’anima per alcuni, furto della stessa per altri. È spazio di verità e rappresentazione, ma anche di sottrazione. È politica e paesaggio insieme. Nella visione di Paolo Pellegrin, il ritratto si fa linguaggio capace di attraversare le vite altrui con rispetto, delicatezza e intensità”.

Per la prima volta in Italia, la mostra presenta una selezione inedita di ritratti che attraversano l’intera carriera del fotografo: dai primi scatti nei campi rom italiani degli anni ’80 e ’90, ai volti e corpi segnati dei feriti di Gaza, dai coloni israeliani durante le proteste del 2005, alle immagini sospese di Haiti e degli Stati Uniti contemporanei, fino alle fotografie posate di attori hollywoodiani pubblicate come copertine del New York Times.

Ogni ritratto è un frammento di storia, testimonianza viva che continua a trasformarsi nello sguardo di chi osserva.

L’esposizione indaga anche il rapporto tra immagine e potere: dall’ambiguo ritratto di Donald Trump, colto attraverso uno schermo durante la cerimonia del suo insediamento, a un cancello spezzato che lascia intravedere la Gaza di ieri, fino a opere recenti dedicate al tema della sorveglianza.

In mostra, una varietà di tecniche e formati — stampe vintage, serigrafie, digitali e gigantografie — accompagna il visitatore in un percorso visivo che sottolinea come, per Pellegrin, il ritratto non appartenga mai solo al fotografo: è del soggetto, dello spettatore, della memoria collettiva.

“Festeggiare i venticinque anni di Officine Fotografiche con una mostra di Paolo Pellegrin – afferma Emilio D’Itri direttore e fondatore della famosa associazione – non è una scelta casuale, ma profondamente simbolica. La nostra storia è legata all’idea che la fotografia sia insieme linguaggio artistico, strumento di indagine e possibilità di relazione: esattamente ciò che il lavoro di Pellegrin incarna in maniera magistrale. In questi anni Officine è diventata un luogo d’incontro, formazione e crescita per generazioni di fotografi e appassionati, ma anche uno spazio in cui riflettere sul mondo attraverso le immagini. Con Persona abbiamo voluto restituire al pubblico un percorso che attraversa la carriera di un autore capace di trasformare il ritratto in memoria viva e testimonianza universale. Crediamo che celebrare questo traguardo con il lavoro di uno dei più grandi maestri contemporanei significhi riaffermare la nostra missione: continuare a nutrire una comunità attenta, curiosa e consapevole, e ribadire la centralità della fotografia come forma di conoscenza, cultura e impegno civile”. 

“Persona” ci invita a riflettere su ciò che è visibile e su ciò che rimane invisibile. Un dialogo tra conflitto e intimità, celebrità e anonimato, che ci accompagna nelle pieghe più profonde dell’umano.

Dal 3 Ottobre 2025 al 31 Ottobre 2025 – Officine Fotografiche Roma

LINK

Festival della Fotografia Etica di Lodi. XVI Edizione

Loay Ayyoub, The Tragedy of Gaza
© Loay Ayyoub | Loay Ayyoub, The Tragedy of Gaza

Il Festival della Fotografia Etica di Lodi è felice di annunciare i vincitori del World Report Award|Documenting Humanity 2025 e della Open Call per il no-profit.

Tra i 1002 fotografi da 80 paesi diversi e 5 continenti, che hanno inviato oltre un migliaio di progetti, sono 7 i fotografi che si sono aggiudicati la vittoria, o la menzione speciale, nelle 5 categorie che costituiscono il Premio e che saranno esposti nel corso della sedicesima edizione del Festival della Fotografia Etica di Lodi, dal 27 settembre al 26 ottobre.

I vincitori del World Report Award e della Open Call per le ONG sono stati selezionati dalla giuria internazionale composta Alexa Keefe, photo editor a capo del dipartimento che si occupa di fauna selvatica presso il National Geographic Magazine, Elizabeth Krist, photo editor per la rivista National Geographic per oltre 20 anni ed è attualmente membro del consiglio di Women Photograph e del W. Eugene Smith Fund, MaryAnne Golon, già direttrice della fotografia al Washington Post, Alberto Prina, Aldo Mendichi e Laura Covelli coordinatori del Festival.

Il World Report Award, ricordiamo, si pone l’obiettivo di condividere una nuova forma di impegno sociale attraverso la fotografia e si rivolge a tutti i fotografi italiani e stranieri, professionisti e non. Il soggetto è l’uomo con le sue vicende pubbliche e private, le sue piccole e grandi storie; i fenomeni sociali, i costumi, le civiltà, le grandi tragedie e le piccole gioie quotidiane.
Ecco i premiati e le menzioni speciali:

Federico Rios per il reportage Paths of Desperate Hope, 1° classificato nella sezione Master Award. Il premio sarà di 7.000 euro.
Tra il 2021 e il 2024 oltre un milione di persone hanno attraversato il Darién nell’intento di raggiungere gli Stati Uniti. Nel 2024 la maggior parte dei migranti erano venezuelani, ma a loro si sono aggiunti afghani, cinesi, haitiani ed ecuadoregni così come persone provenienti da altri paesi. Oggigiorno sono oltre cento le nazionalità rappresentate da coloro che attraversano questa fitta giungla al confine tra Panama e Colombia, camminando lungo il pericoloso tratto di circa 25.000 chilometri quadrati, indossando ciabatte, con i loro averi in borse di plastica, e portando i loro bambini in braccio. Non è chiaro quanti di loro riescano ad arrivare a destinazione.

Cinzia Canneri per il reportage Women’s Bodies as Battlefields, menzione speciale nella sezione Master Award.
Questo progetto affronta la condizione delle donne eritree e tigrine, scappate attraverso Eritrea, Etiopia e Sudan. Inizialmente focalizzato sulle donne eritree che fuggivano da uno dei peggiori regimi dittatoriali del mondo, il progetto si è poi esteso includendo anche le donne coinvolte nella guerra nella regione del Tigray. Durante il conflitto, le Forze di Difesa Eritrea utilizzavano la violenza sessuale come arma di guerra prendendo di mira le donne eritree per punirle e quelle tigrine per sterminarle. A prescindere dalla nazionalità a cui appartenevano, i loro corpi diventavano campi di battaglia.

