Intervista a Luca Campigotto, eccezionale, visionaria, esplorazione del mondo.

Perito Moreno glacier, 2000

Cosa lega il film Blade Runner di Ridley Scott, una tesi in storia sull’epoca delle grandi scoperte geografiche e le fotografie dei primi dell’800? La risposta è nell’immaginario di Luca Campigotto. Fotografo veneziano, classe 1962, da venticinque anni ha portato in giro per il mondo, da Parigi a Miami, da New York a Montreal, il suo concetto di ‘viaggio fotografico’. La sua sfida è quella di rendere ancora interessanti i luoghi che sono stati fotografati da chiunque, abusati dal facile clic del turista di massa. Nei suoi scatti, quegli stessi spazi, vivono una seconda possibilità, quella di essere riscoperti, come se fossero visti per la prima volta, con lo stesso stupore che provavano i primi esploratori. Dal gusto cinematografico del suo filone sulle metropoli fino alle esperienze nei paesaggi più selvaggi, Campigotto è rimasto fedele al proprio concetto di viaggio, nel senso più ampio del termine, da quello mentale a quello del ricordo dei posti vissuti, in un percorso di rimandi che rispecchia le sue fotografie, sempre sospese in un mondo senza tempo.

A 5579

Luca Campigotto

Gli studi storici quanto hanno influenzato il tuo approccio alla fotografia?

Ho studiato alcuni racconti di mercanti tra ‘400 e ‘500, e la cosa che mi ha affascinato di più in quelle carte è stata l’idea del grande viaggio. Anche per questo ho sempre associato il viaggio alla fotografia. Gli studi di storia hanno influito come tante altre cose, inclusi i fumetti di Corto Maltese. M’interessa da sempre l’esotico, andare a scoprire qualcosa di lontano da quello che sono abituato a vedere, che sia un paesaggio o un’architettura. La fotografia mi è sempre servita per entrare in contatto con una dimensione avventurosa.

Quali sono le caratteristiche che ricerchi in un paesaggio per dare il via a una serie di foto? Cosa accende la miccia del tuo processo creativo?

La mia ricerca si è sempre divisa in due filoni: uno di visioni legate al paesaggio, con tutte le implicazioni letterarie del caso, e uno di visioni metropolitane notturne che ha invece più a che fare con il cinema. Anche se può sembrare banale, credo di essere stato uno tra i primi a vedere Blade Runner nell’82 quando l’hanno proiettato di notte a Venezia. Quando ho guardato quel film non facevo ancora il fotografo ma ho sentito che la mia idea del vedere era cambiata. Sono vicino a quella visione del cinema americano, anche quello di serie B. Da lì ho preso molta ispirazione sull’uso delle luci di notte, sui controluce, in esterni e interni. Prima di partire per un posto, devo avere un contatto diretto con questo mio immaginario, tanto da spingermi a raggiungere un luogo e, come farebbe qualunque turista, impossessarmene senza farmi mai sfuggire la sua peculiarità. Se vado a New York fotografo i grattacieli e se vado a Venezia fotografo anche le gondole. È molto pericoloso perché il rischio della cartolina è dietro l’angolo, però esiste anche una cartolina evocativa, come nell’800. Devo essere emozionato quando parto e deve esserci uno stimolo che mi faccia venir voglia di fotografare. Ad esempio, amo Parigi, ci vado spesso, ma non mi è mai venuta voglia di fotografarla perché il mio immaginario non ha punti in comune con quella città.

Le tue fotografia sono un ‘qui’ ma anche un ‘altrove’, sono un luogo geografico ma anche immaginario.

Mi ritengo un suggeritore, ti indico qualcosa che vale la pena guardare, anche se qualche volta mi è capitato di fotografare paesaggi dove non c’era assolutamente nulla, però per me era un nulla molto poetico, carico di significato. Non lavoro quasi mai sulle foto subito, scatto e poi le riprendo in mano dopo molto tempo, per far sedimentare l’esperienza del viaggio e rivivere le sensazioni di quello che ho visto.

Roma 2014

Guardare le foto è quindi un modo per ricordare?

