Mostre di fotografia da non perdere ad agosto

Ciao,

vi segnaliamo anche questo mese diverse mostre molto interessanti!

Non perdetele!

Anna

Bar Stories on Camera

Switzerland. 1930s. Galleria Campari

Dal 25 luglio al 6 ottobre 2024CAMERA accoglie negli spazi della Project Room la terza tappa della mostra Bar Stories on Camera, realizzata in collaborazione con Galleria Campari e Magnum Photos: un racconto per immagini, dagli anni Trenta all’inizio degli anni Duemila, del mondo del bar e di quella cultura della convivialità di cui Campari è portavoce dal 1860.

Il percorso espositivo è organizzato in tre sezioni tematiche – Sharing MomentsBar Campari e The Icons – che presentano 50 scatti di grandi maestri della fotografia, da Robert Capa, Elliott Erwitt, Martin Parr a Ferdinando Scianna, provenienti dall’Archivio Storico Galleria Campari e dall’agenzia Magnum Photos.

Che sia per guardare la partita in tv, per gustare un caffè o per incontrare amici, amanti o colleghi, in Italia e in tutto il mondo le persone si ritrovano al bar riscoprendo una nuova socialità. Sono luoghi di condivisione, collettivi, che costruiscono nuove abitudini e sono capaci di raccontare meglio di molti altri contesti l’evoluzione della società contemporanea, dei suoi riti, dei suoi miti, di cui Bar Stories on Camera offre un importante spaccato.

Bar Stories on Camera. Galleria Campari / Magnum Photos si presenta negli spazi di CAMERA con un progetto espositivo rinnovato rispetto alle iterazioni precedenti che hanno visto la mostra debuttare a ottobre 2023 in Galleria Campari a Sesto San Giovanni. A giugno 2024 Galleria Campari ha portato il progetto espositivo nella Davide Campari Lounge di Art Basel a Basilea in una rivisitazione con la curatela di Martin Parr.

25 luglio – 6 ottobre 2024 – Camera Centro per la Fotografia – Project Room – Torino

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CHINA. DALLA RIVOLUZIONE CULTURALE ALLA SUPERPOTENZA GLOBALE

Martin Parr, American Dream Park, Shanghai, China, 1997
© Martin Parr / Magnum Photos | Martin Parr, American Dream Park, Shanghai, China, 1997

Un gigante economico in costante evoluzione, destinato ad essere sempre più centrale negli equilibri geopolitici mondiali: la Cina è oggi la seconda economia mondiale dopo gli Stati Uniti e con oltre 1,4 miliardi di abitanti, è lo Stato più popoloso al mondo nonché il quarto per estensione territoriale. Alla Cina di ieri e di oggi, alle sue trasformazioni sociali ed economiche ed alle sue tante contraddizioni, è dedicata la mostra China. Dalla rivoluzione culturale alla superpotenza globale, progetto fotografico inedito curato dal fotografo di fama internazionale Martin Parr, promosso da Forte di Bard e Agenzia Magnum Photos, allestito nelle sale delle Cantine dal 5 luglio al 17 novembre 2024. 

Dalla creazione dell’agenzia Magnum Photos nel 1947 fino ad oggi, i numerosi membri e affiliati hanno viaggiato e immortalato la Cina nei suoi diversi territori. All’interno del numeroso e diversificato panorama dei fotoreportage realizzati, spiccano proprio quelli di Marc Riboud e Martin Parr a cui la mostra è dedicata. Entrambi hanno viaggiato più volte in Cina, ponendo l’attenzione sulle trasformazioni sociali ed economiche del Paese a seguito dei grandi cambiamenti politici che l’hanno attraversata. 

Marc Riboud (1923-2016) compie il suo primo viaggio nel 1956 quando la Cina sta cambiando volto sotto la guida di Mao Zedong. La Repubblica popolare cinese, infatti, emerge sulle ceneri del conflitto tra comunisti e nazionalisti perpetratosi per vent’anni, trovandosi così a gestire una società profondamente divisa e ferita. Riboud sottolinea come i cinesi non siano intimiditi dall’obiettivo fotografico e grazie a questo riesce a immortalare un aspetto della Cina poco conosciuto in Occidente: quello della vita quotidiana. In mostra sarà esposta la sua prima fotografia della Cina: una donna sul treno diretto a Canton. Nei suoi numerosi viaggi in Cina, il cui ultimo data 2010, Riboud visita gran parte del Paese, scattando meravigliose immagini della vita di tutti i giorni del popolo cinese, dal mondo del lavoro a quello del tempo libero. 

Martin Parr, con la stessa efficacia rappresentativa, testimonia la Cina più moderna a partire dal suo primo viaggio avvenuto nel 1985. È lui stesso ad affermare che è profondamente affascinato dal “consumismo” e per questo i soggetti principali da lui affrontati sono il lusso e la modernità, senza dimenticare il tempo libero. Spiagge, auto di lusso, ostentazione emergono con forza e testimoniano un paese profondamente cambiato nella seconda metà del XX secolo. In mostra sono esposti 12 scatti del suo primo reportage cinese, in cui Parr testimonia la vita di alcuni settori economici, come le industrie tessili o di gioielli, così come il mondo del tempo libero, tra esercizi di Tai Chi e pause pranzo al Mc Donald. Attraverso i suoi scatti testimonia inoltre il passaggio dall’economia comunista al nuovo sviluppo economico moderno, arrivando ad affermare che “la Cina di oggi assomiglia molto a Chicago” (1997). 

All’interno della mostra, che presenta in tutto oltre 70 fotografie, sono esposte anche una linea del tempo e una mappa storica dei viaggi compiuti dai due fotografi che permettono al visitatore di comprendere più a fondo il contesto storico e sociale all’interno del quale sono state scattate le fotografie.

Dal 05 Luglio 2024 al 17 Novembre 2024 – Forte di Bard – Aosta

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FOTOGRAFIA CALABRIA FESTIVAL 2024

Sofia Uslenghi, My Grandma and I
Sofia Uslenghi, My Grandma and I

Ai nastri di partenza la III edizione di Fotografia Calabria Festival, il primo Festival diffuso dedicato alla fotografia contemporanea in Calabria, ideato e promosso dall’Associazione Culturale “Pensiero Paesaggio”. Dal 26 luglio al 25 agosto il comune di San Lucido (CS), uno tra i più suggestivi centri del basso Tirreno calabrese, si prepara ad accogliere tra le proprie strade e i vicoli del centro storico, in location uniche e speciali, i numerosi progetti – alcuni inediti, altri in anteprima italiana – dei fotografi internazionali ospiti del Festival, oltre ad eventi, talk e workshop dedicati al mondo della fotografia.
 
IL TEMA: FOTOGRAFIA DI FAMIGLIE
 
Fotografia di famiglie è il tema e il titolo di Fotografia Calabria Festival 2024. Una scelta non casuale in cui singolare e plurale non hanno solo un senso grammaticale, ma anche sociale. La fotografia scelta come il linguaggio attraverso cui osservare il tema della famiglia e delle sue rappresentazioni, un linguaggio che in ogni parte del mondo viene utilizzato all’interno dei nuclei familiari proprio per fissare dei momenti, per custodire piccole e grandi storie. Un medium che ci permette di riappropriarci di istantanee che spesso restano cristallizzate nei database dei nostri devices o negli album lasciati in qualche mobile di casa, che riaccendono la nostra memoria.
  
Fotografia di famiglie indaga questo universo fatto di emozioni e di memorie, non solo digitali, trattando i temi della malattia, delle relazioni tra parenti – anche con l’intelligenza artificiale, inevitabile specchio del nostro tempo – e le storie di tutte quelle famiglie che si discostano dai modelli tradizionali e che esistono al di là dei legami di sangue.  
 
I PROGETTI E I FOTOGRAFI IN MOSTRA
 
Sono nove i fotografi e le fotografe, provenienti dall’Italia e dal resto del mondo, che presenteranno i propri progetti al Festival. A partire da Sofia Uslenghi, nata a Reggio Calabria e considerata uno dei nomi più interessanti nel panorama contemporaneo italiano, presenta My Grandmother and I, progetto che, in linea con i temi della sua produzione, documenta il rapporto con le sue radici, in questo caso con la figura della nonna materna: sovrapponendo i suoi autoritratti con le fotografie delle nonna il progetto presenta una grande carica emotiva ed affettiva. Tim Smith, fotografo documentarista che risiede nel Manitoba, in Canada, porta al Festival In The World But Not Of It, un lavoro di ricerca e documentazione in corso da oltre quindici anni sulla comunità degli Hutteriti del Nord America, gruppo anabattista la cui cultura si preserva tramite uno spontaneo isolamento dalla società e un’economia basata sull’autosufficienza. Dal Canada proviene anche la fotografa Catherine Panebianco che in No Memory Is Ever Alone sceglie di utilizzare le diapositive Kodak scattate da suo padre negli anni ’50 e ’60, mantenendole fisicamente nel proprio panorama odierno, restituendoci una storia d’amore sulla propria famiglia, una mappatura lunga una vita intera fatta di matrimoni, viaggi in strada, bambini, vacanze, notti di gioco. Filippo Venturi, fotografo documentarista e artista visivo, è tra i nomi italiani più riconosciuti nel campo delle sperimentazioni visive con l’Intelligenza Artificiale, a Fotografia Calabria Festival porta in mostra He Looks Like You, che vede protagonisti suo padre Giorgio e suo figlio Ulisse mentre giocano e condividono momenti ed esperienze: si tratta però di falsi ricordi, visto che il padre è morto cinque anni prima della nascita del figlio. Una serie di momenti che non sono mai esistiti, in luoghi che non saranno mai raggiungibili, un tentativo di trovare consolazione e di superare le frontiere dell’esistenza attraverso l’arte e la tecnologia, generando immagini che fondono illusione, sogno e ricordo. 
 
Altra fotografa calabrese, proveniente nello specifico da Catanzaro, è Noemi Comi, protagonista con Album di Famiglia, progetto che è stato realizzato su commissione di Fotografia Calabria Festival 2024 in partnership con Lomography Italia. Il progetto ha visto protagoniste, su tutto il territorio nazionale, famiglie composte da coppie omosessuali, monogenitoriali, con figli nati con la tecnica della fecondazione in vitro o adottati, ma anche famiglie senza figli: tra le famiglie compaiono Luca Trapanese con la figlia Alba, Fabian Albertini, fotografa e artista di fama internazionale e tante altre, Album di Famiglia propone una riflessione necessaria alla luce dei diritti civili ottenuti negli ultimi anni in tema di matrimonio, adozione e maternità che vanno a portare una profonda modificazione del tessuto sociale del nostro Paese. Hyun-min Ryu, nato a Daegu in Corea del Sud, dove vive e lavora, presenta Kim Sae-hyun, progetto – le cui foto sono state anche scelte per il visual della nuova edizione del Festival – in cui l’artista ha voluto catturare la crescita di suo nipote e in cui le caratteristiche del ritratto tradizionale sono mescolate con un’operazione concettuale “autoreferenziale”, interessato alla somiglianza e alla distorsione tra il soggetto della fotografia e il risultato finale della stessa. La fotografa australiana Carole Mills Noronha con The place he goessceglie invece di documentare il percorso del padre attraverso l’Alzheimer e la demenza, un modo per generare dei ricordi più duraturi della sua vita e del suo lento svanire nel corso del tempo. Pierluigi Ciambra, fotografo nato in Sicilia e con base a Cosenza, presenta al Festival le foto del suo libro edito da 89Books, Lullaby and last goodbye, un progetto iniziato nel 2013 in cui descrive attraverso la fotografia il processo di crescita delle sue figlie, le dinamiche familiari, lo sviluppo delle identità e le loro diverse personalità, un lavoro già pubblicato in varie riviste ed esposto in diverse gallerie in Italia e in Europa.  La fotografa austriaca Franzi Kreis, con il supporto del Forum Austriaco di Cultura, porta al Festival Generation Beta – The Great Opera, in cui sedici persone di Roma e di Vienna raccontano le storie delle proprie famiglie attraverso tutti gli alti e bassi della vita: le donne illustrano la vita delle proprie madri, gli uomini quella dei propri padri.

Dal 26 Luglio 2024 al 25 Agosto 2024 – SAN LUCIDO | COSENZA – Sedi Varie

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MARIO CRESCI. HOMO LUDENS

Mario Cresci. Homo ludens, Lecce
Mario Cresci. Homo ludens, Lecce

linea, spazio di studio, ricerca e promozione dell’arte contemporanea e della fotografia d’autore, inaugura venerdì 26 luglio 2024 “Mario Cresci. Homo ludens”, personale di Cresci tra i più importanti e ricercati fotografi dello scenario nazionale. Un percorso espositivo che trova spazio nei bastioni del Castello Carlo V di Lecce, luogo d’interesse storico, contenitore culturale d’eccellenza della città. La mostra, a cura di Flavia Parisi Alice Caracciolo, si inserisce nell’ambito del progetto Strategia Fotografia 2023, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
 
Cresci si confronta così con l’homo ludens in grado di creare una relazione possibile con il tutto attraverso il gioco e il mito. Per farlo, esplora la produzione ceramica del territorio leccese, realizzando oltre 30 opere fotografiche destinate, in ultimo, al Museo della Ceramica di Cutrofiano. L’homo ludens, indagato da Johan Huizinga nel suo celebre saggio del 1938, crea il suo territorio da esplorare e allo stesso tempo esplora la propria creazione. Si tratta di una dimensione di libertà e non di casualità che, nel rapporto con la materia, si pone al confine tra improvvisazione e determinazione. Il gioco, categoria primaria e autonoma dell’attività umana, elemento pre-culturale in grado di mettere in relazione le persone, di rappresentare, di generare un sistema e di alimentare la creatività, diventa per Cresci uno strumento metodologico per avvicinarsi al lavoro dei ceramisti di Cutrofiano, come Pinu Rizzu, che in una giornata di lavoro arrivava a realizzare a mano fino ad un centinaio di fischietti di ceramica.
 
Cresci, iniziatore negli anni Settanta di un approccio analitico alla fotografia come chiave di accesso alla profondità della cultura immaginativa legata alla produzione artigianale del mezzogiorno, si interessa dunque alle ceramiche cutrofianesi e a oggetti di matrice ludica divenuti identitari, e va oltre.  La ceramica, in passato considerata l’alfabetismo, il leggere dei popoli, diventa emblema della dicotomia tra unicità del gesto creativo e riproducibilità, caratteristiche, queste, della fotografia e della grafica.
 