Diego Fedele per il reportage The Price of Choice, 1° classificato nella sezione Spotlight Award. Il premio sarà di 3.000 euro.
La guerra nell’Est dell’Ucraina continua ad intensificarsi per il terzo anno consecutivo da quando il Presidente russo Vladimir Putin ha ordinato l’invasione nel febbraio 2022 dopo un lungo periodo di tensioni diplomatiche. Le ostilità nelle regioni a Est sono iniziate nel 2014 e da allora molti civili sono stati costretti a spostarsi nei territori a Ovest o in altri paesi europei. Gli incessanti bombardamenti hanno lasciato una scia di distruzione, paralizzando le infrastrutture, l’economia e lo stile di vita dell’Ucraina.

Loay Ayyoub per il reportage The Tragedy of Gaza, 1° classificato nella sezione Short Story Award. Il premio sarà di 2.000 euro.
Per sei mesi, a partire dalle prime ore che sono seguite all’attacco inaspettato su Israele il 7 Ottobre 2023 e fino a marzo 2024 – Loay Ayyoub ha fotografato per il Washington Post la guerra a Gaza, uno dei conflitti più devastanti di questo secolo che ha strappato decine di migliaia di vite, ha portato al più largo esodo nella regione dalla creazione dello stato di Israele nel 1948, e ha ridotto almeno la metà della popolazione in condizioni di carestia.

Md Zobayer Hossain Joati con We Live to Fight, 1° classificato nella sezione Student Award. Il premio sarà di 1.500 euro.
Questo progetto indaga quello che sta alla base delle culture, gli stili di vita, le emozioni, la storia, la politica, le vicende nascoste e gli scenari di tensioni clandestine di alcune comunità di arti marziali in Bangladesh. Le arti marziali fungono sia da forma di autodifesa — soprattutto per bambini e ragazze — sia da intrattenimento. Sebbene siano praticate da diversi gruppi, comprese le comunità indigene, le arti marziali soffrono spesso di scarsi finanziamenti e di una copertura mediatica limitata, nonostante i risultati ottenuti dagli atleti bengalesi a livello internazionale.

Julius Nieweler per il reportage Whispers Say: “War is Coming”, menzione speciale nella sezione Student Award.
Questo progetto offre uno spaccato dell’approccio della società alla vigilia delle elezioni in Moldavia, con un particolare focus sull’influenza della Russia.

Afshin Ismaeli con l’immagine The Price of War, 1° classificato nella sezione Single Shot Award. Il premio sarà di 1.500 euro.
Lo scatto singolo racconta le conseguenze della guerra attraverso la storia di un padre, veterano mutilato, che si intreccia con la presenza silenziosa e fragile del figlio: due generazioni unite da una ferita collettiva che va oltre la dimensione individuale del legame familiare.

Tante anche le candidature inviate dalle ONG di tutto il mondo alla Open Call. Sin dalla sua prima edizione, il Festival della Fotografia Etica ha dedicato particolare attenzione all’utilizzo della fotografia da parte di organizzazioni che si occupano di tematiche sensibili dal punto di vista sociale. Quest’anno sono state selezionate 4 organizzazioni che verranno esposte nell’area tematica relativa: Associazione Sportiva Dilettantistica (ASD) Roma Blind Football, Nyodeema Foundation, Minority Rights Group International ed EMERGENCY.

L’Associazione Sportiva Dilettantistica Roma Blind Football nasce nel 2024 come naturale evoluzione della precedente ASDRoma2000 ed ha come oggetto principale l’esercizio in via stabile dell’organizzazione e gestione dell’attività sportiva dilettantistica Calcio a 5 per non vedenti e per ipovedenti, ivi compresa la formazione, la didattica, la preparazione e l’assistenza per lo sviluppo dell’attività sportiva paralimpica.

Nyodeema Foundation è un’organizzazione senza scopo di lucro che promuove la consapevolezza internazionale, la tolleranza in tutti gli ambiti culturali, la comprensione tra i popoli, i diritti umani, la tutela dell’ambiente e la parità di diritti tra donne e uomini, con l’obiettivo di favorire la loro indipendenza economica e finanziaria a lungo termine.

Minority Rights Group è una delle principali organizzazioni per i diritti umani che lavora a fianco di minoranze etniche, religiose e linguistiche, e dei popoli indigeni in tutto il mondo. L’organizzazione sostiene minoranze e popoli indigeni nella difesa dei loro diritti: dalla terra su cui vivono, alle lingue che parlano, dalle credenze che praticano, alle culture di cui fanno parte, dalle pari opportunità nell’istruzione e nel lavoro, alla piena partecipazione alla vita pubblica.

EMERGENCY è un’Associazione internazionale nata in Italia nel 1994 con due obiettivi: garantire cure di qualità e gratuite alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà e, allo stesso tempo, promuovere una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani. Dal 1994 EMERGENCY ha lavorato in 21 Paesi di tutto il mondo offrendo cure gratuite e di alta qualità a chi ne ha più bisogno, secondo i principi di eguaglianza, qualità e responsabilità sociale. Dalla sua fondazione a oggi, in tutte le strutture sanitarie di EMERGENCY sono state curate gratuitamente oltre 13 milioni di persone.

A partire dal prossimo 27 settembre oltre 20 mostre da visitare in un mese speciale dedicato alla fotografia, tra cui quella del World Press Photo, unica tappa lombarda della mostra internazionale itinerante. Il grande concorso internazionale di fotogiornalismo e fotografia documentaria più famoso al mondo che si svolge da oltre 50 anni e indetto dalla World Press Photo Foundation di Amsterdam, torna a Lodi per il quarto anno. Quasi 150 immagini che arrivano dai 5 continenti per raccontare storie incredibili.

