Bravissimo fotografo cinese, membro di Magnum

Chien-Chi Chang (張乾琦) (nato nel1961, Taichung, Taiwan) è un fotografo membro di Magnum Photos.

Chang ha ottenuto un Master of Science all’Università dell’Indiana. Bloomington e un Bachelor fo Arts alla Soochow University, Taipei.

He joined Magnum Photos in 1995 and was elected as a full member in 2001.

Vive traTaichung, Taiwan and Graz, Austria.

Chang si focalizza sui concetti astratti di alienazione e connessione. “The Chain,” una serie di ritratti scattati in un ospedale psichiatrico a Taiwan, è stato in mostra a La Biennale di Venezia (2001) e alla Bienal de São Paulo (2002).

Le fotografie quasi a grandezza naturale di pazienti incatenati insieme, ricordando, attraverso lo sguardo di Chang, i meno visibili legami del matrimonio. Egli ha trattato i legami matrimoniali in due libri – I do I do I do (2001), una serie di immagini che rappresentano coppie di sposi alienate a Taiwan e in Double Happiness (2005), la rappresentazione del business di commercio delle sposse a Taiwan. I legami famigliari e culturali sono anche i temi di un progetto iniziato nel 1192. Per 21 anni Chang ha fotografato e ripreso in video la vita biforcata degli immigrati cinesi nelle Chinatown di New York, insieme a quelle delle loro mogli e famiglie a casa loro a Fujian. Ancora in progress, il progetto è stato esibito al National Museum of Singapore nel 2008, e alla Biennale di Venezia (2011), oltre all’International Center of Photography, New York (2012).

La ricerca di Chang sui legami che legano una persona all’altra, rimandano alla sua esperienza personali di immigrato diviso negli USA.

Qui la sua pagina su Magnum Photos

Qui un interessante articolo apparso sul Time riguardante il particolare approccio di Chang con i provini a contatto,

Chien-Chi Chang (張乾琦) (born 1961, Taichung, Taiwan) is a photographer and member of Magnum Photos. Chang received an M.S. from Indiana University, Bloomington and a B. A. from Soochow University, Taipei. He joined Magnum Photos in 1995 and was elected as a full member in 2001. He lives in Taichung, Taiwan and Graz, Austria.

Chang focuses on the abstract concepts of alienation and connection. “The Chain,” a collection of portraits made in a mental asylum in Taiwan, was shown at La Biennale di Venezia (2001) and the Bienal de São Paulo (2002). The nearly life-sized photographs of pairs of patients chained together resonate with Chang’s look at the less visible bonds of marriage. He has treated marital ties in two books—I do I do I do (2001), a collection of images depicting alienated grooms and brides in Taiwan, and in Double Happiness (2005), a depiction of the business of selling brides in Vietnam. The ties of family and of culture are also the themes of a project begun in 1992. For 21 years, Chang has photographed and videoed the bifurcated lives of Chinese immigrants in New York’s Chinatown, along with those of their wives and families back home in Fujian. Still a work in progress, “China Town” was hung at the National Museum of Singapore in 2008 as part of a mid-career survey and at Venice Biennale (2011) as well as at International Center of Photography, New York (2012). Chang’s investigation of the ties that bind one person to another draws on his own divided immigrant experience in the United States.

Awards

1998: First Place, Daily Life, World Press Photo, Amsterdam.

1998: Visa d’Or, Visa Pour L’image, Perpignan.

1998: Magazine Photographer of the Year, NPPA, USA.

1999: W. Eugene Smith Grant, W. Eugene Smith Memorial Fund for Humanistic Photography, New York.

2003: First Place, Best of Photography Book (The Chain), Pictures of the Year International, USA

Anna

Un altro grande fotoreporter Magnum: Jerome Sessini

Jerome Sessini si è appassionato alla fotografia scoprendo la fotografia documentaria attraverso libri mostratigli da un amico fotografo. Ha quindi iniziato la sua attività, scattando immagini di persone, paesaggi e vite quotidiane nella sua zona di nascita della Francia dell’est (avendo in mente modelli come Diane Arbus, Lee Friedlander e Mark Cohen)

Nel 1998, sebbene nulla lasciasse pensare che si sarebbe trasformato in un giornalista, Sessini arriva a Parigi. L’agenzia fotografica Gamma gli offre l’opportunità di coprire il conflitto in corso in Kosovo.

Da allora Sessini ha coperto la maggior parte degli eventi di attualità a livello internaizonale: Palestina, Iraq (dal 2003 al 2008), La caduta di Aristide ad Haiti (2004), la conquista di Mogadiscio da parte delle milizie islamiche e la guerra in Libano (2006).

Il lavoro di Sessini viene immediatamente risoncosciuto a livello internazionale. Viene pubblicato da giornali e riviste prestigiosi, tra cui Newsweek, Stern, Paris-Match così come Le Monde e The Wall Street Journal.

