Mostre di fotografia consigliate per maggio

Nuove fantastiche mostre ci aspettano a maggio. Date un’occhiata qua sotto!

Anna

FOTOGRAFIA EUROPEA 2026. XXI EDIZIONE – FANTASMI DEL QUOTIDIANO

Berenice Abbott, Waterfront, South Street, from Changing New York, 1935. The New York Public Library Digital Collections
Berenice Abbott, Waterfront, South Street, from Changing New York, 1935. The New York Public Library Digital CollectionsMan Ray: M for Dictionary

Dal 30 aprile al 14 giugno 2026, Reggio Emilia torna ad osservare i cambiamenti della contemporaneità attraverso gli occhi di grandi fotografi e di giovani emergenti con la XXI edizione di FOTOGRAFIA EUROPEA, il festival promosso e organizzato dalla Fondazione Palazzo Magnani e dal Comune di Reggio Emilia, con il contributo della Regione Emilia-Romagna.

“FANTASMI DEL QUOTIDIANO” è il titolo scelto per l’edizione 2026, come filo conduttore delle mostre curate da Arianna Catania (fondatrice e direttrice di Gibellina Photoroad / Open Air & Site-specific Festival), Tim Clark (editor & curator 1000 Words), e Luce Lebart (ricercatrice presso l’Archive of Modern Conflict e direttrice artistica del Pavillon Populaire di Montpellier), cui si aggiunge la ricognizione storica curata da Walter Guadagnini (storico della fotografia, docente all’Accademia di Belle Arti di Bologna) dedicata ai 200 anni della fotografia.

I fantasmi che incontreremo sono presenze che bussano nella notte del pensiero, configurandosi come l’ombra di qualcosa che non ha più corpo. Non sono semplici apparizioni, ma ricordi che non vogliono farsi passato, paure vestite da mistero e presenze fatte interamente di assenza. Abitano i corridoi del silenzio e le crepe della memoria, nutrendosi di tutto ciò che è rimasto non detto. Nel loro manifestarsi, a volte ci fanno tremare, mentre altre volte agiscono come una protezione per aiutarci a dimenticare. Privi di un volto proprio, si presentano con mille maschere differenti: possono essere scacciati con la luce di un’idea oppure ascoltati attentamente per comprendere di cosa abbiano realmente fame. Ma i fantasmi non rappresentano solo una minaccia; sono presenze latenti e potenzialità sospese, idee che non se ne sono mai andate del tutto dal nostro orizzonte. Questa edizione di Fotografia Europea invita a cercare le cose non viste e quelle invisibili, prestando attenzione ai sussurri di ciò che è stato e di ciò che potrebbe essere. Attraverso l’obiettivo, si rivelano le storie silenziose che danno forma al nostro presente, aprendo nuovi percorsi per l’immaginazione. Il festival esplora così la silenziosa durata della memoria, osservando come i ricordi svaniscano senza mai scomparire del tutto. Ogni fotografia esposta racchiude la propria eco, un ricordo impalpabile che mantiene sospesa la sua essenza nonostante lo scorrere del tempo. In questo percorso espositivo, il passato non è un elemento scomparso, ma un’entità che continua a respirare dolcemente all’interno del presente. Nel cuore di questa riflessione si inserisce un approfondimento dedicato alla storia stessa della fotografia: un viaggio attraverso due secoli di immagini che hanno documentato, trasformato e talvolta reinventato la società. È qui che il dialogo con i “fantasmi” si fa concreto, attraversando archivi, autori e tecnologie che hanno segnato il nostro modo di vedere.

LE MOSTRE

Chiostri di San Pietro, come sempre sede della biglietteria e cuore pulsante del festival, ospiteranno il nucleo di mostre curate da Tim Clark e Luce Lebart, per scoprire i fantasmi del quotidiano.
Il percorso inizia con il lavoro di Felipe Romero BeltránBravo, vincitore del KBr Photo Award 2025 di Fundación MAPFRE. supportato dalla Fundación MAPFRE.L’autore esplora le storie di migrazione lungo il fiume Rio Bravo, al confine tra Messico e Stati Uniti, che diventa simbolo di un’attesa sospesa e silenziosa. Attraverso tre capitoli — Endings, Bodies e Breaches — Beltrán utilizza la fotografia come strumento critico sfidando i sistemi di classificazione, recinzione e identificazione che governano i regimi di frontiera.
Mohamed Hassan, con il suo progetto Our Hidden Room indaga identità, famiglia e salute mentale attraverso il rapporto con il padre e l’Egitto, sua terra natale, intrecciando immagini e parole in un percorso di memoria e guarigione. Il lavoro, vincitore dello Star Photobook Dummy Award, è un viaggio visivo che trasforma il dolore privato in una narrazione universale sulla ricerca delle proprie radici.
In Automated Refusal, Salvatore Vitale analizza la precarietà dei lavoratori della gig economy, tra sorveglianza algoritmica, ranking e riduzione del tempo libero, nel contesto delle professioni digitali. Il film, parte della ricerca Death by GPS, è una critica visiva alle disuguaglianze e allo sfruttamento generati dall’automazione.
La fotografa francese Marine Lanier racconta, con Le Jardin d’Hannibal, il Giardino del Lautaret, storico conservatorio di biodiversità alpina e centro nevralgico per la ricerca scientifica. Attraverso immagini evocative che intrecciano memoria storica e miti, come quello di Annibale, – che si dice abbia attraversato proprio queste Alpi per sfidare Roma – il progetto unisce passato e futuro in una visione poetica della natura da preservare.
Stains and Ashes è il frutto del lavoro di Ola Rindal, che rivolge lo sguardo verso macchie, crepe e imperfezioni del nostro ambiente quotidiano, elementi solitamente trascurati che qui diventano materia di contemplazione trasformate in visioni astratte. Attraverso la sfocatura, il progetto evoca la fragilità della memoria e l’impossibilità di afferrare pienamente la realtà.
In Subject Studies: CHAPTER I, la fotografa messicana Tania Franco Klein esplora come la percezione di un soggetto cambi in base al contesto e allo sguardo dello spettatore, ricreando la stessa scena con persone diverse. Il progetto riflette sulla soggettività e su come identità e significato siano costruiti attraverso la messa in scena fotografica e il bagaglio culturale di chi osserva.
Ispirandosi a La lentezza di Milan Kundera, Giulia Vanelli indaga il rapporto tra velocità, memoria e oblio, traducendo in immagini un’equazione esistenziale sul tempo. The Season diventa una riflessione visiva sul desiderio di trattenere il passato o fuggirne, attraverso il ritmo del movimento e dei ricordi.
Nel grande corridoio centrale, al primo piano dei Chiostri, Frédéric D. Oberland, espone Vestiges du futur in cui immagine e suono creano un’esperienza sinestetica che attraversa oltre un decennio di visioni psichedeliche e premonizioni catturate in 35mm e Super8. Il progetto esplora la condizione umana, il rapporto tra visibile e invisibile e la connessione tra mito, civiltà e natura.
Le sale del piano terra dei Chiostri ospitano la committenza di Fotografia Europea, che per questa edizione è stata affidata a Simona Ghizzoni: la fotografa di origini reggiane, presenta un lavoro dal titolo Milk Wood, che pone al centro la figura femminile come depositaria di memoria ma anche di immaginazione e progettualità, in un percorso laboratoriale partecipato sul territorio, tra parole e immagini.
L’esposizione a piano terra si conclude con Keep the Fire Burninga cura di Francesco Colombelli in collaborazione con il Centro diurno per l’adolescenza “AÏDA”. Attraverso una selezione di libri fotografici, la mostra indaga come miti, fiabe, credenze popolari e tradizioni continuano ad abitare il nostro presente, costruendo una geografia emotiva e culturale che attraversa confini e generazioni.

Poco lontano dai Chiostri, nella sede di Palazzo Da Mosto, è esposta la mostra collettiva Ghostland, a cura di Arianna Catania: un’esplorazione sull’epoca ipermediata in cui viviamo, dove la realtà appare come un territorio “spettrale” filtrato costantemente dagli schermi luminosi. La mostra riflette sullo schermo non solo come dispositivo, ma come ambiente culturale capace di modellare percezioni e comportamenti, rivelando ciò che sfugge allo sguardo e invitando a interrogare i punti ciechi della nostra visione. In questo panorama, Alisa Martynova (ANIMA) trasporta l’osservatore in un paesaggio onirico, abitato da creature dal volto cangiante nate dall’incontro tra l’archivio della fotografa e l’intelligenza artificiale; Zoé Aubry (Effet miroir | Faire écran) mostra come la propria immagine riflessa quotidianamente sugli schermi crei nuove identità; Mykola Ridnyi (Blind Spot) cancella la visione della guerra, che si dissolve in innumerevoli punti ciechi e in cui si modifica quindi la percezione nella visione dei conflitti; Vaste Programme (It’s all fun and games) ribalta la funzione ludica dei peep-board, costringendo lo spettatore a “metterci la faccia”, confrontandosi direttamente con la crisi climatica e con la propria capacità di empatia; Visvaldas Morkevicius (Camouflage) ci porta dentro la visione della guerra dai droni, trasformando il conflitto in astrazione, allontanando l’azione dalla violenza; Indrė Šerpytytė (This Is How We Win Wars) mette in scena i gesti e le danze dei soldati, condivise sui loro social, sospesi tra rituale, trauma e fragilità umana; Sara Bezovšek (SND) guida lo spettatore in un labirinto di percorsi digitali, dove i possibili futuri del pianeta si svelano attraverso personali scelte interattive; infine, Carolyn Drake (Next Door) trasforma dispositivi di videosorveglianza in momenti di vita intima e quotidiana, prendendo ispirazione da un sito del suo quartiere che, in cambio di sicurezza, crea sospetto e paura dell’altro.
I progetti di Indrė Šerpytytė e Visvaldas Morkevicius fanno parte del programma Cultura Lituana in Italia 2025–2026, realizzato dall’Istituto di Cultura Lituano e dall’Ambasciata della Repubblica di Lituania nella Repubblica Italiana.

Sempre a Palazzo da Mosto, ma al piano terra, sono allestiti i progetti della Open Call selezionati dai curatori del festival tra gli oltre 700 lavori di artisti e curatori che vi hanno partecipato, offrendo uno sguardo sulle ricerche più originali della scena contemporanea. Federica Mambrini, con L’albergo della lontananza, trasforma la distanza geografica tra Italia e Cile in uno spazio architettonico simbolico, dove ponti, deserti e gesti quotidiani diventano strumenti per costruire legami tangibili tra due emisferi. Emilia Martin, in The serpent’s thread, curata da Eleonora Schianchi intreccia storia e mito ricostruendo la vicenda delle cinque sorelle Andersson, vissute in un villaggio svedese all’inizio del XX secolo, e dei loro corredi tessili. Riflettendo sull’identità femminile e sull’eredità materiale che attraversa le generazioni, l’artista ricostruisce questa vicenda esplorando il significato profondo della dote come simbolo di identità e destino sociale.

A Palazzo Scaruffi, edificio del XVI secolo nel centro storico di Reggio Emilia, mai utilizzato prima per le mostre di Fotografia Europea, ci sarà Due secoli di fotografia e società. Nell’anno in cui ricorrono i 200 dalla realizzazione di quella che è considerata la prima “fotografia” della storia (la Vista dalla finestra di Le Gras creata da Joseph Nicéphore Niépce), Fotografia Europea ha chiesto a Walter Guadagnini di immaginare una grande rassegna che provi a raccontare per immagini cosa abbia significato la fotografia nella vita degli uomini e delle donne degli ultimi due secoli. La mostra sarà dunque un viaggio affascinante, a tratti drammatico a tratti divertente, tra i milioni di immagini che sono state prodotte in questi duecento anni, tra capolavori e fotografie anonime, apparecchi storici e riviste leggendarie, spezzoni di film e libri imperdibili, una storia che si dipana attraverso sei ambienti costruiti per questa occasione, dedicati ad altrettanti aspetti della fotografia, del suo linguaggio e della sua centralità nella società di ieri e di oggi. Non una semplice carrellata di fotografie dunque – che pure ci sono, e sono tra quelle realizzate dai grandi maestri del lontano passato come Daguerre, Nadar, Curtis e tanti altri, ai giganti della modernità come Lewis Hine, Berenice Abbott, Robert Capa,  Dorothea Lange, Walker Evans, per non dirne che alcuni -, ma una passeggiata tra le immagini che inizia nella campagna francese e arriva fino agli schermi degli smartphone, per provare a capire come e perché la fotografia abbia raccontato le vite degli altri e continui a raccontare la nostra. Anche in questa storia i fantasmi non mancheranno, saranno quelli innocui nati nell’Inghilterra e negli Stati Uniti dell’Ottocento, ma anche quelli ben più pericolosi generati dalle nuove tecnologie: storie che raccontano, in ogni caso, come la fotografia non solo abbia rappresentato il mondo, ma lo abbia spesso anche inventato, nel bene e nel male. 

Nella Chiesa dei Santi Carlo e Agata, risalente al IX secolo e affacciata sulla centralissima via San Carlo, trova spazio la mostra di Elena Bellantoni, dal titolo Ghostwriter a cura di Fulvio Chimento. Ilprogetto evoca i “fantasmi della storia” attraverso figure simboliche che trovano espressione nel corpo dell’artista. Utilizzando fotografia, cinema d’autore, scultura e installazione, Bellantoni riflette sulla narrazione storica dal punto di vista femminile, concepito come un “corpo imprevisto”. La mostra è promossa insieme all’Ufficio Pari Opportunità del Comune di Reggio Emilia all’interno del progetto In-TERSEZIONE. Linguaggi e pratiche al centro per promuovere il cambiamento contro la violenza sulle donne. L’esposizione è resa possibile grazie alla collaborazione con l’Associazione FlagNoFlags e la Diocesi di Reggio Emilia e Guastalla.

Torna anche Speciale diciottoventicinque, un progetto formativo dedicato ai giovani tra i 18 e i 25 anni che porta all’ideazione e alla creazione di un lavoro legato al tema di Fotografia Europea 2026 che rientra nel circuito ufficiale della manifestazione. Tutor di questa edizione sono Marcello Coslovi Alex Tabellini di Sugar Paper, realtà modenese dedicata alla promozione e alla diffusione della fotografia contemporanea, soprattutto attraverso il libro fotografico. L’esito finale sarà quindi la creazione di un racconto sotto forma di piccola pubblicazione, in cui emergeranno le diverse declinazioni del tema. Il lavoro offrirà una visione corale di cosa significhi, per le nuove generazioni, confrontarsi con i “fantasmi del quotidiano”.

Ad abbracciare il festival, numerose altre mostre partner che gravitano intorno ad esso, organizzate dalle più importanti istituzioni culturali cittadine e ospitate nei loro spazi.

Dal 30 aprile 2026 al 14 giugno 2026 – Reggio Emilia – sedi varie

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Lee Miller

Lee Miller, <em>Modella con lampadina, Vogue Studio, London, England</em>, Circa 1943 | © Lee Miller Archives, England 2024 / All rights reserved / leemiller.co.uk
Lee Miller, Modella con lampadina, Vogue Studio, London, England, Circa 1943 | © Lee Miller Archives, England 2024 / All rights reserved / leemiller.co.uk

Avviata dalla Tate Britain in collaborazione con l’Art Institute of Chicago, la mostra riunisce circa 250 stampe d’epoca e moderne, alcune delle quali mai esposte prima, offrendo una nuova prospettiva sulla sua opera.

Figura centrale dell’avanguardia internazionale, Lee Miller (1907, Poughkeepsie, Stati Uniti – 1977, Chiddingly, Regno Unito) fu di volta in volta modella di moda, artista surrealista, ritrattista, fotografa di moda e corrispondente di guerra accreditata presso l’esercito degli Stati Uniti. A lungo relegata al ruolo di musa, oggi è riconosciuta come una delle grandi fotografe del XX secolo.

La mostra ripercorre l’intera carriera dell’artista, dagli inizi a New York agli anni della guerra in Europa, includendo il periodo trascorso in Egitto e la sua vita a Londra. Il percorso mette in luce l’ampiezza di una produzione in cui sperimentazione formale, audacia visiva e impegno politico convivono.

Diciotto anni dopo l’ultima retrospettiva francese al Jeu de Paume, il Musée d’Art Moderne de Paris propone una mostra articolata in sei sezioni che combinano un approccio cronologico e tematico.

La mostra

Il percorso si apre con un gruppo di ritratti di Lee Miller realizzati da alcuni dei più importanti fotografi e registi degli anni Venti e Trenta. Lee Miller emerge nella New York della fine degli anni Venti come figura di primo piano, inizialmente grazie alla sua attività di modella. Diventa una delle modelle più richieste dalle riviste, incarnando l’archetipo della donna moderna, emancipata e attiva. Durante il soggiorno a Parigi, i suoi rapporti con i surrealisti la portano a interpretare uno dei ruoli principali nel primo film di Jean Cocteau, “Il sangue di un poeta” (1930 – 1932).

La mostra prosegue analizzando l’importanza del suo soggiorno parigino tra il 1929 e il 1932. Questo periodo è segnato dall’incontro con Man Ray, di cui diventa allieva e compagna. La loro intensa collaborazione esplora il potere erotico del mezzo fotografico e conduce alla scoperta condivisa della solarizzazione. Ciò che Lee Miller definiva “solarizzazione”, noto anche come effetto Sabatier, è una tecnica in cui una stampa o un negativo vengono brevemente riesposti alla luce durante lo sviluppo. Il risultato è un’inversione parziale dei toni dell’immagine che produce un alone dall’effetto quasi onirico. Sebbene il fenomeno fosse stato osservato già negli anni Quaranta dell’Ottocento, Man Ray e Lee Miller sono spesso considerati i primi artisti ad averne fatto un uso creativo.

Lee Miller apre un proprio studio e lavora come fotografa per Vogue, affermando così la propria indipendenza artistica. Le sue fotografie, riconoscibili per l’uso di angolazioni oblique e accostamenti inattesi, vengono esposte nelle gallerie parigine accanto ai maggiori fotografi dell’epoca, tra cui Germaine Krull e Brassaï.

Questo periodo intenso si conclude nel 1932 con il suo ritorno a New York, dove apre un nuovo studio. La sua prima mostra personale è organizzata dalla Julien Levy Gallery. Non ce ne saranno altre durante la sua vita. La sua attività di ritrattista, al centro di una delle sezioni della mostra, prospera e prosegue per tutta la sua lunga esistenza, riflettendo i numerosi legami con gli ambienti artistici e letterari.

Nel 1934 Lee Miller sposa l’imprenditore egiziano Aziz Eloui Bey e si trasferisce con lui al Cairo. Le fotografie di questo periodo colpiscono per la forza dei motivi, delle texture e delle inquadrature che strutturano le immagini. Lontana da ogni esotismo, Miller si concentra piuttosto sui contrasti tra materiali e forme e sugli spostamenti percettivi generati da angolazioni insolite.

Nel 1937 l’incontro con il pittore e poeta surrealista Roland Penrose la allontana progressivamente dall’Egitto. Inizia a trascorrere sempre più tempo in Europa insieme ai suoi amici surrealisti. Nel 1939, allo scoppio della guerra, decide di restare a Londra e si impegna sempre di più nell’edizione britannica di Vogue come fotografa di moda. Questa sezione mostra come abbia integrato nelle sue immagini le rovine e i bombardamenti di Londra. Contribuisce inoltre alla pubblicazione “Grim Glory: Pictures of Britain Under Fire” nel maggio 1941, che documenta la vita quotidiana durante il Blitz, mescolando celebrazione patriottica e umorismo nero.

Nell’inverno del 1942 Miller diventa una delle poche fotografe a ottenere l’accreditamento come corrispondente di guerra per gli Stati Uniti. Da quel momento segue direttamente il conflitto e realizza numerosi servizi dedicati alle donne impegnate nello sforzo bellico – infermiere, membri della difesa antiaerea, aviatrici – pubblicati nelle edizioni britannica e americana di Vogue.

Poche settimane dopo lo sbarco in Normandia nel giugno 1944 attraversa la Manica per seguire l’avanzata delle truppe alleate e si ritrova in prima linea, in particolare durante la liberazione di Saint-Malo. Le sue fotografie e i suoi articoli mostrano con forza la violenza della guerra. La mostra mette in evidenza il modo in cui si distingue dal reportage bellico tradizionale grazie al tono adottato e al suo coinvolgimento profondamente personale. Il suo sguardo si concentra più sui dettagli significativi che sul vasto teatro delle operazioni militari.

Nell’aprile del 1945, insieme al fotografo di Life David E. Scherman, Lee Miller si reca a Dachau e Buchenwald subito dopo la liberazione dei campi. Accompagnate da un articolo intitolato “Credeteci – giugno 1945”, alcune delle immagini pubblicate su Vogue esprimono tutta la sua indignazione. Le fotografie di Lee Miller furono tra le prime a rivelare al grande pubblico il programma nazista di sterminio di massa.

Il 30 aprile 1945, dopo aver fotografato il campo di Dachau, Lee Miller si dirige a Monaco ed entra nell’appartamento di Adolf Hitler. In una fotografia costruita con cura e carica di simbolismo posa nella vasca da bagno del dittatore. All’epoca poco diffusa, l’immagine è oggi considerata una delle fotografie più iconiche della fine della guerra. Lee Miller continua a fotografare l’Europa e la Liberazione fino al gennaio 1946. Queste immagini raccontano il dolore e la privazione ma anche le persone rimaste indietro, come donne e bambini, nei giorni della Liberazione. Miller confida al suo editore: “Preferisco descrivere la devastazione delle città distrutte e delle persone ferite piuttosto che affrontare il morale spezzato e la fede infranta di chi pensava che le cose sarebbero tornate come prima”.

Negli anni successivi Miller fatica a superare l’esperienza della guerra. L’ultima sezione della mostra si concentra sulla sua vita a Farley Farm House, nel Sussex, dove si stabilisce con Roland Penrose e il loro figlio Antony. In un primo momento continua a realizzare reportage e fotografie di moda per Vogue, ma progressivamente abbandona il lavoro commerciale. In un contesto più intimo continua a fotografare la famiglia e gli amici, immagini che testimoniano il suo costante legame con l’avanguardia internazionale. Farley Farm House, specchio della coppia Miller-Penrose, diventa un importante luogo di incontro e scambio artistico, dove Lee Miller si dedica anche a sperimentazioni culinarie che rendono omaggio alla creatività dei suoi amici.

Dal 10 Aprile 2026 al 2 Agosto 2026 – MAM – Musée d’Art moderne de Paris

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Werner Bischof. Point of view

Werner Bischof 200.000 people demonstrate against the separation of the province of Trieste from Italy. Piazza del Duomo, Milan, Italy Duomo, July 26th, 1946
© Werner Bischof Estate/Magnum Photos | Werner Bischof 200.000 people demonstrate against the separation of the province of Trieste from Italy. Piazza del Duomo, Milan, Italy Duomo, July 26th, 1946

L’esposizione WERNER BISCHOF. Point of view, realizzata in collaborazione con Magnum Photos, propone, a 110 anni dalla nascita del fotografo svizzero, una selezione di fotografie vintage che approfondiscono la vita e il lavoro dell’autore.

La mostra è divisa in quattro sezioni, ognuna dedicata a un periodo fondamentale dell’attività di Bischof: dagli esordi in Svizzera agli scatti realizzati durante e al termine della Seconda Guerra Mondiale, dai resoconti in India, Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina fino ai viaggi in Nord e Sud America degli anni Cinquanta, dove morì tragicamente in un incidente d’auto.

Dal 19 Maggio 2026 al 18 Ottobre 2026 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano

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Sarah Moon. Orizzonte. Un giardino a Venezia

Sarah Moon, Un jardin à Venise, 2025-2026
Sarah Moon, Un jardin à Venise, 2025-2026

Il prossimo 5 maggio a Venezia, presso lOrto Giardino del Redentore alla Giudecca, Venice Gardens Foundation inaugura Orizzonte. Un giardino a Venezia, mostra di Sarah Moon, dalle ore 9.30 alle ore 15.00. L’esposizione, realizzata dalla Fondazione, resterà aperta al pubblico fino al 6 ottobre 2026.

Nel corso del 2025 Venice Gardens Foundation ha invitato Sarah Moon all’Orto Giardino della Chiesa del Santissimo Redentore, recentemente restaurato dalla Fondazione. Dall’incontro nasce Un giardino a Venezia, film di quattro minuti in intima risonanza con l’essenza del giardino annesso alla Basilica del Palladio, eretta a simbolo di rinascita dopo la peste del 1575. Eredità spirituale e botanica al tempo stesso, eremo di meditazione ed armonia dove il silenzio non è mera assenza di rumore, ma soffio delicato d’una pace profonda che la musica di Arvo Pärt, accompagnando le immagini, rende palpabile.
Note e miraggi si fondono con le fotografie di natura realizzate dall’artista nel corso della sua prestigiosa carriera, culminando nella mostra Orizzonte. Moon suggerisce, evoca, cattura le ombre, gli interstizi e i silenzi sospesi, echi della memoria. Nel corso del viaggio i confini vacillano, disorientano lo sguardo dischiudendo oniriche narrazioni, riflessi della complessa dialettica tra visibile ed invisibile.
L’opera di Sarah Moon s’intreccia qui con la missione di Venice Gardens Foundation, che cura e custodisce i giardini affidatile vegliando sull’eterna loro metamorfosi, inducendo l’anima irrequieta ad indugiare nel mistero.

In occasione della mostra è stato pubblicato il libro Orizzonte. Un giardino a Venezia, stampato in edizione limitata in 500 copie numerate da 1 a 500.
La mostra è stata realizzata da Venice Gardens Foundation, con il sostegno di Van Cleef & Arpels.

“La mia gratitudine ad Adele Re Rebaudengo e a Venice Gardens Foundation per avermi concesso di trascorrere alcuni giorni in solitudine nell’Orto Giardino della Chiesa del Santissimo Redentore e aver reso possibile la nascita della mostra Orizzonte. Un giardino a Venezia. Entrare in questo luogo, pazientemente restaurato, significa varcare una soglia, fare un passo all’interno delle profondità del mondo, in un tempo sospeso fuori dal tempo, in un silenzio che non avevo mai sentito prima, interrotto solamente dal rintocco delle campane che ricorda la presenza dei frati.
Vorrei ringraziare Arvo Pärt, la cui musica perpetua il mistero del tempo.Ringrazio inoltre tutti coloro che hanno concorso alla realizzazione del progetto”.
Sarah Moon

“Siamo felici e onorati di aver accolto Sarah Moon all’Orto Giardino del Redentore; la sua arte e l’impegno della Fondazione convergono qui nel proposito di “sentire” la natura, concorrendo alla sua preservazione: l’una attraverso la maestria dello scatto fotografico e le immagini in movimento, l’altro grazie al restauro, alla cura e custodia costanti.
L’intreccio tra la selezione di fotografie “Orizzonte”, il film “Un giardino a Venezia”  entrambi realizzati da Moon – e le musiche di Arvo Pärt “Fratres” – interpretata dai dodici Violoncellisti della Berlin Philharmonic Orchestra –e “Miserere” – interpretata da The Hilliard Ensemble, Paul Hillier – costituisce la trama di quest’evento che, oltre ad uno sguardo contemplativo sull’Orto, su Venezia, sulla Natura, restituisce quello del Giardino, della Città, della Natura stessi”.
Adele Re Rebaudengo, Presidente di Venice Gardens Foundation.

Dal 5 Maggio 2026 al 6 Ottobre 2026 – Orto Giardino del Redentore – Venezia

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Man Ray: M for Dictionary

Man Ray, Main Ray, 1935-1971. Bronzo dipinto e palla da biliardo in avorio su una base di plexiglass, 23.5 x 14.6 x 14.6 cm. Edition of 10. Galleria Schwarz, Milan 1971
© Man Ray 2015 Trust, by SIAE 2026 | Man Ray, Main Ray, 1935-1971. Bronzo dipinto e palla da biliardo in avorio su una base di plexiglass, 23.5 x 14.6 x 14.6 cm. Edition of 10. Galleria Schwarz, Milan 1971

Fondazione Marconi e Gió Marconi sono liete di annunciare Man Ray: M for Dictionary, un’ampia retrospettiva dedicata a Man Ray, che pone il pensiero linguistico dell’artista come principio guida e ne esplora i diversi mezzi espressivi.
La mostra, presentata in occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa dell’artista, è realizzata in collaborazione con il curatore e storico dell’arte Yuval Etgar e Deborah D’Ippolito.
 
Fotografo tra i più celebrati dell’epoca moderna, ideatore originale di oggetti e multipli, pittore e disegnatore, Man Ray è stato un artista multimediale nel senso più ampio del termine. Attratto dal passaggio dall’artigianato manuale alla riproduzione meccanica, cercava di fondere dimensione formale e concettuale. Ma forse, più di ogni altra cosa, il mezzo espressivo che ha attraversato e caratterizzato l’intera sua produzione artistica è stato il linguaggio.
 
All’anagrafe Emmanuel Radnitzky, nato nel 1890, Man Ray era figlio di immigrati russi che si stabilirono inizialmente a Filadelfia per poi trasferirsi a Brooklyn. Nel 1912 la famiglia abbreviò il proprio cognome in Ray con l’intento di celarne le origini ebraiche. Ancora giovane, Emmanuel fece lo stesso, trasformando il proprio nome in Man Ray: un gioco di parole dal carattere trasformativo che gli consentì di reinventare la propria identità senza cancellarla del tutto. Questo episodio, al tempo stesso fonte di ispirazione e di tensione, divenne emblematico del suo modo di intendere l’arte e rappresentò con ogni probabilità il primo di una lunga serie di slittamenti e giochi linguistici.
 
Come un dizionario, la mostra Man Ray: M for Dictionary sviluppa la fascinazione dell’artista per le relazioni inesplorate tra parole, oggetti e immagini.
 
Prima retrospettiva dell’opera di Man Ray che fa del linguaggio la principale chiave di lettura, Man Ray: M for Dictionary rievoca l’esposizione dell’artista presso lo Studio Marconi nel 1969 (Je n’ai jamais peint un tableau récent) e la realizzazione del suo celebre ciclo di disegni Alphabet for Adults. Raccolta di giochi visivi e linguistici, ogni disegno dell’alfabeto presenta una lettera accompagnata dall’immagine di una parola che inizia con quella stessa lettera – ‘D’ per delightdevise o do, e ‘R’ per real o regret. Vero e proprio scrittore visivo, Man Ray dà forma, nei suoi disegni così come nelle fotografie, negli oggetti e nei dipinti, a un autentico esperimento linguistico: ironico e critico, ma anche intimo e profondamente provocatorio. «Creare un nuovo alfabeto a partire dai resti di una conversazione può condurre solo a nuove scoperte nel linguaggio», scriveva, e «la concentrazione è il fine desiderato, come in un anagramma la cui densità è misura del suo destino».

M for Dictionary
 è organizzata in cinque sezioni principali, intitolate ‘The Alphabet’, ‘Light Writing’, ‘Body Language’, ‘Objectives’ e ‘Mathematical Objects’. Un secondo allestimento, dal titolo In Other Words, presenta opere di artisti contemporanei della galleria – Alex Da Corte, Simon Fujiwara, Wade Guyton, Allison Katz e Tai Shani – la cui attenzione al linguaggio come condizione della creazione visiva e materiale si collega direttamente all’eredità di Man Ray.

Dal 10 aprile 2026 al 24 luglio 2026 – GióMARCONI – Milano

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Luigi Ghirri. A Series of Dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori. Oltre quei monti il mare – Iosonouncane

Luigi Ghirri, Modena, 1979
© Eredi Luigi Ghirri | Luigi Ghirri, Modena, 1979

Dal 30 aprile 2026 al 28 febbraio 2027, Palazzo dei Musei di Reggio Emilia presenta Luigi Ghirri. A Series of Dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori, a cura di Ilaria Campioli e Andrea Tinterri, con la curatela musicale di Giulia Cavaliere. La mostra, che si apre nell’ambito della XXI edizione del festival Fotografia Europea, comprende anche un nucleo intitolato Oltre quei monti il mare, concepito grazie alla partecipazione del musicista Iosonouncane, e un focus allestito presso il Teatro Valli, visitabile fino al 14 giugno.

Nel 2021, nell’ambito del riallestimento curato da Italo Rota, nel secondo piano di Palazzo dei Musei è stata inaugurata una nuova sezione fotografica concepita come uno spazio dinamico di ricerca, pensiero e valorizzazione delle immagini. La sezione dedica uno spazio permanente all’opera di Luigi Ghirri, figura centrale per la storia della fotografia e per l’identità culturale della città. Il progetto – promosso dal Comune di Reggio Emilia (Musei Civici e Fototeca della Biblioteca Panizzi) in collaborazione con la Fondazione Luigi Ghirri – vede ogni anno una nuova esposizione che racconta la complessità della produzione del grande fotografo attraverso prospettive critiche inedite e il coinvolgimento di artisti contemporanei.

Il progetto espositivo per l’anno 2026-2027, esplora quella che Luigi Ghirri definisce la “strana e misteriosa parentela tra suono e immagine” che, da sempre, lo affascina. Grande appassionato di musica, Ghirri le attribuisce un ruolo centrale: lo dimostrano la passione per l’opera di Bob Dylan, la profonda amicizia con Lucio Dalla e l’importante collezione di dischi. Ma lo rivelano anche i suoi scritti, attraversati da continui rimandi all’influenza che la musica ha avuto sul suo modo di guardare e di costruire immagini. Al pari della pittura, della filosofia, della letteratura, della fotografia e del cinema, la musica concorre infatti alla formazione di quell’“immagine dell’esterno” su cui Ghirri si interrogava costantemente, riconoscendole – come alla fotografia – una capacità narrativa in grado di attivare veri e propri “squarci visionari”

Luigi Ghirri. A Series of Dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori intende affrontare questi diversi livelli di contatto tra fotografia e musica, articolandoli in un percorso in tre parti. Il corridoio centrale raccoglie fotografie dedicate ai luoghi della musica: disegni parietali di trombe e percussioni, interni di teatri, chiese con organi come fossero piccoli monumenti, juke-box e pianoforti, che insieme compongono un ritratto stratificato che intreccia cultura alta e popolare, mostrando la musica come presenza storica o apparizione fugace. Un secondo nucleo della mostra presenta numerosi materiali, anche inediti, che raccontano la relazione di Ghirri con i musicisti fra cui Lucio Dalla, Gianni Morandi, Ron, Luca Carboni, i CCCP e molti altri. Questa restituzione è anche l’occasione per valorizzare il contributo ­­– ancora poco raccontato – di Paola Borgonzoni, designer e figura decisiva accanto a Ghirri (compagna di vita e di lavoro) sia nei progetti editoriali sia nell’ideazione delle copertine dei dischi. 

Il terzo nucleo intitolato Oltre quei monti il mare è concepito come uno spazio di sperimentazione e ricerca sul soundscape e sulla relazione tra paesaggio visivo e paesaggio sonoro, grazie all’intervento artistico, realizzato appositamente per la mostra, del cantautore, produttore discografico e compositore Iosonouncane. L’intervento intende mettere in relazione l’ecologia dello sguardo di Ghirri e l’ecologia acustica del compositore, scrittore e ambientalista Raymond Murray Schafer, evidenziando come, negli stessi anni ma in ambiti diversi, entrambi abbiano riflettuto su una crescente difficoltà nel vedere e nel sentire, causata dalla saturazione dell’ambiente esterno. Paesaggio visivo e paesaggio sonoro emergono così come due modalità di orientamento e di relazione con l’ambiente e la natura.

Dal 30 aprile al 14 giugno 2026, in occasione di Fotografia Europea, un ulteriore focus dedicato alle immagini per le copertine di musica classica della storica etichetta discografica RCA, è allestito nella sala ottagonale del Teatro Valli. La scelta richiama un luogo centrale nell’esperienza di Luigi Ghirri, che con I Teatri di Reggio Emilia ha collaborato a lungo, fotografando spettacoli e ambienti. Accanto alle copertine, sono esposte anche immagini preziose custodite nell’Archivio storico del Teatro Municipale: fotografie degli spettacoli realizzati negli anni, che restituiscono lo sguardo di Ghirri sulla scena e sul tempo teatrale. La presenza di queste opere sottolinea il valore dell’archivio come luogo vivo di conservazione e di cura, capace di custodire la memoria e la bellezza nel tempo e di renderle nuovamente accessibili e condivise. 

La mostra è accompagnata da una serie di contenuti testuali e audio originali a cura di Giulia Cavaliere: approfondimenti, dialoghi e interviste che si intrecciano al percorso e invitano a una fruizione “in ascolto”. Le voci di artisti e musicisti – alcuni dei quali hanno collaborato con Ghirri o ne hanno condiviso un tratto di strada – restituiscono, in forma diretta, il dialogo tra suono e immagine che attraversa l’intero progetto.

Dal 30 aprile 2026 al 28 febbraio 2027 – Palazzo dei Musei

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Francesca Woodman. Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid

Francesca Woodman, Untitled or #4 from a Series “Dissection of a Portrait”, 1976 | Courtesy © Woodman Family Foundation/SIAE | Gagosian, Rome
Francesca Woodman, Untitled or #4 from a Series “Dissection of a Portrait”, 1976 | Courtesy © Woodman Family Foundation/SIAE | Gagosian, Rome

Gagosian è lieta di annunciare Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid, una mostra di fotografie di Francesca Woodman (1958–1981). Incentrata sulle sue affinità con il Surrealismo, la mostra apre il 29 aprile e propone circa cinquanta fotografie realizzate da Woodman nel corso della sua vita, molte delle quali mai esposte prima.

Raffigurando il proprio corpo e quello di altre modelle in ambienti naturali ed interni trasandati, Woodman utilizza la composizione e la mise-en-scène per trasmettere un senso di mistero e di teatralità. Destrutturando il confine tra il corpo, oggetti e ambienti, le sue fotografie mettono in scena sia l’affermazione del sé che temi di dissociazione. Nelle sue fotografie appaiono figure nude, vestite o velate; esposte o parzialmente nascoste; accompagnate da oggetti di uso quotidiano – uova, guanti, maschere, conchiglie, tazze da tè, frutta e pesce – che suggeriscono significati simbolici. Queste opere rivelano un’artista creativamente sicura di sé, giocosamente esplorativa e affascinata dall’uso rivoluzionario che i surrealisti facevano dell’allegoria, del linguaggio e degli oggetti comuni per esprimere il meraviglioso ed il misterioso.

Woodman ha studiato il Dadaismo e il Surrealismo alla Rhode Island School of Design (RISD) e i suoi taccuini contengono molti riferimenti alle teorie di questi movimenti. Anche l’Italia ha avuto un ruolo importante nella sua formazione avendo trascorso molte estati della sua infanzia in Toscana con i genitori, entrambi artisti americani. Fluente in italiano e conoscitrice dell’arte e della cultura italiana, ha vissuto a Roma nel 1977 e nel 1978 mentre era ancora iscritta alla RISD. In città frequentava la Libreria Maldoror, una libreria e galleria specializzata in arte e letteratura dadaista, surrealista e futurista che ha ospitato la prima mostra personale dell’artista in Europa.