Dal 27 Settembre 2025 al 26 Ottobre 2025 – Lodi – sedi varie

LINK

Vera Fotografia, Gianni Berengo Gardin

Una coppia si bacia in un elegante corridoio con colonne e lampioni, ritratta in bianco e nero.
Gianni Berengo Gardin, Piazza San Marco, Venezia, 1959 – Courtesy of the artist & Polka Galerie

For the first time, Galerie Polka dedicates an exhibition to Gianni Berengo Gardin, a major figure in Italian photography. On this occasion, nine iconic platinum-palladium prints, each limited to ten editions, are presented. This process, renowned for its tonal depth and longevity, reveals the full subtlety of the photographer’s humanist and committed vision. Complementing the exhibition are a selection of vintage silver gelatin prints carefully chosen from his studio in Milan, enriching this unique presentation. This inaugural show at Polka pays tribute to a rare body of work—both discreet and essential—rooted in the visual memory of the 20th century. 

Dall’11 settembre al 25 Ottobre – Galerie Polka – Parigi

LINK

HOT POT – Autori Vari

“Hot Pot” (l’Hot pot consiste in molte varietà di stufato dell’est asiatico) prende il nome da un diffuso piatto che si consuma in Cina, simbolo di condivisione e fusione di sapori, riflettendo l’idea di un melting pot culturale e sociale. Otto autori diversi, otto prospettive uniche, un’unica narrazione visiva: quella della cultura contemporanea cinese e delle sue trasformazioni. Il lavoro si presenta come un affascinante mosaico di immagini che esplorano i cambiamenti sociali, culturali e architettonici delle città moderne. Ciascuno degli otto fotografi coinvolti ha scelto un tema specifico, fornendo un contributo personale e originale che si inserisce nel quadro complessivo della mostra. Gli autori hanno esplorato il concetto di fluidità nella vita urbana, documentando i mutamenti nei flussi di persone all’interno delle metropoli, catturando l’essenza del movimento costante e della trasformazione, raccontando storie di individui che vivono e lavorano negli ambienti urbani, offrendo uno spaccato della diversità dell’esperienza umana segnata da vita che potrebbe essere considerata comune in più luoghi del mondo per arrivare agli eccessi di cui la società cinese è intrisa. Sono state raccontate le nuove forme architettoniche che stanno ridefinendo lo skyline urbano, mettendo in luce l’innovazione e la creatività che caratterizzano la progettazione degli spazi contemporanei per arrivare al racconto di angoli dimenticati immortalando edifici e spazi che raccontano storie che evocano sensazioni di nostalgia e dando ampio spazio a riflessioni e sentimenti contrastanti. Il dialogo tra tradizione e modernità, documenta come le pratiche culturali tradizionali si integrano e si trasformano nella società contemporanea, celebrando la resilienza e l’adattabilità delle culture urbane così come l’impatto della tecnologia sulla vita quotidiana, mostrando come dispositivi digitali e connessioni virtuali stiano ridisegnando le interazioni umane e gli spazi pubblici, offrendo uno sguardo critico sulle nuove dinamiche sociali. Interessante l’esplorazione del concetto di identità collettiva e il ruolo degli spazi pubblici come luoghi di aggregazione e confronto, evidenziando l’importanza di questi spazi nel favorire la coesione sociale e il senso di comunità. “Hot Pot” è una sinfonia visiva che invita il pubblico a riflettere sulle molteplici dimensioni della vita urbana contemporanea in Cina. Ogni fotografo contribuisce con il proprio linguaggio visivo, creando un’esperienza ricca e stratificata che rispecchia la complessità della società odierna. Questa mostra rappresenta un’opportunità unica per immergersi nei cambiamenti che stanno ridisegnando le città cinesi e, attraverso gli occhi degli otto autori, si possono esplorare le molteplici sfaccettature della cultura attuale, un piccolo viaggio attraverso il tempo e lo spazio urbano, un dialogo visivo che invita alla contemplazione e alla scoperta della Cina contemporanea. Sara Munari

Dal 27 settembre al 26 ottobre – Spazio Vigne del Teatro alle Vigne – Lodi

Fotografia tra reale e surreale – RODNEY SMITH

Immagine in bianco e nero di cinque persone che indossano abiti eleganti e tengono ombrelli, con il profilo delle Torri Gemelle sullo sfondo, in una scena che suggerisce un'atmosfera nostalgica e stilistica.
Skyline, Hudson River, New York, 1995 © Rodney Smith

“Mi avventuro nel mondo per respirare la sua dubbia reputazione e il suo umorismo, per vedere più chiaramente, per cercare finalità e conoscenza, per aprirmi, per cogliere in modo esuberante e inesorabile la luce.” Rodney Smith

Per la prima volta in Italia, arriva a Palazzo Roverella una grande mostra monografica che celebra l’opera dell’acclamato fotografo newyorkese Rodney Smith (1947-2016).

L’ampia retrospettiva, che espone oltre cento opere evocative di Smith, è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con diChroma photography, il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo, e prodotta da Silvana Editoriale. Sarà possibile visitare l’esposizione curata da Anne Morin dal 4 ottobre al primo febbraio 2026.

La mostra introduce il pubblico italiano a un grande protagonista della fotografia, noto per la sua inconfondibile estetica: un raffinato connubio di eleganza classica, composizione rigorosa e ironia elegante e surreale, che ha richiamato paragoni con le opere del pittore René Magritte. A lungo acclamato per le iconiche immagini in bianco e nero che combinano ritratto e paesaggio, Rodney Smith ha dato vita a mondi incantati e visionari pieni di sottili contraddizioni e sorprese. Realizzate con il solo ausilio di pellicola e luce naturale, le sue immagini oniriche, mai ritoccate, si distinguono per una meticolosa cura artigianale e una straordinaria precisione formale.

Allievo di Walker Evans, influenzato da Ansel Adams e ispirato dall’opera di Margaret Bourke-White, Henri Cartier-Bresson e William Eugene Smith, le sue fotografie sono apparse su pubblicazioni di spicco quali “TIME”, “Wall Street Journal”, “The New York Times”, “Vanity Fair” e molte altre. Non da ultimo, Smith ha ottenuto grandi riconoscimenti per la sua fotografia di moda in collaborazione con rinomati marchi tra cui Ralph Lauren, Neiman Marcus e Bergdorf Goodman.