Le sue fotografie sono state oggetto anche di mostre personali al Visa Photo Festival di Perpignan, ai Rencontres d’Arles, alla Bibliothèque nationale François-Mitterrand, e anche al Ministero della cultura francese.

Nel 2008, Jerome Sessini inizia il progetto messicano: “So far from God, too close from the US”, un tuffo nella guerra tra i cartelli della droga in Messico. Il progetto, tutt’ora in corso, gli vale per due volte il F-Award e un Getty Grant.

Da questo confronto diretto con la violenza. Sessini ha riconosciuto uno stato delle cose che costiutuisce il cuore del suo lavoro, “Le persone comuni sono sempre perdenti, siano esse in Iraq, Messico o Francia”.Evolvendosi in un equilibrio precario tra realismo cinico e un’agitazione diretta, Sessini è molto attento alla “correttezza” deil suo lavoro fotografico. Rifiuta l’idealismo e la spiritualità, che non tengono in considerazione alcune parti della realtà.

Qui la sua pagina sul sito di Magnum Photos

Qui Sessini intervistato per Vogue

Jérôme Sessini builds a passion for photography, discovering documentary photography through books shown by a friend,a photographer. He initiates his own practice, shooting people, landscapes and daily lives of those around his native Eastern France (with Diane Arbus, Lee Friedlander, Mark Cohen, in mind).
In 1998, although nothing predicted he would turn to journalism, Sessini arrives in Paris. Gamma photo agency gives him the opportunity to coverthe ongoing conflict in Kosovo.
Sessini has since then covered most of the international current events: Palestine, Iraq (from 2003 to 2008) , Aristide’s fall in Haiti (2004), the conquest of Mogadishu by the Islamic militias and the war in Lebanon (2006).
Sessini’s work is immediately internationally acknowledged. It is published by prestigious newspapers and magazines among which, Newsweek, Stern, Paris-Match as well as Le Monde and the Wall Street Journal.
His photography also leads to single exhibitions at the Visa Photo Festival in Perpignan, at the Rencontres d’Arles, the Bibliothèque nationale François-Mitterrand, as well as with the French Ministry of Culture.
In 2008, Jerome Sessini starts the Mexican project: « So far from God, too close from the US”, a dive into the drug cartels’ war in Mexico. This yet ongoing project has already been awarded twice with the F-Award and a Getty Grant.
From this direct confrontation with violence, Sessini has recognized a state of things which is at the heart of his work, “Ordinary fellows arealways those losing, either it being in Iraq, Mexico or France”.
Evolving within an uncertain balance of cynical realism and straight upset, Sessini is very careful with the “rightness” of his photographic work. He rejects idealism and other worldliness, which do not take in account some pieces of reality.

Here an interview

Anna

Festival fotografico a novembre: Colorno PhotoLife

COLORNOPHOTOLIFE 2015
Tra radici e nuove frontiere

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6° edizione, tema: “L’ordinario Quotidiano”
6-7-8 novembre 2015
Il concept di questa edizione, si può riassumere in questa citazione:

I giornali parlano di tutto, tranne che del giornaliero. Quello che succede veramente, quello che viviamo dov’è? Il banale, il quotidiano, l’evidente, il comune, l’ordinario, l’infra-ordinario, il rumore di fondo, l’abituale, in che modo renderne conto, in che modo descriverlo? Forse si tratta di fondare la nostra propria antropologia: quella che parlerà di noi, che andrà cercando dentro di noi quello che abbiamo rubato così a lungo agli altri.

(Georges Perec – L’infra-ordinario 1973)

Il programma è intenso e prevede mostre, conferenze, workshops e un premio di lettura portfolio “PORTFOLIO MARIA LUIGIA”

Tra le mostre, segnaliamo in particolar modo HOTEL MARINUM di Alex Majoli, di cui vi presentiamo di seguito qualche immagine.

…This Hotel is nowhere except that it does face the sea. Each room is a memory, a real story, a flash, a moment that happened in some place like this one, or maybe that happened even here, in cities like this one; it’s the story of people who spend their lives evading or can at least dream of the possibility of doing so when necessary, people who spend their lives breathing in the smell of the sea…

Qui tutte le info e il programma completo del festival.

Anna

Vivian Maier, J.Sessini, F.Woodman, D.Moryiama e altre ottime mostre da non perdere.

Vivian Maier. Street Photographer

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Dopo il MAN di Nuoro, la mostra della bambinaia fotografa, fa tappa a Milano, dal 19 novembre al 31 gennaio 2016 presso la Galleria Forma Meravigli

Qua tutte le info

Se v’interessa approfondire la storia straordinaria di questa autrice, qui trovate il link al sito creato in occasione del lancio del film Finding Vivian Maier, dove troverete anche il trailer del film stesso. Vi consiglio la visione!

