Mostre per febbraio

Ciao,

anche a febbraio vi segnaliamo mostre molto interessanti. Date un’occhiata!

Qua trovate la nostra pagina dedicata alle mostre, sempre aggiornata.

Ciao

Anna

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Mostre consigliate per giugno

Ciao a tutti,

ed eccoci giunti anche questo mese alnostro appuntamento fisso con le mostre,  quanto mai ricco in quest’inizio d’estate.

Non  perdetevi le mostre di giugno! Magari potete approfittarne per delle piccole vacanzine o per visitare altre città…

E ricordate di dare un’occhiata alla nostra pagina con tutte le mostre in corso, sempre aggiornata.

Anna

The Many Lives of Erik Kessels

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“The Many Lives of Erik Kessel” è la prima mostra retrospettiva dedicata al lavoro fotografico dell’artista, designer ed editore olandese Erik Kessels.

Aperta la pubblico dal primo giugno al 30 luglio, “The Many Lives of Erik Kessels” attraversa la carriera fotografica dell’autore lungo un articolato percorso che include centinaia di immagini.

Ventisette sono in totale le serie presentate, oltre a numerosi libri e riviste pubblicati dall’ormai celebre casa editrice dello stesso Kessels e da altri editori. In un percorso non-lineare e senza cronologia, si ritrovano lavori monumentali, serie più intime e private, autentiche icone dell’intero universo della ‘fotografia trovata,’ così come produzioni recenti e ancora inedite.

A cura di Francesco Zanot.

Co-prodotta con NRW-Forum, Düsseldorf, l’esposizione è accompagnata da un libro di 576 pagine pubblicato per questa occasione da Aperture, New York, con testi di Hans Aarsman, Simon Baker, Erik Kessels, Sandra S. Phillips e Francesco Zanot.

1 giugno – 30 luglio 2017 – Camera Centro Italiano per la Fotografia  – Torino

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DEANNA & ED TEMPLETON –  LAST DAY OF MAGIC

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Quasi tutti conosciamo Deanna Templeton per essere la moglie, la musa, la donna dietro lo skater (due volte campione del mondo) nonché straordinario fotografo Ed Templeton. Allo stesso modo, però, potremmo definire  Ed Templeton come il compagno, la musa di Deanna.
La verità è che procedono insieme – a volte letteralmente, mano nella mano – soprattutto quando sia avviano verso la loro passeggiata a Huntington Beach, dove fotografano sistematicamente, immortalando la gente della costa bruciata dal sole.
Non lavorano in coppia, non hanno una produzione comune e hanno due personalità uniche e indipendenti, dinamiche e creative. Ma vi sono dei tratti comuni, dei rimandi evidenti tra i propri lavori.
Ed e Deanna Templeton sono sposati da quasi 25 anni. A Milano allestiranno una mostra insieme, presentando una selezione di vari lavori di entrambi, che mescoleranno a parete, creando un dialogo che sottolinerà le caratteristiche in comune, i temi ricorrenti, in una sorta di flusso di coscienza per immagini. Il soggetto è spesso il mondo degli adolescenti.

MiCamera – Milano dal 26 maggio al 24 giugno

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Hiroshi Sugimoto – Le notti bianche

La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, dal 16 maggio al 1 ottobre 2017, presenta Le Notti Bianche, personale dell’artista giapponese Hiroshi Sugimoto, a cura di Filippo Maggia e Irene Calderoni.

La mostra presenta in anteprima internazionale una nuova serie fotografica, dedicata ai teatri storici italiani, che prosegue e sviluppa la ricerca di Hiroshi Sugimoto intorno al tema degli spazi teatrali e cinematografici.

L’intera produzione fotografica di Hiroshi Sugimoto è volta all’esplorazione del rapporto fra tempo e spazio, o meglio, alla percezione che noi abbiamo di questa relazione, l’occhio umano come la macchina fotografica che ce ne restituisce una versione, un’immagine ben definita, nel caso di Sugimoto, plastica. L’indagine prende avvio da una semplice domanda -quasi una curiosità- che l’artista giapponese si pone verso la fine degli anni settanta: provare a racchiudere in un solo scatto l’intero flusso di immagini contenute in una pellicola cinematografica durante la sua regolare proiezione al cinema. Il risultato è uno schermo abbagliante che illumina la sala, depositario di storie che per due lunghe ore hanno permesso al pubblico di sognare. Fotografando prima le sale cinematografiche degli anni venti e trenta e successivamente quelle più eleganti degli anni cinquanta per arrivare ai drive-in, Sugimoto contestualizza la sua ricerca ripercorrendo lo sviluppo della settima arte: dalla sua rivelazione come nuova espressione artistica e culturale a fenomeno di massa, capace quindi, oltre che ad affascinare al contempo alienando dalla vita quotidiana, di comunicare, celebrando come criticando.

Esattamente come avviene nei suoi Seascapes, ove i mari rappresentano un passato che va rigenerandosi e ripetendosi, ogni volta più ricco di vissuto, di Storia, anche qui Sugimoto delega allo spettatore -delle sue opere, non dei film- la responsabilità di declinare al tempo presente la memoria contenuta in quel magico spazio bianco.

La serie inedita di 20 opere presentata a Torino è stata interamente realizzata in Italia nel corso degli ultimi tre anni dopo una pausa di 12 anni nella produzione dei Theaters e, per la prima volta, presenta oltre allo schermo illuminato anche la platea e la galleria del teatro ove è stata organizzata la ripresa fotografica. Fra i teatri fotografati troviamo il Teatro dei Rinnovati, Siena; il Teatro dei Rozzi, Siena; il Teatro Scientifico del Bibiena, Mantova; il Teatro Comunale di Ferrara; il Teatro Olimpico, Vicenza; Villa Mazzacorrati, Bologna; il Teatro Goldoni, Bagnacavallo; il Teatro Comunale Masini, Faenza; il Teatro all’Antica, Sabbioneta; il Teatro Sociale, Bergamo; il Teatro Farnese, Parma; il Teatro Carignano, Torino

Mostra realizzata con il contributo della Regione Piemonte

Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino,  dal 16 maggio al 1 ottobre 2017

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Sguardi sul mondo attuale – #2 Americas

Sguardi sul mondo attuale richiama nel titolo un’antologia di saggi scritti da Paul Valéry – ancora ricchi di significati per il nostro presente – e vuole esprimere un’idea dell’arte che sia presidio di civiltà e democrazia, configurandosi come un

viaggio ricco d’interesse e necessario attraverso i continenti: perché «il viaggio», sottolinea Manca, «è una delle forme più immediate per la comprensione del contemporaneo e per vivere esperienze ricche di contenuti qualificanti. Alcuni riportano souvenir, immagini, emozioni… Io ho sempre pensato che la mia collezione dovesse essere il mio cordone ombelicale con quei luoghi, quelle culture, quelle genti…».

Il programma espositivo, a cura di Simona Campus in collaborazione con lo stesso Manca, ha preso avvio nel 2016 con la mostra EASTERN EYES, presentando quindici artisti orientali, a partire dai paesi dell’Ex Unione Sovietica fino in Cina, Indonesia, Giappone, una panoramica sui cambiamenti politici, sociali, culturali degli ultimi decenni. Nel 2017, volgendo a Occidente, questo affascinante itinerario attraverso le geografie culturali della contemporaneità prosegue con AMERICAS, che abbraccia un continente intero, dal Canada al Messico e a Cuba, passando per gli Stati Uniti.

Agli esordi di una problematica “era Trump”, Americas è un’esposizione importante, impegnata, partecipe del nostro presente: riafferma il valore dell’incontro, del dialogo e delle contaminazioni, mentre la politica impone nuovi muri e separazioni; laddove i decreti dividono, l’arte unisce, grazie al lavoro di quanti per le proprie storie biografiche, e per il coraggio di perseguire idee scomode e controcorrente, costituiscono un ponte tra differenti culture.

In Americas, gli artisti sono di assoluto rilievo, e tra loro alcune vere e proprie icone della contemporaneità, quali David LaChapelle, Andres Serrano, Cindy Sherman, Nan Goldin: alla Goldin è riservato uno spazio privilegiato, con una raccolta di immagini appartenenti ad alcune tra le sue serie più celebri, a partire da The Ballad of Sexual Dependency, costruita come un diario intimo d’amore e perdizione contro il perbenismo della middle-class americana.

Le opere in mostra – molte sono state esposte in precedenza nei più autorevoli musei e gallerie del mondo – propongono alla nostra attenzione i temi legati alla profonda ricchezza delle differenze, alle specificità di genere e all’identità sessuale, alla convivenza interculturale, come nel caso del trittico fotografico December 17 (1999) di Maria Magdalena Campos-Pons, artista cubana con antenati nigeriani – tratti in schiavitù nel continente americano alla fine del Settecento – cinesi e ispanici: la multiculturalità appartiene alla sua esperienza di vita e alla sua ricerca artistica, dove si mescolano tradizioni e generazioni. Tra i maggiori esponenti dell’arte contemporanea cubana è anche Carlos Garaicoa, che concentra la sua ricerca sulla realtà urbana e, in particolare, sulla sua città natale, L’Avana: nella serie El dibujo, la escritura, la abstracciòn immortala fotograficamente i graffiti sui muri, testimoni silenziosi di una storia controversa che mettono in comunicazione esistenze private e vita pubblica, interiorità e società.

I fragili equilibri che governano il rapporto tra privato e pubblico, le relazioni tra interiorità ed esteriorità rappresentano un’altra riflessione fondamentale della mostra: le raffinate ambientazioni allestite da Gregory Crewdson per le immagini di Dream House (2002) narrano dei ruoli che la società impone, di alienazioni e solitudini; i lavori di Catherine Opie e Susan Paulsen, ricerche sul corpo e sugli

spazi, restituiscono la tensione tra l’io e ciò che lo circonda, mentre Sandy Skoglund proietta sul paesaggio un senso surreale d’inquietudine. Ne deriva un affresco composito dei luoghi e dei non-luoghi fisici e metaforici del mondo attuale.

Le immagini fotografiche sovente derivano da azioni performative o da progetti complessi, realizzati in seguito ad una lunga progettazione ed elaborazione, rendendo evidente i legami con gli altri linguaggi artistici, con la pittura e

soprattutto con il cinema, che si conferma espressione privilegiata dell’immaginario americano: cinematografici sono senz’altro gli scatti di Sebastian Piras, fotografo e filmaker sardo, stabilitosi a New York negli anni Ottanta.

Più in generale, trovano riscontro in mostra la pluralità di forme espressive, le mescolanze e le ibridazioni caratteristiche del fare artistico contemporaneo, ma anche le connessioni che l’arte intraprende con gli altri ambiti d’indagine del sapere umano: da una prospettiva multimediale e interdisciplinare, integrando arte, filosofia e scienza lavora Ale de la Puente, artista messicana della quale viene esposta la poetica installazione fotografica Tormenta seca (2008).

In tale pluralità di sensibilità, sollecitazioni, punti di vista emerge l’immagine più veritiera delle Americhe, le cui latitudini fisiche, umane e culturali sono sterminate, contraddittorie, impossibili da sintetizzare in un unico sguardo. Di tale pluralità la mostra dà conto, con gli artisti citati e con i molti altri che contribuiscono a definirne il grande interesse, tra i quali due maestri storicizzati del calibro di Sol LeWitt, rappresentato da una delle sue peculiari composizioni grafiche, e Bill Owens, del quale non poteva mancare la serie di fotografie intitolata Altamont (1969) dedicata al concerto organizzato dai Rolling Stones che appena quattro mesi dopo Woodstock, funestato dall’assassinio del giovane afroamericano Meredith Hunter, segnò irrimediabilmente la fine delle illusioni nel movimento giovanile. Una piccola perla, infine, è Abramović Sixty (2006) di Marina Abramović, artista serba naturalizzata statunitense, gran madre della performance, il cui lavoro rappresenta una testimonianza straordinariamente significativa degli sguardi inediti, anticonformisti, tesi al cambiamento che l’arte, e forse soltanto l’arte, sa rivolgere al mondo attuale.

Artisti in mostra

Marina Abramović, Maria Magdalena Campos-Pons, Ofri Cnaani, Gregory Crewdson, Ale de la Puente, Janieta Eyre, Carlos Garaicoa, Nan Goldin, Robert Gutierrez, David LaChapelle, Sol LeWitt, Jason Middlebrook, Catherine Opie, Bill Owens, Susan Paulsen, Sebastian Piras, Jimmy Raskin, Andres Serrano, Cindy Sherman, Sandy Skoglund, Pat Steir.

Cagliari – EXMA Exhibiting and Moving Arts –  26 maggio – 25 giugno 2017

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Le mostre di Fotoleggendo 2017

Torna anche quest’anno a giugno Fotoleggendo, festival internazionale di fotografia giunto alla sua XIII edizione, che si tiene a Roma dal 6 giugno al 15 luglio, con l’organizzazione di  Officine Fotografiche.