L’animismo degli oggetti emerso dalla precedente produzione fotografica di Cresci assume una dimensione quasi ironica, per avventurarsi in una rappresentazione del “come se” che ha luogo in un cerchio magico con regole molto specifiche ma anche molto arbitrarie.
L’homo faber è quello che ha il controllo sulla materia. L’homo ludens sembra meno interessato al controllo sulla materia, quanto piuttosto alla possibilità di definire una propria dimensione, una propria sfera di azione dove tutto è possibile, ripetibile e sempre diverso.
  Homo ludens nasce come progetto di committenza proposto da linea, con il titolo Spazio Materia Azione, nell’ambito del Bando Strategia Fotografia 2023, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
Il progetto prevede una proposta espositiva articolata su due sedi, con l’intento di valorizzare le diverse opportunità di approfondimento offerte dalle realtà culturali del territorio leccese.
Una parte della nuova produzione di Mario Cresci è esposta presso il Bastione S. Trinità del Castello Carlo V di Lecce, con una mostra che comprende fotografie a colori, documenti d’archivio dalla storica serie Misurazioni, del 1979, ed una selezione di fischietti e documenti dal Museo della Ceramica di Cutrofiano. linea al contempopresenta un focus della nuova produzione dedicato al rapporto tra fotografia e grafica, accompagnato da disegni e documenti che raccontano il processo creativo dell’artista.  

Dal 26 Luglio 2024 al 15 Settembre 2024 – Castello Carlo V – Lecce

BURTYNSKY: EXTRACTION / ABSTRACTION

Burtynsky: Extraction / Abstraction, M9 - Museo del ’900, Venezia Mestre
Burtynsky: Extraction / Abstraction, M9 – Museo del ’900, Venezia Mestre

Un’esplorazione delle “incursioni industriali su larga scala nel pianeta” e dell’impatto dell’azione umana sugli ecosistemi terrestri: è stata presentata oggi alla stampa BURTYNSKY: Extraction / Abstraction, la mostra sul grande artista canadese Edward Burtynsky che sarà esposta in M9 – Museo del ’900 da domani venerdì 21 giugno a domenica 12 gennaio 2025. 

Curata da Marc Mayer, già direttore della National Gallery of Canada e del Musée d’Art Contemporain di Montreal, con progetto allestitivo di Alvisi Kirimoto, è la più ampia esposizione mai realizzata sugli oltre quarant’anni di carriera del fotografo e, dopo il fortunato debutto alla Saatchi Gallery di Londra, arriva per la prima volta in Italia.
Dopo l’exploit di Banksy. Painting Walls, M9 suggerisce un nuovo sguardo sui grandi temi e sulle urgenti sfide del presente attraverso il linguaggio dell’arte e, per la seconda mostra temporanea dell’anno, l’attenzione viene ora posta sul paesaggio e il cambiamento climatico, nelle interazioni tra uomo e ambiente.

BURTYNSKY: Extraction / Abstraction
, infatti, indaga le conseguenze ambientali del sistema industriale: un tema che rappresenta il codice distintivo del fotografo, acclamato in Italia grazie al progetto Anthropocene del 2019, che ha poi viaggiato in tutto il mondo, riscuotendo sempre critiche entusiastiche. In questa nuova esposizione, grazie alla profonda comprensione storica dei processi industriali novecenteschi, dei contesti geografici e culturali selezionati nelle sue campagne, Burtynsky invita gli spettatori a guardare oltre quei luoghi fotografati, oltre la nostra esperienza e le nostre aspettative, per capire davvero l’impatto dell’uomo sul futuro degli habitat terrestri. 

Le grandi fotografie di Burtynsky si presentano a un primo sguardo come affascinanti e indecifrabili campiture di colori e di forme astratte, che lasciano gli osservatori sospesi di fronte a oggetti naturali o antropici spesso non immediatamente intellegibili, ma capaci di attirarli dentro l’opera.

BURTYNSKY: Extraction / Abstraction
 si compone di sei sezioni tematiche che illustrano tutti i principali campi di azione del fotografo canadese, con oltre 80 fotografie di grande formato, 10 enormi murales ad altissima definizione e alcuni dei principali strumenti fotografici che hanno reso celebre Burtynsky, inclusi quei droni che gli hanno permesso di allargare ulteriormente l’obiettivo delle sue fotocamere. A queste si aggiungono ulteriori elementi, integrati negli spazi di M9, frutto di un dialogo concettuale tra la mostra e la narrazione del Museo sulle trasformazioni sociali, economiche e politiche del Novecento. 
Nel corridoio del secondo piano infatti saranno esposte nove fotografie della campagna fotografica commissionata a Burtynsky dalla Fondazione Sylva nel 2022 per testimoniare gli effetti della Xylella sugli olivi pugliesi: un disastro ambientaleche ci permette di cogliere e misurare concretamente gli effetti del cambiamento climatico anche sul nostro Paese. 
Infine, nella nuova sala M9 Orizzonti, verrà proiettato, in modalità immersiva e per la prima volta in Italia, il pluripremiato cortometraggio In the Wake of Progress [Sulla scia del progresso](2022), coprodotto da Burtynsky assieme al celebre produttore musicale Bob Ezrin e con le musiche originali del compianto Phil Strong. 

Dal 21 Giugno 2024 al 12 Gennaio 2025 – M9 – Museo del ’900 – Mestre (VE)

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ARMIN LINKE. LA TERRA VISTA DALLA LUNA

Armin Lin ke, PLANTA, Lleida, Spain 2018. Stampa fotografica su alluminio con cornice in legno, cm. 50x60
Armin Linke, PLANTA, Lleida, Spain 2018. Stampa fotografica su alluminio con cornice in legno, cm. 50×60

Vistamare è lieta di presentare La terra vista dalla luna, una mostra personale di Armin Linke.

Le opere di Linke ci pongono davanti ad una visione effettuata da una prospettiva diversa da quella che normalmente siamo abituati ad utilizzare, una prospettiva capovolta, come suggerisce il titolo della mostra, omonimo dell’onirico mediometraggio girato da Pier Paolo Pasolini nel 1967.

Linke porta avanti da tempo una ricerca sulle attività dell’uomo e su come la scienza e la tecnologia, ma anche l’economia e la politica, abbiano prodotto le trasformazioni in corso del pianeta. Le immagini raccolte nei suoi viaggi in giro per il mondo costituiscono una sorta di atlante di queste metamorfosi: sono interessato a come il processo di archiviazione metta alla prova le immagini, obbligandoti a pensare se la singola fotografia possa sopravvivere alla motivazione che spinge a scattarla in un determinato istante e se, conservata nel tempo, sappia aggiungere ulteriori livelli di lettura ai quali non avevi pensato al momento della ripresa.

Nello spazio della galleria di Milano, dove espone per la prima volta, l’artista ha costruito un percorso con opere realizzate in un lungo arco temporale, dal 1981 al 2023, selezionando dal suo vasto archivio in divenire immagini inedite e immagini presentate in altre occasioni espositive.

La produzione di nuovi significati è affidata anche alla pratica installativa, distintiva dell’artista, che instaura relazioni inattese ricombinando immagini generate in contesti spesso lontani nel tempo e nello spazio, attivando una serie di dialoghi, di rimandi e di prossimità. Così trovano ragione di stare una accanto all’altra fotografie scattate in momenti e luoghi diversi che innescano continuamente narrazioni su più livelli e costruiscono un racconto tra paesaggi naturali e artificiali, al confine tra finzione e realtà.

Dal 19 Giugno 2024 al 14 Settembre 2024 – Vistamare Milano

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DINO IGNANI

© Dino Ignani
© Dino Ignani

Con il progetto “Dark portraits” by Dino Ignani, presentato al PAC – PIANO PER L’ARTE CONTEMPORANEA 2022 – 2023 promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, la Sovrintendenza Capitolina ha ottenuto il finanziamento per l’acquisizione e produzione di opere d’arte contemporanea destinate al patrimonio pubblico italiano.

Il risultato si potrà ammirare al Museo di Roma in Trastevere, dove il nucleo acquisito con le 200 fotografie circa di Ignaniracconteranno al pubblico le peculiarità della sua ricerca fotografica, concentrata prevalentemente sulla cultura degli anni Ottanta, sulla moda e sul look dell’epoca. Lo sguardo del fotografo ha prodotto un ciclo di ritratti dedicato ai giovani che a Roma animavano i club della cosiddetta scena dark che Ignani ha documentato puntando sul classico ritratto posato in bianco e nero.

Dal 17 Luglio 2024 al 20 Ottobre 2024 – Museo di Roma in Trastevere

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Io non scendo – Donne che salgono sugli alberi e guardano lontano


 Al Magazzino delle Idee una mostra fotografica, che riunisce oltre duecentocinquanta foto anonime, dal 1870 al 1970, che ritraggono donne in cima agli alberi. Insieme alle immagini, quindici storie che intrecciano fotografia, letteratura e cinema per raccontare la forza liberatoria dell’ascesa. Tra le protagoniste Louisa May Alcott, Simone de Beauvoir, Pippi Calzelunghe, Angela Carter, e le triestine Bianca di Beaco e Tiziana Weiss e l’udinese Riccarda de Eccher

L’esposizione

Nella sua autobiografia “Io non sono un’alpinista” la scalatrice triestina Bianca di Beaco racconta di come sua madre, contadina, l’avesse spinta “non tanto verso conquiste materiali, ma verso una conquista di me stessa”. E in cima alle montagne, così come da bambina in cima agli alberi, Bianca aveva scoperto “la dimensione in cui i sogni si realizzano”. La sportiva triestina è soltanto una delle tante novelle Eva che, per affermare la necessità di essere se stesse, allontanandosi dallo stereotipo che le vuole radici per il nutrimento altrui, hanno scelto di arrampicarsi sugli alberi, di farsi loro stesse frutto, di essere sovversive come ogni creatura che sale verso il cielo per negare la gravità terrestre e osservare il mondo da una nuova prospettiva. E, una volta in cima, dichiarare: “Io non scendo”.

Curata da Laura Leonelli, giornalista e scrittrice, collaboratrice del supplemento culturale de Il Sole 24 Ore (e di Arte e AD) e appassionata collezionista di fotografie anonime, l’esposizione nasce dal suo omonimo libro, pubblicato da Postcart edizioni, e raccoglie, in un allestimento che richiama l’idea di bosco,  oltre duecento fotografie anonime, corredate da quindici storie, di donne che, dal 1870 al 1970, hanno scelto di farsi ritrarre in cima agli alberi.

“Le donne salgono sugli alberi quando disubbidiscono. E ogni donna che disubbidisce è figlia della prima, più celebrata e dannata delle disubbidienti: Eva. Ascoltando la voce delle nuove Eva, dal dodicesimo secolo a oggi, questo libro riporta gli slanci, le delusioni, le battaglie, le ascese di alcune di loro, mistiche, scrittrici, filosofe, fotografe, ecologiste, imprenditrici, alpiniste, che hanno disubbidito e sono salite sull’albero della consapevolezza e della propria realizzazione. Laura Leonelli

Dal 18 maggio al 25 agosto 2024 – Magazzino delle idee – Trieste

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THE SUMMER SHOW 2024

Fotografie di Bill Armstrong, Maria Vittoria Backhaus, Carolle Bénitah, Gianni Berengo Gardin, Piergiorgio Branzi, Tina Cosmai, FLORE, Irene Kung,Rebecca Norris Webb, Giancarlo Pradelli, Alex Webb

Alessia Paladini Gallery è lieta di presentare The Summer Show 2024, l’ultimo appuntamento in galleria prima della pausa estiva.

In mostra una selezione di 20 opere di 11 grandi artisti rappresentati dalla galleria, che, attraverso le più diverse tecniche ed interpretazioni del medium fotografico, compongono un percorso vario e intenso, all’insegna della bellezza e del suo intrinseco potere salvifico. 

“La bellezza salverà il mondo”, così scriveva Fëdor Dostoevskij, il celebre scrittore e filosofo russo, per bocca del principe Myškin ne L’idiota. Con questa celebre citazione in mente, The Summer Show vuole essere un gioioso saluto all’estate, un invito a concedersi un momento di pausa dai ritmi logoranti della vita contemporanea, dalle sue brutture, dalle sue inquietudini.

Bill Armstrong con i suoi ipnotici, coloratissimi Mandala; Maria Vittoria Backhaus e il suo sguardo ironico e irriverente sul mondo della moda; le foto trovate di Carolle Bénitah, impreziosite dall’intervento con foglia d’oro, che raccontano momenti di spensieratezza di altri tempi; i paesaggi italiani nell’inconfondibile bianco e nero di Gianni Berengo Gardin e Piergiorgio Branzi; i delicati paesaggi marini di Tina Cosmai; la maestosità della natura ritratta da Irene Kung, l’Italia sognata e sognante nelle opere di FLORE

E ancora il paesaggio rurale americano di Rebecca Norris Webb; l’immortale, resiliente bellezza dei ruderi fotografati da Giancarlo Pradelli; la disarmante allegria di chi ha poco o niente negli scatti di Alex Webb.

20 giugno – 13 settembre 2024 – ALESSIA PALADINI GALLERY – Milano

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FULVIO ROITER UMBRIA, UNA STORIA D’AMORE

L’esposizione presenta 27 fotografie tratte dal reportage realizzato nel 1954 da Fulvio Roiter sugli itinerari percorsi da san Francesco.

L’iniziativa inaugura Camera Oscura. La Galleria Nazionale dell’Umbria per la fotografia, un progetto a cura di Marina Bon Valsassina e Costanza Neve, allestito lungo il percorso espositivo permanente della Galleria Nazionale dell’Umbria.

Dal 29 maggio al 13 ottobre 2024, la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, nello spazio dedicato alla fotografia, allestito all’interno del percorso espositivo del museo perugino, ospita la mostra Umbria, una storia d’amore. Fulvio Roiter.

La rassegna, curata da Alessandra Mauro, che inaugura il progetto Camera Oscura. La Galleria Nazionale dell’Umbria per la fotografia, a cura di Marina Bon Valsassina e Costanza Neve, presenta 27 immagini tratte dalla campagna fotografica che Fulvio Roiter realizzò nel 1955 su incarico della casa editrice svizzera Guilde du Livre, per illustrare i Fioretti di San Francesco.

Con i suoi scatti, Roiter intraprende un viaggio lungo gli itinerari francescani attraverso l’Umbria rurale e appenninica più remota, tramandando il ricordo di un mondo cristallizzato per secoli, che nel giro di pochi decenni subirà le trasformazioni dovute a una modernità pervasiva che ne ha modificato molti caratteri e reso flebile la memoria.
L’obiettivo di Roiter coglie vicoli in cui si incontrano volti di bambini sorpresi a giocare con le ceste di vimini o intenti a portare dai campi il peso di una sacca piena di frutta e verdura, paesaggi innevati solcati dal passo lento dei muli o dal segno commovente di piccole croci sbilenche in ferro battuto, borghi deserti perché di giorno tutti gli abitanti sono impegnati a coltivare la terra e accudire gli animali.
Le immagini restituiscono l’atmosfera di una vita lenta, in cui le architetture si innestano perfettamente con il paesaggio e le persone sembrano convivere in armonia con la natura.

La mostra è arricchita da un video che propone tutte le immagini del reportage, pubblicate nel volume Ombrie. Terre de Saint François (1955) e una biografia ragionata dell’artista.

