Immagini per creare altro: le chiamerò “immaginanti”. Non si chiamano così ma a me piace. Che cosa sono le immaginanti? Sono immagini con le quali è possibile “fare” qualcosa che le svuota del significato iniziale e diventa altro. Sono dedite alla performance e si prestano a un’azione artistica, se chi interagisce con esse, in termini progettuali, riesce ad avere un’idea.
Questa attribuzione di significato è motore di partenza per nuove forme di produzione “estetico-fotografiche”, nelle quali però il fotografo perde la sua funzione iniziale (che abbiamo a lungo dato per certa), cioè la riproduzione dal vivo della realtà.
Vi faccio un esempio: Sherrie Levine è un’artista americana che si è fatta notare negli anni Settanta e Ottanta grazie a un’idea tanto intelligente quanto semplice. Sentite qui.
Il suo lavoro rientra in quello che si definisce Appropriation art. Si tratta di una corrente artistica basata sulla riproposizione di opere già esistenti con metodi di contaminazione differenti. La ricerca di questa artista si basa sul rifotografare opere di altri autori, in particolare di fotografi come Edward Weston, Alexander Rodchenko e Walker Evans. In After Walker Evans, opera del 1981, Sherrie Levine riprende pari pari alcune fotografie di Evans (in particolare quelle realizzate per la Farm Security Administration), firmandole però con il proprio nome. Una pop photographer, direi, dal momento che si appropria di un oggetto già esistente (nel suo caso, una fotografia scattata da altri) trasformandolo in oggetto artistico. Una splendida operazione “di fantasia e intelletto”, che, quantomeno dal punto di vista concettuale, muta la fruizione del lavoro.
«Levine diventa simbolo della cultura postmoderna, nonché critica della mercificazione dell’arte, elogio della morte del modernismo, inteso come incapacità degli artisti a lei contemporanei di ricatturare il passato e cercare di creare significati sempre nuovi. Le fotografie di Evans non erano protette da copyright all’epoca, e paradossalmente le stesse fotografie sono invece protette da copyright nel caso dell’opera della Levine. Interessante, in questo contesto, è la creazione nel 2001 di due siti web da parte dell’artista e programmatore Michael Mandiberg (1977): http://www.aftersherrielevine.com e http://www.afterwalkerevans.com. L’artista ha scansionato le fotografie della Levine e di Evans e creato i due siti web per facilitarne la loro diffusione. Chiunque può stampare dal sito le fotografie con un certificato di autenticità da firmare che rende unica ogni immagine. L’idea di Mandiberg è di diffondere queste opere rendendone nullo il valore economico (tutti infatti possono scaricarle), ma aumentare, con la diffusione, il loro valore culturale.» Martina Lughi, tesi di laurea, La riproduzione dell’opera d’arte dalla fotografia a internet. Diritti, diffusione, valorizzazione.
Il procedimento artistico, quindi, si propone di suscitare nello spettatore un’analisi critica dell’opera affinché sia còlto il significato caratterizzante il nuovo prodotto, che in tal modo assume una propria singola e specifica identità.
Un altro artista che ha fatto molto parlare di sé per aver sfruttato immagini altrui è Richard Prince, che infatti ha costruito la sua intera carriera proprio sul concetto di appropriazione, subendo cause legali legate al copyright da mezzo mondo. Nel 1980, il cowboy Marlboro (pubblicità molto famosa in America) diventa l’oggetto di cui Prince prende possesso. Rimanendo fedele all’immagine stereotipata del cowboy a cavallo – lazo e sfondo erboso – Prince ha semplicemente ri-fotografato la pubblicità delle sigarette, rimuovendo il logo Marlboro. Sam Abell, il creatore delle immagini originali della Marlboro, ha dichiarato più volte: «Non sono particolarmente divertito, è ovviamente un plagio…». Deve essersi incazzato ancora di più quando una delle immagini di Prince, Untitled (Cowboy), 1989, nel 2005 è stata venduta per oltre un milione di dollari.
Immagine Richard Prince Untitled (Cowboy), 1989 Ektacolor photograph 50 x 75 inches
Significativa è la storia di un’istantanea di Gary Gross del 1975 con Brooke Shields a dieci anni, nuda, in piedi nella vasca da bagno, con le labbra rosse e luccicanti (non la metto perchè mi sembra fastidiosa) . L’istantanea aveva già raccolto una gran dose di critiche, quando, nel 1983, Prince alza la posta rifotografando la stessa immagine e ribattezzandola Spiritual America, titolo di un primo piano che Alfred Steiglitz aveva scattato ai genitali di un cavallo maschio. Nel 2009 la polizia obbliga la Tate Modern Gallery a rimuovere l’immagine per paura che potesse “infrangere inavvertitamente la legge o offendere i visitatori”; successivamente, l’account Instagram di Prince è stato temporaneamente sospeso dopo che il post contenente questa immagine era stato segnalato per oscenità. Nel 1992 Gross aveva ceduto i diritti di questa immagine a Richard Prince. Anche quest’opera di Prince ha avuto un grande successo ed è stata venduta all’asta per 151.000 dollari.
Volevo ricominciare da capo e vi scrivo qualche articolo per chi si avvicina alla fotografia…spero possano interessare! Buona giornata
Sara Munari
Immagina una scatola chiusa, al cui interno entra della luce attraverso un foro. Questa è, in sostanza, una macchina fotografica. La macchina fotografica ha il compito di far entrare la luce attraverso l’ottica (obiettivo) e catturare l’immagine proiettata su una superficie sensibile (sensore o pellicola). Tuttavia, la tecnologia moderna ha reso le macchine fotografiche strumenti incredibilmente sofisticati, capaci di catturare immagini di qualità straordinaria in una vasta gamma di condizioni, ma il principio di base rimane lo stesso.
La macchina fotografica non è altro che una versione sofisticata di questa scatola. Al posto del foro, abbiamo un obiettivo, una serie di lenti che lavorano insieme per concentrare la luce e proiettarla su un sensore (o una pellicola, nelle macchine fotografiche analogiche). Il diaframma, una sorta di iride regolabile, controlla la quantità di luce che entra nell’obiettivo, come le pupille dei nostri occhi si adattano alla luce. L’otturatore, invece, è come una tapparella che si apre e si chiude rapidamente, determinando il tempo di esposizione alla luce. Più a lungo l’otturatore rimane aperto, più luce raggiunge il sensore e più luminosa sarà l’immagine. Infine, il sensore (o la pellicola) è la superficie su cui si forma l’immagine. Nei modelli digitali, il sensore converte la luce in segnali elettrici che vengono poi trasformati in un’immagine digitale.
L’oggetto “macchina fotografica senza obiettivo” viene definito in fotografia corpo macchina, cioè la struttura che contiene tutti gli altri componenti e fornisce un supporto stabile per l’obiettivo. È l’obiettivo che raccoglie la luce e la proietta sul sensore (o sulla pellicola). Pensalo come l’occhio della macchina fotografica. La sua lunghezza focale determina il campo visivo cioè la quantità di spazio da riprendere e l’ingrandimento; mentre il diaframma è un’apertura regolabile che controlla la quantità di luce che entra nell’obiettivo. Un diaframma più aperto lascia entrare più luce, mentre uno più chiuso ne lascia entrare meno.
All’interno della macchina, davanti al sensore (o alla pellicola) c’è una sorta di tapparella appunto, l’otturatore, che si apre e si chiude rapidamente per controllare la durata dell’esposizione alla luce. Tempi di esposizione più lunghi catturano più luce, ma possono causare il mosso.
L’immagine va a finire sul sensore (o pellicola) cioè il supporto su cui viene impressa l’immagine. Nei modelli digitali, il sensore converte la luce in segnali elettrici che vengono poi trasformati in un’immagine digitale. Nelle macchine fotografiche a pellicola, invece, la luce impressiona direttamente la pellicola chimica.