L’estetica di Smith mostra inoltre evidenti parallelismi con la tradizione cinematografica, e si avvale di netti rimandi all’opera di registi del calibro di Alfred Hitchcock, Terrence Malick e Wes Anderson, e a leggende del cinema muto quali Buster Keaton, Charlie Chaplin e Harold Lloyd.

Rodney Smith, uomo colto e studioso di teologia e filosofia, mosso da una ricerca continua del significato della vita, ha trovato nella fotografia il linguaggio che gli ha consentito di esprimersi al meglio.

Proprio Smith che si descriveva come un “ansioso solitario”, trovava conforto nel catturare immagini considerandole un modo per “riconciliare il quotidiano con l’ideale”, per tradurre le proprie emozioni nella forma e per tramutarsi da osservatore a partecipe.

Le sue immagini iconiche catturano il mondo con humour, grazia e ottimismo. Con il suo stile distintivo ha affinato la percezione, portando ordine nel caos.

Le fotografie di Rodney Smith stupiscono, affascinano e intrigano, conducendo l’osservatore in regni poetici di riflessi e riflessioni. Sereni luoghi immaginari evocano un senso di benessere e inducono chi li osserva a sorridere e ad abbandonarsi alla tenerezza e, grazie a questa apertura e distensione, a provare stupore e ammirazione.

Così la curatrice Anne Morin descrive il lavoro di Rodney Smith:

“Ogni immagine creata da Smith, con la cura e la precisione di un orafo, è un tentativo sempre nuovo di ricreare questa armonia divina e di raggiungere uno stato superiore, anche solo per un istante. Ogni immagine è eterea ed estatica.

(…) In qualsiasi punto dell’immagine si posi lo sguardo, l’occhio è immediatamente sedotto dalla grazia, dalla raffinatezza, dallo squisito accostamento di forme e contro forme, dalla diversità delle materie e dalla ricchezza narrativa che eccelle per sobrietà, parsimonia e silenzio.”

Il percorso espositivo è suddiviso in sei sezioni tematiche: La divina proporzioneGravitàSpazi etereiAttraverso lo specchioIl tempo, la luce e la permanenzaPassaggi.

La maggior parte delle opere esposte sono in bianco e nero, a testimonianza del fatto che Smith ha iniziato a lavorare con il colore solo a partire dal 2002.

Come spiega lo stesso fotografo: “Dopo quarantacinque anni e migliaia di rullini, provo ancora questo amore incondizionato per la pellicola in bianco e nero. Tuttavia, contrariamente a quanto pensavano molti miei conoscenti, ho cambiato idea e circa otto anni fa ho iniziato a scattare anche a colori. Assolve a una funzione diversa per me, e ne parlerò più avanti, tuttavia non c’è niente per me come l’oscurità e la sfolgorante intensità del bianco e nero. È un’astrazione che avviene per aggiunta. Sì, c’è molto più colore nel bianco e nero di quanto non ve ne sia nel colore”.

Di fatto, una volta che Smith ha abbracciato il colore e la fotografia di grande formato, i risultati sono stati sorprendenti.

Le opere di Rodney Smith sono ora esposte in musei, gallerie e importanti collezioni private in tutto il mondo.

L’imminente retrospettiva monografica che aprirà i battenti a Palazzo Roverella il 3 ottobre 2025, offrirà l’opportunità anche al pubblico italiano di lasciarsi trasportare nel mondo incantato di Rodney Smith e di approfondire la conoscenza di questo fotografo, maestro indiscusso di un’eleganza senza tempo.

4 ottobre 2025 – 1 febbraio 2026 – Rovigo, Palazzo Roverella

LINK

World Press Photo Exhibition 2025

<span>Samar Abu Elouf, Mahmoud Ajjour, nove anni </span><span>© Samar Abu Elouf, The New York Times. World Press Photo of the Year</span><br />
Samar Abu Elouf, Mahmoud Ajjour, nove anni © Samar Abu Elouf, The New York Times. World Press Photo of the Year

World Press Photo Exhibition 2025, la più prestigiosa mostra di fotogiornalismo al mondo, torna a Torino: le 144 immagini che la compongono saranno esposte nell’ipogeo della Rotonda del Talucchi, all’Accademia Albertina delle Belle Arti, in via Accademia Albertina 6, da venerdì 19 settembre a lunedì 8 dicembre.
L’esposizione presenta i lavori di fotogiornalismo e fotografia documentaristica vincitori della 68ª edizione del concorso, firmati per le maggiori testate internazionali, come New York Times, Washington Post, Der Spiegel, Time, le agenzie France Presse, Associated Presse, Reuters, Tass: immagini che offrono una panoramica sul presente e rappresentano un’opportunità per un viaggio critico nell’attualità, affrontando questioni come conflitti, disordini politici, crisi climatica, viaggi dei migranti.
Le 144 immagini sono state selezionate tra le 59.320 scattate da 3778 fotografi provenienti da 141 paesi.
A Torino l’esposizione torna per il nono anno consecutivo ed è organizzata da Cime, Ambassador Italia della World Press Photo Foundation di Amsterdam.
L’apertura al pubblico è prevista per venerdì 19 settembre alle 16. Anche quest’anno, la mostra, che gode del patrocinio della Città di Torino, sarà accompagnata da conferenze dedicate alla fotografia e ai grandi temi dell’attualità.

L’edizione 2025

World Press Photo Contest 2025 ha coinvolto sei giurie regionali e una giuria globale, che è stata presieduta dall’italiana Lucy Conticello, direttrice della fotografia per M, il magazine di Le Monde. Il processo di selezione ha richiesto due mesi di intenso lavoro, tra gennaio e febbraio 2025.
Il concorso è stato suddiviso in sei aree geografiche: Africa, Asia Pacifica e Oceania, Europa, Nord e Centro America, America del Sud, Asia Occidentale, Centrale e Meridionale. Questo approccio regionale ha permesso di ottenere una visione e un racconto globale di ciò che accade sul nostro Pianeta. Una volta selezionati i vincitori per ogni area, si è proceduto alla scelta dei vincitori assoluti.
Quattro, invece, sono state le categorie in cui è stato suddiviso il concorso: Singole, Storie, Progetti a lungo termine Open Format, dedicata all’interazione tra fotografia e altri linguaggi.