Jerome Sessini – Ukraine: Inner Disorder

Il nuovo Store Leica di Torino inaugura il 30 settembre proponendoci nell’occasione un’interessante esposizione di Jerome Sessini, fotoreporter della prestiogiosa agenzia Magnum Photos.

L’intenzione del fotografo con questo lavoro è di interrogarsi su come popoli che fino al giorno prima vivevano insieme in pace, riescano a sviluppare un odio tale per cui comincino ad uccidersi tra loro.

“Dalla guerra nei Balcani al genocidio in Rwanda, fino ad oggi in Ucraina, le guerre spesso assumono la forma di conflitti armati che spaccano in due le naioni. Parte della mia ricerca verte sulla percezione dell'”altro” come nemico, e sul conseguente collasso dell’equilibrio sociale”

Francesca Woodman – On being an angel

Stockholm 5 September 2015 – 6 December 2015 Moderna Museet

The American photographer Francesca Woodman (1958–1981) created a body of fascinating photographic works in a few intense years before her premature death. Her oeuvre has been shown in number of major exhibitions in recent years, and her photographs have inspired artists all over the world.
Woodman’s photographs explore gender, representation, sexuality and body. The intimate nature of the subject matter is enhanced by the small formats. Her production includes several portraits, using herself and her friends as models. The figures are often placed behind furniture and other interior elements; occasionally, the images are blurred and the models hidden from the viewer. Woodman worked in settings such as derelict buildings, using mirrors and glass, evoking surrealist and at times even claustrophobic moods.

Francesca Woodman began photographing in her teens and studied at the Rhode Island School of Design from 1975 to 1978. Her output is usually divided into periods: the early works, her years as a student in Providence, Italy (1977–78), the Mac Dowell Colony, and, lastly, New York from 1979 until she died. The collection she left behind consists of several hundred gelatin silver prints, but she also tried other techniques, such as large-format diazotypes and video.

Francesca Woodman. On being an angel presents 102 photographs and one video, representing most of the artist’s series and themes. The exhibition is produced by Moderna Museet in association with the Estate of Francesca Woodman. Alongside this exhibition, Moderna Museet presents a compilation of photography from the same period from its collection, to show Francesca Woodman in context and expand the perspective on her oeuvre to the public.

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Andy Rocchelli – Stories

1 ottobre – 15 novembre
Museo di Roma in Trastevere

La mostra ripercorre due linee guida approfondite dal fotogiornalista Andy Rocchelli fra il 2009 e il 2014 a partire da alcuni degli eventi che recentemente più hanno segnato il nostro tempo.

Da un lato la crisi del Mediterraneo che dall’Italia, attraverso la questione dell’immigrazione, si allarga fino ai giorni della Primavera Araba e ai movimenti di popoli fisici e ideali che ne sono conseguiti, e dall’altro il tema che forse più di tutti è stato al centro del suo interesse, la questione delle conseguenze della disgregazione dell’Unione Sovietica, dalle rivolte civili nel nord del Caucaso all’identità in costante mutazione della stessa Russia, espressa nei ritratti di Russian Interiors e nell’indagine delle molteplici sfaccettature delle sue orbite d’influenza, fino agli ultimi eventi che dalle prime manifestazioni di Kiev a Piazza Maidan hanno portato allo stallo politico ucraino e alle sue tragiche conseguenze.

Andy Rocchelli è scomparso il 24 maggio 2014 a Sloviansk dove si trovava per documentare la guerra civile tra separatisti filorussi ed esercito ucraino.

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DAIDO MORIYAMA IN COLOR

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8 novembre 2015 – 10 gennaio 2016

“Il bianco e nero racconta il mio mondo interiore, le emozioni e i sentimenti più profondi che provo ogni giorno camminando per le strade di Tokyo o di altre città, come un vagabondo senza meta. Il colore descrive ciò che incontro senza filtri, e mi piace registrarlo per come si presenta ai miei occhi. Il primo è ricco di contrasti, è aspro, riflette a pieno il mio carattere solitario. Il secondo è gentile, riguardoso, come io mi pongo nei confronti del mondo.”
La Galleria Carla Sozzani presenta la mostra Daido Moriyama in Color, a cura di Filippo Maggia: per la prima volta una selezione di 130 fotografie inedite, realizzate tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, anni decisivi nei quali si è compiuta la formazione di Moriyama.

La strada, teatro prediletto del fotografo giapponese, è il tema centrale del lavoro di quegli anni, periodo storico particolare per il Giappone che, dopo la ricostruzione e il boom economico successivi alla fine della seconda guerra mondiale, si trovò a vivere e affrontare l’occupazione americana e poi la contestazione studentesca, sull’onda di quanto accadeva in Europa e negli Stati Uniti.