Tutto questo avviene attraverso le scelte che facciamo attraverso la visione nel mirino che permette di inquadrare la scena prima di scattare. Ne esistono di due tipi principali: ottico (che mostra una vista diretta della scena attraverso l’obiettivo) e digitale (che mostra un’anteprima dell’immagine sul display). Alcune macchine fotografiche hanno oggi un visore posteriore, un piccolo schermo nel quale si riproduce l’immagine che abbiamo di fronte e svolge la stessa funzione del mirino, che ci permette di decidere quale “fetta di realtà” ritrarre.
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Buongiorno, ecco tutti i premi fotografici in scadenza a Giugno! Partecipate!
Ciao
Annalisa
ANNUAL PHOTOGRAPHY AWARDS 2025
La settima edizione di questo concorso fotografico internazionale prevede cinque categorie principali, ciascuna suddivisa in 25 sottocategorie, offrendo ai partecipanti un’ampia piattaforma per mostrare il proprio talento e la propria visione artistica sulla scena globale.
Incoraggiamo approcci audaci e innovativi che sfidano gli standard artistici convenzionali. Indipendentemente dal tema scelto, i partecipanti possono presentare le proprie opere in un massimo di cinque categorie. Non ci sono restrizioni di interpretazione, creatività o estetica: ogni forma di espressione artistica è benvenuta. Il nostro concorso celebra la diversità di stili e tecniche fotografiche, promuovendo i talenti emergenti e contribuendo al riconoscimento della fotografia come vera e propria arte.
Questa è un’opportunità unica per ottenere riconoscimenti internazionali, dare impulso alla propria carriera e presentare il proprio lavoro a una comunità di appassionati d’arte e professionisti. L’Annual Photography Awards non è solo un concorso prestigioso, ma anche un’opportunità per vincere interessanti premi in denaro, trofei esclusivi e prestigiosi riconoscimenti. I vincitori riceveranno attestati ufficiali e premi digitali, a conferma dei loro eccezionali risultati nel campo della fotografia.
La PhotoVogue Global Open Call di quest’anno celebra gli infiniti modi in cui le donne vedono e sono viste, accogliendo la fotografia e il cinema come potenti strumenti per rivendicare, ridefinire ed espandere la narrazione visiva.
L’illusione di un progresso lineare – la convinzione che diritti, visibilità e riconoscimento siano irrevocabili – è stata infranta dall’attuale clima politico. In tutto il mondo, stiamo assistendo a una crescente resistenza all’autonomia delle donne, dai diritti riproduttivi alla libertà di espressione, a ricordarci che ciò che un tempo sembrava sicuro può anche essere tolto.
Mentre questi diritti vengono contestati, diventa più urgente che mai considerare non solo il modo in cui le donne vedono, ma anche come continuano a ritagliarsi spazi per le proprie prospettive. In un mondo in cui la loro capacità di plasmare narrazioni e definire la visione rimane un campo di battaglia, la rappresentazione è sia un atto di resistenza che uno strumento di cambiamento.
I LensCulture Critics’ Choice Awards puntano i riflettori sui fotografi più talentuosi dell’anno, massimizzando la visibilità e le opportunità per coloro che sono pronti a salire sulla scena globale e ad accedere ai mercati internazionali. La giuria di quest’anno, composta da 20 critici, include esperti di fotografia e influencer provenienti da musei, gallerie d’arte, riviste, media, piattaforme online, case editrici e festival internazionali di fama mondiale.
GRANT & WORKSHOP FOR VISUAL ENVIRONMENTAL STORYTELLING
Bando di concorso: Workshop gratuito sullo storytelling ambientale investigativo
Sei un fotografo o un giornalista che lavora su storie ambientali? Parteciperai alla Settimana dei Professionisti a Les Rencontres d’Arles (7-9 luglio 2025)? Iscriviti al nostro workshop ibrido gratuito di 4 giorni, progettato per fornire a narratori visivi e giornalisti le competenze investigative essenziali per portare le storie ambientali a un pubblico più ampio.
Cosa otterrai
Formazione esclusiva: Partecipa a due seminari online e due incontri in presenza ad Arles con i principali esperti di giornalismo ambientale, ricerca dati e storytelling.
Opportunità di finanziamento: Un partecipante selezionato riceverà un finanziamento di 1.500 euro per continuare il suo progetto.
Chiamata a tutti gli artisti e fotografi! È il ritorno di uno dei nostri open call più popolari, il Booooooom Art & Photo Book Award! Ancora una volta collaboriamo con i nostri amici di Bookmobile per offrire la possibilità di pubblicare gratuitamente il proprio lavoro come libro autonomo! Quest’anno ci stiamo spingendo ancora più in là e selezioneremo 9 progetti da realizzare, ognuno di un artista, illustratore o fotografo diverso, senza alcun costo per il singolo individuo.
Se avete una serie specifica o una selezione coerente di lavori che desiderate trasformare in un libro, vogliamo vederla. Cerchiamo lavori finiti, non lavori in corso o progetti incompleti. Il concorso è aperto a tutti i nostri membri. Se non siete ancora membri, potete scoprire di più su come diventarlo qui.
Il concorso fotografico “Visions of Renewal”, presentato da SeeingHappy e dall’International Positive Psychology Association (IPPA), invita persone di tutto il mondo, dai 13 anni in su, a scattare fotografie che riflettano lo spirito di rinnovamento nelle loro vite o comunità. Che si tratti della resilienza della natura, della ricostruzione delle comunità o di momenti di trasformazione personale, questo concorso incoraggia la riflessione creativa su come il mondo continui a guarire, crescere e prosperare nonostante le avversità. Aperto a chiunque possieda una macchina fotografica o uno smartphone, il concorso offre premi come buoni regalo Amazon e abbonamenti IPPA, e le foto selezionate saranno esposte al Congresso Mondiale di Psicologia Positiva del 2025 a Brisbane, in Australia, dal 2 al 5 luglio.
Il premio “Close-up Photographer of the Year” (CUPOTY) torna per la sua settima edizione! Celebrando l’arte della fotografia ravvicinata, macro e micro, vi invitiamo ad aiutarci a svelare le meraviglie nascoste del mondo attraverso le vostre immagini.
AAP MAGAZINE #49 B&W: PUBLISH YOUR WORK IN A PRINTED MAGAZINE
La fotografia in bianco e nero evoca poesia e nostalgia. L’atemporalità delle immagini in bianco e nero mette in risalto i soggetti, evidenzia i contrasti, le linee e valorizza la potenza della luce.
Il concorso è aperto a qualsiasi interpretazione della fotografia in bianco e nero, dal fotogiornalismo alla street photography, dalla fotografia artistica al ritratto, dai nudi ai paesaggi, dalla natura, alla fauna selvatica, all’urbanistica, all’architettura, alla moda, alle belle arti o alla fotografia documentaristica.
Le candidature saranno valutate in base a tre criteri: creatività, originalità e impatto visivo/emotivo dell’immagine. I vincitori saranno annunciati su All About Photo e sui social media.
Il concorso mira a mettere in luce le dualità che caratterizzano la nostra esistenza: luce e ombra, calore e freddezza, movimento e immobilità. L’obiettivo è riunire opere di artisti emergenti e affermati, entrambi invitati a esplorare il contrasto attraverso il loro linguaggio visivo unico.
Il Centro Fotografico TATÌ SPACE inaugura l’ottava edizione delle Mostre Fotografiche Online. Il tema è ispirato al libro di Italo Calvino “Le Città Invisibili”. Questo invito a presentare le proprie opere si propone di esplorare l’intersezione tra architettura e paesaggi urbani, catturando interpretazioni eteree e fantasiose delle città che riflettono non solo le strutture fisiche, ma anche le storie e le emozioni che evocano. Incoraggiamo gli artisti ad attingere agli elementi fantastici della narrazione di Calvino ne “Le Città Invisibili”, presentando una serie di immagini che trascendono la realtà e invitano gli spettatori a sperimentare le dimensioni invisibili della vita urbana.