È anche un po’ una condanna, come essere un ancorati sempre a un passato. A volte è anche difficile riguardare delle foto che hai magari in archivio. Tornando a Blade Runner, l’aspetto geniale del film è che per renderli più umani i replicanti sono stati dotati di ricordi falsi: siamo quello che ricordiamo. Anche se fotografo paesaggi e architetture, ho pensato che mi sarebbe piaciuto fare il fotografo guardando le fotografie della mia famiglia. L’aspetto della memoria e dei ricordi è per me fondamentale anche se non fotografo fatti o persone.

Venezia 2017

Questo aspetto s’intravede nel tuo lavoro su Roma, la città eterna, fotografata di notte. Una bellezza che è sempre sotto i nostri occhi ma di cui a volte ci dimentichiamo

Lì c’è anche l’aspetto del mito, di qualcosa che resiste nonostante tutto. Lo stesso che ho visto ai templi di Angkor in Cambogia, dove esiste un corpo a corpo tra architettura e natura, tra mano dell’uomo e natura. Mito che ho ritrovato anche sui luoghi della Grande Guerra dove le trincee e i resti di quello che hanno lasciato i soldati sono diventati parte integrante della roccia e del paesaggio

Lapponia 2003

Viviamo in un mondo dove tutto è stato visto e fotografato, anche i posti più lontani, come l’isola di Pasqua. Come riesci a mantenere intatto quello stupore per i luoghi che in realtà hai già visto?

Credo sia perché il mio spirito d’avventura non viene scalfito dal turismo massificato, dal fatto che tutti siano andati ovunque. La mia meraviglia resiste indipendentemente da quello che si è già anche troppo visto. In Arizona mi sono ritrovato in questi spazi enormi praticamente da solo: lì è ancora più facile perdersi nella propria immaginazione, rendendo le foto più evocative. Il mio immaginario deve essere in presa diretta con il posto che sto fotografando.

Picture 001

Luca Campigotto

Le metropoli però sono molto diverse da quei luoghi incontaminati, lì al contrario cosa ti affascina?

Cerco sempre di alternare i due filoni. Il mio lavoro è sempre lo stesso, molto lento: tenere la macchina in mano e non metterla sul cavalletto mi dà sempre l’idea di qualcosa che sto facendo solo per gioco, quindi uso lo stesso identico approccio e la stessa macchina sia che mi stia arrampicando su una montagna o che stia fotografando una città. C’è una cerimoniosità che per me è molto importante, una procedura che è diametralmente opposta a quella del reporter. Le prime foto che avevo scattato a Venezia di notte in negativo avevano anche pose di 15 o 20 minuti, al limite della noia. È un po’ come andare a pesca, ci vuole la stessa pazienza.

Hai scelto molto le ambientazioni notturne per le tue fotografia, perché?

Ho iniziato con Venetia Obscura a cercare una chiave di lettura diversa per un luogo stravisto ma che era quello con il quale avevo deciso di iniziare a fare il fotografo e nel quale all’epoca vivevo. Al buio, con le foto di grande formato in bianco e nero, la mia città mi ha regalato quella dimensione di avventura di cui la mia ricerca aveva bisogno. Come se fosse una sorta di macchina del tempo. I risultati che ottengo di notte sono più imprevedibili di quelli che potrei ottenere, almeno ai miei occhi, di giorno. La resa dei colori e del bianco e nero non è scontata ed è la stessa ricerca che faccio poi in post produzione e nelle stampe. Per questo lavoro ancora da solo, non ho un assistente o uno stampatore, proprio perché voglio essere responsabile fino alla fine di tutto il processo. Non essendo una foto di testimonianza e di reportage potrebbe andare bene anche se stampata con un tono diverso ma poi non sarebbe la foto che avevo in mente quando l’ho scattata e quindi perderebbe molto del suo significato. Finché lo faccio io è come se continuassi a fotografare, a rivivere l’esperienza.

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Luca Campigotto

Quale sfida ritieni sia stata più impegnativa nel tuo percorso?