La mostra, in collaborazione con Fondazione Fotografia Modena, sarà a Modena nel marzo 2016. La accompagna un volume edito da Skira, con oltre 250 fotografie a colori.

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Paolo Ciregia – ‘Perestrojka’

EPSON MFP image

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17 novembre 2015 – 18 dicembre 2015

mc2gallery presenta la prima mostra milanese del giovane fotografo Paolo Ciregia (classe 1987). Paolo è riuscito a creare un nuovo stile personale di forte impatto rielaborando foto che ha scattato negli ultimi 4 anni, durante il conflitto in Ucraina, da Piazza Maidan, al distacco della Crimea, alla guerra nel Donbass . Paolo interviene con un cutter o con bruciature, stravolgendo la natura reportagistica dei suoi scatti. Utilizza vecchie cornici dal gusto un po’ kitsch che ben rendono l’atmosfera di quelle terre cosi lontane eppur cosi vicine e gli permettono di creare installazioni e sculture, ottenendo un nuovo e contemporaneo linguaggio visivo per raccontare l’esperienza della guerra.

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Jeff Bridges Photographs: LEBOWSKI and Other BIG Shots

Bridges

ONO Arte Contemporanea ha l’onore di presentare la mostra “Jeff Bridges Photographs: LEBOWSKI and Other BIG

Shots”, prima mostra monografica in Europa dedicata alla carriera fotografica dell’attore premio Oscar Jeff Bridges. Come Peter Bogdanovich afferma nell’introduzione del catalogo della mostra, Jeff Bridges è contemporaneamente uno dei più versatili e sottovalutati attori di tutta Hollywood, oltre ad essere dotato di molte doti spesso sconosciute al grande pubblico: dipinge, compone, canta e, come può ben dimostrare questa mostra, è un fotografo di primo livello.

Bridges, che proviene da una famiglia da generazioni radicata nel tessuto dell’industria del cinema americano – suo padre Lloyd fu un attore caratterista attivo dagli anni ’40 in oltre 150 film e il fratello Beau è anch’esso celebre attore e regista- appartiene a quella generazione di attori che ha formato la vera base di Hollywood partecipando a un’innumerevole serie di film e recitando nei ruoli più diversi. All’inizio degli anni ’70 Bridges comincia la sua lunga carriera sul grande schermo, ma la fotografia – che pure aveva amato durante gli anni del liceo e del college – non viene ripresa fino al 1976 quando il personaggio che interpreta in un remake di King Kong lo costringe a girare con una macchina fotografica al collo e gli ricorda la sua passione.

Da allora Bridges porta sempre con sé, sui set dei film a cui lavora, una Widelux, una particolare macchina fotografica utilizzata per la posa con un otturatore a scatto ritardato che permette quindi la doppia esposizione, e con una caratteristica pellicola allungata molto simile a quella 70 mm con cui erano girati i film. La scelta di questa macchina, che può sembrare di scarsa importanza, è in realtà strettamente legata alla concezione che Bridges ha dell’arte: come lui stesso afferma infatti, da un lato le caratteristiche della Widelux permettono di catturare il maggior numero di informazioni in un singolo scatto e di narrare contemporaneamente più storie, creando delle immagini che sono in un inter-regno tra la fotografia di scena (o di posa) e il film, dall’altro invece, l’assenza di un focus manuale e un obiettivo poco attendibile la rendono una macchina piuttosto arbitraria e poco precisa, ma per questo più “umana” ed onesta. Sia come attore che come fotografo Bridges vuole liberare la scena dalla sua presenza per lasciare spazio alla narrazione. Le immagini che Bridges scatta nei backstage di film come The Fabulous Baker Boy, Texasville, The Fisher King, American Heart, e ancora The Mirror has two faces, True Grit e The Big Lebowsky raccontano la vera essenza di cosa significhi creare un film e definirle solo “intime” sarebbe riduttivo. Il suo lavoro infatti ha una qualità poetica tale da far risultare queste fotografie quasi un’autobiografia, un diario quotidiano e a tratti malinconico.

In mostra oltre alle immagini del backstage dei film citati e di molti altri anche una serie di immagini, chiamate Comoedia/Tragoedia, che sfruttano proprio la caratteristica possibilità della doppia esposizione della Wideluxe per immortalare nello stesso scatto attori come Martin Landau, John Turturro, Cuba Gooding Jr., Philip Seymour Hoffman o Kevin Spacey che interpretano la maschera comica e quella tragica, nel nome della tradizione teatrale più classica.

La mostra (3 ottobre – 15 novembre 2015) è composta di circa 60 immagini in diversi formati. Patrocinio del Comune di Bologna.

Qua tutte le info

South Topographics – Franco Sortini

10 ottobre 2015 – 1 novembre 2015

Dopo l’esperienza del Photoscreening a Bari, Franco Sortini torna in Puglia con una mostra fotografica sulla città di Lecce.