«Il World Press Photo Contest rappresenta un importante riconoscimento per professionisti che lavorano in condizioni difficili ed è anche un riassunto, per quanto incompleto, dei principali avvenimenti internazionali. Come giurati, siamo andati in cerca di immagini che possano favorire il dialogo» afferma Lucy Conticello, presidente della giuria mondiale.
I fotografi selezionati nel 2025 sono originari di Bangladesh, Bielorussia, Brasile, Colombia, Corea del Sud, Germania, Spagna, Stati Uniti, Francia, Haiti, Indonesia, Iran, Iran/Canada, Italia, Myanmar, Nigeria, Palestina, Olanda, Perù/Messico, Filippine, Portogallo, Repubblica Democratica del Congo, Russia, Germania, Salvador, Sudan, Thailandia, Turchia, Regno Unito e Venezuela.

I vincitori

A vincere il titolo di World Press Photo of the Year 2025 è stata la palestinese Samar Abu Elouf con un’immagine che ritrae Mahmoud Ajjour, 9 anni, un bambino mutilato da un attacco israeliano sulla Striscia di Gaza, nel marzo 2024. Questa immagine è stata pubblicata sul New York Times.

Durante la fuga, Mahmoud si è voltato per esortare la famiglia a fare presto. Un’esplosione ha intercettato le braccia tese e le ha distrutte. Dopo le cure mediche, la famiglia è stata evacuata in Qatar, dove il bambino sta imparando a scrivere con i piedi. La fotografa Samar Abu Elouf è stata, invece, evacuata da Gaza nel dicembre 2023 e vive ora a Doha, nello stesso complesso di appartamenti di Mahmoud.

Due sono finalisti per la Foto dell’Anno del World Press Photo: richiamano l’attenzione su altre due questioni di grande attualità, l’immigrazione e il cambiamento climatico.
Lo statunitense John Moore ha vinto con “Attraversamento notturno” che testimonia il fenomeno dell’immigrazione cinese clandestina negli Stati Uniti con un’immagine di alcuni migranti che cercano di scaldarsi sotto la pioggia, dopo avere attraversato il confine del Messico. È stata scattata in California il 7 marzo 2024 per Getty Images.
Il peruviano-messicano Masuk Nolte si è classificato finalista con “Siccità in Amazzonia”, realizzata per Panos Piciture, Bertha Foundation. Rappresenta un giovane costretto a percorrere a piedi due chilometri sul letto del fiume in secca per portare cibo a sua madre che vive in un villaggio un tempo accessibile in barca. È stata scattata il 5 ottobre 2024.
 Tra i temi trattati anche l’attentato a Donald Trump, la campagna elettorale in Venezuela, la violenza delle gang a Haiti, le proteste anti governative in Kenya, Georgia e Bangladesh.
Tra i progetti a lungo termine premiati c’è quello dell’unica fotografa italiana selezionata, Cinzia Canneri, che ha seguito le vite di alcune donne in fuga dal regime repressivo in Eritrea e dal conflitto in Etiopia. La bielorussa Tatsiana Chypsanava, invece, ha raccontato come una comunità maori difende la sua identità culturale in Nuova Zelanda, mentre Aliona Kardash è tornata nel suo paese d’origine, la Russia, per capire come la repressione e la propaganda abbiano trasformato le persone che sono rimaste. In America Centrale, Carlos Barrera ha documentato la violenza del governo di Nayib Bukele in Salvador, mentre Federico Ríos ha attraversato la regione selvaggia tra Panama e Colombia insieme ai migranti che rischiano la vita per arrivare negli Stati Uniti. Ancora, Ebrahim Alipoor è arrivato sulle montagne impervie del Kurdistan iraniano per conoscere le storie dei kolbar, i corrieri che trasportano illegalmente merci tra Iraq, Turchia e Iran.

La mostra a Torino
«Torino si conferma capitale culturale e civica dell’informazione visiva. Per il nono anno consecutivo, la World Press Photo Exhibition torna in città, rinnovando l’impegno a offrire uno sguardo lucido e internazionale sulle storie che definiscono il nostro tempo. Una cultura che è anche servizio pubblico – dice Vito Cramarossa, direttore di CIME, Ambassador Italia della World Press Photo Foundation di Amsterdam – Il pubblico torinese – cittadini, scuole, professionisti, famiglie – cresce di anno in anno: un segnale di comunità viva, curiosa ed esigente, consapevole del valore del giornalismo e del fotogiornalismo nel comprendere la complessità del presente. La mostra diventa così uno spazio condiviso di confronto, sensibilizzazione e partecipazione alla vita democratica».

Aggiunge Cramarossa: «Per la prima volta, quest’anno, la mostra approda all’Accademia Albertina di Belle Arti: una cornice che unisce arte, bellezza e responsabilità dell’informare. Per l’Accademia e per i suoi studenti è un’occasione concreta di dialogo con linguaggi, etiche e pratiche del giornalismo visivo contemporaneo. Ringraziamo la Città di Torino e l’Accademia Albertina per la collaborazione e la fiducia. Con questa edizione riaffermiamo il valore dell’informazione di qualità e delle arti come beni comuni, e rendiamo omaggio al lavoro rigoroso e coraggioso dei giornalisti e fotogiornalisti nel mondo».

Dal 19 Settembre 2025 al 8 Dicembre 2025 – Accademia Albertina – Torino

LINK

CONTRO LA GUERRA – sguardi e immaginari

CONTRO LA GUERRA - sguardi e immaginari, Palazzo dei Musei, Reggio Emilia

L’esposizione “CONTRO LA GUERRA – sguardi e immaginari”è un progetto di EMERGENCY a cura di CHEAP ed è un percorso immersivo sul tema della guerra nei suoi effetti fisici, psicologici, sociali e politici che si struttura attraverso diversi livelli visivi e gradi di coinvolgimento.  
 