All’insegna del ‘si vive una volta sola’, la mia sfida è stata quella di provare sempre cose nuove. Cambio abbastanza spesso, passo da foto desaturate, come quelle sulla Grande Guerra, ad altre cariche di colori. Si dice spesso che nell’arte l’importante sia essere riconoscibile, cioè proseguire per certi versi facendo sempre più o meno tutto allo stesso modo. A me invece interessa approcciarmi a progetti anche molto diversi ma che siano sempre fedeli al mio modo di vedere il mondo.

Sass de Stria, 2013

C’è un consiglio che daresti a chi si approccia a questo mestiere?

Non gli consiglierei di fare il fotografo (ride, ndr). Scherzi a parte, gli consiglierei di seguire quella che a Venezia chiamiamo la “magagna”, cioè la sua fissa, di non far finta di essere qualcun altro o qualcos’altro. Ispirarsi sì, ma sopire la molla che fa scattare il tuo entusiasmo e la tua curiosità non è la strada giusta. Io all’inizio ci sono cascato: credevo che la mia fotografia fosse sciocca e dovesse diventare più intellettuale, minimalista o concettuale. Dopo un po’ mi sono invece abbandonato ai miei veri fantasmi e alle mie vere manie e lì ho trovato la mia misura. Consiglio anche di non scoraggiarsi mai: quando gli altri guardano le tue fotografie c’è sempre chi ha qualcosa da criticare, è normale sia così. Quando facevo fotografie in bianco e nero mi dicevano “eh però se facessi foto a colori”, quando ho cominciato a scattare a colori dicevano “eh però le tue foto in bianco e nero”: bisogna insistere, ricordandosi di essere molto sinceri con se stessi.

Hong Kong 2016

Intervista di Simona Buscaglia per Musa

Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di Luca Campigotto, vietata la riproduzione.

Mostre per febbraio

Ciao,

anche a febbraio vi segnaliamo mostre molto interessanti. Date un’occhiata!

Qua trovate la nostra pagina dedicata alle mostre, sempre aggiornata.

Ciao

Anna

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Masterclass gratuita con Luca Campigotto

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Tra maggio e giugno sarà realizzata una Masterclass di Fotografia dal titolo “Spazi Ritratti”, tenuta da Luca Campigotto, che ritrarrà con i suoi allievi gli spazi del patrimonio industriale dell’Adda: opifici tessili e centrali idroelettriche della fine dell’800 e inizio ‘900. Gli allievi verranno guidati nella post-produzione delle fotografie e nella realizzazione di un libro fotografico/catalogo che verrà presentato con una proiezione in grande formato in occasione dell’evento finale della ZTC alla centrale idroelettrica Taccani di Trezzo sull’Adda.

Sono aperte le candidature! Cerchiamo giovani fotografi amatoriali o professionisti. La masterclass è gratuita.

Tutti i dettagli sono disponibile sul sito http://www.zoneatrafficoculturale.it

Le architetture e i paesaggi di Luca Campigotto

Luca Campigotto (Venezia, 23 febbraio 1962) è un fotografo italiano.
Si è laureato a Venezia in storia moderna con una tesi sull’epoca delle grandi scoperte geografiche. Dall’inizio degli anni novanta ha legato la propria ricerca al tema del viaggio, realizzando progetti a colori e in bianconero sulle città di notte e i paesaggi selvaggi. I suoi lavori principali sono dedicati a Venezia, Il Cairo, i paesaggi di montagna della Grande Guerra, New York e Chicago. Come ha scritto W. Guadagnini: «[…] le sue fotografie slittano ben presto in un’altra dimensione, che è quella dell’immaginario. Un immaginario che davanti allo spettacolo naturale cerca non un Altro da sé, né la conferma delle proprie certezze, ma i modi per rendere visibile la dismisura dell’emozione».