Türkiye Mobile Photo Awards (TMPA) è un concorso internazionale dedicato a celebrare l’arte della fotografia mobile e a incoraggiare l’espressione creativa attraverso le lenti degli smartphone. Giunto alla sua seconda edizione, e supportato dalla sponsorizzazione principale di Türk Telekom, il TMPA invita fotografi di ogni età, nazionalità e background, emergenti o affermati, che creano opere accattivanti utilizzando dispositivi mobili.
Nel 2025, il TMPA ha l’onore di presentare una giuria d’eccezione composta da alcune delle voci più celebri della fotografia contemporanea. Tra i giurati, i cui lavori sono stati presentati e commissionati da istituzioni come National Geographic, VIIPhoto, TIME, The New York Times e VOGUE, figurano Ed Kashi, Michael Christopher Brown, Laura El-Tantawy, Ahmet Sel, Mustafa Seven, Dina Litovsky e Ismail Zaidy. La loro competenza collettiva e la loro prospettiva globale conferiscono un prestigio senza pari al concorso di quest’anno.
Fondata nel 2012 da artisti per artisti, la Wells Art Contemporary (WAC) è un’opportunità internazionale per artisti visivi innovativi che operano in tutti i generi.
Gli artisti possono scegliere se esporre in Galleria o creare un’installazione site-specific e devono rispondere all’apposito bando.
Ci sono due modi per partecipare:
– Esporre in Galleria: le opere selezionate saranno esposte in una galleria con pareti bianche appositamente costruita all’interno dei chiostri della Cattedrale. Saranno prese in considerazione opere realizzate con qualsiasi tecnica, inclusi pittura, disegno, scultura, stampa, fotografia, video, digitale, tessile e tecniche miste. Il team WAC si occuperà dell’allestimento e dell’esposizione di tutte le opere. – Creare un’installazione site-specific: gli artisti sono invitati a proporre installazioni per gli interni o gli spazi esterni della Cattedrale, creando opere che interagiscono direttamente con questo spazio straordinario. Se selezionati, gli artisti installeranno la propria opera.
N.B.: Vi ricordiamo, come sempre, di prestare attenzione prima di candidarvi ai premi. I concorsi da noi pubblicati sono frutto di ricerche su internet e anche se i dati inseriti sono stati selezionati, restano di carattere indicativo e pertanto sta a voi verificare con attenzione i contenuti e i regolamenti prima di partecipare ai premi. Ci scusiamo per eventuali errori!
Musa fotografia
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Nuove mostre ci aspettano a giugno, date un’occhiata!
Anna
Chi sei, Napoli? – JR
Le Gallerie d’Italia – Napoli, dal 22 maggio al 5 ottobre 2025, presentano la mostra dell’artista francese JR ‘Chi sei, Napoli?’, dedicata all’ottavo capitolo delle della serie ‘Chronichles’ , che dopo Dopo Clichy-Montfermeil (2017), San Francisco (2018), New York (2018), Miami (2022), Kyoto (2024), tre città americane (Dallas, Saint Louis e Washington DC) per un murale sul tema delle armi in America (2018), e quindici città di Cuba (2019) giunge nella città partenopea con la prima installazione di questo tipo in Italia, realizzata con il patrocinio del Comune di Napoli.
L’opera site-specific di JR verrà svelata sulla facciata del Duomo di Napoli, trasformata in un mosaico di volti locali, incarnando lo spirito comunitario, la resilienza, l’energia e l’anima polimorfa della città.
Nel settembre 2024, l’artista francese JR ha iniziato a Napoli un’esplorazione profonda dell’identità culturale complessa della città. In una settimana, dal 23 al 29 settembre, sono stati protagonisti i cittadini di sette quartieri, attraverso set fotografici allestiti presso Piazza Sanità, Piazza Dante, Fuorigrotta, Mergellina, San Giovanni a Teduccio, Piazza Cavour e Borgo Sant’Antonio Abate. Durante questo periodo intenso, sono stati raccolti i ritratti e le storie di 606 napoletani provenienti da diversi background sociali e culturali, catturando così l’essenza di Napoli.
Il risultato del lavoro di JR è un collage fotografico monumentale sulla facciata del Duomo e raccontato nella sua composizione in una mostra alle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo in via Toledo, dove si potrà rivivere anche il ‘dietro le quinte’. In mostra verranno presentati anche tre murali della serie ‘Chronicles’, realizzata in Francia (Chroniques de Clichy-Montfermeil), a Cuba (Las Crónicas de Cuba) e in USA (The Gun Chronicles: A Story of America), per mostrare come l’arte di JR possa stimolare conversazioni creando un potente impatto visivo.
Dal 22 maggio al 5 ottobre 2025 – Gallerie d’Italia – Napoli
Dal 25 aprile al 28 settembre 2025 arriva a Padova, al Centro Culturale Altinate | San Gaetano, VIVIAN MAIER. The exhibition, la più grande mostra mai dedicata alla celebre fotografa americana, con più di 200 fotografie a colori e in bianco e nero, scatti iconici, oggetti personali, documenti inediti, sale esperienziali e immersive, registrazioni audio e filmati Super 8, esposti in via eccezionale soltanto per questa retrospettiva.
Dopo il grande successo conseguito con la mostra di Monet, che ha segnato un nuovo record, il Comune di Padova e Arthemisia tornano a proporre insieme una straordinaria iniziativa.
Vivian Maier (1926 – 2009) è una delle artiste più amate al mondo. La sua incredibile storia ha commosso e continua a commuovere milioni di visitatori. La Maier faceva la tata di mestiere, si è occupata per tutta la vita di accudire i bambini, coltivando segretamente una grande passione per la fotografia. Dopo la sua morte sono stati ritrovati per caso, in un magazzino venduto ad un’asta fallimentare, migliaia di rullini accumulati durante l’intera vita, che hanno svelato al mondo un’artista intelligente, acuta, ironica e sensibile, che ha documentato per decenni la vita quotidiana americana tra Chicago e New York, osservando con incredibile sensibilità le persone, i bambini, le donne, gli anziani, fermando nel tempo attimi eterni.
Curata da Anne Morin – la più grande esperta e studiosa della vita dell’artista – l’esposizione è suddivisa in sezioni tematiche che esplorano i soggetti e gli aspetti distintivi del suo stile: dagli intensi autoritratti alle scene di vita urbana, dai ritratti di bambini alle immagini di persone ai margini della società.
Da un progetto diVertigo Syndrome ein collaborazione con diChroma photography, la mostra è realizzata con il contributo di AcegasApsAmga e vede come mobility partnerFrecciarossa Treno Ufficiale. Il catalogo è realizzato da Moebius in collaborazione con Réunion des musées nationaux (RMN) – Grand Palaise Musée du Luxembourg, Paris.
“Questa non è solo una grande mostra di fotografia è anche l’occasione per conoscere, per quanto possibile, la figura di una donna, certamente straordinaria, che solo dopo la sua scomparsa, ha visto riconosciuto il grande valore documentaristico, storico e soprattutto artistico della propria attività di fotografa. Vivian Maier, rimarrà per sempre un personaggio misterioso, e forse il fascino attorno a lei si deve anche alla storia quasi incredibile della sua vita e delle sue fotografie. Era certamente una donna colta che si mimetizzava col suo umile lavoro di babysitter, un’osservatrice raffinata e attentissima che ci ricorda il personaggio della portinaia intellettuale creato da Muriel Barbery nello straordinario romanzo “L’eleganza del riccio”. Per tutte queste ragioni la mostra che dedichiamo a Vivian Maier, splendidamente curata da Anne Morin e prodotta da Arthemisia arte e cultura con la collaborazione fondamentale di Vivian Maier’s Estate e della John Maloof’s Collection si inserisce fra i principali eventi culturali dell’estate padovana confermando il ruolo centrale della nostra città come meta di un turismo culturale di qualità, che spazia dagli affreschi del ‘300 dell’Urbs picta, all’arte contemporanea, fino alla fotografia, alla musica e al teatro” – dichiara l’Assessore alla Cultura Andrea Colasio.