Dal 29 maggio al 13 ottobre 2024 – Galleria Nazionale dell’Umbria – Perugia

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Gianni Berengo Gardin Cose mai viste

Gianni Berengo Gardin (1930), forse il più noto fotografo italiano, nel corso della sua lunga e felice carriera ha realizzato 263 libri. L’ultimo risale al 2023 quando, coadiuvato da sua figlia Susanna, ha rivisto tutto il suo archivio selezionando 114 immagini, soltanto cinque delle quali pubblicate in precedenza. Nasce così Cose mai viste. Fotografie inedite, pubblicato dalla casa editrice Contrasto e presentate in mostra per la prima volt al Ma.Co.F di Brescia lo scorso anno.
Per le Sale d’Arte di Alessandria Giovanna Calvenzi e Susanna Berengo Gardin propongono una selezione diversa, compatta: una sessantina di “cose mai viste” ma con un’attenzione prevalente
dedicata agli uomini e alle donne che Berengo Gardin ha incontrato nel corso del suo lavoro. Immagini non stampate, non pubblicate e che tuttavia testimoniano come di consueto la sua straordinaria maestria. Il viaggio nel suo archivio inizia nel 1954 e termina nel 2023. Attraversa molte città
italiane, raggiunge Parigi, la Francia, la Croazia, l’Ungheria, la Spagna, la Norvegia, si ferma a Mosca, in Cina, in Giappone, a Londra e a New York. Berengo ama dichiarare che “Non conta ‘come’ si fotografa ma quello che si fotografa”, una dichiarazione di intenti che sottolinea l’umiltà con la quale parla del suo lavoro e che implicitamente afferma di voler essere solo un testimone e non un autore.
Ma indipendentemente da quello che Berengo desidera, le sue fotografie sono ben più della estimonianza di quanto ha visto: testimoniano anche la sua capacità di raccontare persone ed eventi con rispetto ed empatia, l’involontaria volontà di partecipare a quanto accade davanti al suo obiettivo e una saggezza nella scelta dei momenti e della composizione che hanno fatto di lui (anche contro la sua volontà) un vero maestro. Nel 1970, per il suo libro L’occhio come mestiere, l’amico fotografo Cesare Colombo gli consigliava di avere “due occhi come mestiere, uno da strizzare al cliente, mentre sarà l’altro quello più vigile e aperto”. La storia lo ha smentito: Berengo e questa mostra di inediti dimostrano che gli occhi di Berengo “vigili e aperti” sono tutti e due.
Chiude la mostra una sezione inedita di fotografie di Berengo Gardin realizzate nel 1994 in occasione della rievocazione storica della Battaglia di Marengo a Villa Delavo. Gli scatti fotografici del maestro
compongono il catalogo “Gianni Berengo Gardin – Marengo, 1994” che contiene anche testi dell’esperto di storia napoleonica Giulio Massobrio. Il catalogo sarà presentato nel corso dell’inaugurazione.

6 giugno – 15 settembre 2024 – Alessandria, Sale d’Arte

OSSI DI SEPPIA. UGO MULAS, EUGENIO MONTALE

Ugo Mulas, <em>Monterosso</em>, 1962 © Eredi Ugo Mulas. Tutti i diritti riservati. Courtesy Archivio Ugo Mulas, Milano – Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli
Ugo Mulas, Monterosso, 1962 © Eredi Ugo Mulas. Tutti i diritti riservati. Courtesy Archivio Ugo Mulas, Milano – Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli

“[..] sballottati come un osso di seppia dalle ondate, svanire a poco a poco, diventare un albero rugoso o una pietra levigata dal mare, nei colori fondersi dei tramonti, sparir.” 
Ossi di seppia, Eugenio Montale

Dal 18 luglio 2024 al 16 febbraio 2025 il FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano ETS, in collaborazione con l’Archivio Ugo Mulas, ospita, presso l’Abbazia di San Fruttuoso a Camogli (GE), la mostra Ossi di Seppia.Ugo Mulas, Eugenio Montale, un intenso e suggestivo dialogo tra due linguaggi artistici, la fotografia e la poesia, e tra due grandi maestri della cultura italiana, Ugo Mulas e Eugenio Montale, che verte sulla stessa materia: l’impressione e il concetto del paesaggio ligure.

A cura di Guido Risicato e Archivio Ugo Mulas, la mostra, allestita in diversi ambienti dell’Abbazia, presenta venticinque fotografie in bianco e nero scattate da Ugo Mulas nel 1962 a Monterosso, nelle Cinque Terre, luogo dove Eugenio Montale ha trascorso la sua infanzia e che ha ispirato il poeta nella composizione della raccolta Ossi di Seppia.

Le foto esprimono, in maniera concettuale, il paesaggio descritto dal poeta in quel che egli stesso definiva il periodo del “proto-Montale”, ovvero il 1925 quando egli pubblicò una delle sue prime raccolte, Ossi di seppia appunto, dove la sua lingua, aspra e pietrosa, già mostrava il lato oscuro della condizione umana. Affascinato da sempre da quei versi, Ugo Mulas decide di illustrare per una rivista la Raccolta e si reca a Monterosso con l’intento di rendere su lastra quel sentimento, insieme di assoluto e di profonda solitudine, rappresentato dal mare, dal sole e dalle rocce. “Più che queste foto di documento che possono anche essere interessanti, quello che conta rendere, è il clima generale del luogo, cioè trovare quegli elementi generici, non specifici, che continuamente ritornano, come un leit-motiv in tutto il libro” scrive Ugo Mulas in merito al suo reportage. Il risultato è un’opera fotografica caratterizzata dalla scelta d’insoliti punti di vista e da un intenso lirismo completamente aderente all’opera del poeta, dove la parola trova una perfetta corrispondenza con l’immagine. Per Stefano Verdino, docente di letteratura italiana all’Università di Genova, “le qualità sia dell’inquadratura sia della luce di questi scatti hanno un che di perentorio, che calza mirabilmente non in termini illustrativi ma di sintonia espressiva con il verso sempre nitido e tagliente di questo primo Montale”.
Dopo la mostra, nel 2023, delle fotografie di Gianni Berengo Gardin dedicate al borgo di San Fruttuoso, il FAI accoglie una seconda iniziativa intitolata alla fotografia d’autore, mettendo in mostra gli scatti di un altro grande Maestro, anch’essi dedicati a questo tratto del paesaggio ligure. L’intenzione della Fondazione è offrire l’occasione di conoscere questo speciale lavoro di Ugo Mulas, che si articola nel suggestivo dialogo con le poesie di Eugenio Montale, ma anche diinvitare il pubblico, attraverso queste visioni artistiche, a osservare con attenzione il paesaggio, a scoprirlo e conoscerlo in profondità e nei dettagli, per scoprirne il valore e il significato, la storia e lo spirito, che vanno oltre la bellezza da cartolina per cui è rinomato nel mondo. Anche in ciò il FAI persegue la sua missione, educando alla conoscenza dei luoghi come primo e fondamentale passo per promuovere, presso i cittadini di oggi e di domani, una cultura della tutela e del rispetto del patrimonio.

IL FAI ringrazia la Famiglia Montale e la Casa Editrice Mondadori S.p.A. Milano per avere concesso a titolo gratuito il permesso di riprodurre, nell’allestimento della mostra e nei materiali divulgativi, alcune liriche tratte da “Ossi di Seppia” di Eugenio Montale.
Il FAI ringrazia i Trasporti Marittimi Golfo Paradiso.

Dal 18 Luglio 2024 al 16 Febbraio 2025 – Abbazia di San Fruttuoso – Camogli (GE)

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VUOTI DI MEMORIA. SICILIA ’43: LE IMMAGINI DI OGGI. FOTOGRAFIE DI MASSIMO SIRAGUSA E OPERA SONORA DI MICHELE SPADARO

Massimo Siragusa, Spiaggia di Marianello, Gela (Caltanissetta)
© Massimo Siragusa | Massimo Siragusa, Spiaggia di Marianello, Gela (Caltanissetta)

Dal 10 luglio apre a Catania, nelle sale del Phil Stern Pavilion–Museo storico dello Sbarco in Sicilia 1943, Le Ciminiere, la mostra Vuoti di memoria Sicilia ’43: le immagini di oggi con fotografie di Massimo Siragusa e un’opera di sound art di Michele Spadaroa cura di Ezio Costanzo, prodotta da Fondazione Oelle Mediterraneo Antico ETS in collaborazione con Città Metropolitana di CataniaMuseo storico dello Sbarco in Sicilia 1943 – Le Ciminiere Catania, Phil Stern Pavilion, main sponsor Four Points by Sheraton Catania.
 
Oltre 30 fotografie in mostra di Massimo Siragusa (Catania, 1958) danno forma e significato alla memoria di ciò che è rimasto, ed è ancora visibile, dello sbarco alleato in Sicilia del 1943 che cambiò la seconda guerra mondiale. A parlare nel lavoro inedito di Siragusa sono i segni sui muri degli edifici, i luoghi delle battaglie, i bunker che traspirano angoscia e apprensione, gli oggetti che hanno accompagnato le notti insonni della gente dell’isola. E poi i suoni, del vento e del suo scorrere sui ruderi, i respiri affannosi che ancora pervadono gli spazi della guerra, le onde del mare portatrici di libertà. Spazi contemporanei del nostro Mediterraneo, osservato al di fuori dal tempo.
Massimo Siragusa si è trasformato in archeologo e ha scavato alla ricerca di questi segni, tra centinaia di segni presenti nelle campagne siciliane che ci riagganciano allo sbarco alleato del 10 luglio 1943. Casematte, bunker, trincee, spiagge, i luoghi delle battaglie più aspre. Al fotografo è stato affidato il compito di creare un rapporto empatico col territorio, che ci offra il punto di osservazione più incisivo per misurarci con le tracce della memoria dei luoghi. 
Luoghi intesi come la sintesi delle tracce che li compongono, coaguli di emozioni e di spunti di riflessione da percepire anche nella dimensione dell’ascolto e dell’attesa, stimolati dall’opera sonora concepita per l’esposizione dal sound artist Michele Spadaro (Catania, 1994). Questo suo ultimo lavoro, dal titolo Reflection in Time, esplora le conseguenze acustiche della riverberazione all’interno di un particolare luogo, i bunker della seconda guerra mondiale situati lungo la costa sud-orientale della Sicilia. 
Il risultato è ottenuto utilizzando un approccio noto come misurazione della risposta a gli impulsi, che consente lo sviluppo di una mappa delle prestazioni acustiche di un luogo, che può poi essere utilizzata a livello statistico o, come nel caso di questa ricerca, per ricreare digitalmente l’effetto del suono in una determinata posizione nello spazio. Queste misurazioni vengono quindi impiegate per generare due scenari sonori differenti e in antitesi, che avvengono nello stesso luogo: quello originale, che mira a raffigurare l’acustica drammatica dovuta all’utilizzo primario dello spazio; e quello contemporaneo, che esprime un’esperienza acustica che persiste in condizioni opposte.  
 
«La storia, che guarda in faccia la realtà, e la memoria, che rappresenta il passato per estrapolazione, sono l’essenza di questo viaggio fotografico che Massimo Siragusa ci restituisce percorrendo i sentieri della guerra in Sicilia. Luoghi intrisi d’inquietudine ma anche di straordinaria bellezza paesaggistica e visiva, pervasi da suoni che giungono a noi da lontano e che Michele Spadaro, con la sua opera sonora, restituisce all’oggi attraverso una mappatura aurale, esplorazione sensoriale dei tempi passati ricca di curiosità ma ancor più d’inquietudine del tempo presente», dichiara Ezio Costanzo, curatore della mostra e storico. 
«La mostra è un’interpretazione attuale, un segno dell’oggi che rimanda a un’estate che ha cambiato la storia, un’impronta – che nessun’onda potrà mai cancellare – impressa 80 anni fa da un giovane fotoreporter americano Phil Stern e ricalcata con rispetto e libertà oggi dal fotografo Massimo Siragusa. Ed è in questo spirito – che anima le scelte di Fondazione Oelle Mediterraneo Antico – che il controverso rapporto tra i luoghi di oggi e le loro memorie sonore, trova la sintesi nell’opera del sound artist Michele Spadaro: nel rispetto per i luoghi che contengono ancora oggi segni cruenti di un passato sempre troppo vicino e possibile; nella libertà di ridisegnare spazi secondo una visione contemporanea e lucida grazie a quella luce oltre il male che l’essere umano, oggi più che mai, anela», afferma Ornella Laneri Presidente di Fondazione Oelle Mediterraneo Antico ETS.

Dal 10 Luglio 2024 al 21 Febbraio 2025 – Museo storico dello Sbarco in Sicilia 1943 – Catania

Mostre da non perdere a giugno

Ciao,

riprendiamo il nostro appuntamento mensile con le mostre. Troverete mostre che ci vengono segnalate dagli amici che ci seguono e quello che riusciamo a scovare noi in rete. Continuano naturalmente anche molte delle mostre che vi abbiamo segnalato per maggio.

Anna

M A T T A T O I  – Pino Dal Gal e Mario Giacomelli

questa mostra, curata da Simona Guerra, ci troviamo dentro a moderni mattatoi con immagini scattate da due diversi autori: Mario Giacomelli, che nel 1961 a Senigallia ha realizzato la sua serie Mattatoio, e Pino Dal Gal che nel 1976 in nord Italia ha realizzato Chicken story.

La parte finale, più cruenta, di queste vite destinate alla catena di montaggio alimentare vengono raccontate senza veli e senza mai vestire i panni degli obiettori di coscienza. Salta però agli occhi, sin dalle prime immagini, che chi le sta uccidendo non considera più quelle creature fotografate come animali bensì come semplice carne da macello. Bestie che oggi non sono più allevate ma prodotte, come si legge in più di un sito di grandi aziende del settore.

Le parole hanno un peso.

Due lavori complessi, molto diversi tra loro per stile e approccio, che come afferma Pino Dal Gal si fanno “metafora di una faccia della realtà del vivere” risultando più che mai attuali e in grado di richiamare alla nostra mente molte situazioni politiche, sociali, ambientali in cui il più forte sovrasta il debole e indifeso per logiche sempre riconducibili ai propri interessi.

Il Mattatoio di Giacomelli è un lavoro poco conosciuto e pubblicato; in mostra viene esposto integralmente ed è questa l’occasione per approfondire la conoscenza del “primo” Giacomelli. Nel 1961 infatti egli ha da pochi anni realizzato serie quali Lourdes e Zingari (1957) o Puglia (1958) e dunque tutti lavori in cui il reale non è stato ancora trasfigurato come accadrà in serie successive.

Di Dal Gal rimaniamo scioccati, oltre che per la crudezza delle scene, anche per quel suo uso apparentemente incontrollato, psichedelico, del colore.

Una mostra attuale nei contenuti, oltre che nelle immagini, a causa del forte legame che si sta sempre più evidenziando tra il dilagare degli allevamenti intensivi e la diffusione di virus letali; spesso focolai assodati per virus come l’influenza aviaria e suina.

dal 27 giugno al 27 luglio 2021 – Spazio Piktart – Senigallia

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Lia Pasqualino – Il tempo dell’attesa

Ritratti di artisti, scrittori, registi, musicisti, fotografe e fotografi, attrici e attori, il set di un film, un momento di un viaggio, il gesto di un ragazzo per le strade di Palermo o uno sguardo assorto all’ospedale psichiatrico. Occasioni di vita e compagni di viaggio insieme in una mostra che raccoglie quasi 100 fotografie, il racconto di più di trent’anni di attività di Lia Pasqualino.