Libri
Teatri di guerra – Theatres of War, testi di Mario Isnenghi, Lyle Rexer, Gustavo Pietropolli Charmet, Marco Meneguzzo, Silvana, Milano 2014
Gotham City, testo di Marvin Heiferman, Damiani, Bologna 2012
My Wild Places, testo di Walter Guadagnini, Hatje Cantz, Ostfildern 2010
The Stones of Cairo, testo di Achille Bonito Oliva, Peliti Associati, Roma 2007
Venicexposed, testo di Henry James, Contrasto, Roma/ Thames&Hudson, London/ La Martinière, Paris 2006
L’Arsenale di Venezia, testo di Gino Benzoni, Marsilio, Venezia 2000
Molino Stucky, Marsilio, testo di Massimo Cacciari, Venezia 1998
Venetia Obscura, testo di Gino Benzoni, Peliti Associati, Roma / Dewi Lewis, Stockport / Marval, Paris 1995

Mostre
Teatri di guerra Museo del Vittoriano, Roma 2014 – Palazzo Ducale, Venezia 2014
Gotham and Beyond, Laurence Miller Gallery, NYC 2013
My Wild Places, Palazzo Fortuny, Venezia 2010/11

Qui il sito dell’autore

E qui un’intervista

Luca Campigotto (February 23, 1962) is an Italian photographer.
He was born in Venice, where he graduated in modern history. He is known for his images on night citiescapes and wild landscapes. Among his series: Venice, New York, Chicago, Cairo, Morocco, Angkor, India, Iran, Patagonia, Easter Island, Yemen, Lapland.

Books
ROMA. Un impero alle radici dell’Europa, texts by Louis Godart and Livio Zerbini, Silvana, Milan 2015
Theatres of War, texts by Lyle Rexer, Mario Isnenghi, Marco Meneguzzo, Gustavo Pietropolli Charmet, Silvana, Milan 2014
Gotham City, text by Marvin Heiferman, Damiani, Bologna 2012
50+1, text by Domenico De Masi, Alinari 24 Ore, Milan 2012
My Wild Places, text by Walter Guadagnini, Hatje Cantz, Ostfildern 2010
The Stones of Cairo, text by Achille Bonito Oliva, Peliti Associati, Roma 2007
Venicexposed, text by Henry James, Contrasto, Rome/Thames&Hudson, London/La Martinière, Paris 2006
L’Arsenale di Venezia, text by Gino Benzoni, Marsilio, Venice 2000
Molino Stucky, Marsilio, text by Massimo Cacciari, Venice 1998
Venetia Obscura, text by Gino Benzoni, Peliti Associati, Roma/Dewi Lewis, Stockport/Marval, Paris 1995

Exhibitions
Theatres of War – Teatri di guerra, Doge’s Palace, Venice – Museo del Vittoriano, Rome 2014
Gotham and Beyond, Laurence Miller Gallery, NYC 2013
My Wild Places, Fortuny Palace, Venice 2010-11

Here the author’s website

And here an interview

Anna”°”

MU.SA. Vi consiglia queste mostre.

Ecco le mostre da non perdere in questo periodo. 

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Wildlands and Cityscapes, Luca Campigotto in mostra a Roma

La Galleria del Cembalo, in collaborazione con Bugno Art Gallery, apre al pubblico dal 28 marzo al 27 giugno 2015 una mostra dedicata alla fotografia di paesaggio di Luca Campigotto, proponendo un confronto tra spettacolari scenari naturali e contesti profondamente urbanizzati, spesso ripresi di notte. “Amo la dimensione eroica dei paesaggi. La forza spudorata delle atmosfere, la bellezza delle luci. Rimesto in un confuso immaginario mitico e fisso il mio stesso stupore. Determinato a inseguire la meraviglia”, scrive Luca Campigotto. Quelle di Campigotto sono fotografie di un viaggiatore che rivive le emozioni vissute nei racconti di altri grandi viaggiatori del passato, alternate, o sovrapposte, alle suggestioni immaginifiche del cinema e dei fumetti. Dallo Stretto di Magellano alle sconfinate pianure della Patagonia, dal Marocco alla Strada degli Eroi sul Monte Pasubio, dall’isola di Pasqua ai ghiacci della Lapponia – Campigotto presenta la quiete e la dimensione contemplativa di luoghi appartati e selvaggi. L’intensità delle luci proietta scenari scabri e severi in vedute eroiche, trasformando ogni prospettiva documentaria in lettura poetica. Le immagini evocano lo spirito dei luoghi e, con intensità quasi catartica, ci ricordano l’urgenza di un’autentica coscienza ecologica. Le fotografie di New York e Chicago, invece, si fondono in una Gotham City ricostruita dalla memoria, spesso intrisa di una luce vitrea e di un’atmosfera a volte smagliante di colori vivaci, altre volte avviluppata in sfumature tenui. Come in un viaggio sentimentale e visionario, dai ponti sull’East River all’Empire State Building, dalla metropolitana sopraelevata al teatro “Chicago”, ognuna di queste immagini scintillanti sembra lo scenario di un film. La mostra Wildlands and Cityscapes si inaugura in concomitanza con la presentazione in Campidoglio del libro Roma. Un impero alle radici dell’Europa (edito da FMR) e dell’esposizione, presso l’Istituto Nazionale della Grafica, di una selezione di fotografie di Luca Campigotto tratte dal volume.