“Per il 25esimo anniversario di Arthemisia – dice Iole Siena, Presidente di Arthemisia – non potevamo per nessuna ragione mancare l’appuntamento con quella che considero una delle artiste più appassionanti del Novecento. Vivian Maier emoziona, commuove, fa al contempo sorridere e riflettere sulla natura umana; tengo molto a questa mostra, e tanto più mi fa piacere che sia proprio a Padova, città che ci ha già regalato grandi soddisfazioni con la mostra di Monet.”
“È nel cuore della società americana, a New York dal 1951 e poi a Chicago dal 1956, che Vivian, osserva meticolosamente il tessuto urbano che riflette i grandi cambiamenti sociali e politici della sua storia. È il tempo del sogno americano e della modernità sovraesposta, il cui dietro le quinte costituisce l’essenza stessa del lavoro di Vivian Maier”, spiega la curatrice Anne Morin. “Vivian Maier, il mistero, la scoperta e il lavoro: queste tre parti insieme sono difficili da separare”. “La mostra”, aggiunge Morin, “vuole concentrarsi sull’opera dell’artista piuttosto che sul suo mistero, evitando di cavalcare la curiosità sulla sua particolare vicenda umana e professionale, ma contribuendo invece ad elevare il nome della Maier. La sua storia è la storia di una donna che ha fatto della fotografia la sua ragione di vita, senza mai esporsi, ma nascondendosi dietro l’obbiettivo, con il quale catturava immagini indimenticabili, spaccati di vita quotidiana che ha reso eterni”.
Dal 25 Aprile 2025 al 28 Settembre 2025 – Centro Alinate San Gaetano – Padova
Simbolo di memoria, cultura, resilienza, il cibo ha da sempre ricoperto un significato profondo nell’esistenza dell’uomo. Mentre le culture occidentali ne fanno il centro di una narrazione che intreccia arte, competizione, spettacolo, la fotografia di Steve McCurry si colloca in controtendenza, restituendo al cibo la sua accezione più autentica e universale. Dal 24 maggio al 28 settembre la mostra fotografica “Steve McCurry – Cibo” trasformerà il Museo Civico Archeologico di Vieste in un caleidoscopio di umanità a colori. Settanta immagini, selezionate dal fotografo statunitense e da Biba Giacchetti, sua storica collaboratrice e curatrice della mostra in collaborazione con Peter Bottazzi, Orion57 e Giuseppe Benvenuto per il Comune di Vieste, saranno i filo conduttore di un viaggio che restituisce il cibo nella sua accezione primaria, quella che fonda e rinnova i rapporti tra gli esseri umani, intorno a un piatto, seduti a terra in strada.
Da sempre sensibile alle storie dei fragili, dai bambini vittime dei conflitti agli emarginati, agli animali, la fotografia umanista di McCurry incrocia il tema del cibo ritraendo il pane come elemento essenziale, insinuandosi tra i mercati come luoghi di energia e bellezza, immortalando i pasti consumati intorno al focolare, momenti di conforto, legame, dignità.
“In luoghi torturati da guerre o da calamità naturali o più semplicemente da una natura impervia – ricorda Biba Giacchetti – il cibo ha un valore profondo che sconfina nel sentimento, lenisce paure e accomuna gli esseri umani. Nelle immagini di Steve ritroviamo infine l’antica dolcezza del focolare domestico, tanto consolatoria in situazioni estreme”. Così attraverso la fotografia raggiungiamo luoghi devastati dai conflitti, dove il cibo assume un valore quasi sacro, riscoprendo il sorriso di un bambino con un frutto in mano, tuffandoci nella vitalità dei mercati, scoprendo l’ingegno umano che trasforma ciò che la terra offre in nutrimento e bellezza. Da maggio a settembre la mostra sarà aperta dal martedì alla domenica dalle 18 alle 22; nei mesi di luglio e agosto da martedì a domenica dalle 18:30 alle 23:30.
Dal 24 maggio al 28 settembre – Museo Civico Archeologico di Vieste
Il programma espositivo del 2025 di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino prosegue con una grande mostra inedita, dal 13 giugno al 21 settembre, che celebra in Italia il fotografo Alfred Eisenstaedt. Autore della famosa immagine “V-J Day in Times Square“, in cui un marinaio bacia un’infermiera in mezzo a una folla festante al termine della Seconda Guerra Mondiale, Eisenstaedt è stato uno dei principali fotografi della rivista “Life”, per la quale ha raccontato il mondo e la sua contemporaneità attraverso uno sguardo divertito e indagatore. A trent’anni dalla sua morte e aottanta dalla realizzazione del celebre scatto, l’esposizione curata da Monica Poggi presenta una selezione di 150 immagini, molte delle quali mai esposte, a partire dai primi scatti nella Germania degli anni Trenta, dove realizzò le inquietanti fotografie ai gerarchi nazisti, tra cui quella celeberrima a Joseph Goebbels. La mostra a CAMERA – la prima in Italia del 1984 – ripercorre tutto l’arco della sua carriera, passando dalla vita vertiginosa degli Stati Uniti del boom economico, al Giappone post-nucleare, fino alle ultime opere realizzate negli anni Ottanta. Davanti al suo obiettivo ritroviamo anche personaggi come Sophia Loren, Marlene Dietrich, Marilyn Monroe, Albert Einstein e J. Robert Oppenheimer.
Due sezioni della mostra sono inoltre dedicate all’importante reportage che Eisenstaedt realizza in Europa prima della Seconda Guerra Mondiale e a quello realizzato in Italia nel dopoguerra, dove i cartelloni stradali iniziano a cambiare le prospettive e i paesaggi, riflettendo le trasformazioni sociali ed economiche in corso.
Lo stile di Eisenstaedt si inserisce nella grande tradizione documentaria americana, ma si arricchisce talvolta di visioni poetiche, che richiamano la pittura dell’Ottocento – come negli scatti dedicati alle ballerine di danza classica dove risuona l’eco delle opere di Degas – oppure di arguta ironia, costruita tramite scenari stranianti che richiamano gli espedienti dell’arte surrealista europea. «Quando scatto una fotografia – affermava Alfred Eisenstaedt – cerco di catturare non solo l’immagine di una persona o di un evento, ma anche l’essenza di quel momento».
Nato nel 1898 a Dirschau, nella Prussia Occidentale (oggi Polonia), il suo primo approccio con la fotografia avviene durante l’adolescenza, quando uno zio gli regala una Eastman Kodak Nr. 3, che lo accompagna durante tutti gli anni di studio. Alla fine degli anni Venti, inizia a lavorare per l’Associated Press, a cui segue nel 1929 la pubblicazione delle prime immagini sulla rivista tedesca “Berliner Illustrirte Zeitung”. Nel 1935, per fuggire alle leggi razziali, emigra negli Stati Uniti dove l’anno seguente inizia a collaborare con la celebre rivista americana “Life” con cui firmerà alcuni dei suoi servizi più conosciuti. Eisenstaedt muore nel 1995, all’età di novantasette anni, nella casa di villeggiatura sull’amata isola di Martha’s Vineyard.
Dal 13 Giugno 2025 al 21 Settembre 2025 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino
10 Corso Como presenta Da un’altra parte, una mostra personale di Guido Guidi, a cura di Alessandro Rabottini e allestita nella Galleria di 10 Corso Como dal 7 maggio al 27 luglio 2025. Concepita come un’ampia indagine sulla sua opera fotografica, la mostra si concentra sul tema dell’ombra, intesa come il risultato dell’incontro tra la luce, lo spazio e il tempo, ossia tre delle principali coordinate della ricerca di Guidi.