Nel 1979 scrisse all’editore italiano Alberto Piovani, citando come influenze “[Josef] Koudelka, Brassaï, [Jean-Auguste-Dominique] Ingres e Balthus” e osservando: “Vorrei che le parole fossero per le mie fotografie ciò che le fotografie sono per il testo in ‘Nadja’ di André Breton. Egli individua tutte le allusioni e i dettagli enigmatici di alcune istantanee piuttosto ordinarie e prive di mistero e li elabora in una storia. Vorrei che le mie fotografie sintetizzassero l’esperienza”.

Il titolo della mostra fa riferimento alla fotografia di Woodman dallo stesso titolo, 1975–77 circa, in cui le mani reggono un frammento di specchio al di sotto di una natura morta su un tavolo, e ha lo stesso impatto associativo delle immagini surrealiste di Breton e Luis Buñuel. In una nota scritta nel 1976, Woodman collegò l’opera ad un corso sulle fiabe che frequentò durante il suo primo anno alla RISD associando quel titolo alla favola della “Regina delle nevi”, che immagina simbolici frammenti di specchio che distorcono la percezione della bellezza e della bruttezza. Altre opere in mostra incorporano specchi, lastre di vetro e immagini fotografate, dipinte e stampate, che stravolgono le aspettative di una visione omogenea attraverso la moltiplicazione e la sostituzione.

Secondo la storica dell’arte Alyce Mahon, nel suo nuovo articolo per il Gagosian Quarterly, “Gli oggetti non sono personali ma sono plasmabili nell’opera di Woodman, servendo a portare il surreale nello spazio vissuto, che sia lo studio, una casa abbandonata o la natura. In questo modo la loro utilità assume un nuovo significato: si trasformano in veicoli per nuovi incontri tra estranei o cose strane”.

Altre fotografie ritraggono la figura femminile elaborata in modi insoliti, con anguille e lucci drappeggiati sul suo corpo nudo, la carne pizzicata con mollette da bucato, le gambe avvolte con del nastro adesivo. Questi ritratti si ricollegano all’interesse del Surrealismo per le immagini oniriche e la feticizzazione, suggerendo al contempo una parodia dei tratti distintivi dello stesso. Operando da entrambi i lati della macchina fotografica per dar vita al suo lavoro, il suo dialogo con il Surrealismo è da vedere nel contesto della fotografia contemporanea, dell’arte concettuale, del femminismo e di altri temi su cui si è imbattuta alla RISD e a Roma.

Dal 29 Aprile 2026 al 31 Maggio 2026 – Gagosian Roma

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Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello

The Angel, Brighton Beach, New York City, USA, 2026
© Bruce Gilden/Magnum Photos | The Angel, Brighton Beach, New York City, USA, 2026

La Fondazione Brescia Musei, nell’ambito delle proprie attività di promozione e valorizzazione del patrimonio culturale della città, ha elaborato un progetto che ne interpreta e racconta la ricchezza artistica attraverso la fotografia.
 
Il concept si è tradotto nella installazione site-specific dal titolo Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello, che sarà esposta dal 27 marzo al 12 luglio 2026 alla Pinacoteca Tosio Martinengo a Brescia. Si tratta di un dittico fotografico, commissionato da Fondazione Brescia Musei al fotografo newyorkese Bruce Gilden, in occasione della mostra – A closer look – in programma dal 27 marzo al 23 agosto al Museo di Santa Giulia, e arricchirà la collezione permanente dei Musei Civici di Brescia.

Il progetto del dittico di Bruce Gilden nasce e prende forma proprio dall’occasione della richiesta di prestito dei due capolavori di Raffaello Sanzio custoditi in Pinacoteca: l’Angelo e il Cristo Redentore benedicente. Le due tavole sono infatti protagoniste della prestigiosa mostra Raphael: Sublime Poetry presso il Metropolitan Museum of Art di New York (dal 29 marzo al 28 giugno 2026). Partendo da questa contingenza logistica, la Fondazione ha scelto di dare vita a un’operazione di committenza contemporanea che rilegge l’eredità raffaellesca, proseguendo il fortunato modello sperimentato nel 2023 con David LaChapelle (ispirato a Giacomo Ceruti), confermando una strategia precisa: utilizzare il momento del prestito internazionale — segno della reputazione globale dei musei bresciani — come volano per la produzione di nuove opere d’arte.

Nella collezione del fondatore Paolo Tosio (1775-1842), Raffaello occupava il ruolo di principe delle arti, di massimo rappresentante dell’antico, di traduttore degli ideali di armonia, grazia ed equilibrio. Principi che trovano una loro manifestazione nei corpi ideali, pacati e celesti dell’Angelo e del Cristo Redentore. Al fotografo statunitense è stata posta una sfida complessa e allo stesso tempo piena di fascinazione: compiere un salto nella storia, una sorta di ellissi, ma con nuove referenze visive.
La sfida di Bruce Gilden si è configurata come un’operazione di “messa a fuoco” contemporanea che supera la citazione iconografica per trasformare il sacro in pura presenza umana. Abbandonando gli stilemi della street photography per una costruzione dell’immagine più meditata e frontale — che riecheggia la luce zenitale di Raffaello — il fotografo spoglia le figure divine dal dogma religioso per restituire loro corporeità e coscienza. Attraverso questo “sguardo ravvicinato” (closer look), Gilden accorcia le distanze temporali e metafisiche, invitando lo spettatore a un atto di fede laico in cui la fotografia non si limita a documentare il reale, ma diventa strumento di rivelazione delle aspirazioni più profonde dell’uomo, celebrando una “grazia” che risiede nella nuda e irriducibile purezza del presente.

Il progetto Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello è sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Dal 27 March 2026 al 12 July 2026 – Pinacoteca Tosio Martinengo – Brescia

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100 Fotografie per ereditare il Mondo

Aleksandr Rodčenko, <em>Ragazza pioniera</em>, 1930 | courtesy Paolo Clerici<br />
Aleksandr Rodčenko, Ragazza pioniera, 1930 | courtesy Paolo Clerici

La fotografia è un linguaggio che custodisce il mondo: conserva la memoria, rivela le trasformazioni, restituisce ferite, rinascite, cambiamenti, speranze. È fascinazione, conoscenza, bugia e verità insieme, uno strumento capace di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. È il linguaggio della contemporaneità e, insieme, la memoria visiva dell’umanità. È con questa consapevolezza che nasce la mostra fotografica 100 fotografie per ereditare il Mondo, il nuovo progetto espositivo del MUDEC – Museo delle Culture di Milano, in programma dal 7 marzo al 28 giugno, a cura di Denis Curti, in collaborazione con Alessio Fusi e Alessandro Curti. Una mostra prodotta da 24 ORE Cultura, sostenuta da Zurich come Main Sponsor e supportata da Turisanda1924, esclusivo brand di viaggi di Alpitour World, che intreccia la grande storia della fotografia con le tensioni, le domande e le ossessioni del presente, offrendo un viaggio per immagini lungo due secoli.

L’idea di “ereditare il mondo”, da cui il sottotitolo scelto per questa mostra, si traduce in una riflessione sul nostro tempo: un mondo complesso, segnato da trasformazioni tecnologiche, crisi ambientali, conflitti ibridi, multiculturalità crescente e un’eccessiva saturazione visiva. In questo scenario, la fotografia diventa un modo per orientarsi, per costruire coscienza, per trovare un posto nella memoria collettiva. È proprio da questa esigenza di leggere il presente che prende forma lo sguardo storico della mostra. Siamo entrati a pieno titolo ormai nel secondo venticinquennio degli anni Duemila, eppure il nostro modo di osservare il mondo resta ancorato al Novecento. Da qui nasce la necessità di avviare una riflessione sulla storicizzazione del presente, senza perdere di vista il passato. I criteri di selezione non rispondono a gerarchie tra valori storici, estetici, politici o culturali: tutto è parte di un unico patrimonio collettivo. La scelta delle 100 fotografie, necessaria per circoscrivere un territorio visivo immenso, riflette dunque una visione curatoriale che definisce e sostiene questo viaggio nella storia dell’uomo.

La mostra si apre con una sezione introduttiva, “Società senza immagini – società con le immagini“, che attraverso silhouette, dagherrotipi, ambrotipi, ferrotipi e carte de visite restituisce il passaggio epocale da un mondo in cui l’immagine era rara, preziosa e unica a un mondo in cui diventa strumento sociale, familiare e identitario. È il momento in cui il ritratto entra nella vita quotidiana e la fotografia inizia a costruire una memoria condivisa. A partire da questa soglia storica, la mostra ripercorre l’intera e globale storia della fotografia, avviando il percorso con la prima sezione, “Nascita della fotografia“, dedicata alle prime sperimentazioni visive. Qui trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti poetici e visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855. In questa sezione è presente anche Femme à la balle (1887) di Eadweard Muybridge, realizzata in Inghilterra, che introduce la fotografia come strumento di analisi del movimento e anticipa una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine.

Alla prima sezione si affianca la seconda sezione, “Fotografia: tra realtà e finzione“, che segna il passaggio decisivo verso la modernità. Qui la fotografia, ormai tecnicamente matura, comincia a esplorare nuove possibilità linguistiche: abbandona l’idea di essere soltanto uno strumento di registrazione e si apre alla sperimentazione, alla costruzione dell’immagine, alla ricerca formale. In questo panorama si inseriscono le sperimentazioni surrealiste di Man Ray, le audaci inquadrature avanguardistiche di Aleksandr Rodčenko, e l’ironia coreografata di André Kertész con la celebre Satiric dancer (1926). Accanto a loro, opere come Behind the Gare Saint-Lazare (1932) di Henri Cartier-Bresson introducono una concezione nuova di fotografia, in cui l’immagine restituisce un senso di imprevedibilità solo in apparenza spontanea, frutto invece di uno sguardo attentissimo alla composizione, mentre Dali Atomicus (1948) di Philippe Halsman sovverte ogni regola della fisica trasformando il gesto fotografico in performance. Le composizioni visionarie di Mario Giacomelli e le invenzioni concettuali di Joan Fontcuberta completano una sezione che mostra come, già nel Novecento, la fotografia avesse saputo reinventarsi, oscillando tra documento e finzione e aprendo la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.

A seguire, si aprono quattro sezioni tematiche che interpretano la fotografia come documento, diario, evocazione e, più in generale, come uno degli strumenti attraverso cui l’immagine partecipa al racconto dell’esistenza umana. Seguendo la distinzione formulata da John Szarkowski al MoMA negli anni Sessanta, la mostra entra nella sua terza sezione, “Fotografia come documento”, dedicata alla fotografia Window: quella che osserva il mondo e registra gli eventi reali. In questo capitolo trovano spazio le immagini che hanno raccontato le guerre del Novecento, lo sbarco dell’uomo sulla Luna e, più in generale, quei momenti che hanno segnato in modo indelebile la storia contemporanea.

Dalla Migrant Mother di Dorothea Lange (1936), icona assoluta della Grande Depressione e simbolo universale della fragilità e della resilienza umana, allo storico sbarco dell’uomo sulla Luna (1969), simbolo assoluto della conquista scientifica e del potere delle immagini come prova dell’impossibile. Si prosegue con la forza drammatica della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy, che documenta la gioia e la fragilità di un momento di svolta epocale, fino alle ferite dell’11 settembre, catturate da Joel Meyerowitz a Ground Zero nel 2001, unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo l’impatto emotivo e materiale dell’attacco. Sono immagini che hanno scosso coscienze e contribuito a costruire la nostra memoria collettiva: nel Novecento il fotografo era davvero l'”occhio del mondo”. La sezione accoglie anche alcune fotografie di Martín Chambi provenienti dall’archivio del MUDEC, conservato nelle collezioni del Museo. Queste immagini rappresentano una testimonianza preziosa del suo straordinario lavoro di documentazione delle comunità andine tra il 1927 e il 1944: attraverso uno sguardo rigoroso e poetico, Chambi ha saputo restituire con rara intensità la dignità, la forza culturale e l’identità dei popoli del Perù, offrendo un contributo fondamentale alla storia della fotografia documentaria latino-americana.

A questa prospettiva si affianca la quarta sezione, “Fotografia come diario”, dedicata alla fotografia Mirror, che indaga il mondo interiore, le identità, i desideri, le ambiguità del sé e quella dimensione della memoria che va oltre l’evidenza visibile. La mostra riunisce alcuni autori che hanno saputo usare la messa in scena, il corpo e l’autorappresentazione come strumenti di indagine identitaria. Tra questi emerge Claude Cahun, che già nel 1927 mette in discussione i codici di genere attraverso autoritratti costruiti come veri e propri dispositivi psicologici; Pierre Molinier, che negli anni Sessanta esplora il desiderio e la metamorfosi del corpo in immagini volutamente trasgressive e teatrali; e Robert Mapplethorpe, la cui ricerca, esemplificata in mostra dalla fotografia Bob Love (1979), esprime una potenza formale e simbolica capace di trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Questi due emisferi, un tempo distanti, nell’ultimo quarto di secolo convergono verso un linguaggio ibrido, in cui documentazione e introspezione non sono più opposti ma coesistono in una tensione continua. Oggi viviamo in un’epoca caratterizzata da un’iperproduzione di immagini: nel tempo necessario per pronunciare una frase si scattano più fotografie che in tutto il XIX secolo. Questo ridisegna il nostro modo di vedere e di stare nel mondo. La fotografia diventa parte costante e pervasiva delle nostre vite, influenzando la percezione, il ricordo, il modo stesso in cui interpretiamo la realtà. Allo stesso tempo, le nuove generazioni, cresciute nel post-digitale, vivono un’eredità del Novecento che non è più trauma, ma sottofondo: una memoria che continua a vibrare mentre il futuro impone nuove priorità e nuovi immaginari. Molti autori contemporanei non cercano più l’evento da registrare, ma la sua risonanza emotiva: ciò che resta, ciò che si sedimenta, ciò che cambia prospettiva. La quinta sezione, “Fotografia come evocazione”, è dedicata all’ambiguità del linguaggio fotografico: un territorio in cui la fotografia diventa evocazione, metafora e costruzione simbolica. Qui le immagini reinventano il reale attraverso la finzione, l’allestimento e la stratificazione visiva. Tra gli autori presenti figurano Newsha Tavakolian (Listen, 2010), Sandy Skoglund con il suo immaginario surreale, Nancy Burson e le sue sperimentazioni sull’identità (Androgyny, 1982), David LaChapelle con le sue scenografie visionarie, e Mat Collishaw, che con Last meal on death row (2012) unisce estetica, simbolismo e riflessione etica. Dalle ambiguità del linguaggio si approda alla sesta sezione, “Fotografia come bussola per il domani”, dedicata ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo, un panorama in cui reale e post-digitale si sovrappongono continuamente. È qui che la fotografia contemporanea affronta in modo diretto e radicale i temi che definiscono il nostro tempo: la multiculturalità, le questioni di genere, le migrazioni, i conflitti civili, la crisi ambientale e i nuovi modelli di appartenenza. Tra gli autori presenti figurano Ebrahim Noroozi, che in Lake Undecided (2016) riflette sulla fragilità del rapporto tra essere umano e natura; Carlos Ayesta e Guillaume Bression, che nella serie Fukushima No-Go Zone (2011–2016) esplorano il vuoto e l’assurdità dei territori contaminati dopo il disastro nucleare; e Gohar Dashti, che in Home #8 (2017) mette in scena la casa come luogo di resistenza e memoria nelle aree colpite dalla guerra. Accanto a loro emerge il lavoro di Alba Zari, che con About the Y (2021) indaga l’identità attraverso un linguaggio visivo analitico e post-digitale, e quello di Carlos Idun-Tawiah, che con Hold Me Close (2024) restituisce con intensità il legame tra comunità, affetti e storia individuale. Insieme, queste opere mostrano come il nostro secolo abbia ormai sviluppato una propria morfologia: un tempo rapido, instabile e iper-connesso, ma al contempo ricco di possibilità che le generazioni precedenti non hanno mai avuto. In questo contesto, la fotografia non è più soltanto strumento di osservazione, ma diventa un dispositivo capace di riscrivere il futuro, intrecciando culture, popoli, amori e generazioni e restituendo la complessità del mondo in cui viviamo. In questo intreccio di epoche, linguaggi e immaginari, “100 foto per ereditare il Mondo” ribadisce la vocazione del MUDEC come luogo dedicato alla comprensione delle culture attraverso l’immagine. Le fotografie selezionate non sono soltanto tasselli di un archivio visivo, ma frammenti di memoria che ci invitano a rallentare lo sguardo e a riconoscere, nella storia dell’immagine, una chiave per leggere più consapevolmente il nostro tempo. Attraversando la mostra, ogni visitatore è chiamato a raccogliere questa eredità: un patrimonio condiviso che non appartiene solo al passato, ma continua a trasformarsi nel presente e ad aprire nuove prospettive sul mondo che verrà.

Dal 7 marzo 2026 al 28 giugno 2026 – Mudec – Milano

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Guido Harari. Incontri. 50 anni di fotografie e racconti

Guido Harari, David-Bowie, 1987
© Guido Harari | Guido Harari, David-Bowie, 1987

La fotografia di Guido Harari, se fosse musica, sarebbe jazz e rock insieme. Improvvisazione e struttura, libertà e rigore. Una ballata intensa che attraversa il rumore del mondo per andare dritta al cuore. Perché nei suoi ritratti – siano essi di Bob Dylan o di persone comuni – c’è un’attenzione che restituisce qualcosa di irriducibile: l’unicità di chi sta davanti all’obiettivo. In cinquant’anni di carriera Harari ha trasformato la fotografia in strumento di relazione prima ancora che di rappresentazione, costruendo un archivio di incontri che attraversa musica, cultura, scienza e umanità comune.

“Guido Harari. Incontri. 50 anni di fotografie e racconti”, in programma alla Basilica Palladiana di Vicenza dal 27 marzo al 26 luglio, non è una semplice retrospettiva. È un manifesto su cosa significa fotografare l’altro: non catturarlo, ma incontrarlo.  Presentata oggi alla Basilica Palladiana, la mostra è promossa dal Comune di Vicenza in collaborazione con Rjma progetti culturali e Wall of Sound Gallery. Alla presentazione sono intervenuti il sindaco di Vicenza Giacomo Possamai, l’assessore alla cultura, al turismo e all’attrattività della città Ilaria Fantin, il fotografo Guido Harari e Shel Shapiro (musicista, produttore discografico e attore).

«Questa è una Basilica Palladiana come non l’abbiamo mai vista, grazie a un allestimento davvero pazzesco – ha detto il sindaco Giacomo Possamai -. Un percorso visivo ed emozionale che attraverso i decenni della seconda metà del Novecento arriva fino ai nostri giorni. In questo viaggio ci accompagnano le foto di tutti i più grandi musicisti contemporanei e di tanti artisti e personaggi di fama mondiale. Sono immagini che in ciascuno di noi accendono ricordi ed emozioni. Una proposta che consente tanti piani di lettura differenti, totalmente nuova e affascinante per i vicentini e per tutti coloro che verranno a Vicenza per visitare questa mostra. Ringrazio l’assessore alla cultura Ilaria Fantin e il suo staff per una scelta che conferma il nostro obiettivo di mandato di rendere la Basilica Palladiana un luogo vivo, capace di trasformarsi per accogliere proposte culturali sempre diverse. Un processo che stiamo applicando a tutto l’ecosistema dei nostri spazi espositivi, da quelli tradizionali ai più innovativi».

«Dopo moltissimi anni, la Basilica Palladiana torna ad accogliere una grande esposizione fotografica. E lo fa offrendo un allestimento che si inserisce con un approccio curato, in pieno dialogo e rispetto del monumento – spiega l’assessore alla cultura, al turismo e all’attrattività della città Ilaria Fantin –. Trecento fotografie capaci di attivare ricordi, suggestioni e connessioni personali. Il percorso si sviluppa attraverso i volti di artisti provenienti da mondi diversi, nei quali ciascuno può riconoscere riferimenti culturali e tracce della propria esperienza. Nelle fotografie di Guido Harari, il ritratto supera la dimensione documentaria della celebrità per assumere un valore più profondo: le immagini restituiscono storie, emozioni e aspetti autentici dei soggetti. Aspetti che il fotografo sa cogliere grazie alla sua grande sensibilità, un onore e una grande opportunità poterlo ospitare nella nostra città».

La mostra riunisce oltre 300 fotografie, installazioni, filmati originali, proiezioni, manifesti e memorabilia che documentano tutte le fasi di un percorso eclettico: dagli esordi negli anni Settanta come fotografo e giornalista musicale fino a un lavoro che ha attraversato editoria, pubblicità, moda, reportage e, soprattutto, il ritratto come luogo di prossimità e ascolto.

LA MUSICA COME GRAMMATICA DELLO SGUARDO
Per Harari la musica non è mai stata solo un soggetto. È una grammatica, un modo di organizzare lo sguardo. Ogni ritratto nasce come variazione, improvvisazione controllata, incontro che si gioca nel tempo breve e denso dello scatto. Anche quando il soggetto non è un musicista, l’approccio resta musicale: ascolto reciproco, assenza di gerarchie, relazione viva e fisica. Non esiste un genere preciso a cui ricondurre questa pratica. Tutti vengono percepiti e raccontati come se fossero rockstar, chiamati a entrare in una relazione intensa. «Non c’è nessun genere – osserva Harari – ma sicuramente è una fotografia da guardare ad alto volume!»

Questo legame profondo con la musica entra in risonanza anche con Vicenza e il suo territorio attraverso le immagini dedicate al jazz – diverse delle quali mai esposte prima (Jaco Pastorius e George Benson, e ancora Keith Jarrett, Miles Davis, Art Ensemble of Chicago, Joe Zawinul, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Jimmy Scott, Marcus Miller, Pat Metheny, Jan Garbarek, Gil Evans, Hannibal Lokumbe)– e la collaborazione con la trentesima edizione del festival New Conversations – Vicenza Jazz, in programma dal 15 al 25 maggio 2026.

IL GIOCO COME METODO
Ma come si entra davvero in relazione con un soggetto? Harari ha scelto il gioco. Non leggerezza superficiale, ma strategia precisa: creare le condizioni perché l’altro possa smettere di recitare se stesso.«L’idea era di coinvolgere i soggetti in un gioco, di non prendersi sul serio, e di calarsi invece in una dimensione in cui poter scoprire e rivelare qualcosa di inedito di sé» – spiega. C’è poi l’attrazione per il volto. Per lo sguardo, prima di tutto. Harari non ha mai nascosto di essere poco interessato al contesto in senso descrittivo: è il viso, semmai, a diventare paesaggio. «Ci sono fisionomie che rompono gli schemi -, osserva – e da sempre ne sono attratto».

I ritratti esposti alla Basilica Palladiana si dispiegano come un grande spartito visivo. Musicisti, artisti, intellettuali, scienziati, attivisti e persone comuni non sono mai ridotti a icone. Sono restituiti in immagini che risuonano di umanità, presenza, irripetibilità. Da Fabrizio De André a Bob Dylan, da Vasco Rossi a David Bowie – protagonista dell’immagine di copertina della mostra – da Lou Reed a Kate Bush, da Paolo Conte a Ennio Morricone. Accanto a loro, cineasti, architetti, stilisti, sportivi, scienziati e pensatori: Wim Wenders, Renzo Piano, Giorgio Armani, Carla Fracci, Rita Levi Montalcini, Margherita Hack, Roberto Baggio, Anselm Kiefer, Dario Fo e Franca Rame, fino a Greta Thunberg, Zygmunt Bauman, Allen Ginsberg, José Saramago, Jane Goodall.

L’ALLESTIMENTO: UN DIALOGO CON PALLADIO
Il percorso espositivo, progettato dagli architetti Giorgio e Giulio Simioni, nasce da un dialogo consapevole con la monumentale spazialità del Salone dei Cinquecento della Basilica Palladiana. L’allestimento organizza le sezioni della mostra come ambienti distinti ma in relazione continua tra loro e con l’architettura rinascimentale, dando vita ad atmosfere, sequenze narrative, dispositivi di visione che permettono al visitatore di attraversare mezzo secolo di pratica fotografica come si attraversa una partitura.

IL PERCORSO: SETTE SEZIONI E UN PANTHEON SOSPESO
La mostra si articola in sette sezioni che seguono la cronologia della carriera di Harari senza ridursi a semplice successione temporale. Ogni ambiente corrisponde a una diversa modalità di relazione con il soggetto. Si parte dalla stanza dell’adolescenza, ricostruita come luogo originario: poster alle pareti, riviste musicali, fotografie, pagine di diario, copertine di dischi, autografi e memorabilia. È qui che musica e immagini iniziano a intrecciarsi come strumenti di conoscenza del mondo. Non un archivio nostalgico, ma la mappa di una formazione dello sguardo. Gli anni Sessanta, il suono del rock come annuncio di un mondo nuovo. E poi i fotografi: Astrid Kirchherr, Jim Marshall, Art Kane, Cesare Monti, Luca Greguoli.

Dal privato si passa al pubblico: il palco, il cuore pulsante della musica dal vivo. I concerti diventano rivelazioni visive: David Bowie, Bob Dylan, Lou Reed, Bob Marley, Prince, Tina Turner emergono in immagini scattate a ridosso della scena, nel punto esatto in cui l’energia del suono si trasforma in presenza fotografabile. Poi lo sguardo arretra e scivola dietro le quinte. Nel backstage delle tournée, lontano dalla spettacolarità, Harari cerca un tempo diverso: più lento, più vicino, più vero. È qui che l’incontro diventa possibile.  Seguendo l’esempio di Annie Leibovitz, allestisce il suo piccolo studio portatile ovunque: negli alberghi come nei backstage dei palasport, persino in strada.

Molte fotografie sono improvvisate in pochi minuti nei frangenti più improbabili. Come ha scritto Laurie Anderson, è davvero un “kamikaze”, una cartina di tornasole che preferisce lasciare campo aperto all’immaginazione e all’imprevisto. Con Fabrizio De André, Paolo Conte, Peter Gabriel, Kate Bush, Frank Zappa, Vinicio Capossela, Pino Daniele, Vasco Rossi: nonpiù l’artista sul palco, ma la persona nel momento in cui abbassa la guardia.

La sezione successiva segna un passaggio cruciale: il ritratto come risultato di frequentazioni, ritorni, relazioni costruite nel tempo. Si instaura quello che Harari chiama “il buon tempo” della fotografia: un livello di massima concentrazione, un silenzio gravido di intenzioni, carico di desiderio e curiosità. Una modalità di incontro non intellettuale, totalmente emozionale, assai vicina a una specie di innamoramento.

Progressivamente la musica cessa di essere l’unico orizzonte. La fotografia si apre ad altri mondi, altri linguaggi. Scrittori, cineasti, coreografi, pensatori, attivisti entrano nell’inquadratura non come personaggi ma come interlocutori.  Alle soglie del Duemila, sentendo l’urgenza di fotografare le eccellenze che avevano reso grande l’Italia nel mondo, Harari avvia il progetto “Italians”: un censimento che è anche scommessa sul futuro. Da Beppe Severgnini a Margherita Hack, da Ennio Morricone a Roberto Benigni, da Giorgio Armani a Rita Levi Montalcini, il progetto si rivela un work in progress inarrestabile che continua ad espandersi da trent’anni.

A completare il percorso, una sezione inedita rispetto agli allestimenti precedenti: una sorta di Pantheon personale composto da 24 ritratti di grande formato sospesi nello spazio. Sono i ritratti del cuore, i volti che hanno accompagnato l’intera carriera di Harari e che oggi dialogano tra loro in una costellazione sospesa: George Harrison, Leonard Cohen, Jane Goodall, Lou Reed e Laurie Anderson, Bebe Vio, Joni Mitchell, Marcello Mastroianni, Frank Zappa, Pat Metheny, José Saramago.

La visita può essere fruita anche attraverso un’audioguida con la voce narrante dello stesso fotografo, che restituisce contesto, memoria e senso degli incontri.

Il percorso è accompagnato da filmati d’epoca, videointerviste e dal documentario di Sky Arte dedicato a Harari –  “Guido Harari. Sguardi randagi”, diretto da Daniele Cini e prodotto da Tekla Films per RaiDoc – che verrà proiettato questa sera alle ore 20.30 al cinema Odeon, presentato da Guido Harari (biglietti: https://odeonvicenza.18tickets.it/film/74543)

LA CAVERNA MAGICA: TORNARE UMANI
Èil cuore esperienziale della mostra:  in un ambiente separato, appositamente allestito, prende forma la Caverna Magica. Un dispositivo relazionale pensato per sospendere il rumore del mondo e riattivare un rapporto diretto, reale, con l’altro. In giornate dedicate, su prenotazione, chiunque può farsi ritrarre da Harari. Le persone entrano senza copione da rispettare, senza immagine da difendere. «Le persone si liberano di tutte le sovrastrutture e giocano con la propria immagine: correggono, inventano, sabotano la percezione che hanno di sé, quella che offrono a sé stessi e agli altri» –  racconta Harari. Il gioco, ancora una volta, non è evasione: è condizione di libertà. Ciò che accade nella Caverna non è la produzione di un’immagine standardizzata, ma la costruzione di una relazione. Uno sguardo che accoglie senza invadere. Un’attenzione autentica che cambia radicalmente il senso del fotografare. «Ho creato l’ambiente ideale perché si rimanga umani», dice Harari.

Chi lo desidera riceve una stampa Fine Art firmata dall’autore nel formato 30×42 cm. Ma c’è di più: i ritratti realizzati vengono esposti in tempo reale lungo il perimetro esterno delle pareti dell’esposizione, dando vita a una mostra nella mostra intitolata “Occhi di Vicenza”. Il pubblico non è più solo spettatore: diventa parte dell’opera.

“Guido Harari. Incontri” arriva alla Basilica Palladiana non come celebrazione di una carriera conclusa, ma come riaffermazione di un principio: fotografare è incontrare. In un’epoca in cui l’immagine è diventata merce di scambio e performance, Harari rivendica il valore del tempo, della relazione, dell’ascolto. Una fotografia che, come Harari ha letto su una parete della camera oscura di Mario Giacomelli, non nasce per dare risposte, ma per sollevare nuove domande. Continuare a guardare, a incontrare, a interrogarsi. A fotografare.

La mostra è organizzata da Comune di Vicenza, Musei civici di Vicenza, Basilica Palladiana di Vicenza, in collaborazione con Rjma progetti culturali e con Wall of Sound Gallery.

Dal 27 marzo 2026 al 26 luglio 2026 – Basilica Palladiana – Vicenza

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MONICA BIANCARDI – Il capitale che cresce

Due donne in abiti tradizionali con velo, in piedi su un terreno roccioso con un paesaggio desertico sullo sfondo.
Monica Biancardi, Il capitale che cresce, Sarah e Saleha. Stampa fotografica ai pigmenti, 2023

Dal 24 aprile al 14 giugno 2026, il MAN ospita la mostra Il capitale che cresce di Monica Biancardi, progetto vincitore del PAC – Piano per l’Arte Contemporanea 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

La mostra, a cura di Chiara Gatti, nasce dall’acquisizione di undici fotografie in bianco e nero che documentano, tra il 2009 e il 2023, la crescita delle gemelle beduine Sara e Sarah, incontrate dall’artista durante uno dei suoi numerosi viaggi in Palestina. Nel corso di diciassette anni, Biancardi ha seguito con costanza, rispetto e straordinaria sensibilità le giovani protagoniste, costruendo con loro un rapporto di fiducia silenziosa e presenza discreta. Realizzate con macchine analogiche di medio formato, le fotografie restituiscono con forza poetica e rigore documentario non solo la trasformazione fisica delle due gemelle, ma anche le metamorfosi più profonde legate all’identità, ai ruoli sociali e alla progressiva riduzione di libertà e prospettive. Ogni ritratto racchiude la tensione tra permanenza e cambiamento, restituendo la resilienza silenziosa delle due giovani donne.

Il percorso espositivo si amplia con una serie di opere a corredo che ne amplificano la portata: sette mappe incise su plexiglas raccontano la progressiva frammentazione del territorio palestinese dal 1917 — Palestina storica — a oggi; un video di viaggio ripercorre il tragitto da Gerusalemme Est al villaggio di Hataleen; una selezione di disegni, realizzati dai bambini della comunità, esplora il tema del mare, luogo vicino ma inaccessibile, e quindi immaginato.

La mostra è accompagnata dal talk Il capitale che cresce: sguardi sulla Palestina che cambia, in programma giovedì 23 aprile. L’incontro vedrà la Direttrice Chiara Gatti in dialogo con Monica Biancardi e approfondirà la genesi del progetto e i suoi temi principali — il tempo, la trasformazione, il diritto alla libertà — offrendo al pubblico l’occasione di entrare nel processo creativo e umano che lo ha reso possibile.

Il capitale che cresce si inserisce nella mission del MAN di promuovere l’arte contemporanea come strumento di testimonianza e consapevolezza, contribuendo a una lettura critica delle trasformazioni in atto nelle geografie umane e culturali.

Il progetto è sostenuto dal PAC 2025 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Dal 24 aprile al 14 giugno 2026 – MAN Museo d’arte Provincia di Nuoro

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The Wild Horses of Sable Island

Due cavalli che si avvicinano, con criniere mossi dal vento, in un'atmosfera calda e nostalgica.
© Roberto Dutesco | Roberto Dutesco, Love

La mostra 30 years. The Wild Horses of Sable Island scopre la sopravvivenza e fragilità in un mondo che cambia. A Venezia presenta 36 fotografie di grande formato, tra bianco e nero e colore, dedicate ai cavalli selvaggi di Sable Island, un lembo di terra remoto nell’Atlantico del Nord. In dialogo ideale con la fragilità della Laguna, le immagini di Roberto Dutesco raccontano un ecosistema in bilico, dove la bellezza nasce dalla resistenza e dalla capacità di adattamento.

Allestita presso Le Stanze della Fotografia sull’Isola di San Giorgio Maggiore, la mostra si inserisce nel contesto simbolico della Biennale di Venezia 2026, proponendo un racconto immersivo in tre atti che accompagna il visitatore tra origine, adattamento e futuro. I cavalli, ritratti senza intervento umano, diventano metafora di una dignità silenziosa e di un equilibrio fragile, minacciato dai cambiamenti climatici e dall’erosione degli habitat naturali.

Le immagini e i filmati invitano a uno sguardo lento e partecipe: non semplice documentazione naturalistica, ma un’esperienza emotiva che mette in relazione la vulnerabilità dell’isola con quella di Venezia stessa, città sospesa tra acqua, memoria e resistenza.

La fotografia di Roberto Dutesco nasce da un rapporto diretto e prolungato con Sable Island, costruito in oltre trent’anni di ritorni, attese e ascolto del paesaggio. Il suo sguardo non cerca l’eccezionale, ma la presenza: corpi che resistono al vento, alla sabbia mobile, alle maree, restituendo un’idea di bellezza che coincide con la sopravvivenza.

Attraverso un linguaggio visivo essenziale e cinematografico, Dutesco costruisce immagini in cui il tempo sembra rallentare. Il movimento dei cavalli, la vastità dell’orizzonte e la precarietà dell’ambiente diventano elementi di una narrazione visiva che unisce intimità e vastità, fragilità e forza.

Il percorso espositivo, articolato in tre ambienti immersivi, evita la didascalia per privilegiare l’esperienza emotiva: un invito a sentire, prima ancora che a comprendere, il legame profondo tra esseri viventi e territorio.

Artista e filmmaker attivo a livello internazionale, Roberto Dutesco ha dedicato oltre tre decenni alla documentazione dei cavalli selvaggi di Sable Island, realizzando il più ampio corpus visivo mai prodotto su questa popolazione equina. Il suo lavoro ha contribuito in modo determinante alla tutela dell’isola, sensibilizzando l’opinione pubblica fino al riconoscimento dell’area come parco naturale.

Per Dutesco, l’arte è uno strumento di responsabilità: un mezzo per generare consapevolezza, cura e senso di appartenenza verso gli ecosistemi più vulnerabili. Le sue immagini non si limitano a mostrare un luogo remoto, ma attivano una riflessione più ampia sul nostro rapporto con la natura e sul futuro della convivenza tra uomo e ambiente.

Presentata da IAMWILD Foundation e curata da Denis Curti, la mostra propone l’arte come gesto di custodia: un invito a riconoscere nella fragilità una forma di forza e nella resilienza un possibile orizzonte comune.

Dal 15 Aprile 2026 al 5 Luglio 2026 – Le Stanze della Fotografia – Isola di San Giorgio Maggiore – Venezia

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À Rome la nuit. Fotografie di Hervé Gloaguen

Donation Hervé Gloaguen, Ministère de la Culture (France), Médiathèque du patrimoine et de la photographie, diffusion GammaRap
Donation Hervé Gloaguen, Ministère de la Culture (France), Médiathèque du patrimoine et de la photographie, diffusion GammaRap

Nel 1974, Hervé Gloaguen, membro della prestigiosa agenzia fotografica Viva, è uno dei rari fotografi francesi a esprimersi a colori, mentre la maggior parte dei suoi colleghi utilizza il bianco e nero nella tradizione degli umanisti, cioè i fotografi che pongono al centro delle proprie ricerche l’essere umano inserito nei suoi vari contesti sociali.

Durante un viaggio in Italia, che percorre da nord a sud con sua moglie e la loro bambina di pochi mesi, fa tappa a Roma e parcheggia il suo pulmino Volkswagen nel camping a Monte Antenne, da dove domina la città. Cercando di essere sempre il più vicino possibile al suo soggetto, cattura le immagini dei giovani intorno alle fontane, nelle terrazze dei caffè e nei ristoranti, mostrando angoli esclusivi della città eterna. Immediatamente ha l’intuizione di dover cogliere i misteri della vita notturna e delle sue luci.

Su un nucleo di 68 fotografie a colori, scattate in diversi viaggi tra il 1975 e il 1995, si fonda À Rome la nuit. Fotografie di Hervé Gloaguen, l’esposizione ospitata al Museo di Roma in Trastevere dal 25 marzo al 6 settembre 2026.
La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina, è organizzata dalla Médiathèque du patrimoine et de la photographie (MPP) del Ministère de la Culture francese e curata da Hervé Gloaguen ed Emmanuel Marguet, con la cura tecnica di Giulia Frache. Servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

L’esposizione è parte di un articolato programma culturale che dal 29 gennaio al 31 dicembre 2026 celebra il 70° Anniversario del gemellaggio Roma – Parigi, valorizzando il patrimonio artistico, storico e creativo delle due Capitali.