La mostra si interroga sulla possibilità di entrare, in modo intimo ma non voyeuristico, nelle storie delle vittime, così come nella resistenza di chi vi si oppone, praticando la disobbedienza civile, protestando pubblicamente, rivendicando disarmo e solidarietà. E curando le ferite degli altri, come fa EMERGENCY dal maggio 1994, data di fondazione di un’organizzazione che pratica la medicina anche come strumento di pace. 
 
Tratte dall’archivio storico, le grandi fotografie in bianco e nero sulle attività di cura di EMERGENCY, dall’Afghanistan all’Iraq, si alternano ai poster di CHEAP, provenienti da alcuni degli interventi più importanti realizzati dal collettivo negli ultimi anni – “Disobbedite con generosità”, “Sabotate con grazia”, “Agitatevi” – e a quelli delle artiste e degli artisti invitati a partecipare alla mostra, dall’Italia al Brasile, dalla Spagna alla Polonia. Geografie lontane e sensibilità diverse, accomunate dalla convinzione che – come dichiarano i messaggi incisi lungo il percorso espositivo – “nessuna guerra è inevitabile” e che “la guerra non restaura diritti, ridefinisce poteri”.Lo testimoniano peraltro le immagini all’interno di un box, riparate da una feritoia: fotografie di persone e dei loro corpi sopraffatti dalla violenza della guerra, ma schermati e non a vista, possono infatti essere guardate solo se ci si avvicina alla feritoria. Sono fotografie di dimensioni più ridotte, esplicite, crude che richiedono uno sguardo attento, consapevole. Sono un appello che EMERGENCY e CHEAP rivolgono al pubblico, una richiesta di avvicinamento, di assunzione di responsabilità. 

Dal 4 Settembre 2025 al 26 Ottobre 2025 – Palazzo dei Musei – Reggio Emilia

LINK

‘OM/MOTHER – Barbara Debeuckelaere e le donne di Tel Rumeida

Vista panoramica su una città con edifici di varie altezze, in primo piano spuntano alcuni fiori.

Mercoledì 15 ottobre 2025 Spazio Labo’ inaugura la mostra ‘Om/Mother: un progetto collaborativo tra la fotografa belga Barbara Debeuckelaere e le donne di otto famiglie palestinesi di Tel Rumeida, un quartiere di Hebron/H2 in Cisgiordania.

Per l’occasione l’artista sarà presente in galleria e alcune delle donne di Tel Rumeida saranno in collegamento da remoto. Durante l’inaugurazione è prevista una tavola rotonda per discutere insieme a loro e ad altri ospiti tra cui Issa Amro, attivista palestinese con sede a Hebron e cofondatore ed ex coordinatore del gruppo Youth Against Settlements e Adam Broomberg, fotografo, educatore e attivista sudafricano con sede a Berlino.
Parleremo insieme della situazione in Palestina oggi, sentiremo le voci di chi sta vivendo in una città palestinese assediata da coloni e soldati israeliani illegali e radicali e ovviamente della situazione a Gaza, che è sempre più tragica con un genocidio in atto e verso la quale come centro culturale non possiamo non prendere una posizione netta.

Nel progetto a più mani ‘Om/Mother, coordinato da Debeuckelaere, le donne palestinesi di Tel Rumeida rivendicano la propria autonomia usando personalmente la macchina fotografica per documentare le loro vite, le loro case e l’ambiente circostante. La fotografia viene utilizzata per mostrare la loro perseveranza e denunciare la propria condizione. Mostrando al mondo la loro determinazione a continuare la loro vita quotidiana sotto occupazione, queste donne partecipano all’atto di resistenza più estremo.

Oltre a Gerusalemme, Hebron è l’unico luogo in Cisgiordania in cui coloni israeliani radicali vivono nel cuore di una città palestinese, e ospita diversi luoghi sacri sia per gli ebrei che per gli arabi. L’intreccio di piccoli insediamenti pesantemente sorvegliati suddivide i quartieri storici in piccoli settori con posti di blocco, limitando gravemente la libertà di movimento dei residenti palestinesi. Poiché solo il due percento della popolazione della Città Vecchia è israeliana, protetta da più del doppio dei soldati, le tensioni in questa società divisa aumentano regolarmente.
Oltre al conflitto persistente e all’occupazione illegale, i palestinesi sono sotto costante sorveglianza e affrontano la minaccia immediata delle molestie violente dei loro vicini coloni, che agiscono impunemente. Sebbene sia gli uomini che le donne soffrano di questa situazione, le donne sono raramente sentite o viste, poiché rimangono per lo più a casa, temendo per la propria sicurezza e quella dei propri figli e figlie. Ma la loro azione quotidiana di resistenza alla violenza e al sopruso è parte fondamentale della vita in Cisgiordania e le loro voci vanno quanto più ascoltate e condivise e anche l’arte può e deve avere un suo ruolo in questo.

15.10.2025 / 22.01.2026 – Spazio Labò – Bologna

LINK

Siena Awards 2025

© Muhammed Muheisen
© Muhammed Muheisen

From September 26 to November 23, a rich program of events and photographic exhibitions confirms the festival as a must-see event of the autumn season.

The Siena Awards Festival 2025 kicks off on September 26 with three unmissable events: starting with the SIPA Talks, featuring leading masters of photography, followed by Ars Lucis, a spectacular video mapping show on the Palazzo Pubblico and Torre del Mangia, and concluding with the highly anticipated interview with Steve McCurry, hosted by Gianluca Gazzoli.

A festival to be savored slowly, strolling through the alleys, squares, and historic landmarks of Siena‘s city center, as well as the charming villages of Castelnuovo Berardenga and Sovicille.

Four extraordinary solo exhibitions showcase the work of outstanding photographers: Muhammed Muheisen takes us through two decades of war, exile, and resilience; Elliot Ross highlights the deep inequalities in access to water in the United States; Katie Orlinsky tells the dramatic story of the disappearing caribou in the Arctic; and Adrees Latif explores the complex reality of migration along the U.S.-Mexico border.

In addition to the solo shows, the Siena Awards Photo Festival 2025 offers a rich exhibition program featuring: the prestigious group exhibition of the SIPA-Siena International Photo Awards, the cutting-edge selection of the Creative Photo Awards, the breathtaking aerial images of the Drone Photo Awards, and the powerful solo exhibition by Kiana Hayeri, No Woman’s Land – an intense narrative on what it means to be a woman in lands marked by conflict and transformation.