All’interno del programma di Campania Teatro Festival, diretto da Ruggero Cappuccio, una esposizione che mette in luce l’originalità dello sguardo della fotografa palermitana che, attraverso la poesia delle sue immagini, mostra il silenzio, il mistero e l’umanità di sguardi, occhi e mani tra le terre di Sicilia, le quinte di un teatro e un set cinematografico.

Il progetto, a cura di Giovanna Calvenzi, ripercorre le fasi di una ricerca continua e la definizione di un linguaggio fotografico intenso quanto riservato.

Il catalogo, edito da Postcart, raccoglie testi di di Roberto Andò, Giovanna Calvenzi, Salvatore Silvano Nigro, Lia Pasqualino e Ferdinando Scianna.

Non ho nessuna predisposizione a fare teoria sul lavoro che faccio. Fotografo artisti, scrittori, registi, fotografi, fotografe, attori, attrici perché fanno parte del mondo in cui vivo, sono gli amici con i quali condivido viaggi, film, cene, o altre occasioni di vita. A posteriori posso dire che ho sempre cercato di fotografare persone che non si lasciano afferrare del tutto, e che cercano di proteggere una parte di sé. Fotografarli è un modo per dare evidenza a questo qualcosa, lasciando una traccia del loro mistero.  Lia Pasqualino

Inequivocabile è la presenza, e la qualità, dello sguardo di Lia, stilisticamente di limpida semplicità, mai prevaricante, discreto, ma ironico anche, affettuoso, che arriva alla pietas, come nel caso dei malati dell’ospedale psichiatrico, che guardano in macchina, ci guardano, come per scrutare dentro di noi se sappiamo riconoscere in loro noi stessi. Ferdinando Scianna

Napoli, Museo di Capodimonte – 13 giugno – 11 luglio 2021

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Jason Fulford: Picture Summer on Kodak Film

Micamera si trasforma per accogliere la mostra dell’autore americano Jason Fulford con una selezione di opere tratte dalla sua ultima monografia, Picture Summer on Kodak Film (MACK, 2020).

Sulle pareti della libreria-galleria è ricreata l’atmosfera ambigua e profonda di un luogo che non esiste e composto da fotografie realizzate in molti paesi e nell’arco di diversi anni. Non è la prima volta: anche Hotel Oracle, uscito in forma di libro nel 2013 (The Soon Institute), era un albergo inesistente, appartenente più al mito che alla realtà.

Fulford procede raccogliendo immagini (nel 2010 diventò famoso con un libro dal significativo titolo The Mushroom Collector, il raccoglitore di funghi) che poi ricompone in sequenze tanto avvincenti quanto enigmatiche. D’altra parte, l’amore per l’enigma (e, in questo caso, per i dipinti ferraresi di De Chirico) è dichiarato fin dalla (quarta di) copertina, dove la scritta Et quid amabo nisi quod aenigma est? viene riprodotta con gli stessi caratteri del primo autoritratto del pittore (in una perfetta, fulfordiana matrioska di significati, quel dipinto è a sua volta una citazione di un celebre ritratto fotografico di Nietzsche).

O ancora, una stampa presente in mostra ritrae uno dei celebri ‘Omaggi al quadrato’ di Joseph Albers (per il quale il colore è ‘una fantastica via d’accesso alla percezione’) appesa sul muro della casa messicana di Luis Barragán, archistar che usa e governa i colori e la luce per plasmare forme e superfici. Una girandola di significati, amplificati poi dalla constatazione che quel quadro non è un originale.

E’ questa una storia dietro un’immagine. Per Fulford, però, non è importante conoscerla perché in ogni caso siamo noi che, guardando una fotografia, la riempiremo dei nostri significati e della nostra esperienza. Perché se la fotografia ferma l’istante, fissandolo sulla carta, il suo significato resta sempre relativo.

Le immagini sono accompagnate, sul libro e in mostra, da una poesia di Gillian Frise e sua sorella Heather.

4 giugno – 4 luglio, 2021 – MIcamera – Milano

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Lucas Foglia – Human nature

dettaglio dell’installazione a Rogoredo (fotografia di Filippo Romano)

La natura è fonte di benessere e di rischio. Mentre trascorriamo sempre più tempo in casa davanti a uno schermo, i neuroscienziati hanno dimostrato che il tempo all’aperto è vitale per la nostra salute sia fisica sia psicologica. Allo stesso tempo subiamo le conseguenze di tempeste, siccità, ondate di calore e gelo causate dal cambiamento climatico.
Human Nature racconta in immagini il nostro rapporto con la natura rispetto al cambiamento climatico. Ogni storia è ambientata in un ecosistema diverso: città, foresta, fattoria, deserto, ghiacciaio, oceano e colata lavica. Le fotografie analizzano il nostro bisogno di luoghi “selvaggi” – anche quando questi luoghi sono costruiti dall’uomo.
– Lucas Foglia

Lucas Foglia è protagonista di una grande mostra a cielo aperto nel quartiere milanese di Rogoredo / Santa Giulia: oltre quaranta fotografie disposte in un’installazione complessiva di quasi duecento metri sorprendono i cittadini con un racconto che riveste l’isolato occupato dal cantiere e presenta l’uomo che in diversi contesti e in vari modi cerca la natura, la studia o se ne prende cura.

Un giro del mondo per immagini che parla di natura, clima, paesaggio e sostenibilità, invitando a riflettere sulle grandi sfide del pianeta e sull’urgenza di agire.
Le immagini appartengono al lavoro dal titolo Human Nature – pubblicato in forma di libro da Nazraeli Press nel 2017. Una mostra a cielo aperto, da vedere e da leggere attraverso le didascalie che contestualizzano le immagini e una selezione di importanti citazioni: testi di Antonio Cederna, Francesco Bacone, Papa Francesco, Michael Pollan e Amitav Gosh offrono al pubblico significativi stimoli sul tema della sostenibilità. Infine, una bibliografia e un cofanetto realizzato dall’autore in collaborazione con Micamera propongono ulteriori approfondimenti.

E’ la prima tappa di FOM – Fotografia Open Milano, un progetto ArtsFor in partnership con Lendlease, con il patrocinio del Comune di Milano, Assessorato alla Cultura e Assessorato a Urbanistica, Verde e Agricoltura, con la
collaborazione di Fondazione Forma. Media partner Sky Arte.

Rogoredo / Santa Giulia – MIlano – da maggio a dicembre 2021

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Richard Mosse – Displaced

Sovvertire le convenzioni. Vedere oltre i limiti della rappresentazione ordinaria. Osservare l’invisibile.
La Fondazione MAST ospita la prima mostra antologica dell’artista Richard Mosse, curata da Urs Stahel: un percorso unico in termini di impatto visivo, capace di rovesciare il modo in cui rappresentiamo e percepiamo la realtà.

Fin dal principio della sua ricerca, l’artista lavora sul tema della visibilità, sul modo in cui siamo abituati a vedere, pensare e intendere la realtà.
Le situazioni critiche e i luoghi di conflitto sono fotografati e filmati con l’utilizzo di tecnologie di derivazione militare, che stravolgono totalmente la rappresentazione fotografica, creando immagini che colpiscono per estetica, ma che al contempo suscitano una riflessione etica. Quando attraverso la bellezza, che l’artista definisce “lo strumento più affilato per far provare qualcosa alle persone”, si riesce a raccontare la sofferenza e la tragedia, “sorge un problema etico nella mente di chi guarda”, che si ritrova confuso, impressionato, disorientato. L’invisibile diventa visibile, in tutta la sua natura conflittuale.

Nella mostra, le fotografie di grande formato e i video generano un’esperienza immersiva di rara intensità, sorprendente per la forza degli stimoli visivi e sonori. Emerge la straordinaria attualità del lavoro di Mosse, che sovvertendo le convenzioni fotografiche, grazie alla tecnologia, ci fa osservare l’invisibile: i conflitti, le migrazioni, il cambiamento climatico.

La mostra si sviluppa su tre spazi della Fondazione MAST: Gallery, Foyer e Livello 0.

La Gallery ospita alcuni dei primi lavori (Early Works) scattati in luoghi segnati da conflitti – Medio Oriente, Europa Orientale, confine tra Messico e Stati Uniti, e Infra, la serie che ha reso celebre l’artista, con immagini prodotte durante le brutali guerre nella Repubblica Democratica del Congo attraverso l’uso di Kodak Aerochrome, pellicola a infrarossi fuori produzione, ma usata per la ricognizione militare.

Nel Foyer è in mostra la serie Heat Maps e le più recenti serie Ultra e Tristes TropiquesHeat Maps presenta le immagini realizzate lungo le rotte migratorie da Medio Oriente e Africa verso l’Europa, con una termocamera per usi militari in grado di individuare differenze di temperatura fino a trenta chilometri di distanza. I 16 video dell’installazione Moria (Grid) (12′), girati con termografia ad infrarosso, rivelano i  particolari della vita nel campo profughi sull’isola greca di Lesbo. 
Le fotografie della serie Ultra offrono una prospettiva inaspettata sulla bellezza della natura della foresta amazzonica, grazie ad una tecnica di illuminazione a fluorescenza UV. Tristes Tropiques racconta l’impatto della deforestazione nell’area brasiliana tramite immagini scattate da droni su una pellicola multispettrale, una sofisticata tecnologia fotografica satellitare.

Al Livello 0 trovano spazio la videoinstallazione The Enclave (40′), girata con pellicola infrared Aerochrome, la videoproiezione Incoming (52′), ripresa con termocamera militare – entrambe frutto della collaborazione fra l’artista, il direttore della fotografia Trevor Tweeten e il compositore Ben Frost – e il video Quick (13′), approfondimento sul percorso artistico di Mosse.

dal 7 maggio al 19 settembre 2021 – MAST Bologna

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Rome LOVE – Simona Filippini

Magazzini Fotografici riaprirà le sue porte dopo questo lungo periodo di pausa ed ospiterà nei suoi spazi, a partire dal 2 giugno 2021, la mostra Rome LOVE di Simona Filippini, curata da Chiara Capodici.

Il progetto Rome LOVE, nato nel 1993, è un racconto delicato e profondo scritto dalla fotografa con le istantanee della sua polaroid in oltre 26 anni e che vede protagonista la sua città natale. Nelle fotografie dell’autrice possiamo ammirare un’insolita Roma, una capitale sospesa, silenziosa, fotografata nelle calme giornate d’estate, periodo in cui la metropoli riposa e respira dopo lunghi mesi di frenetica attività.

Nel progetto Rome LOVE la antiche rovine della città e l’importanza della sua gloriosa storia sono affiancate alla moderna e multietnica capitale europea, descritta attraverso la varietà dei suoi volti, la complessità dei suoi edifici, delle strade e della sua rigogliosa natura.

Dopo aver lavorato per alcuni anni a Parigi, assistente di Paolo Roversi poi free lance, Simona Filippini inizia il progetto al suo rientro a Roma, e con uno sguardo attento e curioso percorre, riscopre e descrive uno spazio urbano che da allora, 26 anni fa, non ha più smesso di fotografare. Nello sviluppo di questo progetto a lungo termine cambia negli anni molti modelli di Polaroid, ma rimane sempre fedele al suo peculiare film e alla sua distintiva impronta stilistica.

Come spiega la curatrice del progetto Chiara Capodici: “Lavorare con la polaroid significa provare ad afferrare lo scorrere di un fiume, fermarlo per vederlo subito emergere, a volte quasi come pura astrazione, in una visione ampia che respira avvicinando l’antico, il monumentale, il contemporaneo e i dettagli che fanno la vita quotidiana, il familiare e quanto ancora sembra sconosciuto. […] Il dialogo fra le immagini che Simona realizza con le sue polaroid ha bisogno di esprimersi attraverso relazioni interne, in dittici e trittici che creano fra di loro corrispondenze e rispondenze, rimandi con immagini singole che si relazionano a un insieme più ampio. Attraverso il piccolo formato che a volte si ingrandisce e rende esplicita l’atmosfera pittorica, a tratti quasi astratta di cui si nutre il suo immaginario visivo. Le sue composizioni sono addensamenti narrativi che permettono, a lei moderna esploratrice urbana, di orientarsi, e tracciare nuove mappe e geografie emozionali.”

L’emblematico titolo della mostra “Rome LOVE” descrive il rapporto di reciproca intesa che l’autrice instaura con una Roma al tramonto, vissuta e attraversata nelle ore tarde del giorno. I dettagli fotografati, tra cui gli angoli in ombra della città e le tante insegne luminose, caratterizzano e identificano Roma nella sua unicità e descrivono una narrazione personale ed intima, riflesso della storia e del vissuto dell’autrice.

Dal 2 al 27 giugno 2021 – Magazzini Fotografici – Napoli

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PHOTOLUX LUCCA

Photolux riparte!
A causa della diffusione della pandemia, gli organizzatori sono stati dapprima costretti a rimandare le mostre previste lo scorso gennaio e a ripensare il programma, che si diffonderà eccezionalmente per tutto il 2021.
Ad aprirlo, saranno due mostre allestite a Villa Bottini, dal 28 maggio al 22 agosto 2021, e prodotte dall’Archivio Fotografico Lucchese “A. Fazzi”, che si pongono come momento di riflessione sull’anno appena trascorso, caratterizzato dalla diffusione del Coronavirus.
 
La prima è la collettiva L’inizio del futuro, curata da Giulia Ticozzi e Arcipelago-19, con una installazione audiovisiva di Cesura, che ripercorre le diverse fasi della pandemia, così come sono state e sono vissute in Italia, attraverso il racconto di fotografi freelance, la cui testimonianza si è rivelata fondamentale per una visione allargata del momento, sempre diversa grazie all’esperienza, alla vocazione, al linguaggio e al luogo di appartenenza di ciascun autore.
Alcuni fotografi hanno affrontato storie di malattia, di cura, di lutto, raccogliendo le suggestioni delle città vuote, delle valli di montagna colpite duramente dal virus, delle tensioni crescenti all’interno della società ma anche di solidarietà e mutuo soccorso.  
Altri hanno raccontato le vicende delle persone costrette in casa. Molti hanno riscoperto i volti dei propri famigliari, dei vicini e di chi, pur non essendo quasi mai al centro della notizia, è stato capace di portare alla luce aspetti fondamentali dell’essere umano, come il corpo, le relazioni interpersonali, l’intimo rapporto con se stesso.
 
La seconda mostra, dal titolo Racconti della Pandemia, curata da Enrico Stefanelli e Chiara Ruberti, presenta una selezione dei materiali acquisiti in questo anno nel fondo Covid-19 e relativi all’emergenza sanitaria nel territorio lucchese, grazie a immagini e filmati di autori, non necessariamente professionisti, che vivono e lavorano a Lucca e nella sua provincia.
 
A luglio Photolux sarà presente ai Rencontres di Arles (Francia) con l’esposizione di Alberto Giuliani, NASA Hi-SEAS ospitata dalla Fondazione Manuel Rivera-Ortiz e inserita nel programma ufficiale della rassegna (4 luglio – 26 settembre 2021). Una collaborazione ormai consolidata, che permette a Photolux di portare il lavoro degli autori italiani in uno dei più prestigiosi luoghi della fotografia a livello internazionale.
 