“In occasione di un breve soggiorno – racconta Hervé Gloaguen – ero stato colpito dalla febbre e dalla bellezza delle serate a Roma, d’estate. Dal tramonto in poi, i romani si recano in massa verso le piazze che picchettano il cuore della città. Dopo le giornate torride, vengono a cercare il fresco nei pressi delle fontane monumentali che si innalzano a Piazza di Spagna, Piazza del Popolo, Piazza Navona, o Piazza della Rotonda. Lì, sullo sfondo di chiese e palazzi oscurati dalla notte, i Romani recitano il “loro” teatro. Sono nello stesso tempo attori e spettatori dello spettacolo che la città offre a sé stessa.”

Per Gloaguen quell’incontro con la città è un colpo di fulmine. Fotografa Roma di notte a colori senza flash, attratto dal clamore di voci, dallo scorrere dell’acqua, dalle scenografie costruite su strati di secoli: il nero della notte come sipario, palazzi rinascimentali, chiese barocche e il popolo di Roma. Il suo obiettivo si concentra in particolare sui volti e i corpi che popolano la notte romana: borghesi, studenti, portinai, sposi novelli, vecchie coppie aristocratiche e turisti. Gloaguen torna a Roma negli anni ’80, guidato dai consigli di colleghi giornalisti e dalle parole di Alberto Moravia, che lo indirizza verso il quartiere EUR, i suoi viali larghi e i colonnati bianchi che brillano al sole, per conoscere un’altra faccia della città. Negli ultimi viaggi a metà degli anni ’90, Gloaguen scopre Trastevere e la sua vitalità, e in una lettera al figlio Loïc racconta questa Roma rumorosa, golosa, agitata, concludendo: “Quello che vorrei fissare nelle mie fotografie è qualcosa di meraviglioso, qualcosa di eterno. Forse il meraviglioso è proprio questo: la vita vera.”

Dal 25 Marzo 2026 al 6 Settembre 2026 – Museo di Roma in Trastevere

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Annabella Rossi. La poetica della realtà

Due giovani partecipano a una celebrazione, impugnando bastoni decorati con fiori e nastri, in un contesto urbano con muri di pietra.

Un racconto per immagini colte da una giovanissima Annabella Rossi che, appena venticinquenne, si misura con la Roma lontana dal centro storico

L’esposizione ripercorre l’attività di Annabella Rossi (1933-1984), figura centrale dell’etnografia e dell’antropologia, che ha trasformato la fotografia e il video in strumenti d’indagine scientifica e sociale, attraverso fotografie, spesso inedite, provenienti dal Fondo Annabella Rossi (ICPI-MuCIV).
Il percorso espositivo delinea un’indagine corale che parte dalla spedizione in Salento del 1959 con il famoso antropologo e filosofo Ernesto de Martino per approdare alle grandi inchieste nel Mezzogiorno dedicate alla religiosità popolare e alle feste tradizionali, tra le quali spicca l’imponente ricerca sul Carnevale. Quest’ultima, condotta tra il 1972 e il 1976, ha visto la partecipazione attiva degli studenti del suo corso di Antropologia Culturale all’Università di Salerno, trasformando il lavoro sul campo in un’esperienza di didattica collettiva. Lo sguardo di Annabella Rossi si posa con la stessa intensità sulla Roma periferica della fine degli anni ‘50 e sulla vita quotidiana di Trastevere, documentando gli aspetti delle culture marginali e popolari. 
Annabella Rossi ha così restituito dignità a un’umanità segnata dalla fatica, ma illuminata da una profonda innocenza che emerge con forza nei ritratti fotografici dove la partecipazione emotiva trasforma il documento in arte.
Ad arricchire l’esperienza sensoriale, il percorso ospita il film fotoritmico “Serenata d’arte varia” di Francesco De Melis: una musicalizzazione per voce e pianoforte delle sequenze di strada della studiosa, che trasforma l’immagine statica in un flusso vitale, restituendo il ritmo di una “vita anteriore” fatta di artisti di strada e numeri d’arte varia.

L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e curata da Stefania Baldinotti, Massimo Cutrupi Francesco Quaranta dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale (ICPI) del Ministero della Cultura, in collaborazione con il Museo delle Civiltà (MuCIV). 

Dal 2 aprile al 31 maggio – Museo di Roma in Trastevere

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Toni Thorimbert. Donne in vista

Una donna muscolosa in costume da bagno, con occhiali da sole, posa sulla spiaggia con il mare sullo sfondo.
Toni Thorimbert © Toni Thorimbert Janice Ragain, Los Angeles, 1988

In occasione di EXPOSED Torino Photo Festival, dal 9 aprile al 2 giugno la Project Room ospita la mostra Toni Thorimbert. Donne in vista.

Il progetto, ideato da Luca Beatrice, nasce come omaggio di Toni Thorimbert e Walter Guadagnini all’amico e critico d’arte scomparso prematuramente lo scorso anno.

La mostra riunisce circa sessanta fotografie selezionate dall’archivio di Thorimbert, tutte dedicate alla figura femminile. Realizzati nell’arco di oltre trent’anni di attività, gli scatti ritraggono donne celebri e figure anonime, evidenziando la capacità del fotografo di muoversi tra registri diversi: dal ritratto ufficiale a quello più intimo, dall’estetica della fotografia di moda a immagini nate al di fuori di committenze.

Il percorso espositivo è un viaggio nella fotografia e nella rappresentazione della donna. Il titolo Donne in vista allude sia alla presenza di figure pubbliche – tra cui Victoria Abril, Francesca Neri, Natalia Ginzburg, Inge Feltrinelli, Ornella Vanoni, Eleonora Giorgi, Nancy Brilli e Monica Bellucci – sia alla volontà del fotografo di mettere in primo piano volto e corpo femminile.

Al centro della mostra due immagini: i ritratti della madre e della figlia del fotografo. Due fotografie che condensano il senso del progetto e suggeriscono una riflessione sulla fotografia come spazio in cui esperienza personale e ricerca della bellezza si incontrano, indipendentemente dal contesto o dal soggetto ritratto.

La mostra continua con un suo spin-off nelle sale dell’NH Collection Piazza Carlina.

9 aprile – 2 giugno 2026 – Project Room – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Mostre di fotografia consigliate per settembre

Bellissime mostre ed interessanti festival di fotografia ci aspettano a settembre, non perdeteveli!

Anna

MAN RAY – Forme di luce

Larmes 1932 © Man Ray 2015 Trust / ADAGP-SIAE – 2024, image: Telimage, Paris

Man Ray è senza dubbio uno dei grandi protagonisti dell’arte del XX secolo. Fu uno dei primi a utilizzare la fotografia come un vero e proprio medium creativo, realizzando opere emblematiche che sono entrate a far parte della storia dell’arte del Novecento. 

La retrospettiva in programma da settembre 2025 a Palazzo Reale permetterà al pubblico di ripercorrere le tappe biografiche e della carriera di Man Ray. Grazie a un importante nucleo di materiali originali (stampe vintage, negativi, collage, documenti) è possibile documentare la storia di Man Ray dalla nascita (1890, Philadelphia), agli ambienti newyorkesi dove scopre le avanguardie europee e stringe amicizia con Marcel Duchamp, fino all’approdo parigino del 1921. 

A Parigi viene accolto dai poeti André Breton, Louis Aragon, Paul Éluard e incontra poi la cantante e modella Kiki de Montparnasse, sua amata e musa, creando fotografie immortali come Noire et blanche o Le Violon d’Ingres. In seguito, si dedicherà al mondo della moda e alla realizzazione delle famose “rayografie” e “solarizzazioni”. Rientrato negli Stati Uniti nel 1940, torna a Parigi nel 1951, dove rimane fino alla morte nel 1976. 

Attraverso un percorso tematico (gli autoritratti, le muse, i nudi, le rayografie e solarizzazioni, la moda), questa mostra propone la riscoperta di un artista unico nel suo genere e un geniale pioniere. 

24 settembre 2025 – 11 gennaio 2026 – Palazzo Reale – Milano

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BRUNO BARBEY. Gli Italiani

Bruno Barbey, Palermo, 1963
© Bruno Barbey / Magnum Photos | Bruno Barbey, Palermo, 1963

La fotografia è sempre più al centro del calendario espositivo di Palazzo Falletti di Barolo di Torino, che dal 12 settembre 2025 all’11 gennaio 2026 presenta la mostra BRUNO BARBEY. Gli Italiani. Prodotta da Ares in collaborazione con Magnum Photos e l’Archivio Bruno Barbey, l’esposizione nasce da una selezione fatta dallo stesso Bruno Barbey (Marocco 1941 – Parigi 2020) e si compone di un centinaio di fotografie in bianco e nero realizzate tra il 1962 e il 1966.
 
In particolare, il nucleo di scatti ricalca il reportage dedicato all’Italia e agli italiani che l’autore negli anni sessanta aveva presentato all’editore francese Robert Delpire, il quale avrebbe voluto pubblicarlo come terzo volume dell’Encyclopédie essentielle, collana di libri che accostavano testo e immagini e che già comprendeva Les Américains di Robert Frank (1958) e Les Allemands di René Burri (1962).
 
Nonostante le circostanze dell’epoca ne impedirono la realizzazione, il portfolio dedicato alla Penisola – immortalata da piazza del Duomo a Milano ai vicoli di Napoli, dalla scalinata di Piazza di Spagna a Roma al centro di Palermo – convinse Magnum Photos, nel 1964, a invitarlo a collaborare con l’agenzia. Eppure, Barbey dovette aspettare il 2002 per vedere realizzato il proprio progetto (Editions de La Martinière). Solo nel 2022 la casa editrice Contrasto pubblicò il lavoro, postumo, nel volume Gli Italiani, definendo il modello che oggi viene assunto come spartito per riprodurre la selezione in mostra.
 
A integrare il percorso espositivo è presente un video di 10 minuti girato da Caroline Thiénot-Barbey, moglie dell’artista, che ripercorre genesi e sviluppo del reportage, insieme a una serie di citazioni di figure di spicco dello spettacolo e della cultura, che aiutano a contestualizzare gli scatti nell’ambito sociale e artistico degli anni sessanta.
 
Un’epoca in cui, studente di fotografia in Svizzera, Barbey esplorò con il suo maggiolino l’Italia in tutta la sua estensione, per lui ricca di fascino esotico nonostante la vicinanza, piena di luce ed energia, registrando con la sua macchina fotografica una realtà in pieno cambiamento, ancora fiaccata dalla guerra ma già rinvigorita da nuove speranze, evidenziando analogie e differenze tra una regione e l’altra, con il Nord lanciato verso il sogno metropolitano e il Sud che faticava nella ricostruzione.
 
Barbey ha fotografato così tutti gli strati della società: l’Italia delle cerimonie religiose e delle feste di paese, del boom economico e delle tradizioni antiche, degli operai e dei contadini, dei proletari e dei borghesi, dei nuovi ricchi e soprattutto degli umili, che con la loro fierezza si facevano interpreti della più profonda identità italiana. A tratti, gli scatti di Barbey sembrano raccogliere i personaggi di una moderna Commedia dell’arte, popolata da mendicanti, preti, suore, carabinieri, contadini, famiglie, figure archetipiche che negli stessi anni davano sostanza e popolarità ai film di Pasolini, Visconti e Fellini.
 
Barbey non è stato solo un fotografo. È stato anche un radiologo – scrive Giosuè Calaciura nel testo che introduce il volume Gli Italiani, edito da Contrasto (2022) – In queste foto, con uno sguardo profondissimo, è riuscito a cogliere le permanenze di un’antropologia complicata, ancestrale. Quello che non cambia o che muta solo nei tempi lentissimi delle Ere. È il rapporto intimo con la propria antichità”.
 
Nella visione in bianco e nero dell’autore ritroviamo e riscopriamo così il nostro recente passato, quello dei nostri genitori e dei nostri nonni, la memoria di un’epoca che la guerra aveva privato delle sue certezze e che guardava al futuro con l’urgenza di ricreare prima di tutto una vita e una rete sociale, i legami e le storie che più d’ogni altra cosa tengono unito un popolo.
 
La mostra, prodotta da Ares in collaborazione con Magnum Photos e l’Archivio Bruno Barbey, è realizzata con il patrocinio di Torino Metropoli e con il supporto di freecards e Contrasto; Media partner Sky Arte.

Dal 12 Settembre 2025 al 11 Gennaio 2026 – Palazzo Falletti di Barolo – Torino

PhEST 2025 – THIS IS US – A Capsule to Space

©Martin Parr, Magnum Photos

È con gran voce che si acclama la X edizione del PhEST di Monopoli! Sede ormai storica, che ospiterà oltre 30 mostre di uno dei festival internazionali di fotografia e arte più rinomati d’Italia in uno scenario suggestivo, e che fino al 16 novembre si trasformerà in un palcoscenico di cultura e creatività. Mostra madrina di quest’anno la celebre Pleased to Meet You di Martin Parr. Inoltre, in anteprima assoluta sarà presente la mostra fotografica Jitter Period del visionario regista Yorgos Lanthimos (The LobsterThe FavouritePoor Things).

Ritroviamo alla direzione artistica Giovanni Troilo, con la curatela fotografica di Arianna Rinaldo, a quella dell’arte contemporanea di Roberto Lacarbonara e la direzione organizzativa di Cinzia Negherbon.

Un decimo anniversario che guarda avanti senza dimenticare da dove viene. Il PhEST 2025 prende il titolo di THIS IS US – A Capsule to Space, coniugando celebrazione del passato e visioni future in uno spazio ancor più esteso.

Come anticipato, ad aprire le danze e caratterizzare i dieci anni di festival la serie Pleased to Meet You di Martin Parr. Autore di cui abbiamo parlato a più riprese, tra i più pop e iconici dei nostri anni, che dà voce nei suoi scatti vibranti alle idiosincrasie della società moderna. Donne e uomini imbruttiti dal consumismo, immortalati tra i loro vizi e sprechi non certo senza una lacerante ironia.

In mostra anche nomi meno noti, ma che segnano l’importanza nazionale e non che la fotografia riveste. Si ammirano così gli scatti di Sam Youkilis di Under the SunAlexey Titarenko con City of Shadows e Pietro Terzini con Just One More Glass, Amore Mio.

Seguono le serie Rhi-Entry di Rhiannon AdamBangers di Arianna Arcara, ospite della Residenza 2025, e See Naples and Die 2014-2022 di Sam Gregg.

In collaborazione con Photoworks & IIC London, PhEST porta a Monopoli anche la serie The Silent Sun, Brighton di Piero Percoco, ospite a giugno 2025 della Residenza speciale a Brighton. Inoltre, il festival espone gli scatti di Dylan Hausthor in What The Rain Might Bring, un progetto interdisciplinare che esplora le complessità della narrazione, della fede, del folklore e dell’intrinseca stranezza del mondo naturale. L’italiano Lorenzo Poli presenterà invece la serie in corso The Geoglyphs of our Time, dove protagonista è la terra e le mutazioni antropocentriche che ne hanno trasfigurato il volto.

Un’edizione che spazia in lungo e in largo nel vasto panorama fotografico, accostando il surrealismo di Philip Toledano alla vena provocatoria di Gregg Segal, autore di 7 Days of Garbage. Infine, nelle antiche stalle annesse alla Casa Santa, l’artista José Angelino presenta il progetto site-specific Waiting for the Sun. Resistenze 2025, a cura di Melania Rossi. Una serie di installazioni scultoree e video che raccontano l’esperienza quotidiana sul pianeta terra.

Dal 9 Agosto AL 16 Novembre 2025 – Monopoli – Sedi Varie

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Città Aperta 2025 – Alex Majoli, Paolo Pellegrin, Diana Bagnoli

La città è un corpo che si muove, respira e si trasforma. Roma, Urbs per eccellenza, ne è un esempio perfetto: osservarla vuol dire verificare quali possano essere, in una città da sempre ritratta, fotografata, rappresentata ed evocata, i confini reali e immaginari del suo spazio in continuo cambiamento. L’anno del Giubileo rappresenta quindi una sfida straordinaria: la possibilità di registrare come Roma riesca a trasformarsi rinnovando la sua tradizione, il suo spirito di accoglienza, la sua necessità di innovazione e di apertura.

Le immagini di Alex Majoli sono dedicate in modo specifico alla “scena drammaturgica” del Giubileo; i volti dei fedeli sono catturati dallo sguardo di Paolo Pellegrin che realizza anche un personale “viaggio dentro Roma”, mentre Diana Bagnoli propone le sue visioni a colori di un misticismo diffuso, mobile, itinerante, in sintonia con lo spirito del Giubileo.

L’attenzione alla realtà vista con sguardo intenso e nuovo, la possibilità di trasfigurare le azioni e i gesti in scene dal forte valore simbolico, l’empatia che contraddistingue il loro lavoro concorrono a offrire un’interpretazione visiva contemporanea, originale e profondamente evocativa del Giubileo a Roma.

dal 26 giugno al 28 settembre 2025 – Sala Zanardelli del Vittoriano – Roma

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Texas Trigger – Luca Santese e Marco P. Valli

The Texas Trigger exhibition, mirroring the recently published eponymous book, retraces the timeline of Santese and Valli’s journey across Texas at the height of the U.S. presidential election campaign, which culminated in Donald Trump’s victory. Over the course of just over a month, they drove approximately 5,000 miles, documenting a wide range of environments that are shaping American society today: immigration policy, the proliferation of firearms, political and cultural tensions, and the ongoing clash between conservative ideals and progressive movements. 
The photographic sequence, almost unchanged from the volume, is arranged in 33 modular frames that reflect the same dimensions and meanings of the triggers in the work. With 71 c-print photographs, the Texas Trigger exhibition also seeks to emphasize the material presence of the images and the narrative tension running through them. The authors will be present at the opening to introduce the project and guide you through the exhibition.

From 4 to 28 September 2025 – Palazzo Grillo, Genova

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SARA MUNARI: LAPILLI

3 – 7 Settembre 2025 – SONOGNO – VERZASCA FOTO FESTIVAL

LAPILLI: Fin dall’antichità, i vulcani sono stati considerati simboli della furia degli dei, porta dell’inferno o donatori di beni. Sono temuti e ammirati in egual misura. Ogni volta che esplode un vulcano, vengono riesumate vecchie leggende e teorie che si muovono tra terrore e fantascienza.
E perché questa violenta eruzione? E perché adesso? E perché tanta distruzione e tanti morti? Cosa c’è veramente nelle profondità della terra?
I libri scientifici teorizzano cosa riempie la palla rotante in cui viviamo: la crosta terrestre, le placche tettoniche, il magma…e se fosse qualcos’altro di insidioso e molto più perverso? Finora nessuno si è tuffato nelle profondità del pianeta per attestare cosa c’è là, a parte gli avventurieri di Viaggio al centro della Terra, il romanzo di Jules Verne. Pura finzione, ma terrificante.
Per i greci e i romani, i vulcani e le loro eruzioni erano associati a manifestazioni divine. Il Cristianesimo li ha considerati come l’opera di Satana o come segno divino. Quando avviene un’eruzione, soprattutto nei paesi latini, viene posta una Madonna per bloccare l’evento e sembra che in qualche caso sia avvenuto
Le menti degli uomini di fronte a un’eruzione vulcanica, sono affascinate dall’indiscutibile bellezza e magia di quei fuochi che sembrano uscire dall’inferno stesso.

Il mio lavoro esplora il connubio tra l’imponente potenza dei vulcani e l’umanità, tentando di raccontare il modo in cui queste maestose formazioni naturali hanno influenzato le credenze, le leggende e le pratiche religiose e come invece, nel rapporto reale, la vicinanza con questi monti condizioni e cambi “il vivere” effettivo. Gli spettatori saranno invitati a esplorare come le eruzioni vulcaniche siano state interpretate come segni divini o punizioni, e come abbiano influenzato la vita e la cultura delle popolazioni circostanti nel corso dei secoli.
Senza le premesse scientifiche, cosa è sembrato agli abitanti di tanti secoli precedenti? Paura, sicuramente stupore, si aggiungono all’infinito dell’inspiegabile, come tante cose dell’universo. Le leggende sono un tipo di narrazione che manca di un autore specifico e di una versione originale conosciuta, si trasmettono di generazione in generazione, soprattutto oralmente, e raccontano di eventi soprannaturali, fantastici o religiosi, localizzati in un luogo e in un tempo ben preciso della storia. Storia che aiuta a renderli più credibili. Le leggende sopravvivono al passare del tempo cambiando il loro contenuto e adattandosi alle nuove generazioni, che lo modificano e lo adattano al loro modo di vivere o, al contrario, lo dimenticano.
Nella realtà, il vulcano è una struttura geologica molto complessa, generata all’interno della crosta terrestre dalla risalita, in seguito ad attività eruttiva, di massa rocciosa fusa, il magma, formatasi al di sotto o all’interno della crosta terrestre.
La fuoriuscita di materiale è detta eruzione e i materiali eruttati sono lava, cenere, lapilli, gas, scorie varie e vapore acqueo. La forma e l’altezza di un vulcano dipendono da vari fattori tra cui l’età del vulcano, il tipo di attività eruttiva, la tipologia di magma emesso e le caratteristiche della struttura vulcanica sottostante al rilievo vulcanico.
Sulla superficie terrestre il 91% dei vulcani è sottomarino (in gran parte situati lungo le dorsali medio oceaniche), mentre circa 1500 sono quelli oggi attivi sulle terre emerse.
In questo lavoro sono stati visitati i vulcani europei per indagare visivamente quel filo che corre tra realtà, leggenda e religione.

Lavoro completo 40 opere tra foto e tele

Durante il festival, offriamo una serie di mostre all’aperto e all’interno, presentazioni e incontri tra artisti e comunità locale, visite guidate, letture portfolio, proiezioni di progetti e musica dal vivo.
La nostra curatela si concentra su diversi temi accomunati da un profondo interesse per l’umanità, con i suoi sentimenti, le sue posizioni e il suo rapporto con l’ambiente circostante. Le nostre esposizioni esplorano realtà e narrazioni regionali e internazionali, con un’attenzione particolare alla diversità, all’inclusività e alla conservazione.

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SI FEST 2025: GEOGRAFIE VISIVE

SI FEST 2025: GEOGRAFIE VISIVE

Torna a Savignano sul Rubicone, per tre weekend consecutivi, uno degli appuntamenti più longevi e significativi nel panorama della fotografia italiana: SI FEST, giunto quest’anno alla sua 34ª edizione.
Il Festival, in programma dal 12 al 28 settembre 2025, è un progetto dell’associazione Savignano Immagini, promosso dal Comune di Savignano sul Rubicone, con la direzione artistica affidata a un comitato scientifico composto da Manila Camarini, Francesca Fabiani, Jana Liskova e Mario Beltrambini.

GEOGRAFIE VISIVE – Il tema 2025
In un’epoca segnata da fratture ambientali, tensioni geopolitiche, migrazioni forzate e identità in trasformazione, Geografie Visive nasce come invito a ripensare il modo in cui abitiamo il mondo non solo nello spazio fisico, ma anche nei luoghi della memoria, della percezione, dell’immaginazione.

Il tema scelto per il 2025 si propone di mappare i territori visibili e invisibili dell’esperienza contemporanea, attraverso linguaggi fotografici che esplorano il paesaggio naturale, urbano e interiore. La fotografia diventa così uno strumento per decifrare ciò che muta, per riconoscere ciò che persiste, per dare forma a ciò che ancora non ha un nome.

Attraverso Geografie Visive, SI FEST continua il suo lavoro di indagine culturale sul presente, raccogliendo e intrecciando sguardi provenienti da luoghi, storie e sensibilità diverse, in un momento storico che richiede ascolto, complessità e immaginazione.

“Viviamo un tempo in cui i confini si spostano, si sfaldano, si ridefiniscono. I confini tra uomo e ambiente, tra vero e artificiale, tra intimo e collettivo. Abbiamo scelto Geografie Visive perché sentiamo l’urgenza di costruire nuove mappe – non per orientarsi, ma per comprendere. Ogni fotografia di questa edizione è una traccia: un frammento di paesaggio, una memoria incisa, una soglia che ci aiuta a leggere il presente e a immaginare il futuro.” — Comitato artistico del SI FEST

Alcuni nomi già confermati ci parlano della direzione intrapresa: Hashem Shakeri, autore iraniano tra i più lucidi interpreti delle fratture contemporanee, porta un lavoro potente sull’Afghanistan dopo il ritorno dei Talebani. Le sue immagini raccontano un mondo precipitato nel buio: donne private del diritto all’istruzione, minoranze perseguitate, esistenze invisibili. Ma nella scelta poetica della composizione e nell’empatia dello sguardo, Shakeri ci restituisce la dignità della resistenza. Ogni immagine è una soglia sospesa tra silenzio e grido, testimonianza e speranza. Una narrazione tanto dura quanto necessaria, che rifiuta il sensazionalismo e cerca invece la complessità. A cura di Manila Camarini. 

A raccogliere la sfida dell’attualità è anche Skagit Valley di Michael Christopher Brown, autore già noto per il suo lavoro realizzato con lo smartphone durante la rivoluzione libica. Il progetto riflette sul futuro dell’agricoltura e della vita rurale nella Skagit Valley, stato di Washington, attraverso immagini generate interamente da intelligenza artificiale. In un paesaggio post-apocalittico, distorto e visionario, l’AI diventa strumento per indagare ciò che resta – o potrebbe restare – della relazione tra uomo e natura. Un lavoro che spinge la fotografia documentaria oltre i suoi confini tradizionali, interrogando il ruolo dell’immagine nell’evocare scenari possibili e nel rappresentare un reale ancora inesistente. A cura di Manila Camarini.

Dalla finzione visionaria al rigore assoluto della testimonianza: Where the World is Melting del fotografo islandese Ragnar Axelsson – da oltre quarant’anni testimone delle comunità artiche – ci conduce nei ghiacci dell’Artico, tra Groenlandia, Siberia e Islanda. Le sue immagini in bianco e nero non sono semplici reportage, ma elegie visive su un mondo che si sta sciogliendo: quello delle comunità artiche, dei loro animali, delle loro tradizioni, dei loro paesaggi. In ogni fotografia si percepisce l’urgenza di uno sguardo che resiste al tempo, e che chiede di essere ascoltato prima che sia troppo tardi.

Se in Axelsson la resistenza è geoclimatica, in Spandita Malik diventa invece gesto politico e corporeo. L’artista indiana, basata a New York, intreccia fotografia e artigianato in una pratica corale e femminista che restituisce voce a donne sopravvissute alla violenza domestica. In Jāḷī—Meshes of Resistance, Malik stampa i loro ritratti su khadi, tessuto legato alla resistenza gandhiana, e le invita a ricamarli. Ogni opera è unica, costruita a quattro mani, in un dialogo profondo tra soggetto e fotografa. È così che l’immagine si trasforma in spazio di autodeterminazione: la donna non è più oggetto del racconto, ma autrice della propria rappresentazione. Una delle mostre più intime e radicali dell’intero Festival.

Dalla resistenza politica e corporea di Malik si passa allo sguardo che custodisce e preserva il fragile nell’opera di Evgenia Arbugaeva. L’artista russa racconta la Siberia artica con uno stile sospeso tra il reportage e la fiaba. I suoi scatti – colorati, onirici, pervasi di silenzio – trasportano lo spettatore in un altrove incantato, dove la realtà sembra sciogliersi nella luce. In un tempo accelerato e caotico, Arbugaeva ci invita a rallentare, ad ascoltare i ritmi lenti della natura, a riconoscere la bellezza fragile dell’invisibile. È forse questa una delle geografie più sottili e preziose: quella che sfugge, quella che resta negli occhi quando la luce si spegne. A cura di Manila Camarini. 

Un invito al silenzio e all’ascolto che ritroviamo anche in Doppia Uso Singola, il progetto di Lorenzo Urciullo – in arte Colapesce – a cura di Patricia Armocida, che porta per la prima volta in un festival di fotografia il suo universo visivo. Cantautore tra i più originali e apprezzati della scena musicale italiana, autore di graphic novel, spettacoli teatrali e colonne sonore, Colapesce firma con Doppia Uso Singola un lavoro fotografico intimo e stratificato, nato da oltre dieci anni di scatti raccolti durante viaggi, tournée, ritorni a casa. Camere d’albergo vuote, oggetti dimenticati, interni familiari: in queste immagini si riflettono la solitudine, il transito, la costruzione dell’identità in un tempo incerto e nomade. Nessuna figura è presente, eppure ogni spazio è carico di tracce umane, di tensione affettiva, di storie invisibili. Tra malinconia e pudore, queste immagini raccontano la solitudine come condizione esistenziale, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, la vita in transito di chi è sempre altrove. 

Accanto ai progetti già citati, il percorso espositivo comprende una selezione di mostre che approfondiscono temi chiave del presente. La tedesca Barbara Diener esplora il desiderio di appartenenza e la spiritualità nelle comunità rurali tra Europa e Stati Uniti. L’iraniano Khashayar Javanmardi documenta l’agonia ecologica del Mar Caspio, lago senza sbocco minacciato dall’inazione politica. L’italiana Roselena Ramistella, attraverso un viaggio a dorso di mulo nei sentieri montani della Sicilia, restituisce un ritratto autentico della vita rurale contemporanea. Il franco-palestinese Taysir Batniji indaga il senso di perdita e l’esilio attraverso le chiavi di casa di chi ha dovuto abbandonare Gaza. La mostra collettiva “Oltre la soglia”, in occasione degli 80 anni della cooperativa Cocif, intreccia archivi e immagini contemporanee in un progetto inedito firmato da Mario Cresci.

Completano il programma i lavori premiati di Federico Estol (Uruguay), Aleks Ucaj (Albania/Italia) e Fabio Domenicali (Italia), il racconto corale dell’alluvione in Romagna, i laboratori con le scuole, e due importanti omaggi a Marco Pesaresi: uno dedicato al legame con la città di Bellaria Igea Marina, mentre l’altro – che si svolgerà a Rimini – è ispirato al libro Rimini di Pier Vittorio Tondelli ed è concepito come un dialogo tra il suo testo e le fotografie di Marco.

Dal 12 Settembre 2025 al 28 Settembre 2025 – Savignano sul Rubicone (FC)

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Ragusa Foto Festival 2025

Cristina Vatielli, dalla serie Terra Mater
© Cristina Vatielli | Cristina Vatielli, dalla serie Terra Mater

Un intero quartiere che si trasforma in una galleria d’arte contemporanea nel cuore del barocco ibleo, nel Val di Noto. Ragusa Ibla, tra i borghi più suggestivi d’Italia, assume il ruolo di una destinazione culturale dove la bellezza della Sicilia dialoga con la fotografia contemporanea internazionale. È questo lo scenario del Ragusa Foto Festival, prima rassegna siciliana di respiro internazionale dedicata ai diversi linguaggi della fotografia contemporanea e alla valorizzazione dei giovani artisti. In questi anni il Festival, ideato e diretto da Stefania Paxhia, giornalista e ricercatrice sociale, ha saputo unire la ricerca artistica all’attenzione per il territorio, trasformando Ibla, quartiere più antico della città, in una vera e propria piattaforma espositiva diffusa tra i magnifici palazzi iconici – Palazzo Cosentini, Palazzo La Rocca, Auditorium San Vincenzo Ferreri – e i luoghi della vita quotidiana, come il Giardino Ibleo, cuore verde e quartier generale del Festival.

Patrocinata dalla Commissione Italiana UNESCO
, la tredicesima edizione, “Oltre l’apparenza”, sotto la direzione artistica di Massimo Siragusa, fotografo e docente di fotografia, in programma dal 28 agosto al 28 settembre, apre con quattro giornate inaugurali – dal 28 al 31 agosto – e un programma ricco di appuntamenti. Talk, letture portfolio, premi, workshop, seminari, proiezioni, visite guidate e presentazioni di libri, animeranno il lungo weekend insieme ad autori, critici, fotografi, curatori e professionisti del settore, provenienti da tutta Europa, per incontrare tanti giovani e appassionati di fotografia.
Grazie alla capacità della fotografia di rendere visibile ciò che spesso diamo per scontato, Jessica BackhausStefano De LuigiCharles FrégerMaria LaxMaud RallièreAlessia RolloJohannes Seyerlein e Cristina Vatielli sono gli artisti in mostra che ci offriranno la loro visione sul tema di quest’anno. Insieme al progetto dedicato al territorio di Francesca Todde, giovane artista di respiro internazionale, in Residenza a Ragusa grazie al sostegno di Fondazione “Cesare e Doris Zipelli” della Banca Agricola Popolare di Sicilia.

Tra i progetti esposti, il corto “Compagni di Viaggio”, diretto da Sara De Martino e prodotto da Fondazione Con il Sud; grazie alla collaborazione con lo IED di Roma (Istituto Europeo di Design), un lavoro interdisciplinare sul tema di quest’anno, realizzato dagli studenti del II° anno, per offrire una concreta opportunità di crescita professionale e creativa. In mostra la vincitrice del premio Miglior Portfolio 2024, Flora Mariniello, e il progetto in menzione di Antonello Ferrara.

Inoltre, quest’anno saranno in mostra i progetti selezionati con due call internazionali che hanno raggiunto un risultato sorprendente, che attesta l’attenzione e la partecipazione diffusa in tutto il mondo ed evidenzia la voglia di esporre al Ragusa Foto Festival. Andrew RovenkoDanae PanagiotidiMelisa OechsleO’Shaughnessy Francis e Cataldo – De Marzo sono i fotografi selezionati tra 250 candidature per la call dedicata alla fotografia analogica, realizzata insieme al collettivo Analog Milano. Risultato importante anche per la call dedicata al Circuito OFF del Festival, curata da Alfredo Corrao e da Emanuela Alfanocon la collaborazione del Circolo Fotografico ASA 25 di Vittoria (Rg), con 148 candidature e un totale di 625 immagini inviateda tutto il mondo, segno tangibile di un dialogo costante tra visioni locali e sguardi globali. Circa 40 gli autori selezionati che saranno esposti sia on line, in un’apposita sezione del sito del Festival, sia presso le diverse realtà che hanno aderito al progetto del Circuito Off.

Tra gli appuntamenti imperdibili delle giornate inaugurali, la presentazione della riedizione del libro “Viaggio in Italia”diLuigi Ghirri, in collaborazione con il MUFOCO, Museo della Fotografia Contemporanea, presentata dal curatore Matteo Balduzzi e da Carmelo Arezzo, presidente della Fondazione Cesare e Doris Zipelli di Baps, seguita dalla proiezione del film “Viaggio in Italia vent’anni dopo”.

Occasione preziosa per aspiranti fotografi e appassionati per confrontarsi con esperti, sono le Letture Portfolio che culminano con l’assegnazione del Premio Miglior Portfolio, un premio in denaro e l’esposizione del progetto vincitore nella prossima edizione del festival. I lettori di quest’anno rappresentano un panorama ricco e autorevole della scena fotografica contemporanea: Benedetta Donato, curatrice e direttrice del Premio Romano Cagnoni Award; Denis Curti, curatore delle Stanze della Fotografia di Venezia; Jessica Backhaus artista e fotografa internazionale; Tiziana Faraoni,photo editor de L’Espresso; Irene Alison, curatrice del “Rifugio Digitale” di Firenze e fotografa; Claudio Corrivetti, fondatore di Postcart Edizioni; Alessia Paladini, curatrice e fondatrice della Alessia Paladini Gallery; Paola Sammartano, inviata del magazine internazionale  “L’Oeil de la Photographie”.

Dal 28 Agosto 2025 al 28 Settembre 2025 – Ragusa – Sedi varie

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Grenze Arsenali Fotografici. VII Edizione

Tianyu Wang, Hidng and Seeking
© Tianyu Wang | Tianyu Wang, Hiding and Seeking

Inaugura venerdì19settembre a Verona l’ottava edizione del Festival Grenze-Arsenali Fotografici, il festival Internazionale di Fotografia che coinvolge il quartiere di Veronetta e il Bastione delle Maddalene.
Il concept di quest’anno è “Anfällig”, cagionevolevulnerabilefragile, da un momento all’altro può cadere o ricadere.  Non siamo del tutto guariti ma ritorniamo nel mondo con una nuova delicatezza.
Il concept di Grenze 2025 – pensato dalla direzione artistica di Francesca Marra e Simone Azzoni – propone di esplorare la debolezza insita nelle cose, nelle persone e nelle situazioni quotidiane. Interpretare come la fragilità si manifesti, sfumando il confine tra la vita e la sua instabilità.
“Cagionevole”, dal latino causionabilis, “che può essere causato”. Siamo indeboliti dalle incertezze, influenzati, e influenzabili dal dubbio. Precari, con l’equilibrio sempre in bilico. Difficile affrontare le sfide con stabilità e forza, fermezza. Nell’apparente sicurezza, siamo minacciati e non possiamo resistere.
“Cagionevole” diventa così l’esposizione nuda alla bellezza nella debolezza, senza nascondere la sofferenza o l’incertezza che essa comporta. La fotografia diventa uno strumento per trasformare la fragilità in parte essenziale e inevitabile della nostra umanità.
Il Festival è organizzato in collaborazione con Assessorato ai Rapporti UNESCO e l’Assessorato alla Cultura – Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri del Comune di Verona.
Ad affiancare la direzione artistica ci sarà la curatela di Erik Kessels, artista, designer e curatore olandese. Colleziona fotografie che trova nei mercati delle pulci, nelle fiere, nei negozi dell’usato, ricontestualizzandole e pubblicandole con KesselsKramer Publishing. “Un maestro nel trovare vecchi album di famiglia, mostrandoceli sotto un nuovo volto, nella loro mondana bellezza e stranezza. È interessato dalle storie contenute nelle fotografie, piuttosto che dalle fotografie in sé”.
MAIN PROJECT Progetto d’eccezione all’ottava edizione del festival sarà Vida Detenida di Pedro Almodóvar. La mostra in esclusiva assoluta per l’Italia, raccoglie Still Life di oggetti quotidiani tolti dallo splendore del Pop cinematografico del regista spagnolo e abbandonati ad un riposo, ad una quiete domestica che ne rivela la malinconica e solitaria natura.
Le opere sono gentilmente prestate da Opera Gallery di Madrid. Abbinato alla mostra, curata da Simone Azzoni, il catalogo di LazyDogPress.
La mostra sarà allestita nello spazio de Il Meccanico di Via San Vitale 2b.
MAIN SECTION ➔    Bastione delle Maddalene – Vicolo Madonnina 12
Quattro i progetti esposti al Bastione selezionati dalla call:
◆     Nuno Alexandre Serrão con IcebergsUnderstanding the world by travelling inward:
un progetto intimista, sulla solitudine, sui mondi chiusi al di là dei silenzi, a cura di Simone Azzoni.