Il progetto si presenta come la conclusione di un lavoro più ampio realizzato sulle città europee e che trova la sua perfetta sintesi nel volume fotografico “Un luogo neutro”, edito da Punto Marte Editore, che l’autore presenterà il giorno dell’inaugurazione.

L’analisi visiva di Franco Sortini sul centro e, in particolar modo, sulla periferia è stata possibile grazie anche al progetto All We Need Is Slow, un format curatoriale ideato e prodotto dall’associazione Kult – Culture Visive, un ciclo di seminari, incontri, residenze e artist talks con alcuni dei maggiori esponenti della fotografia di paesaggio in Italia, e che ha portato l’autore in residenza nel capoluogo salentino.

L’evento è segnalato da AMACI, associazione musei d’arte contemporanea italiani, per l’Undicesima edizione della Giornata del Contemporaneo.

<<A volte la città fallisce e crea un ambiente inumano, illustrandone dati punti geografici. L’operazione dell’autore è nella tracciabilità della città ai margini, al limes, nella spontanea consapevolezza dei processi di zoning e della monofunzionalità residenziale. Sono i vuoti urbani e le periferie condensate di Lecce, del quartiere Santa Rosa e Stadio, come testimonianza dei processi di espansione e zonizzazione degli aggregati quartieristici. Così, involucri preesistenti si trovano eretti accanto a corpi di fabbrica e blocchi urbani più estesi, a favore di un’edilizia puntiforme. E’ tuttavia un paesaggio le cui immagini sono enigmi che si risolvono con il cuore, cioè con sguardo amorevole rivolto a ciò che ci sta intorno, alla ricerca di familiarità e poesia.
La geografia Sortiniana quindi esplora a fondo sia la dimensione oggettiva e materiale dei luoghi – l’insieme degli elementi fisici – sia quella soggettiva e immateriale – la sfera dei significati. Ma la radicalità del progetto si situa nella configurazione di nuovi rapporti tra geometrie e luci, un metodo compositivo peculiare dell’ultima fotografia che esilia per sempre il soggetto umano, come in questo caso, o ne fa un sostrato di legittimazione così profondo da divenirne un contrassegno.>> Valentina Isceri

presso gli spazi di Classic Camera – via Oberdan 104, Lecce

6th continent – Mattia Insolera

La Scuola di Fotografia Contemporanea dell’ISFCI, diretta da Maurizio Valdarnini e Irene Alison presenta la mostra di MATTIA INSOLERA: “6th Continent” in collaborazione con Cortona On The Move.
L’appuntamento è per Giovedì 15 Ottobre in via degli Ausoni, 1 dalle ore 18.00
A cura di Arianna RINALDO.
6th Continent ha origine nel 2007, quando Mattia Insolera parte in barca a vela dall’Italia, insieme a un amico che vuole attraversare l’Oceano Atlantico. Dopo due settimane di navigazione, capisce che la vita sulla costa gli interessa più dell’impresa velica. Scende
dalla barca nella zona dello Stretto di Gibilterra, dove ha il primo assaggio di un ambiente autenticamente mediterraneo, un mondo popolato da marinai e portuali, migranti e trafficanti.
Decide di dedicare gli anni successivi alla realizzazione di un progetto fotografico su quest’area geografica. Poco dopo si trasferisce a Barcellona, città ben collegata con le coste
mediterranee. Da lì può raggiungere 13 Paesi del Mediterraneo, viaggiando su ogni tipo di imbarcazione, dalla barca a vela al cargo, e percorrendo 25.000 Km in moto.
Oggi la maggior parte delle persone conosce il Mediterraneo come un paradiso di sole, mare e cielo azzurro, o come teatro del dramma dell’immigrazione in Europa. Appartenendo a  questa regione, Mattia sente l’esigenza di raschiare via la superficie dei cliché da turista, andando oltre le notizie da telegiornale per catturare la vera essenza di questi luoghi. Il Mediterraneo del XXI secolo è diventato terreno di discordie: una frontiera di filo spinato che divide Nord e Sud del mondo. È anche il bacino in cui hanno luogo i maggiori conflitti del pianeta, un passaggio pericoloso per chi è in fuga da miseria e guerra e un cimitero per i 20.000 migranti che negli ultimi vent’anni vi sono annegati.
Non sempre è stato così. Nel passato questo mare interno comprendeva e collegava sponde e culture diverse, era una terra fertile per la nascita delle prime civiltà. Secondo lo scrittore turco conosciuto come il Pescatore di Alicarnasso, il Mediterraneo era un Sesto Continente, distinto dai cinque indicati arbitrariamente dai geografi, uno spazio che assimilava in sé popoli provenienti dagli antipodi della Terra, trasformandoli tutti in mediterranei. Mattia vuole scoprire se sia rimasto qualcosa di quell’epoca, quindi punta la macchina fotografica sulla gente che continua a considerare il mare un mezzo di trasporto, un’area di scambio. In altre parole, sulla gente che vive ancora il mare come un Sesto Continente.