Guido Guidi (Cesena, 1941) è un autore internazionalmente riconosciuto per il suo contributo al campo della fotografia a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, celebrato per una visione sul paesaggio, l’architettura e le cose che è insieme lirica e analitica. Le sue immagini distillano una riflessione sulle forme più quotidiane, marginali e antimonumentali che abitiamo e che ci circondano, rendendo tattile e sospeso nel tempo ciò che spesso siamo propensi a trascurare. Nei decenni, Guidi ha affermato la necessità di una “poetica dell’attenzione”: nelle sue opere l’atto stesso del vedere non è mai dato per scontato ma, al contrario, analizzato da molteplici punti di vista, da quello esistenziale fino ai suoi significati formali e teorici. Attraverso la costanza con cui ha scrutato e scruta gli aspetti più laterali della realtà, Guidi ha influenzato generazioni di fotografi, attraverso un linguaggio che è tanto sottile quanto seminale.
Da un’altra parte raccoglie un’ampia selezione di fotografie realizzate tra i primi anni Settanta e il 2023, in un allestimento incentrato sulla persistenza e la ricorrenza di certi temi attraverso i decenni. Nonostante Guidi concepisca, pubblichi e mostri il proprio lavoro attraverso il formato della serie fotografica, in questa mostra le opere sono state selezionate concentrandosi su singole immagini, estrapolate dalle serie di appartenenza. Le opere sono poste in dialogo le une con altre secondo un principio di tensione poetica e formale, al di là della successione cronologica e della separazione tra i generi del ritratto, della natura morta e della fotografia di architettura.
Dal 07 Maggio 2025 al 27 Luglio 2025 – Galleria 10 Corso Como – Milano
Il Mart dedica una mostra-omaggio a Daniele Tamagni. Negli spazi della Galleria Civica, a cura di Chiara Bardelli Nonino, Gabriele Lorenzoni, Aïda Muluneh e in collaborazione con la Daniele Tamagni Foundation, l’esposizione ripercorre la breve carriera dell’artista.
Daniele Tamagni (Milano, 1975 – 2017) inizia a fotografare in età adulta e fin da subito ottiene ottimi riscontri e riconoscimenti come il Canon Young Photographer Award, l’ICP Infinity e il World Press Photo Awards. Noto negli ambienti della fotografia della moda, profondamente legato al Trentino, dove ha trascorso parte della sua infanzia e l’adolescenza, Tamagni utilizza la fotografia come strumento di indagine sociale. I suoi scatti nelle megalopoli africane o dal Sud America mostrano la gioia di vivere, la capacità di adattamento, l’orgoglio e la gioia delle comunità urbane per l quali la moda è uno strumento per posizionarsi in una società reinventata. Le immagini dei sapeur congolesi, degli afrometals del Botswana, delle lottatrici boliviane, dei giovani gruppi di danza di Johannesburg ci ricordano il valore sovversivo e politico della moda.
Dal 17 maggio 2025 al 6 luglio 2025 – Galleria Civica Trento
Cosa accade quando due sguardi, radicalmente diversi per tempo e traiettoria, si mettono in ascolto l’uno dell’altro, raccontando lo stesso Paese? Non un confronto, né una sfida. Ma un dialogo. O meglio: una conversazione.
Leica Galerie Milano ospita dal 4 giugno a fine luglio 2025 la mostra In conversation.Un dialogo fotografico tra ieri e oggi: tra Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930) e Roselena Ramistella (Gela, 1982). Con oltre 40 immagini esposte, In conversation mette in relazione due visioni che si muovono lungo binari differenti, eppure non opposti: non per accostare due generazioni ma per esplorare modi distinti di abitare il mondo con la fotografia. Gianni Berengo Gardin, maestro del bianco e nero, ha attraversato il Novecento con l’urgenza di restituire un’Italia autentica: quella del lavoro, dei riti quotidiani, delle marginalità e della bellezza inattesa. Roselena Ramistella, artista raffinata e profondamente contemporanea, parla invece di un’Italia interiore, frammentata, fatta di attese, memorie, corpi e paesaggi che raccontano identità complesse e stratificate.
Dopo Los Angeles, Madrid, Monaco di Baviera e New York, arriva a giugno la tappa italiana di In conversation,il progetto, parte del palinsesto internazionale di celebrazioni per i 100 anni della Leica I, che comprende una serie di 12 mostre ospitate in 12 Leica Galerie nel mondo per mettere a confronto un fotografo Leica Hall of Fame con un giovane talento.
Attraverso le mie fotografie ho sempre cercato di documentare i diversi aspetti della “commedia umana”: i piccoli gesti quotidiani, le relazioni, il lavoro, i legami tra le persone e gli ambienti in cui vivono, gli interni domestici, gli emarginati, le piccole e le grandi storie.La Leica, con la sua maneggevolezza, la qualità eccezionale delle ottiche e la portabilità, è stata la mia compagna fedele per tutti questi anni. Le ho usate tutte, restando sempre fedele all’analogico.La mia prima M3, acquistata nel 1954, funziona ancora perfettamente e non è mai stata revisionata.
Gianni Berengo Gardin In conversation, in occasione delle celebrazioni del centenario della Leica I, non è solo un omaggio alla macchina che ha rivoluzionato il mondo della fotografia ma è un invito ad ascoltare due voci distinte, autentiche, che si sfiorano, si interrogano, si rispettano. Due fotografie che non cercano di somigliarsi, ma che si riconoscono. Una conversazione che continua.
4 giugno – 30 luglio 2025 – Leica Galerie Milano
Giorgio Lotti. Photographer of an ERA + Maria Vittoria Backhaus
A Brescia la nuova casa della fotografia ha i colori della Cavallerizza, il nuovo spazio espositivo, a disposizione della collettività, destinato ad accogliere mostre, laboratori di fotografia e attività culturali, mirate alla valorizzazione e alla promozione dell’arte fotografica, soprattutto italiana. Il Centro ha aperto i battenti lo scorso 12 aprile con due personali dedicate a Giorgio Lotti e Maria Vittoria Backhaus, maestri della fotografia contemporanea italiana, parte integrante del programma dell’ottavo appuntamento con il Brescia Photo Festival, promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con la Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana, con la curatela artistica di Renato Corsini.
Giorgio Lotti. Fotografo di un’Epoca è il titolo della rassegna in corso alla Cavallerizza fino all’8 giugno, curata da Renato Corsini e Laura Tenti. Fulcro del percorso è il racconto della carriera del fotografo milanese, classe 1937, tra i migliori interpreti del fotogiornalismo, una lunga collaborazione con riviste, da Epoca a Paris Match, e scatti prestigiosi conservati in importanti musei americani, ma anche a Tokyo, Pechino, al Royal Victoria and Albert Museum di Londra, al Cabinet des Estampes di Parigi.
Anticipando le più urgenti tematiche sociali degli ultimi anni, con le inchieste sull’inquinamento e sul fenomeno dell’immigrazione, realizzate negli anni Settanta, Lotti ha sempre raccontato con sguardo lucido quell’Italia che, dopo il boom economico, andava scoprendo un nuovo modo di intendere la vita. È proprio durante uno dei suoi innumerevoli viaggi che realizza una delle fotografie più iconiche del secolo scorso: il ritratto del capo di governo della Repubblica Popolare Cinese, Zhou Enlai. Uno scatto emblematico che ha dato il via al viaggio ventennale alla scoperta di una terra allora ancora lontana dall’Italia del Dopoguerra, una Cina dal volto nuovo, con la sua vita politica, le tradizioni, la quotidianità. In mostra circa cento fotografie in bianco e nero e a colori ripercorrono la carriera di Lotti, dall’alluvione di Firenze del 1966 al disastro del Vajont del 1963, dal primo arrivo degli albanesi a Brindisi nel 1991 ai ritratti dei grandi personaggi del mondo dello spettacolo e della cultura. Una sezione ricorda i funerali di due figure emblematiche del Novecento, san Padre Pio a San Giovanni Rotondo, ed Enrico Berlinguer.