◆     FrédériqueDimarco con EIDOLONS: è una riflessione sul risvegliare gli occhi alla vulnerabilità del mondo in cui viviamo e a catturare, anche solo per un istante, la connessione con gli elementi e con il vivente. In relazione ai disturbi visivi, la fotografa sviluppa una tensione tra apparizione e scomparsa. A cura di Francesca Marra.
◆     Tianyu Wang con Hiding and Seeking che utilizza la performance art come processo creativo e le immagini come mezzo per far riflettere sulla violenza. A cura di Erik Kessel.
◆     Florine Thiebaud con COMING BACK, in cui l’artista dà voce ad un tremendo tumulto interiore. A cura di Erik Kessel.
➔    Prosegue invece la collaborazione e la rete con altre realtà Internazionali che si occupano di fotografia con i progetti
◆     Katarina Marković con InPassing – in collaborazione con Belgrade Photo Month e Sarajevo Photography Festival.
◆     Emanuela Cherchi con Tumbarino, selezionato dal Premio MUSA.
➔    – Il Meccanico, Via San Vitale 2B
◆     Alfio Tommasini con Via Lactea. L’autore ha visitato per lo più piccoli agricoltori e allevatori di bovini nelle Alpi e nelle Prealpi, nonché i grandi laboratori di latte e di inseminazione in Svizzera. Via Lactea presenta paesaggi che si estendono attraverso cinque inverni, oltre a dettagliati e al tempo stesso intimi e pittorici, ritratti di contadini e animali da fattoria. Tommasini intraprende uno studio visivo del rapporto tra uomo, animali e topografia nel contesto di un’agricoltura e di un’industria casearia in rapida evoluzione e sempre più meccanizzata.
SEZIONE OFF La sezione a cura di Lisangela Perigozzo arriva quest’anno a Veronetta.
Negozi, bar e locali ospiteranno durante tutto il festival i progetti di
●      Francesco Anderloni con Suspensia

●      Toby Binder con Common future for a Divided Youth

●      Federica Carducci con Yet still, rebirth. In the ordinary ache of waking

●      Francisco Macfarlane con Codificaciones

●      Marco Sempreboni con Impermanenze

●      Romina Zanon con Disperso e presente

Il progetto URBAN celebra la prima sinergia d’intenti tra Grenze e Tocatì:
➔    fotografia manifesta / poster photography.
In collaborazione con AssociazioneGiochiAntichi: nel quartiere di Veronetta saranno affissi i manifesti con uno dei celebri scatti di Dario Mitidieri, “Children playing in Gorazde, Bosnia 1995”: due bambini che nonostante la guerra, scendono da una discesa su un carrettino di legno.

Dal 19 Settembre 2025 al 20 Ottobre 2025 – Bastione delle Maddalene – Verona

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PASSAGGI. Mario Giacomelli e Simone Massi

n occasione del centenario della nascita del Maestro della fotografia del Novecento Mario Giacomelli, il Premio nazionale Gentile da Fabriano e l’Associazione Gentile Premio presentano a Zona Conce a Fabriano, dal 21 giugno al 19 ottobre 2025, la mostra “Passaggi. Mario Giacomelli e Simone Massi” curata da Gianluigi Colin e Galliano Crinella: un inedito confronto tra il celebre fotografo e Simone Massi illustratore, autore, regista e maestro dell’animazione, entrambi marchigiani. Due linguaggi, lontani cronologicamente ma estremamente connessi nella rappresentazione della realtà, che svelano affinità elettive.

La mostra, resa possibile dal contributo di Diatech Pharmacogenetics, realizzata in collaborazione con l’Archivio Mario Giacomelli, Carifac’Arte e Zona Conce e con il patrocinio del Consiglio Regionale delle Marche e il Comune di Fabriano Città Creativa UNESCO, sarà l’unica esposizione nella regione Marche che durante l’estate e parte dell’autunno celebrerà Mario Giacomelli, artista cui le Marche hanno dato i natali e che nella sua opera ha raccontato costantemente il territorio marchigiano e le sue radici.

L’esposizione fabrianese vuole essere un tentativo di dare una rappresentazione dell’opera di Giacomelli che va oltre il paesaggio e per questo è stata messa a confronto con le illustrazioni di Simone Massi.

Mario Giacomelli (Senigallia, 1925 – Senigallia, 2000), al quale nel 1997 fu conferito dal Sen. Prof. Carlo Bo il Premio nazionale Gentile da Fabriano alla sua prima edizione, è un fotografo conosciuto e celebrato a livello internazionale. Simone Massi (Pergola, 1970), è un artista che lavora per il cinema, considerato oggi uno dei principali autori di cortometraggi di animazione italiani nel mondo, vincitore di un “David di Donatello”, quattro “Nastri d’Argento” e un Premio “Ennio Flaiano”, oltre che autore della sigla di tre edizioni della “Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia”.

In mostra 35 immagini dalle serie più iconiche di Mario Giacomelli come “Storie di terra”, i seminaristi di “Io non ho mani che mi accarezzino il volto”, “La buona terra”, ma anche “Scanno” e “Lourdes”. Ad affiancarle, altrettanti disegni a matita e pastelli di Simone Massi, che ritrae raschiando, quasi incidendo, la stessa terra, gli stessi volti e le stesse passioni.

Dal 21 giugno al 19 ottobre 2025 – Zona Conce – Fabriano (AN)

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Il Sole Nero. La fotografia africana dal periodo delle indipendenze ai giorni nostri

Il Sole Nero. La fotografia africana dal periodo delle indipendenze ai giorni nostri, Maschio Angioino, Napoli

In occasione del suo anniversario millenario, Napoli si presenta al mondo come una città che guarda al futuro attraverso il dialogo culturale. Il progetto Il Sole Nero si propone come una piattaforma culturale articolata tra Napoli e il continente africano, valorizzando il ruolo della città partenopea come crocevia di culture mediterranee e ponte naturale verso il Sud globale.

Dall’11 agosto al 24 settembre, le Antisale dei Baroni del Maschio Angioino ospitano l’esposizione principale, dedicata alla fotografia africana dal periodo delle indipendenze ai giorni nostri, con oltre 250 opere di 44 artisti e studi fotografici da tutto il continente.

Prodotta da Andrea Aragosa per BlackArt, la mostra è curata da Simon Njami, in collaborazione con Carla Travierso e Alessandro Romanini, con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e del Comitato Neapolis 2500, in collaborazione con il Comune di Napoli e le Università Federico II e L’Orientale. Il Museo delle Civiltà di Roma ha concesso il patrocinio.

Accanto alla sede napoletana, il progetto prevede una seconda fase internazionale, attuata attraverso la rete degli Istituti Italiani di Cultura, dedicata alla dimensione immateriale, rituale e sonora della relazione tra Napoli e l’Africa. E’ in questo quadro che si inserisce la performance musicale in Africa di Enzo Avitabile, concepita come gesto di restituzione e attraversamento simbolico: una musica frutto di una ricerca delle proprie radici ma fortemente connessa con il continente africano e che restituisce e ricollega ciò che la modernità coloniale ha spezzato. Nell’occasione sarà proiettato un video con i contenuti della mostra Il Sole Nero, presso un Istituto italiano in Africa.
Una conferenza istituzionale, aperta al pubblico, con la partecipazione di Simon Njami ed Enzo Avitabile è prevista il giorno 17 settembre presso gli spazi espositivi del Maschio Angioino a Napoli.
Il Sole Nero si configura così come un progetto bilaterale che collega territori, linguaggi e sensibilità, promuovendo una narrazione culturale condivisa tra l’Italia e l’Africa. Un’iniziativa che riflette lo spirito di Neapolis 2500 e le direttrici del Piano Mattei, contribuendo a rafforzare la presenza culturale italiana nei Paesi partner e offrendo a Napoli un ruolo da protagonista nel disegnare nuove geografie della cooperazione culturale.

Illuminanti le parole di Simon Njami: « È impossibile parlare dell’Africa. È impossibile parlarne nei termini convenzionali del mondo dell’arte o dell’Accademia. Perché l’Africa, fin dagli albori dei tempi, è fantasia. Un contenitore fantastico in cui ognuno deposita le proprie angosce, paure o desideri. Come possiamo dunque narrare questo spazio contraddittorio? Come possiamo parlarne nella sua storia e geografia senza rivedere il nostro passato e mettere in discussione ciò che credevamo di aver capito? È fondamentale “disimparare l’Africa”. Ricostruirla con nuovi strumenti. E questi strumenti dipendono dalla contemporaneità. Solo il contemporaneo può tentare di rendere la molteplicità delle dimensioni di un territorio oscuro attraverso la sua trasparenza. Trasparente perché oscuro. ».

Il contributo teorico di Carla Travierso guida la lettura curatoriale della mostra: «Nel contesto post-coloniale, la fotografia africana si afferma come strumento critico e poetico, capace di raccontare un tempo “altro”, che attraversa la frattura storica senza rimuoverla. Non cerca di emulare estetiche europee né di rispondere a immaginari esotici: diventa invece spazio di confronto con l’invisibile e con ciò che la storia ha reso indicibile. Diventa luogo di riconciliazione: non semplice rappresentazione, ma pratica capace di mettere in discussione narrazioni consolidate, genealogie identitarie, categorie estetiche, geografie di appartenenza».

Come osserva la dottoressa Marilù Faraone Mennella, membro del Comitato Neapolis 2500: «Napoli, città plurale e crocevia di saperi e culture, ha oggi l’opportunità di rileggere criticamente la propria storia, mettendo a fuoco la persistenza di immaginari e disuguaglianze. Il Sole Nero, in questa cornice, diventa parte integrante della riflessione che la città propone su sé stessa in occasione del suo anniversario millenario. Una riflessione non celebrativa, ma consapevole, capace di fare della memoria uno strumento attivo e del passato un terreno di confronto».

Il Prefetto di Napoli e presidente del Comitato Neapolis 2500, Michele Di Bari, aggiunge: «In un momento in cui il Mediterraneo è attraversato da tensioni, migrazioni e sfide complesse, Napoli riafferma il suo ruolo di città-ponte: un luogo di dialogo e confronto con l’Africa contemporanea e la sua diaspora. Crediamo che solo attraverso una profonda conoscenza del passato e una cultura inclusiva, radicata nel rispetto e nel dialogo, si possa costruire una società più equa e aperta, capace di affrontare con coraggio le sfide del presente e del futuro».

Il Sole Nero partecipa alla ridefinizione del ruolo culturale di Napoli nello scenario internazionale, offrendo uno spazio di confronto, consapevolezza e rigenerazione culturale.

La mostra raccoglie in 91 cornici più di 250 opere di 44 artisti e studi fotografici. Tra questi: Omar Said Bakor, N.V. Parek, Malik Sidibé, Mama Casset, Salla Casset, Seydou Keita, Ambroise Ngaimoko, Jean Depara, Sanlé Sory, Studio Venavi, Tidiani Shitou, J.D. Okhai Ojeikere, Mory Bamba, Oumar Ly, Sanou Bakari, Bassirou Sanni, Cornelius Azaglo, Francis Ahehehinnou, Michel Kameni, Mombasa Studio, Adama Kouyaté, Ricardo Rangel, Adeghola Photo, Clement Fumey, Danisco Studio, Ali Maiga, Photo Sedab, Studio Mehomey, Studio Kwanyainchi, K.W. Ambroise, Studio Begbawa, W.K. Jerome, Islam Photo, M.A. Aliou, Maison Osseni, Photo Belami.

Dal 11 Agosto 2025 al 24 Settembre 2025 – Castel Nuovo – Maschio Angioino – Napoli

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Mostre di fotografia consigliate per maggio

Sono tante e super interessanti le mostre che vi segnaliamo per maggio, non perdetevele!

Anna

Hot Pot – Autori Vari

“Hot Pot” (l’Hot pot consiste in molte varietà di stufato dell’est asiatico) prende il nome da un diffuso piatto che si consuma in Cina, simbolo di condivisione e fusione di sapori, riflettendo l’idea di un melting pot culturale e sociale. Otto autori diversi, otto prospettive uniche, un’unica narrazione visiva: quella della cultura contemporanea cinese e delle sue trasformazioni. Il lavoro si presenta come un affascinante mosaico di immagini che esplorano i cambiamenti sociali, culturali e architettonici delle città moderne. Ciascuno degli otto fotografi coinvolti ha scelto un tema specifico, fornendo un contributo personale e originale che si inserisce nel quadro complessivo della mostra. Gli autori hanno esplorato il concetto di fluidità nella vita urbana, documentando i mutamenti nei flussi di persone all’interno delle metropoli, catturando l’essenza del movimento costante e della trasformazione, raccontando storie di individui che vivono e lavorano negli ambienti urbani, offrendo uno spaccato della diversità dell’esperienza umana segnata da vita che potrebbe essere considerata comune in più luoghi del mondo per arrivare agli eccessi di cui la società cinese è intrisa. Sono state raccontate le nuove forme architettoniche che stanno ridefinendo lo skyline urbano, mettendo in luce l’innovazione e la creatività che caratterizzano la progettazione degli spazi contemporanei per arrivare al racconto di angoli dimenticati immortalando edifici e spazi che raccontano storie che evocano sensazioni di nostalgia e dando ampio spazio a riflessioni e sentimenti contrastanti. Il dialogo tra tradizione e modernità, documenta come le pratiche culturali tradizionali si integrano e si trasformano nella società contemporanea, celebrando la resilienza e l’adattabilità delle culture urbane così come l’impatto della tecnologia sulla vita quotidiana, mostrando come dispositivi digitali e connessioni virtuali stiano ridisegnando le interazioni umane e gli spazi pubblici, offrendo uno sguardo critico sulle nuove dinamiche sociali. Interessante l’esplorazione del concetto di identità collettiva e il ruolo degli spazi pubblici come luoghi di aggregazione e confronto, evidenziando l’importanza di questi spazi nel favorire la coesione sociale e il senso di comunità. “Hot Pot” è una sinfonia visiva che invita il pubblico a riflettere sulle molteplici dimensioni della vita urbana contemporanea in Cina. Ogni fotografo contribuisce con il proprio linguaggio visivo, creando un’esperienza ricca e stratificata che rispecchia la complessità della società odierna. Questa mostra rappresenta un’opportunità unica per immergersi nei cambiamenti che stanno ridisegnando le città cinesi e, attraverso gli occhi degli otto autori, si possono esplorare le molteplici sfaccettature della cultura attuale, un piccolo viaggio attraverso il tempo e lo spazio urbano, un dialogo visivo che invita alla contemplazione e alla scoperta della Cina contemporanea.

Sara Munari

Dal 9 all’11 maggio 2025 – Spazio Raw – Milano

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Mario Giacomelli. Il fotografo e il poeta

Mario Giacomelli, <em>Io non ho mani che mi accarezzino il volto</em>, 1961-1963 
© Archivio Mario Giacomelli – Simone Giacomelli | Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961-1963

 Dal 22 maggio al 7 settembre 2025, nel primo Centenario dalla nascita di Mario Giacomelli, Palazzo Reale ospita una grande mostra retrospettiva, con oltre 300 opere fotografiche originali tra vintage e stampe d’epoca, documenti e materiali d’archivio.

In un suggestivo percorso narrativo, costruito su grandi capitoli cronologici, che si snodano attraverso le serie fotografiche ispirate alle letture dei grandi poeti, la mostra celebra il tema cardine di una fotografia come racconto, strutturato con il linguaggio dell’inconscio.

Il progetto espositivo si completa con la mostra dedicata alle metamorfosi della materia e alla sua concezione performativa della fotografia, che si terrà al Palazzo delle Esposizioni di Roma.
Con questa inedita collaborazione si intende documentare e rileggere criticamente l’intero percorso umano e artistico di uno dei più grandi fotografi del nostro tempo. 

Dal 22 Maggio 2025 al 07 Settembre 2025 – Palazzo Reale – Milano

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Robert Mapplethorpe. Le forme del classico

Robert Mapplethorpe, Self Portrait, 1975
© Robert Mapplethorpe Foundation | Robert Mapplethorpe, Self Portrait, 1975

Robert Mapplethorpe. Le forme del classico è una mostra retrospettiva che racconta la storia del grande artista statunitense, audace protagonista nel panorama della fotografia internazionale. In particolare, le oltre 200 immagini esposte porteranno i visitatori a scoprire la dimensione classica dell’evoluzione intrapresa da Mapplethorpe e il suo dialogo con la scultura antica, ponendo l’attenzione sulla sua ricerca della perfetta sinuosità. 

Dalle fotografie di corpi maschili e femminili a quelle di fiori, dai primissimi collage ai ritratti e agli autoritratti, la poetica dell’artista emerge dirompente anche grazie ad Antartica, l’idropittura scelta per l’allestimento del progetto firmata da San Marco, brand di punta dell’omonimo Gruppo. Leader in Italia nel settore delle pitture e vernici per l’edilizia professionale e per l’interior design, San Marco Group è infatti sponsor di Fondazione Cini e partner de Le Stanze della Fotografia: ancora una volta l’azienda conferma il suo impegno verso il territorio, nonché il forte e continuo legame che unisce il mondo dei colori a quello dell’arte. 

Le nuance in cui è declinata la soluzione messa a disposizione per la mostra hanno lo scopo di accompagnare il percorso espositivo, riflettendo la fluidità della ricerca artistica intrapresa dal fotografo attraverso sfumature cromatiche che segnano le diverse sezioni: è il rosa salmone il primo colore ad accogliere gli ospiti, seguito da diverse declinazioni di lavanda che trasformano gli ambienti, immergendoli nel blu. A questo punto irrompe un rosso intenso, che ha il ruolo di enfatizzare il fulcro del viaggio nell’arte di Mapplethorpe: la sezione dedicata alla connessione tra fotografie di statuaria classica e ritratti contemporanei che ne reinterpretano pose e gesti. 

Oltre che per l’impatto estetico ideale per vestire al meglio un contesto di così alto valore, Antartica si distingue per una serie di caratteristiche tecniche che ne fanno una scelta ottimale: a partire dall’elevato potere coprente, che permette di mascherare le imperfezioni e di ottenere così finiture dall’aspetto opaco e uniforme. Inodore e facile da applicare, è priva di formaldeide e plastificanti, e assicura basse emissioni di VOC per un maggior benessere abitativo.

Non solo: la soluzione di San Marco vestirà di un elegante grigio le pareti delle sale che ospiteranno la mostra Maurizio Galimberti tra Polaroid/Ready Made e le Lezioni Americane di Italo Calvino, valorizzando alcuni tra i più iconici mosaici fotografici dell’artista, esposti a Venezia dal 10 aprile al 10 agosto 2025. 

Dal 10 Aprile 2025 al 06 Gennaio 2026 – Le Stanze della Fotografia – Isola di San Giorgio (Venezia)

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World Press Photo Exhibition 2025

World Press Photo Exhibition 2025

Anche quest’anno Palazzo Esposizioni Roma ospiterà la mostra World Press Photo 2025.

Il 17 aprile saranno annunciate le foto vincitrici e la foto dell’anno della 68ª edizione del prestigioso contest di fotogiornalismo che dal 1955 premia ogni anno i migliori fotografi professionisti, contribuendo a costruire la storia del giornalismo visivo mondiale.

Nel 2025 sono state ricevute 59.320 candidature da 3.778 fotografi di 141 Paesi. Le foto vincitrici sono state scelte da sei giurie regionali e i vincitori selezionati da una giuria globale indipendente, composta dai Presidenti delle giurie regionali e dal Presidente della giuria globale, Lucy Conticello (direttore della fotografia di M, il magazine di Le Monde) che ha dichiarato: “Per quanto il premio del World Press Photo Contest sia un immenso riconoscimento per i fotografi, che spesso lavorano in circostanze difficili, è anche un riassunto dei principali eventi mondiali, seppure incompleto. Come giuria abbiamo cercato immagini su cui le persone potessero soffermarsi a riflettere”.

Dal 06 Maggio 2025 al 08 Giugno 2025 – Palazzo Esposizioni Roma

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Mario Giacomelli. Il fotografo e l’artista

Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961-63
© Archivio Mario Giacomelli | Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961-63

“La fotografia è un’alchimia: i materiali e i procedimenti sono simbolici e l’artista mette in gioco sé stesso, il proprio percorso esistenziale”

In occasione del centenario della nascita di Mario Giacomelli, l’Archivio Giacomelli ha promosso una serie di iniziative volte a celebrare l’eredità artistica e culturale di uno dei più grandi maestri della fotografia italiana. Il cuore delle celebrazioni sarà un importante progetto espositivo che si svolgerà simultaneamente a Roma, presso Palazzo Esposizioni, e a Milano, a Palazzo Reale, offrendo due percorsi complementari che approfondiranno le molteplici sfaccettature del lavoro di Giacomelli.
Curato da Bartolomeo Pietromarchi e Katiuscia Biondi Giacomelli, il progetto espositivo proporrà una vasta selezione dell’intera opera fotografica del maestro, sottolineandone la straordinaria capacità di attraversare e contaminare diverse discipline artistiche. Entrambe le mostre saranno composte da circa 300 stampe originali, molte delle quali inedite e mai esposte. A Roma, il focus sarà sulle relazioni tra l’opera di Giacomelli e le arti visive contemporanee. Milano, invece, dedicherà la mostra al profondo legame di Giacomelli con la poesia, evidenziando come la sua ricerca si intrecci con l’universo lirico, trasformando l’immagine in una forma di narrazione poetica.

La mostra a Palazzo Esposizioni Roma Mario Giacomelli. Il fotografo e l’artista, si sviluppa come un percorso attraverso diverse stanze tematiche, proponendo una serie di dialoghi tra l’opera di cinque grandi maestri dell’arte e della fotografia contemporanea, Afro Basaldella e Alberto Burri, Jannis Kounellis, Enzo Cucchi, Roger Ballen, e alcune serie fotografiche di Mario Giacomelli.

Al cuore del percorso espositivo si trova una sala interamente dedicata alla celebre serie Io non ho mani che mi accarezzino il volto (1961-1963), che, nei primi anni Sessanta, ha consacrato Mario Giacomelli sulla scena internazionale. Concepita come una vera e propria installazione, la sala restituisce l’energia e il movimento circolare che animano la serie, esaltandone la dimensione performativa. Le immagini dei giovani seminaristi, sospese tra gioco e spiritualità, si fanno pura poesia visiva, capaci ancora oggi di emozionare e coinvolgere lo spettatore con la loro intensità senza tempo.


Dal 20 Maggio 2025 al 03 Agosto 2025 – Palazzo Esposizioni Roma

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Dorothea Lange

Dorothea Lange, <em>Madre migrante. Raccoglitori poveri di piselli in California. Madre di sette figli. Età: trentadue - Nipomo</em>, California. 1936 - The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington
Dorothea Lange, Madre migrante. Raccoglitori poveri di piselli in California. Madre di sette figli. Età: trentadue – Nipomo, California. 1936 – The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington

Dal 13 maggio al 19 ottobre 2025, il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino presenta la mostra Dorothea Lange, a cura di Walter Guadagnini e Monica Poggi, che attraverso un centinaio di scatti celebrano la fotografa americana a 135 anni dalla nascita.
 
Un percorso che ha inizio tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento, quando la Lange si fa testimone cruciale di alcuni degli eventi epocali che avrebbero modificato l’assetto economico e sociale degli Stati Uniti, su tutti il crollo di Wall Street, e che la spingono ad abbandonare il mestiere di ritrattista per documentare l’attualità.
 
Tra questi c’è il viaggio che nel 1935 intraprende con l’economista Paul S. Taylor, che sposa alcuni anni dopo, per raccontare le drammatiche condizioni di vita in cui versano i lavoratori del settore agricolo delle aree centrali del Paese, colpito dal 1931 al 1939 da una dura siccità, il fenomeno delle Dust Bowl, le ripetute tempeste di sabbia raccontate anche da John Steinbeck nel romanzo Furore (1939) e nella sua versione cinematografica di John Ford (1940), ispiratosi proprio alle fotografie scattate da Lange.
 
L’adesione al programma governativo Farm Security Administration, nato con lo scopo di promuovere le politiche del New Deal, consente a Lange di viaggiare per gli Stati Uniti e raccontare i luoghi e i volti della povertà. Dalle piantagioni di piselli della California a quelle di cotone degli Stati del Sud, dove la segregazione razziale genera forme di sfruttamento particolarmente degradanti, Lange realizza migliaia di scatti, raccogliendo storie e racconti riportati nelle dettagliate didascalie che accompagnano le opere. È il contesto in cui nasce Migrant Mother, il ritratto di una giovane madre disperata che vive con i sette figli in un accampamento di tende e auto dismesse, immagine che diventerà poi iconica.
Un altro importante nucleo di scatti di cui si compone la mostra risale agli anni della Seconda Guerra Mondiale, che per gli Stati Uniti inizia nel 1941 con il bombardamento giapponese di Pearl Harbor, ed è dedicato proprio alla popolazione americana di origine giapponese internata in campi di prigionia dal governo americano a seguito dell’entrata in guerra.
 
Anche in questo caso Lange lavora su incarico del governo, nonostante lei e il marito abbiano espresso pubblicamente il proprio dissenso: i suoi scatti documentano l’assurdità di una legge razziale e discriminatoria e di come questa abbia stravolto la vita di migliaia di persone ben inserite nella società, costringendole ad abbandonare le proprie case e le proprie attività.
Attraverso le sue eccelse qualità di reporter e ritrattista, Lange riesce ad affrontare contesti complessi e drammatici, raccontando le esperienze personali e il vissuto emotivo di ogni persona incontrata lungo il percorso, evidenziando al tempo stesso come le scelte politiche e le condizioni ambientali possano ripercuotersi sulla vita dei singoli e cambiarne drasticamente le esistenze, fornendo ancora oggi spunti di riflessione su temi come la povertà, la crisi climatica, le migrazioni e le discriminazioni.

Dal 13 Maggio 2025 al 19 Ottobre 2025 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano

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Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia

Saul Leiter, <em>Ana</em>, Anni '50<br />
© Saul Leiter Foundation | Saul Leiter, Ana, Anni ’50

“Mi capita di credere nella bellezza delle cose semplici.
Credo che la cosa meno interessante possa essere molto interessante”
– Saul Leiter –

Vertigo Syndrome in collaborazione con diChroma photography e con la curatela di Anne Morin, presenta dall’1 maggio al 27 luglio 2025 al Belvedere della Reggia di Monza la prima grande mostra italiana dedicata a Saul Leiter. L’esposizione, dal titolo “Saul Leiter.Una finestra punteggiata di gocce di pioggia”, si compone di 126 fotografie in bianco e nero40 fotografie a colori42 dipintie rari materiali d’archivio, come riviste d’epoca originali e un documento filmico.

La mostra, che include sia stampe vintage che moderne, primi lavori sperimentali e fotografie di moda realizzate durante le sue collaborazioni con Harper’s Bazaar, rivela con evidenza cosa distingue nettamente Saul Leiter dai suoi contemporanei e perché la sua opera continui a influenzare la fotografia di oggi.

NEW YORK IN UN GESTO, UN DETTAGLIO, QUASI NULLA

Mentre i suoi contemporanei cercavano di catturare la grandezza e la modernità di New York, Leiter ha intrapreso una strada radicalmente diversa. Ha trasformato i momenti quotidiani in composizioni liriche e intimiste, trovando poesia nel vapore che sale dai tombini, negli ombrelli sotto la pioggia e nei riflessi delle vetrine, un realismo fiabesco composto da persone, oggetti, strade, pioggia, neve, elementi più sbirciati che osservati. La sua visione distintiva ha rifiutato lo stile documentaristico popolare della sua epoca, creando invece quello che potremmo chiamare “haiku fotografici” – scorci intimi della vita che fondono realtà e astrazione.

“Leiter si divertiva con ciò che vedeva. Non era interessato al carattere egemonico di New York o alla sua mostruosa modernità – spiega la curatrice Anne Morin. Inventava giochi ottici, intrecci di forme e piani che nascondono e rivelano ciò che giace negli intervalli, nelle vicinanze, nei margini invisibili.”

PERCHÉ QUESTA MOSTRA È STRAORDINARIA:

A differenza dei suoi colleghi che enfatizzavano la nitidezza, Leiter ha abbracciato l’ostruzione – fotografando attraverso finestre appannate, tessuti e condizioni meteorologiche che altri fotografi evitavano. Questi elementi sono diventati parte integrante del suo stile compositivo, creando immagini multistrato che sembrano più dipinti che fotografie.

Il suo uso pionieristico del colore, iniziato attorno al 1948, ha anticipato di decenni l’accettazione della fotografia a colori nell’arte. Mentre altri consideravano il colore volgare o commerciale, Leiter lo ha impiegato come elemento espressivo, saturando le sue immagini con tonalità audaci che trasformano le ordinarie scene di strada in composizioni astratte.

Questo lo distingueva dagli artisti della contemporanea Scuola di New York attirando le attenzioni del mondo della moda, con il quale iniziò a collaborare scattando per Esquire, Harper’s Bazaar e, nei successivi venti anni, per Show, Elle, British Vogue, Queen e Nova.

UN TIMIDO PITTORE CON LA LEICA

La mostra evidenzia in modo unico la doppia identità di Leiter come pittore e fotografo, dimostrando come la sua sensibilità pittorica abbia influenzato il suo lavoro fotografico. La sua formazione nella pittura lo ha portato ad approcciarsi alla fotografia a colori con una sofisticazione senza precedenti, trattando ogni fotogramma come una tela.

“Non ho una filosofia. Ho una macchina fotografica – diceva Leiter. Guardo attraverso la macchina fotografica e scatto foto. Le mie fotografie sono la minima parte di ciò che vedo che potrebbe essere fotografatoSono frammenti di possibilità infinite”. Questo approccio senza pretese gli ha permesso di catturare momenti di grazia nella vita quotidiana che altri fotografi, appesantiti dalla teoria artistica, spesso non vedevano. Il suo lavoro suggerisce che la bellezza non esiste nei grandi momenti, ma negli intervalli silenziosi della vita di tutti i giorni.

Antidivo e refrattario alla fama, Leiter – che pubblica con costanza volumi fotografici e prende parte a importanti monografiche negli Stati Uniti e in Europa – nel corso della sua carriera darà alla stampa solo una parte dei suoi lavori, lasciandone la maggior parte in negativo, come a celare l’aspetto più intimo e puramente artistico della sua produzione. Tanto che nel 2018, cinque anni dopo la sua morte, emerse un corpo di opere dell’artista poco conosciuto: nudi in bianco e nero, scattati principalmente tra la fine degli anni ‘40 e i primi anni ‘60, frutto delle collaborazioni tra Leiter e le donne della sua vita.

C’è un ordine nascosto nel lavoro di Saul Leiter che è difficile da spiegare, e questo è probabilmente ciò che lo rende un vero poeta.

SAUL LEITER SECONDO ANNE MORIN
“Le immagini di Leiter durano quanto il battito di un ciglio, posizionate sul bordo di qualcosa. Sono istantanee, forme brevi, frammentate, come annotazioni, dichiarazioni di realtà, realizzate con una maestria e una metrica che ricorda gli haiku: Il gesto di Leiter è quello di un calligrafo quando fotografa veloce, preciso, senza scuse”.

Figlio di un famoso rabbino, Saul Leiter rifiutò il percorso teologico che il padre avrebbe voluto per lui, trasferendosi a New York nel 1946 per dedicarsi alla pittura. Introdotto nel mondo dell’arte a New York da colleghi come Richard Pousette-Dart e W. Eugene Smith, Leiter continua gli esperimenti fotografici iniziati da adolescente, in bianco e nero e a colori, spesso utilizzando pellicole Kodachrome 35 mm e ritraendo la sua ristretta cerchia di amici e scene di strada intorno alla sua casa.
 
Dopo un periodo di successo nella fotografia di moda per riviste come Harper’s Bazaar, Leiter è rimasto nell’ombra per due decenni. La pubblicazione nel 2006 della monografia “Early Color” ha segnato una riscoperta internazionale del suo lavoro, confermando il suo ruolo pionieristico nella storia della fotografia a colori.
 
Le sue opere sono oggi presenti nelle collezioni dei più prestigiosi musei internazionali, dal Whitney Museum of American Art al Victoria and Albert Museum, testimoniando l’importanza duratura del suo contributo artistico.
 
Saul Leiter muore il 26 novembre 2013 nella sua casa nell’East Village di New York, lasciando un immenso archivio del suo lavoro artistico. Nel necrologio del New York Times, Margalit Fox scrisse: “Delle decine di migliaia di immagini che ha scattato—molte ora considerate tra i migliori esempi di fotografia di strada al mondo—la maggior parte rimane non stampata.
 
La Saul Leiter Foundation, fondata nel 2014, conserva il vasto archivio di fotografie, dipinti e oggetti personalii di Leiter, coltivando la sua eredità attraverso libri, mostre e attività educative. Dopo aver celebrato il centesimo anniversario della nascita di Leiter nel 2023 con le monografie The Unseen Saul Leiter e Saul Leiter: The Centennial Retrospective, la fondazione continua a scoprire e condividere la moltitudine di opere che Leiter ha lasciato.

Dal 01 Maggio 2025 al 27 Luglio 2025 – Belvedere della Reggia di Monza

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FOTOGRAFIA EUROPEA 2025 – AVERE VENT’ANNI

Thaddè Comar, It's Raining, How Was Your Dream
© Thaddè Comar | Thaddè Comar, It’s Raining, How Was Your Dream

Dal 24 aprile all’8 giugno 2025, Reggio Emilia torna ad osservare i cambiamenti della contemporaneità attraverso gli occhi di grandi fotografi e di giovani esordienti con la XX edizione di FOTOGRAFIA EUROPEA, il festival promosso e organizzato dalla Fondazione Palazzo Magnani e dal Comune di Reggio Emilia, con il contributo della Regione Emilia-Romagna.
“AVERE VENT’ANNI” è il tema scelto dalla direzione artistica del Festival composta da Tim Clark (editor 1000 Words), Walter Guadagnini (storico della fotografia e Direttore di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia) e Luce Lebart (ricercatrice e curatrice, Archive of Modern Conflict).

Quante volte capita, da adulti, di dire “avessi di nuovo vent’anni…”. Una frase, un modo di dire per ritrarsi idealmente dalle responsabilità e dai pesi dell’età matura, per tornare a bagnarsi nelle acque della giovinezza e della leggerezza, in un tempo in cui tutto è ancora una magnifica possibilità e il futuro è ancora interamente da scrivere.

Ma cosa vuol dire per un giovane, oggi, avere vent’anni? È un’età di contraddizioni: si è adulti, ma spesso si vive ancora a casa dei genitori; si è connessi a tutto il mondo, ma la solitudine può essere schiacciante. Si affrontano aspettative immense, sia personali che sociali: trovare un lavoro soddisfacente, costruire relazioni significative, dare un senso alla propria esistenza, immaginare un mondo migliore, per sé stessi e per gli altri.

Fotografia Europea quest’anno ha voluto percorrere questo sentiero e fare un pezzo di strada con i ragazzi della Generazione Z, cresciuta in un’epoca dove il progresso tecnologico ha aperto infinite possibilità, ma anche inedite crisi cui far fronte, individualmente e collettivamente. Una generazione che sta riscoprendo l’importanza e la necessità di lottare per i propri diritti e per un futuro più equo.

I progetti scelti parlano di questo e di molto altro ancora, portando all’attenzione storie inedite e particolari ma tutte innervate di quell’energia vitale immensa che ti porta a credere, almeno una volta nella vita, di poter cambiare il mondo.

LE MOSTRE

I CHIOSTRI DI SAN PIETRO tornano ad essere i protagonisti della città grazie alle dieci mostre che esplorano il tema di questa edizione.
Le sette sale del piano terra accoglieranno Daido Moriyama: A retrospective, un progetto a cura di Thyago Nogueira dell’Instituto Moreira Salles, che racconta il fotografo giapponese che nel corso dei suoi sessant’anni di carriera, trascorsi a documentare e ad esplorare la società giapponese del dopoguerra, ha modificato in modo decisivo la percezione della fotografia.
Con un approccio artistico all’avanguardia e visivamente potente, Daido Moriyama ha saputo raccontare il divario creatosi a seguito dell’occupazione militare del Giappone da parte degli Stati Uniti, tra l’antica tradizione giapponese e l’occidentalizzazione accelerata. Leggenda vivente della fotografia e pioniere della street photography, Moriyama, arriva a Fotografia Europea, unica tappa in Italia, con una retrospettiva, in cui oltre agli iconici scatti si potranno ammirare rari libri fotografici, riviste e installazioni di grandi dimensioni, per permettere ai visitatori di entrare completamente nel suo mondo creativo.
Al primo piano, il fotografo britannico Andy Sewell presenta per la prima volta il suo progetto Slowly and Then All at Once in cui esplora varie forme di potere e di protesta, attraverso una sequenza di immagini articolate su più pannelli. Questo ritmo, insieme alla fisicità conferita ai corpi dalle riprese ravvicinate, consente ai visitatori di immergersi nel cuore della protesta, di esserne travolti e sentirne l’intensità, stabilendo connessioni con i protagonisti della scena. In un periodo caratterizzato dal collasso ecologico, da disuguaglianze crescenti e da risposte politiche inadeguate, il progetto invita alla partecipazione contro il cinismo e la rassegnazione. Cosa si può fare per aiutare le generazioni future? Qual è l’impatto attuale del cambiamento climatico sui giovani?
Il progetto espositivo Mal de Mer di Claudio Majorana ci porta a compiere un viaggio nel delicato e complesso universo dell’adolescenza, momento in cui ci si confronta per la prima volta con certe questioni personali che spesso finiscono per plasmare le vite adulte. Mal de Mer esplora questo tema, riflettendo su gli anni di passaggio in cui si riconosce il dolore come parte di noi. I ragazzi di
Claudio Majorana sono pieni di domande, paure e dubbi, ma i loro pensieri, rapidi e frenetici, si muovono spontanei sullo sfondo di paesaggi evocativi: campi estivi, foreste, cimiteri silenziosi e altri spazi della periferia di Vilnius, in Lituania.
La mostra You don’t die, di Ghazal Golshiri e Marie Sumalla – rispettivamente giornalista iraniana e photo editor francese del quotidiano Le Monde – racconta la storica rivolta del popolo iraniano scoppiata dopo la tragica morte di Mahsa Amini, avvenuta il 16 settembre 2022, quando la giovane aveva solo 22 anni. A provocare la sua morte sono state le violenze subite dopo l’arresto da parte della polizia morale, che ha ritenuto il suo modo di vestire non rispettoso dei rigidi codici imposti dalla Repubblica Islamica dell’Iran. Un’ennesima ingiustizia che ha infiammato il popolo iraniano, portandolo a scendere in piazza e a sfidare le repressioni più brutali.
L’artista e fotografa britannica Vinca Petersen raccoglie nel progetto Raves and Riots Constellation scatti provenienti dai suoi viaggi in tutta Europa. Gran Bretagna, Francia, Italia e altri paesi sono i luoghi dove si racconta fotograficamente uno stato d’animo preciso, quel breve momento di totale libertà che si percepisce partecipando a un rave, a un raduno, a una manifestazione. L’illegalità di questi eventi, unita alla tensione che li caratterizza, regala quello che l’autrice chiama la “gioia sovversiva” rivelata da queste immagini.
In We Are Carver, la fotografa Jessica Ingram invita, con un linguaggio documentario di immediata evidenza, a entrare in una delle più grandi strutture militari del mondo, la George Washington Carver High School di Columbus, in Georgia, per seguire gli studenti cadetti nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta e catturare speranze e paure di una generazione in procinto di plasmare il proprio futuro.
Nel grande corridoio centrale, al primo piano dei Chiostri, Thaddé Comar espone How Was Your Dream? che esplora le nuove forme di manifestazione e insurrezione nell’era post-contemporanea dominata da metodi di controllo sociale sempre più moderni e onnipresenti. Di fronte a un sofisticato sistema di sorveglianza, i manifestanti di Hong Kong hanno sviluppato una serie di ingegnose tecniche per proteggere la propria identità con maschere, occhiali e altri accessori, che potrebbero progressivamente portare alla perdita della singolarità a favore di un’individualità collettiva. 
Control Refresh è il frutto del lavoro di Toma Gerzha, una giovane fotografa di origini russe cresciuta ad Amsterdam. La sua ricerca si concentra sulla vita e sull’ambiente della Generazione Z in Russia e nell’Europa orientale, influenzata tanto dalle tradizioni quanto dai social media e dalla politica. Il progetto è stato interrotto a causa dell’invasione russa dell’Ucraina, per poi riprendere includendo i profondi cambiamenti che la guerra ha portato nella vita dei protagonisti.
La fotografa Kido Mafon cattura la frenetica vita notturna e la cultura giovanile di Tokyo in IFUCKTOKYO – DUAL MAIN CHARACTER. Utilizzando una Contax G1 e scattando su pellicola, Mafon esplora la città dopo il tramonto per documentare le notti vibranti di questa eclettica metropoli e la sua scena underground in continua evoluzione.
Il progetto Frammenti della fotografa dominicana-francese Karla Hiraldo Voleau si ispira al documentario di Pier Paolo Pasolini Comizi d’Amore (1964) e ha l’obiettivo di esplorare e documentare le relazioni della Generazione Z in Italia oggi. Attraverso interviste e ritratti fotografici, il progetto affronta temi come le relazioni affettive, la comunicazione, l’impatto dei social media e il femminismo, ponendo particolare attenzione sulle dinamiche attuali e future delle relazioni sentimentali.