Quest’anno la sede sarà presso l’ex Pelanda del Macro Testaccio, uno dei gioielli dell’archeologia industriale romana.

Tra le mostre, segnaliamo im particolare Watermark di Michael Ackermann, The Polarities di Larry Fink, Lobismuller di Laia Abril,  Sogno #5 di Lorenzo Castore e The 7th Generation’s Prophecy di Michela Benaglia e Emanuela Colombo, ma date un’occhiata al programma completo, che si preannuncia ricchissimo.

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Eugene Richards: The Run-On of Time

This retrospective exhibition features the work of Eugene Richards (American, b. 1944), one of the world’s most respected photographers. In the tradition of W. Eugene Smith and Robert Frank, Richards is devoted to socially committed photography that focuses on the diverse, often complex lives of Americans, as well as the ongoing struggles of the world’s poor.

Richards’s photographs speak to the most profound aspects of human experience: birth, family, mortality, economic inequality and the human cost of war are recurring themes. His style is unflinching yet poetic, his photographs deeply rooted in the texture of lived experience. In his wide range of photographs, writings, and videos he works to increasingly involve his audience in the lives of people in ways that are challenging, lyrical, melancholy, and often beautiful. Ultimately, Richards’s photographs illuminate aspects of humanity that might otherwise be overlooked.

June 10–October 22, 2017, Eastman Museum Main Galleries – Rochester

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Irving Penn: Centennial

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The Metropolitan Museum of Art will present a major retrospective of the photographs of Irving Penn to mark the centennial of the artist’s birth. Over the course of his nearly 70-year career, Irving Penn (1917–2009) mastered a pared-down aesthetic of studio photography that is distinguished for its meticulous attention to composition, nuance, detail, and printmaking. Irving Penn: Centennial, opening April 24, 2017, will be the most comprehensive exhibition of the great American photographer’s work to date and will include both masterpieces and hitherto unknown prints from all his major series.

Long celebrated for more than six decades of influential work at Vogue magazine, Penn was first and foremost a fashion photographer. His early photographs of couture are masterpieces that established a new standard for photographic renderings of style at mid-century, and he continued to record the cycles of fashions year after year in exquisite images characterized by striking shapes and formal brilliance. His rigorous modern compositions, minimal backgrounds, and diffused lighting were innovative and immensely influential. Yet Penn’s photographs of fashion are merely the most salient of his specialties. He was a peerless portraitist, whose perceptions extended beyond the human face and figure to take in more complete codes of demeanor, adornment, and artifact. He was also blessed with an acute graphic intelligence and a sculptor’s sensitivity to volumes in light, talents that served his superb nude studies and life-long explorations of still life.

Penn dealt with so many subjects throughout his long career that he is conventionally seen either with a single lens—as the portraitist, fashion photographer, or still life virtuoso—or as the master of all trades, the jeweler of journalists who could fine-tool anything. The exhibition at The Met will chart a different course, mapping the overall geography of the work and the relative importance of the subjects and campaigns the artist explored most creatively. Its organization largely follows the pattern of his development so that the structure of the work, its internal coherence, and the tenor of the times of the artist’s experience all become evident.

The exhibition will most thoroughly explore the following series: street signs, including examples of early work in New York, the American South, and Mexico; fashion and style, with many classic photographs of Lisa Fonssagrives-Penn, the former dancer who became the first supermodel as well as the artist’s wife; portraits of indigenous people in Cuzco, Peru; the Small Trades portraits of urban laborers; portraits of beloved cultural figures from Truman Capote, Joe Louis, Picasso, and Colette to Alvin Ailey, Ingmar Bergman, and Joan Didion; the infamous cigarette still lifes; portraits of the fabulously dressed citizens of Dahomey (Benin), New Guinea, and Morocco; the late “Morandi” still lifes; voluptuous nudes; and glorious color studies of flowers. These subjects chart the artist’s path through the demands of the cultural journal, the changes in fashion itself and in editorial approach, the fortunes of the picture press in the age of television, the requirements of an artistic inner voice in a commercial world, the moral condition of the American conscience during the Vietnam War era, the growth of photography as a fine art in the 1970s and 1980s, and personal intimations of mortality. All these strands of meaning are embedded in the images—a web of deep and complex ideas belied by the seeming forthrightness of what is represented.

Penn generally worked in a studio or in a traveling tent that served the same purpose, and favored a simple background of white or light gray tones. His preferred backdrop was made from an old theater curtain found in Paris that had been softly painted with diffused gray clouds. This backdrop followed Penn from studio to studio; a companion of over 60 years, it will be displayed in one of the Museum’s galleries among celebrated portraits it helped create. Other highlights of the exhibition include newly unearthed footage of the photographer at work in his tent in Morocco; issues of Vogue magazine illustrating the original use of the photographs and, in some cases, to demonstrate the difference between those brilliantly colored, journalistic presentations and Penn’s later reconsidered reuse of the imagery; and several of Penn’s drawings shown near similar still life photographs.

The Met Fifth Avenue, Gallery 199 – NY – April 24–July 30, 2017

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Hollywood Icons. Fotografie della Fondazione John Kobal

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Hollywood Icons è un’estesa indagine sulle grandi stelle cinematografiche dell’epoca classica hollywoodiana e che rende evidente il lavoro di quei fotografi che crearono le immagini scintillanti degli stessi divi.

La mostra presenta 161 ritratti: dai più grandi nomi nella storia cinematografica, iniziando con le leggende del muto come Charlie Chaplin e Mary Pickford, continuando con gli eccezionali interpreti dei primi film sonori come Marlene Dietrich, Joan Crawford, Clark Gable e Cary Grant infine per concludere con i giganti del dopoguerra come Marlon Brando, Paul Newman, Marilyn Monroe, Sophia Loren e Marcello Mastroianni. Organizzata per decadi, dagli anni Venti fino ai Sessanta, che presentano i divi principali di ciascun periodo, Icone di Hollywood include anche gallerie dedicate ai fotografi degli studi di Hollywood, mostra il processo di fabbricazione di una stella cinematografica e introduce vita e carriera del collezionista e storico del cinema John Kobal, il quale ha estratto da archivi polverosi tutto ciò mettendolo a disposizione dell’arena pubblica e del plauso della critica.

La storia del film solitamente è scritta dal punto di vista di attori o registi, prestando poca attenzione a quell’impresa enorme che rende possibile fare i film. Icone di Hollywood, presenta quel ritratto in gran parte inatteso e quei fotografi di scena che lavorarono silenziosamente dietro le quinte, ma le cui fotografie ricche di stile furono essenziali alla creazione di divi, dive e alla promozione dei film. Milioni e milioni d’immagini, distribuite dagli studi di Hollywood durante l’età d’oro, erano tutte quante il lavoro di artisti della macchina fotografica che lavoravano in velocità, con efficienza e il più delle volte in maniera splendida al fine di promuovere lo stile hollywoodiano in tutto il mondo.

I ritratti di Joan Crawford fatti da George Hurrell hanno contribuito a plasmare la sua emozionante presenza sullo schermo. L’indelebile immagine della Garbo è stata creata nello studio per ritratti di Ruth Harriet Louise. In questa mostra sarà presentato il lavoro di più cinquanta fotografi inconfondibili, tra cui: Clarence Sinclair Bull, Eugene Robert Richee, Robert Coburn, William Walling Jr, John Engstead, Elmer Fryer, Laszlo Willinger, A.L. “Whitey” Schafer e Ted Allan.

Nessuno, meglio di John Kobal, ha compreso l’importanza di questa ricchezza fondamentale del materiale hollywoodiano. Iniziando come un appassionato di film, divenne un giornalista, più tardi uno scrittore e infine, prima della sua morte precoce nel 1991 all’età di 51 anni, fu riconosciuto come uno tra gli storici preminenti del cinema. Essenzialmente la sua reputazione si basa sul lavoro pionieristico di riesumare le carriere di alcuni tra questi maestri della fotografia d’epoca classica hollywoodiana.

Iniziando dai tardi anni sessanta, Kobal cercò di ricongiungere questi artisti dimenticati con i loro negativi originali e li incoraggiò a produrre nuove stampe per mostre che allestì in tutto il mondo, in luoghi come il Victoria & Albert Museum e la National Portrait Gallery a Londra, il MoMA a New York, la National Portrait Gallery a Washington DC, il Los Angeles County Museum of Art a Los Angeles. Una selezione di queste stampe, assieme a quelle d’epoca originali risalenti al periodo degli studi, crea il cuore della mostra.

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Gianluca Micheletti – Lifepod – Capsula di salvataggio

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Il progetto di Micheletti si presenta come “un’arca di Noè senza Noè”. La sua riflessione prende il via da un doppio binario. Da un lato lo Svalbard Global Seed Vault, il deposito globale di sementi delle Isole Svalbard in Norvegia, una raccolta dell’universale patrimonio genetico di sementi; dall’altro il 99 per cento di DNA che i primati hanno in comune con l’uomo. Il fotografo ha ripreso le scimmie in alcuni zoo d’Europa inserendole poi in capsule di sicurezza che rimandano a un futuro in cui la vita primordiale possa essere ricreata.

Micheletti’s project presents itself as “a Noah’s Ark without Noah.” His reflections arise along dual tracks: on one side the Svalbard Global Seed Vault in Norway, a collection of universal genetic plant heritage; on the other, the 99 percent of DNA that primates have in common with man. The photographer captures monkeys within several zoos in Europe, and then inserts them into safety capsules to symbolize a future in which primordial life can be recreated.

30 maggio/20 giugno – Biblioteca Zara – Milano

Joel Meyerowitz: Towards Colour 1962-1978

A new exhibition of work by Joel Meyerowitz will open at Beetles+Huxley on 23 May, including rarely seen black and white photographs from Meyerowitz’s early career. The exhibition will highlight the photographer’s seminal street photography – tracing his gradual move from using both black and white and colour film to a focus on pure colour, over the course of two decades.

The subject of over 350 exhibitions in museums and galleries worldwide and two-time Guggenheim Fellow, Meyerowitz is one of the most highly-regarded photographers of the second half of the twentieth century. Alongside his contemporaries, William Eggleston and Stephen Shore, Meyerowitz drove the positioning of colour photography from the margins to the mainstream.

The exhibition will feature bodies of work made by Meyerowitz between 1963 and 1978, from his very early days shooting in black and white on the streets of New York alongside Garry Winogrand and Tony Ray-Jones, to the year he published his first book, “Cape Light”. This period was vital for Meyerowitz as he began to question the medium of photography itself, engaging in an aesthetic exploration or both form and composition. He moved away from what he describes as the “caught moment” toward a more non-hierarchical image in which everything in the image, including the colour, plays an equal, vital role. These intricately structured images, which Meyerowitz calls “field photographs”, marked a seismic shift in the history of photography.

The exhibition will include works made in Florida and New Mexico as well as iconic street scenes captured in New York. The exhibition will also include a selection of photographs taken during Meyerowitz’s travels across Europe in 1966, including images of France, Spain and Greece.

Born in 1938 in New York City, Meyerowitz studied painting and medical drawing at Ohio State University before working as an art director at an advertising agency. Having seen Robert Frank at work, Meyerowitz was inspired and left advertising in 1962 to pursue photography. By 1968, a solo exhibition of his photographs was mounted at the Museum of Modern Art, New York. Meyerowitz has been the recipient of the National Endowment of the Arts and the National Endowment for the Humanities awards, and has published over sixteen books.

“Joel Meyerowitz: Towards Colour 1962-1978” will be presented in association with Leica, one of the world’s most famous camera makers. As a famous Leica user, Meyerowitz joined the Leica Hall of Fame in January 2017.

23rd May – 24th June – Beetles + Huxley – London

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Manu Brabo – Libia. Illusione di libertà

Il 16 maggio 2017 Mudima Lab inaugura la seconda mostra nell’ambito del progetto GUERRE, dal titolo Libia. Illusione di libertà, attraverso gli scatti del fotoreporter Manu Brabo.

L’autore, attraverso i suoi reportage in Libia dal 2011 a oggi, ci restituisce un Paese che va al di là dei conflitti presenti, una terra sconvolta dalla guerra civile, un Paese che dopo la morte di Gheddafi, avvenuta il 20 ottobre del 2011, ha perso ogni direzione.

Scorrendo le foto dell’autore dalla battaglia di Sirte del 2011 alla guerra all’Isis degli ultimi anni, nello specifico nella parte di lavoro che Manu Brabo chiama Dougma – War against IS in Sirte (autunno 2016), si evince facilmente come il conflitto in Libia non si sia mai concluso né risolto e né tantomeno vedrà una soluzione a breve; troppi gli interessi dall’esterno che spingono da una parte e dall’altra nel tentativo di ristabilire rapporti economici che, nella maggior parte dei casi, favoriscono esclusivamente pochi Paesi, per lo più occidentali.
Manu Brabo si spinge sempre in prima linea nei conflitti che documenta, e alcuni degli scatti in mostra presso Mudima Lab testimoniano proprio i combattimenti fra le forze lealiste di Gheddafi e i ribelli, la distruzione, la desolazione lasciata da anni di vuoto di potere dopo la morte del colonnello e il conseguente arrivo dello Stato Islamico in alcune zone della Libia.