Qui tutte le info

ICONIC GEOGRAPHY – In mostra a Roma le immagini fotografiche di Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer

Ambiguo, derivazione dal latino ambigĕre: un doppio senso che può essere variamente interpretato, perciò non chiaro, equivoco, di significato incerto. D’altro canto però dubbio e incertezza ci stimolano ad attivare un comportamento critico su ciò che ci viene incontro e così, positivamente, ci aiutano a migliorare la nostra comprensione.

Per alcune analogie e motivi che svilupperemo in seguito, la mostra fotografica Iconic Geography degli autori Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer proposta presso lo spazio espositivo Anteprima D’Arte Contemporanea di Roma a cura di Camilla Boemio, ci sostiene nel percorrere delle riflessioni proprio sulla questione delle doppie identità.

Ed eccone una prima: entrando nella sede dello spazio espositivo ci accorgiamo di essere in uno studio di avvocati al cui interno sono dedicate due sale espositive alla mostra in questione. In tutto vi sono ospitate dieci immagini fotografiche, sei nella prima, quattro nella seconda, tutte di grande formato e attraverso le quali ci addentriamo nella ricerca degli autori. Aerei in rottamazione abbandonati in luoghi sperduti e desertici; impianti industriali che ridisegnano con le loro strutture i paesaggi in cui sono inseriti; grandi sale con pannelli di controllo di sofisticata tecnologia dove non c’è più posto per la presenza umana; uno scalo ferroviario illuminato da luci artificiali ha l’aspetto di un grafico intreccio di ferro e acciaio immerso nelle tenebre; una prospettiva su un incrocio stradale di una città asiatica dove auto e persone sono congelate nell’istante come i palazzi che li circondano.

La luce, naturale o artificiale, viene colta dai due autori con sapiente sensibilità per restituirci immagini algide, tecnicamente ineccepibili: osserviamo nel dettaglio particolari infinitesimali, pur trattandosi perlopiù di scorci di ampio respiro e di paesaggi. Nel testo che accompagna la mostra, ci imbattiamo in chiari segnali di come sussistano doppi aspetti legati alla lettura del lavoro di Scanderbeg e Sauer. Se da un lato queste fotografie esaltano l’operosità e il progresso umano, dall’altro ce ne consegnano una prospettiva decisamente dirompente sugli equilibri e gli spazi che si trovano ad occupare e a condividere. E non solo con le persone che vi abitano.

Un’altra questione ambivalente è posta sul come prendere in considerazione questo tipo di lavoro che, in questo caso, ha impegnato gli autori nell’ultimo decennio. Infatti viene evidenziato che le immagini esposte erano per lo più destinate a rappresentare e a descrivere le varie attività aziendali e commerciali delle società che ne facevano richiesta. Mentre ora possono essere considerate anche di ricerca e quindi poste sul mercato del collezionismo d’arte. E’ qui evidente la forte ambiguità dell’argomento in questione: sarà allora utile quel dubbio e quell’incertezza che aiuta ognuno di noi ad osservare in maniera critica ciò che ci viene incontro, proprio per cercare di migliorare la nostra comprensione. Possiamo pensare allora, oltre le nostre individuali valutazioni sulle opere, che è l’ambiguità (ma potremmo considerarla anche una coerenza) del mercato dell’arte, all’interno delle proprie aspettative, a sancirne una determinata collocazione.