Nella sede di PALAZZO DA MOSTO trovano posto una serie di progetti che caratterizzano il festival e questa edizione in particolare, quindi: la committenza di Fotografia Europea, la mostra dedicata ai libri fotografici, i due progetti vincitori della Open Call, la collettiva dello Speciale Dicottoventicinque e quella di WeWorld e infine una mostra realizzata in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Beirut.
La produzione di Fotografia Europea 2025 sarà realizzata da Federica Sasso e si concentra, con il progetto intitolato Intangibile, sulla vita dei giovani caregiver nel territorio di Reggio Emilia. Si tratta di ragazzi e ragazze tra i 18 e i 30 anni che dedicano una parte importante del loro tempo alla cura di familiari, spesso sacrificando parte della loro giovinezza. Secondo studi di settore, molti giovani caregiver non si rendono conto di essere a tutti gli effetti dei prestatori di cure; vivono la loro situazione come un impegno inevitabile e imprescindibile, occupandosi delle ne-cessità quotidiane per garantire il benessere dei loro cari. Attraverso un delicato percorso di avvicinamento, Sasso è entrata in contatto con questi ragazzi e ragazze alla ricerca di pattern e differenze, per tracciare un ritratto complesso che unisce le specificità di un’età segnata da grandi cambiamenti e energie, con la consapevolezza di un ruolo di cura che spesso non viene né riconosciuto né valorizzato, ma che implica sacrifici, resilienza e responsabilità. Il progetto è in collaborazione con Area Cura della Comunità e della città sostenibile del Comune di Reggio Emilia “Progetto Giovani e Cura” e FCR – Farmacie Comunali Riunite. 
Anche quest’anno Palazzo da Mosto ospita un’importante esposizione di libri fotografici provenienti da tutto il mondo. Fluorescent Adolescent, a cura di Francesco Colombelli, esplora l’adolescenza in quanto periodo complesso e decisivo della vita, nelle sue sfumature e contraddizioni. Sebbene i libri raccontino storie radicate in culture e contesti differenti, le emozioni e le esperienze legate al percorso di crescita sono al tempo stesso universali e vissute in modi unici e irripetibili.
I progetti selezionati dalla giuria della Open Call, tra gli oltre 200 lavori di artisti e curatori che vi hanno partecipato, sono quelli di Michele Borzoni e Rocco Rorandelli del collettivo TerraProject e Matylda Niżegorodcew.
Michele Borzoni e Rocco Rorandelli presentano Silent Spring, un progetto che indaga l’attivismo ambientale in Italia, Germania, Portogallo, Belgio, Francia, Svizzera e Austria, mettendo in luce il crescente conflitto tra gli attivisti e i governi occidentali. Mentre questi ultimi trattano l’ambiente come una mera merce da sfruttare, le giovani generazioni, in particolare quelle appena entrate nell’età adulta, si ribellano, trovando nella lotta per la difesa del pianeta un nuovo e urgente terreno di espressione, un modo per incanalare le proprie frustrazioni nei confronti di un sistema che le ha deluse. Per questi giovani attivisti, la difesa dell’ambiente è diventata un potente mezzo per reclamare il proprio futuro e far sentire la propria voce.
Le fotografie di Matylda Niżegorodcew esplorano i temi dell’identità, della vulnerabilità umana e delle relazioni, alla ricerca di risposte a domande esistenziali. Gli scatti di Octopus’s Diary sono la testimonianza di un legame strettissimo che l’artista crea con i soggetti, abbracciandoli con i suoi tentacoli e rendendoli parte intrinseca del suo processo creativo. Attraverso la sua sensibilità, fa sparire la propria identità e si appropria per 48 ore della vita altrui, nell’assurda, paradossale esperienza di sentirsi qualcun altro e riuscire infine a vivere appieno la propria vita.
Lo Speciale Diciottoventicinque, il progetto formativo di Fotografia Europea, torna con la quattordicesima edizione per accompagnare i giovani amanti della fotografia in un percorso che permette di imparare, condividere e confrontarsi con il mondo dell’arte fotografica, creando un vero progetto espositivo collettivo. Il duo artistico composto da Camilla Marrese e Gabriele Chiapparini guiderà il gruppo in una serie di incontri in presenza per indagare il tema di “Avere vent’anni” attraverso il rapporto tra fotografia e testo e creare un progetto capace di raccontare una storia mantenendo nel contempo l’ambiguità e la mutevolezza tipiche della fotografia.
Il progetto fotografico Women See Many Things, raccoglie gli sguardi di oltre 30 giovani donne del Kenya, Tanzania e Mozambico, in cui ambizioni e inquietudini comuni caratterizzano gli abitanti di questa zona di confine (la Swahili Coast) tra i venti e i trent’anni. Qui WeWorld – organizzazione no profit italiana indipendente attiva in 26 Paesi – ha realizzato tre workshop di fotografia partecipativa nei mesi di febbraio e marzo 2024, diretti da Myriam Meloni e condotti da Halima Gongo (Kenya), Gertrude Malizeni (Tanzania) e Nelsa Guambe (Mozambico). Da queste attività di fotografia partecipativa nascono gli scatti di Women See Many Things, progetto condotto nell’ambito di Kujenga Amani Pamoja (Costruire la pace insieme) e cofinanziato dall’Unione Europea. Le immagini realizzate durante i workshop verranno allestite in esterna presso la sede dell’Università di Modena e Reggio Emilia in viale Allegri, mentre a Palazzo Da Mosto troverà spazio il racconto del progetto e del processo creativo che ha portato agli scatti.
La mostra Electric Whispers di Rä di Martino, a cura di Maria Rosa Sossai, esamina l’importanza del ruolo dei luoghi di aggregazione e d’incontro per i giovani che vivono in Libano, in un periodo drammatico, caratterizzato dall’acuirsi di conflitti che sembrano occupano nuovamente la vita quotidiana di questa terra e della sua popolazione. A partire dal 2023, l’artista si è avvicinata al mondo giovanile per studiare quali fossero i luoghi di incontro sia virtuali che fisici. Electric Whispers è una mostra progettata per l’Istituto Italiano di cultura di Beirut.
Ad abbracciare il festival, numerose altre mostre partner che gravitano intorno ad esso, organizzate dalle più importanti istituzioni culturali cittadine e ospitate nei loro spazi.

A PALAZZO DEI MUSEI, trova spazio la mostra Luigi Ghirri. Lezioni di fotografia (titolo provviso-rio) a cura di Ilaria Campioli, che parte dalle lezioni di fotografia che Luigi Ghirri tiene all’Università del Progetto di Reggio Emilia fra il 1989 e il 1990. Poco incentrate sulla parte di in-segnamento “tecnico” del medium, le lezioni sono per Ghirri l’occasione per ripercorrere la propria produzione ed affrontare tematiche a lui care, oltre ad approfondire la storia stessa della fotografia, presentata e inserita dall’autore nel contesto più ampio della storia delle im-magini. Nel 2010 le lezioni sono riunite da Paolo Barbaro e Giulio Bizzarri in un volume, edito da Quodlibet, che diventa da lì a poco un nuovo ed importante punto d’accesso per l’opera di Ghirri, oltre che un riferimento per le nuove generazioni di artisti. La mostra è occasione per re-stituire le lezioni in una nuova chiave, grazie al coinvolgimento degli artisti Luca Capuano e Ste-fano Graziani e alla collaborazione di un gruppo di studenti di ISIA Urbino. Un modo per riflet-tere sulle intenzioni e sulla poetica degli esercizi contenuti nelle lezioni di fotografia e, più in generale, sulla loro pratica e sul loro valore. Contestualmente, l’esposizione è anche occasione per riflettere sugli utilizzi del medium. Dalla sua invenzione, infatti, la fotografia è stata utilizza-ta come dispositivo privilegiato per l’insegnamento di numerose discipline, in particolare quelle artistiche. Ed è proprio nel campo dell’insegnamento, dove l’aspetto relativo alla riproduzione e alla trascrizione è centrale, che emerge quella che Monica Maffioli definisce la “doppia vita” della fotografia, in grado di mettere in evidenza quelle che sono le sue caratteristiche “autoria-li, materiche, ambigue e perturbanti”.
Mostra promossa dal Comune di Reggio Emilia (Musei Civici, Biblioteca Panizzi) in collaborazione Eredi Luigi Ghirri e ISIA Urbino. 
Palazzo dei Musei ospita, inoltre, la 12esima edizione di Giovane Fotografia Italiana | Premio Luigi Ghirri, l’open call promossa dal Comune di Reggio Emilia, in partnership con alcuni festival internazionali, dedicata alla valorizzazione dei talenti della fotografia under 35 in Italia. Una giuria internazionale ha selezionato i sette progetti che esporranno nella collettiva Uni-re/Bridging, a cura di Ilaria Campioli e Daniele De Luigi. Si tratta di Daniele Cimaglia e Giuseppe Odore con La Dote di Latera, Rosa Lacavalla con La Festa dell’Equatore, Sara Lepore con Ingre-diente pentru un tort de miere, cu dragoste, Grace Martella con Memorie del transitare, Erdiola Kanda Mustafaj con Pasqyra e Lëndës (Sommario), Serena Radicioli con Non sei più tornato e Davide Sartori con The Shape of our Eyes, Other Things I Wouldn’t Know. Unire/Bridging invita a una riflessione su come le immagini possano agire da “ponti” e svolgere una funzione di colle-gamento, di avvicinamento, di dialogo e anche di cura nei confronti del mondo esterno. Non solo tra il fotografo e il soggetto, ma anche tra l’immagine e lo spettatore, per diventare un luogo e uno spazio di solidarietà. Gli artisti finalisti si contenderanno il prestigioso Premio Luigi Ghirri del valore di 4.000 euro oltre ad altri importanti riconoscimenti quali la menzione Nuove Traiettorie. GFI a Stoccolma, promossa in collaborazione con l’IIC di Stoccolma, che offre la pos-sibilità, ad un artista selezionato, di vivere un periodo di studio e ricerca durante il quale dovrà sviluppare un progetto artistico che verrà poi esposto in una mostra curata dallo stesso Istitu-to. Infine, uno dei finalisti avrà l’opportunità di ricevere una borsa di studio per partecipare al programma di letture portfolio Photo-Match di Fotofestiwal Łódź. Giovane Fotografia Italiana #12 | Premio Luigi Ghirri è realizzata con il contributo di Reire srl e la sponsorizzazione di Gruppo Giovani Imprenditori Unindustria Reggio Emilia.

La fototeca della BIBLIOTECA PANIZZI partecipa all’edizione del 2025 con la mostra Attraverso la luce a cura di Monica Leoni e Elisabeth Sciarretta, con Laura Gasparini. L’esposizione raccoglie fotografie, documenti, e incisioni che riguardano i primi 20 anni della storia della fotografia nelle collezioni della Fototeca, giunti in Biblioteca tramite donazioni e acquisizioni, conservate con lo scopo di documentare la storia delle tecniche fotografiche. Il percorso espositivo presenta rari esempi di fotografie su carta salata, numerosi dagherrotipi delle collezioni Mandarino e Davoli, insieme alla prestigiosa collezione di Michael G. Jacob; un focus sarà dedicato ai preziosi astucci che custodiscono e conservano questi oggetti unici. Inoltre saranno esposti documenti che testimoniano la diffusione della fotografia nello Stato Estense, dove la nuova tecnologia arrivò pochi anni dopo che L.J.M. Daguerre rese pubblica la prima immagine catturata dalla macchina Daguerreotype, nel 1839. Una narrazione che porterà il visitatore indietro nel tempo, agli anni pionieristici della sperimentazione scientifica attraverso la luce, la chimica e la trasformazione di materiali, quali l’argento, per arrivare all’arte del ritratto e del paesaggio di quell’oggetto di culto che è stata la fotografia delle origini. 

Lo SPAZIO GERRA propone la mostra Volpe Laila Slim e gli altri. Resistere a vent’anni curata da Stefania Carretti, Lorenzo Immovilli ed Erika Profumieri per Spazio Gerra e e da Massimo Storchi (storico) e Marco Cerri (sociologo) per Istoreco. L’esposizione, che si espande idealmente sulla piazzetta antistante lo Spazio Gerra e sul porticato dell’Isolato San Rocco, fino a Piazza della Vittoria, si propone di esplorare la complessità dell’esperienza dei giovani partigiani durante la Resistenza italiana, nel contesto dell’80°anniversario della Liberazione. Attraverso una serie di sezioni tematiche, la mostra illustra la vita quotidiana, le sfide, l’emancipazione di genere, le scelte etiche e il contesto ambientale in cui questi giovani hanno operato, riflettendo sul significato di avere vent’anni in un’epoca di conflitto. Le storie Volpe (Francesco Bertacchini, 1926-2024), Laila (Anita Malavasi, 1921-2011), Slim (Luciano Fornaciari, 1925-1944) e di tanti ventenni che con i loro eloquenti nomi di battaglia hanno partecipato alla Resistenza offrono una comprensione più profonda e personale del significato di ribellarsi e lottare per la libertà. Accanto alle fotografie storiche provenienti dalla fototeca di Istoreco e a documenti originali, diari, lettere e manifesti dell’epoca, l’esposizione si avvale del contributo di cinque artisti e fotografi chiamati a fornire un’interpretazione visiva contemporanea dei valori e dei temi dischiusi dai documenti d’archivio: Alessandro Bartoli, Marco Belletti, Lorenzo Falletta, Alessia Leporati e Andrea Sciascia portano uno spaccato di cosa significhi resistere oggi per la GenZ.

Collegata al festival è la proposta della COLLEZIONE MARAMOTTI che presenta This Body Made of Stardust, ampia esposizione personale di Viviane Sassen composta da oltre cinquanta fotografie e un’opera video realizzate dal 2005 al 2025, alle quali si aggiungono alcuni nuovi lavori ideati specificamente per questa occasione. La mostra costituisce la più estesa presentazione del lavoro di Sassen in Italia fino ad oggi ed è curata dall’artista stessa. Riuniti intorno al concetto e all’iconografia del memento mori, gli scatti esposti tracciano ramificate traiettorie sulle infinite possibilità e sfumature della vita, feconda, intensa e traboccante quanto intrinsecamente fragile: (astrazioni di) corpi umani, paesaggi, polvere, terra, materie organiche divengono simboli e ricorrenti promemoria della morte – inevitabile passaggio di trasformazione del vivente. Sassen ci invita a entrare nel suo universo poliedrico, onirico e seducente, intriso di Surrealismo – qui in dialogo con alcune sculture della Collezione Maramotti. Intimamente legata alle arti plastiche Sassen, si definisce anche scultrice: plasma la luce, e ancor più l’ombra, giungendo a introdurre nella propria pratica anche pittura, inchiostri e collage, con cui imprime una dimensione ulteriore all’immagine fotografica.

Dal 24 Aprile 2025 al 08 Giugno 2025 – Reggio Emilia – sedi varie

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MARE MAGNUM. Da Ferdinando Scianna a Martin Parr. I fotografi Magnum e le spiagge

Ferdinando Scianna, Riccione, 1989
© Ferdinando Scianna/Magnum Photos | Ferdinando Scianna, Riccione, 1989

Da fotografo è soprattutto questo che mi ha affascinato delle spiagge: la vanità, l’esibizione, lo specchio sociale, le relazioni umane, la volgarità, il gioco dei corpi, il rito di massa. Ho fotografato spiagge dappertutto: lo spettacolo era sempre assicurato.” Ferdinando Scianna

Il mare e la spiaggia, simboli di evasione e libertà, si trasformano in palcoscenico per una straordinaria nuova e inedita mostra fotografica: MARE MAGNUM. Da Ferdinando Scianna a Martin Parr. I fotografi Magnum e le spiagge, che sarà allestita dal 19 aprile al 5 ottobre 2025 negli spazi espositivi di Villa Mussolini, a Riccione.

Curata da Andréa Holzherr, organizzatrice di progetti espostivi internazionali e responsabile della promozione dell’Archivio Magnum, la mostra presenta le opere di otto grandi fotografi dell’agenzia Magnum Photos: Ferdinando Scianna, Bruno Barbey, Bruce Gilden, Harry Gruyaert, Trent Parke, Olivia Arthur, Newsha Tavakolian e Martin Parr.

Attraverso gli obiettivi di questi grandi maestri della fotografia internazionale, il pubblico potrà esplorare le molteplici sfaccettature della vita in spiaggia: momenti di felicità e gioco si alternano a istanti di isolamento e riflessione, dando vita a un racconto visivo che svela la condizione umana in uno scenario universale.

Riccione, che ha già ospitato in questi ultimi anni le mostre di alcuni dei più grandi maestri della fotografia, da Elliott Erwitt a Steve McCurry, da Robert Capa a André Kertesz e Henry Lartigue, diventa oggi il crocevia ideale di queste visioni, il luogo in cui le spiagge di tutto il mondo, ritratte dai fotografi Magnum, trovano una nuova e suggestiva dimensione. Qui, in questa mostra, i mari lontani dialogano con il mare Adriatico, le immagini raccolte in angoli diversi del pianeta si intrecciano con la storia e l’identità di una città che da sempre vive il rapporto con il mare come elemento essenziale della sua cultura. Con Mare Magnum, Riccione si trasforma in un crocevia culturale, dove le fotografie dei più grandi maestri della Magnum fissano per sempre le suggestioni, le contraddizioni e la bellezza delle spiagge di tutto il mondo. 

Non è un caso che la città abbia scelto di candidare la propria spiaggia a Patrimonio Immateriale dell’UNESCO: la sua tradizione di accoglienza e condivisione rende questo il contesto ideale per un racconto visivo che attraversa luoghi, epoche e sensibilità diverse, trovando qui una sintesi unica e significativa. Riccione, la Perla Verde dell’Adriatico, è da sempre crocevia di sguardi e suggestioni, e proprio qui, in questo luogo dove il mare ha una sua intimità profonda e accogliente – quel Mare Adriatico che Predrag Matvejević ha definito il mare dell’intimità – prende vita Mare Magnum, una mostra che trova in questo contesto il suo respiro più autentico. Perché se ogni spiaggia racconta una storia, è a Riccione che queste storie si incontrano, si fondono e si rivelano in tutta la loro potenza espressiva.

La genesi di questa esposizione nasce da un dialogo creativo tra il Comune di Riccione, Civita Mostre e Musei, Magnum Photos e Rjma Progetti Culturali, un incontro di visioni che ha permesso di portare a Riccione un progetto espositivo unico e ambizioso. Mare Magnum si inserisce perfettamente nel tessuto di questa città, che da sempre intreccia il suo legame con il mare e la sua capacità di accogliere storie provenienti da ogni angolo del mondo. La fotografia, in questo contesto, diventa uno strumento privilegiato per esplorare le molteplici sfumature della vita in spiaggia, attraverso un racconto visivo che non conosce confini.

Il mare non è solo un orizzonte geografico, ma una dimensione che appartiene all’anima. Come scrive l’autore romagnolo Fabio Fiori, «la spiaggia è un diario di sabbia su cui ogni onda scrive e cancella storie», un luogo di continua trasformazione dove ogni passaggio lascia traccia e, al contempo, si rinnova, come la risacca che modella incessantemente la riva. È proprio questo respiro, fatto di attimi fugaci e gesti che la fotografia riesce a rendere eterni, a nutrire l’esposizione. Le immagini raccolte dai grandi maestri della Magnum creano un legame profondo con l’immaginario di Riccione, facendo di questa mostra una riflessione universale sulla condizione umana, raccontata attraverso il paesaggio marino e la sua ineluttabile capacità di trasformare ogni incontro in una storia unica e irripetibile.

La mostra prende vita in un luogo emblematico, Villa Mussolini, un punto di osservazione privilegiato sul mare, che, con la sua posizione, permette di godere della vista su quello che è considerato uno dei più bei terrazzi sull’Adriatico, creando una perfetta sintonia con l’anima della mostra e il legame che la città ha da sempre con il mare.

La spiaggia è da tempo un soggetto interessante nella fotografia, in quanto palcoscenico perfetto per la grande “commedia umana”, che si riflette nel mare, eterno e impassibile. Sotto un vasto cielo indifferente, le persone vanno e vengono come attori di uno spettacolo senza fine. Quello che i fotografi trovano sulla spiaggia è il genere di spontaneità, libertà ed emozioni intense che raramente si possono trovare altrove. La spiaggia spoglia le persone, sia fisicamente che psicologicamente, dei normali strati di vita quotidiana. Quando ci si toglie i vestiti, ci si libera anche di alcune inibizioni sociali.

La mostra prende le mosse dalle foto del grande Ferdinando Scianna e in particolare da un suo omaggio alla città di Riccione, con una selezione di scatti realizzati nel 1989 proprio nella città. Prosegue quindi con le sue altre foto scattate nei siti più diversi. Le fotografie di spiaggia di Ferdinando Scianna, caratterizzate dalla sua capacità di catturare, in pari misura, momenti di tranquilla contemplazione e intensità drammatica, offrono un ritratto sfumato e profondamente umano della vita balneare. Famoso per il suo approccio documentaristico, le immagini della spiaggia di Scianna sono infuse di una ricca profondità emotiva e di un senso di atemporalità, in cui l’interazione tra persone, paesaggio e luce ci rivela qualcosa di fondamentale sulla condizione umana. La rassegna espositiva prosegue con altri grandi fotografi come Bruno Barbey. In Cina, dove la spiaggia è diventata un luogo di turismo di massa e di sviluppo urbano, le sue immagini ci trasmettono una tensione sotterranea tra il paesaggio in rapida evoluzione e la natura elementare e senza tempo del mare. Le strutture create dall’uomo, come alberghi, ombrelloni o passerelle, spesso si perdono sullo sfondo, lasciando che siano i bagnanti a dominare la composizione. Questa contiguità tra la presenza umana e la vastità della natura crea uno stato d’animo contemplativo, quasi a suggerire che, nonostante la rapida modernizzazione che ci circonda, il mare rimane pur sempre una forza costante ed eterna. Con Bruce Gilden ci troviamo nella spiaggia di Coney Island. I suoi scatti offrono uno sguardo sincero e senza filtri sull’eccentrico teatro della cultura balneare newyorchese. Noto per una fotografia di strada audace e provocatoria, Gilden porta la stessa energia sul lungomare e sulla spiaggia, fotografando bagnanti, personaggi stravaganti e figure pittoresche cariche di personalità. I suoi caratteristici scatti a distanza ravvicinata e il costante uso del flash trasformano la spiaggia in un’arena di espressioni esagerate, pelli raggrinzite dal sole e corpi distesi e provocatoriamente rilassati. Le fotografie di Harry Gruyaert nelle spiagge del Nord catturano un mondo di bellezza sommessa, dove l’interazione tra luce, colore e atmosfera trasforma paesaggi familiari in qualcosa di quasi etereo. Diversamente dalle spiagge soleggiate e vivaci del Mediterraneo, le sue immagini delle coste del Mare del Nord (Belgio, Francia o Paesi Bassi), sono caratterizzate da vaste distese battute dal vento, cieli pesanti e una luce meritevole che oscilla tra tenui pastelli e profondi blu malinconici. La mostra ci conduce poi nel mondo di uno dei fotografi che hanno dedicato più attenzione alla fotografia di spiaggia. Le foto di Martin Parr in Gran Bretagna offrono un’esplorazione vivida e talvolta umoristica della cultura balneare britannica, catturandone attimi di debolezza, goffaggine e assurdità che definiscono il rapporto di questo paese con le sue località costiere. Noto per il suo occhio attento agli aspetti sociali e per l’uso di colori saturi, Parr trasforma la spiaggia in un palcoscenico dove si esagerano e allo stesso tempo si celebrano le idiosincrasie della vita quotidiana. Nelle fotografie di Trent Parke il paesaggio è protagonista tanto quanto le persone che lo abitano. Spesso le sue spiagge sono rappresentate non come luoghi idilliaci e tranquilli, ma come ambienti puri e dinamici, ricchi di energia naturale e della complessa interazione umana. Le immagini di Parke, attratto dal gioco di luci, ombre e forma umana, sono spesso caratterizzate da forti contrasti, ad esempio da figure scure che si stagliano contro la lucentezza di un cielo assolato, sagome drammatiche sullo sfondo di un orizzonte mutevole e tempestoso. Questo estremo uso della luce nella sua fotografia, dove la tensione tra luce e buio rispecchia le correnti emotive della vita in spiaggia, le dona una qualità quasi cinematografica. La mostra presenta quindi due giovani fotografe, particolarmente interessanti. Olivia Arthur ha realizzato in India, e a Mumbai in particolare, opere fotografiche di grande impatto e profondamente umane. Il suo lavoro esplora spesso i temi dell’identità, di genere e dell’incontro tra tradizione e modernità. Arthur esplora l’idea di vite nascoste e di istanti non visti, nella cui narrazione svolgono un ruolo significativo le spiagge di Mumbai. L’artista fotografa coppie in cerca di intimità all’aperto, individui persi nei loro pensieri sullo sfondo di un orizzonte infinito e gruppi di persone intente a silenziosi rituali quotidiani. Attraverso il suo obiettivo, le spiagge diventano luoghi di transizione, dove convergono emozioni personali e realtà urbane. E infine le scene scattate da Newsha Tavakolian nelle spiagge del Mar Caspio offrono una toccante esplorazione dell’identità personale e collettiva, sullo sfondo del complesso paesaggio sociale e politico dell’ Iran. Nota per il suo approccio intimo e umanistico alla fotografia, l’opera di Tavakolian sulla costa del Mar Caspio, riflette le tensioni tra modernità e tradizione, libertà e costrizione, vita pubblica e privata in un paese in bilico tra forze culturali conflittuali.

Nel corso della storia, i fotografi di Magnum hanno catturato la spiaggia in modi sorprendentemente diversi, riflettendo sia i momenti culturali che le esperienze umane senza tempo. Che sia a colori o in bianco e nero, che ritragga gioia, solitudine o la sublime potenza della natura, la fotografia di spiaggia continua a essere un tema ricco ed evocativo, invitando gli spettatori a vedere la riva non solo come una destinazione, ma come una tela per l’espressione visiva.

Dal 19 Aprile 2025 al 05 Ottobre 2025 – Villa Mussolini – Riccione

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Storie di Puglia. Fotografie dall’Archivio Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo Gardin, Trani, 1965
Gianni Berengo Gardin, Trani, 1965

La buona stagione reca in dono le migliori iniziative. Un’altra grande mostra organizzata da Palazzo delle Arti Beltrani attende il pubblico.

Dopo il successo delle esposizioni con i lavori di Tina Modotti, Ferruccio Ferroni, Letizia Battaglia e Giuseppe Cavalli, dal 16 aprile al 30 giugno 2025 trentacinque opere del maestro della fotografia Gianni Berengo Gardin saranno esposte a Trani (BT).
Per la prima volta una monografica dedicata ai territori di Puglia, esclusivamente a firma di Berengo Gardin, trova collocazione nella medesima regione, celebrandola con la sua cifra inconfondibile.

«Il colore distrae dal soggetto» – ripete sovente il fotografo -, sottolineando la sua predilezione per il reportage in bianco e nero. Ed è proprio il bianco e nero che, combinandosi magistralmente, campeggia negli scatti selezionati nel suo archivio, che conta circa due milioni di scatti.

Unanimemente annoverato tra i più grandi autori della storia della fotografia, Gianni Berengo Gardin è appassionato bibliofilo e collezionista.

Nasce a Santa Margherita Ligure nel 1930 e inizia a fotografare negli anni Cinquanta.
I suoi primi lavori vengono pubblicati su “Il Mondo” di Mario Pannunzio, con cui collabora fino al 1965; in quell’anno, dopo aver vissuto tra Roma, Venezia, Lugano e Parigi, si stabilisce a Milano.
Berengo Gardin è un narratore del reale, fotografa per raccontare, organizza le proprie opere in serie tematiche e trova nel libro un formato ideale per la loro divulgazione.
Nel corso della sua carriera ha pubblicato oltre duecentosessanta volumi, ha lavorato con le principali testate della stampa italiana ed estera ed è stato tra i soci del “Circolo Fotografico La Gondola” di Paolo Monti e del “Gruppo Friulano per una Nuova Fotografia” di Italo Zannier.
La sua produzione artistica spazia dal reportage d’indagine sociale alla fotografia industriale (ha collaborato con Olivetti, Alfa Romeo, IBM e Italsider) e dal paesaggio all’architettura, quest’ultima omaggiata nella decennale collaborazione con Renzo Piano.
Gianni Berengo Gardin ha tenuto oltre trecentosessanta mostre personali e tra i numerosi riconoscimenti ricevuti vi sono il “Premio Scanno” del 1981, il “Prix Brassaï” del 1990, il “Leica Oskard Barnack Award” del 1995 e il “Lucie Award” alla carriera del 2008.
I suoi lavori sono conservati, tra gli altri, presso il MoMa di New York, la Bibliothèque Nationale de France e la Maison Européenne de la Photographie di Parigi.

Le immagini di Gianni Berengo Gardin, realizzate nell’arco degli ultimi sessant’anni, rappresentano dunque un prezioso documento dell’evoluzione storico-sociale e paesaggistica del nostro paese.

Pertanto, sostiene la curatrice Alessia Venditti “la mostra di Palazzo Beltrani si pone come obiettivo il racconto di tale metamorfosi riferita alla Puglia e si configura quale prezioso strumento di riflessione sul presente. Al contempo, l’esposizione stessa celebra la terra che la ospita mediante il sapiente sguardo narratore di Berengo Gardin, che delle trasformazioni dell’intera nazione è teste incontrastato”.

Per farlo il percorso espositivo si concentra su alcuni luoghi iconici di Puglia, Trani compresa, desunti dalla serie dedicata alle regioni italiane che il fotografo realizza su commissione del Touring Club, verso la metà degli anni Sessanta.
«In Puglia molte cose sono cambiate. […] molte premesse di effettivo sviluppo sono state poste. Poi c’è il turismo. L’anno scorso ha avuto oltre seicentomila visitatori che, secondo i programmatori, fra dieci anni saranno novecentomila. Ma saranno sicuramente di più, specialmente gli stranieri: lasciate che si accorgano della Puglia, che la scoprano, che si passino la voce e poi vedrete».

Inizia così l’articolo a firma di Giuseppe Bozzini dal titolo “Un giardino d’incanti”, apparso su “Le vie d’Italia”, mensile illustrato di geografia, viaggi e fotografia del Touring Club Italiano, nel 1967. Nel numero 6 della rivista emerge lo spiccato interesse verso una regione nella quale “tutto si muove più speditamente che nel resto del mezzogiorno” e la rappresentazione visiva di questo “raffinato vitalismo” viene affidata al maestro della fotografia italiana Gianni Berengo Gardin.
Delle opere visibili a Trani, alcune sono inedite mentre altre sono state pubblicate sui volumi del Touring stesso: “Puglia” della serie “Attraverso l’Italia” e “Le vie d’Italia”.

La mostra, nella quale compaiono le città di Puglia nella loro veste dell’epoca, doverosamente dedica una sezione alla città di Trani, da Berengo Gardin visitata e ritratta in più occasioni. Egli ne rivela tutta la grazia, ammantata da un certo fascino dal sentore tardo neorealista.

Il progetto espositivo, a cura dello storico dell’arte e della fotografia Alessia Venditti, vede la partecipazione di Marcello Sparaventi (Centrale Fotografia, Fano) e dell’arch. Mariana Soricelli con due testi rispettivamente inerenti al contesto fotoamatoriale e associazionistico italiano del secolo scorso e all’assetto storico-urbanistico pugliese degli anni Sessanta, entro i quali il lavoro di Berengo Gardin, presentato nella mostra tranese, va contestualizzato.

Dal 16 Aprile 2025 al 30 Giugno 2025 – Palazzo delle Arti Beltrani – Trani (BA)

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Maurizio Galimberti tra Polaroid/Ready Made e le lezioni americane di Italo Calvino

Maurizio Galimberti tra Polaroid/Ready Made e le lezioni americane di Italo Calvino, Le Stanze della Fotografia, Venezia I Ph. Matteo De Fina
Maurizio Galimberti tra Polaroid/Ready Made e le lezioni americane di Italo Calvino, Le Stanze della Fotografia, Venezia I Ph. Matteo De Fina

Le Stanze della Fotografia presentano, dal 10 aprile al 10 agosto 2025, al primo piano, la mostra Maurizio Galimberti tra Polaroid/Ready Made e le Lezioni Americane di Italo Calvino, curata da Denis Curti.

Internazionalmente noto per i ritratti di star come Lady Gaga, Robert De Niro, Johnny Depp e Umberto Eco, e per aver realizzato pubblicazioni e mostre site specific su New York, Parigi, Milano, Roma e Venezia, Maurizio Galimberti presenta a Venezia alcuni tra i più iconici mosaici di polaroid, tra i quali Johnny DeppBarbara Bouchet e Angelica Huston, in un percorso che si articola in sei sezioni: Cenacolo, Storia, Sport, Ritratti, Taylor Swift e Luoghi.

Le sue creazioni, caratterizzate da una visione sfaccettata e frammentata della realtà, sono scomposte e ricomposte come in un mosaico, offrendo una riflessione profonda sulla percezione e sulla molteplicità dei punti di vista. Le immagini sono quasi sempre manipolate durante la fase di sviluppo, esercitando pressioni con strumenti semplici – come penne e bastoncini di legno – direttamente sulla superficie del supporto, o montate in composizioni a mosaico, all’interno delle quali ogni singolo scatto concorre alla formazione di un risultato finale capace di restituire una visione d’insieme spettacolare.

Dal 10 Aprile 2025 al 10 Agosto 2025 – Le Stanze della Fotografia – Isola di San Giorgio (Venezia)

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DEEP BEAUTY. Il dubbio della bellezza

Michel Comte, Carla Bruni, 1996. Courtesy Collezione Ettore Molinario
© Michel Comte | Michel Comte, Carla Bruni, 1996. Courtesy Collezione Ettore Molinario

Una mostra fotografica a cura di Denis Curti, ideata dal team creativo di Ogilvy Italia sotto la direzione artistica di Giuseppe Mastromatteo, Presidente e CCO, realizzata grazie al sostegno di KIKO Milano e in collaborazione con MUDEC, Comune di Milano, e 24 ORE Cultura, con il contributo straordinario dell’artista Paolo Ventura, che ha partecipato all’elaborazione grafica dell’allestimento.

Attraverso una selezione di oltre sessanta capolavori – nel campo delle arti visive dalla fotografia alla video art fino all’impiego dell’intelligenza artificiale – di grandi artisti come, tra gli altri, Marina Abramović, David Hockney, Michel Comte, David LaChapelle, Michelangelo Pistoletto, Helmut Newton, e Robert Mapplethorpe, l’esposizione presenta un excursus sul tema dell’evoluzione del concetto di bellezza.

Le opere sono inserite all’interno di un percorso diviso in sei sezioni – Trasfigurazioni, Incanti, Vertigini, Labirinti, Nuovi Mondi, Artifici – che esplorano le declinazioni della bellezza e delle sue trasformazioni contemporanee, dall’inizio del XX secolo ad oggi.
Il progetto, sostenuto da KIKO Milano e reso possibile anche grazie alla collaborazione con importanti collezionisti – Paolo Clerici, Giampaolo Paci, Ettore Molinario e Pier Luigi Gibelli – offre così l’opportunità di creare un dialogo tra la dimensione estetica e il tessuto sociale ed economico della città.
Deep Beauty sarà inoltre disponibile online con un’esperienza virtuale immersiva, sviluppata in collaborazione con AQuest, che restituisce fedelmente il percorso espositivo e la sua narrazione visiva, accessibile anche tramite QR Code per approfondire le informazioni sulle opere in mostra.

Dal 05 Aprile 2025 al 25 Maggio 2025 – MUDEC – Museo delle Culture – Milano

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MAN RAY

<em>Man Ray</em> | Courtesy Tommaso Calabro
Man Ray | Courtesy Tommaso Calabro

La mostra dedicata a Man Ray, uno dei più visionari ed innovativi artisti del ventesimo secolo, presenta una selezione di oltre quaranta opere – dipinti, assemblages, fotografie, gouaches e grafiche – realizzate tra gli anni Venti e gli anni Settanta, ed offre una panoramica sulla varia e intensa produzione dell’artista americano, che fece di Parigi la sua casa per gran parte della sua vita.

Emmanuel Radnitzky (Philadelphia, 1890 – Parigi, 1976), dai più conosciuto come Man Ray, nasce negli Stati Uniti in una famiglia ebrea di origine russa. Adotta il suo pseudonimo nel 1909 dopo essersi trasferito a New York, dove si avvicina all’arte e agli ambienti dell’avanguardia.

Nel corso della sua lunga carriera artistica, Man Ray adotta diversi linguaggi, facendo della sua arte un continuo spettacolo di metamorfosi. Con i suoi rinomati oggetti come Cadeau (1921-1974), il celebre ferro da stiro con i chiodi, nega l’uso ordinario degli oggetti, spostando la fruizione dall’intelletto all’emozione, seguendo i principi di Duchamp. Ironia e iconoclastia, in una fusione di sperimentazione e arguzia, sono espressioni del suo spirito di ricerca e della sua volontà di reinventare il mondo attraverso l’arte. Il caos e il disordine di una realtà in continua evoluzione – travolta dagli eventi politici – penetrano nell’animo dell’artista, scontrandosi con la resistenza della materia e dando vita a incessanti trasformazioni creative.