Nell’aprile del 2011 l’autore viene catturato dalle forze lealiste dell’esercito di Gheddafi e tenuto prigioniero per quarantacinque giorni, la metà di questi in solitudine. Verrà poi rilasciato e tornerà in Spagna. A distanza di due mesi dalla sua liberazione, nell’agosto del 2011, Manu Brabo ripartirà per la Libia andando in cerca proprio dei luoghi dove era stato detenuto, e visitando anche le altre prigioni libiche, nella volontà da un lato, di superare un trauma personale che lo ha colpito profondamente e che ha cambiato il suo approccio nei confronti della sua professione, dall’altro nella convinzione di voler testimoniare come effettivamente il “trattamento” dei prigionieri da parte di una o dell’altra fazione non sia poi così diverso. Tornato in Libia, i suoi carcerieri, come in un terribile gioco delle parti, erano diventati i prigionieri, e l’autore racconta le torture subite anche da questi uomini. La guerra, come sempre accade, trascina l’uomo verso il basso e gli “consente” di far emergere il suo lato oscuro.

“Questo progetto è un tentativo personale di creare una narrazione della condizione di tutti quelli che, ironicamente, hanno perso la loro libertà a causa di una guerra scoppiata proprio per ‘portare questa libertà’.
La storia è principalmente motivata da due esperienze strettamente correlate fra loro. Una riguarda la mia cattura da parte delle truppe lealiste di Gheddafi e la mia conseguente prigionia. L’altra è la conferma, non troppo tempo dopo essere stato rilasciato, del brutale trattamento che i ribelli stavano usando con i prigionieri lealisti al regime di Gheddafi.
Di conseguenza, oltre a cercare di descrivere la situazione dei prigionieri, il tentativo con questo lavoro è quello di raccontare la rabbia, la furia, gli abusi e le torture… ma, soprattutto, l’auto-annientamento dovuto dalla mutilazione del più grande dei nostri desideri come esseri umani, la libertà.
Quindi, offrendo la mia personale esperienza, posso raccontare la situazione dei prigionieri e renderla più vicina, più comprensibile… così come le immagini dei prigionieri possono fare luce sulla mia esperienza.”

Manu Brabo – War Prisoner (Libya)

Gli scatti di War Prisoner, presentati in mostra, documentano la condizione dei prigionieri nelle carceri libiche, raccontando la vita di chi si trova rinchiuso in cella. Manu Brabo decide di intervenire con la scrittura sulle foto stampate, riportando le testimonianze delle persone con le quali è riuscito a entrare in contatto, unite a pensieri e considerazioni personali, esprimendo così anche a parole il dolore e la sofferenza causata da guerre infinite, spesso nella vana ricerca di una finta libertà.

Mudima Lab Milano – dal 17 maggio al 1 luglio

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Diane Arbus: In the Park

Arbus

“… I remember one summer I worked a lot in Washington Square Park. It must have been about 1966. The park was divided. It has these walks, sort of like a sunburst, and there were these territories staked out. There were young hippie junkies down one row. There were lesbians down another, really tough amazingly hard-core lesbians. And in the middle were winos. They were like the first echelon and the girls who came from the Bronx to become hippies would have to sleep with the winos to get to sit on the other part with the junkie hippies. It was really remarkable. And I found it very scary… There were days I just couldn’t work there and then there were days I could…. I got to know a few of them. I hung around a lot… I was very keen to get close to them, so I had to ask to photograph them.” – DA

May 2 – June 24, 2017 Lévy Gorvy – New York

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La notte immensa – Alisa Resnik

Giovedì 8 giugno, all’interno della Milano Photo Week, Officine Fotografiche Milano inaugura ‘La notte immensa’ mostra fotografica di Alisa Resnik a cura di Laura Serani.

ICI LA NUIT EST IMMENSE proclama, a grandi lettere rosse, una delle 42 heures du loup dipinte da Sardis. Intrigante affermazione, che suona come una promessa o una minaccia e che mi richiama le immagini di Alisa Resnik, vacillanti tra sogno e incubo. Immagini che appartengono ad un enigmatico racconto di un’unica interminabile notte, una notte che non conosce la luce dell’alba, si dilata su città deserte, da Berlino a San Pietroburgo, scivola dentro le case, nei bar dove la solitudine cerca riparo e occupa tutto lo spazio. Alisa Resnik fotografa la vita e il suo riflesso, la fragilità, la grazia, la malinconia, la solitudine. Di un universo che respira inquietudini e angosce, restituisce un’immagine da cui trapela soprattutto la sua empatia profonda per le persone e i luoghi.

I personaggi che s’incontrano nel suo viaggio notturno, appaiono ora persi, ora «abitati»; visitatori inattesi, maestri di strane cerimonie, domatori di chissà quali demoni, sembrano nascondere misteri e giocare ruoli a noi ignoti. Nelle immagini di Alisa Resnik lo spettacolo si improvvisa, senza copione, la realtà appare trasformata da una sorta di occhio magico. Come dei fondali di teatro , i corridoi deserti, le fabbriche in disuso, le case all’apparenza disabitata dove luci fioche forse dimenticate interrompono il buio, gli alberi tristemente scintillanti sotto la neve o sotto le ghirlande, ritmano la galleria dei ritratti e la marcia dei sonnambuli.

Le sue immagini, come visioni, non raccontano, trasmettono sensazioni. E ispirano un forte sentimento di nostalgia che avvolge non solo le immagini più direttamente legate al mondo dell’infanzia pervase da un’atmosfera fiabesca o dalla magia di un vecchio circo. Una nostalgia mista a melanconia, come una nebbia leggera, trasforma ovunque in realtà poetiche le persone, i paesaggi, le cose e persino gli animali più provati. Nel mondo di Alisa Resnik, costruito nel corso del tempo, risuona l’eco dei suoi viaggi, degli incontri e della sua vita tra l’Est e l’Ovest, tra il prima e il dopo la caduta del muro di Berlino, che ha vissuto da adolescente.

La scoperta della pittura classica in Italia, l’esperienza dei primi workshop e della Reflexions masterclass, saranno le basi dell’elaborazione spontanea di un linguaggio originale e giusto, espressione d’ incertezze e tormenti profondi. Lo spettro cromatico d’Alisa Resnik è fatto dei colori dell’oscurità, di rossi e verdi profondi che assorbono le rare luci e ricordano i toni tragici della pittura caravakggesca. La sua scrittura fotografica magnetica, traduce un approccio spesso fusionale e un effetto specchio con le persone ritratte. L’insieme assomiglia ad un ritratto di famiglia, di un clan un po’ maledetto forse…, ma dove i legami esistono e resistono contro il buio, la solitudine, il freddo e le paure di andare più lontano.

dall’8 giugno al 26 giugno 2017 – Officine Fotografiche MIlano

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Trump – di Christopher Morris

L’esposizione presenta una selezione di foto scattate da Christopher Morris ai sostenitori di Trump in occasione delle ultime elezioni presidenziali americane. Si tratta di immagini perfettamente composte e dal carattere fortemente cinematografico, in grado di spingersi oltre alla pura descrizione della realtà e di offrire all’osservatore una sorta di commentario politico e sociale. Fotografie dense di simbolismi e significati, che, aprendosi a diversi livelli d’ interpretazione, mettono in luce la teatralità della retorica politica e le contraddizioni e i fanatismi degli elettori.
Morris è un profondo conoscitore della società americana avendo dedicato anni allo studio della rappresentazione del proprio Paese e della sua classe politica, grazie soprattutto all’impegno come fotografo per Time magazine alla Casa Bianca, dal 2000 al 2009.
In mostra sarà presente anche una sequenza particolarmente incisiva di ritratti in bianco e nero di Donald Trump, in cui la mimica facciale del presidente assume un aspetto caricaturale e a tratti inquietante, e una selezione di video in slow motion ai principali candidati presidenziali.
Servendosi di una camera mai utilizzata prima per la documentazione di eventi politici, la Phantom Miro, in grado di riprendere ad una velocità di 720 frames al secondo, Morris ha ideato una nuova forma di narrazione fotogiornalistica. Quando il filmato viene riprodotto ad una velocità di 24 frames al secondo, la realtà appare infatti rallentata in modo spettrale, come se fosse un’animazione sospesa.
Morris elogia la lentezza, creando un’esperienza visiva in cui ogni piccolo dettaglio acquista importanza.
I suoi video potrebbero essere visti in loop per ore e si troverebbe sempre qualche nuovo motivo di riflessione. L’atmosfera è epica, solenne, quasi religiosa; è come se ci trovassimo di fronte a un’epifania dei gesti politici: la camera rivela l’essenza delle pose e dei movimenti misurati del corpo di cui i candidati si servono per persuadere il proprio pubblico. Il suono estraniante e lo slow motion costringono lo spettatore ad una fruizione diversa, hanno un effetto ipnotico, paragonabile a quello delle opere di Bill Viola.
Come ha sottolineato Alessia Glaviano: «Se il video fosse a velocità reale sarebbe semplicemente una cronaca e la situazione sarebbe leggibile per quello che è; rallentandolo, i singoli movimenti si decontestualizzano, si sganciano dalla narrazione di fondo (la campagna ecc.) e si mostrano per quello che sono, nella loro idiozia. Ogni gesto assume una qualità teatrale, e come nel teatro qualsiasi movimento diventa ipersignificante. Il suono, così come il ritmo rallentato, danno ai video una dimensione epica. Sono ipnotici, non puoi smettere di guardarli, senza alcuna aspettativa sulla “trama”: non ti aspetti un inizio, uno svolgimento e una fine ma vieni totalmente assorbito dal tempo dilatato della rappresentazione, vedi i gesti ma non senti i discorsi; in questo modo i gesti assumono più potere ma meno significato, non si sa a cosa farli corrispondere, il dito puntato di Trump diventa Trump stesso, così come la mani aperte di Hillary».

4 Maggio – 11 Giugno 2017 – Linke.lab, Milano

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Sea(e)scapes. Visioni di mare

Contrasto

Una mostra collettiva dei più importanti artisti rappresentati dalla galleria, sul tema del mare: opere fotografiche di Bill Armstrong, Gianni Berengo Gardin, Piergiorgio Branzi, Lorenzo Cicconi Massi, Mario Giacomelli, Irene Kung, Sebastião Salgado, Ferdinando Scianna, Massimo Siragusa.

Le 35 opere in mostra compongono un percorso variegato che si sofferma sulle diverse interpretazioni del tema da parte degli artisti scelti.

Accanto agli scatti di Bill Armstrong, teorie di colore dove il mare è una suggestione da ricercare, la mostra propone i forti contrasti del bianco e nero di Mario Giacomelli e del suo conterraneo Lorenzo Cicconi Massi; le visioni oniriche del mare di Capri di Irene Kung, nelle quali il paesaggio reale è idealizzato in una forma sospesa, senza tempo; la durezza del mare, con una selezione del famoso reportage sulla mattanza del tonno in Sicilia di Sebastião Salgado; così come la leggerezza ironica delle visioni di Gianni Berengo Gardin e le spiagge “metafisiche” di Piergiorgio Branzi. Completano la mostra un insolito Ferdinando Scianna a colori e le vedute, quasi acquarelli, di Massimo Siragusa.

Dal 22 maggio all’8 settembre 2017 – Contrasto Galleria Milano

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 Steve McCurry. Mountain Men

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Un inedito progetto espositivo firmato da uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea internazionale. Steve McCurry. Mountain Men è il titolo della coproduzione Forte di Bard, Steve McCurry Studio, Sudest57 che affronta i temi della vita nelle zone montane e della complessa interazione tra uomo e terre di montagna.
La mostra sarà aperta al pubblico dal 28 maggio al 26 novembre 2017. Una selezione di paesaggi, ritratti e scene di vita quotidiana mette in evidenza il continuo e necessario processo di adattamento delle popolazioni al territorio montano che influenza ogni aspetto dello stile di vita delle persone: dalle attività produttive al tempo libero, dalle tipologie di insediamento, di coltivazione e di allevamento ai sistemi e mezzi di trasporto.
Il percorso presenta 77 immagini raccolte da McCurry nel corso dei suoi innumerevoli viaggi: dall’Afghanistan all’India, dal Brasile all’Etiopia, dalle Filippine al Marocco. La mostra propone in anteprima assoluta anche il risultato di una campagna fotografica condotta in tre periodi di scouting e shooting tra il 2015 e il 2016 in Valle d’Aosta. Dieci scatti destinati a entrare nell’archivio del più richiesto fotografo al mondo; un racconto visivo ed emotivo ricco di suggestione.