Qui altre info

TINA MODOTTI – La nuova rosa. Arte, storia, nuova umanità

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18 ottobre 2015 – 28 febbraio 2016

Udine rende  nuovamente omaggio a una delle sue figlie più celebri a 36 anni di distanza (correva l’anno 1979) da quella che fino ad allora era considerata la più esauriente esposizione sulla vita e sull’opera di Tina mai realizzata. Nel frattempo il mito di Tina Modotti è cresciuto e le sue fotografie più importanti sono state acquistate da privati collezionisti, esposte in prestigiosi musei e sono divenute note un pubblico più vasto.

“Tina Modotti: la nuova rosa. Arte, storia, nuova umanità” presenta la raccolta più vasta degli scatti della fotografa di origini udinesi, tratte dai negativi originali e arricchita dalle più recenti acquisizioni riferibili alla storia familiare della Modotti, all’arte fotografica e all’impegno politico-sociale.
Viene inoltre esposta , per la prima volta in Europa, la nuova documentazione fotografica sulle “Scuole libere di agricoltura” con una serie di 18 istantanee realizzate da Tina Modotti,  rimaste in gran parte sconosciute fino a tempi recenti.

L’esposizione è realizzata dall’assessorato alla Cultura – Musei Civici in partnership con il comitato Tina Modotti e in collaborazione con prestigiose istituzioni scientifiche a livello nazionale e internazionale con il il sostegno della Regione e la collaborazione dell’Università degli Studi di Udine e dell’associazione culturale Etrarte.

Tutte le info qui

Anna

Paolo Pellegrin, fotoreporter di guerra. Intervista interessante e foto

Nato a Roma nel 1964 frequenta inizialmente la facoltà di Architettura all’Università della Sapienza, ma abbandona gli studi senza conseguire la laurea durante il terzo anno di corso. Riconosciuto come uno dei maggiori fotoreporter di guerra collabora con testate giornalistiche quali Newsweek e New York Times magazine. È stato insignito di numerosi premi, tra cui la Robert Capa Gold Medal (2006), lo Eugene Smith Grant in Humanistic Photography (2006), l’Olivier Rebbot for Best Feature Photography (2004), la Leica  Medal of Excellence (2001), dieci World Press Photo tra il 1995 e il 2013.

Buon rientro!

Sara

Raghu Rai, Magnum, grande fotografo.

Raghu Rai nacque nel villaggio di Jhang, nel Punjab, nelle Indie Inglesi (ora Pakistan), uno di 4 figli.

Iniziò a fotografare nel 1965 e, l’anno successivo, assunse la mansione di capo-fotografo presso il giornale The Statesmandi Nuova Delhi. Rai lasciò The Statesman nel 1976 per lavorare come photo-editor per “Sunday”, una rivista settimanale pubblicata a Calcutta.

Impressionato dal suo lavoro in mostra a Parigi nel 1971, Henri Cartier-Bresson nominò Rai membro di Magnum Photos nel 1977.

Rai lasciò “Sunday” nel 1980 e ed iniziò a lavorare come fotografo/foto-editor/visualizer per “India Today”, durante i suoi anni di formazione. Dal 1982 al 1991 lavorò ad edizioni speciali, contribuendo con reportage fotografici su tematiche sociali, politiche e culturali.

Rai si è specializzato nella copertura dell’India. Ha prodotto più di 18 libri, tra cui Delhi, The Sikhs, Calcutta, Khajuraho, Taj Mahal, Tibet in Exile, India, and Mother Teresa. E’ conosciuto per i suoi libri, Raghu Rai’s India: Reflections in Colour and Reflections in Black and White.

I suoi reportage sono apparsi in numerose riviste e giornali, tra cui Time, Life, GEO, The New York Times, Sunday Times, Newsweek, The Independent, e il New Yorker.

Per conto di Greenpeace ha completato un progetto di documentazione sul disastro chimico di Bhopal nel 1984, che ha anche coperto in qualità di giornalista per India Today, e sui perduranti effetti sulle vite della popolazione intossicata. Il lavoro è stato poi riprodotto in un libro, Exposure: A Corporate Crime e tre mostre che hanno girato Europa, America, India e Sud-Est Asiatico dopo il 2004, il ventesimo anniversario del disastro. Rai desiderava che la mostra supportasse i molti sopravvissuti, creando un’ampia coscienza sociale, sia sul disastro ambientale, che sulle vittime – molte delle quali ancora non risarcite – che continuano a vivere nell’area contaminata attorno a Bhopal.