Photolux 2021 proseguirà quindi a settembre con la mostra dei vincitori del World Press Photo 2021 e altre due rassegne: Bitter Leaves, il reportage di Rocco Rorandelli (1973), membro del collettivo TerraProject, realizzato tra l’India, la Cina, l’Indonesia, gli Stati Uniti, l’Italia e molti altri paesi, per riferire l’impatto dell’industria del tabacco sulla salute delle persone, l’economia e l’ambiente, e Foul and Awesome Display, una produzione di Fotografia Europea (Reggio Emilia) a cura di Francesco Colombelli, che propone una selezione di libri fotografici che analizza come lo sviluppo delle armi da combattimento sia andato di pari passo con quello delle tecnologie più moderne.

Dal 28 Maggio 2021 al 22 Agosto 2021 – Villa Bottini – Lucca

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Nicola Lo Calzo. Binidittu

Giovedì 27 maggio, apre al pubblico la nuova mostra in Project Room Nicola Lo Calzo. Binidittu, progetto inedito dell’artista Nicola Lo Calzo (Torino, 1979) che, attraverso il racconto della storia e dell’eredità culturale di San Benedetto il Moro, prende in esame i rapporti fra la storia del colonialismo e l’identità culturale contemporanea.

Nato da schiavi africani agli inizi del Cinquecento nei dintorni di Messina, e poi vissuto come frate minore in Sicilia fino alla sua morte (1589), San Benedetto, detto Binidittu, non solo è stato eletto a protettore sia degli afro-discendenti in America Latina sia dei Palermitani, ma è diventato anche icona di riscatto ed emancipazione a livello mondiale. La mostra, curata da Giangavino Pazzola, si articola in un percorso espositivo suddiviso in quattro capitoli e, attraverso una trentina di immagini di medio e grande formato, ripercorre le tappe principali della biografia di Binidittu: dall’affrancamento dalla schiavitù alla sua morte, dall’utopia post razzista alla beatificazione. Le fotografie di Lo Calzo vengono accompagnate da un’installazione che include materiali e documentazione di archivio relativa al processo di costruzione del progetto.

Project Room, Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino | 27 maggio – 18 luglio 2021

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RICHARD DE TSCHARNER. IL CANTO DELLA TERRA. UN POEMA FOTOGRAFICO

Dal 12 giugno al 22 agosto 2021, a Todi (PG) nelle tre sedi della Sala delle Pietre e del Museo Pinacoteca in Palazzo del Popolo, e del Torcularium nel Complesso delle Lucrezie, si terrà la mostra di Richard de Tscharner (Berna, 1947), uno dei più apprezzati esponenti della fotografia di paesaggio.
 
L’esposizione, dal titolo Il Canto della Terra. Un Poema fotografico, curata da William A. Ewing, organizzata da PHOTODI, associazione culturale presieduta da Mario Santoro, in collaborazione con il Museo Pinacoteca di Todi, col patrocinio del Comune di Todi – che ha collaborato mettendo a disposizione i suo spazi espositivi più prestigiosi -, presenta 59 fotografie che esplorano l’universo creativo del fotografo svizzero.
 
Ispirato da grandi autori quali Ansel Adams e Edward Weston, in più di vent’anni di lavoro, Richard de Tscharner ha viaggiato per oltre 22 paesi, dall’India all’Algeria, dall’Islanda al Perù, dall’Italia agli Stati Uniti, dal Vietnam all’Etiopia, ad altri ancora, spesso in luoghi inaccessibili o di difficile raggiungimento, riportando immagini di paesaggi, rigorosamente su pellicola bianco e nero, il vero colore della fotografia, secondo Robert Frank.
 
Il suo approccio fotografico è squisitamente filosofico e meditativo. Richard de Tscharner ha particolare interesse per gli effetti che le trasformazioni geologiche hanno avuto sull’ecosistema, ovvero per la traccia lasciata dalle forze geologiche, come il fenomeno dell’erosione sulle rocce o quello del vento sulla sabbia dei deserti, che nel tempo hanno dato al nostro pianeta superfici così diverse e magiche.
 
“Il paesaggio – afferma il curatore, William A. Ewing – continua a rivestire un ruolo primario nella pratica fotografica contemporanea, nutrito dal fascino duraturo che proviamo per la superficie del globo su cui viviamo. Negli ultimi vent’anni, Richard de Tscharner ha viaggiato per il mondo, a volte nella sua nativa Svizzera, in Italia e in Francia, – e talvolta in terre remote, al fine di catturare un vivido senso della grandezza e della complessità della ‘pelle’ del nostro pianeta”. “La sua – prosegue William A. Ewing – è una visione a lungo termine della terra e delle forze geologiche che l’hanno trasformata, non nel corso di millenni, ma di eoni. Tuttavia, non ha deciso di catturare ciò che è semplicemente bello o piacevole alla vista, ma immagini che mostrano le cicatrici e le «ferite» subite dalla terra. Il metodo di de Tscharner è lento, deliberatamente: si prende il suo tempo per fare ogni fotografia. Con questo approccio, l’artista soddisfa la sfida che si è posto, riassunta in modo eloquente dal fotografo che ammira di più, Ansel Adams: Una grande fotografia è una piena espressione di ciò che si sente di ciò che viene fotografato nel senso più profondo, ed è, quindi, una vera espressione di ciò che si sente della vita nella sua interezza”.
 
Appassionato di musica classica, in particolare di Gustav Mahler, de Tscharner ha voluto costruire il percorso espositivo a Todi come un poema sinfonico, composto da tre movimenti, tanti quanti le sedi della mostra.
Nella Sala delle Pietre, s’incontreranno alcune immagini di paesaggi in formato panoramico, oltre a quelle dei particolari dei disegni che la natura ha creato sulla superficie delle rocce, dell’acqua e del legno.
All’interno del Museo Pinacoteca, prezioso scrigno di arte antica, de Tscharner propone una serie di fotografie di rovine di antiche popolazioni, per ricordare il carattere effimero della nostra civiltà, in contrapposizione con quello ultra millenario della Terra.
La sezione al Torcularium, invece, si focalizza sulla presenza umana in aree remote del mondo, dove gli esseri umani hanno conservato un rapporto più stretto con la terra rispetto alla maggior parte degli odierni abitanti delle metropoli.
 
E le parole di Caroline Lang, Presidente di Sotheby’s Svizzera e Vice Presidente di Sotheby’s Europa, ci offrono un ulteriore elemento per avvicinarci al lavoro di de Tscharner: “Da quando lo conosco, Richard è stato un ricercatore di bellezza e armonia. Li trova nello stesso modo sia nella natura che nell’umanità, viaggiando attraverso il tempo e i luoghi. Così come William Blake ci ha esortato a «vedere un mondo in un granello di sabbia e un paradiso in un fiore selvatico …. per tenere l’infinito nel palmo della nostra mano e l’eternità in un’ora», così Richard lo fa attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica, catturando uno scorcio di eternità in un qualsiasi momento.
 
Accompagna la mostra una pubblicazione digitale, consultabile sul sito www.richarddetscharner.ch

Dal 12 giugno al 22 agosto – TODI

MASSIMO SIRAGUSA. POSTI DI LAVORO

Con la mostra “Massimo Siragusa. Posti di lavoro”, dal 10 giugno al 23 luglio 2021, la Other Size Gallery di Milano apre una riflessione sul tema, quanto mai attuale, del valore sociale dei luoghi di lavoro intesi come spazi di relazione, creatività, formazione, e non solo di produttività.

La narrazione dell’esposizione si sviluppa a partire dall’ambiguità del titolo: se la locuzione “posto di lavoro” indica infatti un’occupazione stabile, designa anche, in modo più letterale, il luogo fisico dove tale occupazione si svolge. Sulla sottile soglia tra questi due significati si poggia la selezione delle dodici fotografie esposte, generando un effetto di straniamento: i luoghi di lavoro non sono solo “contenitori”, ma spazi in cui le dimensioni estetica e architettonica – che appaiono apollinee nell’obiettivo del fotografo catanese – svolgono un ruolo fondamentale nella costruzione della società e dell’identità individuale.

Dal laboratorio del Teatro alla Scala agli spazi del Circolo Volta a Milano, dalle sale della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma ai padiglioni della Fiera di Rimini, dalla mensa del Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito di Torino agli hangar industriali di Fincantieri, sono questi alcuni dei luoghi di lavoro che Massimo Siragusa sceglie di immortalare. Nel percorso espositivo, sempre seguendo la logica del doppio e dello straniamento, le dodici opere sono presentate in sei dittici combinati per analogia o contrapposizione guardando alle geometrie e agli elementi architettonici, alle luci e ai colori, ma anche alle loro destinazioni d’uso, in una giostra di sollecitazioni visive.  

Scattate tra il 2005 e il 2017, il nucleo di opere in mostra nasce da una ricognizione effettuata nell’archivio del fotografo con sguardo contemporaneo, che non ha potuto prescindere dalle riflessioni sul tema del lavoro che l’emergenza Covid-19 ha generato in questi mesi: i luoghi fotografati da Siragusa, pur essendo adibiti ad accogliere il brulichio del lavoro di decine di persone, sono caratterizzati dall’assenza della figura umana. A prevalere è l’indagine della bellezza e della geometria degli edifici, secondo lo stile del fotografo di architettura e di paesaggio vincitore di quattro World Press Photo. Eppure, il lavoro è evocato in potenza, l’impressione dell’azione di chi vive quotidianamente quei luoghi è palpabile.
L’assenza della figura umana, di chi tutti i giorni si reca sul proprio posto di lavoro all’interno di quei luoghi, nelle immagini di Massimo Siragusa è una scelta di stile, negli occhi di chi le guarda oggi, evoca irrimediabilmente un immaginario legato all’attualità pandemica.

Dal 10 Giugno 2021 al 23 Luglio 2021 – Milano Other Size Gallery

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RIPHOTO#2

Da mercoledì 2 giugno a domenica 20 giugno nella città di Rivarolo Canavese (Torino) tornerà con la sua seconda edizione l’evento RIPHOTO, frutto della ormai consolidata collaborazione tra l’Assessorato alla Cultura del Comune e l’associazione culturale Areacreativa42 presieduta da Karin Reisovà.
 
RIPHOTO, iniziativa concepita inizialmente come rassegna di fotografia articolata su più sedi nel territorio cittadino, di cui la principale era la storica Villa Vallero, indosserà quest’anno, anche in ragione delle disposizioni anti-Covid, i panni del festival all’aperto, comprendente mostre e attività e finalizzato, nelle intenzioni degli organizzatori, a realizzare un “momento di incontro tra territorio e cultura artistica” contribuendo a promuovere, attraverso una proposta di contenuti di alto livello, la vitalità culturale del Canavese.
 
Il festival, particolarmente aperto nei confronti dei giovani artisti, presenterà in dieci aree significative della città di Rivarolo una selezione di lavori a tema libero, capaci di rappresentare sia l’individualità dei singoli autori partecipanti, sia una panoramica del linguaggio fotografico nelle sue declinazioni contemporanee, in continuità con la prima edizione e con la volontà di dare spazio anche ad artisti che interpretano il mezzo fotografico in modo atipico e sperimentale.  
 
Curato da una squadra di giovani collaboratori, soci attivi di Areacreativa42, RIPHOTO#2 si prefigge l’obiettivo di valorizzare la fotografia come linguaggio espressivo che, più di altri, sta contribuendo a plasmare la società del nuovo millennio. 
L’edizione 2021 di RIPHOTO, in ottemperanza alle disposizioni anti-Covid, si svolgerà all’aperto, con tour guidati della città, nei weekend di apertura, a gruppi di dodici persone (modificabili in base a eventuali nuove normative in materia Covid-19), in partenza dalla sede dell’ufficio turistico (piazza Litisetto), individuato come punto di riferimento per le prenotazioni e informazioni sullo svolgimento del festival (aperto sabato e domenica dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18).
 
fotografi partecipanti a RIPHOTO#2, che verrà inaugurato mercoledì 2 giugno alle ore 17 con i saluti dell’Amministrazione Comunale, saranno: Luca Abbadati, Francesco Andreoli, Luce Berta, Giacomo Carmagnola, Tomaso Clavarino, Klim Kutsevskyy, il duo LaterArte (composto da Mauro Serra e Lucia del Pasqua), Sandra Lazzarini, Francesco Saverio Tani e Alma Vassallo.
 
Accanto all’attività espositiva e in linea con l’edizione 2020, il festival sarà completato e arricchito da eventi collaterali come workshopRIPHOTO KIDS ( laboratori per bambini e ragazzi organizzati in collaborazione con Pro Loco), e RIPHOTO OFF, la sezione dell’evento pensata per accogliere le proposte indipendenti degli esercizi commerciali della città, impegnati a mettere a disposizione le loro vetrine per piccole esposizioni fotografiche dedicate ad amatori e professionisti.
 
RIPHOTO#2 è organizzato dall’associazione culturale Areacreativa42 con il contributo del Comune di Rivarolo Canavese e di Ascom, la collaborazione degli Assessorati alla cultura e al commercio della Città di Rivarolo Canavese, dell’Ufficio Turistico, e con il patrocinio di Regione Piemonte e Città Metropolitana di Torino.
 
L’associazione Areacreativa42, ideatrice della rassegna, viene fondata nel 2008 a Casa Toesca con l’obiettivo di valorizzare l’arte storica e contemporanea attraverso mostre, eventi, workshop, percorsi educativi e residenze d’artista, e con particolare attenzione per le nuove generazioni. In quest’ottica ha svolto un ruolo di primo piano l’Art Prize CBM, nato nel 2010 per volontà di Karin Reisovà, fondatrice e presidente di Areacreativa42, e riservato a pittori, scultori, fotografi, performer e video artisti.

Dal 02 Giugno 2021 al 20 Giugno 2021 RIVAROLO CANAVESE | TORINO

WILDLIFE PHOTOGRAPHER OF THE YEAR N. 56

Arriva al Forte di Bard la 56esima edizione del Wildlife Photographer of the Year, il più importante riconoscimento dedicato alla fotografia naturalistica promosso dal Natural History Museum. Dal 28 maggio al 31 agosto 2021 sono esposte le migliori immagini selezionate tra i 49.000 scatti provenienti da fotografi di tutto il mondo, valutati da una giuria internazionale di stimati esperti e fotografi naturalisti.

Vincitore del prestigioso titolo Wildlife Photographer of the Year 2020 è il fotografo russo Sergey Gorshkov con “The Embrace” (FOTO). L’immagine ritrae una tigre siberiana, specie in via d’estinzione, che abbraccia un antico abete della Manciuria per marcare il territorio. Il fotografo ha impiegato oltre undici mesi per riuscire ad immortalare questo scatto ottenuto grazie a fotocamere con sensore di movimento.