Forte di Bard (AO) – dal 28 maggio al 26 novembre 2017

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La forza delle immagini

La Fondazione MAST presenta una nuova mostra tratta dalla propria collezione di fotografia industriale. Sessantasette autori dagli anni venti a oggi mostrano con oltre cento opere – alcune costituite da decine di scatti – il dirompente potere espressivo del linguaggio fotografico nei suoi molteplici significati.

L’esposizione è un tripudio di immagini, un’epopea illustrata, una danza di visioni del mondo del lavoro, una pletora di impressioni dell’industria pesante e di quella meccanica, della digitalizzazione, della società usa e getta.

Lo sguardo di numerosi fotografi ci guida nel regno della produzione e del consumo, rivelando la sorprendente ricchezza dell’universo iconografico del lavoro, della fabbrica e della società. L’esposizione mette a fuoco gli ambienti che caratterizzano il sistema industriale e tecnologico, tocca questioni chiave di natura economica, sociale e politica, ma più che i fatti puri e semplici le immagini cercano di raffigurare nessi e riferimenti articolati, profondi, presentando all’osservatore realtà complesse, che determinano un coinvolgimento emotivo e sensoriale.

I territori visivi cui questa mostra dà vita sono attraversati dall’idea della pluridimensionalità: molti livelli diversi, sentieri, linee temporali, atmosfere che corrono parallele o si incrociano – come l’uomo sul carro trainato da un asino ritratto di fronte a uno stabilimento industriale nella foto di Pepi Merisio o l’accostamento di un piccolo campanile alle torri gemelle del World Trade Center nell’immagine di André Kertész, immagini simbolo dell’intero progetto espositivo.

Fotografie di: BERENICE ABBOTT – MAX ALPERT – TAKASHI ARAI – RICHARD AVEDON – LEWIS BALTZ – GABRIELE BASILICO – BERND E HILLA BECHER – MARGARET BOURKE-WHITE – BILL BRANDT- JOACHIM BROHM – GORDON COSTER – STÉPHANE COUTURIER – THOMAS DEMAND – SIMONE DEMANDT – CÉSAR DOMELA – PIETRO DONZELLI – ARNO FISCHER – FLOTO + WARNER – MASAHISA FUKASE – GEISSLER / SANN – LUIGI  GHIRRI – JIM GOLDBERG – BRIAN GRIFFIN – FERENC HAÁR – HEINRICH HEIDERSBERGER – LEWIS W. HINE – RUDOLF HOLTAPPEL – I.N.P. – INTERNATIONAL – NEWS PHOTOS – COLIN JONES – PETER KEETMAN – ANDRÉ KERTÉSZ – TAKASHI KIJIMA  – HIROKO KOMATSU – GERMAINE KRULL – DOROTHEA LANGE –  FRANZ LAZI – CATHERINE LEUTENEGGER – O. WINSTON LINK – RÉMY MARKOWITSCH – EDGAR MARTINS – REINHARD MATZ – PEPI  MERISIO – NINO MIGLIORI – RICHARD MISRACH – JAMES MUDD – NASA PHOTOGRAPHS – WALTER NIEDERMAYR – KIYOSHI NIIYAMA – FEDERICO PATELLANI – MARION POST WOLLCOTT – TATA RONKHOLZ – SEBASTIÃO SALGADO – VICTOR SHAKHOVSKy – CHARLES SHEELER – GRAHAM SMITH – W. EUGENE SMITH – JULES SPINATSCH – HENRIK SPOHLER – ANTON STANKOWSKI – EDWARD STEICHEN – OTTO STEINERT – THOMAS STRUTH – JÁNOS SZÁSZ – YUTAKA TAKANASHI – SHOMEI TOMATSU – JAKOB TUGGENER

MAST Bologna dal 3 amggio al 21 settembre.

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Tina Mazzini Zuccoli – ReVisioni di un archivio

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Fondazione Fotografia Modena partecipa all’edizione 2017 del festival Fotografia Europea di Reggio Emilia sul tema “Mappe del tempo. Memoria, archivi, futuro” con una mostra che ha origine dall’archivio privato di Tina Mazzini Zuccoli (Imola 1928 – Modena 2006), una maestra elementare degli anni Sessanta dalla personalità fuori dal comune.

Accompagnata dal marito Enzo, tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, la Zuccoli affiancò al suo ruolo di insegnante quello di esploratrice curiosa, compiendo numerosi viaggi nell’Artico e negli Stati Uniti, in particolare nella base spaziale americana di Cape Canaveral, dove fu invitata ad assistere al lancio dell’Apollo 11.

La mostra, a cura di Silvia Vercelli e Andrea Simi, presenta una selezione di immagini e documenti provenienti dall’archivio fotografico “Tina Zuccoli”, di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e conservato presso Fondazione Fotografia, proponendone una rivisitazione fotografica contemporanea, arricchita dalle immagini di Andrea Simi e dalle video-testimonianze di persone legate all’autrice.

4 maggio – 4 giugno 2017 – Fondazione Fotografia Modena

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FACE(S) to FACE – Ivano Mercanzin

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[..] In punta di piedi, in una dimensione quasi ipnotica, ritraggo i miei personaggi, appropriandomi con discrezione di un pezzetto della loro vita.

Con queste parole alcuni mesi fa Mercanzin ha esordito in occasione dell’incontro singolare, eppure fertile, con i Dottori Giuseppe e Costantino Vignato dell’omonima Fondazione che hanno visto nelle sue fotografie quello stile narrativo che con la filosofia Vignato ha molto in comune.
Tanto è che il 29 maggio prossimo, in occasione dell’opening della mostra fotografica FACE(S) to FACE, dedicata ai suoi ritratti di una New York underground, in cui molti dei quotidiani spostamenti avvengono in uno dei non-luoghi della modernità per eccellenza, come la metropolitana, si potrà assistere a un’inedita chiacchierata su quanto possano avere in comune
Fotografia e Ortodonzia.
Effettivamente non giunge immediato il collegamento tra queste due professioni, tuttavia il rispettivo racconto delle filosofie che guidano lo sguardo del Fotografo che sceglie come catturarequell’hinc et nunc che lo convince maggiormente, e l’Odontoiatra che osserva un volto, lavora sul
sorriso e al contempo si relaziona con le emozioni del paziente, ha portato a parlare lo stesso linguaggio e affrontare gli stessi temi, ora dal medesimo punto di vista, ora da ottiche opposte.
Un sorriso rubato, ricostruito, o solamente cercato svela un mondo spesso non facile da afferrare in tutta la sua complessità e che apre la strada a un viaggio – inteso come modificazione di sé – che può far riflettere e guardare da punti di vista non sempre esplorati.
Ecco dunque la Fondazione Vignato aprire le porte della sua sede in Contrà Torretti 52 a Vicenza a un vero e proprio face to face, un interscambio tra professionisti dell’osservare e del fare – Fotografo e Odontoiatri – che parlerà di relazioni, maschere e solitudine, ma anche di tecnica e
artifizio, etica e estetica per il puro piacere di raccontarsi e sentirsi vivi, in un mondo in cui sempre più il confine pubblico-privato, così come socialmente inteso slitta e subisce ora contrazioni, ora grandi dilatazioni che fanno sorridere e riflettere. A partire proprio dalle fotografie di Mercanzin, che quelle foto le ha scattate nel suo viaggio newyorkese quando da Manhattan al Queens, andata e ritorno in metrò, si è mescolato alla scia di
pendolari giornalieri che si recano e tornano dal lavoro, si proverà a delineare un ideale percorso che tra i bianchi e i neri degli scatti esposti racconterà molto dell’artista, ma anche di cosa significa oggi essere Odontoiatra, prima di tutto Medico che cura la persona.

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Gianni Berengo Gardin – In festa.

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La mostra è realizzata per i Dialoghi da un maestro della fotografia contemporanea per continuare il percorso sul tema della cultura, e in particolare della cultura popolare, in Italia. Attraverso sessanta fotografie in bianco e nero, realizzate fra 1957 e il 2009, Gianni Berengo Gardin ci mostra la società italiana, i riti, i mutamenti, documentando attentamente non solo il paesaggio socioculturale del nostro paese, ma specialmente i piccoli e grandi cambiamenti. Un piccolo meraviglioso atlante fotografico delle feste popolari, che racconta di costumi e tradizioni antiche e meticce di tutte le regioni, con uno sguardo dal taglio etnografico, ma allo stesso tempo di intenerita curiosità. Una sorta di metodo del “doppio sguardo” alla De Martino, un’andata e ritorno verso “l’altro”. Così un affascinante mondo popolato di bambini, di zingari, di anziane o giovani signore vestite per la festa, di danzatori di ogni età, diviene il racconto di un’Italia “in festa”, dove ognuno celebra la propria cultura e la propria storia con riti vecchi e nuovi. Sempre sapientemente catturati nel loro attimo essenziale da un antropologo che ha deciso di fare il fotografo.

A cura di Giulia Cogoli

26 maggio – 2 luglio – Sale affrescate Palazzo Comunale – Pistoia

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FAMILY TREE | Donatella Izzo

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ORIGINE intesa come mutamento, come nuovo stimolo visivo, come base di partenza ma anche come inevitabile epilogo. ORIGINE è infatti osservazione dell’essere umano nell’analisi che egli compie su se stesso, tra capacità creative indiscutibili e inevitabili quanto connaturate dinamiche distruttive. Nella più generale ricerca di un equilibrio difficilmente accessibile, l’intera stagione si concentra sul Tempo – quello dell’uomo e quello del mondo – e sulle regole che lo governano, ponendo l’accento sul rapporto antinomico tra vita e morte, uomo e natura, storia ed eternità.

Concepito sulle rivelazioni di una anti-identità estetica e sulla personale eredità genetico-emotiva dell’individuo, Family Tree dell’artista Donatella Izzo, è il secondo intervento espositivo del progetto ORIGINE che LABottega propone per la stagione 2017.

Un’indagine introspettiva sul ritratto e sull’autoritratto concettuale e narrativo, come esplicitazione del rapporto tra esteriorità e interiorità, tra apparenza ed effettiva crisi di contenuti nella società contemporanea. Un diverso ideale di bellezza, indagato attraverso una personale rielaborazione della tematica del ritratto: al cospetto di una realtà forzatamente basata sull’apparire, l’artista procede alla definizione di una nuova estetica dominante, di un’anti-identità, nella quale l’imperfezione diviene qualità, il difetto vita. Immagini reali, crude e taglienti, lacerate, assenti o disilluse, restituite al loro valore familiare, letterario, narrativo, visivo: un diario personale di ricordi per immagini e un’indagine psicologica al contempo, genealogia completa e futuribile del proprio animo. Attraverso la contaminazione stilistica di identità inesistenti comunque plausibili, la Izzo genera dunque una nuova comunità di individui dotati di carattere e relazioni, affetti e insicurezze, soggetti reali come simboli del proprio io – in quanto singolo; e campioni delle aspirazioni altrui – in quanto comunità.

dal 20 Maggio al 9 Luglio 2017 – LABottega – Marina di Pietrasanta

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World Press Photo 2017

Da ventitré anni la Galleria Carla Sozzani presenta a Milano il World Press Photo, uno dei più significativi premi di fotogiornalismo del mondo, quest’anno alla sua 60° edizione.

Il World Press Photo premia il fotografo che nel corso dell’ultimo anno, con creatività visiva e competenza, sia riuscito a catturare o a rappresentare un avvenimento o un argomento di forte rilevanza giornalistica.

Vincitore della Foto dell’anno 2016 e della categoria Spot News, è stato nominato Burhan Ozbilici, fotografo turco dell’Associated Press da 28 anni che, con An Assassination in Turkey,  ha ritratto Mevlüt Mert Altıntaş l’attentatore dell’ambasciatore russo in Turchia, Andrei Karlov, dopo l’omicidio del 19 dicembre 2016, in una galleria d’arte ad Ankara.

 Tra i fotografi italiani, quattro i premiati: Giovanni Capriotti con Boys Will Be Boys, primo classificato nella sezione Sport-storie; Francesco Comello con Isle of Salvation terzo posto nella sezione Vita Quotidiana-storie; Antonio Gibotta, dell’agenzia Controluce con Enfarinat, terzo classificato nella categoria Ritratti-storie e Alessio Romenzi con We are not Taking any Prisoners terzo nella categoria Notizie Generali-storie.

La giuria internazionale di quest’anno, presieduta da Stuart Franklin, fotografo di Magnum Photos, ha esaminato 80.408 immagini scattate nell’anno precedente da 5.034 fotografi provenienti da 125 Stati.

I premi sono suddivisi in otto categorie, ciascuna distinta in “scatti singoli” e “storie”: Attualità,
Vita Quotidiana, Notizie Generali, Progetti a Lungo Termine, Natura, Ritratti, Sport e Spot News,
e destinati a 45 fotografi di 25 nazioni: Australia, Brasile, Canada, Cile, Cina, Repubblica Ceca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, India, Iran, Italia, Pakistan, Filippine, Romania, Russia, Sudafrica, Spagna, Svezia, Siria, Nuova Zelanda, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti.