Una riflessione è stimolata dall’accostamento che viene fatto, a proposito di queste immagini fotografiche, con il lavoro cinematografico di Michelangelo Antonioni e più precisamente con il film Deserto Rosso. Che vi sia in Scanderbeg e Sauer un parallelismo immaginativo che prende spunto dal potente sguardo di Antonioni è evidente, e questo dimostra di quanto è forte, a tutt’oggi, l’impatto visionario del regista italiano sui fotografi e i cineasti contemporanei.

Andreana Scanderbeg è nata nel 1969 a Los Angeles, ha conseguito un diploma in comunicazione oltre a quello in economia; Alexander Sauer è nato nel 1971 a Francoforte sul Meno e ha studiato fotografia a Monaco. Vivono a Zurigo, dal 2005 collaborano con aziende e industrie documentando le loro attività anche in luoghi impervi e sperduti del mondo. Tra le varie esposizioni citiamo la partecipazione a VOLTA, fiera d’arte, nel 2014 a Basilea.

INFORMAZIONI Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer – Iconic Geography / A cura di Camilla Boemio Dal 25 febbraio al 5 maggio 2015 Anteprima D’Arte Contemporanea / Piazza Mazzini 27 (Scala A, terzo piano), Roma / tel: +06.37500282 / info@anteprimadartecontemporanea.it Orario: martedì – venerdì / sabato su appuntamento

SUL WEB Il sito di Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer Anteprima D’Arte Contemporanea, Roma Le immagini contenute nell’articolo sono © Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer

Elliott Erwitt. Retrospective a Lucca

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A cura di Maurizio Vanni

In collaborazione con MAGNUM PHOTOS

Una produzione di MVIVA

dal 18 Aprile al 30 Agosto 2015

Che cosa significa raccontare la storia di un grande fotografo attraverso 136 scatti legati a oltre 60 anni di carriera? Ripercorrerne la vita, intercettare le sue passioni, percepire la sua filosofia esistenziale e comprenderne la grandezza attraverso la professionalità e l’originalità dei suoi scatti. Pur avendo avuto come mentori Robert Capa, Edward Steichen e Roy Stryker, la fotografia di Erwitt ha assunto uno stile proprio, al tempo stesso intimista, ironico, sorprendente, certe volte impertinente e dolcemente irriverente, ma sempre tecnicamente impeccabile. Anche gli scatti più evocativi, però, sono legati all’occasionalità del momento, al qui e ora di un luogo e di un tempo, al sorriso spontaneo di fronte a una scena atipica o a un ossimoro visivo. Tutti i suoi lavori sono stati filtrati dall’emisfero destro del cervello, tutte le sue immagini sono frutto di un’elaborazione cerebrale istantanea che, attraverso un generoso utilizzo di più scatti, bloccano un momento che colpisce la sua attenzione creativa. Tra tutti i negativi ce n’è sempre uno che corrisponde a un compiuto equilibrio tra struttura compositiva e visione. “Tutte le immagini dovrebbero essere – afferma Erwitt rispondendo a una domanda di Angela Madesani –, se non perfette, per lo meno bilanciate, graficamente e geograficamente corrette. La composizione è assolutamente fondamentale e basilare per qualsiasi fotografia”. Non deve sorprendere la sua dimestichezza con il mondo del cinema: a New York frequenta corsi di cinematografia alla New School for Social Research e, successivamente, si trasferisce a Hollywood dove starà sul set di molti film. Erwitt dichiarerà più volte di amare il cinema neorealista italiano, che considera tuttora il migliore, e di aver imparato molto dalle pellicole di Rossellini e Visconti, o quantomeno di aver cercato illuminazione dal bianco e nero e dal “realismo senza artificio”. “Un professionista per mestiere e un dilettante per vocazione” che ama la sottile ironia: il senso dell’umorismo è qualcosa di innato in un fotografo. È possibile affinare la tecnica, educare il senso estetico e compositivo, ma di certo non si può migliorare l’acutezza percettiva, la sagacia di spirito, la fantasia e l’estro intellettivo che determina la creazione di scatti unici. Erwitt, oltre ad avere una fervida immaginazione, possiede una grande capacità di osservare le persone, gli animali, le cose e la vita attraverso ironia e disincanto, perspicacia e intelligenza, spirito ludico e raffinatezza mentale. Potremmo parlare di ironia esistenziale che corrisponde al desiderio di prendere le distanze dal consueto e dal convenzionale per concepire un confine tra se stesso e tutte le cose che lo circondano.