La giovane fotografa finlandese Liina Heikkinen, è la vincitrice del premio Young Wildlife Photographer of the Year 2020 con lo scatto “The Fox That Got the Goose”. L’immagine, scattata in una delle isole di Helsinki, raffigura una giovane volpe rossa (Vulpes vulpes) che difende ferocemente i resti di un’oca dai suoi cinque fratelli rivali.

Tra i vincitori anche due italiani: il fotografo Luciano Gaudenzio, con lo scatto “Etna’s River of Fire”, nella categoria Earth’s Environments, e il giovane fotografo Alberto Fantoni, vincitore, con le sue immagini, del Rising Star Portfolio Award.
Hanno invece ricevuto la menzione speciale, in quanto parte delle cento immagini finaliste del concorso fotografico, altri cinque fotografi italiani: Domenico Tripodi (Categoria Under Water), Alessandro Gruzza (Categoria Earth’s Environments), Andrea Pozzi (Categoria Plants and Fungi), Andrea Zampatti e Lorenzo Shoubridge (Categoria Animals in their Environment).

Dal 28 Maggio 2021 al 31 Agosto 2021 – Forte di Bard (Aosta)

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C’ERA UNA SVOLTA. L’ITALIA ATTRAVERSO 75 ANNI DI IMMAGINI ANSA

C’è la storia di un Paese intero e in continua mutazione, con i suoi pregi, i suoi difetti e le sue contraddizioni, nelle immagini che raccontano i 75 anni di attività di Ansa, la principale agenzia di stampa italiana. L’edizione 2020 del volume PhotoAnsa che celebra questo importante anniversario, si trasforma per il secondo anno in un progetto espositivo. L’anteprima italiana è al Forte di Bard, in Valle d’Aosta, negli spazi dell’Opera Mortai, a partire dal 28 maggio sino al 31 agosto. Il titolo della mostra C’era una svolta. Come siamo cambiati e come è cambiata l’Italia attraverso 75 anni di immagini dell’ANSA sottolinea, nel rincorrersi di fatti ed eventi, l’evoluzione dell’Italia e delle mutazioni che lo hanno reso uno dei Paesi più ricchi e sviluppati del mondo.

Tra i milioni di scatti che compongono l’immenso archivio di ANSA, memoria storica della nazione, sono stati selezionati quelli più significativi che testimoniano le tappe di questi cambiamenti nella vita di ogni giorno: dalla politica alla religione, dal lavoro al costume. E poi i viaggi e le vacanze, lo spettacolo e la televisione, i giovani di ieri e di oggi sino ad arrivare agli strumenti che hanno rivoluzionato le nostre vite, come l’avvento del cellulare e il boom dei selfie, nuovo modo di raccontare sé stessi e la realtà che ci circonda. Tredici sezioni in tutto, affiancate da uno sguardo alla pandemia che nel corso del 2020 ha stravolto la vita in ogni parte del mondo, con il suo carico di sofferenza e dolore che ha costretto ognuno a rivedere il proprio modo di vivere e di programmare la propria esistenza.

Dal 28 Maggio 2021 al 31 Agosto 2021 – Forte di Bard (Aosta)

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Mostre di fotografia da non perdere a Novembre

Mentre scrivo quest’articolo, si sta discutendo di nuove restrizioni e chiusure a causa del Covid. 🙁

Mi auguro che ciò non vi impedisca di andare a vedere qualcuna delle mostre in programma a novembre, perchè sono davvero molte e tutte super interessanti.

Cerco di concentrare la mia attenzione sulle mostre che si tengono in Italia (tranne quella di Alec Soth, ma lui è il mio preferito 😉 ), visto che andare all’esetro al momento può risultare un po’ difficoltoso.

Anna

Paolo Pellegrin – Un’antologia

Durante il periodo di quarantena in famiglia. Svizzera, 2020. ©Paolo Pellegrin/Magnum Photos

Una mostra antologica del noto fotografo Paolo Pellegrin

Dopo un accurato lavoro sul suo archivio, nel 2018 nasce la mostra antologica di Paolo Pellegrin, noto fotografo della storica agenzia Magnum Photos. Vincitore di numerosi premi internazionali, con esposizioni che negli anni hanno scandito la sua crescita autoriale, lo ritroviamo adesso nelle Sale delle Arti della Reggia di Venaria in un percorso immersivo. 

Tra il buio e la luce, le oltre 200 fotografie ci portano dai conflitti armati che dilaniano il mondo, all’emergenza climatica di cui è protagonista la Natura, e noi con lei. Ma anche tra le pareti del suo studio, “ripensato” ad ogni successiva tappa della mostra, per permettere all’osservatore di entrare nel mondo dell’Autore e di indagare con maggiore profondità le scelte, le intuizioni, le urgenze di uno sguardo inarrestabile e onnivoro.

La mostra presenta inoltre una sezione speciale ed inedita dedicata ad un racconto personale ed intimo di Pellegrin: le fotografie realizzate in Svizzera con la propria famiglia durante il periodo della quarantena per il lockdown del coronavirus.

Progetto di Germano Celant, a cura di Annalisa D’Angelo per la Reggia di Venaria

01 Ottobre 2020 – 31 Gennaio 2021 – La Reggia di Venaria (TO)

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Roma. Massimo Siragusa

Progetto fotografico dedicato all’area urbana intorno a Roma: le periferie.

Attorno alla Roma celebrata dall’iconografia classica, alla città della grande bellezza dal fascino monumentale e un po’ decadente, con i suoi luoghi iconici invidiati dal mondo intero, sorge un’altra città. Nascosta e estranea ai flussi turistici. Un’area abitata e vissuta da oltre la metà dei cittadini romani. Una città caotica, spesso abusiva. Con i suoi cancelli, ringhiere, muri, alberi, reperti archeologici, auto, che si sovrappongono e si confondono in un caos visivo straordinario e unico. È la periferia. Anzi, le periferie. Diverse tra loro ma accomunate tutte dalla stessa anarchia visiva e architettonica. In questo lavoro, che si è snodato per oltre due anni lungo il perimetro della città, ho cercato relazioni, passaggi, dialoghi, quasi a volere tentare di mettere in ordine il caos della realtà.

Un viaggio nelle periferie romane, che Massimo Siragusa (Catania, 1958) conosce e studia da tempo, narrate attraverso lo sguardo attento della sua macchina fotografica: quasi un documentario, con paesaggi in cui reperti del passato e dell’antico splendore di Roma coesistono con le palazzine degli anni Sessanta, con le strade trasformate in parcheggi e con le costruzioni abusive.
Vincitore di quattro World Press Photo (2009 – 3° Premio Contemporary Issues – World Press Photo, 2008 – 2° Premio Arts Stories – World Press Photo, 1999 -1° Premio Arts Stories – World PressPhoto, 1997 – 2° Premio Daily Life – World Press Photo) Massimo Siragusa ha scelto come soggetto per la sua mostra una Roma meno riconoscibile e, come lui stesso spiega, una Roma nascosta ed estranea ai flussi turistici. Un’area abitata e vissuta da oltre la metà dei cittadini romani. Una città caotica con i suoi cancelli, ringhiere, muri, alberi, reperti archeologici, auto, che si sovrappongono e si confondono in un caos visivo straordinario e unico. È la periferia. Anzi, le periferie. Diverse tra loro ma accomunate tutte dalla stessa anarchia visiva e architettonica.
Nel suo lavoro, che si è snodato per oltre due anni lungo il perimetro della città, l’artista ha cercato relazioni, passaggi, dialoghi, quasi a volere tentare di mettere in ordine il caos della realtà.

Dal 16 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021 – Museo di Roma in Trastevere

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Alec Soth – I Know How Furiously Your Heart Is Beating

Renata, Bucharest, Romania, 2018, Courtesy Eidos Foundation © Alec Soth / Magnum Photos.

Magnum photographer Alec Soth (1969) has become known as the chronicler of life at the American margins of the United States. He made a name as a photographer with his 2004 series Sleeping by the Mississippi, encountering unusual and often overlooked places and people as he travelled along the river banks. A major retrospective in 2015 was followed by a period of seclusion and introspection, during which Soth did not travel and barely photographed. His most recent project, I Know How Furiously Your Heart Is Beating, is the result of this personal search, and marks a departure from Soth’s earlier work. The photographer slowed down his work process and turned the lens inward. Foam presents the first museum exhibition of his new series, consisting of portraits of remarkable people in their habitat, and still-lifes of their personal belongings.

The starting point was a portrait Soth made in 2017 of the then-97-year-old choreographer Anna Halprin in her home in California. The interaction with this exceptional woman in her most intimate surroundings meant a breakthrough for Soth. Instead of focusing on a place, a community or demography, he concentrated on individuals and their private settings. Unlike many of Soth’s previous visual narratives, the choice of geographical location was not preconceived, but the result of a series of chance encounters.

11 September – 6 December 2020 – FOAM – Amsterdam

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ZANELE MUHOLI. A VISUAL ACTIVIST

© Zanele Muholi
© Stevenson, Cape Town_Johannesburg / Yancey Richardson, New York | © Zanele Muholi

Sonnyama Ngonyama, letteralmente, Ave Leonessa Nera, è il proclama sociale e politico di Zanele Muholi, una delle voci più interessanti del Visual Activism. 
I più importanti riconoscimenti internazionali quali Lucie Award, Chevalier des Arts et Des lettres, ICP Infinity Award, hanno premiato il suo lavoro per l’impegno artistico e sociale, le mostre i più prestigiosi musei del mondo celebrano la bellezza struggente e magnetica delle sue opere.
Nel lavoro portato al Mudec Photo curato da Biba Giacchetti, Muholi firma una serie di autoritratti che mettono in scena nella loro composizione una vera e propria denuncia, a cui l’artista del Sudafrica presta il suo corpo.
Muholi ha conosciuto gli anni dell’Apartheid, ed è oggi un esponente di spicco della comunità LGBTQI che si espone in prima persona: ogni sua immagine racconta una storia precisa, un riferimento a esperienze personali o una riflessione su un contesto sociale e storico più ampio. Lo sguardo dell’artista inquieta, commuove e denuncia, mentre oggetti di uso comune usati in maniera fortemente simbolica sono posti in un dialogo serrato con il suo corpo.
La bellezza delle composizioni e il talento assoluto di artista, sono per Muholi solo un mezzo per affermare la necessità di esistere, la dignità e il rispetto cui ogni essere umano ha diritto a dispetto della razza, e del genere con cui si identifica. 
 
Il suo scopo è la rimozione delle barriere, il ripensamento della storia, l’incoraggiamento a essere sé stessi, e a usare strumenti artistici quali una macchina fotografia come armi per affermarsi e combattere.
Nelle sue parole: “… siamo qui, con le nostre voci, le nostre vite, e non possiamo fare affidamento agli altri per sentirci rappresentati in maniera adeguata. Tu sei importante. Nessuno ha il diritto di danneggiarti per la tua razza, per il modo in cui esprimi il tuo genere, o per la tua sessualità, perché prima di tutto tu sei”.

Dal 28 Ottobre 2020 al 28 Febbraio 2021 – MUDEC – Museo delle Culture di Milano

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China Goes Urban

Il MAO Museo d’Arte Orientale di Torino dà avvio alla programmazione autunnale volgendo uno sguardo al futuro, e lo fa attraverso una mostra originale dal titolo “China Goes Urban. La nuova epoca della città”, curata dal Politecnico di Torino e da Prospekt Photographers, in collaborazione con la Tsinghua University di Pechino e Intesa Sanpaolo.

Nel 1978, il 18% della popolazione cinese abitava nelle aree urbane. Da allora, gli abitanti delle città sono aumentati al ritmo di circa l’1% all’anno e sono attualmente il 60% del totale della popolazione. Nuove infrastrutture e nuovi insediamenti hanno progressivamente cambiato il paesaggio, trasformando i diritti di proprietà, travolgendo i confini amministrativi, “mangiando” gli spazi rurali e i villaggi.
Davanti ai nostri occhi scorre il veloce e dirompente processo di urbanizzazione cinese. Capirlo non è semplice: le categorie e i modelli che abbiamo a disposizione non servono. Ridurre l’urbanizzazione cinese all’esagerazione e al difetto porta a nascondere un cambiamento epocale che ridefinisce ruoli e relazioni, non solo dal punto di vista geopolitico, ma anche dal punto di vista culturale, dell’immaginazione e delle possibilità. Un cambiamento reso ancora più acuto da questi tempi incerti, segnati dalla pandemia.
China Goes Urban propone di cambiare punto di vista, di guardare alla realtà più che inserirla in categorie e modelli prestabiliti. È un invito a ritornare a esplorare il mondo, un viaggio nella città e nell’architettura del presente e del futuro e intorno al concetto di città: un concetto apparentemente semplice, che tutti pensiamo di conoscere e di capire, ma che si frantuma nella molteplicità che caratterizza l’urbano del nostro tempo.

da 16 Ottobre 2020 a 14 Febbraio 2021 – MAO Museo d’Arte Orientale – Torino

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LIMINAL. Ritratti sulla soglia. Di Francesca Cesari

Limen è una parola latina che significa “soglia”, un confine che segna il passaggio tra due diversi spazi, anche identitari, per avventurarsi in qualcosa di percepito ancora come sconosciuto. Il progetto fotografico di Francesca Cesari (Bologna, 1970) è un viaggio alla scoperta di un’affascinante terra di mezzo, di quella particolare fase della crescita in bilico tra la tarda infanzia e l’adolescenza. Un’età ambigua, senza un nome proprio, portatrice di quelle grandi e piccole rivoluzioni che condurranno alla metamorfosi del proprio aspetto esteriore, all’elaborazione della propria identità e a una più profonda consapevolezza della propria interiorità.
Le immagini della serie Liminal ritraggono ragazze e ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 14 anni, durante questo lungo e delicato processo di cambiamento, interiore ed esteriore, che li porterà a sviluppare, con la pubertà, un nuovo aspetto fisico, che potrà essere tanto promettente quanto inquietante, e al tempo stesso a maturare una nuova e più personale visione del mondo.
La mostra è arricchita da alcuni lavori inediti dell’artista della serie Liminal – Metamorfosi, ritratti delle stesse ragazze e ragazzi ripresi a distanza di tempo, ormai usciti dalla pre-adolescenza. I volti e i corpi osservati nello spazio esterno alla luce naturale del giorno, lasciano trapelare una diversa e più matura consapevolezza di giovani adulti, in cammino verso la propria identità.

8 ottobre 2020 – 31 gennaio 2021 – MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna

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MOTEL – AA. VV.

Dal 10 ottobre all’8 novembre 2020, Fondazione Modena Arti Visive presenta negli spazi del MATA la collettiva MOTEL, che riunisce, attraverso fotografie, video e installazioni, gli esiti delle ricerche degli studenti del Master sull’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione di FMAV.

La mostra, inizialmente pensata per essere parte della rassegna annuale The Summer Show di Fondazione Modena Arti Visive, dedicata alle nuove tendenze della fotografia e dell’immagine in movimento, a seguito dell’emergenza Covid-19, è stata posticipata all’autunno 2020 insieme agli altri due appuntamenti previsti: POSTcard, esposizione ideata dagli studenti di ICON Corso per curatori dell’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione, alla scoperta delle opere dalle collezioni gestite da FMAV (al MATA dal 21 novembre 2020 al 10 gennaio 2021), e Broken Secrets, mostra virtuale curata da Javiera Luisina Cádiz Bedininell’ambito di PARALLEL – European Photo Based Platform (sul sito parallelplatform.org). 