La World Press Photo Foundation è un’organizzazione indipendente, senza scopo di lucro, con sede ad Amsterdam nei Paesi Bassi. Questo premio fu fondato nel 1955 dal sindacato dei fotoreporter olandesi, che ebbero l’idea di creare un concorso internazionale per estendere i confini del loro concorso locale, “Camera Zilveren”. Speravano in questo modo di trarre beneficio dal confronto con il lavoro dei colleghi internazionali. Così, fin dall’inizio, la WPP Foundation sostiene il giornalismo visivo attraverso mostre e programmi di ricerca e di formazione, per ispirare e educare i fotografi e il loro pubblico con nuove intuizioni e prospettive.

Una segreteria senza diritto di voto tutela l’equità del processo di selezione ed esposizione, con l’unico vincolo che tutte le immagini premiate vengano esposte senza censura.

Ogni anno la World Press Photo Foundation riunisce le fotografie vincenti in una mostra itinerante in 45 paesi, tra cui Cina, Danimarca, Germania, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Emirati Arabi, ed è vista da più di 4 milioni di persone.

dal 7 maggio all’11 giugno 2017 – Galleria Sozzani Milano

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INTERNO-ESTERNO L’esterno è sempre un interno

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Inaugura martedì 30 maggio 2017 alla Galleria Anna Maria Consadori la mostra “Interno-Esterno. L’esterno è sempre un interno”
inserita all’interno di Milano PhotoFestival, la rassegna di fotografia giunta alla dodicesima edizione.

In linea con l’indirizzo artistico della galleria, orientata alla promozione dell’arte e del design del XX secolo, l’esposizione cita l’espressione di Le Corbusier “Le dehors est toujours un dedans” (1923) e raccoglie fotografie di interni ed esterni architettonici realizzate da:  Valentina Angeloni, Matteo Cirenei, Giancarlo Consonni, Daniele De Lonti, Tancredi Mangano, Marco Menghi, Antonio Salvador.

Accanto ai fotografi emergenti, la galleria propone un focus sulla fotografia d’epoca, con scatti di: Eric Mendelsohn, Theo Van Doesburg, Ezra Stoller, Mario Crimella, William H. Short.
Anche in questo caso interni ed esterni architettonici saranno gli assoluti protagonisti degli scatti in mostra.

“Interno-Esterno. L’esterno è sempre un interno” sarà aperta alla Galleria Anna Maria Consadori fino al 20 giugno.

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Mostre per aprile

Ciao a tutti,

nuove fantastiche mostre vi aspettano ad aprile. Non perdetevele!

Qua trovate tutte le mostre in corso sempre aggiornate

Anna

DAVID LACHAPELLE – Lost & Found

Una grande monografica presenta oltre 100 immagini che ripercorrono, dagli anni novanta a oggi, la carriera di uno dei più importanti e dissacranti fotografi contemporanei.

Per la prima volta al mondo, sarà esposta la serie New World: 18 opere che segnano il ritorno alla figura umana e che ruotano attorno a temi come il paradiso e le rappresentazioni della gioia, della natura, dell’anima.

Casa dei Tre Oci di Venezia si appresta ad accogliere, dal 12 aprile al 10 settembre 2017, l’universo surreale, barocco e pop di David LaChapelle, uno dei più importanti e dissacranti fotografi contemporanei.

L’esposizione, curata da Reiner Opoku e Denis Curti, organizzata da Fondazione di Venezia e Civita Tre Venezie, presenterà oltre 100 immagini che ripercorrono la carriera dell’artista statunitense, dai primi progetti in bianco e nero degli anni novanta fino ai lavori, solo a colori, più recenti, opere divenute in gran parte iconiche e che gli hanno garantito un riconoscimento internazionale da parte di critica e pubblico.

Come grande novità, la rassegna, prima monografica di LaChapelle a Venezia, propone l’anteprima mondiale di New World, una nuova serie realizzata negli ultimi 4 anni. Sono 18 fotografie che segnano il ritorno alla figura umana e che ruotano attorno a temi come il paradiso e le rappresentazioni della gioia, della natura, dell’anima.

Osservando il percorso compiuto da LaChapelle negli ultimi 30 anni, si scopre come la sua fotografia si nutra da una parte del rapporto privilegiato con le riviste e la

pubblicità, dove le icone della moda e dello star system agiscono come materia grezza per l’ispirazione, dall’altra parte della pratica creativa di esprimere la propria visione del mondo per immagini, influenzata senza dubbio dalla generazione di giovani artisti a lui coetanei, formata da Andy Warhol.

“Dalle viscere più profonde del complesso sistema della comunicazione, dell’advertising e dello star system – afferma Denis Curti, LaChapelle inizia a considerare l’”icona” il seme vero di uno stile che si fa ricerca e contenuto; nella Pop Art, trova l’ispirazione per riflettere sull’infinita riproducibilità dell’immagine; nel fashion e nel merchandising l’eccesso di realismo e mercificazione che, appunto, si converte in sogno”.

Il percorso espositivo prende avvio dagli anni novanta, quando Andy Warhol gli offre il suo primo incarico professionale fotografico per la rivista Interview. È in quel periodo che LaChapelle riflette sulle possibilità comunicative e divulgative dell’editoria, incredibilmente legate alla Pop Art.

Le sue fotografie denunciano le ossessioni contemporanee, il rapporto con il piacere, col benessere, con il superfluo e con una sfrenata esigenza di apparire. Il tutto ammantato da colori elettrici e superfici laccate, e caratterizzato dalla presenza ricorrente di un nudo sfacciato e aggressivo.

I soggetti sono le celebrità, da Michael Jackson a Hillary Clinton, da Muhammad Ali a Jeff Koons, da Madonna a Uma Thurman, da Andy Warhol a David Bowie, le cui immagini sono utilizzate come merce prodotta in serie, consapevolmente sacrificata sull’altare del sistema fondato sull’icona.

Il punto di svolta che segna il passaggio a una nuova fase della sua ricerca della sua evoluzione artistica è il viaggio a Roma del 2006. È in quest’occasione che, visitando la Cappella Sistina, rimane folgorato dagli affreschi di Michelangelo e dai fasti del potere religioso, che lo condussero ad abbracciare la monumentalità e la grandiosità del Rinascimento italiano.

Proprio il Diluvio universale di Michelangelo gli suggerì la creazione di The Deluge (Il Diluvio), in cui i rimandi al capolavoro michelangiolesco si mescolano ai marchi della società consumistica e alla bellezza ostentata dei corpi nudi.

La mostra prosegue con After the Deluge, fotografie che mostrano una realtà in cui tutti gli oggetti e i simboli del mondo attuale vengono sommersi e Awakened, in cui ritrae persone immerse in acqua in uno stato embrionale: una sorta di resurrezione dopo il diluvio.

Dopo il 2006 LaChapelle inizia a lavorare per serie fotografiche. Benché nascano autonomamente, ciascuna di esse si lega all’altra con una evidente coerenza, in un sottile equilibrio tra sacro e sacrilego, alternando soggetti differenti sul tema condiviso della Vanitas. Infatti, se in Earth Laughs in Flowers questo motivo è trattato attraverso la bellezza dei fiori appassiti, in Still Life viene rappresentato da una serie di statue di cera distrutte dai vandali che riproducono le sembianze di alcune stelle hollywoodiane.

Nel corso della sua carriera, l’artista statunitense non ha certo trascurato il confronto con la fotografia di paesaggio, che diventa un suo ambito artistico a partire dal 2013. A Venezia saranno esposte alcune fotografie appartenenti al ciclo Gas Station and Land Scape, nelle quali ricostruisce modelli di impianti petroliferi e stazioni di rifornimento in scala, attraverso materiali riciclati, come cartoni delle uova, schede madri per computer, bigodini, cannucce e altro. Negli allestimenti più elaborati LaChapelle ha fotografato questi piccoli plastici nella foresta pluviale di Maui, nel deserto e lungo la costa californiana.

È proprio per queste sue oniriche raffigurazioni della realtà, che la critica lo ha definito “Il Fellini della Fotografia”.

La serie inedita di New World segna il ritorno di LaChapelle alla figura umana.

Il progetto, che verrà presentato in anteprima a Venezia, ha richiesto 4 anni di lavoro. I temi centrali sono il paradiso e le rappresentazioni della gioia, della natura, dell’anima, cercando la modalità per fotografarle in natura.

In questo, LaChapelle dichiara di essere stato ispirato da Odilon Redon, pittore francese di fine ‘800 – inizio ‘900, visto al Musée d’Orsay, William Blake, e, ancora una volta, Michelangelo e Michael Jackson. Altra fonte d’ispirazione, la musica di Pharell Williams e in particolare, la sua canzone “Happy”.

Con queste fotografie LaChapelle si pone come fine quello di riflettere su questioni metafisiche come il viaggio dell’anima dopo la morte, la gioia e le rappresentazioni del paradiso.

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Stories of the City: A Magnum exhibition on the Paris Metro

Magnum photographers discuss the significance of the city as their work is rolled out across the Paris metro in a huge public exhibition.

28 February – 30 June 2017

“I’ve always seen cities as somewhat exotic and remote from my experience,” says Alec Soth, who has never lived in a major city. For him, and others like him, visiting a city can be an alien and overwhelming experience. “Being born in a small and very quiet town, I experience mixed feelings in big cities, I feel a sense of fascination for megacities as well as rejection, and sometimes anxiety. I think that this image evokes my vision of the city as a voluntary confinement with the others – loneliness,” concurs Jérôme Sessini.

To mark Magnum’s 70th anniversary, RATP, which runs the famous Paris metro system, is hosting an unprecedented exhibition across their territory of the city. From February 28 to June 30 2017, 174 images by 91 photographers will be displayed across 11 Metro stations. The diverse curation explores the city in all its guises and is showcased to its diverse audience in its public spaces.

Some photographers muse on the nature of city life itself: “The city is a place of intense concentration, crawling with people,” says Richard Kalvar; “For a few hours, for a few days, I was an inhabitant, albeit a slightly peculiar one. I remained a stranger, but I was adopted and protected by the crowd,” says Raymond Depardon. Or Guy Le Querrec, who demonstrates the way a city creates “music that the eye catches,” describing how his work captures that sound: “You can feel the presence of the city in the background, you can hear the noise of the city and the metallic roar of the aerial metro.”

Others still consider the unique individual personalities that cities seem to have: “Bollywood creates dreams for everybody – Mumbai is known as city of dreams and dreams for everyone.  Even while travelling in a taxi – the interior decor has such contrasting patterns and colors you wonder – the dreams continue,” says Raghu Rai of his image taken inside a Mumbai taxi; while Carl de Keyzer captures the mood of communist Cuba: “the end of ideology, a tired nation waiting for something new.“

Some work becomes emblematic of the photographer’s practice: “Burri goes beyond particular events and cuts to the core of human life. Although he traveled to all the conflict spots in the world, his images are not violent. They show modern life, but its abuses, pains and triumphs are all sublimated under the concept of the human condition,” wrote Rene Burri’s biographer Corinne Diserens.

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Lorenzo Castore – Ultimo domicilio

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“Ultimo Domicilio” si presenta come albums di famiglia in tre dimensioni, le case raccontano storie e segreti: i quadri alle pareti, le fotografie, gli oggetti sul comò e i libri nella biblioteca, in risonanza tra loro, riflettono i desideri e le aspirazioni, gli affetti e i ricordi, la personalità di chi le abita, spesso più dei segni su un volto, più di uno sguardo. Un progetto fotografico che ci mostra, in continuum dialettico tra un approccio documentario ed uno narrativo, le case amate, vissute, frequentate o caparbiamente cercate.

“Ultimo Domicilio” nasce – ancora inconsapevolmente – nel 2008 quando, durante un viaggio a Sarajevo e Mostar, Lorenzo Castore fotografa interni di case abbandonate durante la guerra, lasciate dietro di sé da un giorno all’altro insieme a tutti gli effetti personali appartenuti a chi le abitava. È una rielaborazione della traumatica esperienza in Albania e Kosovo nel 1999 e si sviluppa negli anni in altri luoghi e in altri paesi: Italia, Francia, Stati Uniti, Polonia. Nel tempo, “Ultimo Domicilio” diventa un video di 18 minuti realizzato in collaborazione con il compositore Emanuele de Raymondi, nel 2015 Laura Serani ne cura la pubblicazione per L’Artiere Edizioni e la mostra.

Lorenzo Castore, Firenze, 1973. Il suo lavoro è caratterizzato da progetti di lungo termine – in bianco e nero e a colori – che hanno come tema principale il quotidiano, la memoria e la relazione tra piccole storie individuali e la Storia. Ha esposto il suo lavoro in numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Ha vinto il Premio Mario Giacomelli (2004), il Leica European Publishers Award (2005) e la Rana d’oro come miglior film documentario corto al Camerimage Film Festival (2012). Ha pubblicato due libri monografici: Nero (2004) e Paradiso (2006). Ha realizzato due cortometraggi: No Peace Without War (2012) – con Adam Cohen – e Casarola (2014).