Forty installations displayed on the facades of buildings in the historic center of Sovicille – set within old, bricked-up doors and windows – transform this charming Tuscan village into an open-air museum. A unique opportunity to experience art in a timeless and evocative setting.

Dal 26 Settembre 2025 al 23 Novembre 2025 – Siena – sedi varie

LINK

Fotosintesi. Fotografie dalla collezione Carla Sozzani

Horst P. Horst, <em>"Hands, Hands, Hands…”</em>, New York, 1941, Horst P Horst, Vogue © Condé Nast
Horst P. Horst, “Hands, Hands, Hands…”, New York, 1941, Horst P Horst, Vogue © Condé Nast

Dal 18 ottobre 2025 al 22 marzo 2026 il CAMeC – Centro d’Arte Moderna e Contemporanea della Spezia apre le sue sale alla grande fotografia con Fotosintesi. Fotografie dalla collezione Carla Sozzani, a cura di Maddalena Scarzella.
 
La mostra presenta un’ampia selezione di opere fotografiche provenienti dalla collezione privata di una delle figure più influenti della cultura visuale degli ultimi cinquant’anni. Ispiratrice e anticipatrice di gusti, Carla Sozzani ha messo insieme, fin dagli esordi della sua carriera di giornalista, editrice e gallerista, una prestigiosa raccolta che attraversa tutte le epoche della storia della fotografia.
 
Karl Blossfeldt, David LaChapelle, Horst P. Horst, Urs Lüthi, László Moholy-Nagy, Sarah Moon, Helmut Newton, Man Ray, Paolo Roversi, Alfred Stieglitz: sono solo alcuni degli artisti presenti in mostra. Una selezione di oltre cento fotografie racconta la visione di una collezionista che — in un processo simile alla fotosintesi — ha trasformato le riviste che ha diretto, come Elle e i numeri speciali di Vogue Italia, e gli spazi che ha fondato, come 10 Corso Como e la Fondazione Sozzani, in vere e proprie piattaforme di innovazione visiva, generando nuovi linguaggi che hanno segnato la cultura, la moda e l’editoria dagli anni ’80 a oggi.
 
Nelle parole del Direttore Antonio Grulli: “È per me un grande onore poter inaugurare questa prestigiosa mostra. Carla Sozzani è una delle figure che maggiormente ha plasmato la cultura visuale degli ultimi decenni a livello internazionale, facendo tantissimo per la fotografia e i fotografi, non solo collezionando ma agendo in prima persona attraverso il dialogo con gli artisti e con la sua galleria. L’esposizione si pone in dialogo con la collezione permanente, all’interno della quale è presente un corpus di alta qualità di fotografie che attraversa la storia del Novecento, dalle avanguardie storiche fino a oggi, passando per un utilizzo del mezzo fotografico in rapporto a pratiche come la performance, l’arte concettuale e processuale. Ci tengo infine a ringraziare di cuore l’Associazione Amici del CAMeC, senza il cui aiuto gestionale e intellettuale questa mostra non sarebbe stata possibile”.
 
“Sono orgogliosa che la mia collezione prenda vita nelle sale del CAMeC della Spezia, nel museo di arte moderna e contemporanea che custodisce una così importante collezione permanente di fotografia. Sono profondamente grata al direttore Grulli e a tutto il museo per aver creduto in questo progetto e averlo reso possibile”, dichiara Carla Sozzani.
 
“È per me un privilegio curare questa mostra che porta al CAMeC della Spezia la collezione di Carla Sozzani: una visione del mondo, del femminile e della bellezza che attraversa la storia della fotografia e trova in questa raccolta la sua sintesi. In Fotosintesi, le opere provenienti dall’Archivio della Fondazione Sozzani si incontrano in una nuova selezione, dando vita a un dialogo inedito”, dichiara Maddalena Scarzella, curatrice Archivio Fondazione Sozzani.
 
“La nuova mostra del CAMeC si inserisce pienamente nel grande percorso di valorizzazione e rilancio che il Comune in partnership con Fondazione Carispezia sta offrendo al nostro museo d’arte contemporanea – dichiara il Sindaco della Spezia Pierluigi Peracchini – “Fotosintesi. Fotografie dalla collezione di Carla Sozzani” non ha solo un valore intrinseco, ma si coniuga perfettamente con il nucleo di opere fotografiche già presenti nelle raccolte, rafforzando ancora una volta il valore storico-documentale delle collezioni civiche.”
 
“A quasi un anno dalla riapertura, con questa nuova mostra dedicata alla grande fotografia internazionale prosegue con convinzione il percorso di rilancio del CAMeC che Fondazione Carispezia ha intrapreso insieme al Comune della Spezia – dichiara Andrea CorradinoPresidente di Fondazione Carispezia. Dopo la riapertura del museo e l’importante esposizione dedicata a Morandi e Fontana, l’arrivo della collezione fotografica di Carla Sozzani segna un ulteriore passo in avanti nel consolidare il ruolo del CAMeC come polo culturale di riferimento, capace di rafforzare l’attrattività del territorio anche oltre i confini locali. È un’occasione unica per il nostro territorio: un dialogo di altissimo livello tra la fotografia d’autore e le raccolte del museo, che conferma il valore di investire nella cultura come leva di crescita e innovazione.”
 
“Con questa mostra il CAMeC prosegue, grazie alla Fondazione Sozzani e al nuovo direttore Antonio Grulli, il proprio racconto: una grande collezione permanente, ancora tutta da scoprire, entra in dialogo con una straordinaria raccolta di capolavori della fotografia moderna e contemporanea, confermando così la vocazione del museo ad affermarsi come centro di ricerca e di cultura su tutto il panorama nazionale”, dichiara il Presidente del Comitato di Gestione del CAMeC, l’avvocato Giacomo Bei.
 