Nel 2003, mentre era in assignment per Geo Magazin a Bombay, cominciò ad usare una fotocamera digitale Nikon D100 “e dal quel momento in poi, non sono più stato in grado di tornare ad utilizzare la pellicola”.

E’ stato membro della giuria di World Press Photo per 3 volte e 2 volte della giuria dell’UNESCO’s International Photo Contest.

Raghu Rai (born 1942) is an Indian photographer and photojournalist. He was a protégé of Henri Cartier-Bresson, who appointed Rai, then a young photojournalist, to Magnum Photos in 1977. Cartier-Bresson co-founded Magnum Photos.

Rai became a photographer in 1965, and a year later joined the staff of The Statesman, a New Delhi publication. In 1976, he left the paper and became a freelance photographer. From 1982 until 1992, Rai was the director of photography for India Today. He has served on the jury for World Press Photo from 1990 to 1997. He is known for his books, Raghu Rai’s India: Reflections in Colour and Reflections in Black and White.

Raghu Rai was born in the village of Jhang, Punjab, British India (now in Pakistan). He was one of four children.

Rai began photography in 1965, and the following year joined “The Statesman” newspaper as its chief photographer.Rai left “The Statesman” in 1976 to work as picture editor for “Sunday,” a weekly news magazine published in Calcutta. Impressed by an exhibit of his work in Paris in 1971, Henri Cartier-Bresson nominated Rai to join Magnum Photos in 1977.

Rai left “Sunday” in 1980 and worked as Picture Editor/Visualizer/Photographer of “India Today” during its formative years. From 1982 to 1991, he worked on special issues and designs, contributing picture essays on social, political and cultural themes.

Rai has specialised in extensive coverage of India. He has produced more than 18 books, including Raghu Rai’s Delhi, The Sikhs, Calcutta, Khajuraho, Taj Mahal, Tibet in Exile, India, and Mother Teresa. His photo essays have appeared in many magazines and newspapers including Time, Life, GEO, The New York Times, Sunday Times, Newsweek, The Independent, and the New Yorker.

For Greenpeace, he has completed an in-depth documentary project on the chemical disaster at Bhopal in 1984, which he covered as a journalist with India Today in 1984, and on its ongoing effects on the lives of gas victims. This work resulted in a book, Exposure: A Corporate Crime and three exhibitions that toured Europe, America, India and southeast Asia after 2004, the 20th anniversary of the disaster. Rai wanted the exhibition to support the many survivors through creating greater awareness, both about the tragedy, and about the victims – many who are still uncompensated – who continue to live in the contaminated environment around Bhopal.

In 2003, while on an assignment for Geo Magazine in Bombay City, he switched to using a digital Nikon D100 camera “and from that moment to today, I haven’t been able to go back to using film.”

He has served three times on the jury of the World Press Photo and twice on the jury of UNESCO’s International Photo Contest.

Here an interview

And here the Raghu Raui Center For Photography

Anna”°”

La storia della Magnum Photos in televisione!

La Magnum Photos e i fotografi fondatori Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, George Rodger e David Seymour arriveranno sul piccolo schermo in una serie televisiva della Carnival. La serie è seguita personalmente dai dipendenti Magnum e uscirà nel 2017.

Breve storia della Magnum

La Magnum Photos è una delle più importanti agenzie fotografiche del mondo. Fondata nel 1947 da Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger, William Vandivert, ha la forma giuridica di Società Cooperativa, che riunisce – anche con lo scopo di proteggere il diritto d’autore in ambito fotografico e la trasparenza d’informazione – sessanta tra i migliori fotografi del mondo. Attuale Amministratore Delegato wordwide è l’italiano Giorgio Psacharopulo. La tradizione di Magnum prevede che le immagini scattate rimangano di proprietà del fotografo Magnum e non delle riviste dove esse vengono pubblicate, permettendo all’autore di scegliere soggetti, temi e orientare la produzione verso uno stile più aderente a quello del fotografo e libero da vincoli.

L’agenzia nasce dalla combinazione di piccole macchine fotografiche e di grandi menti che avevano acquistato grande sensibilità negli anni della seconda guerra mondiale, anni di grandi eccessi emotivi; subito si impone per la capacità fresca e nuova di essere nel mondo e sulla notizia. I suoi rappresentanti crearono una struttura in cui non le riviste, ma i fotografi, fossero in grado di gestire la produzione e decidere dove, come e per chi lavorare. La libertà d’azione significava anche poter concedersi reportage di ampio respiro, più personali, in cui l’autore potesse raccontare meglio, di più e in profondità. I Quattro fondatori si dividevano la sfera d’influenza, Cartier-Bresson sceglierà l’Asia (con lunghi viaggi in Cina, India, Birmania e Indonesia), Seymour si concentrerà sull’Europa, Rodger sull’Africa, mentre Capa, dall’America, sarà pronto a partire per ogni dove. Le forti personalità dei quattro fondatori attirarono l’interesse di coloro, colleghi, che comprendevano la portata di un simile modo di pensare, da uomo e da fotografo, il proprio lavoro.