La seconda protagonista della Cavallerizza – Centro della Fotografia italiana è Maria Vittoria Backhaus, milanese, classe 1942, al centro della personale curata da Margherita Magnino e Carolina Zani. Fino all’8 giugno il viaggio artistico di Backhaus scorre attraverso un centinaio di fotografie, dai primi scatti in bianco e nero legati al reportage di ambito sociale e di costume, realizzati per testate come Tempo Illustrato, ABC e Il Mondo, alla moda, fino all’introduzione del colore e del digitale. A fare capolino sono la Milano degli anni Sessanta, ma anche il circo, i concorsi per cani, i ritratti di personaggi celebri come Caterina Caselli e Carla Fracci, e poi i gioielli o i collage con statuette votive, a dimostrazione della straordinaria versatilità e del costante desiderio di sperimentazione che hanno caratterizzato il suo lavoro.
Una pagina importante nella carriera di Maria Vittoria Backhaus è dedicata alla fotografia di moda, affrontata con iniziale diffidenza. Fu Walter Albini a farle cambiare atteggiamento insegnandole quanto la moda fosse complessa, ben lontana dall’essere solo un capriccio estetico. D’altra parte Maria Vittoria Backhaus più che il vestito della modella privilegiava la narrazione, considerando la fotografia come un mezzo per realizzare un progetto, per creare immagini che catturassero lo sguardo, che restituissero lo spirito dell’epoca e il contesto storico, portando il linguaggio del reportage all’interno della fotografia di moda.
I due progetti arricchiscono il corpus di mostre personali del Brescia Photo Festival, organizzate attorno al palinsesto Archivi, inaugurato con la prima vera antologica italiana di Joel Meyerowitz, in corso fino al 24 agosto al Museo di Santa Giulia, e che proseguirà alla Cavallerizza dal 13 giugno al 7 settembre con l’esposizione di Sandy Skoglund e l’omaggio a Tinto Brass.
Fino all’8 giugno nell’ambito del Brescia Photo Festival – Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana
Dal 23 maggio al 28 settembre 2025, la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, nello spazio CAMERA OSCURA dedicato alla fotografia, allestito all’interno del percorso del museo perugino, ospita la mostra “Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi”, a cura di Alessandra Mauro.
L’esposizione raccoglie 21 dei più significativi scatti realizzati da Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930) nel 1993, quando viene chiamato per documentare i luoghi dove ha lavorato il grande pittore emiliano, in occasione dell’apertura a Palazzo d’Accursio a Bologna del Museo Morandi. Prima di smantellare lo studio, era necessario che lo si immortalasse per sempre.
L’obiettivo di uno dei più importanti fotografi del Novecento penetra così negli ambienti dove sono nati i capolavori di Giorgio Morandi (Bologna, 1890-1964), per raccontare la stratificazione di luoghi tanto vissuti, l’usura e la familiarità evidente con quelle stanze che sono state abitate ogni giorno per anni.
Gianni Berengo Gardin entra così nell’intimità di Giorgio Morandi; si ferma sugli oggetti tante volte osservati e ritratti nelle tele. Con attento pudore, il fotografo registra lo spazio del pittore: il cappello lasciato sul letto, il materasso che sembra riportare ancora l’impronta del suo corpo, per proporre un piccolo grande “viaggio in una stanza” che ha la portata di una vera avventura esistenziale. Ma soprattutto Berengo Gardin fissa attraverso l’obiettivo i vasi, le bottiglie, i piatti, le caffettiere e tutte le cose che Morandi ha disposto con sapienza e ordine, prima e dopo averle riprodotte nei suoi quadri. All’interno di CAMERA OSCURA, osserviamo quindi il dietro le quinte del lavoro del maestro, con la possibilità di comprendere ancora meglio il segreto dei suoi dipinti.
“Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi” anche nella sua ‘spazialità’ intende omaggiare l’arte di Berengo Gardin, evocando, nella mente del visitatore, lo studio, il luogo raccolto, intimo, della creazione artistica.
Grazie a due eccezionali prestiti dal Museo Morandi di Bologna – Giorgio Morandi, Natura morta, 1951, olio su tela; Giorgio Morandi, Natura morta con oggetti bianchi su fondo scuro, 1930, incisione all’acquaforte da matrice di rame – l’esposizione perugina crea un inedito confronto tra le immagini di Berengo Gardin, nel loro impeccabile bianco e nero, e i colori delicatissimi di Morandi, che ha trasformato un’ossessione in pura poesia: la documentazione fotografica diventa evocazione poetica, registrazione puntuale di una pratica artistica fatta di misura e contemplazione.
La mostra è realizzata in collaborazione con il Museo Morandi di Bologna, con lo Studio Berengo Gardin di Milano e con il supporto de L’orologio società cooperativa – Business Unit Sistema Museo. Catalogo Silvana Editoriale.
Dal 22 maggio 2025 al 28 settembre 2025 – Galleria Nazionale dell’Umbria – Perugia
Karel Chotek. I viaggi italiani di un fotografo dal sangue blu
Dal 17 maggio al 22 giugno 2025 è possibile scoprire l’opera fotografica di Karel Chotek (Velké Březno, CZ 1853-1926). Appartenente ad una delle famiglie aristocratiche più importanti dell’Impero austro-ungarico, si dedicò alla fotografia dal 1885 quando, dopo la morte del padre, abbandonò le cariche diplomatiche per dedicarsi alla gestione dei patrimoni familiari. In particolare, in mostra è presentata un’ampia raccolta di scatti realizzati durante i frequenti viaggi in Italia, che l’autore aveva cominciato a compiere almeno fin dal 1895. Tra le sue mete preferite, oltre al Tirolo meridionale, c’era la Riviera Ligure. Una fotografia scattata nella località di villeggiatura di Nervi, ad esempio, fu pubblicata con il titolo An der Riviera nel 1895 sulla rivista Wiener Photographische Blätter. Per gran parte delle fotografie che Karel Chotek ha realizzato in Italia, è stato possibile identificare il luogo in cui sono state scattate. Tuttavia, alcune immagini restano avvolte nel mistero. I curatori invitano il pubblico italiano a riconoscere le località ritratte e contribuire così alla loro identificazione.
Le sue foto venivano di consueto pubblicate sulle riviste di settore. Tra quelle pervenute fino a noi ne troviamo una del 1897 sulla rivista Wiener Photographische Blätter. L’immagine raffigura una donna durante la mungitura del bestiame, lo scatto ci suggerisce un’attenzione di Chotek per lo stile dei pittori realisti.
Nei primi gruppi di fotografie, dedicati ai ritratti, il conte si serviva di tecniche specifiche, come la gomma bicromata e la stampa al carbone. Siccome la maggior parte del materiale a noi pervenuto è costituito da negativi su vetro, non possiamo affermare con certezza quale stile o tecnica di stampa avrebbe poi sviluppato maggiormente.L’opera fotografica di Karel Chotek era, di fatto, rimasta nell’oblio soprattutto durante gli anni del regime comunista. Fu solo nel 1999 che vennero scoperti, nella soffitta dell’ex scuola dei borghesi di Velké Březno, una macchina per proiettare fotografie e un pacco contenente negativi di vetro. Nel gennaio del 2001, poi, nel castello di Líčkov, vennero ritrovate diverse valigie piene di fotografie, che erano state spostate lì, intorno al 1962, dal castello di Velké Březno. Nel gennaio 2025, in un edificio vicino al castello di Velké Březno, è stata ritrovata un’altra valigia contenente negativi su vetro, molti dei quali danneggiati dal tempo. Ora si attende il lavoro dei restauratori per scoprire nuovi dettagli sul mondo fotografico di Karel Chotek.