Proseguendo nella valorizzazione di figure legate al movimento surrealista e al gallerista Alexander Iolas, con questa mostra Tommaso Calabro rende omaggio a un artista geniale ed unico, capace di attraversare e trasformare le avanguardie del Novecento con una visione rivoluzionaria.

Dal 29 Marzo 2025 al 21 Giugno 2025 – Tommaso Calabro – Venezia

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EXPOSED Torino Foto Festival – Beneath the surface

EXPOSED Torino Foto Festival è il festival internazionale di fotografia di Torino che reimmagina il ruolo della fotografia nel plasmare futuri sostenibili e critici. Attraverso un programma dinamico di mostre, discussioni pubbliche e una serie di eventi—sviluppati in collaborazione con le principali istituzioni culturali torinesi—EXPOSED offre uno spazio di riflessione per esaminare come la fotografia venga oggi prodotta, compresa e utilizzata. Per affrontare le urgenze del nostro tempo e costruire nuove possibilità, il festival abbraccia linguaggi visivi sperimentali e forme pionieristiche di collaborazione.

Definito dalla sua natura multidisciplinare e diffusa, EXPOSED permea il tessuto urbano torinese, attivando spazi espositivi eterogenei e molteplici modalità di interazione. Dai musei statali alle fondazioni private e agli spazi indipendenti, il festival trasforma la città in una piattaforma in cui prospettive diverse, pratiche artistiche e ricerca si incontrano. Questa convergenza di realtà pubbliche e private sottolinea l’impegno del festival nel favorire un dialogo aperto tra voci istituzionali e indipendenti.

Ciò che unisce i progetti del festival è un approccio orientato al futuro che utilizza la fotografia per interrogare dinamiche locali e globali. Ridefinendo il nostro rapporto con lo spazio e ripensando i sistemi che modellano il nostro ambiente, EXPOSED invita a nuove interpretazioni e prospettive sul ruolo delle immagini oggi. La direzione artistica del festival parte dal presupposto che la fotografia non sia solo un mezzo di documentazione, ma uno strumento di trasformazione, capace di modificare la percezione e generare nuove narrazioni. Favorendo uno scambio fluido e orizzontale tra artisti e pubblico, EXPOSED crea uno spazio di riflessione critica e immaginazione collettiva.

Sotto la Superficie esplora il modo in cui il mondo fisico si collega alle forze che plasmano le nostre vite. I materiali non sono semplici oggetti statici: si trasformano ed evolvono, modellando e rispondendo a sistemi come la natura, la politica e la tecnologia. Osservando come i materiali cambiano, possiamo cogliere le storie che portano con sé su potere, controllo e resistenza. In un mondo che spesso appare astratto e opprimente, prestare attenzione alla realtà materiale ci aiuta a comprendere queste forze e il loro impatto su di noi.

Dal 16 aprile al 2 giugno – Torino – sedi varie

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Olga Cafiero. Cultus Langarum

Olga Cafiero, dalla serie “Cultus Langarum”, 2025

CAMERA e l’Azienda Vinicola Garesio presentano Cultus Langarum, una produzione inedita realizzata nelle Langhe da Olga Cafiero, artista vincitrice della prima edizione del Garesio Wine Prize for Documentary Photography il nuovo premio, voluto dall’azienda vinicola e resort di Serralunga d’Alba, dedicato alla promozione dei giovani talenti della fotografia contemporanea internazionale.

La mostra, a cura di Giangavino Pazzola, si compone di diverse serie fotografiche che indagano il paesaggio delle Langhe del Barolo, dal punto di vista morfologico e culturale, che saranno esposte nella Project Room di CAMERA dal 16 aprile al 2 giugno 2025.

La mostra è parte del programma principale della seconda edizione di EXPOSED Torino Foto Festival dal titolo Beneath The Surface, a cura di Menno Liauw e Salvatore Vitale.

16 aprile – 2 giugno 2025 – Camera – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Fotografie di un’esposizione

Martine Franck,<em> Observatoire de Meudon, France</em>, 1991 | Courtesy IKONA Gallery<br />
Martine Franck, Observatoire de Meudon, France, 1991 | Courtesy IKONA Gallery

Tutte le fotografie in mostra hanno già una loro storia con Venezia perché hanno fatto parte delle grandi esposizioni che Ikona ha curato in città dal 1979 a oggi.

È sempre la fotografia che mette noi stessi di fronte alla vita e alla realtà, di fronte alla nostra vita, al mondo e all’altro. Tutto questo è ancora più urgente in una città che è l’immagine Ikona dove tutto scorre senza il dialogo.

“Mi piace vedere questa mostra come Le fotografie di un’esposizione, citando Quadri di un’esposizione, famosissima suite per pianoforte di Modest Musorgskij e vedere il visitatore nella promenade, in ascolto e nello sguardo, nell’atto di porsi le domande di fronte alle realtà afferrate dal fotografo, nelle fotografie che ci mostrano i frammenti di ciò che è stato il passato. Ogni fotografia è definita dalla sua didascalia – autore, luogo, persona, storia, data – ma è lo sguardo del visitatore che si dà la risposta e vive il passato come il suo presente.”
Živa Kraus

Dal 23 Marzo 2025 al 30 Maggio 2025 – IKONA Gallery – Venezia

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Mostre segnalate per Marzo

Ciao a tutti,

sono diverse le mostre interessanti a marzo. In mezzo a tanti giganti della fotografia, mi permetto di segnalarne anche una mia.

Anna

MAN RAY. OPERE 1912-1975

Man Ray, Le Violon d'Ingres, 1924
© Wikimedia Commons | Man Ray, Le Violon d’Ingres, 1924

La mostra Man Ray. Opere 1912-1975 rende omaggio al lavoro del grande maestro Emmanuel Radnitzky, in arte Man Ray, nato a Filadelfia nel 1890 e morto a Parigi nel 1976, passato alla storia come uno dei più grandi fotografi del secolo scorso, ma anche straordinario pittore, scultore e regista d’avanguardia.
 
Il progetto è firmato Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura di Genova e Suazes, impresa culturale e creativa con la quale Fondazione è alla sua quinta collaborazione.
 
La mostra – curata da Walter Guadagnini e Giangavino Pazzola – raccoglie circa 340 pezzi, fra fotografie, disegni, dipinti, sculture e  film:  il percorso espositivo è, per la qualità delle opere e per la loro provenienza da importanti collezioni nazionali e internazionali, un appuntamento imperdibile  per tutti coloro che desiderano immergersi nel fecondo periodo delle avanguardie di inizio Novecento e nella creatività di uno dei protagonisti assoluti di quella stagione, attivo poi anche nella seconda metà del secolo.
 
La volontà dell’artista di rompere gli schemi e creare nuove estetiche, unita all’ironia e alla sensualità che permeano ogni sua opera, sono gli elementi che ne hanno ispirato e caratterizzato la poetica. Lo stesso Man Ray racconta nella sua autobiografia del carico di «entusiasmo a ogni nuova direzione imboccata dalla mia fantasia, e con l’aiuto dello spirito di contraddizione progettavo nuove escursioni nell’ignoto».
 
La mostra di Palazzo Ducale si articola in sezioni che ne ripercorrono cronologicamente la biografia, dai suoi esordi nella New York di inizi Novecento, passando per la Parigi delle avanguardie storiche tra anni Venti e Trenta, fino a giungere agli ultimi anni della sua carriera e della vita, trascorsi tra gli Stati Uniti e Parigi.
Un viaggio che comincia – nella prima sezione – con una serie di autoritratti dell’artista, nei quali già si ritrova quell’idea di corpo che sarà centrale in tutta la sua produzione; autoritratti fotografici, tra cui quello celeberrimo con la barba tagliata a metà, ma anche calchi dorati, maschere, in una continua rappresentazione di sé e della propria ambigua e sempre mutante identità.  Ad essi si affiancano alcuni ritratti di Man Ray realizzati da grandi protagonisti dell’arte della seconda metà del Novecento come Andy Warhol (una splendida tela e una preziosa serigrafia), David Hockney e Giulio Paolini, a dimostrazione del rispetto e della considerazione di cui Man Ray ha sempre goduto nell’ambiente artistico.
La seconda sezione della mostra – “New York” – racconta il rapporto con la metropoli americana, dove l’artista tiene la sua prima personale alla Daniel Gallery nel 1915. In questo periodo realizza alcuni dei suoi primi capolavori, come i collages della serie Revolving Doors esposti in mostra, e le due versioni della scultura By Itself. È la stagione del Dada americano, che Man Ray vive da protagonista assieme a colui che sarà prima il suo mentore e poi l’amico e complice artistico di una vita, Marcel Duchamp, autentico faro dell’avanguardia mondiale nella prima metà del Novecento. 
 
È proprio questo rapporto creativo con Marcel Duchamp a costituire la terza sezione della mostra genovese. Qui si trovano due autentiche icone dell’arte del XX secolo come La tonsure e Elevage de poussiére (entrambe realizzate nel 1921), fotografie che rimettono in discussione l’idea stessa di ritratto e di realtà, là dove la superficie impolverata di un vetro diventa un paesaggio alieno, futuribile. 
 
La sezione che segue è dedicata a Parigi e alla “scoperta della luce”. Man Ray giunge nella capitale francese nel 1921, accolto dallo stesso Duchamp e dall’intera comunità dadaista: il racconto degli Anni Venti e Trenta e dell’evasione dell’artista dalle abitudini e dalle convenzioni sociali americane viene sviluppato interamente attraverso la fotografia, tecnica alla quale Man Ray deve la parte più consistente della sua fama. A Parigi tiene una personale alla Librairie Six di Parigi e l’anno dopo pubblica i primi Rayographs, le immagini fotografiche ottenute senza la macchina fotografica che saranno accolte con entusiasmo dalla comunità artistica parigina. Una comunità che vive, tra Dadaismo e Surrealismo, la sua stagione d’oro negli anni Venti e Trenta, e di cui Man Ray è insieme protagonista e testimone.
 
Proprio in questa sezione sono esposte le immagini dei personaggi che animavano il contesto culturale dell’epoca, che diventano protagoniste di alcuni dei capolavori assoluti dell’artista. Ad esempio, la leggendaria modella Kiki De Montparnasse (soggetto di una delle icone più celebri del XX secolo, Le Violon d’Ingres, esposto in mostra), oppure Lee Miller (assistente, compagna, musa ispiratrice e a sua volta grande fotografa, protagonista e complice di alcuni degli scatti più celebri di Man Ray), Meret Oppenheim e Nush Eluard, o artisti e intellettuali come Erik Satie, Antonin Artaud e Georges Braque. Nella  “Ville Lumière”,  Man Ray decide infatti di dedicarsi alla fotografia anche come professione, trovando uno studio, relazioni e strumenti propri per sostentarsi economicamente e instaurare legami di committenza con il mondo della moda, dell’arte e della cultura. È così che l’artista diventa il narratore per immagini di una delle stagioni più ricche di fascino della cultura del XX secolo, il ritrattista di un mondo irripetibile. 
La mostra prosegue con le sezioni “Corpo surrealista” e “Corpo, ritratto e nudo”. Temi fondamentali e ricorrenti nella ricerca visiva di Man Ray sono quelli del corpo e della sensualità, che nel periodo surrealista  diventano il centro della sua ispirazione, come dimostrano alcune delle immagini più note dell’artista  esposte in questa occasione: le fotografie come Larmes, La Prière, Blanche et Noire, dipinti e grafiche come A l’heure de l’observatoire – Les Amoureux,  con le labbra di Lee Miller ingigantite che volano sopra il paesaggio, un’altra delle grandi icone inventate da Man Ray nella sua carrieraper giungere a una scultura come Venus restaurée, ironica e geniale riflessione sulla classicità. Unpunto cardine nella storia del movimento è l’Exposition Internationale du Surréalisme del 1938, illustrata all’interno del percorso espositivo dalla serie fotografica Resurrection des mannequins(1938), e da numerosi prodotti editoriali creati a più mani per raccontare le varie modalità di rappresentare questa rivoluzione culturale e le intersezioni dell’avanguardia con il mondo reale. Nella serie Mode au Congo (1937), ad esempio, i copricapi centrafricani acquistati da Man Ray all’Esposizione coloniale di Parigi del 1931 sono sfoggiati come haute coutureda modelle femminili, tra cui la compagna dell’epoca Ady Fidelin.  In questa sezione sono mostrate anche altre opere fotografiche come i ritratti di Meret Oppenheim al torchio da Louis Marcoussis e Models (1937), nucleo di lavori che presenta una raccolta quotidiana di fotografie di modelle e artiste che Man Ray aveva frequentato durante il primo periodo parigino, espressione di come l’erotismo e l’amore libero rappresentino non solo uno dei ricordi più intimi dell’autore ma anche uno dei motori propulsori della sua creatività.
Il 1940 segna l’anno del ritorno di Man Ray in America – prima a New York e successivamente a Los Angeles  –, un ritorno causato dall’impossibilità di vivere nella Parigi occupata dai nazisti. Nella sezione “Los Angeles/Paris” vengono indagati gli anni in cui l’artista preferisce rimanere ai margini della scena e lavorare in ritiro solitario, dedicandosi in particolare alla sua prima grande passione, la pittura. Allo stesso tempo, sono tempi segnati dalla relazione con la ballerina e modella Juliet Browner, musa della sua vita e protagonista della meravigliosa serie fotografica 50 Faces of Juliet, realizzata tra il 1941 e il 1955. Si tratta di cinquanta ritratti della donna realizzati con diverse tecniche e stili, spaziando tra i vari registri per esplorare le possibilità creative offerte dalla fotografia. Continua comunque in questi anni anche la realizzazione di nuovi ready made, così come possibile vedere ad esempio in Mr Knife and Miss Fork (1944-1973).
 
La sezione finale della mostra vede Man Ray attivo nuovamente a Parigi e in Europa, dove si consolida la sua fama di maestro dell’arte delle avanguardie. È una sorta di revisione, rilettura e aggiornamento del proprio percorso, rappresentata in mostra dagli splendidi dipinti Decanter (1942) e Corps à Corps (1952), da ready made come Pêchage (1972) e Pomme à vis (1973). La mostra si chiude dunque come era cominciata, con un maestro della luce che continua a reinventare il mondo attraverso l’arte, con infinita ironia e intelligenza. 
 
La mostra evidenzia l’originalità, le innovazioni e i contributi dell’artista nell’evoluzione e nell’ideazione anche del cinema d’avanguardia, con pellicole storiche proiettate in un ambiente autonomo quali – tra le altre – Le Retour à la raison (1923), Emak Bakia (1926), L’Étoile de mer (1928) e Les Mystères du château du dé (1929). 

Dal 11 Marzo 2023 al 09 Luglio 2023 – Palazzo Ducale – GENOVA

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ELLIOTT ERWITT. FAMILY

Elliott Erwitt, <em>USA, New York</em>, 1974 | © Elliott Erwitt
Elliott Erwitt, USA, New York, 1974 | © Elliott Erwitt

Elliott Erwitt, il grande autore che ha fatto la storia fotografica del nostro secolo, con il suo stile unico, potente e leggero, romantico o leggermente ironico, affronta in modo trasversale il tema della Famiglia.

La curatrice della mostra, la Dottoressa Biba Giacchetti, ha chiesto a uno dei più importanti maestri della fotografia di creare un album personale e pubblico, storico e contemporaneo, serissimo e al contempo ironico: è nata così “Elliott Erwitt – FAMILY”.

Alla Palazzina di Caccia di Stupinigi le fotografie che nella lunghissima carriera di Erwitt – oggi 94enne – meglio hanno descritto e rappresentato tutte le sfaccettature del concetto così inesprimibile e totalizzante dell’essere famiglia. Niente è infatti più assoluto e relativo, mutevole, universale e altrettanto particolare come il tema della famiglia, che ha a che fare con la genetica, il sociale, il diritto, la sicurezza, la protezione e l’abuso, la felicità e la tristezza. Mai come oggi la famiglia è tutto e il suo contrario.

Gli scatti esposti in mostra nelle antiche cucine della Palazzina di Caccia di Stuinigi sono stati selezionati da Erwitt in persona e raccontano trasversalmente settant’anni di storia della famiglia e delle sue infinite sfaccettature intime e sociali.

Si offrono indifferentemente all’osservatore istanti di vita dei potenti della terra, come Jackie al funerale di JFK, accanto a scene intime come la madre che osserva rapita la neonata, che poi è Ellen, la primogenita del fotografo.

Scorci rigorosamente in bianco e nero da tutto il mondo.
Dalla Provenza, in Francia, un adulto che porta con sé un bambino, in bicicletta, su un viale alberato che pare non avere fine, un’immagine celebre e tanto amata.
Dall’Irlanda due anziani, di spalle, si godono la brezza del mare, curvati e appesantiti dall’età, ma insieme.
Dalla Cina un bimbo aiuta la sua mamma a spingere un carrellino pieno di povere cose.
Dagli Stati Uniti la protagonista del manifesto della mostra: un’elegante signora, vestita con soprabito e stivali alti, raffigurata mentre porta a passeggio un buffo e minuscolo cagnolino da una parte e un altrettanto imponente cane dall’altra; la celebre immagine iconica di Erwitt: Felix Gladys and Rover.

La cifra di Erwitt si esprime in questa mostra con un ritmo esilarante eppure profondo su un tema che certamente ha avuto un’importanza determinante nella sua vita personale, visti i quattro matrimoni, i sei figli e un numero di nipoti e pronipoti tutt’ora in divenire.

Come sempre Elliott Erwitt – spiega Biba Giacchetti “è voluto uscire dai canoni classici e sviluppare il concetto di famiglia in modo libero e provocatorio. Immagini romantiche si alternano a immagini di denuncia (come quella del Ku Klux Klan), fino alla ben nota ironia che vuole assolvere chi elegge a membro prediletto della propria famiglia l’animale più amato, che sia un cane, un maiale o un cavallo, e celebrare così con serietà e sorriso, il sentimento universale che ci lega a chi amiamo”.

Dal 04 Marzo 2023 al 11 Giugno 2023 – Palazzina di Caccia di Stupinigi – Nichelino (TO)

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LACHAPELLE PER CERUTI – Nomad in a Beautiful Land

LaChapelle per Ceruti | Courtesy Brescia Musei<br />
LaChapelle per Ceruti | Courtesy Brescia Musei

David LaChapelle per Giacomo Ceruti. Nomad in a Beautiful Land è una mostra fotografica originale, che presenta un’opera inedita eseguita dal celebre artista americano per Brescia e ispirata alla produzione pauperistica di Giacomo Ceruti. La Pinacoteca Tosio Martinengo, il museo che conserva il più alto numero di opere di Ceruti nel mondo, ospiterà questo scatto per narrare, attraverso un linguaggio nuovo e contemporaneo, le sale solitamente dedicate al pittore degli ultimi. Insieme alla serie Jesus is my homeboy (2003), la nuova fotografia di LaChapelle si insinuerà tra le fitte pieghe del presente, per fornirne un’interpretazione attenta e consapevole della marginalità: un’ode alla decadenza sociale.

Giocando con una smaccata ambivalenza di linguaggi, la mostra si pone l’obiettivo di strutturare un’architettura espositiva e itinerante, nella quale l’universo classico di Giacomo Ceruti incontra l’immaginario di David LaChapelle, in una sinergia museale tra Fondazione Brescia Musei e il Getty Center che vedrà le opere pauperistiche di Ceruti approdare a Los Angeles. Questa coinvolgente sfida, al contempo, farà arrivare presso la Pinacoteca Tosio Martinengo la serie Jesus is my homeboy (2003), accompagnata dalla nuovissima opera Gated Community di LaChapelle. Arte classica e fotografia si aprono al dialogo, mettendo in campo le loro differenze formali allo scopo di scuotere una contemporaneità afflitta dall’aridità relazionale. Gated Community, scattata a Los Angels nel mese di dicembre 2022, rappresenta una messa in scena ideologica del sacro e del profano, in cui una lunghissima tendopoli, rifugio dei senzatetto, affolla i marciapiedi della città, colorandosi di opulenza hollywoodiana.

Dal 14 Febbraio 2023 al 10 Novembre 2023 – Museo di Santa Giulia – BRESCIA

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EVE ARNOLD. L’OPERA 1950-1980

Eve Arnold, Actress Marilyn Monroe in the Nevada desert during the filming of "The Misfits", directed by John Huston, 1960 USA © Eve Arnold/Magnum Photo
Eve Arnold, Actress Marilyn Monroe in the Nevada desert during the filming of “The Misfits”, directed by John Huston, 1960 USA © Eve Arnold/Magnum Photo

La celebre fotografa americana Eve Arnold, che ha stretto con Marilyn Monroe un vero e proprio sodalizio artistico grazie al quale sono nati alcuni dei suoi scatti più iconici, è la protagonista della prima mostra del 2023 a CAMERA, che si aprirà a fine febbraio.

Prima donna, insieme a Inge Morath, a far parte dal 1951 dell’Agenzia Magnum, Eve Arnold ha fotografato le grandi star del cinema e dello spettacolo del dopoguerra, da Marlene Dietrich a Joan Crawford a Orson Welles, ma ha anche affrontato temi e questioni assolutamente centrali nel dibattito pubblico attuale, come la questione del razzismo negli Stati Uniti, l’emancipazione femminile, l’interazione fra le differenti culture del mondo. Tra le sue immagini più note si ricorda non a caso uno straordinario ritratto di Malcom X, che sarà esposto in mostra insieme ad altri scatti realizzati ad Harlem negli anni Cinquanta e ai raduni dei Black Muslims negli anni Sessanta. L’esposizione, composta da 170 fotografie, è realizzata in collaborazione con Magnum Photos.

Ripercorrendo le tappe salienti della sua carriera, a partire dai primi scatti in bianco e nero della New York degli anni Cinquanta fino agli ultimi lavori a colori realizzati all’età di 85 anni, la mostra vuole raccontarne l’«appassionato approccio personale», come lei stessa più volte definisce il proprio atteggiamento.

Dal 25 Febbraio 2023 al 04 Giugno 2023 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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RITRATTI AFRICANI. SEYDOU KEÏTA, MALICK SIDIBÉ, SAMUEL FOSSO

Seydou Keïta, Senza titolo, 1949-1951. Stampa alla gelatina ai sali d’argento. Courtesy Jean Pigozzi African Art Collection
Seydou Keïta, Senza titolo, 1949-1951. Stampa alla gelatina ai sali d’argento. Courtesy Jean Pigozzi African Art Collection

Ormai celebrati in tutto il mondo fra i protagonisti della fotografia dell’ultimo mezzo secolo, i tre artisti si sono stati scoperti in occidente solo in anni recenti e le loro storie personali hanno contribuito a rendere ancora più affascinanti le loro opere.

L’esposizione, prodotta e organizzata da ERPAC – Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia, presenta per la prima volta in Italia un’importante selezione di più di cento opere dei tre fotografi, messe a disposizione dalla C.A.A.C. The Contemporary African Art Collection di Ginevra, dalla Galleria Jean Marc Patras di Parigi, dalla Fondazione Modena Arti Visive e da numerosi prestatori privati. 

Seydou Keïta e Malik Sidibé nascono da famiglie modeste e iniziano la propria carriera in piccoli studi fotografici nella capitale del Mali, Bamako. Davanti al loro obiettivo sfilano i propri concittadini, in anni cruciali per la storia del Paese e dell’Africa. Essi immortalano con abilità straordinaria non solo una eccezionale galleria di volti e di figure, ma soprattutto catturano le aspirazioni, le mode, l’evoluzione di una società che a partire dagli anni Cinquanta muta rapidamente sia in conseguenza della riconquistata indipendenza politica del Mali nel 1960, ma anche del desiderio dei giovani africani di stare al passo con i propri coetanei europei.

Di una generazione successiva a quella di Keïta e Sidibé, Samuel Fosso riparte da dove gli altri avevano lasciato. Anche lui inizia la propria carriera in un piccolo studio fotografico senza l’ambizione di essere artista, ma la sua opera, che al bianco e nero alterna il colore, non si compone come quella di Keïta e Sidibé di ritratti di altri. Fosso inizia quasi per gioco a ritrarre sé stesso, e il suo lavoro si sviluppa attraverso autoritratti in cui egli interpreta ironicamente gli stereotipi dell’Africa vista con gli occhi dell’Occidente o in cui reincarna, a partire da Malcolm X, le figure simbolo dell’emancipazione dei neri.

Il percorso si può configurare come una “staffetta”, come lo definisce il curatore Filippo Maggia, che permette di coprire un lungo periodo di storia africana. “Keïta – scrive Maggia – è attivo negli anni che precedono l’indipendenza del Mali (avvenuta nel 1960), Sidibé vive e racconta gli anni immediatamente successivi all’indipendenza, Fosso nasce negli anni in cui diversi Paesi africani raggiungono l’indipendenza. Una staffetta che riscontriamo anche nei contenuti delle loro immagini, come se il filo narrativo tracciato da Keïta alla fine degli anni Quaranta avesse poi trovato un suo percorso evolutivo che corre di pari passo con la progressiva conquista e manifestazione di una consapevole ‘africanità’, segno distintivo che leggiamo nei loro ritratti, che non casualmente divengono autoritratti in Fosso”.

Attraverso il genere del ritratto, che per ragioni storiche, politiche, sociali e religiose è stato quello prediletto da molti fotografi africani, l’esposizione al Magazzino delle idee racconta dunque attraverso immagini di straordinaria bellezza un’Africa di rinascita e di ricerca della propria identità, documentando le aspirazioni sociali dei soggetti fotografati sullo sfondo di una realtà culturale, politica ed economica con caratteristiche e urgenze lontane da quelle occidentali.

Dal 17 Febbraio 2023 al 11 Giugno 2023 – Magazzino delle Idee – Trieste

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INGE MORATH. FOTOGRAFARE DA VENEZIA IN POI

Inge Morath, <em>Venezia</em>, 1955 | © Fotohof archiv / Inge Morath / Magnum Photos
Inge Morath, Venezia, 1955 | © Fotohof archiv / Inge Morath / Magnum Photos

Il Museo di Palazzo Grimani di Venezia celebra la figura della fotografa Inge Morath (Graz 1923 – New York 2002) con una sezione inedita per l’Italia dedicata alla città lagunare dove la sua carriera ebbe avvio.

E’ stato l’amore a condurre nel novembre del 1951 Inge Morath e Lionel Burch, neo sposi, a Venezia. E sono stati il maltempo in Laguna e Robert Capa, a far diventare lei, che con la fotografia non aveva dimestichezza diretta ma che collaborava già con la celebre agenzia fotografica parigina, la prima donna fotografa dell’Agenzia Magnum Photos.

La mostra che dal 18 gennaio al 4 giugno 2023 si ammirerà al Museo di Palazzo Grimani focalizza la Venezia di Inge Morath, attraverso il celebre reportage che la fotografa austriaca realizzò in Laguna, quando l’Agenzia Magnum la inviò in città per conto de L’Oeil, rivista d’arte che aveva scelto di corredare con scorci veneziani un reportage della mitica Mary McCarthy.

Inge Morath Fotografare da Venezia in poi” è curata da Kurt Kaidl e Brigitte Blüml, con Valeria Finocchi; promossa dalla Direzione regionale Musei Veneto (direttore Daniele Ferrara) e la società Suazes che, alcuni anni fa, ha fatto conoscere in maniera dettagliata la carriera di questa fotografa in Italia.

All’epoca del primo soggiorno veneziano, la Morath lavorava in Magnum non come fotografa ma come collaboratrice redazionale. In pratica si occupava, anche grazie alla sua conoscenza delle lingue, della realizzazione delle didascalie che accompagnavano le immagini dei suoi colleghi fotografi, del calibro di Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger e Robert Capa.

Non fotografava, ma non le mancavano occhio e sensibilità. In quel novembre, la luce di Venezia sotto la pioggia la stregò, tanto da indurla a chiamare Robert Capa, responsabile della Magnum, per suggerirgli di inviare un fotografo in grado di catturare la magia che tanto la stava stupendo. Capa le rispose che un fotografo di Magnum a Venezia c’era già: era lei con la macchina fotografica. Non restava che comprare un rullino, caricarla e iniziare a fotografare.

“Ero tutta eccitata. Sono andata nel luogo in cui volevo scattare le mie fotografie e mi sono fermata: un angolo di strada dove la gente passava in un modo che mi sembrava interessante. Ho regolato la fotocamera e ho premuto il pulsante di scatto non appena ho visto che tutto era esattamente come volevo. È stata come una rivelazione. Realizzare in un istante qualcosa che mi era rimasto dentro per così tanto tempo, catturandolo nel momento in cui aveva assunto la forma che sentivo giusta. Dopo di che, non c’è stato più modo di fermarmi”.

Nel 1955, quattro anni dopo quelle prime fotografie, arriva l’incarico dalla rivista L’Oeil. Una volta a Venezia, avverte l’urgenza di esplorare la città e così “per ore andai in giro senza meta, solo a guardare, ossessionata dalla pura gioia di vedere e scoprire un luogo. Ovviamente avevo divorato libri su Venezia, sulla pittura e su quello che avrei dovuto fare. Il mio cervello ne era pieno… “.

“Il mio divertimento maggiore era quello di sedermi alla Scuola degli Schiavoni ed immergermi nelle opere di Carpaccio, quasi sempre da sola. O passare il tempo in compagnia del Tiepolo, era la fine del mondo. La sera i miei piedi erano stanchi e anche nel sonno mi trovavo ancora a camminare su innumerevoli ponti, le onde dei canali come pietrificate”.

Poi il Cimitero all’Isola di San Michele, Burano, Murano, Torcello, le processioni, il Redentore, i gatti ed i panni stesi, monumento, acqua e la gente comune…

“Come sarei felice di aver catturato con la mia macchina fotografica qualcosa che mi ha commosso, come la donna davanti al cancello del Palazzo Furstenberg con i gomiti piegati dietro la schiena o le scarpe dimenticate davanti a una fontana, la quotidianità in tutto la sua precaria bellezza”.

“Fotografare era diventata per me una necessità e non volevo assolutamente più farne a meno”.

La mostra nel suo complesso raccoglie circa 200 fotografie che avranno un focus specifico e inedito su Venezia anche con il supporto di documentazione inedita. Molte di queste fotografie veneziane, circa un’ottantina, non sono mai state esposte prima in Italia.

A corredo una selezione dei suoi principali reportage fotografici dedicati alla Spagna, Iran, Francia, Inghilterra-Irlanda, Stati Uniti d’America, Cina e Russia, oltre che la sezione dedicata ai ritratti, sezione molto importante nella sua ultima parte di carriera.
Un progetto che cade in concomitanza dei cento anni della nascita di Inge Morath (Graz 1923).

Come dichiara Daniele Ferrara, direttore regionale Musei Veneto: “Prosegue il rapporto del Museo di Palazzo Grimani, Istituto statale della Direzione regionale musei Veneto – Ministero della Cultura, con espressioni alte della creatività contemporanea Il concetto è quello di un museo laboratorio, che eredita quella funzione di crogiuolo di esperienze artistiche svolta dal Palazzo tra il Cinque e il Settecento. Successivamente ad “Archinto”, mostra site specific del maestro tedesco Georg Baselitz con opere dialoganti con lo spazio del Palazzo e la sua collezione, il museo ha accolto l’esposizione di importanti artisti italiani del fumetto, “Dopo la fine. Architetture narrative e nuove umanità”. Ora il Museo volge lo sguardo alla fotografia ed è scelta che scaturisce anche dall’impegno congiunto della Direzione Musei Veneto e dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione per lo studio, la tutela e la valorizzazione del patrimonio fotografico”.

Concetti che vengono confermati da Valeria Finocchi, direttrice del Museo di Palazzo Grimani: “Il Museo da alcuni anni è oggetto di un’importante processo di valorizzazione grazie alla fattiva collaborazione pubblico-privato con prestigiose realtà come la Fondazione Venetian Heritage e all’incessante lavoro di costruzione di nuovi contenuti e nuove prospettive di lettura del suo prezioso patrimonio artistico e architettonico, che impegnano lo staff interno e i collaboratori dalla ricerca storico-museologica fino alla progettazione di esperienze di alta divulgazione ed educative. Attraverso il riallestimento di numerosi ambienti del piano nobile, tra cui la celebre Tribuna, nel 2019, e la Sala del Doge, nel 2021, il Palazzo è tornato al centro della scena culturale veneziana e oggi si rivolge a pubblici differenziati, in un rinnovato rapporto con la città stessa grazie a progetti dedicati al recupero del patrimonio immateriale del territorio di riferimento”.

Marco Minuz di Suazes come coorganizzatore del progetto espositivo: “Questa collaborazione con la Direzione museale del Veneto e con il Museo di Palazzo Grimani valorizza un lavoro da noi intrapreso qualche anno fa per far scoprire al nostro paese la figura di questa straordinari fotografa”.

Dal 18 Gennaio 2023 al 04 Giugno 2023 – Museo di Palazzo Grimani – Venezia

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RUTH ORKIN. UNA NUOVA SCOPERTA

Ruth Orkin, Two American Tourists, Rome, Italy, 1956. Modern Print, 2021
Ruth Orkin, Two American Tourists, Rome, Italy, 1956. Modern Print, 2021

Dal 17 marzo al 16 luglio 2023, le Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino ospitano la più vasta antologica mai organizzata in Italia di Ruth Orkin (Boston 1921 – New York 1985), fotoreporter, fotografa e regista statunitense, tra le più rilevanti del XX secolo.
 
L’esposizione dal titolo RUTH ORKIN. Una nuova scoperta, curata da Anne Morin, organizzata da diChroma, prodotta dalla Società Ares srl con i Musei Reali e il patrocinio del Comune di Torino, riunisce 156 fotografie, la maggior parte delle quali originali, che ripercorrono la traiettoria di una delle personalità più importanti della fotografia del XX secolo, in particolare tra il 1939 e la fine degli anni Sessanta, attraverso alcune opere capitali come VE-DayJimmy racconta una storiaAmerican Girl in Italy, uno dei suoi scatti più iconici della storia della fotografia,i ritratti di personalità quali Robert Capa, Albert Einstein, Marlon Brando, Orson Welles, Lauren Bacall, Vittorio De Sica, Woody Allen e altri.
 
“Come curatore e storico della fotografia – afferma Anne Morin -, mi è sempre sembrato che il lavoro di Ruth Orkin non abbia ricevuto il riconoscimento che merita. Eppure, se questa fotografa ha un destino affascinante, il suo lavoro lo è altrettanto. Questa mostra si propone di rivisitare il lavoro della donna che voleva essere una regista e che, a causa delle circostanze, essendo un mondo cinematografico maschile, ha dovuto trovare il suo posto altrove. Non ha rinunciato al suo sogno, ma lo ha affrontato in modo diverso, creando un linguaggio singolare, estremamente ricco e nuovo attraverso la fotografia. Il lavoro fotografico di Ruth Orkin riguarda le immagini, il cinema, le storie e, in definitiva, la vita. Questa mostra è l’affermazione definitiva del lavoro di questa giovane donna che ha reinventato un altro tipo di fotografia.”
“Dopo il grande successo di Vivian Maier – dichiara Edoardo Accattino, Amministratore Ares srl -, portiamo a Torino una nuova mostra, dedicata a Ruth Orkin, fotografa elegante e sofisticata. La più ampia antologia mai realizzata su una delle firme più importanti del XX secolo, la cui opera è ancora oggi poco nota. Per questo, abbiamo voluto creare un percorso coinvolgente che accompagnerà i visitatori a scoprire e conoscere un’artista sensibile, la cui straordinaria opera affascinerà il pubblico torinese”.
 
“L’esposizione monografica su Ruth Orkin – sostiene Enrica Pagella, Direttrice dei Musei Reali – continua la serie di mostre dedicate alla fotografia quale cifra identitaria delle Sale Chiablese, spazio che i Musei Reali riservano soprattutto alle arti contemporanee e alla riflessione sui mezzi di comunicazione che hanno contribuito a mutare il volto della storia e della società. Dopo Vivian Maier. Inedita e Focus on Future.  14 fotografi per l’Agenda ONU 2030, questa antologica restituisce una riflessione attenta ai diversi linguaggi che hanno condotto l’artista ad accreditarsi e a distinguersi nel panorama della fotografia mondiale, attestando il primato e la visionarietà di uno sguardo ancora da approfondire, fedele alla narrazione di un’epoca in cui l’affermazione di genere era una conquista lontana, anche in ambito artistico”.
 
La mostra affronta il suo lavoro da una prospettiva completamente nuova, all’incrocio tra l’immagine fissa e l’immagine in movimento. Affascinata dal cinema, Ruth Orkin sognava infatti di diventare una regista, grazie anche all’influenza della madre, Mary Ruby, attrice di film muti, che la portò a frequentare le quinte della Hollywood degli anni Venti e Trenta del Novecento. Nella prima metà del secolo scorso, tuttavia, per una donna la strada per intraprendere questa carriera era disseminata di ostacoli. Ruth Orkin dovette quindi rinunciare al sogno di diventare cineasta o perlomeno dovette reinventarlo e trasformarlo; complice il regalo della sua prima macchina fotografica, una Univex da 39 centesimi, si avvicinò alla fotografia, ma senza mai trascurare il fascino del cinema. 
 
Proprio l’appuntamento mancato con la sua vocazione, la costringerà a inventare un linguaggio alla confluenza tra queste due arti sorelle, tra l’immagine fissa e l’illusione dell’immagine in movimento, un linguaggio che induceva una corrispondenza costante tra due temporalità non parallele. Attraverso un’analisi molto specifica dell’opera di Orkin, la rassegna permette di capire i meccanismi messi in atto per evocare il fantasma del cinema nel suo lavoro. Come avviene nel suo primo Road Movie del 1939, quando attraversò in bicicletta gli Stati Uniti da Los Angeles a New York. In quell’occasione, Ruth Orkin tenne un diario che diventò una sequenza cinematografica, un reportage che raccontava questo viaggio e la cui linearità temporale si svolge in ordine cronologico. Ispirandosi ai taccuini e agli album in cui la madre documentava le riprese dei suoi film, e utilizzando lo stesso tipo di didascalie scritte a mano, l’artista inseriva l’immagine fotografica in una narrazione che riprendeva lo schema della progressione cinematografica, come se le fotografie fossero immagini fisse di un film mai girato e di cui vengono esposte 22 pagine.
 