Il circolo Magnum andò allargandosi, in cinque anni, aveva aggiunto giovani di talento come René Burri, Elliott Erwitt ed altri, acquisendo una fisionomia sempre più riconoscibile. Nessun fotografo è uguale all’altro e la forza del gruppo nasce proprio dalla diversa creatività e dalle imprese individuali di ognuno. Poiché questi reportage non trovano spesso spazio sufficiente sulle riviste, per molti autori la dimensione per esprimersi diventa quella più pensata e autonoma del libro o quella più libera e creativa della mostra. I risultati sono esperimenti, allora nuovi, di un modo di comunicare e vivere la fotografia, senza limiti e confini.

Grazie a questa politica incentrata sulla tutela del fotografo, sia legalmente che professionalmente, l’agenzia Magnum ha raccolto intorno a sé molti dei migliori fotografi, permettendogli di esprimere il personale significato di fotografia e il loro rapporto con il mondo documentato.

L’agenzia Magnum ha prodotto alcuni tra i più importanti e spesso drammatici reportage degli ultimi anni, documentando guerre (il Vietnam di Phillip Jones Griffiths), catastrofi etniche (la carestia in India di Werner Bischof) o eventi sociali (il movimento americano per i diritti civili di Leonard Freed), ma anche sottolineando, con personali e originali interpretazioni, quegli aspetti della società non evidenziati dal giornalismo tradizionale, raccontando il mondo degli anziani (Martine Franck), la vita dei minatori in Bolivia (Ferdinando Scianna) oppure i curiosi ritratti canini di Elliott Erwitt.

A causa dell’impegno in prima linea dei propri membri, l’agenzia è stata funestata da episodi drammatici, quali la scomparsa nel primo decennio di vita di due soci fondatori, Robert Capa e David Seymour, oltre al già citato Werner Bischof.

Magnum nasce con due sedi, a New York e Parigi, a cui in seguito si aggiungeranno Londra e Tokyo, per meglio organizzare le missioni dei fotografi.

Da Wikipedia.

Come diventare membri

Diventare membri dell’agenzia Magnum richiede la presentazione di un portfolio all’agenzia che nella riunione annuale deciderà se ammettere il fotografo ad un affiancamento di circa due anni con un fotografo membro, terminato il quale si acquisisce la carica di associato. Trascorsi ulteriori due anni, previo giudizio di un ulteriore portfolio, si diventa membri a tutti gli effetti, con il diritto di votare nelle annuali riunioni dell’agenzia. Il corrispondente è invece un fotografo non legato direttamente all’agenzia se non per lavori occasionali. Le prime selezioni sono a Maggio di ogni anno. A dire il vero non so più se sia così.

I fondatori
1947 Robert Capa
Henri Cartier-Bresson
David Seymour
George Rodger
William Vandivert
Maria Eisner
Rita Vandivert
I membri
1949 Werner Bischof
1954 Cornell Capa, Elliott Erwitt, Burt Glinn, Erich Hartmann
1955 Erich Lessing, Inge Morath, Marc Riboud
1957 Eve Arnold, Eugene Smith, Dennis Stock
1958 Wayne Miller
1959 René Burri, Bruce Davidson, Ernst Haas
1961 Sergio Larrain
1965 Constantine Manos
1967 Ian Berry, David Hurn, Marilyn Silverstone
1968 Bruno Barbey
1971 Philip Jones Griffiths
1972 Leonard Freed
1974 Paul Fusco, Josef Koudelka, Gilles Peress
1977 Richard Kalvar, Guy Le Querrec
1979 Raymond Depardon, Alex Webb
1980 Susan Meiselas
1982 Eugene Richards
1983 Martine Franck, Chris Steele-Perkins
1985 Abbas
1986 Jean Gaumy, Harry Gruyaert, Peter Marlow, James Nachtwey (membro fino al 2001, anno in cui ha fondato l’agenzia VII), Steve McCurry
1988 Eli Reed
1989 Thomas Hoepker, Hiroji Kubota, Ferdinando Scianna
1990 Stuart Franklin, Patrick Zachmann
1993 Steve McCurry, Larry Towell
1994 Carl De Keyzer, Nikos Economopoulos, Martin Parr, Gueorgui Pinkhassov
1997 David Alan Harvey, John Vink, Donovan Wylie
2001 Chien-Chi Chang, Alex Majoli, Lise Sarfati
2002 Bruce Gilden
2004 Thomas Dworzak
2005 Paolo Pellegrin

Il sito ufficiale dell’agenzia è Magnum photos, che contiene anche le biografie dei membri e i loro lavori.
L’agenzia Magnum è rappresentata in Italia da Contrasto.