17 maggio – 22 giugno 2025 – Casa Toesca – Rivarolo Canavese (TO)
Mercoledì 7 maggio 2025, alle ore 15.00, negli spazi della Libreria Brunelleschi (Piazza San Giovanni 7, Firenze) si inaugura la mostra “Vertigine. Fotografie zenitali | Franco Zampetti” organizzata dall’Opera di Santa Maria del Fiore e a cura di Vincenzo Circosta e Giuseppe Giari.
All’inaugurazione interverranno Vincenzo Vaccaro, consigliere dell’Opera di Santa Maria del Fiore, l’autore Franco Zampetti e i due curatori dell’esposizione.
Si tratta della quarta mostra realizzata nello spazio espositivo della Libreria Brunelleschi che ha come tema i monumenti dell’Opera di Santa Maria del Fiore questa volta visti attraverso le spettacolari immagini zenitali realizzate da Zampetti.
In mostra una selezione di sette immagini di grande formato, scelte tra quelle che Zampetti ha dedicato al complesso monumentale della Cattedrale di Firenze, che hanno come soggetto il Battistero con i matronei e i mosaici della cupola, il Campanile di Giotto con una visione del suo interno e il Duomo con la controfacciata, l’abside e la Sacrestia delle Messe. Infine una ripresa esterna, realizzata tra la facciata del Duomo e il Battistero, nella zona chiamata “Paradiso”. In mostra è possibile vedere anche un video che presenta quattordici immagini zenitali, organizzate seguendo la successione cronologica di realizzazione dei monumenti della Cattedrale di Firenze.
Zampetti, architetto, fotografo, cultore della storia dell’architettura e di vari interessi nel campo della fotografia, a partire dal 2008 ha realizzato 820 foto zenitali (visibili nel suo sito web) di soggetti architettonici in Italia e nel mondo. La fotografia zenitale consente di sintetizzare da un unico punto di ripresa centrale sia la visione planimetrica che quella prospettica dello spazio. Zampetti ottiene queste immagini mediante una fotocamera progettata e fatta realizzare appositamente, un apparecchio unico nel suo genere che permette di produrre fotografie prive di distorsioni geometriche e con visione complessiva più ampia di quanto si potrebbe osservare ad occhio nudo.
“Franco Zampetti non si accontenta di riprese usuali – spiega Vincenzo Vaccaro, consigliere dell’Opera di Santa Maria del Fiore – ma con una visione non comune trasporta l’osservatore al centro dell’immagine. L’ampiezza del cono ottico dell’obiettivo ipergrandangolare supera il campo visivo fisiologico umano aprendo nuovi orizzonti. La fotocamera da lui stesso ideata è infatti realizzata in modo da riprendere tutto l’ambiente e far dilatare lo spazio, l’immagine così ottenuta si tramuta in un’opera d’arte che trascende l’architettura. L’osservatore che guarda queste immagini realizzate in spazi sacri, è preso da vertigine per la straordinaria visione che percepisce e viene proiettato verso l’infinito. La visione oggettiva dell’architettura diventa quindi momento soggettivo godibile come poesia pura”.
“Nell’osservare le fotografie zenitali di Franco Zampetti mi è immediatamente venuta in mente la prima volta che varcai la soglia di due monumenti molto famosi, il Museo Guggenheim di Bilbao e Palazzo Borromeo all’Isola Bella sul Lago Maggiore, afferma Vincenzo Circosta co-curatore della mostra. La verticalità dei due ingressi con il loro ascendere prospettico dalle reminiscenze bizantine, credo, rispecchino perfettamente la “Vertigine” zenitale orchestrata dal fotografo. Una sorta di sublimazione verso l’Empireo che, nelle immagini scattate da Franco al Complesso Monumentale di Santa Maria del Fiore, si tramuta da fotografia d’Architettura in una sorta di testimonianza iconografica sospesa tra terreno e divino”.
La fotografia di Franco Zampetti potrebbe essere letta come un’asettica fotografia di documentazione. Non è così – dichiara Giuseppe Giari, co-curatore della mostra – l’occhio perfettamente zenitale del fotografo è funzionale ad una operazione umanistica: la traslazione dei piani, da orizzontale a verticale, la ricerca finissima dell’equilibrio e dell’armonia delle linee e delle forme, il posizionamento delle architetture monumentali, quando anche non simmetriche, in un cerchio a sua volta inscritto in un quadrato, in un formato vitruviano, producono l’effetto di collocare noi osservatori al centro esatto dell’immagine, di rendere possibile a chi guarda, in questa inconsueta prospettiva, il misurarsi e il confrontarsi con la scala sovrumana delle architetture sacre”.
Dal 7 maggio 2025 al 31 agosto 2025 – Libreria Brunelleschi – Firenze
Guido Rey. Un amateur tra alpinismo, fotografia e letteratura
A quarant’anni di distanza, il Museomontagna dedica una nuova mostra a Guido Rey, figura poliedrica al crocevia tra alpinismo, fotografia e letteratura. I nuovi studi si sono basati sul riordino e la catalogazione, condotti nel 2024 grazie al sostegno della Regione Piemonte, del complesso di fondi Guido Rey – conservato al Centro Documentazione Museomontagna. Grazie a questo accurato lavoro, è emerso materiale fotografico e documentale inedito, finora poco valorizzato.
Un nuovo sguardo ha dunque consentito di rivalutare l’identità di un personaggio che in passato è stato confinato entro schemi fin troppo rigidi e che, invece, meriterebbe di essere riconsiderato nella molteplicità delle sue manifestazioni, valorizzando il suo legame con la cultura piemontese e la sua apertura verso contesti più ampi: attraverso viaggi e relazioni con figure internazionali dell’alpinismo e dell’arte, Rey ha saputo, infatti, assimilare e rielaborare le suggestioni offerte dalle sue molteplici esperienze.
Il titolo della mostra richiama la definizione di Rey come amateur, ossia dilettante, termine che tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo indicava chi si dedicava a un’attività per puro passatempo. Eppure, gli esiti alpinistici, fotografici e letterari di Rey sembrano far pensare a un professionista, se si considerano anche i premi e i riconoscimenti in Italia e all’estero di cui ha goduto in vita. D’altronde, l’essere un dilettante gli ha consentito la libertà espressiva per passare con naturalezza dal disegno alla scrittura e dalla scrittura alla fotografia, «libero di inseguire le proprie aspirazioni e di realizzare i propri ideali», come ha felicemente sintetizzato Giuseppe Garimoldi, curatore della precedente mostra del 1986.
Dal 18 April 2025 al 19 October 2025 – Museo Nazionale della Montagna- Torino
La cosa più importante quando decidiamo di scattare una fotografia è la consapevolezza di come sarà l’immagine finale.
Come vi ho già ripetuto, non esistono regole universali per comporre bene un’immagine. Ogni scelta dipende dal tipo di emozione o messaggio che vogliamo far passare. La composizione è una scelta creativa, certo personale, ma esistono indicazioni estetiche, che si usano anche inconsapevolmente, per equilibrare la distribuzione degli elementi nelle immagini.
Per organizzare i differenti elementi in una composizione si introducono forme geometriche, in modo da creare un’unione spontanea tra gli elementi della scena. Per esempio, possiamo inserire più disposizioni a triangolo e l’occhio dello spettatore sarà sempre guidato da queste linee immaginarie.
La ricerca di triangolazioni nelle fotografie rimane, probabilmente, una delle possibilità più dinamiche, in termini di composizione. Inoltre, incorporare triangoli in una scena è un modo particolarmente efficace per introdurre la tensione dinamica.