MOTEL accoglie i lavori degli studenti che terminano il biennio 2018/2020 del Master sull’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione di FMAV: Luna Belardo (1998, Pavullo nel Frignano – MO), Leonardo Bentini (1994, Roma), Nicola Biagetti (1995, Bologna), Sara Sani (1984, Modena), Manfredi Zimbardo (1993, Palermo).

Dal 10 ottobre all’8 novembre 2020 – FMAV – MATA

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True Fictions

Fotografia visionaria dagli anni ’70 ad oggi

Opere di James Casebere, Bruce Charlesworth, Eileen Cowin, Bernard Faucon, Joan Fontcuberta, Samuel Fosso, Julia Fullerton Batten, Alison Jackson. David Lachapelle, David Levinthal, Hiroyuki Masuyama, Tracey Moffatt, Yasumasa Morimura, Nic Nicosia, Lori Nix, Erwin Olaf, Jiang Pengyi, Andres Serrano, Cindy Sherman, Laurie Simmons, Sandy Skoglund, Hannah Starkey, Hiroshi Sugimoto, Paolo Ventura, Jeff Wall, Gillian Wearing, Miwa Yanagi e Jung Yeondoo

La prima retrospettiva mai realizzata in Italia sul fenomeno della staged photography, la tendenza che a partire dagli anni Ottanta ha rivoluzionato il linguaggio fotografico e la collocazione della fotografia nell’ambito delle arti contemporanee.

Attraverso oltre cento opere di grandi dimensioni, la mostra dimostra come la fotografia abbia saputo raggiungere fra fine del XX e inizi del XXI secolo vertici di fantasia e di invenzione prima affidate quasi esclusivamente al cinema e alla pittura. Pesci rossi che invadono le stanze, cascate di ghiaccio nei deserti, città inventate, Marilyn Monroe e Lady D. che fanno la spesa insieme, tutto questo può accadere anche davanti a una macchina fotografica, o forse dentro a una macchina fotografica o a un computer, trasformando lo strumento nato per essere lo specchio del mondo in una macchina produttrice di sogni e inganni.

Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta del Novecento la fotografia assume un nuovo ruolo all’interno del contesto artistico e una nuova identità. Alcuni autori iniziano a mettere in scena, a costruire veri e propri set cinematografici per costruire una realtà parallela, spesso indistinguibile da quella rivelata tradizionalmente dalla fotografia diretta: è la fotografia che si mescola alla performance e alla scultura, che può anche prendere la forma di un teatrale reenactement. Altri artisti invece, seguendo l’evoluzione delle nuove tecnologie, intervengono sull’immagine dando vita a situazioni surreali, di volta in volta inquietanti o divertenti, elaborando collages digitali attraverso l’uso sempre più sofisticato di Photoshop, messo in commercio nel 1990.

La fotografia, regno della documentazione e dell’oggettività (presunte) diventa il regno della fantasia, dell’invenzione e della soggettività, compiendo l’ultima decisiva evoluzione della sua storia.

17 Ott 2020 – 10 Gen 2021 – Palazzo Magnani – Reggio Emilia

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Americans Parade – George Georgiou

Americans Parade | Spazio Labo’: Scuola di fotografia che organizza: Corsi e Workshop di fotografia a Bologna, Mostre, Presentazioni, Eventi, Incontri con autori, Biblioteca.

Sullo sfondo delle elezioni presidenziali del 2016, George Georgiou ha ritratto una delle principali usanze americane, la parata, o meglio, le community che assistono alle parate. Americans Parade è una parata di americani, uno dopo l’altro, da una comunità all’altra, che costruiscono insieme un ritratto degli Stati Uniti nel loro periodo più instabile.

Durante il 2016, Georgiou visita ventisei parate, in ventiquattro città attraverso quattordici stati: da grandi folle a New York o a Laredo, in Texas, a piccoli gruppi familiari a Baton Rouge, Louisiana o a Ripley, West Virginia.

«Osservavo il paesaggio e i gruppi di persone che attiravano la mia attenzione,» – dichiara Georgiou – «i momenti fugaci, ma ho anche abbracciato la generosità del medium fotografico, la sua capacità di registrare e fermare molto più di quanto io potessi captare».
La folla dona alla fotografia quell’elemento casuale da cui la fotografia stessa si può generare.

Attraverso dettagli, gesti e interazioni, Americans Parade esplora l’individuo, la comunità e le fratture sociali e politiche che hanno separato gli americani l’uno dall’altro dietro confini razziali, sociali e geografici. Il risultato è una narrazione piena di complessità e ambiguità, come una serie di tableaux della modernità, un ritratto di gruppo degli Stati Uniti, di identità multiple, in cui le persone stanno insieme, in un gruppo di sconosciuti.

Human vision cannot take in all of a complex scene in the moment, but a camera can.

David Campany, dalla prefazione del libro Americans Parade, BB Editions, 2019

28 ottobre -12 dicembre 2020 – Spazio Labò – Bologna

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Nino Migliori. Stragedia

Il progetto – ideato da Nino Migliori con Aurelio Zarrelli, Elide Blind, Simone Tacconelli, audiovisual design di Paolo Barbieri, a cura di Lorenzo Balbi – viene presentato fino al 7 febbraio 2021 nella sede della Ex Chiesa di San Mattia, a ingresso libero con prenotazione. 
Stragedia è un’installazione immersiva che nasce da una rielaborazione delle immagini scattate dal fotografo nel 2007, durante l’allestimento dei resti del velivolo negli spazi del Museo per la Memoria di Ustica. Gli 81 scatti, corrispondenti al numero di vittime della strage, sono eseguiti a “lume di candela” tecnica utilizzata da Migliori dal 2006 per la serie Lumen.Stragedia interpreta l’evento tramite immagini che sconfinano nell’astratto, in cui dettagli e frammenti permettono una perdita di scala, la stessa che inevitabilmente entra in gioco quando si tratta di dare voce ad una tragedia storica.
In occasione della mostra, Edizioni MAMbo pubblica un catalogo a cura di Lorenzo Balbi, che contiene la riproduzione della serie completa delle 81 immagini.

27 giugno 2020 – 7 febbraio 2021 – Ex Chiesa di San Mattia Bologna
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GUIDO GUIDI. LUNARIO / LUCA NOSTRI. QUATTRO CORTILI

Guido Guidi, Cesena, 1968
© Guido Guidi | Guido Guidi, Cesena, 1968

Guido Guidi. Lunario
Sala fotografia. 1° piano
A cura di Andrea Simi

Lunario di Guido Guidi è un viaggio fotografico lungo trent’anni sul tema della Luna, con il suo carico di significati filosofici, letterari e mitologici. Presso l’Ospitale di Rubiera (RE), Linea di Confine presenta, arricchita da materiali inediti, la serie fotografica che compone il volume Guido Guidi. Lunario 1968-1999 (Mack, Londra 2019), una delle edizioni più recenti della sistematica opera di pubblicazione dell’archivio che il fotografo porta avanti da da anni.

Guidi veste i panni dello scienziato, richiamando alla mente i procedimenti descritti nel Sidereus Nuncius da Galileo Galilei. Registra così questa serie di apparizioni lunari misurandosi con gli aspetti tecnologici del mezzo fotografico, con la sua natura meccanica e la sua vocazione all’indagine dei fenomeni ottici, fisici e naturali. È la ricerca di un rapporto diretto con la fotografia degli albori, con la sua attitudine alla verifica anche autoriflessiva, meta-fotografica: una costante in tutto il suo lavoro.

Guidi ha la stessa predisposizione alla meraviglia e allo stupore che animava Galileo nelle osservazioni con il cannocchiale, la stessa ansia di inatteso ma anche la stessa disponibilità a modificare i propri assunti, mai categorici. Come lui, opera affidandosi non ai processi dell’immaginazione ma solo alla “sensata esperienza”. Anche i limiti degli strumenti vengono considerati con spirito metodico: provando il suo cannocchiale “centomila volte in centomila stelle et altri oggetti” Galileo poté “conoscere quegli inganni”; Guidi attraverso la reiterazione e l’associazione per via metaforica, crea un sistema in cui assumono concretezza persino il fantastico e il metafisico, ma dove non c’è spazio per verità trasparenti e irrelate.
Fra le analogie anche la comune percezione del “brivido ancestrale”, del “notturno orrore”, riflesso del mistero ultimo della condizione umana. In Lunario si manifesta con una costante nota di tragicità che avvicina la serie alla dimensione epica, suggerendone, fra le altre possibili, una lettura come poema fotografico. Un teso intreccio di vicende in cui il protagonista si trova di volta in volta alle prese con eroine, (l’amica Mariangela, la moglie Marta, la figlia Anna), figure spaventose (i Giganti, ai cui piedi la Terra appare minuscola), benevoli paladini (il maestro Italo Zannier che lo avvia ai primi esperimenti) e, sulle orme di Astolfo, compie un viaggio sulla Luna alla ricerca del senno del fotografo. Come nell’episodio ariostesco, la ricerca è stata fruttuosa.

Luca Nostri. Quattro cortili
Ingresso sala bachi.  1°piano

Negli ultimi anni Luca Nostri ha indagato alcuni fondi fotografici locali, nell’ambito di un progetto di dottorato presso la Plymouth University. La serie Anselmo, di recente pubblicata nelle edizioni Linea di Confine, è parte di una più ampia ricerca di Nostri nel territorio della Bassa Romagna, che il fotografo ha esplorato nel tempo con diversi progetti, sia artistici che curatoriali. Per rendere conto della ricerca nel suo insieme, verrà quindi allestita in una project room la mostra Quattro cortili, che presenta quattro serie fotografiche (due curatoriali, e due autoriali) che si sviluppano a partire da alcuni cortili nel territorio di Lugo e nella campagna circostante, in diverse epoche storiche.
La prima serie di fotografie, a cura di Nostri, presenta un eclettico album di famiglia di due sorelle fotografe, Giulia e Veronica Visani, appartenenti a una famiglia di artisti tra ‘800 e inizio ‘900. La seconda serie, curata da Nostri assieme a Giacomo Casadio, presenta una serie di ritratti realizzati dal fotografo Paolo Guerra tra il 1946 e il 1955, all’interno delle due case di tolleranza esistenti a Lugo fino all’introduzione della legge Merlin nel 1958, che ne sancì la chiusura. La terza serie è appunto quella costruita attorno al cortile di Anselmo, il nonno del fotografo. Infine, la quarta serie presenta una sequenza di fotografie di Nostri che si sviluppa a partire dal giardino pensile della Rocca di Lugo.

17 Ottobre – 6 Dicembre 2020 – L’Ospitale, Rubiera, RE

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Ritratti corali – Marina Alessi

Un ritratto (fotografico) è fatto di tante ‘p’: posa, psicologia, pazienza, professione e professionalità, protagonisti, punctum… È il risultato dell’attimo in cui si consuma una performance che contiene una discreta varietà di emozioni e di sfaccettature prismatiche, riflesso della personalità degli attori: davanti e dietro l’obiettivo. C’è anche chi lo paragona a un passo di danza, quando i soggetti sono due, presupponendo l’abbraccio, l’armonia, il trasporto e la complicità. Per Roland Barthes è un campo chiuso di forze. Il noto critico e semiologo francese ne parla in uno dei suoi saggi più noti, La camera chiara. Nota sulla fotografia (1980). “Quattro immaginari vi s’incontrano, vi si affrontano, vi si deformano. Davanti all’obbiettivo, io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte”. Parole che sono la sintesi eloquente di come la fotografia debba essere sempre considerata la traccia visibile della soggettività di uno sguardo. Per Marina Alessi quello sguardo traduce innegabilmente una scelta professionale che risale alla fine degli anni Ottanta, in cui si è delineato sempre più chiaramente l’orientamento di ricerca nell’ambito autoriale. Ideale proseguimento della performance fotografica della Black Room, realizzata al MACRO Asilo di Roma nel novembre 2019, con Legàmi e il precedente Legàmi al femminile, il progetto +D1 – Ritratti corali entra nello spazio della Galleria Gallerati con una nuova serie di ritratti fotografici che va a implementare un repertorio che contempla donne, uomini, coppie, famiglie, generazioni a confronto. La fotografa ha ritratto tra gli altri, solo per citarne alcuni operando una selezione del tutto casuale, Andrea Delogu, Francesco Montanari, Daniele Di Gennaro, Luca Briasco della casa editrice Minimun Fax, Umberto Ambrosoli, Elisa Greco, Amanda Sandrelli, Serena Iansiti, Emiliano Ponzi, Stefano Cipolla, Chicco Testa, Marco Tardelli, Mario Tronco con tre musicisti dell’Orchestra di piazza Vittorio, e Sonia (Zhou Fenxia) con la sua famiglia. Volti e corpi che attraverso il body language – si sfiorano, si abbracciano, si baciano – si fanno portavoce di storie personali che sconfinano nelle dinamiche psicologiche e sociali, restituendo al contempo il riflesso di un’idea (o di un ideale) che in parte è anche la traduzione di un dato reale. Ansie, trepidazioni, insicurezze, ma anche felicità, amore, condivisione, unione… in questi ritratti leggiamo stati d’animo, emozioni più o meno sfuggenti come raggi proiettati oltre una distanza di grandezze omogenee. È presente, naturalmente, anche la complicità nell’interazione della fotografa con il suo occhio intransigente e rigoroso, ma in fondo anche un po’ indulgente. “Ho sempre fotografato persone: “mi piace la complicità che si crea quando le ritraggo e questa maniera di entrare in punta di piedi nel sentimento, nel legame. Soprattutto quando si tratta di ritratti di gruppo – famiglie con figli – ragiono molto in libertà. Non c’è la finzione della messa in posa. Anche per questo i miei ritratti rimangono classici, non di maniera: ritratti di cuore”. Cercare il punto d’incontro vuol dire mettersi in gioco, sia per i soggetti che per l’autrice. L’imprevisto è altrettanto importante, perché il momento – l’incontro – non è mai lo stesso. Può anche capitare che le persone recitino un ruolo, interpreti di un’idea di sé. In questi casi, pur nella consapevolezza delle strategie che sono in atto, la fotografa asseconda la volontà altrui. Inizia a fotografare e via via prova a lasciarsi andare in una direzione che chiama “dimensione di rotondità, di equilibrio geometrico e anche affettivo”. Quello di Alessi non è il tradizionale affanno nel cogliere illusoriamente ‘l’anima’ del soggetto che è di fronte a lei e al suo apparecchio fotografico, piuttosto a intercettare il suo sguardo è il momento che, come un’alchimia, sintetizza l’essenza dell’incontro tra gli esseri umani. Decisiva è la scelta di utilizzare un fondale neutro dove la presenza (o l’assenza) della gestualità pone gli attori su un unico piano. “L’incontro è un luogo neutro per tutti. Usciamo dalla messinscena e dal mostrare”. Diversamente dalla costruzione del ritratto di famiglia di cui parla anche Annie Ernaux nel romanzo Gli anni (2008), in cui la descrizione della foto che “inscrive la ‘famigliola’ all’interno di una stabilità di cui lei (quella ‘lei’ è la scrittrice stessa, immersa nel flusso di ricordi) ha predisposto la prova rassicurante a uso e consumo dei nonni che ne hanno ricevuto una copia”, il fondale a cui ricorre Marina Alessi, oltre a evitare distrazioni, riconduce l’immagine all’interno di confini atemporali in cui la sospensione è enfatizzata dall’utilizzo del linguaggio del bianco e nero. Eppure, alla dilatazione temporale prodotta dall’oggetto-ritratto fotografico corrisponde la necessità di tempi di lavoro piuttosto veloci, soprattutto quando l’azione è performante e la tensione del momento incalzante. Un procedimento che la fotografa ha affinato nel tempo, attraverso l’esperienza quasi decennale dei ritratti fotografici degli scrittori e dei personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo realizzati per Vanity Fair al Festivaletteratura di Mantova con la Polaroid Giant Camera 50×60 (banco ottico costruito in soli 5 esemplari nel mondo) e con la Linhof Technika dotata di lastrine 4×5. Marina Alessi porta fuori la sua ‘scatola vuota’ (ovvero lo studio), munita della fotocamera, del cavalletto, del fondale e del bank (o soft box) che garantisce una diffusione omogenea della luce e restituisce maggiore dettaglio al soggetto, pur conservando la qualità luminosa di morbidezza. È lì, in quella zona neutra, che avviene l’incontro. In fondo, come diceva Irving Penn, “fotografare una persona è avere una storia d’amore, per quanto breve”. (Manuela De Leonardis)