Fino al 6 maggio – Fondazione Studio Marangoni – Firenze

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MARTIN BOGREN: ITALIA

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Tra il 2013 e il 2015 lo svedese Martin Bogren ha viaggiato più volte in Italia fermandosi in particolare a Napoli, Palermo e Roma e creando un corpo di lavoro in bianco e nero, fortemente lirico, senza tempo.
Come scrive Sean O’Hagan su The Guardian,  In un certo senso…Italia è una messa in discussione della street photography.
Esposto in parte al Festival Fotografia di Roma nel 2016, Italia è stato pubblicato dall’editore svedese Max Ström Bokförlaget nel 2016

Cammino senza meta da giorni, ormai. Strada dopo strada. Il cuore pesante, la solitudine come unica compagna. Ho dimenticato perché sono qui e cosa sto facendo. La mano stretta sulla macchina fotografica…sono pervaso dall’intensità e da una presenza – una connessione con la gente intorno a me. Sento la loro energia, percepisco le loro vibrazioni. La più piccola variazione nelle loro espressioni, i movimenti delle mani, i gesti. Ogni cosa acquisisce un significato
– Martin Bogren (dal testo che accompagna il libro

Dal 29 marzo al 15 aprile – MiCamera Milano

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1% PRIVILEGE IN A TIME OF GLOBAL INEQUALITY

Organizzata dall’associazione di promozione sociale fosfeniLAB, in collaborazione con PIXU Studio, il patrocinio del Comune di Albignasego, la mostra 1% Privilege in a time of global inequality curata da Myles Little (Senior Photo Editor della rivista TIME),  llestimento curato da Giorgia Volpin e fosfeniLAB, verrà inaugurata venerdì 3 marzo alle ore 18.00 negli spazi espositivi di Spazio Cartabianca.

Con la mostra 1%, curata da Myles Little, aperta al pubblico fino a lunedì 3 luglio 2017, si inaugura lo spazio espositivo dedicato alla fotografia di Spazio Cartabianca.

Abbiamo l’onore di ospitare per la prima volta nel nord Italia questo lavoro di Myles Little, Senior Photo Editor della rivista TIME. L’autore raccoglie nella mostra – pubblicata anche nell’omonimo libro – quaranta immagini la cui tematica è incentrata sulle diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza nel mondo, un tema mai così attuale come al giorno d’oggi. Le fotografie in mostra, parlano di privilegi nell’istruzione, nel tempo libero, nella sanità, ma anche del conflitto di classe o di concetti più astratti che richiamano, ad esempio, “la natura effimera della ricchezza”.

Autori in mostra

Christopher Anderson / Nina Berman / Sasha Bezzubov / Peter Bialobrzeski / Guillaume Bonn / Jörg Brüggemann / Philippe Chancel / David Chancellor / Jesse Chehak / Kevin Cooley / Mitch Epstein / Floto+Warner / Greg Girard / Jacqueline Hassink / Guillaume Herbaut / Shane Lavalette / David Leventi / Michael Light / Alex Majoli / Yves Marchand / Laura McPhee / Virginia Beahan / Andrew Moore / Zed Nelson / Simon Norfolk / Mike Osborne / Matthew Pillsbury / Ben Quinton / Daniel Shea / Anna Skladmann / Juliana Sohn / Alec Soth / Mikhael Subotzky / Brian Ulrich / Eirini Vourloumis / Henk Wildschut / Michael Wolf / Paolo Woods

Spazio Carta Bianca – Albignasego (PD) Dal 3 marzo al 3 luglio 2017

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Henri Cartier-Bresson – Fotografo

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10 marzo – 11 giugno 2017

140 scatti di Henri Cartier Bresson, in mostra a Palazzo Ducale, per immergerci nel suo mondo, per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica.

 Per Cartier Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l’esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un’opera.

“Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell’intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per “dare un senso” al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria. Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione”.

Henri Cartier Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient’altro. Lo scatto è per lui il passaggio dall’immaginario al reale. Un passaggio “nervoso”, nel senso di lucido, rapido, caratterizzato dalla padronanza con la quale si lavora, senza farsi travolgere e stravolgere.

 I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l’ordine delle forme.

“Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E’ mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore”.

La mostra Henri Cartier Bresson Fotografo, curata da Denis Curti, è promossa da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson e Magnum Photos Parigi e organizzata da Civita Mostre.

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Irene Kung – Uno stato di quiete

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Dal 15 marzo al 20 maggio – Galleria Valentina Bonomo – Roma

Svizzera; pittrice e fotografa; espone a New York, Londra, Milano e in altre città (recentemente a Pechino e a Mosca); Sette, The New York Times Magazine, The Sunday Times Magazine, China Daily pubblicano le sue opere; ha partecipato all’Expo milanese con una personale di 26 fotografie di alberi da frutto; ha pubblicato due libri (Trees e The Invisible City). L’artista che ha fatto, detto, scritto e illustrato tutto ciò si chiama Irene Kung.

Adesso “approda” a Roma, alla Galleria Valentina Bonomo, in via del portico d’Ottavia 13. Fino al 20 maggio nella personale di Irene Kung il visitatore gode di «immagini sospese nel tempo e nello spazio, visioni evanescenti sottratte al loro contesto che, superando la realtà, entrano a far parte di una dimensione onirica».

Ci sono i luoghi nelle sue opere: c’è l’India e il paesaggio russo fino alle piazze storiche della nostra Capitale; c’è la natura con gli alberi e con il mare. «Una delicata contrapposizione fra natura e architettura e una nuova ricerca sulla luce, decisamente più chiara rispetto ai precedenti lavori, che, con la sua misteriosa energia, crea un clima di serenità e di quiete» come dicono i curatori della mostra.

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 Vivian Maier. Una fotografa ritrovata

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La Mostra rappresenta un’occasione unica per conoscere la vita e l’opera di Vivian Maier, artista  circondata da un alone di mistero che ha contribuito ad accrescerne il fascino. Esposte 120 fotografie in bianco e nero realizzate da Vivian Maier tra gli anni Cinquanta e Sessanta insieme a una selezione di immagini a colori scattate negli anni Settanta, oltre ad alcuni filmati in super 8 che mostrano come Vivian Maier si avvicinasse ai suoi soggetti.

Il progetto permetterà di mostrare al pubblico della Capitale e non solo, dato il suo carattere internazionale, fotografie mai esposte né pubblicate mentre la fotografa era in vita, pertanto la Mostra si configura come una preziosa testimonianza, unica ed eccezionale nel suo genere, dell’arte di una grande fotografa che sembrava immortalare la realtà per sé stessa e che custodiva i suoi scatti come il bene più prezioso.

Museo di Roma in Trastevere – 17/03 – 18/06/2017

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Helmut Newton. Fotografie
White Women / Sleepless Nights / Big Nudes

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Napoli, PAN Palazzo Arti Napoli

25 febbraio – 18 giugno 2017

Il progetto della mostra Helmut Newton. Fotografie. White Women / Sleepless Nights / Big Nudes, nasce nel 2011 per volontà di June Newton, vedova del fotografo e presidente della Helmut Newton Foundation, e raccoglie le immagini dei primi tre libri di Newton pubblicati tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, da cui deriva il titolo della mostra e l’allestimento articolato in tre sezioni. I tre libri sono fondamentali per capire la fotografia di Newton, che li ha progettati personalmente, selezionando le immagini fotografiche e la loro impaginazione.

L’esposizione, curata da Matthias Harder e Denis Curti e aperta al pubblico dal 25 febbraio al 18 giugno 2017 al PAN, Palazzo Arti Napoli, presenta per la prima volta a Napoli oltre 200 immagini di Helmut Newton, uno dei più importanti e celebrati fotografi del Novecento.

White Women

Nel 1976 Helmut Newton dà alle stampe il suo primo libro monografico, che subito dopo la sua pubblicazione riceve il prestigioso Kodak Photo Book Award. 84 immagini a colori e in bianco e nero in cui per la prima volta il nudo e l’erotismo entrano nel mondo della moda: si tratta di fotografie innovative e provocanti che rivoluzionano il concetto di foto di moda e testimoniano la trasformazione del ruolo della donna nella società occidentale. Visioni che trovano spunto anche nella storia dell’arte, in particolare nella Maya desnuda e nella Maya vestida di Goya del Museo del Prado di Madrid.

Sleepless Nights

Anche Sleepless Nights pubblicato nel 1978, ruota attorno alle donne, ai loro corpi, abiti, ma trasformando le immagini da foto di moda a ritratti, e da ritratti a reportage di scena del crimine. I soggetti sono solitamente modelle seminude che indossano corsetti ortopedici o sono bardate in selle in cuoio, fotografati fuori dal suo studio, quasi sempre in atteggiamenti sensuali e provocanti, a suggerire un uso della fotografia di moda come mero pretesto per realizzare qualcosa di completamente nuovo e molto personale. Sicuramente si tratta del volume a carattere più retrospettivo che raccoglie in un’unica pubblicazione i lavori realizzati da Newton per diversi magazine (Vogue fra tutti), ed è quello che definisce il suo stile rendendolo un’icona della fashion photography.

Big Nudes

Con la pubblicazione Big Nudes del 1981, Newton raggiunge il ruolo di protagonista della fotografia del secondo Novecento, inaugurando una nuova dimensione – misura, quella delle gigantografie che entrano prepotentemente e di fatto nelle gallerie e nei musei di tutto il mondo. Fonte di ispirazione dei nudi a figura intera ed in bianco e nero ripresi in studio con la macchina fotografica di medio formato, sono stati per Newton i manifesti diffusi dalla polizia tedesca per ricercare gli appartenenti al gruppo terroristico della RAF.

Il percorso espositivo permetterà di conoscere un Helmut Newton più profondo e se vogliamo più segreto rispetto a quanto già diffuso: infatti, se l’opera del grande fotografo è sempre stata ampiamente pubblicata e con enorme successo su tutte le riviste di moda, non sempre la selezione effettuata dalle redazioni corrispondeva ed esprimeva compiutamente il pensiero dell’artista.

L’obiettivo di Newton aveva la capacità di scandagliare la realtà che, dietro il gesto elegante delle immagini, permetteva di intravedere l’esistenza di una realtà ulteriore, che sta allo spettatore interpretare.

Obiettivo della mostra è presentare i temi distintivi dell’immaginario artistico di Helmut Newton, offrendo la possibilità ai visitatori di comprendere fino in fondo il suo lavoro come mai prima d’ora.

Promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, la mostra è organizzata da Civita Mostre in collaborazione con la Helmut Newton Foundation.

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10 years old

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Mostra nel decennale di Fondazione Fotografia Modena

Dieci anni sono trascorsi dalla nascita di Fondazione Fotografia Modena, un progetto culturale interamente intitolato all’immagine, che si è evoluto nel corso degli anni in un centro espositivo, di ricerca e formazione di livello internazionale. A celebrare questo primo, importante anniversario sarà un doppio percorso espositivo, in grado di riflettere l’attività svolta dall’istituzione.

A cura di Filippo Maggia, la mostra 10 years old, in programma al Foro Boario di Modena dall’ 11 marzo al 30 aprile 2017, avrà due anime: una prima sezione sarà dedicata alle highlights dalla collezione di fotografia e video contemporanei della Fondazione Cassa di risparmio di Modena, un patrimonio di oltre 1200 opere che Fondazione Fotografia, in qualità di società strumentale dell’ente di origine bancaria, ha il compito di gestire e valorizzare. Saranno quindi esposti alcuni gioielli tratti dalle due raccolte, quella italiana e quella internazionale, a distanza di anni dal loro primo ingresso in collezione: opere di 85 autori, tra i quali Ansel Adams, Nobuyoshi Araki, Diane Arbus, Richard Avedon, Yto Barrada, Walter Chappell, Samuel Fosso, David Goldblatt, Pieter Hugo, Daido Moriyama, Adrian Paci, Hrair Sarkissian, Dayanita Singh, Wael Shawky, Hiroshi Sugimoto, Wolfgang Tillmans, Ai Weiwei, Edward Weston, Garry Winogrand, accanto agli italiani Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Franco Fontana, Luigi Ghirri, Mimmo Jodice, Walter Niedermayr, Franco Vaccari.

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Sony World Photography Awards & Martin Parr – 2017 Exhibition

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A major exhibition of the world’s best contemporary photography opens this April at London’s prestigious Somerset House.

The Sony World Photography Awards & Martin Parr – 2017 Exhibition will bring to London a complete celebration of the medium of photography – showcasing rich and fascinating photographic stories from key figures and emerging talent of the photography scene today.

The exhibition will open April 21 for a limited run until May 7, and is the only UK stop before going on a worldwide tour.

The large-scale exhibition will include three rooms dedicated to the life and work of internationally renowned British photographer, Martin Parr, who is the recipient of the 2017 Sony World Photography Awards’ Outstanding Contribution to Photography prize.  A hand-picked selection of rarely seen black and white images from Parr’s early career will be presented alongside some of the artist’s most talked about work, books and films and original exhibition posters.