“Ho sempre avuto un grande senso di astrazione dalla realtà, per questo ho deciso di approfondire la dimensione onirica e i suoi meccanismi”(L.D.S)
Fotografia di Ludovica De Sanctis da”Untitled”
Ludovica De Sanctis, nata a Roma nel 1991 e cresciuta in una cittadina di provincia del Centro Italia per poi spostarsi nella capitale, ha mostrato un interesse precoce per il cinema e la fotografia; trasferitasi nel 2011 a Parigi dove è rimasta per circa sette anni per seguire alla Sorbona un corso di studi in Storia dell’Arte con specializzazione sul cinema russo e sovietico, attualmente vive e lavora a Milano come fotografa e video editor. Nota con lo pseudonimo di Kamisalak, esperta di critica cinematografica a tutto tondo, durante il periodo universitario ha lavorato come assistente in varie produzioni cinematografiche e studi fotografici. Interessata alla fotografia analogica e soprattutto al suo metodo di sviluppo e stampa in camera oscura, non si sottrae alla sperimentazione delle più svariate tecniche, spaziando dal documentario alla video art, alla fotografia digitale e artistica. Interessata fin da giovanissima ad esplorare i meandri della psiche umana, per distaccarsi dalla pura realtà si è lanciata nell’esplorazione del mondo dei sogni dominati da meccanismi, talvolta oscuri; la profonda conoscenza del cinema e della letteratura russa (vedi Gogol’, Dostoevskij, Tarkovskij…) in cui abbondano atmosfere oniriche, le ha permesso di indagare la psiche umana attraverso il mondo del soprannaturale e delle visioni surreali. Tra i suoi progetti più noti ricordiamo “Untitled” in cui la De Sanctis si concentra ad evidenziare le condizioni sociali e psicologiche delle periferie, riflettendo su temi come la solitudine esistenziale a causa dei repentini mutamenti della società che creano inquietudine e si riflettono pesantemente sulla psiche degli uomini.
Fotografia di Ludovica De Sanctis da”Untitled”
Nel suo lavoro più celebre – “Onironautica”- dalle parole greche sogno e marinaio– dopo approfonditi studi sulle teorie del cosiddetto ‘sogno lucido’, utilizzando vari metodi, come il Wake Back to Bed (WBTB) e il Mnemonic Induction of Lucid Dreams (MILD), la De Sanctis si rivolge all’analisi della sua prolifica attività onirica, particolarmente nei momenti dopo il risveglio quando i sogni rimangono impressi in modo più fulgido nella memoria: si viene così a creare un intricato mondo di immagini sovrapposte, strane e meravigliose che emergono dal proprio subconscio e possono rimanere vive anche durante le ore diurne: “La prossima volta che sognerò, mi ricorderò che sto sognando.” (L.D.S.) Quando siamo immersi nel mondo onirico ci appaiono forme e figure verosimili che si accostano con meccanismi completamente diversi dai fenomeni reali : ed ecco serpenti acciambellati su un letto oppure un pesce che beve al rubinetto del bagno… , a richiamarci immagini create con l’AI. “Una sottile esplorazione delle interazioni tra intelligenza umana e artificiale nella creazione artistica”. (www.lensculture.com)
Lavori recenti di Ludovica sono il photobook “Zagriz”, edito da Altana e la mostra personale intitolata “Le hasard fait bien les choses” allestita presso uno spazio d’arte contemporanea a Locarno in Svizzera.
I suoi lavori sono stati esposti a livello internazionale in città come Parigi, Berlino, Londra e Roma; sono inoltre numerosi i riconoscimenti ottenuti, tra cui il primo premio agli Art Photography Awards 2024 di LensCulture e il premio della Julia Margaret Cameron Foundation per le tecniche di manipolazione digitale. Il suo impegno nell’esplorazione dell’inconscio e della sua rappresentazione attraverso la fotografia, continua a renderla una figura significativa nell’arte contemporanea.
“Amo la moda e guardo molte cose. Non è un crimine sostenere che l’arte può essere semplicemente bella” ALINA GROSS
Fotografia di ALINA GROSS
Nata nel 1980, Alina Gross, fotografa di origini ucraine, vive e lavora a Bochum in Germania. In un’interessante intervista riportata nel Neighbourhood Magazine, racconta con dovizia di particolari come la sua carriera sia iniziata a diciotto anni quando, giovane modella, fu scelta da un compagno di università per realizzare degli scatti quasi per gioco, scatti che inaspettatamente ebbero un certo successo anche nel sofisticato ambiente parigino. Questa divertente esperienza fu però breve perché Alina comprese ben presto come fosse molto più interessante fotografare e dunque diventare un soggetto attivo, invece di esporsi passivamente agli scatti di altri.
Fotografie di ALINA GROSS
Interessata ad esplorare con le sue fotografie il corpo femminile, alla ricerca dei dettagli più intimi e nascosti, sintetizza la sua visione in una frase: “Il nostro corpo è un paese delle meraviglie.… ho in me tutte le forme del mondo”.
Fotografia di ALINA GROSS
Alina con coraggio non arretra davanti ai difetti, alle imperfezioni, alla vecchiaia di alcune sue protagoniste oppure davanti a particolari intimi, incappando spesso nella censura di alcuni social media che non tollerano immagini troppo dirette. Attivista del movimento ‘Body positivy’ è sempre pronta a sfidare gli stereotipi riguardanti la bellezza al femminile, sfida che la spinge – sulla base delle sue esperienze personali come donna e artista – a ricercare immagini schiette ed autentiche con prospettive bizzarre e insolite al di là delle più ovvie convenzioni. Le sue fotografie vivaci e giocose attraversano con originalità il campo della moda, dai modelli casual all’haute couture: assistita da poche persone di fiducia, i suoi scatti avvengono all’interno di piccoli set, con una cura particolare rivolta alle luci anche naturali. Alina collabora con famose maison di moda e con numerose riviste internazionali, come Vogue e Harper’s Bazaar che apprezzano il suo stile originale molto glamour, talmente innovativo da includere anche il sapiente uso dell’Intelligenza Artificiale per creare spettacolari abiti floreali, pezzi unici nati dalla combinazione sofisticata tra fashion ed elementi naturali. Nei suoi lavori prettamente artistici, come il recente Calla /Lilly, la fotografa crea le sue seducenti immagini grazie ad uno stretto connubio tra fotografia tradizionale e gli algoritmi di AI, cercando una stretta relazione tra la figura femminile e il sensuale fiore della calla, quasi a voler sottolineare i confini sfumati tra il mondo reale e quello artificiale.
Fotografia di ALINA GROSS
Nella serie Visions of Femininity realizzata in collaborazione con la pittrice Vanessa Hitzfeld, la Gross si concentra sul legame tra flora e femminilità, a sottolineare una connessione delicata e armoniosa tra natura e corpo umano dipinto al di là di ogni bellezza convenzionale, richiamando mondi onirici e surreali.Un altro interessante lavoro di Alina, The Wonderland of the Human Body, esplora in modo del tutto originale il tema della maternità, utilizzando temi botanici per simboleggiare la nascita e il processo di trasformazione nella vita delle donne, specialmente dopo il parto Nell’ introduzione al suo primo libro, “The Beauty of Imperfection“, Dorothee Achenbach che ne cura l’introduzione, scrive: “Disturbanti, seducenti, straordinariamente diverse, impossibili da ignorare, le fotografie di Alina Gross hanno un enorme potere suggestivo. La fotografa, rinomata a livello internazionale, ha sviluppato un linguaggio visivo e fotografico che affascina immediatamente lo spettatore; i suoi soggetti sono le donne e i loro corpi, le metafore e le ambivalenze della sessualità e del genere. Con invenzioni visive insolite, combina corpi e parti di esso con fiori, tessuti, gioielli e colori dai toni vivaci e brillanti per dipingere al meglio la grande forza, autostima e potenza delle donne”.
Fotografa freelance famosa su scala internazionale, oltre alla collaborazione con importanti riviste di moda, espone in numerose mostre internazionali: ha partecipato alla Riga Biennale of Photography nel 2021 e al Queer Archive Festival ad Atene nel 2022, al Vogue Photo Festival di Milano nel 2023 e alla mostra collettiva “New Femininity” a Lisbona.
ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI
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