 
Il percorso propone inoltre lavori come I giocatori di carte o Jimmy racconta una storia, del 1947, in cui Ruth Orkin usa la macchina fotografica per filmare, o meglio, per fissare dei momenti, lasciando allo sguardo dello spettatore il compito di comporre la scena e riprodurre il movimento, ma anche le immagini e il film Little fugitive (1953), candidato al Premio Oscar per la migliore storia cinematografica e vincitore del Leone d’argento alla Mostra del Cinema di Venezia, che racconta la storia di un bambino di sette anni di nome Joey (Richie Andrusco) che fugge a Coney Island dopo essere stato indotto con l’inganno a credere di aver ucciso suo fratello maggiore Lennie e che François Truffaut riteneva di fondamentale importanza per la nascita della Nouvelle vague.
Nei primi anni Quaranta, Ruth Orkin si trasferisce a New York, dove diventa membro della Photo League, cooperativa di fotografi newyorkesi, e instaura prestigiose collaborazioni con importanti riviste, tanto da diventare una delle firme femminili del momento.
È in questo periodo che realizza alcuni degli scatti più interessanti della sua carriera. Con Dall’alto Orkin cattura perpendicolarmente da una finestra gli avvenimenti che si svolgono per strada, riprendendo alcune persone del tutto ignare di essere oggetto del suo sguardo fotografico: un gruppo di signore che danno da mangiare ai gatti di strada; un padre che, acquistata una fetta di anguria, la porge alla figlia davanti al chiosco del venditore ambulante; due poliziotti che fanno cordone attorno a un materasso logoro abbandonato per strada; due bambine che giocano a farsi volteggiare l’un l’altra; un gruppo di marinai che incedono speditamente e che divengono riconoscibili per i loro cappelli che si stagliano come dischi bianchi sul fondale grigio dell’asfalto.
A molti anni di distanza, tornò a questo genere di scatti: da una finestra con vista Central Park, l’artista riproponeva lo stesso gesto e la stessa inquadratura, nelle diverse stagioni, registrando la fisionomia degli alberi, la tonalità delle loro foglie: il soggetto è proprio il tempo e il suo scorrere, sotto forma di una sequenza che parla dell’elasticità del tempo filmico. 
 
La mostra darà poi conto del reportage per la rivista LIFE, realizzato nel 1951 in Israele a seguito della Israeli Philarmonic Orchestra e del viaggio compiuto in Italia, visitando Venezia, Roma e Firenze, città dove incontra Nina Lee Craig, una studentessa americana, alla quale chiede di farle da modella per un servizio volto a narrare per immagini l’esperienza di una donna che viaggia da sola in un paese straniero e che divenne soggetto di American Girl in Italy, una delle sue fotografie più iconiche e più famose della storia della fotografia; la scena che immortala Nina Lee Craig passeggiare per le strade di Firenze tra un gruppo di uomini che ammiccano al suo passaggio, riesce a ispirare a Ruth Orkin la foto-racconto che cercava da tempo.

Dal 17 Marzo 2023 al 16 Luglio 2023 – Musei Reali | Sale Chiablese – Torino

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Fuori dal Mondo – Marco Palombi

FUORI DAL MONDO
Più di venti anni, la voglia di conoscere, lontano da casa.
I loro occhi, i miei occhi.
Accolto con stupore nelle loro vite, spazio condiviso, cibo condiviso, gioia e tristezza.
Ma tu chi sei?
Fuori dal mondo loro, o io? o noi?
Differenze affascinanti, la natura cambia, il clima cambia.
Lasciare la terra dove sei nato, umanità in fuga con i pochi averi tutti in una valligia, a
volte in una busta.
La guerra. Sangue e merda.
Il miraggio di avere un’istruzione, cure mediche.
Fotografare come apprezzare e scoprire terre sconosciute.
Il mondo ora corre troppo, rimanere più tempo nei luoghi per scoprire una vita vera,
un sentimento di comunità che noi abbiamo perso, ritrovare un senso di grande
dignità, non di povertà.
Volti che non puoi mai dimenticare
Marco Palombi

Scatti presentati in grande formato per un site specific incentrato sugli sguardi e sui ritratti di popoli costretti alla fuga dai propri territori per le guerre, per la fame, per la siccità o per calamità naturali, destinati così alla dissoluzione delle loro civiltà. La mostra include anche una serie di foto di piccolo e medio formato a testimonianza di etnie che a breve saranno fuori dal mondo non avendo più futuro.

Marco Palombi, fotoreporter free lance, inviato di Repubblica, La Stampa ed altre testate, dagli anni ’90 del secolo scorso viaggia per raccogliere immagini per i suoi reportage, dove le minoranze etniche, i popoli nomadi e i contrasti tra occidente e oriente diventano il fulcro della sua ricerca fotografica.

Dal 1 al 31 marzo – galleria BiancoContemporaneo – Roma 

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LIBRARIUM – FULVIO MAGURNO

Alessia Paladini Gallery è lieta di presentare Librarium, fotografie di Fulvio Magurno. Un viaggio nel mondo della lettura e del libro attarverso una suggestiva serie di immagini in bianco e nero, scattate da Fulvio Magurno tra la metà degli anni Ottanta e la
metà degli anni Novanta in Europa, Africa, Asia. In queste raffinate fotografie l’oggetto scritto è l’unico soggetto, la fascinazione per la parola scritta emerge in ogni scatto: nelle pagine consumate di un antico volume, nelle pagine fermate da un sasso per impedire alla brezza marina di scompigliarle, nello sguardo assorto di un bambino immerso nella lettura, nei dorsi di volumi celati dal velo di una tenda, scolpite su pietra consumata.
Il legame di Fulvio Magurno con la letteratura è ricorrente nel suo processo creativo: sperimentatore, fotografo e sofisticato intellettuale, costantemente alla ricerca di legami interdisciplinari tra le più diverse forme artistiche, Fulvio Magurno sublima nei
suoi scatti, al tempo stesso modernissimi e classici, un universo culturale profondo e stimolante.
In un momento come quello attuale, dove la “lentezza” della lettura, il gesto di sfogliare un libro, il sentire la consistenza delle pagine tra le dite sembrano appartenere ad un mondo in via d’estinzione, sopraffatto dalla voracità del mondo digitale, Librarium appare come un’oasi di calma e di riflessione.
“Un libro, una lettera, una poesia sono parole scritte e parole lette. Librarium di Fulvio Magurno è un viaggio di immagini vicine e lontane (…) per accompagnare chi guarda dentro un mondo fatto di parole, scritte e lette, che riverberano nel bianco e nero della
stampa fotogafica, lasciando ben impressa una sensazione di passato che resta immutato. (…) “ (Anna Orlando).

1 marzo – 14 aprile 2023 – Alessia Paladini Gallery – Milano

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LUCENTE – ANNA BRENNA

Le origini del nome del fiume Lambro sono da ricercare nella parola greca λαμπρως (lampròs) che significa limpido, lucente e anche un vecchio detto in dialetto milanese recita “ciar com’el Làmber”, cioè limpido come il Lambro.

l fiume Lambro nasce in provincia di Como e lungo il suo corso attraversa la Lombardia da nord a sud, attraversando 52 comuni, toccando sei province e percorrendo silenziosamente tutta la periferia orientale della città di Milano, per poi sfociare nel Po poco a sud di Lodi, con un percorso di 130km.

Purtroppo il Lambro è noto per essere tutt’altro che limpido, è infatti uno dei grandi fiumi italiani che più ha risentito della pesantissima industrializzazione avvenuta sulle sue rive. Il corso è stato modificato e danneggiato a favore delle città e ciò è stato causa di esondazioni e inquinamento.

Solo dalla fine degli anni novanta, la situazione è decisamente migliorata soprattutto grazie agli interventi di bonifica promossi anche dall’Unione Europea e al sistema depurativo della città di Milano.

Numerosi parchi cittadini ospitano tratti del fiume Lambro, dal Parco di Monza al Parco Lambro di Milano, solo per citare i più importanti, offrendo polmoni verde a una delle zone più industrializzate d’Italia. Diverse piste ciclopedonali sono inoltre state create lungo le rive del fiume, tra cascine, mulini, campi coltivati a mais, balle di fieno arrotolate e uccelli, che numerosi popolano le aree fluviali.

Ho percorso in cinque mesi l’intero corso del fiume, dalla sorgente alla foce, cercando di catturare immagini del fiume e dell’ambiente circostante, che rappresentassero il rapporto dell’uomo con il fiume e i cambiamenti nel paesaggio che ne ospita il corso, principalmente dovuti all’intervento umano.

Ho amato perdermi nella campagna, le sensazioni di lentezza e l’immobilità che caratterizzano il fiume, le atmosfere a tratti fiabesche, la presenza umana che si perde nel paesaggio o che lascia solo tracce del proprio passaggio.

Dal 25 marzo al 6 aprile – Biblioteca Comunale di Costa Masnaga (LC)

Diachronicles Giulia Parlato

Con il progetto Diachronicles Giulia Parlato ha vinto Giovane Fotografia Italiana | Premio Luigi Ghirri 2022, ideato e promosso dal Comune di Reggio Emilia in collaborazione con Triennale Milano, GAI – Associazione per il Circuito dei Giovani Artisti Italiani e Fotografia Europea, con il contributo di Reire srl. Diachronicles racconta lo spazio storico come contenitore immaginario in cui un’apparente raccolta di prove apre al fantastico. In questo spazio, i tentativi di ricostruire il passato si perdono in vuoti fantasmagorici, dove gli oggetti vengono generati, usati, sepolti, dissotterrati, trasportati e trasferiti.

Fino al 26 marzo 2023 – La Triennale di Milano

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AARON SCHUMAN – SONATA

Sonata è un ampio corpo di lavoro composto da immagini realizzate da Aaron Schuman in Italia nell’arco di quattro anni. Presentato inizialmente in un volume monografico edito nel 2022 dagli inglesi di MACK (che trovate qui), acclamato dalla critica, trae ispirazione da Viaggio in Italia di Johann Wolfgang von Goethe (1786-1788) e ricerca quelle che Goethe definiva le “impressioni dei sensi“. Come Goethe nei suoi viaggi in terra italiana, Schuman cerca risposte alle stesse riflessioni introspettive: “L’esenziale si è, che io prendo di bel nuovo interessamento alle cose di questo mondo; che io cerco di bel nuovo di esercitare il mio spirito di osservazione, per quanto i miei lumi e le mie cognizioni lo consentono; che la mia vista è pronta ad afferrare rapidamente quanto si offre allo sguardo; e che il mio animo può di bel nuovo esercitare le sue facoltà, le quali erano rimaste oppresse ed irrigidite.”

Sonata non cerca di cogliere e raccontare la realtà oggettiva; piuttosto, la filtra consapevolmente, rileggendola attraverso i miti, le idealizzazioni, le fascinazioni e le fantasie associate al nostro paese e a ciò che ha rappresentato nell’immaginario degli innumerevoli viaggiatori che lo hanno visitato nel corso dei secoli. Schuman stesso – prima con i suoi genitori, poi con la moglie e i figli – ha sviluppato fin dall’infanzia un legame viscerale, quasi primordiale, con l’Italia; un legame che è certamente, evidentemente quello di uno straniero, ma che è comunque forte, intuitivo, profondamente sincero e personale. Con Sonata, Schuman ci invita a esplorare un’Italia tanto simbolica quanto reale: intrisa dell’euforia e del terrore, dell’armonia e della dissonanza delle sue eredità culturali e storiche, eppure sempre nuova, rinvigorente e risonante nelle sue suggestioni sensoriali e psicologiche.

Micamera è orgogliosa di presentare una mostra e un’installazione site-specific di Sonata, concepita e realizzata in collaborazione con l’artista stesso. Oltre alle bellissime stampe, l’esposizione includerà anche una selezione di oggetti provenienti dalla collezione personale di Schuman, fotografie ed ephimera che hanno imperniato questo lavoro, e dialogherà con una selezione curata di libri dagli scaffali di Micamera.

Conosci tu il paese dove i limoni fioriscono,
nel fogliame buio fulgon le arance d’oro?
– Johann Wolfgang von Goethe, 1796

dall’11 marzo al 22 aprile – MICamera – Milano

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Ecco le mostre di fotografia da non perdere a Dicembre!

Eccovi le mostre più interessanti che la scena propone per il mese di dicembre

Anna

LEE MILLER – MAN RAY. FASHION, LOVE, WAR

Lee Miller, Portrait of Space, Al Bulwayeb, Near Siwa, Egypt 1937 by Lee Miller (E1905)

Modella, fotografa, musa, prima donna reporter di guerra a documentare gli orrori dei campi di concentramento liberati dalle truppe americane, icona del Novecento. Lee Miller è stata tutto questo e molto di più, ha attraversato la vita con passione e determinazione. E la vita l’ha ricambiata con amore e amici, ma anche con dolore e riconoscimenti postumi o quanto meno tardivi. Ora una mostra renderà giustizia a questa donna tanto bella quanto brillante e talentuosa togliendola dall’ombra di Man Ray che l’ha sempre accompagnata per svelare il loro rapporto profondo quanto complicato in maniera più oggettiva: Man Ray, prima suo insegnante, poi amore e infine grande amico.

L’esposizione Lee Miller – Man Ray. Fashion, love, war, curata da Victoria Noel-Johnson, è prodotta e organizzata da CMS.Cultura in collaborazione con ACP- Art Capital Partners Palazzo Franchetti – main sponsor Gruppo Unipol – presenta circa 140 fotografie di Lee Miller e di Man Ray, alcuni oggetti d’arte e documenti video, grazie all’adesione dei Lee Miller Archives e della Fondazione Marconi

Nella prestigiosa ed esclusiva sede di Palazzo Franchetti a Venezia i visitatori dal prossimo 5 novembre e fino al 10 aprile 2023, potranno finalmente apprezzare a pieno le qualità di questa grande fotografa, il contributo che diede non solo come musa di Man Ray ma soprattutto come professionista alla pari, al punto che sovente si dimentica che fu lei a scoprire, per caso, e a ispirargli la tecnica fotografica della solarizzazioneche Man Ray adottò come firma artistica e per laquale si contraddistinse. 

Obiettivo della mostra è quindi anche offrire il giusto riconoscimento a Lee Miller, pioniera del surrealismo in fotografia, ponendola su un piano di parità con Man Ray, il cui lavoro tendeva a oscurarla sia in vita che negli anni a venire. La mostra che si apre con il dittico di Lee Miller e Man Ray (Man Ray, autoritratto, 1931 e Man Ray, Lee Miller,1929) si articola in un percorso cronologico e tematico. 

La mostra accoglie il visitatore con una sezione dedicata a Lee Miller come modella e musa negli anni Venti quando incontra accidentalmente il famoso editore di  Condé Nast che la rende modella di Vogue Georges Lepape, il principale illustratore di moda di quegli anni, ne ritrae il suo volto per una copertina di Vogue (USA) del 1927 lanciandola come icona di stile fino a quel noto scatto usato a sua insaputa per la pubblicità degli assorbenti Kotex ritenuta scandalosa per l’epoca e per la quale, in parte, decide di lasciare New York e cerca di tornare a Parigi e seguire la sua passione per la fotografia.

Negli anni parigini la Miller lavora con George Hoyningen-Huené, celebre fotografo di Vogue (Francia) che ne rivela la grazia androgina fotografandola con una tuta e scarpe da tennis che indossava come un abito da sera, e nel celebre scatto The Divers, uno dei più iconici scatti di moda nel XX secolo scelto da Anna Wintour tra i suoi cinque preferiti della lunga storia di Vogue, in cui Lee Miller posa di schiena su un molo insieme a Horst P. Horst altro nome leggendario della fotografia.  Lee attinge avidamente da ogni spunto e provocazione dal background artistico e culturale che precede l’incontro del 1929 con Man Ray, in quell’avanguardia parigina degli anni Venti che accolse e lanciò alcuni dei grandi nomi della storia dell’arte.

Cuore dell’esposizione
 è il rapporto tra Lee Miller e Man Ray sbocciato a Parigi nel 1929, e che finisce nel 1932, con un focus sulle loro vite, carriere e relazioni in quel periodo. Sarà così evidente per il visitatore l’ispirazione che entrambiesercitarono uno sul lavoro dell’altro, inclusa la tecnica fotografica della solarizzazioneche Man Ray fece sua al punto che sovente son stati erroneamente attributi a Ray i lavori di Miller. Saranno esposti anche i ritratti scattati da Man Ray degli amici e grandi protagonisti di quella stagione artistica: Max Ernst, Pablo Picasso, Giorgio de Chirico, Jean Cocteau, Salvador Dalì e gli scatti surrealisti a Lee Miller nei quali cerca di indagare e rivelare la sua anima, i suoi tormenti, utilizzando la macchina fotografica come strumento quasi a voler scomporre il suo algido corpo ritraendone la nuca, il collo, le spalle. Esposti anche alcuni indimenticabili scatti alle amiche artiste Dora Maar e Meret Oppenheim

È sempre del 1930, la fotografia The Neck (Il Collo) dedicata alla lunga ed elegante nuca di Lee Miller che, dopo uno dei tanti litigi, Man Ray rappresentò sgozzato da una rasoiata adorna di goccioline di inchiostro rosso.
Nello stesso anno Jean Cocteau coinvolse Lee Miller nel suo surrealista Le sang d’un poète, straordinario film d’avanguardia in cui Lee, cosparsa di gesso, interpreta una statua d’ispirazione classica, una dea moderna.

L’esposizione affronta anche, attraverso una vasta selezione di foto sia ritratti che pubblicità commerciali, il periodo successivo alla relazione con Ray, quando Miller nel 1932 torna a New York dove apre uno studio fotografico di successo, all’epoca il primo fondato e gestito da una fotografa donna. In quel periodo, Man Ray, accecato dal dolore per la separazione da Lee, sostituisce nel 1933 l’occhio sul braccio del suo celeberrimo metronomo Perpetual Motif (Moto perpetuo) con quello dell’amata. La sezione punta poi l’accento sulle creazioni surrealiste di Lee Miller fino agli scatti delle famose “vacanze surrealiste dell’estate del 1937 tra la Cornovaglia e il sud della Francia insieme a Max Ernst, E.L.T.Mesens, Man Ray e Leonora Carrington oltre a Pablo Picasso, Dora Maar e Elieen Agar e con quello che diventerà il suo secondo marito, l’artista britannico surrealista Roland Penrose.

Una sezione è poi dedicata all’Egitto. Nel 1934 Lee Miller sposa l’uomo d’affari egiziano Aziz Eloui Bey e lo segue nella sua terra d’origine dove rimane affascinata dal panorama del deserto, dai villaggi e dalle testimonianze delle civiltà passate come dimostrano i numerosi scatti, di grande fascino e atmosfera come il celeberrimo Portrait of Space(Ritratto di uno spazio) con la sua tenda o zanzariera strappata verso l’infinito che ispirò René Magritte  a dipingere Le baiser (Il bacio) nel 1938. Un matrimonio però destinato a durare poco, in parte dovuto alla conoscenza a Parigi di Roland Penrose e il successivo trasferimento a Londra, città dove lavora come fotografa di Vogue (UK), ed è proprio sulle pagine della famosa rivista patinata che dà vita a scatti dedicati alle rubriche di moda e di società con luci e tagli surrealisti che attingono alla sua vita precedente e al suo legame con Man Ray.

Infine il dramma della Seconda Guerra Mondiale, Lee Millerè corrispondente di guerra e fotoreporter per VogueDurante la guerra si trova a documentare eventi tragici come il Blitz di Londra, la liberazione di Parigi e i campi di concentramento di Buchenwald e Dachau. Nel 1944 viene accreditata come corrispondente dell’esercito americano ecollabora con il fotografo di Time Life, David E. Scherman. All’interno di questa sezione, oltre all’iconico scatto di Lee Miller nella vasca da bagno di Hitler, anche un’ampia selezione di suoi lavori con taglio surrealista, e foto di importanti artisti e vecchi amici, come Picasso e Jean Cocteau a Parigi, che incontra poco dopo la fine del conflitto.

In tutta l’esposizione, il fil rouge è dunque dedicato al rapporto tra Lee Miller e Man Ray e l’evoluzione da amore in amicizia, durata per quasi 50 anni, parallelamente ai reciproci matrimoni con Aziz Eloui, Roland Penrose e Juliet Browner. Ray sarà particolarmente vicino a Miller nel periodo in cui soffre di depressione cronica, anche a causa di una sorta di disturbo post-traumatico dovuto agli orrori a cui aveva assistito nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

Dal 05 Novembre 2022 al 10 Aprile 2023 – Palazzo Franchetti – Venezia

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TINA MODOTTI. LA GENESI DI UNO SGUARDO MODERNO

Tina Modotti, Campesinos leyendo el Machete, FECHA ca. 1929, Lugar, Ciudad de México, Distrito Federal, Mexico, inv 35319

Dal 12 novembre 2022 al 12 marzo 2023 il Centro Saint Bénin di Aosta rende omaggio a una tra le più importanti fotografe dell’inizio del XX secolo con la mostra “Tina Modotti: La Genesi di uno Sguardo Moderno”.
 
La mostra promossa dall’Assessorato Beni culturali della Regione autonoma Valle d’Aosta, è a cura di Dominique Lora, in collaborazione con Daria Jorioz, dirigente della Struttura Attività espositive e promozione identità culturale della Valle d’Aosta.
 
Attraverso oltre 100 scatti originali della fotografa provenienti dalla collezione dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia e dalla Fototeca Nazionale di Città del Messico, la mostra vuole analizzare il contributo che la Modotti ha dato nello sviluppo della fotografia in Messico. 
 
Avventurosa, nomade e a tratti misteriosa, la vita di Tina Modotti è stata galvanizzata da passioni turbolente che hanno influenzato la sua esistenza e la sua creatività – forte e sensibile – dando vita al suo sofisticato talento e alla sua pionieristica tecnica fotografica. Donna moderna e artista visionaria ante tempore, durante la prima metà del secolo scorso la Modotti fa parte integrante degli esperimenti artistici e poetici che caratterizzarono le prime avanguardie del novecento. 
 
Sebbene negli ultimi anni la sua opera abbia attirato l’attenzione di scrittori, registi, artisti e curatori, il tema e l’oggetto della maggior parte delle mostre, approfondimenti e varie pubblicazioni ad essa dedicate, si sono generalmente concentrati sulle sue avventure romantiche o sui rapporti con altre famose personalità della scena politica o artistica della prima metà del ventesimo secolo, inclusi Julio Antonio Mella, Edward Weston, Frida Kahlo o Diego Rivera.
 
Quindi la questione della sua influenza tangibile, decisiva e duratura sullo sviluppo dell’arte fotografica in Messico e all’estero, rimane oggi trascurata dall’opinione pubblica internazionale.
Il talento riconosciuto della Modotti consiste nell’osservare e immortalare le condizioni e le emozioni delle classi lavoratrici e della rivoluzione socialista, raccontando uomini, donne e territori. Ma soprattutto traccia e sviluppa una nuova sensibilità artistica, basata sulla moderna tecnica fotografica, generalmente riservata ad un universo prettamente maschile. Insieme a Imogene Cunnigham, Lola Alvarez Bravo, Margaret Bourke White, Frida Kahlo e Giorgia O’Keefe, per citarne alcune, la Modotti si distingue come una donna appassionata e indipendente, un’artista d’avanguardia, coraggiosa ed esemplare per il suo tempo e le generazioni a venire.
 
L’opera originale di Tina (rivalutata solo a partire degli anni ’70) si trova principalmente negli Stati Uniti, dove per troppi anni è rimasta dimenticata negli archivi di vari istituti sparsi per il paese, soprattutto in seguito alla censura imposta dal movimento maccartista. Oggi, sebbene il talento dell’artista sia stato riconosciuto a livello internazionale, la sua audace biografia continua a influenzare, se non ad oscurare, la percezione del suo lavoro straordinario, creando un filtro per una comprensione puramente artistica. E se la sua complessa avventura umana continua ad ispirare romanzi, fumetti, documentari e mostre basati sul mito, o almeno sul romanzo che fu la sua esistenza, pochi finora si sono concentrati sui suoi esperimenti e sulla sua eredità artistica
che dimostrano l’influenza fondamentale che le sue fotografie hanno (e continuano a) esercitato sulla formazione di diverse generazioni di fotografi – soprattutto donne – in Messico e nel mondo.
 
La sua libertà di rappresentare il reale, sensuale, ruvida, chiara e vivida, che prende le distanze dall’universo astratto di altri maestri suoi contemporanei quali Weston, Stieglitz, Adams o Steichen, l’ha infatti portata verso una forma istintiva e originale di umanità e di comprensione nei confronti del mondo che la circondava e che, di fronte al suo obiettivo, si rivelava nella sua essenza, libera da metafore anche quando rappresentava un semplice fiore. 

Dal 11 Novembre 2022 al 12 Marzo 2023 – Centro Saint Bénin – AOSTA

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WILLIAM KLEIN ROMA PLINIO DE MARTIIS

Plinio De Martiis, Baracche alla Farnesina, Roma 1951. Collezione Fondazione Gramsci onlus | © Eredi Plinio De Martiis

La mostra mette a confronto lo sguardo di William Klein (New York 1926-Parigi 2022), acclamato fotografo di fama mondiale, e quello di Plinio De Martiis (Giulianova 1920 – Roma 2004), leggendario gallerista romano, che da giovane abbracciò la professione di fotografo con risultati sorprendenti.

Oggetto della loro osservazione è la città di Roma negli anni Cinquanta.
Le foto di Klein, scelte da Alessandra Mauro, insieme allo stesso autore, scomparso recentemente, sono le immagini più rappresentative tra quelle pubblicate nel celebre libro Rome + Klein del 1959 con i testi di Pier Paolo Pasolini. Quelle di De Martiis, sulle quali ha lavorato Daniela Lancioni, risalgono alla prima metà degli anni Cinquanta e testimoniano la partecipata attenzione rivolta dall’autore ai luoghi della Città dove le condizioni di vita erano più difficili.

La mostra sotto diversi aspetti si pone in dialogo con le altre in corso presso le diverse sedi dell’Azienda Speciale Palaexpo, Pier Paolo Pasolini. Tutto è santo. Il corpo poetico al Palazzo delle Esposizioni e Jonas MekasImages Are Real al Padiglione 9b del Mattatoio, per i rapporti di Pasolini con Klein e con Mekas, e per la sensibilità priva di commiserazione con cui Pasolini e De Martiis hanno raccontato, in maniera diversa, la vita nelle borgate e nelle periferie romane.

Dal 09 Novembre 2022 al 26 Febbraio 2023 – Mattatoio – ROMA

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MONIKA BULAJ. ALL’OMBRA DEL BAOBAB

© Monika Bulaj – All’ombra del Baobab

Dall’Atlantico, passando per il Lago Vittoria, fino al Mar Rosso: una traversata dell’Africa in orizzontale, lungo la catena degli ospedali di EMERGENCY, dove lavorano medici, chirurghi, tecnici, infermieri, anestesisti, radiologi, amministratori, giardinieri. 

Sono loro i protagonisti della mostra fotografica “All’ombra del Baobab” della fotogiornalista e reporter Monika Bulaj che verrà inaugurata martedì 15 novembre alle 18:00 nella sede di EMERGENCY a Venezia, e sarà aperta dal 16 novembre fino al 27 gennaio 2027.  

Gli scatti di Monika Bulaj in Sierra Leone, Uganda, Sudan raccontano le storie di sfide quotidiane e talvolta di sconfitte, di disgrazie endemiche e urgenze prevedibili.   

“In questo reportage racconto storie come quella di Aisha, dall’esofago bruciato dalla soda caustica, che insegna a nutrirsi ai bambini vittime come lei; di un progetto per le madri delle bidonville, disegnato a tavolino in Europa: la produzione del sapone con un ‘veleno’ a portata di mano”  dichiara la fotoreporter Monika Bulaj  “Sfide come quella del viaggio trans africano di Aminata per sostituire le valvole del cuore minato da un’infezione da streptococco non curata. E, ancora, la rinascita di Ibrahim in Sud Darfur, dopo l’ennesima trasfusione dovuta all’anemia falciforme, la spietata risposta genetica a una continua esposizione alla malaria.”

Il reportage di Monika Bulaj è anche un viaggio attraverso i progetti dell’ANME (African Network of Medical Excellence), la rete sanitaria d’eccellenza di EMERGENCY nata con l’obiettivo di costruire Centri medici d’eccellenza gratuiti in tutta l’Africa. Della rete di EMERGENCY nel continente africano fanno parte il Centro Salam di cardiochirurgia a Khartoum, in Sudan, e il Centro di chirurgia pediatrica di Entebbe, progettato da Renzo Piano in Uganda. In questi ospedali afferiscono gratuitamente da tutto il continente pazienti con patologie specifiche che troverebbero difficilmente cura in Africa.  

Le attività del Centro pediatrico di Port Sudan e del Centro pediatrico di Mayo sono co-finanziate da Unione Europea, mentre le attività del Centro chirurgico di Goderich sono co-finanziate dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo
 
La mostra è stata organizzata grazie al contributo tecnico di FUJIFILM Italia. Le fotografie in mostra sono stampate su carta fotografica Fujifilm Original Photo Paper. L’allestimento è stato realizzato da EMERGENCY con la collaborazione di Paola Fortuna.  

Dal 16 novembre al 27 gennaio 2023 – Emergency – Venezia

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GIAN PAOLO BARBIERI: UNCONVENTIONAL

Gian Paolo Barbieri, Moira O'Brien, Seychelles, 1981. Courtesy of Fondazione Gian Paolo Barbieri and 29 ARTS IN PROGRESS gallery

Dal 29 novembre 2022 al 25 marzo 2023, 29 ARTS IN PROGRESS di Milano presenta la mostra ‘GIAN PAOLO BARBIERI: UNCONVENTIONAL’: una selezione di fotografie a colori che regalano uno sguardo inedito alla produzione meno nota dell’Artista, vincitore nel 2018 del premio Lucie Award come Miglior Fotografo di Moda Internazionale (Outstanding Achievement in Fashion).

Il percorso espositivo propone al pubblico immagini innovative in termini di ambientazioni e styling, frutto dell’inconfondibile ingegno dell’Artista: una fotografia ironica e allo stesso tempo colta, ricercata e provocatoria insieme, ricca di rimandi alla storia dell’arte, di eclettici set outdoor in location esotiche e citazioni cinematografiche eco dell’esperienza giovanile agli studi di Cinecittà a Roma.

In mostra scatti intimi e spontanei di modelle e celebrity come Eva Herzigova, Isa Stoppi e Donatella Versace si alternano ad iconiche fotografie che Barbieri – tra i più brillanti interpreti del Made in Italy – ha concepito per alcune delle più leggendarie campagne pubblicitarie per brand di moda italiani e internazionali come Versace, Ferrè, Vivienne Westwood, Dolce & Gabbana, Valentino e Armani.

Internazionalmente conosciuto per i suoi scatti in bianco e nero, le cui protagoniste appaiono quasi inarrivabili nella loro raffinata severità, Barbieri racconta, tramite il colore, la sua personale e ironica interpretazione della moda e della bellezza femminile: le donne delle immagini in mostra si liberano per l’occasione delle pose più canoniche della fotografia di moda, per farsi portavoce di una nuova eleganza non convenzionale che ne rivela il lato più disinvolto e sensuale.

Le opere esposte, tra ritratti inediti e immagini dipinte a mano, raccontano la creatività e l’irriverenza di un Artista per cui le arti hanno sempre rappresentato un mezzo imprescindibile di valorizzazione e di supporto alla moda, elevata ben oltre il proprio valore d’uso.

Gli studi e le ricerche condotti sono stati di così vasta portata che, in una carriera lunga più di 60 anni con più di un milione di scatti, sarebbe difficile trovare anche un solo intervento senza allusioni, punti di riferimento o ispirazione alle arti visive, al cinema e ai grandi maestri dell’arte e della fotografia.

«Da sempre amo l’arte, in tutte le sue declinazioni. Fin da piccolo l’ispirazione al teatro e al cinema furono una spinta importante. Poi leggendo tanto, studiando l’arte classica, guardando ai maestri del passato o semplicemente guardandomi intorno e prendendo spunto da ciò che si animava intorno a me, sviluppavo il mio occhio artistico. Immaginavo e disegnavo nella mia mente ciò che avrei voluto fosse il risultato del servizio, costruivo i miei set in maniera impeccabile, sempre con una citazione, più o meno esplicita, all’arte, al cinema o all’architettura.» (Gian Paolo Barbieri)

Le opere in esposizione sorprenderanno un pubblico che già conosce e ama Barbieri mostrando un aspetto poco noto ma di irresistibile fascino di uno dei più grandi maestri della fotografia il cui stile autorale resta, tutt’oggi, tra i più emulati e ammirati al mondo. La mostra inaugurerà a pochi giorni di distanza dall’uscita nelle sale cinematografiche in Italia del primo docufilm realizzato sull’opera e la vita di Gian Paolo Barbieri “L’uomo e la bellezza” già vincitore del premio del pubblico al Biografilm Festival 2022 di Bologna.

Dal 29 Novembre 2022 al 25 Marzo 2023 – MILANO – 29 ARTS IN PROGRESS gallery

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ETTORE SOTTSASS. CATANIA MIA!

Ettore Sottsass, Catania anni '90

111 fotografie, in bianco e nero e colore, quasi tutte inedite, realizzate a Catania negli anni novanta, raccontano Ettore Sottsass fotografo, uno degli aspetti ancora meno conosciuti e indagati del grande architetto e designer italiano.
Al Museo Civico “Castello Ursino” di Catania sarà presentata dal 21 novembre 2022 al 21 maggio 2023, la mostra di Ettore Sottsass CATANIA MIA!, a cura di Barbara Radice con Iskra Grisogono e la direzione artistica di Christoph Radl.

L’esposizione, che sarà inaugurata domenica 20 novembre alle ore 11.00, è promossa e prodotta dalla Fondazione OELLE Mediterraneo Antico in collaborazione con lo Studio Ettore Sottsass e in partnership con l’Assessorato del turismo dello sport e dello spettacolo del Comune di Catania.

Il percorso espositivo, pensato e realizzato per l’open space del Castello Ursino di Catania, comprende 111 fotografie, in bianco e nero e colore, quasi tutte inedite, scattate da Ettore Sottsass (Innsbruck, 1917-Milano, 2007) negli anni novanta a Catania, una città per la quale ha sempre nutrito interesse e affetto.

Le fotografie in mostra raccontano una Catania vitale: il Barocco, il mercato del pesce, le strade, le scene di vita quotidiana come fotogrammi di una storia della città.

Ettore Sottsass potrebbe essere definito un “fotoreporter della vita”. Ha cominciato a fare foto quando era ragazzo e da allora non ha più smesso. “Ero orribilmente curioso”, ha dichiarato lui stesso. Fotografare era un modo di “fermare” la vita oltre che un mezzo per documentarla.

Si ringraziano per la collaborazione lo Studio Sottsass di Milano, il Fondo Sottsass del Centre George Pompidou di Parigi e la Bibliothèque Kandinsky per le alte definizioni dei negativi che custodiscono.

Dal 20 Novembre 2022 al 21 Maggio 2023 – Museo Civico Castello Ursino – Catania

STATI D’INFANZIA – VIAGGIO NEL PAESE CHE CRESCE. FOTOGRAFIE DI RICCARDO VENTURI

© Riccardo Venturi

Con oltre 80 fotografie la mostra presenta il reportage dell’importante missione dell’impresa sociale “Con i Bambini” e pone al centro il tema delle disuguaglianze e delle marginalità, dell’esclusione sociale e della dispersione scolastica.

L’obiettivo è quello di mettere in luce la complessità e le difficoltà, ma anche le possibilità di rinnovamento e il cambio di rotta necessario e possibile attraverso sperimentazioni e “alleanze educative” tra scuola, terzo settore, istituzioni e famiglie.

Sostenuto grazie al “Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile”, il progetto ha investito decine di “cantieri educativi italiani”, dalle Valli Imagna e Brembana fino a Favara e Ragusa toccando le periferie delle grandi città affrontando temi di grande attualità diventati spesso vera e propria emergenza a causa della pandemia e del lockdown. L’aumento di fenomeni legati ai disordini alimentari, alla xenofobia, alla tossicodipendenza, all’isolamento sociale con il fenomeno degli hikikomori e dei neet, al degrado delle periferie, alla violenza domestica ha fatto emergere ulteriormente la fragilità della nostra società, evidenziando come il tema delle marginalità non sia un fatto isolato ma un fenomeno sociale complesso e stratificato.

Il lavoro proposto da Riccardo Venturi, due volte Word Press Photo e una lunga esperienza sul tema dell’infanzia, e da Arianna Massimi insiste sull’invisibilità di questi temi, ponendosi in una dimensione di ascolto e rispetto.
Il documentario – visibile all’interno della mostra, curata da Ilaria Prili – racconta le esperienze e le impressioni dei protagonisti, dà parola ai ragazzi coinvolti nelle attività dei progetti sostenuti da Con i Bambini, esplora le nuove geografie sociali anche attraverso i contributi di personaggi di spicco del panorama educativo e sociale italiano, tra cui Marco Rossi-Doria, presidente di Con i Bambini e Vanessa Pallucchi, vicepresidente di Legambiente e portavoce del Forum Terzo Settore.

Il progetto multimediale, composto da una mostra fotografica e da un video documentario, accolto da Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, è promosso e prodotto dall’impresa sociale Con i Bambini, nell’ambito del Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile. 

28/10/2022 – 26/02/2023 – Museo di Roma in Trastevere

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MANUEL CICCHETTI. TEMPO INTERMEDIO

Manuel Cicchetti, Porto Empedocle (AG), 2021, Lido Marinella, cm. 30x30

Dal 27 ottobre 2022 al 21 gennaio 2023, STILL Fotografia a Milano ospita lamostra che presenta una selezione di 70 fotografie, rigorosamente in bianco e nero, tratte dal progetto Tempo intermedio di Manuel Cicchetti (1969), curata da Denis Curti, organizzata con il sostegno di SACE, Gruppo CdP.
 
Tempo intermedio è un progetto realizzato in quattro anni di lavoro, durante i quali Manuel Cicchetti ha viaggiato lungo l’Italia alla ricerca di quei luoghi come centri commerciali, distributori di benzina, cantieri, fabbriche, depositi, ponti, grattacieli e altri, simboli del progresso e della fortuna economica oggi necessariamente messi in discussione da una crisi globale e in cui l’essere umano è totalmente assente dalla scena ritratta.
 
Quel Tempo intermedio che Manuel Cicchetti vuole raccontare è il periodo sospeso tra la definizione del futuro e un passato che continua a segnare le vite delle persone. L’itinerario italiano del fotografo documenta come i segni del passato, più o meno recente, siano ancora ben presenti nella vita quotidiana.
 
“Da una parte – ricorda Denis Curti – c’è il preciso intento di testimoniare come una grande fetta del territorio italiano sia coinvolta in quei cambiamenti già in atto dai primi anni del nuovo millennio. Il desiderio di Cicchetti è quello di mettere in evidenza, raccogliere e, solo in parte, schedare le sfide verso necessarie riconversioni, che la nostra società è obbligata a intraprendere e che, in gran parte, cancelleranno o modificheranno i segni dell’uomo incisi sul suolo del nostro paese. L’intento di questo approfondito reportage, attraverso l’ambiente, il digitale, il panorama lavorativo, il retail, i trasporti e la comunicazione, è quello di raccontare per immagini i tratti salienti di una trasformazione irreversibile”.
“Dall’altra parte – continua Denis Curti -, al fianco di una narrazione sempre coerente e lineare, Manuel Cicchetti riesce a cucire un chiaro percorso di intenzioni, senza mai rinunciare al sistema documentario, lasciando emergere il suo personale sentimento autoriale che, grazie a un bianco nero studiato e controllato fin nei minimi particolari, si fa poesia per gli occhi”.
 