Somerset House, London – April 21-May 7,2017

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Valerio Spada – I am nothing

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La mostra I am nothing di Valerio Spada (Milano, 1972), presenta in anteprima il lavoro realizzato dal fotografo insignito della prestigiosa Guggenheim Memorial Foundation Fellowship sulla mafia siciliana, narrata attraverso le storie di alcuni boss e latitanti, unite ai segni della sua inesorabile penetrazione nel tessuto sociale.

A cura di Francesco Zanot

3 marzo – 21 maggio 2017 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Made in Korea – Filippo Venturi

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L’organizzazione dell’evento è a cura dell’Associazione Regnoli 41, in collaborazione con la Fondazione della Cassa dei Risparmi di Forlì e con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Forlì, nell’ambito del progetto “Artealmonte”.
Filippo Venturi – cesenate, forlivese d’adozione – col proprio lavoro si è messo in luce negli ultimi anni, venendo selezionato tra i “Nuovi Talenti” da Fondazione Fotografia Modena e tra gli “Emerging Talents” esposti al MACRO di Roma nel 2016, oltre ad essere stato premiato in concorsi internazionali come il Sony World Photography Awards di Londra.
Il progetto “Made in Korea”, realizzato nel 2015, pone l’attenzione sui giovani sudcoreani e i fenomeni che li vedono coinvolti: da un lato la forte competizione che li spinge alla ricerca continua di risultati in ambito scolastico, professionale e anche estetico – in uno dei paesi che ha puntato tutto sulla rincorsa alla modernità e al progresso -, dall’altro i forti effetti collaterali che questo stile di vita provoca.
Lo stile scelto dall’autore nella realizzazione delle fotografie, asettico, quasi artificioso, ricalca questo aspetto della realtà coreana, dove la ricerca ed esibizione della perfezione cela aspetti oscuri e problematici.

IL PROGETTO
Fino agli anni ’60 la Corea del Sud era un paese povero e arretrato. In meno di mezzo secolo è diventato uno dei paesi più moderni al mondo. La rincorsa alla modernità e al progresso è stata realizzata imponendo alla società uno smisurato senso della competizione, nella ricerca della perfezione dal punto di vista scolastico, professionale e anche estetico.
Ai giovani vengono impose le stesse tappe obbligatorie: per essere riconosciuti socialmente è fondamentale ottenere i migliori voti per accedere ai migliori istituti che consentiranno di arrivare ai migliori lavori. Al tempo stesso sono richiesti modelli estetici uniformi, spesso senza identità, raggiunti comunemente con la chirurgia plastica.
I giovani sono così spinti verso una standardizzazione straniante e surreale, l’esatto contrario di quanto avviene in molti paesi occidentali, dove il successo è raggiunto distinguendosi dalla massa.
Tutto questo ha fatto emergere forti effetti collaterali come lo stress, l’alcolismo, l’isolamento sociale e un elevato numero di suicidi (il paese è tra i primi posti nella classifica mondiale dei suicidi: 43 al giorno).

Il lavoro intero, composto da 41 fotografie, è disponibile in ebook, edito dalla casa editrice emuse. L’ebook contiene anche due testi critici di Silvia Camporesi e Davide Grossi.

Dal 25 marzo al 23 aprile – Forlì, Palazzo del Monte di Pietà.

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Ernesto Che Guevara Guerrillero Heroico – Alberto Korda

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ONO arte contemporanea è lieta di presentare Ernesto Che Guevara Guerrillero Heroico una personale di Alberto Korda, fotografo cubano che deve la sua notorietà all’omonima immagine scattata al Che, che può essere considerata come la più iconica e famosa nella storia della cultura popolare. L’immagine fu scattata con una Leica durante un funerale di Stato il 5 marzo del 1960, ma fu pubblicata solo un anno dopo sul quotidiano cubano «Revolución». Personaggio pubblico e persona si fondono in un’immagine che lentamente diventa vero e proprio immaginario, portando con sé una serie di significati che via via sbiadiscono da quella pellicola, che diventa vera e propria icona. Quell’immagine è stata non solo simbolo di un’epoca, ma a livello estetico e concettuale può annoverarsi a pieno titolo tra le immagini e le icone pop che anche lo stesso Andy Warhol ha portato nell’empireo dell’arte contemporanea.

Ma la storia di Che Guevara e di Alberto Díaz Gutiérrez, detto Korda, va molto oltre rispetto a questo singolo scatto, che sicuramente ne è riassunto e compendio. Sullo sfondo Cuba e la rivoluzione, Che Guevara e Fidel Castro, ma anche tutto il milieau culturale di un’epoca, fatto di personaggi di spicco della moda e della letteratura. Fu Richard Avedon a convincerlo ad aprire il suo primo studio fotografico e presto Korda divenne il più importante fotografo di moda cubano oltre che volontario per la “Rivoluzione”.

Nel 1959 gli fu chiesto di documentare la visita ufficiale di Fidel all’Havana e l’anno successivo immortalò lo stesso Fidel al Lincoln Memorial, dando vita ad una delle immagini più iconiche del Comandante, che quando le vide decise di farsi “seguire” nelle apparizione pubbliche dal suo fidato fotogarafo, con il quale instaurò un rapporto professionale e amicale che terminò solo con la morte di Korda, nel 2001.

Con le immagini in mostra è possibile immergersi in una Cuba ormai lontana, e nella quotidianità di un mondo cristallizzato che sta svanendo davanti ai nostri occhi proprio in questi giorni con la morte di Fidel Castro e l’apertura di Cuba al mondo, con tutto ciò che ne conseguirà.

La mostra (2 marzo – 23 aprile 2017) è composta da 50 fotografie e diversi documenti originali, l’ingresso è libero

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Closer – Dentro il reportage

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Isolab Taranto, in collaborazione con Witness Journal, QR Photogallery e Coworking Ulmo presenta “Closer – Dentro il reportage”.

31 Marzo – 13 Aprile: Sangue nero / Gaetano Fisicaro
14 Aprile – 27 Aprile: Good morning Ghana / Gabriele Cecconi
28 Aprile – 11 Maggio: In between / Marco Panzetti
12 Maggio – 25 Maggio: The endless winter of Kashmir / Camillo Pasquarelli

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I LIGHT U – Frames for underground stories

22 aprile / 13 maggio 2017
Galleria Artepassante, Passante Ferroviario di Porta Venezia, Milano

La mostra partecipa al circuito Milano PhotoFestival 2017
www.milanophotofestival.it

I light U è una selezione delle storie di viaggio e dei ritratti raccolti nel Passante Ferroviario di Porta Venezia tra dicembre 2016 e marzo 2017. Durante questi mesi il collettivo fotografico BarettoBeltrade ha allestito un set nella Galleria “Atelier della Fotografia” (di Progetto Artepassante), situata nel corridoio sotterraneo che collega le stazioni della Metropolitana Milanese e del Passante ferroviario di Porta Venezia a Milano, e ha invitato le persone a fermarsi e a raccontarsi, trasformando un tunnel di passaggio in un luogo di sosta. Viaggiare nella citta vuol dire infatti percorrere una linea che collega un punto di partenza a uno di arrivo, ma che soprattutto unisce ogni volta persone, lavori, amori, amicizie, impegni, divertimenti, doveri e mille altre cose. Infiniti punti, infinite linee: un tessuto sterminato che non si può calcolare, si può solo immaginare, anzi si può riassumere per immagini. I light U – Frames for underground stories costituisce uno di questi possibili riassunti: a chi passava in quel punto è stato chiesto di raccontare brevemente il proprio viaggio, di spiegare cosa ci fosse a un capo e all’altro della linea che stava percorrendo in quel momento e di lasciare in dono un’immagine, un ritratto fotografico. Poi ognuno ha ripreso il suo viaggio, ma in quel punto della stazione la mostra I light U costituirà la traccia delle storie e dei ritratti che sono stati illuminati in quel momento.

Info
http://ilightu.blogspot.it/
www.facebook.com/barettobeltrade/
www.artepassante.it

My Dakota di Rebecca Norris Webb

Da tempo residente a New York, Rebecca Norris Webb è cresciuta nel South Dakota, i cui paesaggi continuano a perseguitare la sua anima. Nel 2005 si è prefissata di fotografare il suo Stato natale.

«L’anno successivo, mio fratello Dave è improvvisamente morto d’infarto», scrive. «Per mesi, una delle poche cose in grado di dare sollievo al mio cuore sconvolto è stato il paesaggio del South Dakota. Come se tutto ciò che potessi fare fosse guidare per i calanchi e le praterie, e fotografarli.

Ho cominciato a chiedermi: “La perdita ha una sua propria geografia?”» Norris Webb, che è anche poetessa, ha scritto – e scritto a mano – il suo poema, qui intrecciato con le fotografie. Inizialmente, con My Dakota intendeva produrre una visione intima e personale dell’Ovest americano, per contrastare e dare risalto ai maestosi paesaggi e alle avventure dei trivellatori petroliferi ritratti in passato da fotografi e pittori.

My Dakota affronta il tema dell’impatto umano sulla terra, il modo in cui ha influenzato le vite degli uomini; è un registro dell’economia e del paesaggio mutevoli dello stato.

Questa serie è un elogio funebre per le fattorie di famiglia che stanno scomparendo e per le piccole città che sostentavano; è un’elegia per il fratello della Norris Webb.

dal 29 marzo al 13 aprile 2017 – Officine Fotografiche – Roma

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Uliano Lucas | Retrospettiva

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Dal 7 marzo al 7 maggio 2017

La mostra ricostruisce attraverso oltre 150 immagini percorsi tematici e stilistici, interessi, sensibilità, legami culturali di un protagonista della fotografia italiana, da cinquant’anni attento osservatore e narratore della società e delle sue contraddizioni.
Racconta il debito di Lucas verso il mondo intellettuale della Milano della fine degli anni Cinquanta e l’influenza da esso esercitata sulla ricerca formale delle sue prime fotografie e sulla sua stessa scelta di dedicarsi alla fotogiornalismo. Segue la svolta rappresentata dai profondi cambiamenti sociali e di costume e dalle battaglie politiche e civili degli anni Sessanta e Settanta che portano alla nascita di un nuovo modo di raccontare del fotogiornalismo italiano.
E ripercorre l’impegno ventennale di Lucas in un’indagine sui problemi della propria società che trae nutrimento dalle idealità del periodo, dall’associazionismo diffuso di un mondo che si dedica con passione a comprendere il proprio tempo e ad affermare i diritti dell’individuo.
Per arrivare infine al nuovo stile con cui, in un contesto storico radicalmente mutato e in un diverso sistema dell’informazione, Uliano Lucas racconta le trasformazioni del presente, il cambiamento antropologico determinatosi con i nuovi indirizzi economico-sociali degli anni Duemila, attraverso una ricerca estetica influenzata anche dalle tendenze del linguaggio visivo degli ultimi anni.
Ne emerge un viaggio attraverso le scelte espressive, lo sguardo, la poetica personalissima di un fotografo che ha cercato di raccontare storie, problemi, realtà spesso lasciate ai margini del sistema dell’informazione; e al contempo un percorso che attraverso i suoi occhi, i suo viaggi e i suoi incontri, ci parla di altre voci e altri luoghi, fuori e dentro noi stessi.

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BESIDE THORIMBERT

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“Stanno lì, da una parte, spesso non so neanche come archiviarle. Sono le fotografie che ho scattato senza un vero motivo, senza un progetto.  Figlie di uno sguardo laterale, periferico, non amano essere definite, il loro senso è vago, o forse il loro senso mi vaga intorno e cambia con il tempo, cambia con me. Sono frutto di un gesto legato al piacere più che al desiderio: quanta pressione serve al dito per premere il pulsante di scatto? Assorbire il rumore dell’otturatore, calcolare la forza che serve al pollice per trascinare la pellicola. Lussuria, accidia. Queste fotografie raccontano la necessità compulsiva di possedere fotograficamente una scena, una persona, un paesaggio. Non sono per forza istantanee, anzi. Ci sono foto compulsive molto complesse, che richiedono impegno, a volte vera e propria fatica fisica, per essere realizzate. Questa fotografia è un piacere che vuole essere assaporato, consumato, goduto qui e ora; è un’urgenza assoluta, improvvisa, imprevista, che mette in secondo piano tutto quello che consideravi il vero motivo della tua presenza in un posto o in una situazione. Ma Beside è anche “B-side”, l’altra faccia di ciò che già conosco e accetto come faccia. Meno orecchiabile, scomoda, qualche volta imprecisa, è la fotografia che non è stata scelta, quella rifiutata, abbandonata. Annaspa controcorrente, attonita, parla di un me più insicuro, disorientato, annoiato, dubbioso. Beside sono le orme lasciate ai lati della strada maestra: incerte, labirintiche tracce, che portano in vicoli senza uscita, alle storie che potevano essere e non sono state, immagini che mi parlano di come sono se mi vedessi veramente.” Toni Thorimbert

Leica Galerie Milano – 23 marzo 2017 – 13 maggio 2017

“ESSERE LIBERI” Fotografia 2017  Fotoclub Monzambano

Comune e Pro Loco di Ponti s/M  Mantova

20 autori del circolo presentano un loro progetto a tema libero dove tanti temi sono stati affrontati. Per un totale di 160 immagini.