Galleria Gallerati – Roma – 9 novembre – 2 dicembre 2020

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Claudia Andujar, la lotta Yanomami

La giovane Susi Korihana thëri mentre nuota, pellicola a infrarossi.Catrimani, Roraima, 1972-74. © Claudia Andujar

La mostra Claudia Andujar, la lotta Yanomami inaugura la partnership della durata di otto anni tra Triennale Milano e Fondation Cartier pour l’art contemporain. L’esposizione è la più grande retrospettiva dedicata al lavoro e all’attivismo di Claudia Andujar, che ha trascorso oltre cinquant’anni a fotografare e proteggere gli Yanomami, uno dei più grandi gruppi indigeni del Brasile oggi minacciato dai cercatori d’oro illegali e dai rischi di contagio. Frutto di molti anni di ricerca negli archivi della fotografa, l’esposizione, curata da Thyago Nogueira, Direttore del Dipartimento di fotografia contemporanea dell’Instituto Moreira Salles in Brasile, presenta l’opera di Claudia Andujar attraverso più di 300 fotografie in bianco e nero o a colori – tra cui numerosi inediti –, una installazione audiovisiva, documenti storici, nonché i disegni e un filmato realizzati dagli artisti yanomami. La mostra, oltre a riflettere i due aspetti indissolubili del percorso di Claudia Andujar – uno artistico, l’altro politico – rivela l’importante contributo che l’artista brasiliana ha dato alla fotografia e il ruolo essenziale che ha svolto, e continua a svolgere, in difesa degli Yanomami e della foresta in cui vivono.

17 ottobre 2020 – 7 febbraio 2021 – La Triennale – Milano

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PAOLO ROVERSI – STUDIO LUCE

La mostra Paolo Roversi – Studio Luce, a cura di Chiara Bardelli Nonino, con le scenografie di Jean-Hugues de Chatillon e con il progetto esecutivo di Silvestrin & Associati, realizzata dal Comune di Ravenna, Assessorato alla Cultura e MAR, con il prezioso contributo di Christian Dior Couture, Dauphin e Pirelli, main sponsor, costituisce un’occasione unica per conoscere a fondo il lavoro del grande fotografo ravennate. Dal 1973 Paolo Roversi lavora a Parigi, nel suo atelier in Rue Paul Fort (lo Studio Luce che dà il titolo alla mostra), ma nelle opere esposte sono numerosi i rimandi a Ravenna, città natale e luogo che più di ogni altro ha influenzato il suo immaginario.

L’allestimento si sviluppa sui tre piani espositivi del MAR e comprende molte immagini, in una serie di accostamenti e sovrapposizioni sorprendenti.Ad aprire il percorso espositivo le sue prime fotografie di moda e una serie di ritratti di amici e artisti che si alternano a still life di sgabelli raccolti in strada o a quelli della Deardorff, la macchina fotografica con cui Roversi scatta da sempre.

In mostra anche alcuni dei lavori più recenti dell’ artista, dagli scatti per il Calendario Pirelli 2020 a immagini di moda mai esposte, frutto del lavoro decennale per brand come DIOR e Comme des Garçons e per magazine come Vogue Italia.

In occasione del settecentesimo anniversario della morte di Dante, è presente un’ampia selezione di scatti provenienti dall’archivio dell’artista che celebrano e reinventano la figura della “musa”, un rimando ideale alla Beatrice della Divina Commedia, qui interpretata in chiave contemporanea da donne iconiche come Natalia Vodianova, Kate Moss, Naomi Campbell e Rihanna.

10 Ottobre 2020 – 10 Gennaio 2021 – MAR Museo d’Arte della città di Ravenna

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Mostre consigliate da Mu.Sa. per Gennaio

SARAH MOON Omaggio a Mariano Fortuny

Dal 19 Dicembre 2015 al 13 marzo 2016 Venezia, Palazzo Fortuny

Lo stile personalissimo e visionario di Sarah Moon, l’intensità del suo sguardo e la poesia dei suoi scatti non potevano trovare luogo più suggestivo ed empatico di Palazzo Fortuny. Le luci tenui dell’inverno lagunare che penetrano dalle ampie vetrate, le pieghe, le volute e i giochi di rifrazione creati dai tessuti e dai panneggi degli abiti ideati da Mariano Fortuny, sono fonte d’ispirazione per questo nuovo progetto espositivo, a cura di Alexandra de Léal e Adele Re Rebaudengo, che la grande fotografa ha costruito nel corso degli anni durante le frequentazioni della casa/laboratorio di Palazzo Pesaro degli Orfei. Le sue fotografie, realizzate per rendere omaggio a Mariano Fortuny, che ci accolgono nei luminosi spazi al secondo piano del palazzo, innescano un percorso nella memoria, dove i segni del tempo rendono manifesta l’evanescenza della bellezza e la permanente condizione d’incertezza su cui riposa l’umana esistenza. Le stampe a getto d’inchiostro e ai sali d’argento raccontano frammenti di una storia interiore, che prende corpo nelle ombre create dal movimento delle stoffe, che richiamano la morbidezza dei plissé del Delphos, l’abito-icona della produzione di Fortuny e nelle linee – sfocate dal ricordo – delle architetture del Palazzo. L’artista francese, tra le maggiori fotografe di moda contemporanee, prima donna nel 1972 a scattare le foto per il Calendario Pirelli, da molti anni ha ampliato gli orizzonti del suo sguardo soffermandosi in particolare su tre temi: l’evanescenza della bellezza, l’incerto e lo scorrere del tempo. Il suo percorso si è declinato anche attraverso i video ed è stato oggetto di numerosi riconoscimenti, come il Grand Prix National de la Photographie nel 1995 e il Prix Nadar nel 2008. Catalogo Fondazione Musei Civici di Venezia, a cura di Daniela Ferretti, con saggi di Alexandra de Léal, Federica Mazzarelli. Continua a leggere

Mostre

Swinging Sixties London – Photography in the Capital of Cool

12 June – 2 September 2015 – FOAM – Amsterdam

The presentation touches upon all of the remarkable developments in and around photography at the time: fashion, celebrities, music, magazines, design and social change. In the exhibition, Foam brings together the work of iconic photographers of the sixties – who in their heyday were often as famous as the stars in front of their cameras. Featuring work by Terence Donovan, Brian Duffy, John French, Norman Parkinson, James Barnor, John Hopkins, John Cowan, Eric Swayne and Philip Townsend.

In the mid-1960s, the capital of England stood for everything hip, fashionable and cool. In April 1966, America’s Time Magazine even dedicated a complete issue to London: ‘the Swinging City’. “Ancient elegance and new opulence are all tangled up in a dazzling blur of op and pop,” writes Piri Halasz in the legendary cover story. This period in London’s history represents the transformation the capital underwent in the decennia after the war, from a grim, shattered city to an international and lively epicentre for style, culture and Fashion.

The Swinging Sixties marked the birth of the superstar, the fan and the individual, but also saw an economic growth which resulted in extensive democratization. From now on, fashion and leisure were available for many more people. attitudes among the younger generation changed, too. In the sixties, the free-spirited baby boomers rebelled against the conservative post-war culture of their parents. These were the golden days for music, design, fashion and style, and it was in London where models became superstars. Pop stars grew even bigger, with bands like The Kinks, The Rolling Stones and The Beatles defining the sound of the sixties.

Photographers Terence Donovan and Brian Duffy, well known for their catchy portraits of models, musicians and actors, shape our image of the Swinging Sixties. The photographers are as widely known as the stars and socialites they shot, and perhaps just as infamous as well. These were self-made boys from the poor East End of London. Donovan excels with his fashion photography, narrating series and moving portraits of female and male models. Duffy shot iconic photographs of famous models and personalities like Grace Coddington, Jane Birkin, Mick Jagger and Michael Caine.

With their groundbreaking style and technique, they rebelled against the day’s leading photographers, John French and Norman Parkinson, who themselves were important for British fashion photography in their own right, and had proven to be influential pioneers in the preceding decennia. Also Eric Swayne, whose archive was recently rediscovered, is featured in the exhibition. Swayne was in close contact with rock stars and top models, which is how he managed to shoot his intimate portraits. John Cowan made the optimism of his generation visible by literally letting his models kiss the sky. James Barnor’s photographs, featuring British-African models, demonstrate the social changes of the time.

Youth culture and social change will be magnificently addressed through the work of lauded protest leader and photographer John ‘Hoppy’ Hopkins, accompanied by the moving and often cheerful shots by society photographer Philip Townsend. These are enriched with examples from music, film, magazines, fashion and design. The presentation breathes the Capital of Cool in many ways, and offers a comprehensive experience of swinging London in the sixties.

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L’emozione della vertigine. Capri – Cortina.

Inaugura a Capri il 18 luglio, nell’ambito della VII edizione del festival della fotografia organizzato dalla Fondazione Capri, la mostra fotografica che attraverso le immagini di Massimo Siragusa mette in mostra le similitudini e le caratteristiche intrinseche di due territori riconosciuti come ambasciatori dello stile Made in Italy.
La mostra dopo Capri si trasferirà in alta quota, proprio a Cortina d’Ampezzo, per la stagione invernale. E a seguire, la destinazione sarà il mondo.

Sono Capri e Cortina d’Ampezzo le protagoniste della settima edizione del Festival di fotografia di Capri che, nell’edizione del 2015, proporrà le opere di Massimo Siragusa, a cura di Denis Curti.
L’emozione della vertigine. Capri – Cortina. Questo il titolo dell’esposizione fotografica che presenta due località di prestigio con identità paesaggistiche evidenti. L’indagine fotografica prende il via proprio dalle molte similitudini tra Capri e Cortina. Entrambi i luoghi sono tra i massimi punti di riferimento per il turismo di qualità ed entrambi sono caratterizzati dalla presenza forte della montagna. Ed è proprio tra questi spiragli che esplodono lo sguardo progettuale di Siragusa e la sua idea di racconto del paesaggio attraverso l’emozione della verticalità, della vertigine, delle altezze.

Due destinazioni recentemente entrate a fare parte dei “Territori di Eccellenza” di Altagamma, la Fondazione che dal 1992 riunisce le imprese dell’alta industria culturale e creativa italiana.

Le immagini di Massimo Siragusa verranno esposte dal 19 luglio al 30 agosto presso la Certosa di San Giacomo a Capri, per poi “volare” in alta quota, nella Regina delle Dolomiti durante la stagione invernale.
L’edizione del 2015 del Festival di Fotografia vede la collaborazione tra la Fondazione Capri ed il Consorzio Cortina Turismo, Capri e Cortina d’Ampezzo.
Ancora una volta un progetto di ampio respiro che attraverso nuove sinergie e modalità di collaborazione vuole mettere a sistema due realtà che a tutti gli effetti si distinguono come ambasciatrici del migliore Stile di Vita Italiano.

La VII edizione del Festival di fotografia di Capri
si colloca nel segno della continuità progettuale e culturale, dopo le esperienze espositive di grande successo dedicate al barone Von Gloeden (2009) e Mimmo Jodice (2010), a Herbert List e Maurizio Galimberti (2011), a Irene Kung e Ferdinando Scianna (2012) e Francesco Jodice e Olivo Barbieri (2013), Giovanni Gastel, (2014).

Biografia di Massimo Siragusa?
Nato a Catania nel 1958, Massimo Siragusa vive a Roma, dove insegna fotografia presso l’Istituto Europeo di Design. I suo lavori sono stati esposti in molti musei e gallerie in Italia e all’estero.
Le sue fotografie sono apparse sulle più prestigiose riviste internazionali ed ha firmato numerose campagne pubblicitarie per aziende come Lavazza, IGP, Provincia di Milano, Kodak, Eni, Bat Italia, Aeroporti di Milano, Bosch, Alfa Romeo, A2A, Autostrada Pedemontana, F21, Boscolo Hotels, Mychef, Versace, Bisazza, Kartell, Conad, Unipol Banca, Telecom Italia e Coca Cola. È rappresentato dalla galleria Contrasto di Milano, dalla Galleria del Cembalo di Roma e dalla Polka Galerie di Parigi.

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MARIO GIACOMELLI

Vienna – Westlicht Museum – 26.06.2015 – 09.08.2015

The images by Mario Giacomelli (1925-2000), one of the most well-known Italian photographers of the post-war period, are distinctive and possessed of an almost painful intensity. Inspired by Neorealismo cinema, Giacomelli, a typesetter and printer by training who had been experimenting with painting and literature, turned to photography during the 1950s, developing a highly individual visual idiom characterised by graphic abstraction. His works, all of them conceived as series, combine elements of reportage with lyrical subjectivity and a symbolic aesthetic which seems almost calligraphic in its harsh contrasts between black and white. Starting with the people and landscape of his native central Italy, Giacomelli’s pictures always deal with the fundamental questions of existence: life and death, faith and love, the relationship of man and his roots, the traces of time. One of his most well-known images shows a group of young priests in their cassocks dancing a round in the snow – a moment of innocence already inscribed with loss. Giacomelli’s images of the farm land around his native town of Senigallia, taken from an airplane, dissolve the fields into picturesque networks of lines, showing the landscape as a product of human toil and the passing of time. On the one hand, they express a personal feeling; on the other, they embody a clear, courageous and conceptually groundbreaking attitude.

The photographs on display are part of the Photography Collection OstLicht, curated by Rebekka Reuter and Fabian Knierim.

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Anna “°”