Biglietto Intero: 9€ Biglietto Ridotto: 7€ Da martedi alle domenica dalle 10 alle 19 La biglietteria è aperta fino ad un’ora prima della chiusura Lunedì chiuso

Info

Racconti privati. Interni 1967-1978. Mario Cresci a Cinisello Balsamo

FOTOGRAFIE DI MARIO CRESCI DALLE COLLEZIONI DEL MUSEO DI FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA a cura di Roberta Valtorta inaugurazione: sabato 14 marzo ore 17, fino al 6 settembre 2015 La mostra presenta una selezione di fotografie realizzate da Mario Cresci tra Tricarico e Barbarano Romano nel periodo 1967-1978, quando viveva in Basilicata. Nato a Chiavari nel 1942, Cresci si forma al Corso Superiore di Industrial Design di Venezia. Tra il 1966 e il 1967 con il gruppo di urbanistica Il Politecnico, nato a Venezia intorno al sociologo Aldo Musacchio, scende a Tricarico, un paese in provincia di Matera. Il progetto è la realizzazione del piano regolatore del paese e il compito di Cresci è quello di occuparsi della grafica degli elaborati e del rilevamento fotografico degli ambienti, degli oggetti e di tutti gli aspetti della vita sociale e produttiva della comunità. E’ il tempo in cui sociologi e intellettuali calano nel Mezzogiorno, riscoperto alla luce delle narrazioni di Carlo Levi e delle ricerche antropologiche di Ernesto De Martino. Dopo questo primo viaggio e dopo alcuni spostamenti, tra 1968 e 1969, fra Roma, Parigi, Milano, Cresci torna in Basilicata e stabilisce la sua casa a Matera, fino al 1988, quando si trasferisce a Milano, e successivamente a Bergamo. La lunga permanenza in Basilicata gli permette di lavorare sui concetti di territorio, memoria, archivio, temi che intreccia in modo “naturale” alle questioni del progetto, dei linguaggi espressivi, della visione, centrali nella sua opera. Nel 1967 realizza la serie Ritratti mossi (ripresa poi nel 1974), figure in interni i cui volti cancella attraverso il mosso fotografico. Mentre gli oggetti e i luoghi risultano a fuoco e quindi sono descrivibili, le persone si presentano illeggibili: Cresci, appena arrivato, tenta un racconto delle loro identità attraverso i dati fisici dell’ambiente. Tra il 1967 e il 1972 realizza la serie Ritratti reali, riprese di gruppi familiari che posano in interni tenendo in mano fotografie dei loro antenati. Il rapporto fra lo sguardo delle persone riprese e lo sguardo degli antenati rappresentati nelle fotografie crea un corto circuito tempo reale-memoria. Per Cresci Ritratti reali è un lavoro di “verifica” sul sociale e contemporaneamente su se stesso: infatti si autoritrae mentre tiene in mano le fotografie dei suoi antenati. Fra il 1978 e il 1979 realizza un’ampia serie di ritratti in interni a Barbarano Romano, sempre annullando la fisionomia delle persone attraverso il mosso, e sempre comprendendo anche se stesso fra queste persone. Si tratta di lavori nei quali l’identità dell’individuo e della comunità viene letta attraverso gli oggetti e gli arredi della casa. Scrive: “Mi ha sempre affascinato il rapporto degli oggetti con le persone, soprattutto quelli d’uso, appartenenti alla cultura materiale dell’uomo, quelli della sua storia: dagli utensili più semplici a quelli più complessi, sino ad arrivare alle forme più evolute del design contemporaneo”. Mario Cresci è un indiscusso maestro della fotografia e del graphic design contemporaneo. La sua vasta opera, caratterizzata da una grande libertà di sperimentazione, vede intrecciarsi molti elementi: l’analisi della percezione visiva, la fotografia,il graphic design, il disegno, l’indagine antropologica, lo studio del paesaggio e dei luoghi dell’arte, l’installazione e l’opera site specific. Grande indagatore dei codici del linguaggio visivo e dei materiali e concetti dell’arte, ha sempre mediato la sua attività artistica con l’impegno didattico (è stato direttore dell’Accademia Carrara di Bergamo, ha insegnato al Politecnico di Milano, all’ISIA di Urbino, all’Orientale di Napoli, all’Università di Parma, all’Ecole d’Arts Appliquées di Vevey, allo IED, alla NABA, all’Accademia di Brera di Milano), condotto nel rispetto e nell’approfondimento della cultura del progetto. Cresci ha pubblicato innumerevoli libri (tra gli altri: Matera. Immagini e documenti, Matera 1975; Misurazioni. Fotografia e territorio, Matera 1978; L’archivio della memoria. Fotografia nell’area meridionale 1967/1980, Torino 1980; La terra inquieta, Bari 1981; Martina Franca immaginaria, Milano 1981; Mario Cresci, Milano 1982; Lezioni di fotografia, Bari 1983 (con Lello Mazzacane); Uno sguardo tra gli altri, Roma 1984; Albe Steiner. Foto-grafia. Ricerca e progetto, Bari 1990 (con Lica Steiner); Matera. Luoghi d’affezione, Milano 1992; Variazioni impreviste, Verona 1995; Mario Cresci, Milano 2007;) ed esposto in importanti sedi pubbliche e private. Tra le mostre più recenti: Le case della Fotografia, 1966 – 2003, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino 2004; Sottotraccia. Bergamo. Immagini della città e del suo territorio, Elleni Gallerie d’arte, Bergamo 2009; Forse Fotografia alla Pinacoteca Nazionale di Bologna, l’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma e Palazzo Lanfranchi, Matera, 2010-2012; Ex/Post. Orizzonti Momentanei, MA*GA, Gallarate, 2014. Il Museo di Fotografia Contemporanea conserva 280 fotografie dell’autore, che datano dalla metà degli anni Sessanta. Una parte delle opere in mostra è tratta dal Fondo Lanfranco Colombo (Regione Lombardia), una parte è stata gentilmente prestata dall’autore per questa occasione espositiva. In collaborazione con Regione Lombardia