La mostra verrà presentata mercoledì 1° ottobre alle ore 11.30 a Milano, presso la Fondazione Sozzani Bovisa, via Bovisasca 87.
Interverranno Giacomo Bei, Presidente del Comitato di gestione del museo, Andrea Corradino, Presidente di Fondazione Carispezia, Antonio Grulli, neo-direttore del CAMeC, Pierluigi Peracchini, Sindaco della Spezia, Maddalena Scarzella, curatrice Archivio Fondazione Sozzani, Carla Sozzani, presidente Fondazione Sozzani.

Dal 18 Ottobre 2025 al 22 Marzo 2026 – CAMeC – Centro d’Arte Moderna e Contemporanea – La Spezia

LINK

Olivo Barbieri. Altre Tempeste

Dettaglio di un affresco storico con colonne e figure che rappresentano una scena mitologica, parte di un'interior design in un museo.
Olivo Barbieri, Castelfranco Veneto, tratta da Altre Tempeste 2023-25

Dal 26 settembre al 2 novembre 2025 il Museo Casa Giorgione di Castelfranco Veneto ospita la mostra “Altre Tempeste”, un dialogo immaginario tra le fotografie di Olivo Barbieri e le opere di Giorgione in un confronto suggestivo tra passato e presente, tra pittura e fotografia.
 
In anteprima assoluta, l’esposizione presenta 32 opere realizzate nell’ambito della ricerca fotografica “Altre Tempeste”, che si concentra sulla trasformazione del paesaggio veneto rileggendolo attraverso l’interpretazione di Barbieri e il lascito visivo di Giorgione, promossa da OMNE – Osservatorio Mobile Nord Est. Il progetto OMNE LAND. Altre Tempeste, a cura di Stefania Rössl, Massimo Sordi e Matteo Melchiorreè sostenuto da Strategia Fotografia 2024, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura (versione inglese “The project is supported by Strategia Fotografia 2024, promoted by the Directorate-General for Contemporary Creativity of the Italian Ministry of Culture”).
 
Il progetto, nato per sensibilizzare il pubblico sull’importanza e le criticità del territorio contemporaneo attraverso la fotografia, vuole porre l’attenzione sul ruolo del paesaggio, trattandolo non come semplice sfondo, ma come protagonista, proprio come fece Giorgione, tra i primi artisti a riconoscere al paesaggio dignità espressiva e narrativa.
Tra i suoi lavori significativa è l’opera “La Tempesta”, che restituisce uno sguardo interrogativo sulla realtà e sulla sua rappresentazione, diventando il punto di partenza per una riflessione che attraversa epoche e tecniche diverse e che crea nuovi immaginari e prospettive di lettura.
 
Su questo terreno si muove la ricerca di Barbieri, invitato a realizzare un insieme inedito di opere ispirate all’arte del Giorgione, che entreranno a far parte delle Civiche Collezioni Museali.
 
Il suo lavoro, cominciatonel settembre 2023, si concentra sui cambiamenti urbanistici, architettonici e culturali del territorio veneto intrecciando riferimenti storici e prospettive contemporanee. Al centro, il legame profondo tra pittura e fotografia, tra immaginari antichi e scenari attuali.
 
Barbieri ha visitato più volte Castelfranco Veneto e i suoi dintorni. La sua ricerca ha investigato esempi emblematici di architettura come Villa Parco Bolasco, la Tomba Brion di Carlo Scarpa ad Altivole e la Gypsotheca di Antonio Canova a Possagno, ma anche paesaggi aperti dove le criticità ambientali convivono con un antico equilibrio. Le sue immagini offrono una lettura complessa e riflessiva del paesaggio dove ampie vedute si alternano a dettagli silenziosi, tensioni visive a tracce di memoria, andando a comporre un insieme complesso e riflessivo. Da sempre la sua attenzione è rivolta allo studio del colore e alla percezione dello stesso.
 
L’esposizione sarà anticipata da un ciclo di appuntamenti che coinvolgeranno l’autore in seminari, laboratori, mostre e pubblicazioni, con l’obiettivo di approfondire il rapporto tra fotografia e rappresentazione, tra pratiche artistiche e didattica.
 
Inoltre, in occasione della mostra, sarà pubblicato il volume Altre Tempeste, edito da Quodlibet, con tutte le trentadue opere esposte. Il volume sarà presentato il giorno dell’inaugurazione alla presenza dell’autore, dei curatori di OMNE Stefania Rössl e Massimo Sordi, del Direttore del Museo Giorgione Matteo Melchiorre.
 
Infine, presso il Museo Giorgione, durante il periodo di apertura della mostra, saranno organizzati laboratori didattici per ragazzi, volti ad approfondire la relazione tra le fotografie del progetto “Altre Tempeste” e i dipinti di Giorgione.
 
La mostra sarà riproposta nell’autunno 2025 in una sede ancora da definire, con un nuovo allestimento nel quale le 32 opere selezionate dialogheranno con una selezione di video e film realizzati da Olivo Barbieri sul tema del paesaggio contemporaneo.

Dal 26 Settembre 2025 al 2 Novembre 2025 – Museo Casa Giorgione – Castelfranco Veneto (TV)

LINK

Attraverso i miei occhi. Frida Kahlo e la costruzione del mito

Attraverso i miei occhi. Frida Kahlo e la costruzione del mito, MyOwnGallery, Milano
Attraverso i miei occhi. Frida Kahlo e la costruzione del mito, MyOwnGallery, Milano

Un viaggio visivo unico per scoprire Frida Kahlo attraverso 75 fotografie che raccontano la nascita di un’icona.

La mostra esplora il profondo legame tra l’artista e l’immagine fotografica, rivelando come Frida abbia costruito consapevolmente il proprio mito, anticipando l’era dell’autonarrazione visiva.

Attraverso gli scatti di celebri fotografi come Edward Weston, Nickolas Muray, Imogen Cunningham, Gisele Freund e molti altri, il pubblico potrà ammirare non solo la figura dell’artista, ma anche la donna che ha saputo trasformare la propria vita in una leggenda.

Una sezione speciale è dedicata alla fotografa Graciela Iturbide, che ritrae l’assenza di Frida attraverso gli oggetti intimi rimasti nella sua stanza da bagno, aperta dopo 50 anni dalla sua morte.

Dal 8 Ottobre 2025 al 11 Gennaio 2026 – MyOwnGallery – Milano