Una sezione speciale dedicata al grande amico Sergio Magni con una Mostra di 70 immagini (curata dalla FIAF) che ricordano il passato fotografico di un grande Maestro “il fotografo che insegna”.

Tutto questo nella splendida cornice di Forte Ardietti a Ponti s/M   MN

 

FESTIVAL FOTOGRAFICO EUROPEO 2017

Il festival, giunto alla sua 6a edizione , ideato e curato dall’Afi-Archivio Fotografico Italiano, evento posto “sotto l’alto patrocinio del PARLAMENTO EUROPEO”, con il patrocinio della Regione Lombardia, della Provincia di Varese, e delle Amministrazioni comunali di Busto Arsizio, Legnano, Castellanza, Olgiate Olona, Castiglione Olona, Milano-Municipio 6, con il patrocinio della Provincia di Varese, la collaborazione del Museo MA*GA di Gallarate, dell’Istituto Italiano di Fotografia di Milano, dell’ICMA – Istituto Cinematografico Michelangelo Antonioni di Busto Arsizio, e l’apporto tecnologico di EPSON Italia, MALEDETTI FOTOGRAFI e con la partecipazione di numerose associazioni, gallerie, scuole e realtà private tra cui: mc2Gallery Milano, Liceo Artistico Paolo Candiani e Liceo Classico Crespi di Busto Arsizio, Scuola professionale ACOF di Busto Arsizio, Punto Marte Editore, Ester Produzioni, Biblioteca Sormani Milano, Gallerie Libreria Boragno Busto A., EyesOpen Magazine trimestrale di Cultura Fotografica, Fondazione Bandera per l’Arte Busto A., , Spazio Lavit Varese, Centro Giovanile Stoa’ Busto A., Spazio d’Arte Carlo Farioli Busto A., Galleria Fotografica ALIDEM Milano, Associazione Borgo Antico di Castiglione O., Galleria d’Arte Palmieri Busto A., Il Magazzino dei Re Busto A., Studio Albè & Associati Busto A. e Milano, Associazione Culturale BARICENTRO – Milano, si pone tra le iniziative più rilevanti nel panorama fotografico nazionale ed europeo, proponendo percorsi visivi articolati, aperti alle più svariate esperienze espressive.

Una sorta di laboratorio culturale, che si apre all’Europa, che dialoga con la gente attraverso l’arte dello sguardo e mette a fuoco le aspirazioni, i linguaggi e l’inventiva di artisti provenienti da diversi Paesi.

Un progetto che vuole affermare la centralità della cultura quale potente dispositivo in grado aprire confronti tra i popoli e tra le generazioni in una prospettiva di crescita, riflessione e dialogo guidati dall’impegno sociale, dallo studio, dalla voglia di abbattere le frontiere e insieme in percorso comune di crescita e di responsabilità collettiva.

Grandi autori divengono il faro per i giovani emergenti, in un confronto dialettico teso a stimolare dibattiti e ragionamenti, attorno a temi d’attualità, di storia, d’arte e di ricerca.

Oltre trentacinque mostre, seminari, workshop, proiezioni, multivisioni, letture dei portfolio, presentazione di libri, concorsi: un programma espositivo articolato ed esteso che si muove dalla fotografia storica al reportage d’autore, dalla fotografia d’arte alle ricerche creative fino alla documentazione del territorio.

Tra le mostre principali, segnaliamo Mario Giacomelli, Maurizio Galimberti, Yoshinori Mizutani, Luca Catalano Gonzaga e molte altre.

Il programma completo lo trovate qua

‘Fink on Warhol: New York Photographs of the 1960s’

 

Fino al 30 aprile saranno esposte in mostra 15 opere fotografiche in bianco e nero che costruiscono un dialogo tra il fervore sociale e politico della New York degli anni ’60 e la figura artistica e nichilista di Andy Warhol e dei personaggi della Factory.Le fotografie che ritraggono Andy Warhol ed alcuni dei più celebri esponenti della Factory, tra cui Lou Reed e i Velvet Underground, Ingrid Superstar, Susanna Campbell e Gerard Malanga, sono state scattate nell’arco di tre giorni della primavera del 1966, quando Larry Fink fu incaricato di realizzare un servizio per l’East Side Review. Coprono invece un arco temporale più esteso, dal 1964 al 1968, gli scatti che documentano un’America percorsa dalle tensioni politiche e sociali legate alle lotte per i diritti civili e al movimento di protesta antimilitarista. Le immagini in mostra, così come l’intero corpus fotografico da cui provengono, tornano ora per la prima volta alla luce.

Dall’accostamento di questi due volti della New York degli anni ’60 emerge potente il ritratto di una società in pieno movimento. Da un lato Andy Warhol e i personaggi della Silver Factory caratterizzati da un atteggiamento di studiato distacco sociale, disimpegno politico e profonda conoscenza dell’intreccio tra logiche commerciali, arte e comunicazione di massa; dall’altro un giovane Larry Fink totalmente coinvolto nei rivolgimenti della società civile, strenuo sostenitore della partecipazione politica e convinto detrattore dell’arte asservita alle logiche di mercato.

Kevin Moore, autore del testo critico che accompagna questo progetto dai risvolti quanto mai attuali, scrive: “in un certo senso, semplificando le cose, si potrebbe asserire che Fink e Warhol fossero entrambi interessati alla politica, così come lo erano all’arte, semplicemente lo facevano partendo da presupposti non solo diversi, ma agli antipodi”.

Le fotografie in mostra restituiscono il linguaggio di Larry Fink: prospettive inconsuete, eloquenza della composizione e profondità di narrazione. L’individuo è sempre al centro della scena, anche quando questo individuo è Andy Warhol: nessun accorgimento tecnico o stilistico viene utilizzato per conferire una luce particolare ai più celebri rispetto all’uomo comune. Al contrario, negli scatti di Larry Fink ogni mezzo scenico è evocato per sottolineare l’umanità del soggetto fotografato. Il re è nudo e il mito è a portata di mano.

Fink on Warhol: New York Photographs of the 1960s è anche il titolo del volume pubblicato da Damiani tra le novità editoriali della primavera 2017 che presenta la serie completa degli 80 scatti inediti da cui è stata tratta questa mostra.

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Tra viaggio e realtà – Davide Pianezze

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Fotografo torinese naturalista.
Qui il suo progetto, e le sue parole per descriverlo:
Dieci anni fa iniziai un progetto documentaristico che mi avrebbe portato ad attraversare i cinque continenti in cerca di paesaggi, volti, animali e ambienti. Partii seguendo un itinerario volto alla ricerca di argomenti specifici, ma col tempo mi resi conto di essere più attratto da situazioni imprevedibili, in quanto si fissavano maggiormente nella memoria, lasciando un segno indelebile. Questo nuovo stimolo iniziò a rappresentare per me l’essenza del viaggio, alimentando sempre più la necessità di ripartire. Mi svincolai quindi da programmi, temi ed itinerari prefissati, per lasciare che ad indicarmi la via fossero la casualità, l’incontro, la gente e i suggerimenti ricevuti dalle persone locali.
Iniziai così a plasmare gli stili fotografici in base alle situazioni, modificandoli a seconda degli stati d’animo, delle sensazioni, dei sapori e degli odori che trovano alternanza lungo il percorso. Per ogni scatto realizzato diventò quindi imprescindibile l’identificazione esatta dell’istante. Data, ora e luogo, riportati su ogni fotografa, la riconducono ad un momento unico ed irripetibile. Il simbolo rosso, tracciato a mano, evidenzia la scelta definitiva tra più immagini, come esito finale dell’incontro tra istante, luce, colori e sfumature. La presentazione delle immagini sospese, stampate fronte/retro, dai temi volutamente scollegati tra loro e dagli stili spesso incongruenti, vuole sottolineare l’imprevedibilità delle situazioni manifestate lungo il cammino. Infine, la riproduzione grafica del telaio bianco di una diapositiva, per riproporre uno dei simboli storici riconducibili alla fusione tra fotografia e viaggio.

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FABIO BARILE – An Investigation of the laws observable in the composition, dissolution and restoration of land

16.03.2017 – 11.05.2017 – Matèria Galley – Roma

Matèria è lieta di presentare An Investigation of the laws observable in the composition, dissolution and restoration of land, la prima personale a galleria intera di Fabio Barile.

Il progetto prende ispirazione dal libro di James Hutton “Theory of the Earth, or, An Investigation into Laws observable in the Composition, Dissolution, and Restoration of Land upon the Globe”, lavori fotografici quali “Geological survey of the 40th parallel” di Timothy O’Sullivan, “Documenting science” di Bernice Abbott e dall’archivio di Gaetano Ponte.

Il lavoro consiste nell’analisi dei complessi e intricati elementi che caratterizzano il paesaggio in cui viviamo, attraverso evidenze geologiche, sperimentazioni con materiali fotografici e modelli analogici di fenomeni temporali. L’intento è quello di stabilire un dialogo con la storia profonda del nostro pianeta che, eroso, compresso e plasmato, nel corso di 4.5 miliardi di anni di storia e di trasformazioni, ha generato l’illusoria stabilità del paesaggio a cui siamo abituati oggi.

Barile crea un’ampia gamma di immagini che, condensate, rivelano un panorama tramite cui tentare una precisa lettura del paesaggio e della sua evoluzione. Questa ‘lettura trasversale’, porta a una presa di coscienza della complessità dei processi naturali che vanno ben oltre il tempo dell’esistenza umana.

Un omaggio alla genialità di studiosi che, attraverso la scienza, portano ordine a partire dal disordine, immaginando nuove connessioni fra elementi diversi e aprendo nuove prospettive nei vasti campi della conoscenza umana.

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LE VIE DELLE FOTO  1-30 APRILE 2017

Settima Edizione

Le Vie delle Foto nasce e viene sviluppato come una mostra fotografica collettiva internazionale composta da tante mostre singole dislocate nel centro cittadino di Trieste.

Il progetto realizzato prevede un’esposizione collettiva che come un moderno network si compone e collega tante location diverse, prettamente locali caratteristici che ospitano fotografi aderenti alla manifestazione; un motivo in più per girare a piedi incuriositi per la città che negli ultimi anni si è adattata anche alla vita pedonale.

Viene coperto tutto il centro cittadino e per un mese è possibile inventarsi dei percorsi per visitare, anche quotidianamente, tutte le esposizioni in catalogo.

Le Vie delle Foto trasforma il locale cittadino in una piazza di incontri, discussioni e scoperta, infatti, proprio per la sua struttura antropologica, la città di Trieste già storicamente dimostra la sua inclinazione all’incontro nel bar (una volta chiamato anche tabaccheria o “tea room”). lo stesso James Joyce dichiara di aver scritto e letto molti libri nei locali di Trieste.

 Il locale viene quindi utilizzato come punto d’incontro tra il cittadino e la cultura fotografica.

OBIETTIVI DEL PROGETTO FOTOGRAFICO: la più grande mostra collettiva in Nord Italia (nel 2016 sono stati ospitati ben 96 fotografi da tutto il mondo, USA, Svizzera, Svezia, Ungheria, Spagna, ecc.) che unisce fotografie e locali, una formula unica, consolidata nel tempo, che vanta qualche imitazione, ma che resta la sola a rappresentare un grande “network fotografico” nel cuore della città.

TURISTICO E DI PROMOZIONE DEL TERRITORIO: la manifestazione prevede itinerari dedicati ai turisti  che, seguendo le varie esposizioni, possono anche scoprire le peculiarità della città. Tutti i sabati mattina e i sabati pomeriggio viene messa a disposizione una guida turistica per accompagnare i turisti a scoprire la città, i fotografi e i loro temi. Il nome di Trieste inoltre viene esportato in tutta Italia e all’estero, dove lo staff de Le Vie delle Foto promuove il proprio evento e allo stesso tempo il capoluogo giuliano. Nel 2016 Le Vie delle Foto sono state presentate al salone di ArteGenova e nel 2015 al Photoshow a Milano con il patrocinio di Milano Expo 2015.

SOLIDALE: ogni anno l’organizzazione è attiva nel campo della responsabilità sociale, creando eventi benefici  a sostegno di realtà che operano sul territorio. Nel 2016 la serata organizzata nel Castello di San Giusto ha permesso la raccolta di oltre 1000 Euro per  la piccola Aurora, bimba triestina affetta dalla malattia CLKD5.

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Lorenzo Castore

 

1973. Lorenzo Castore è nato a Firenze il 22 giugno.

1981. Si trasferisce a Roma con sua madre

1992. Vive a New York, dove lavora nell’ufficio di produzione televisiva di Bob Seligman.Comincia a fotografare per strada. Continua a leggere