Info

2015 Sony World Photography Awards Exhibition

Somerset House Trust 

South Building Somerset House Strand London WC2R 1LA

24 April – 10 May 2015 Mondays 10.00-18.00, Tuesday – Friday 10.00-21.00, Saturdays & Sundays 10.00-18.00 East Wing Galleries, East Wing & West Wing Galleries, West Wing Anytime Entry £8.50, Weekday Entry (10.00-16.00) £6.50 Concessions (weekdays only) £5.00 Two tickets (valid anytime) £16.00 Four tickets (valid anytime) £30.00

BOOK TICKETS NOW

The Sony World Photography Awards are one of the world’s leading photography competitions, the exhibition showcases the winning and shortlisted photographers from submissions from across all disciplines, from fine art to photojournalism to lifestyle. Recognising and rewarding the world’s best contemporary photography from the last year, the 2015 competition received the highest number of entries in its eight year history – 173,444 images from 171 countries. Reflecting the very best international contemporary photography from the last year, the exhibition includes photographs to suit all tastes.  Well-documented scenes are given a fresh look with ground-breaking photography styles and photographers of all abilities will be inspired to shoot their own view of the world. The winning and shortlisted images featured were selected by a panel of industry experts. The shortlisted photographers include names that are both new and familiar to the competition.  Those recognised again by the awards include: Peter Franck (Germany); Donald Webber (Canada); Amit Madheshiya (India); Brent Stirton (South Africa); Simon Norfolk (UK), Fan Li (China) and Massimo Siragusa (Italy).  New names include Julia Fullerton-Batten (UK) and Sebastian Gil Miranda (France). For further information visit the World Photography Organisation website.

Postato da Anna