Tempo intermedio – afferma Manuel Cicchetti – è un progetto che nasce dalla consapevolezza che siamo all’inizio di un percorso che cambierà l’ambiente, l’energia, la società, il lavoro e molto altro. Un cammino che, per la prima volta, non abbiamo deciso in autonomia ma che ci viene imposto dalla natura, della quale ci siamo collettivamente dimenticati di far parte”.
“Possiamo, attraverso un viaggio a ritroso nel tempo – prosegue Manuel Cicchetti –, osservare i segni che abbiamo lasciato sul territorio e riconoscerne le singole fasi evolutive. Il progresso economico e sociale ha fuso e stratificato con frequenza sempre più ravvicinata elementi architettonici e tessuto paesaggistico, entrambi segnati da mutamenti radicali della società. Tempo intermedio è quel periodo racchiuso tra letrasformazioni che si sono susseguite”.
 
Il progetto Tempo intermedio si completa con un volume Edizioni PostCart che presenta 140 immagini di Manuel Cicchetti e i testi di Gianni Biondillo, Denis Curti, Veronica Polin.

Dal 27 Ottobre 2022 al 21 Gennaio 2023 – STILL Fotografia – Milano

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ELLIOTT ERWITT. PHOTOGRAPHS

Elliott Erwitt, USA. New York. 1956. American actress Marilyn Monroe

La genialità, l’ironia e lo sguardo surreale di Elliott Erwitt negli scatti icona che lo hanno reso uno dei fotografi più celebri di tutti i tempi. Torna a Firenze, dopo quasi 20 anni, una retrospettiva del grande maestro della fotografia con la mostra ‘Elliott Erwitt Photographs’, dal 20 ottobre al 22 gennaio, a Villa Bardini. Promosso da Fondazione CR Firenze e Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron, a cura di Biba Giacchetti, con il coordinamento di Melissa Camilli e Francesca Lanuara, in collaborazione con Sudest57, il percorso espositivo celebra la lunga vita professionale del fotografo, che ha spento quest’anno 94 candeline, omaggio alla sua capacità compositiva svelando ampi aneddoti e retroscena. Fotografie che offrono uno spaccato della storia e del costume del Novecento attraverso ritratti a grandi star del cinema, potenti del mondo, che vanno oltre i personaggi mostrando la loro intimità e umanità.  
 
Sono circa 70 gli scatti esposti, scelti accuratamente dalla curatrice insieme allo stesso Erwitt, per proporre sinteticamente i suoi tratti distintivi, che raccontano la realtà con leggerezza, lasciando allo stesso tempo tracce profonde. I capolavori di Erwitt nascono dalle situazioni più diverse, costruite sul lavoro, ricerche personali, casuali e familiari. In mostra si incontrano i famosi ritratti di Che Guevara che sorride, di Kerouac, di Marlene Dietrich, e ancora fotografie che hanno fatto la storia, come Jackie Kennedy al funerale del marito brutalmente assassinato, o il diverbio tra i due leader Nixon e Krusciov, in cui il dito puntato di Nixon lo fa apparire quasi minaccioso, alterando la percezione di chi lo osserva. Ancora, i celebri scatti di Marilyn Monroe, diva che Erwitt conosceva bene e che ci restituisce in una versione insolita, come nel famoso scatto in cui appare pensosa, priva di pose e maschere, oppure nel pieno del suo personaggio all’interno del set di The Misfits, che segnò la fine di un’epoca, la fine del suo matrimonio con lo sceneggiatore del film Arthur Miller ma anche l’ultimo film con Clark Gable, che morirà poco dopo le riprese. Nel percorso espositivo anche le foto dei suoi amati cani, metafora del genere umano a cui Erwitt ha dedicato numerosi libri. L’artista sceglie l’insolito punto di vista del cane per alcuni servizi di moda su calzature, che entrano nella storia della fotografia: il celebre scatto del chihuahua in maglioncino, o il cane sospeso al guinzaglio del suo padrone. Il romanticismo di Erwitt esplode in un portfolio di immagini dedicate all’amore, fra queste il bacio di due innamorati riflessi nello specchietto dell’auto al tramonto, rimasta a lungo nel suo archivio e riscoperta in tempi recenti. Ci sono poi foto private, come quella alla sua primogenita Ellen, ancora neonata osservata nel letto dalla madre, e gli autoritratti di Erwitt che trasmettono quanto lui ami prendersi gioco di sé.  
 
“Ancora una mostra dedicata ad un maestro dell’immagine – dichiarano i Presidenti di Fondazione CR Firenze Luigi Salvadori e di Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron Jacopo Speranza – dopo il grande successo della precedente ‘Fotografe’. In questo caso il protagonista è un artista universalmente riconosciuto per la delicata ironia del suo scatto. Le sue foto fanno parte della nostra memoria collettiva e sono un inno alla vita di un elegante signore di 94 anni che non ha ancora perso il gusto di smitizzare, col suo stile inconfondibile, le crescenti ansie dell’oggi. Villa Bardini si conferma una sede ideale per celebrare i ‘testimoni del tempo’ più interessanti e originali della scena mondiale’’. 
 
“Elliott Erwitt non è solo l’autore delle immagini – racconta la curatrice Biba Giacchetti, sua collaboratrice per 25 anni – è anche il curatore della collezione, che ha scelto pezzo per pezzo insieme a me, per poi stampare personalmente ogni fotografia e creare un percorso che fosse il concentrato della sua genialità ed ironia, del suo sguardo sul mondo, dai suoi cani antropomorfi ai potenti della terra, dalle grandi star del cinema, una su tutte Marilyn, ai suoi bambini, un compendio unico di umanità leggerezza e profondità. Elliott Erwitt Icons non sono solo le immagini più celebri della lunga carriera di Erwitt, sono anche le immagini che lui ha amato di più”.  
 
Nel percorso espositivo anche un filmato esclusivo di Hudson Lines, girato a casa di Erwitt, in cui il fotografo si racconta. La mostra è accompagnata dal catalogo edito SudEst57. Saranno attivate visite guidate gratuite tutti i sabato mattina, a partire dal 29 ottobre.  

Dal 20 Ottobre 2022 al 22 Gennaio 2023 – Villa Bardini – Firenze

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BEING HUMAN. FOTOGRAFIE DI BRUNA ROTUNNO

Bruna Rotunno, WalkWays-Waterfall. Installazione video NFT

allulah Studio Art in collaborazione con Galleria Epipla presenta “Being Human”, Fotografie di Bruna Rotunno progetto fotografico a cura di Juliana Curvellano che riunisce per la prima volta entrambi gli aspetti del lavoro di Bruna Rotunno, artista che da sempre esplora la natura dell’essere umano attraverso la fotografia e il video.

Il titolo della mostra si ispira a una delle fotografie presenti in mostra in cui la parola Being Human è scritta sulla maglietta di un uomo con uno sguardo lontano nella luce dorata, in piedi sulla terrazza di un anonimo building della periferia di New Dehli. Attraverso fotografie scattate in giro per il pianeta che ci ospita, l’artista racconta il relativismo e l’infinita piccolezza della condizione umana rispetto all’immensità della Natura.  “Siamo fatti della stessa materia dell’Universo, dell’acqua, della terra, delle nuvole e delle stelle” – Bruna Rotunno
Cosa significa essere umani? È una domanda semplice, lapidaria che svela tuttavia la complessità, le contraddizioni, la relatività e mistero della vita umana.
È proprio questa la lente attraverso la quale vi invitiamo a vedere le opere della mostra.
Nelle opere video, divenute un progetto NFT, concepite durante la pandemia, girando per Milano (la città dove vive) e fotografando la città in un tempo sospeso e surreale, l’artista percepisce la presenza di sprazzi di Natura, che esistevano prima dello spazio urbano.
L’assenza di esseri umani nel paesaggio metropolitano ha permesso al videoscape di apparire in finestre che ci offrono la possibilità di riprendere consapevolezza, di camminare nuovamente nella matrice originaria e di rimanere connessi ad essa attraverso questi passaggi visionari ma altrettanto reali.
Si sviluppa così un’integrazione tra fotografia e video che mira a porre l’attenzione sulla potente connessione tra l’essere umano e la natura, che rifugge da narrazioni dirette, aprendo ampi spazi di interpretazione e riflessione critica.
Insieme, le immagini che Bruna Rotunno ha creato per Being Human offrono allo spettatore l’opportunità di percepire e ritrovare l’equilibrio tra esseri umani e la Natura, unica speranza per poter riconnettersi con la Madre Terra.
“Niuna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza dell’umano intelletto, né l’altezza e nobiltà dell’uomo, che il poter l’uomo conoscere e interamente comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza. “
Giacomo Leopardi

Dal 19 Ottobre 2022 al 21 Dicembre 2022 – Galleria Epipla – Milano

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GIAN PAOLO BARBIERI. FUORI DAL TEMPO

Gian Paolo Barbieri, Uovo di Aepyornis, Madagascar, 1994

Ripresa di stagione, venerdì 21 ottobre 2022, per la galleria Al Blu di Prussia – lo spazio multidisciplinare di Giuseppe Mannajuolo e Mario Pellegrino – che dà inizio al XV anno di attività con “Fuori dal Tempo”, fotografie di Gian Paolo Barbieri (Milano 1935)uno dei maggiori esponenti della fotografia internazionale del XX secolo. 
 
In esposizione (sino al prossimo 28 gennaio) un corpus di 18 grandi immagini in bianco e nero selezionate tra quelle tratte dalla Trilogia del mare “Madagascar, Tahiti Tattoos, Equator”, della fine degli anni ’90 e da “Dark Memories” del 2013 cui si aggiungono 24 polaroid quasi tutte inedite per lo più scattate alle Seychelles tra il 1986 e il 2006, completato dal documentario sulla vita del fotografo “Il magnifico artificio” per la regia di Francesco Raganato (SkyArte 2014) proiettato nella sala cinema della galleria.
 
Una mostra concepita come approfondimento su una parte della ricerca fotografica di Barbieri rispetto a quella che già nel 1968 lo collocò “tra i quattordici migliori fotografi di moda al mondo” nella classificazione della rivista Stern.
 “A metà fra reportage, etnofotografia e fotografia di moda, afferma la curatrice nel testo di accompagnamento alla mostra, Barbieri, cercando la verità di quei luoghi, ha creato immagini iconiche memorabili”, così come nella sua esplorazione sul tema del nudo e dell’erotismo “anche il corpo, soprattutto quello maschile, viene concepito come uno strumento per investigare l’anima”.
 
Dopo i progetti espositivi dedicati a Giovanni Gastel, a Francesca Woodman e a Guy Bourdin, Al Blu di Prussia e Maria Savarese continuano questo racconto della fotografia internazionale con Gian Paolo Barbieri, per la prima volta in mostra a Napoli grazie ad una collaborazione tra la Fondazione Mannajuolo e la Fondazione Gian Paolo Barbieri che, dal 2016, lavora alla conservazione, tutela, gestione, archiviazione e catalogazione dell’immenso patrimonio artistico del suo fondatore.

Dal 21 Ottobre 2022 al 28 Gennaio 2023 – Al Blu di Prussia – NAPOLI

“40 Seasons of Humanity” di Mauro De Bettio

Mauro De Bettio. 40 Seasons of Humanity

Al via sabato 3 dicembre presso lo spazio The Warehouse, in Via Settala 41 a Milano, la mostra fotografica 40 Seasons of Humanity di Mauro De Bettio, un viaggio alla scoperta del fascino e dei segreti di popolazioni in angoli remoti del pianeta.

In questa occasione, verrà anche presentato il volume fotografico di De Bettio, che racchiude le testimonianze di un viaggio cominciato 10 anni fa. Partner del progetto, l’agenzia di comunicazione Theoria, che ha aderito all’iniziativa mettendo a disposizione lo spazio che ospiterà la mostra.

Il progetto fotografico 40 Seasons of Humanity è composto da oltre 40 scatti catturati in differenti Paesi del mondo, dove Mauro ha incontrato e fotografato persone di culture, caratteri e dogmi diversi, che hanno aperto una finestra sulle loro storie lasciando trasparire emozioni, traumi, gioie e sofferenze. I colori dell’India, sul tetto del mondo in Nepal, i contrasti del Bangladesh, le tradizioni antiche in Romania, le tribù dell’Africa e molto altro.

“La fotografia rappresenta il mio modo di comunicare; cerco di catturare il senso di ciò che respiro e tocco, non solo nell’aspetto, ma anche e soprattutto nell’essenza, mirando a racchiudere le sfumature e i dettagli in un unico fotogramma. La fotografia va oltre l’immagine stessa e rappresenta il mio modo di esprimere la tenacia, la fragilità e la gioia di uno sguardo”, spiega Mauro De Bettio.

Una mostra che riesce a raccontare, con una prospettiva intima, la vera essenza di ogni individuo ritratto. Ogni singolo scatto di De Bettio rivela la forza e la resilienza dell’umanità nel suo insieme. La determinazione dei protagonisti nelle immagini che cattura, infatti, sono esempio straordinario di come ogni sfida possa essere trasformata in opportunità.

40 Seasons of Humanity sarà aperta al pubblico dal 3 al 17 dicembre dal lunedì al sabato dalle 15.00 alle 19.00. In loco sarà anche possibile acquistare o ordinare stampe  fine art in edizione limitata di alcune immagini e il volume fotografico.

Dal 3 al 17 dicembre – The Warehouse – Milano

Vivian Maier. The Self-Portrait and its Double

Vivian Maier, Autoritratto. Collezione Association Vivian Maier et le Champsaur, Fondo John Maloof
New York, NY, October, 18, 1953 @Estate of Vivian Maier, Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY

Il 16 dicembre si apre a Siena la mostra fotografica “Vivian Maier, The Self-Portrait and its Double”: in esposizione 93 opere in bianconero e a colori della tata-fotografa, icona mondiale della street photography

Arrivano a Siena le fotografie della famosa tata-fotografa Vivian Maier: dal 16 dicembre il complesso museale Santa Maria della Scala ospiterà l’esposizione “Vivian Maier. The Self-Portrait and its Double” composta da 93 autoritratti che attraversano la misteriosa vita dell’artista americana.

La mostra, a cura di Anne Morin (diChroma photography) e Loredana De Pace, promossa dall’associazione Lux – Dopolavoro Fotografico e organizzata dal Comune di Siena, in collaborazione con la Fondazione Antico Ospedale Santa Maria della Scala, ripercorre l’opera della famosa tata-fotografa che, attraverso la fotocamera Rolleiflex e poi anche con la Leica, trasporta i visitatori per le strade di New York e Chicago, dove i continui giochi di ombre e riflessi mostrano la presenza-assenza dell’artista che, con i suoi autoritratti, cerca di mettersi in relazione con il mondo circostante.

Vivian Maier ha lavorato come bambinaia dai primi anni ‘50 e per oltre quarant’anni. Tutta la sua vita è trascorsa nell’anonimato fino al 2007, quando il suo corpus fotografico è venuto alla luce. Un patrimonio composto da oltre 120.000 negativi, pellicole super 8 e 16mm, varie registrazioni audio e centinaia di rullini non sviluppati.

Il suo hobby travolgente ha finito per farla diventare una pioniera della street photography, anticipando i tempi e le mode, al punto che nella storia della fotografia si colloca a pieno titolo al fianco di Diane Arbus, Robert Frank, Helen Levitt e Garry Winogrand.

Nelle splendide immagini in mostra al pubblico – dal 16 dicembre 2022 al 16 marzo 2023 – al complesso museale Santa Maria della Scala vedremo la seconda metà del Novecento con gli occhi e negli occhi di un’icona della storia della fotografia: in una location quanto mai affascinante quale quella dell’antico Ospedale nel centro storico di Siena.

L’immenso patrimonio fotografico di Vivian Maier, venuto alla luce per puro caso solo grazie al fortuito ritrovamento da parte del giornalista americano John Maloof, ci trasporta fra le strade e di fronte alla gente delle metropoli statunitensi, a scoprire il mondo dell’infanzia che lei conosceva molto bene, e in particolare a conoscere “Miss Viv” attraverso quegli autoritratti con cui l’autrice sembra cercare un posto nel mondo. Un messaggio universale e quanto mai attuale che in qualche modo, trattandosi di autoritratti, riguarda tutti noi, specie in questo periodo complesso in cui, dopo la pandemia, abbiamo bisogno di ri-conoscerci nuovamente.

Dal 16 dicembre 2022 al 16 marzo 2023 – Siena, complesso museale Santa Maria della Scala

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CHOCOLATE & DIRTY CLOTHESBenedetta San Rocco

La vincitrice del Premio Nazionale Musa per fotografe 2022 esporrà il progetto vincitore presso Musa fotografia. Prima Classificata settore Progetto personale, Fotografia concettuale, Ricerca, Still life Benedetta San Rocco con il progetto CHOCOLATE & DIRTY CLOTHES

Data Inaugurazione mostra da Musa Fotografia – Via Mentana, 6 Monza:15 Dicembre ore 18.30

Antonio Pantalone lasciò l’Italia per cercare lavoro.
La sua vita fu perennemente sospesa tra due realtà: il luogo di lavoro straniero e il piccolo paese d’origine in Abruzzo.
Nel mezzo la dogana.
Lì l’immigrato Antonio non ha nulla da dichiarare. Solo “panni sporchi e cioccolata per i bambini”.
Nel 1962 nel cantiere di Brugg cedette un rinforzo. Crollarono tonnellate di terra.
Dopo dodici ore di scavi, i soccorritori trovarono due persone, una vittima e un sopravvissuto.
Antonio fece da scudo. Probabilmente salvò la vita ad Angelo Lezoli.
Come lui emigrato dall’Italia.
Angelo tornò a casa. Antonio no.
Antonio Pantalone era mio nonno e aveva 39 anni.
Io non l’ho mai conosciuto eppure la sua storia fa parte della mia.
Partendo da un’immagine mancante sono arrivata altrove: dal momento dell’incidente le strade della mia famiglia e quella dei Lezoli si sono divise, solo dopo una lunga ricerca, io le ho intrecciate di nuovo in questo progetto.

È sempre stato desiderio di mia madre incontrare la persona che per ultima aveva visto vivo suo padre e che per ultima sicuramente aveva sentito la sua voce.
Dopo oltre cinquanta anni di infruttuose ricerche io sono riuscita a trovarla.
Ho sfogliato e risfogliato i quotidiani e i settimanali dell’epoca che parlavano dell’incidente e che mia madre custodiva gelosamente per cercare qualche indizio: lì erano riportati solo la provincia di provenienza, Parma, e il nome di Angelo Lezoli ma, come quello di mio nonno, era stato trascritto male. Dopo numerosi tentativi, tutti vani, sono riuscita a risalire al suo vero nome. Grazie a un database digitale di lapidi, ho riconosciuto il suo volto, che avevo imparato nel tempo a delineare attraverso le fotografie di quei giornali, e anche se ormai era un viso diverso, invecchiato, non ho avuto alcun dubbio, e così mi sono messa in contatto con uno dei figli.
Per questo lavoro ho scelto di utilizzare solo le immagini che ho trovato negli archivi delle nostre due famiglie. Attraverso i racconti di mia madre sono riuscita a costruire un immaginario: ho collezionato frammenti, spazi interstiziali e dettagli impalpabili per raccontare un’assenza che si manifesta sempre, per riflettere su quanto rimane a chi aspetta al di qua del confine.

Ernesto Fantozzi. Fotografie 1958-2019

Ernesto Fantozzi mostra 2022

Realizzata da Carlo Cavicchio, Maddalena Cerletti e Sabina Colombo, “Ernesto Fantozzi. Fotografie 1958-2019” arriva al Mufoco – Museo di Fotografia Contemporanea di Milano dal 3 dicembre 2022 al 29 gennaio 2023. Il percorso espositivo ripercorre la sua intera produzione, iniziata negli anni Sessanta e restituisce, attraverso due modalità di visione, i periodi della sua attività culminata con un archivio immenso costituito da oltre 75 mila immagini. Tra stampe alla gelatina bromuro d’argento, negativi e provini, l’eredità fotografica di questo grande autore è immensa ed è tutt’ora punto di riferimento per gli amanti di questo linguaggio. Una lettura poetica ma sincera del mondo

Le fotografie presenti in mostra raccontano l’occhio di Ernesto Fantozzi e la sua sensibilità verso il mondo che raccontava, mentre una proiezione presenta le immagini degli anni ’90-2000. A completare il percorso espositivo della mostra un apparato documentario e bibliografico volto a mostrare gli oggetti originali donati dall’autore e conservati presso l’archivio del Museo e alcune delle numerose pubblicazioni in cui il suo lavoro è stato presentato dagli anni ’60 ad oggi.

al 3 dicembre 2022 al 29 gennaio 2023 – MUFOCO – Cinisello Balsamo

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362 grammi – Massimo Valentini

362 grammi è il peso di questa vita, indossata la mattina come una tuta protettiva prima di uscire di casa a combattere con il mondo e poi riposta in ordine, ben ripiegata, a fine giornata, sul tavolo di casa nostra. Una corazza che blocca forse i contagi ma che non sa evitare all’anima di ammalarsi. Perché possiamo isolarci da tutto, almeno provarci, ma sta di fatto che rimaniamo dentro al mondo, che nel mondo esiste la specie umana e che questa è ormai allo sfascio più completo.   Dopo l’esordio di Roma presso l’Accademia di belle Arti – RUFA, la mostra si sposta a Senigallia, nella città della Fotografia.

In questo lavoro a più voci che intreccia linguaggio visivo e testuale la sensazione di “già visto” è un fatto evidente. Molti elementi raffigurati creano disagio, evocano spiacevoli ricordi, mentre un senso di desolazione e abbandono fa pensare che quanto descritto non sia un mondo immaginario ma uno scorcio di nuova normalità.

Che cosa è successo in questi luoghi? Forse c’è stato un terremoto o un’alluvione – o entrambe? – o magari un’esplosione nucleare? Già sappiamo che non è accaduto niente che non potessimo prevedere; poteva andare solo così. Quello che vediamo non è che un aggiornamento visivo del 1984 orwelliano adattato ai moderni fallimenti di questa società. I luoghi sono vuoti, anzi svuotati; un tono grigio fango copre con un velo sottile tutto quello che incontra lo sguardo. Deduciamo che c’è stato un “prima” di certo diverso dall’adesso.

362 grammi è dunque il peso di questa vita, indossata la mattina come una tuta protettiva prima di uscire di casa a combattere con il mondo e poi riposta in ordine, ben ripiegata, a fine giornata, sul tavolo di casa nostra. Una corazza che blocca forse i contagi ma che non sa evitare all’anima di ammalarsi. Perché possiamo isolarci da tutto, almeno provarci, ma sta di fatto che noi rimaniamo dentro al mondo, che nel mondo esiste la specie umana e che questa va a formare un’umanità ormai alla deriva.   Non c’è tessuto che ci possa proteggere dalle storture di una società che ritiene più interessanti le ragioni economiche di quelle sociali, ecologiche, morali, etiche. Una società che ci riversa addosso ogni giorno conseguenze di scelte di cui non siamo diretti responsabili ma (talvolta) ignari collaboratori. No: nulla esiste che possa evitarci una contaminazione con tutto quello che ci circonda, nel bene e nel male.

Eppure in questo scenario monocromo abbiamo ancora una speranza. Possiamo scegliere: goderci poche ore di riposo, aspettando di rimetterci quella tuta da combattimento domani e per ogni altro domani che verrà, oppure possiamo riattivare il pensiero critico scegliendo di alimentare il dubbio – quello su cui si basa la vera scienza – evitando verità preconfezionate, cercando incessantemente altre, migliori risposte.  

Questa seconda via è il compito dell’arte e quella che hanno scelto gli autori che dichiarano: “Il segnale arriva dal futuro. Quello che saremo in grado di costruire se comprendiamo fino in fondo ciò che abbiamo vissuto nel passato”.

dal 17 al 25 dicembre 2022 – Spazio Piktart per la fotografia – Senigallia

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Fotografia e Pittura: il Surrealismo e la ricerca dell’inconscio attraverso nuove tecniche

Il Surrealismo fu nel suo complesso una conseguenza della crisi spirituale scatenata dalla guerra europea del 1914-1918, i cui massacri indussero nel mondo dell’arte una potente reazione di rifiuto di tutto ciò che fosse pre-esistente.

‟Per noi, l’ideale di Rimbaud, ‛cambiare la vita’, e quello di Marx, ‛trasformare il mondo’, sono una cosa sola”, affermava Bretòn, teorico del movimento surrealista. Inoltre in quel periodo le scoperte di Freud avevano portato alla luce i recessi occulti di ogni personalità umana, facendo dell’inconscio un terreno di ricerca e sperimentazione. Questo significò per l’arte lo schiudersi di molteplici orizzonti e di svariate possibilità. Non per nulla Bretòn definiva il Surrealismo: ‟Dettato del pensiero, in assenza di ogni controllo esercitato dalla ragione, al di fuori da ogni preoccupazione estetica o morale”. Si parlava anche di “scrittura automatica” proprio al fine di sottolineare il filo diretto fra inconscio e opera prodotta.

Sia in pittura come in fotografia, spesso intrecciando i loro percorsi, gli artisti sentirono il bisogno di mettere a punto tecniche “insolite”, appositamente slegate dagli schemi abituali, proprio per sottolineare la rottura con il passato.

©Man Ray – Rayogramma

A seguito di questa volontà di fare tabula rasa (espressione ereditata dal dadaismo) quasi contemporaneamente pittori e fotografi misero a punto, o ripresero dal passato, tecniche diverse che li portarono a produrre opere che, sia pure prodotte con mezzi assai eterogenei, valutate oggi, appaiono accomunate da una comune pulsione artistica. Questa comunanza di intenti in pittura e in fotografia difficilmente è riscontrabile in altri periodi storici, anche successivi.

Fu così ad esempio che in pittura Max Ernst ricorse al frottage, collocando sotto al foglio pezzi di legno, monete, foglie, tessuti ruvidi, e tutto ciò che possedeva venature e rilievi per poi “sfregare”il foglio stesso con la matita. Ciò permetteva di ottenere una forma disegnata e chiaroscurata. Nonostante inizialmente questo procedimento venisse impiegato solo per realizzare disegni, in un secondo momento fu applicato a dipinti a tempera e a olio, e incorporato in altre tecniche, come ad esempio il collage. Benché il frottage venga ricordato nell’ambito dei Surrealisti e collegato alla “pittura automatica”, già Leonardo da Vinci vi aveva fatto ricorso. Lo stesso Ernst, nel 1936, cercando di spiegare quale fosse stata l’idea generante il nuovo metodo, citò Leonardo, che aveva osservato come una casuale impronta su un muro potesse trasformarsi in un’immagine reale. Dal frottage, derivò, successivamente il grattage (letteralmente “raschiamento”), ovvero i graffi creati su dense stesure di colore, che danno vita a immagini frutto (nel caso della pittura surrealista) di fantasia, nonché a contrasti cromatici e chiaroscurali.

©Max Ernst “Foresta” frottage

Sul versante fotografico d’altronde Man Ray propose il rayogramme: si trattava di un’immagine a tutti gli effetti “fotografica”, ma ottenuta senza l’uso di una macchina fotografica, posizionando oggetti direttamente su una superficie foto-sensibile (come la carta fotografica) ed esponendola così alla luce. L’immagine normalmente ottenuta è in negativo: le aree che non hanno ricevuto luce, perché coperte da oggetti del tutto opachi, appaiono bianche. In realtà il primo a mettere a punto questa tecnica, che sarebbe più corretto chiamare fotogramma, sembra essere stato William Fox Talbot. Anche altri artisti sperimentarono questo sistema, ad esempio  László Moholy-Nagy, Imogen Cunningham, e persino Picasso. Man Ray tra l’altro, non fu l’unico a dare un nome egocentrico al fotogramma: Christian Schad, pittore tedesco, ribattezzò shadografia (schadographs) la propria versione del procedimento. Lo stesso Man Ray utilizzò parecchio un’altra tecnica, quella della solarizzazione: metodo che segna in negativo il profilo delle forme, trasformandole in elementi misteriosi e facendo apparire un filo di luce attorno ad esse. Il processo causa l’inversione dei toni di una fotografia, facendo diventare scure le zone originariamente chiare e viceversa. Questo fenomeno si verifica esponendo i negativi delle foto alla luce.

Dora Maar, nella sua vasta produzione surrealista, crea ad esempio fotomontaggi.  Quentin Bajac, Direttore di Jeu de Paume definisce così le sue creazioni: «C’è sempre un doppio livello nelle sue immagini: c’è qualcosa di seducente che a poco a poco si fa inquietante e l’aspetto inquietante è essenziale nel suo lavoro. Nelle sue foto di strada il mostruoso è anche molto umano. E anche nei fotomontaggi è presente una specie di attrazione o di fascinazione per gli eccessi decorativi e le architetture imponenti che spesso sono in contrasto con il carattere inquietante delle azioni dei suoi protagonisti. Sono immagini e comportamenti spesso duplici e ambigui».

Tra le altre metodiche innovative praticate dai fotografi surrealisti vale la pena ancora di ricordare anche la colorazione o la sovrapposizione di più negativi, l’illusione ottica che si raggiungeva forzando la prospettiva (Imogen Cunningham, André Kertesz, più recentemente Bill Brandt per citarne solo alcuni).

L’elenco potrebbe essere ancora lungo, ma il significato più importante che emerge da questo breve excursus è che, se tutti questi procedimenti, pittorici e fotografici, nati da nuove esigenze espressive in un determinato periodo e nell’alveo del movimento surrealista, rivestono sicuramente un valore storico, è indubbio che possono anche indurre a riflettere su quanto fotografia e pittura fin dal passato abbiano manifestato evidenti connessioni. Da un punto di vista creativo inoltre questi processi, che potremmo definire “antiche innovazioni”, possiedono caratteristiche utili a costituire uno stimolo per gli amanti di queste due arti, così legate e a volte contrapposte: sia se utilizzate nella realizzazione di nuove opere originali seguendo un percorso citazionale sia, magari stravolgendone alcune caratteristiche, per giungere a nuove espressioni artistiche.

Articolo di Lorenzo Vitali

Le immagini all’interno dell’articolo hanno solamente uno scopo didattico e divulgativo, non vengono utilizzate per scopi commerciali.

La donna nella vasca da bagno di Hitler: Lee Miller

Ciao,

se dico Lee Miller a voi cosa viene in mente?

Immagino qualcuno penserà alla famosa immagine scattatale da David Scherman nella vasca da bagno di Hitler.

Qualcun altro all’immagine scattatale da Man Ray, in cui appare in un primo piano stretto con delle lacrime di vetro sul viso.

Paradossalmente, le immagini più conosciute di Lee Miller non sono scatti suoi. Eppure lei è stata davvero una grande fotografa e una grande donna, purtroppo spesso sottovalutata e ridotta al ruolo di musa di altri artisti.

Ho appena finito di leggere il libro “La vasca del Führer” di Serena Dandini, che ripercorre la vita di Lee Miller, partendo dalla famosa immagine (ho deciso di non pubblicare la foto di copertina, poichè fuorviante, non è un autoritratto come sembrerebbe dalla copertina del libro nda). Il libro è un romanzo, quindi non completamente e non sempre fedele alla realtà, ma è un buon modo per avvicinarsi alla conoscenza di questa fotografa. Credo che in ogni modo la Dandini abbia svolto un ottimo lavoro di ricerca e riportato anche degli aneddoti molto interessanti.

Nata nel 1907 nello stato di New York, gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza furono molto travagliati. A soli 7 anni infatti fu violentata mentre era a casa di parenti e, in seguito allo stupro, contrasse la gonorrea. A quei tempi, nel 1914, quella malattia si curava in modo dolorosissimo e pericoloso. Lee urlava a tal punto che dovettero allontanare i suoi fratelli per non udirne le grida. Ma anche la sua adolescenza fu segnata da un altro trauma: mentre era in canoa con il suo ragazzo Brad, questi ebbe un malessere, probabilmente un problema cardiaco, cadde in acqua ed affogò. Da quel momento Lee fece moltissima fatica a innamorarsi.

Dopo quei primi burrascosi anni, Elisabeth Miller (questo era il suo vero nome) iniziò la sua carriera come modella per Vogue, ma la fotografia era un’arte che fin da piccola aveva esercitato un particolare fascino su di lei. Il padre infatti era un ingegnere che nel tempo libero si dilettava con la nuova arte della fotografia, emergente ad inizio 900 e fin da piccola ritraeva Lee ossessivamente, anche in pose che oggi darebbero scandalo.

Ben presto quindi si stancò della vita da modella newyorchese e si trasferì a Parigi. Disse di sé: “Preferisco fare una foto, che essere una foto”. 

La vita culturale parigina negli anni 20 era in pieno fermento, il movimento surrealista stava nascendo e la maggior parte degli artisti confluiva in questa città. Picasso, ma anche Claude Cahun, Andrè Breton, Paul Eluard, Max Ernst e tutti quelli del circolo surrealista di Montparnasse. Era una città sessualmente libera, ben diversa da New York, molto più aperta e accogliente, in particolare per le donne.

Nella città degli artisti, incontrò uno dei più famosi fotografi dell’epoca, Man Ray, con grande faccia tosta gli di poter essere la sua assistente. Lui prima si rifiutò, poi fu sorpreso dalla sua bravura. Fu l’inizio di un sodalizio artistico ed umano che segnò per sempre la vita di entrambi: in breve tempo, la stima artistica reciproca si trasformò in un amore passionale e tormentato.

Lee divenne la protagonista di alcuni dei più famosi scatti di Man Ray, alimentando il suo percorso di maturazione e ossessione per i dettagli del corpo. Per altro, non le fu mai riconosciuto il merito di aver scoperto la tecnica della solarizzazione, erroneamente attribuita proprio a Man Ray. La Dandini nel libro così ricostruisce questa scoperta “Di nuovo entra in scena il caso, e questa volta ha le sembianze di un topo che nel buio della camera oscura cammina sui piedi di Lee, o almeno lei ne è convinta. Terrorizzata da quel contatto, caccia un urlo e accende la luce mettendo a repentaglio il lavoro. È soltanto un attimo, ma è sicura di aver rovinato il prezioso materiale di Ray. Invece ha appena scoperto un nuovo procedimento di sviluppo che dona alle immagini una suggestione pittorica. Grazie all’esposizione accidentale, il nero di fondo sfuma nel grigio lasciando un profilo piú marcato intorno ai soggetti, i quali acquistano un effetto tridimensionale che richiama gli antichi bassorilievi. Quel risultato stupefacente entusiasma la coppia, che si lancia nella sperimentazione e realizza una serie di fotografie che passeranno alla storia.

Dopo tre anni di convivenza, Lee si sentì imprigionata nel ruolo di assistente e musa di Ray e forse anche il ruolo di amante le stava un po’ stretto, i due si separarono e Lee tornò a New York.

Negli USA continuò la sua collaborazione con Vogue, ma stavolta dall’altro lato della fotocamera, cominciò infatti a lavorare come fotografa di moda e ritrattista su commissione.

Ma Lee era una donna inquieta, il suo inferno dentro ben presto tornò a bruciare. Lee perse ben presto interesse per i lavori piú commerciali. Era soprattutto la routine ad annoiarla. Stanca di limitarsi a semplici ritratti, chiese di essere mandata al fronte: fu una delle prime fotoreporter donna della storia. Aggregata all’esercito americano in Europa, con una divisa su misura, che indosserà ininterrottamente per un anno e un elmetto disegnato appositamente per utilizzare una fotocamera (come si vede dall’immagine qua sotto), sperimenterà in prima persona gli orrori della guerra insieme all’amico David Scherman.

In una notte d’agosto del 1944, Lee attraversò la Manica a bordo di un tank della marina militare carico di carri armati; arrivò a Omaha Beach con l’alta marea e un marinaio si offrì di portarla a riva in braccio per evitarle
il bagno gelato nell’oceano. D’improvviso venne catapultata nel pieno dei combattimenti, e invece di cercare un rifugio sicuro abbraccia la Rolleiflex e cominciò a scattare fra lo stupore dei militari, che non avevano mai visto una fotografa in azione sul fronte. Lee immortalò in decine di scatti le esplosioni nel cielo, fiamme alte come grattacieli. Ma le immagini, una volta arrivate in patria, vennero subito sequestrate dalla censura britannica r rimasero top secret per anni, perché documentavano l’utilizzo di un’arma segreta che divenne tristemente famosa nelle guerre a venire.

Mentre era a Norimberga, dopo lo sbarco, il generale Patton la informò che sarebbero entrati a Dachau. Con una divisa su misura e non protocollare, che indosserà ininterrottamente per un anno, sarà la sola delle sei donne fotoreporter di guerra a raggiungere il fronte, seguendo l’avanzata alleata da Omaha Beach sino ai campi di sterminio. Lee fu dunque tra le prime persone a entrarvi. C’erano ancora tutti i prigionieri, le cataste di morti, i forni fumanti. Lee restò incredula. Era sconvolta. Scrisse un cablogramma alla sua redazione con queste parole: “Vi prego di credere che tutto questo è vero.” E inviò le foto.

Lee, al contrario di altri reporter, scelse di riprendere la realtà disumana dei lager «con un occhio surrealista», e grazie alla tecnica della frammentazione sperimentata negli anni parigini ritaglia inquadrature insolite che prediligono i particolari piuttosto che la visione d’insieme.

Da Dachau e Buchenwald non ne uscì più mentalmente. Dopo aver fotografato i cumuli di morti e ossa, i sopravvissuti ridotti a scheletri, i cadaveri dei kapò massacrati per vendetta, come avrebbe potuto non tenerne conto per sempre? Il suo archivio online è imperdibile: https://www.leemiller.co.uk/

Ma quei volti consunti, il pallore della neve che riempì l’Europa in quei mesi, quelle vite interrotte, quei cadaveri bianchi che fotografò, non le diedero più tregua: negli anni successivi, la depressione e l’alcol furono le costanti della sua vita. Visse gli ultimi anni in ritiro, continuando a ricevere visite dei suoi amici artisti e a pubblicare occasionalmente fotografie per Vogue. Si dedicò alla cucina, cercando di sfuggire alla depressione e dandosi un nuovo volto di madre e casalinga perfetta. Morì di cancro a settant’anni, nel silenzio di una città di provincia.

Spero di avervi fatto appassionare un po’ a questa grande donna, prima ancora che grande fotografa.

Se volete approfondire la conoscenza della Miller, vi consiglio il libro scritto dal figlio, Antony Penrose, Le vite di Lee Miller.

Anna